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Tappa - dall'Allievi alla Ponti per il Passo Val Torrone, il Passo di
Cameraccio e la Bocchetta Roma
Quarta giornata: traversata dal rifugio
Allievi al rifugio Ponti.
Attraverseremo altre quattro valli, quella di Zocca,
la Val Torrone, la Val
Cameraccio e l’alta Valle
di Preda Rossa, valicando i tre passi di Val Torrone, Cameraccio e
della bocchetta Roma.
Se, per qualunque motivo, dovessimo però scendere a valle, basta
percorrere il ben marcato e segnalato sentiero che parte nei pressi del
rifugio, scende al Pianone che dà il nome alla valle e prosegue,
con un’elegante scalinatura, nelle fresche pinete della media valle,
passando su un bel ponte di legno dal suo lato sinistro a quello destro
e terminando sul fondo della Val di Mello.
Alle spalle del rifugio, poi, può essere interessante ricordarlo,
parte una traccia di sentiero (piuttosto labile, per la verità)
che sale al ben visibile passo di Zocca (m. 2749), il più agevole
fra i valichi che congiungono la Val Masino al territorio svizzero. Dal
passo si può scendere, poi, nell’alta valle dell’Albigna,
fino al rifugio omonimo. Chi
desiderasse salire al passo, tenga presente che questo è facilmente
individuabile per il ben visibile obelisco di granito che lo veglia sul
suo lato destro, e che lo si raggiunge con poco più di un’ora
di cammino dal rifugio.
Ma torniamo al Sentiero Roma. La prima parte della quarta tappa prevede
la traversata del lato orientale dell’alta valle di Zocca, fino
al passo di Val Torrone, che permette una facile discesa nella valle omonima.
Si tratta di una traversata a dir poco spettacolare, per i superbi scenari
che propone. Passiamo, innanzitutto, vicino alla punta Allievi (m. 3223);
scorgiamo la cima di Castello, seminascosta, più a nord, a destra
della cima quotata 3228 m., sul fondo dell’omonimo vallone (la più
alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), la punta Rasica (m.
3305), famosa nella storia dell’alpinismo, che deve il suo nome
alla conformazione frastagliata della cima, simile ad una sega, ed infine
la possente mole del pizzo Torrone occidentale (m. 3349), che si distingue
per la base davvero possente e la curiosa cima, che si restringe repentinamente
nell’esile punta terminale.
A sinistra della punta Allievi, invece, si può ammirare un diverso
profilo della cima di Zocca (m. 3175), alla cui destra è ben visibile
il già citato passo omonimo. Dietro
il passo si intravede appena il gruppo delle Sciore, in territorio elvetico.
Di fronte a questo spettacolo, si può ben dire che se Walter Bonatti
ha definito la Val Masino come l’Università dell’Alpinismo,
la valle di Zocca sia un po’ come la sua aula magna.
Con qualche saliscendi, verso est, ci si avvicina al Passo di val Torrone
(m. 2518), guadagnando gradualmente quota. Bello è anche il panorama
alla nostra destra, cioè verso sud: si intravede, in basso, uno
spicchio della Val di Mello, mentre sul fondo, incorniciata a destra dalla
parte orientale della valle della Merdarola e a sinistra dalla cima degli
Alli e dalla cima di Arcanzo, la Val Gerola, nelle Orobie occidentali.
Il passo è costituito da un canalino che si imbocca all'estremità
di un pianoro posto sul limitare della Val di Zocca. Dal passo si può
ammirare la massiccia costiera che separa le valli Torrone e Cameraccio,
che, vista da qui, desta una forte impressione di verticalità.
Sullo sfondo sono visibile anche la costiera Remoluzza-Arcanzo ed i Corni
Bruciati. La discesa dal passo non è particolarmente difficile,
ma richiede, in qualche punto, cautela, come testimoniano le corde fisse.
Attenzione, anche qui, a non lasciar cadere sassi su chi si trovasse più
in basso. Scendendo, passiamo a sinistra di un caratteristico corno roccioso,
che è ben visibile al termine della discesa.
Alla
fine la base del passo è guadagnata, a circa 2300 metri, ed il
sentiero, risalendo un dosso, passa molto vicino ai piedi dell’impressionante
parete del picco Luigi Amedeo, una delle più difficili, dal punto
di vista alpinistico, delle Alpi centrali.
