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Spettacolare scenario dove trionfa il granito

 

 

 

Comune di
Val Masino

La Valle di Zocca. Foto di M. Dei Cas

Il torrente della valle di Zocca sbuca, improvviso e rabbioso, da una gola della valle. Foto M. Dei Cas
Uno dei più famosi alpinisti italiani, Walter Bonatti, ha definito la Val Màsino l’università dell’alpinismo. Se così è, la Valle di Zocca ("val da zòca") è sicuramente la sua aula magna, lo spazio più prestigioso e solenne, dove si tengono le lezioni più importanti. Si tratta, infatti, della valle degli alpinisti per eccellenza, tanto numerose ed eleganti sono le possibilità di scalata che essa offre, su pareti e vette divenute anch’esse assai conosciute, la cima di Zocca, la punta Allievi, la Cima di Castello ("castèl"), la punta Ràsica, il pizzo Torrone occidentale. È, però, anche la valle degli escursionisti, sia di quelli che la eleggono a meta ideale di un’uscita in Val di Mello ("val da mèl"), sia di quelli che ne fanno una tappa nel cammino del Sentiero Roma. Non c’era bisogno, per la verità, di un così ampio preambolo per invitare gli amanti dell’escursionismo a visitarla, ma è giusto sottolineare i diversi motivi di interesse che la valle regina fra le laterali settentrionali della Val di Mello ("val da mèl") offre.
Raggiungiamo dunque, staccandoci dalla ss 38 all’altezza di Ardenno e percorrendo la statale di Val Màsino, il paese di San Martino ("san martìn"), per poi addentrarci in Val di Mello ("val da mèl"), fino al parcheggio (che nei finesettimana estivi e, dalla seconda metà di luglio fino alla fine di agosto, per l’intera settimana è raggiungibile solo a piedi o con il servizio di bus-navetta). Dal parcheggio incamminiamoci sul largo sentiero che si addentra nella valle, ignoriamo una prima deviazione a sinistra per la val Qualido e raggiungiamo le baite della Cascina Piana (m. 1092). Sempre rimanendo sul lato sinistro (per noi) della valle, proseguiamo fino ad incontrare, su un grande masso, la segnalazione del sentiero che si stacca sulla sinistra da quello principale e comincia a salire in Valle di Zocca. Un tratto di sentiero che sale in valle, con un'elegante scalinatura. Foto M. Dei CasSi tratta di una salita piuttosto faticosa, che non concede molti momenti di respiro, ma che, avvenendo in buona parte all’ombra degli alberi, non è resa più gravosa dalla calura estiva. Per un buon tratto rimaniamo sulla parte sinistra (sempre per noi) della valle; poi, sfruttando un bel ponte in legno che da qualche anno ha sostituito il precedente, passiamo sul lato opposto, ammirando l’aspetto selvaggio e suggestivo del torrente Zocca che, in questo punto (a 1500 metri circa), si precipita rabbiosamente verso il fondovalle, rinnovando la sua millenaria aggressione ai grandi massi di granito che ne costellano il letto.
La fatica della salita è ripagata dalla bellezza del sentiero, che, con un ottimo recente lavoro di risistemazione, è stato per lunghi tratti scalinato, il che attenua di molto i disagi per la pendenza spesso severa. Anche la bellezza dei luoghi contribuisce a risollevare lo spirito fiaccato dalle lamentele del corpo: guadagniamo quota, infatti, all’ombra di un bellissimo bosco di larici, fra le cui fronde, ad un certo punto, occhieggia la cima o punta di Zocca, che, pur non essendo, con i suoi 3147 metri, la più alta e neppure la più celebre vetta della testata della valle, si è meritata, anche per l’imponenza e la possanza del suo profilo, il privilegio legare il suo nome a quello della valle stessa. A 1725 metri incontriamo, qualche decina di metri a lato del sentiero, la casera di Zocca. Poi il sentiero esce dal bosco ed affonda un lungo traverso che taglia il fianco orientale della valle, in direzione nord-ovest, avvicinandosi ad una strozzatura che introduce alla piana terminale della valle, detta Pianone (m. 2070). La monumentale punta di Zocca, vista dal Pianone. Foto M. Dei CasPrima di entrare nella piana oltrepassiamo un crocifisso, il "crusùn", posto a memoria dell'alpinista Agostino Parravicini, morto sullo spigolo sud del pizzo di Zocca nel 1935. Poi, ecco la conca naturale, dove il torrente si concede una pigra sosta ed un caléc spartano lascia intuire quanto fosse dura la vita di chi caricava questi monti nel periodo estivo. Una conca, in dialetto “zocùn”: ecco la ragione del nome della valle.
