Uno scenario fra i più belli dell'arco alpino

 

 

 

Comune di
Val Masino

Clicca qui per aprire una panoramica della Val Porcellizzo vista dal passo del Barbacan
La Val Porcellizzo. Foto di M. Dei Cas

L'antiteatro della val Porcellizzo, visto dal passo Barbacan sud-est. Foto M. Dei Cas
La maggior parte dei turisti che visitano, nella bella stagione, la Val Màsino elegge come meta dell’ineludibile escursione la Val Porcellizzo ("val do porscelécc", termine che deriva dalla voce dialettale "pörscéll", maiale), valle che, a dispetto dell'etimo, è la più ampia e solenne fra le valli del gruppo del Màsino. Il rifugio Gianetti, sudata meta di una classicissima camminata, è posto proprio nel cuore del circo più alto di questa valle, al cospetto delle sue celeberrime cime, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, m. 3367), ma anche i pizzi Gemelli (m. 3223 e m. 3262), Porcellizzo (m. 3075) e della Bondasca (o pizzo del Ferro occidentale, m. 3267). La conoscenza della Val Màsino, dunque, per chi non vi fosse mai salito, può ben cominciare da qui.
Lasciata, all’altezza di Ardenno, la ss. 38 dello Stelvio, imbocchiamo la statale della Val Màsino, risalendola interamente e superando i centri di Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), fino al termine della strada, ai Bagni di Màsino (m. 1172). Si tratta di una località che unisce al grande valore naturalistico e paesistico, un notevole interesse storico: la sua sorgente di acque termali, che sgorgano alla temperatura costante di 38 gradi, era conosciuta fin dall’antichità, e conservò, nei secoli successivi, una notevole fama. Si riteneva, infatti, che tali acque avessero notevolissimi poteri terapeutici, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine. Questi luoghi furono, perciò, denominati anche “Bagni delle Signore”, in Lo Zucùn, che ci introduce allo splendido spettacolo dell'alta valle. Foto M. Dei Casquando molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità. Oggi quest’atmosfera romantica e un po’ surreale non esiste più: nella piena stagione quel che ci accoglie, salendo, dopo l’ultimo tornante, è una fitta teoria di automobili.Ci conviene, quindi, pagare la tariffa che consente di ricoverare il nostro mezzo nell’ampio piazzale compreso fra il vecchio ed il nuovo edificio dei Bagni, piazzale cui si accede dopo aver superato uno stretto ponte sul torrente Masino (èl fiöm).
Ammirate le imponenti conifere che regalano ombra preziosa al piazzale, incamminiamoci verso nord-ovest, lungo il sentiero che tuttavia, prima di un ponticello sul torrente, dobbiamo ben presto abbandonare: un cartello, infatti, segnala chiaramente che la prosecuzione del sentiero ci porta sull’itinerario per il rifugio Omio, mentre per la capanna
Gianetti dobbiamo deviare a destra ed attraversare un prato (il "cròt"), fino a trovare la partenza di una bella mulattiera. Nel primo tratto il fondo appare davvero elegante, lastricato com’è da grandi blocchi di granito, poi si fa più irregolare, salendo deciso, con diversi tornanti, in un fresco bosco, fino alla radura della Corte Vecchia ("préma casèra de porscelécc", m. 1405). Qui, anche in conseguenza dello spostamento d’aria prodotto da una rovinosa frana scesa nel 1977 dalla val Ligoncio, la fresca protezione delle piante termina, e per il rimanente percorso il sole(se la giornata è bella) accompagna, come presenza ingombrante, nei mesi più caldi, i nostri passi.