Ad est (destra) del picco Luigi Amedeo lo sguardo incontra il pizzo Torrone
occidentale, che anche da qui mostra la sua curiosa caratteristica: una
base imponente, costituita da impressionanti lastroni di granito, sormontata
da una cima di dimensioni assai ridotte, che dà l’idea del
corpo di un gigante con la testa di nano. A destra è ben visibile
anche il caratteristico avamposto conico quotato 2951 metri. Una cima
secondaria, senza nome, che tuttavia ha la singolare caratteristica di
rubare interamente la scena al pizzo Torrone occidentale quando si guarda
la testata da quote inferiori. Più a destra ancora, distinguiamo
la punta Ferrario (m. 3258), avamposto roccioso che, a sua volta, nell’intera
valle ruba la scena al pizzo Torrone centrale (m. 3290). La testata della
valle è chiusa dal pizzo Torrone orientale (m. 3333), alla cui
sinistra si distingue il caratteristico obelisco roccioso di una quarantina
di metri detto Ago del Torrone o Ago di Cleopatra, mentre alla sua destra
è ben visibile il passo Cameraccio. Questa testata rappresenta
una delle immagini che si imprimono con maggiore forza nel c uore
di quanti percorrono il sentiero Roma.
Dopo un tratto pianeggiante, il sentiero riprende a salire, sul filo di
un dosso erboso, fino a raggiungere, a quota 2300 metri circa, la deviazione
che permette di scendere nella valle, verso destra, fino alla Val di Mello.
Se si sceglie, per qualsiasi motivo, la discesa, si tenga presente che
è necessario seguire i segnavia, tendendo con gradualità
verso destra, fino alla casera Torrone (m. 1996). La discesa prosegue,
ripida, nel cuore ombroso della media valle, e conduce alla fine sul fondo
della Val di Mello.
Se si prosegue sul sentiero Roma, invece, si comincia a salire, su un
ampio dosso che accoglie gli ultimi magri pascoli, guadagnando rapidamente
quota. Davanti agli occhi, in primo piano, il cono della punta Ferrario,
alla cui sinistra spicca una curiosissima formazione rocciosa, che sembra
un cono minora troncato. Alla sua destra, invece, l’ago del Torrone
ed il pizzo Torrone orientale, con il suo caratteristico doppio salto.
In realtà sono diverse, le punte minori che si possono scorgere,
in una sorta di selva di cime che si susseguono in rapida successione.
Per esempio, fra i pizzi Torrone occidentale e centrale si trovano, da
sinistra, la punta Alessandra (m. 3263), il colle del Torrone centrale
(m. 3204) e la punta melzi (m. 3287). Fra
i pizzi Torrone centrale ed orientale, invece, si trova il colle del Torrone
(m. 3182), oltre al già citato Ago del Torrone (m. 3224).
Si intercetta, poi, la segnalazione della deviazione per il bivacco
Manzi-Pirotta (2540 m.), che si trova poco lontano (è dato,
infatti, a 5 minuti di cammino, ma richiede, per essere raggiunto, qualche
passo di arrampicata), sul crinale di un massiccio sperone roccioso. Se
la Valle del Ferro suscita un senso di apertura e solitudine, la Val Qualido un senso di protezione materna e la valle di Zocca un senso di grandiosità,
la Val Torrone ha certamente qualcosa di severo, e selvaggio e arcano.
Volgendo le spalle si riesce sempre meglio a vedere, come in un gioco
di quinte, la successione delle quattro costiere sulle quali sono collocati
i passi già valicati.
La salita procede su un terreno un po’ più faticoso, perché
il sentiero serpeggia in una morena di terricico e piccoli massi. Giungiamo
così in una sorta di rande conca terminale, dove regnano il silenzio
ed un’atmosfera sospesa, irreale, misteriosa. È come se fossimo
alla fine del mondo. Perché non si immagina che possa esserci altro
mondo oltre quelle compatte e lisce pareti di granito, grigie e giallastre.
Ed invece una porta annuncia altro mondo. È il ben visibile passo
Cameraccio, ai piedi del pizzo Torrone orientale, sulla sua destra.
Per
raggiungerlo si taglia in diagonale un nevaio, che conduce proprio ai
suoi piedi. Il percorso non segue il canalino franoso di destra, pericoloso
per i sassi mobili, ma il sistema di placche e rocce sulla parte sinistra.