Attraversiamo la piana, rimanendo sul suo lato sinistro (per noi) e, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, ritroviamo il sentiero che, superata una fascia disseminata di massi, riprende a salire per vincere l’ultimo grande gradone roccioso che ci separa dagli ultimi pascoli dell’alta valle, dove sono collocati i rifugi Allievi e Bonacossa ("capàna da zòca"). Ma prima di affrontare gli ultimi sforzi, fermiamoci ad ammirare la testata della valle, che dalla piana mostra già la sua splendida imponenza: già si vedono la punta Allievi, dall’elegante profilo (m. 3121), la Cima di Castello ("castèl", m. 3392, la più alta vetta del gruppo del Màsino) e la punta Rasica ("rèsga", m. 3305, così denominata per la forma del suo crinale di vetta, che richiama quella di una sega), ma è sempre, alla loro sinistra, il torrione di Zocca ad imporsi per gli impressionanti bastioni di granito che culminano nell’affilato profilo della vetta.
Dalla piana ai rifugi ci vogliono circa altri tre quarti d’ora di cammino: poi, superato un valloncello, eccoci giunti alla meta, a m 2395. Siamo in cammino da tre ore e mezza-quattro, ed abbiamo superato un dislivello di oltre 1350 metri. Se però abbiamo ancora energie residue, ci conviene concederci una pausa, per poi riprendere il cammino. La pausa ci permette anche di scoprire un altro protagonista della valle, che si mostra, un po’ defilato, sull’estremità di destra della testata: si tratta del pizzo Torrone occidentale (m. 3351), che ha la curiosa caratteristica di essere costituito da un massiccio basamento di granito sul quale pare poggiata una punta che, vista da qui, appare sfuggente e quasi insignificante. I rifugi Allievi e Bonacossa, rovinati da una grande slavina. Foto di M. Dei Cas
Di nuovo in cammino, dunque. Ma verso dove? La soluzione meno faticosa per chiudere un elegante anello, percorrendo anche un pezzo del Sentiero Roma, è quella di muovere in direzione sud-est, verso il Passo di val Torrone ("pas dò turùn", m. 2518), per poi scendere nella valle omonima e, di qui, tornare al fondovalle. Seguendo una traccia e, laddove è meno evidente, i segnavia, cominciamo a guadagnare, con molta gradualità e con qualche saliscendi, quota, fino ad un incantevole pianoro panoramico, posto sul limite orientale della valle. Non dimentichiamoci, durante il cammino, di volgere lo sguardo verso nord e verso ovest, per gustare le forme diverse ma sempre impressionanti ed imponenti che le cime della valle assumono: siamo nel paradiso dell’alpinismo, e quasi ogni parete è, qui legata alla sua storia. Il passo lo troviamo proprio dove non ce l’aspetteremmo, perché è costituito da un canalone che, dal pianoro, scende agli ultimi pascoli della Val Torrone ("val do turùn"). Il primo tratto della discesa richiede attenzione, perché dobbiamo superare alcune roccette insidiose, anche se le corde fisse ci permettono di muoverci in sicurezza. Poi la nostra attenzione deve essere concentrata soprattutto nell’evitare di far rotolare qualche sasso su chi può trovarsi sotto di noi. Raggiungiamo così l’alta Val Torrone, e dobbiamo lasciare il sentiero Roma per scendere ad intercettare quello che sale dalla Val di Mello ("val da mèl"). Per farlo, toccati i primi pascoli cominciamo a scendere. A vista, su un facile e poco pronunciato dosso, fra erbe e massi, evitando di portarci troppo a sinistra o di scendere in qualche valloncello. Alla fine, intorno a quota 2100, scorgeremo di nuovo i segnavia rosso-bianco-rossi, e troveremo la traccia che scende verso la casera Torrone (m. 1996). Superata una breve fascia di fastidiosi ontani, lasciamo i pascoli della valle (non prima di averne ammirata la suggestiva ed armonica testata, costituita dai tre pizzi Torrone, occidentale, centrale ed orientale), entriamo in un boschetto per poi uscire alla sommità di un canalone di sfasciumi e magre erbe. La successiva discesa verso la Val di Mello ("val da mèl") avviene senza ulteriori problemi. L'elegante punta Allievi. Foto M. Dei CasAlla fine intercettiamo il sentiero che percorre la valle per salire in val Cameraccio; percorrendolo verso destra, torniamo al parcheggio.