Salendo al rifugio Gianetti, ammiriamo la bellezza dei pizzi Badile e Cengalo. Foto M. Dei CasBen presto incontriamo due enormi massi, entro la cui stretta fessura il sentiero è costretto a passare. Si tratta di una porta stretta che ad uno dei pionieri dell’alpinismo di altri tempi, il conte Lurani, richiamò le suggestioni della storia greca: dal 1878, quindi, ebbe il nome di Termopili, che si può ancora leggere su uno dei massi, in caratteri dell’alfabeto greco (“Termopili” significa, in greco, “porte calde”). Superata una fascia di boscaglia disordinata, cominciamo a risalire faticosamente il fianco orientale della valle, fino a giungere nei pressi del solco della val Sione ("siùn"): qui il sentiero prende a destra e risale, con diversi tornanti, i pascoli della "rösa". Raggiunta la parte alta dei pascoli, in un tratto scalinato denominato "scäl de rösa", piega di nuovo a sinistra ed attraversare il corso d’acqua che scende dalla misteriosa e solitaria val Sione, il "fiöm de siùn" . Dopo abbondanti precipitazioni è difficile passarlo senza bagnarsi i piedi, ed in bassa stagione si può trovare ancora neve residua. Se guardiamo in alto, scorgeremo, in questo tratto, una singolarissima formazione rocciosa, dalla forma massiccia e squadrata, sul lato di sinistra della val Sione. Si sale ancora, alla volta di un secondo poggio, a quota 1849, con un grande ometto (l'omèt), prima dell’ultimo tratto che, stretto fra il torrente rabbioso, il "fiöm dò porsceléc'", ed alcune formazioni rocciose, introduce all’ampio e bellissimo pianoro detto “Zocùn”, cioè grande conca.
Questa conca ospitò un lago ora scomparso, prodotto dall’immane glaciazione del Quaternario, che modellò le formazioni rocciose spesso ardite ed incredibili del gruppo del Masino. Ora resta un pianoro in parte acquitrinoso, con la casera Porcellizzo, a quota 1899 metri, un luogo comunque di grande bellezza, soprattutto perché ci si può soffermare a godere della frescura offerta dalle rapide acque del torrente. Ma Ai primi di giugno una sublime solitudine ci attende al rifugio Gianetti. Foto M. Dei Casquel che vale veramente la pena di vedere sta in alto, e lascia letteralmente senza fiato.
Appare la testata della valle, armonica, ampia, maestosa, quasi perfetta, uno fra i gli spettacoli più belli dell’intero arco alpino. L’effetto di massimo impatto visivo si realizza quando il tramonto regala giochi cromatici di rara suggestione sugli spalti di granito delle cime della valle. Si ha la sensazione che il più sia fatto, ma in realtà il tratto più duro deve ancora essere affrontato, anche perché la stanchezza comincia a farsi sentire.Dobbiamo ora attraversare su un ponticello il torrente e cominciare a salire sul fianco orientale della valle, per vincere il salto roccioso che ci separa dal circo più alto. A quota 2200 circa la mulattiera lascia il posto ad una traccia di sentiero che di districa fra le balze dei pascoli e dei massi, puntando verso nord. La capanna, meta agognata, sembra prendersi beffa di noi: all'omèt, grande ometto sul sentiero, appare, ma poi scompare; sembra lì lì per essere raggiunta, ma poi si rivela ancora lontana. L’ultimo tratto, in particolare, può risultare scoraggiante: non la si vede più, e viene spontaneo chiedere a qualche escursionista che percorre il tratto di ritorno: “Manca ancora molto alla Gianetti?”
No, non manca molto: seguendo i segnavia, improvvisamente ce la vediamo comparire davanti, adesso veramente vicina, dopo circa tre ore e mezza di cammino e 1370 metri di dislivello superati.
Il rifugio Gianetti venne costruito, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita La Val Porcellizzo vista dal passo di Barbacan. Foto di M. Dei Casnel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino.
Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì), circondato dal Pizzo Cengalo (caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante e dal prominente spigolo Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra. Nel cuore della stagione estiva troveremo al rifugio un notevole affollamento. Consiglio, però, di venire qui ai primi di giugno, quando magari c’è ancora un po’ di neve: in un giorno feriale non vedremo, probabilmente, altro essere vivente nello sterminato arco della valle, ci sentiremo fasciati da una solitudine e da un silenzio che, forse, ci riconcilierà con noi stessi e con il mondo.