La salita è agevolata anche in questo caso dalle corde fisse, perché
ci sono alcuni punti impegnativi da superare, soprattutto per la scivolosità
di alcune rocce. L’ultimo tratto della salita si svolge proprio
a ridosso del fianco roccioso del pizzo Torrone orientale, ai piedi della
suo corrugato versante meridionale. Al termine della salita, un nevaietto
ci introduce ai 2950 metri del passo, il punto più alto toccato
dall’intero Sentiero Roma.
Ecco che si apre la sterminata Val
Cameraccio, dominata dal monte Pioda
(m. 3431), dietro il quale si scorge l'impressionante parete nord del
monte Disgrazia (m.
3678). Alla nostra sinistra, in primo piano, l’enorme e tormentata
parete orientale del pizzo Torrone orientale. Sul fondo, verso destra,
occhieggiano invece i Corni Bruciati, con l’inconfondibile colore
rossastro. La valle è davvero ampia, la più ampia, dopo
la Val Porcellizzo, fra quelle toccate dal Sentiero Roma. Mentre, però,
la Val Porcellizzo è ingentilita dal verde intenso dei pascoli,
ed anche maggiormente frequentata per la presenza del rifugio Gianetti,
qui domina la solitudine, una solitudine che quasi inquieta, o rapisce,
o tutte e due le cose insieme. Nelle
belle giornate la luce sembra rifrangersi da ogni lato in questo deserto
di granito, rincorrendosi di masso in masso e circondando da ogni lato
l’escursionista.
La prima parte della discesa dal passo avviene su nevaio, poi si attraversa
una grande placca bagnata, che richiede attenzione. Oltrepassata la placca,
se si conosce il sentiero, che nella parte alta è solo labile traccia,
ma anche procedendo a vista fra facili balze erbose, si può scendere
in Val
Cameraccio e quindi in Val di Mello.
La discesa, però, non è facilissima. Se ci trovassimo nella
necessità di scendere, teniamo il lato destro della valle, senza
allontanarci troppo dalla costiera del Cameraccio. Più in basso,
intorno a quota 2100, troviamo il sentiero che ci accompagna nella rimanente
discesa fino al fondo della Val di Mello, di cui la Val
Cameraccio costituisce
il grandioso anfiteatro terminale.
Torniamo al Sentiero Roma. Raggiunta una quota approssimativa di 2750
metri, comincia una traversata, con qualche saliscendi, su terreno morenico,
in direzione della morena posta al centro della valle. Raggiunta una zona
caratterizzata dalla presenza di grossi massi, troviamo, su uno di questi,
l’indicazione per il bivacco
Odello-Grandori: alcuni segnavia guidano nella salita al passo.
Ignorata
la deviazione, proseguiamo scendendo lungo una caratteristica grande placca,
raggiungendo la parte alta della morena. Qui ci attende l’ultimo
nato nella famiglia dei rifugi e bivacchi di Val Masino, il recentissimo
bivacco Kima, a 2700, inaugurato
nell’agosto del 2004, in occasione della celebre corsa in alta quota
denominata, appunto, Trofeo Kima.
Ottima idea, tenuto conto che un punto d’appoggio posto proprio
al centro di questa valle sterminata e solitaria è quando mai opportuno:
farsi cogliere dal maltempo qui, infatti, è una disavventura che
si può pagare assai cara. Fermiamoci qui, dunque, ad osservare
la testata della valle, costituita, da sinistra, dal pizzo Torrone orientale
(m. 3333, inconfondibile per la forma a punta di lancia con la quale si
stacca nettamente dal profilo delle altre cime), dal monte Sissone (m.
3331), dalla punta Baroni o cima settentrionale di Chiareggio (m. 3203),
dalle cime centrale e meridionale di Chiareggio (m. 3107 e 3093) e dal
monte Pioda (m. 3431), che ruba interamente la scena al monte Disgrazia.
Fra il monte Sissone, le cime di Chiareggio ed il monte Pioda si notano
anche tre evidenti depressioni. La più settentrionale, cioè
quella di sinistra, è denominata passo di Chiareggio (m. 3010),
mentre quella più meridionale, cioè più a destra,
è il più celebre e praticabile passo di Mello (m. 2992),
sul quale è posto il bivacco Odello-Grandori.