Una seconda possibilità che ci si offre dai rifugi è quella di percorrere un tratto del Sentiero Roma in senso opposto, cioè verso la val Qualido. Anche in questo caso potremo chiudere un interessante anello. Lasciamo dunque i rifugi e, superato il vallone della Zocca, cominciamo ad abbassarci di circa centocinquanta metri, prima di attaccare l’affilato sperone che dalla cima di Zocca scende verso sud-est. Riprendendo a salire, ne raggiungiamo proprio il filo, con qualche passaggio aereo servito da corde fisse. Ci portiamo, quindi, a luoghi più tranquilli e, attraversato un torrentello, saliamo ad un pianoro disseminato di grandi massi: qui dobbiamo stare attenti a non perdere la traccia, seguendo con attenzione i segnavia. In ogni caso, sulla costiera Zocca-Qualido l’attacco e abbastanza visibile, perché si trova alla destra di un evidente canalino occupato da grandi massi. L’impressione è che si debba salire di lì; invece il punto di partenza per la salita è più a destra, il che permette di evitare i rischi connessi con i sassi mobili. E’ possibile trovare anche a stagione avanzata, salendo, un nevaietto, superato il quale affrontiamo, sfruttando una stretta cengia, sempre assistiti dalle corde fisse, un tratto di roccia, prima di sbucare nella parte alta della costiera, dove ritroviamo la traccia del sentiero, stretta e un po’ esposta, ma, in assenza di neve, abbastanza sicura. Proseguendo verso sinistra (sud) sbuchiamo, dopo una breve salita, proprio nei passi del bellissimo passo dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2540), stretta porta nella rocciosa costiera, dalla quale un ultimo sguardo sulla testata della Valle di Zocca ci permette di coglierla, forse, nella prospettiva più bella. La cima di Castello, che sbuca in fondo al vallone omonimo, e la caratteristica punta Ràsica. Foto di M. Dei CasSi tratta ora di scendere, incontrando subito il passaggio più delicato dell’escursione: per superare le roccette più alte del canalino che porta in val Qualido, infatti, dobbiamo compiere qualche studiato movimento, per raggiungere una staffa infissa nella roccia: in questo punto non manchiamo di assicurarci alle corde fisse (quando percorriamo il Sentiero Roma, dobbiamo sempre essere attrezzati con imbracatura e moschettoni). Si tratta di pochi sudati metri, poi si scende tranquillamente, con qualche zig-zag su un terreno un po’ scivoloso, fino ai grandi massi dell’alta val Qualido. Qui lasciamo il Sentiero Roma e scendiamo, a vista, verso sud, puntando al ben visibile sperone che, più in basso, divide la valle di due rami. Dopo un centinaio di metri troviamo anche i segnavia rosso-bianco-rossi. Non c’è una vera e propria traccia di sentiero, ma la discesa non è difficile: superata la fascia di massi, scendiamo su dossi erbosi. Fino alla sella sottostante allo sperone. Ora dobbiamo proseguire verso destra, su un sentiero visibile, fino alla sommità di un’insidiosa fascia di roccette un po’ esposte e non servite da corde fisse. Se le rocce sono bagnate o è piovuto molto di recente, dobbiamo prestare estrema attenzione. Superate le rocce, giungiamo ad un pianoro erboso. Il sentiero prosegue tagliando il lato orientale della valle (attenzione a non perderlo), attraversando un boschetto, tagliando con alcuni tornanti (bellissimo, anche se un po’ esposto, questo tratto!) un’enorme placca rocciosa e proseguendo, spedito, fino al fondovalle. Alla fine intercettiamo la mulattiera della Val di Mello: percorrendola verso destra, in breve siamo di nuovo al parcheggio. Menzioniamo, per concludere, una terza possibilità che si offre a chi raggiunga i rifugi Allievi e Bonacossa: la salita al passo di Zocca (pas da zòca, m. 2749), su labile traccia di sentiero e senza segnavia.

Difficoltà
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Dislivello
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Tempo
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- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

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