Diverse sono le possibilità di prosecuzione dell’escursione, se non vogliamo tornare per la via di salita. In una sola giornata si può puntare al passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") sud-est, per accedere alla valle dell’Oro e raggiungere il rifugio Omio, dal quale scendere, per comodo sentiero, di nuovo ai Bagni. I pizzi Badile, Cengalo e Gemelli visti dal Sentiero Roma che si dirige verso il passo Camerozzo. Foto M. Dei CasSi tratta di una traversata classicissima, di grande soddisfazione, anche se comporta una fatica considerevole: il dislivello complessivo, infatti, sale a 1450 metri, e le ore necessarie per completare l’anello sono circa 7-8 (ma possiamo sempre fermarci a dormire in uno dei due rifugi).
Il primo tratto della traversata avviene su un segmento del Sentiero Roma, che attraversa, verso sud-ovest, il lato occidentale della valle, al cospetto del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') e delle meno pronunciate cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto). Poi, in corrispondenza di un grande masso, il Sentiero Roma ci lascia per salire al passo del Barbacan settentrionale, mentre noi proseguiamo sul sentiero Risari (bolli giallo-rossi), che ci porta ben presto ad uno stretto canalino, che dobbiamo risalire per superare uno sperone roccioso.
Poi, dopo un ultimo tratto che attraversa il piede di un canalone che scende dal crinale che separa la Val Porcellizzo dalla val Codera (si tratta del canalone sfruttato dalla maggior parte degli escursionisti che, percorrendo il Sentiero Roma, scendono in Val Porcellizzo; attenzione, quindi, perché questi spesso, incautamente, mettono in movimento sassi mobili che si trasformano in pericolosi proiettili), eccoci all’attacco della costiera del Barbacan, su un intaglio della quale è posto il passo che dobbiamo valicare. Sfruttando cenge esposte ed aiutandoci con le corde fisse (attenzione, soprattutto in presenza di qualche residuo nevaio che, dopo inverni di abbondanti nevicate, può annidarsi qui anche a stagione avanzata), raggiungiamo, alla fine, i 2620 metri del passo, dove ci attende una piccola targa che reca incisa l’immagine di una Madonnina. Grandioso è il duplice panorama di cui possiamo godere da qui: alle nostre spalle la Uno scorcio della valle, con il pizzo Badile, visto dal passo Camerozzo. Foto M. Dei Casvisuale dell’intera Val Porcellizzo, immensa, bellissima; davanti a noi le valli dell’Oro e Ligoncio, unite in un unico e maestoso anfiteatro, che gareggia, in bellezza, con quello che stiamo per lasciare.
La discesa dal passo verso la valle dell’Oro avviene su un sentiero che punta dapprima a sinistra, poi piega a destra, fino ad un ultimo canalino che richiede ancora attenzione (anche qui le corde fisse ci aiutano parecchio). Poi, l’ultima e tranquilla traversata, verso sud, in direzione del piccolo ma già ben visibile rifugio Omio (m. 2100), osservando la testata della valle, meno imponente ma non meno interessante di quella della Val Porcellizzo.
Al termine di una giornata limpida potremo tornare ai Bagni spossati, ma segnati indelebilmente da immagini che ci accompagneranno come una consolazione di grande valore nelle giornate meno luminose della nostra esistenza.
La Val Porcellizzo. Foto di M. Dei Cas

 

Difficoltà
/
Dislivello
/
Tempo
/



(una versione Powerpoint della suddetta relazione è
disponibile richiedendola via e-mail all'autore)

- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Torna alla pagina iniziale del sito
Torna al settore corrente...
Ultima Modifica: Martedì, 28 Agosto, 2007

--- Waltellina.com 2000,2007 - All Right Reserved ---




eXTReMe Tracker