Salire
al passo dalla Val Cameraccio non è agevole, perché l’ultimo
tratto presenta passaggi esposti e non protetti, e non ci sono segnavia
che indichino il percorso migliore per attaccare il fronte roccioso che
precede il passo. La discesa in Val Sissone è altrettanto difficile,
per cui richiede attrezzatura adeguata e consolidata esperienza. Merita
un'attenta osservazione anche la lunga e compatta costiera Remoluzza-Arcanzo,
che separa la Val
Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa, e sulla quale
si colloca la bocchetta Roma. Vi si individuano, da sinistra, il pizzo
della Remoluzza (m. 2814), il pizzo di Averta (m. 2853), il pizzo Vicima
(m. 2687) e la cima d’Arcanzo (m. 2715). Altrettanto interessante,
anche se più ridotta, è la costiera che si va delineando
alle nostre spalle, cioè la costiera del Cameraccio: vi si distinguono,
proseguendo a sinistra dal passo Cameraccio, la punta Cameraccio (m. 3026),
le torri settentrionale, centrale e meridionale di Cameraccio (m. 2950,
2796 e 2838), la torre di Re Alberto (m. 2627) e la punta meridionale
del Cameraccio (m. 2741).
Riprendiamo, poi, il cammino, scendendo per un breve tratto la morena
e piegando a sinistra quando i segnavia, che nell’intera valle sono
abbondanti, lo segnalano. Scendiamo, così, ad una nuova e faticosa
fascia di grandi massi, passando leggermente a valle di un microlaghetto
alimentato dal piccolo ghiacciaio che si annida fra le pieghe del versante
meridionale del monte Pioda. Si tratta solo di una pozza un po' più
grande, direte; ma, considerato che è l'unico specchio d'acqua
che si incontra lungo l'intera traversata del Sentiero Roma, merita anch'essa
la giusta considerazione. Questo tratto è piuttosto faticoso, perché
ci dobbiamo districare con attenzione fra massi piuttosto grandi. La
stanchezza si fa sentire, ma non dobbiamo perdere la concentrazione, perché
qui scivolare e farsi male è facile, se non si è attenti.
Riprendiamo, poi, a salire, lungo il filo di una grande morena, raggiungendo
una nuova fascia di massi.
Superato un tratto pianeggiante, ci avviciniamo ad un primo nevaietto,
oltre il quale dobbiamo risalire una fascia di sfasciumi e placche, prima
dell’ultimo nevaietto che precede l’attacco della costiera
Remoulzza-Arcanzo. In quest’ultima parte della traversata si mostra,
come un grande e possente scivolo di granito che si restringe sulla cima,
il monte Pioda, elegante e possente.
Prima di raggiungere i 2898 metri della bocchetta Roma dobbiamo risalire
il fianco roccioso della costiera, superando passaggi non facili. Il primo
tratto della salita è il più impegnativo: corde fisse e
staffe sono necessarie per sormontare alcune grandi rocce. Siccome siamo
stanchi, ed abbiamo appena risalito un piccolo nevaio, l’attenzione
deve essere raddoppiata. Poi si sale con maggiore facilità, con
un primo traverso a destra, ed un secondo a sinistra. Qui la cautela deve
essere rivolta ad evitare di far cadere sassi, o di riceverne in testa:
è facile, infatti, farli partire, e poi diventano subito pericolosi
proiettili, soprattutto per chi si trova all’attacco della costiera
e, avendo la visuale coperta dai roccioni, non li vede arrivare.
Probabilmente questo è il punto nel quale si accusa la maggiore
stanchezza durante l’intero Sentiero Roma, perché,
una volta raggiunta la bocchetta Roma, avremo superato un dislivello in
altezza approssimativo di 1100 metri, camminando sempre in alta quota,
il che, data la minore concentrazione di ossigeno, aumenta lo sforzo.
Questi richiami alla cautela, dunque, hanno una loro ragion d’essere.
L’ultimo passaggio, anch’esso servito da corde fisse, richiede
attenzione, ma alla fine siamo alla bocchetta, presidiata da un grande
ometto, ben visibile anche a distanza.
La bocchetta è panoramicissima. Ad ovest sfilano tutte le valli
percorse dal sentiero, ad eccezione della Val Porcellizzo, che resta nascosta
dietro quella del Ferro: da sinistra abbiamo la valle dell’Oro,
quella del Ferro, la Val Qualido, la Valle di Zocca, un piccolo scorcio
della bassa Val Torrone e lo scenario immenso della Val
Cameraccio.
A nord, in primo piano, il monte Disgrazia, separato dal monte Pioda dalla
sella di Pioda. Ad est la corrugata costiera che separa la Valle di Preda
Rossa dalla Val Airale (questo è il nome dell’alta Val Torreggio,
in Valmalenco), sulla quale si trovano, da sinistra, la cima di Corna
Rossa (m. 3180), il passo di Corna Rossa (m. 2836), che dovremo superare
per completare il Sentiero Roma, ed i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114),
più volte evocati, ed ora presenti, come protagonisti, per la gioia
dei nostri occhi.
A
sud-est si apre l’alta Valle di Preda Rossa, dove si trova la meta
finale, il rifugio Ponti. Sul fondo, il fresco scenario della Val Gerola.
Siamo su un confine. Un confine cromatico e geologico. Abbiamo lasciato
il cosiddetto Plutone del Masino, vale a dire il regno del granito dalle
mille sfumature di grigio, di cui la Val Cameraccio costituisce l’ultima
apoteosi, ed entriamo in un nuovo regno, in cui, non fatichiamo a notarlo,
la tonalità dominante è il rosso. La denominazione stessa
della Valle nella quale scendiamo, “Preda Rossa”, significa,
appunto, “pietra rossa”. Il colosso che la domina, il monte
Disgrazia, appartiene già a questo regno, così come appartengono
ad esso gli altri colossi che si trovano ad oriente, nel cuore della Valmalenco.
La discesa verso il rifugio, non difficile e ben segnalata, avviene fra
grandi massi, descrivendo un arco che attraversa anche due piccoli nevai,
per poi perdere gradualmente quota puntando in direzione del rifugio.
Anche qui, nella parte alta, la stanchezza può giocare brutti scherzi,
perché ci dobbiamo muovere fra grandi massi, ed il pericolo di
scivolare è sempre in agguato. Dopo 6 ore di cammino dal rifugio
Allievi, eccoci, finalmente, al rifugio Ponti (m. 2559), dove possiamo
pernottare prima della sesta ed ultima giornata, che prevede la traversata
in Valmalenco per il passo di Corna Rossa e la discesa conclusiva a Chiesa
Valmalenco o a Torre S. Maria.
Se,
però, stiamo percorrendo la terza giornata della versione più
breve del sentiero, e non possiamo fermarci a dormire al rifugio, proseguiamo
nella discesa sul facile sentiero segnalato, che percorre il fianco nord-occidentale
(destro) dell’alta valle fra sassi e pascoli, scende ripido piegando
a sinistra alla piana di quota 2113 e prosegue nella discesa, fra radi
larici ed in uno scenario dominato dalla presenza imponente, sulla sinistra,
dei Corni Bruciati, fino alla stupenda piana di Preda Rossa (m. 1900).
Una perla, questa, un gioiello che regala le suggestioni più delicate
al tramonto, quando il torrente, che indugia quieto in pigre anse, sembra
voler trattenere, mesto, la luce del giorno. Poco sotto la piana giunge
una strada asfaltata costruita dall’Enel quando ancora, negli anni
Sessanta del secolo scorso, si progettava di utilizzarla per farne un
bacino idroelettrico. La strada è oggi chiusa al transito, soprattutto
perché, più in basso, ha un fondo molto sconnesso.
Essa raggiunge la bucolica piana della valle di Sasso Bisòlo (m.
1500), dove si trova anche il rifugio
Scotti, sulla destra, in fondo alla piana. Poi un sentiero conduce
alla località Valbiore (m. 1225), presso una grande frana, dove
si può lasciare l’automobile. Da
Valbiore una carrozzabile asfaltata riporta, infine, a Filorera ed a Cataeggio.
Secondo alcuni il Sentiero Roma termina qui, ma, nel progetto originario
e nella tradizione, manca un'ultima tappa, che conduce nel cuore della
Valmalenco. Per conoscerla, apri il racconto dell'itinerario
da effettuare per la traversata dalla Val Masino alla Valmalenco.
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