
Accenti le casse se vuoi ascoltare il concerto di campane
domenicali della chiesa di S. Giorgio di Cino.
La Costiera dei Cech, ampio versante settentrionale che accoglie chi
entra in Valtellina, presenta la caratteristica di ospitare alcuni paesi
che si affacciano al fondovalle da terrazzi panoramici di mezza costa:
da occidente, Cino, Cercino, Mello e Civo. Paesi la cui collocazione
rimanda all’alto medio-evo, quando il fondovalle, paludoso, era
assai meno ospitale e salubre di quanto divenne in epoca molto più
vicina a noi, dopo la bonifica della piana dell’Adda voluta dal
governo Asburgico.
Cino (“Scin”) è il più occidentale di questi
paesi, e la sua esistenza è attestata fin dall’epoca della
dominazione franca nell’Italia settentrionale, quella dominazione
cui si deve la denominazione “Cech”, se, come è possibile,
esso deriva, appunto, da Franchi, da quei Franchi che, calati dal passo
dello Spluga per combattere i Longobardi sul finire del VIII secolo,
qui si insediarono. In un atto di vendita, firmato dal vassallo imperiale
franco Goteprando, compare, infatti, il toponimo “Cexini”
(864); qualche secolo dopo, nel 1335, gli Statuti di Como lo menzionano
con l’espressione “comune loci de Zizino”.
Nel
basso medio-evo apparteneva alla squadra di Traona (comprendente la
parte settentrionale della bassa Valtellina) ed alla pieve di Olonio,
dalla quale, però, si staccò, costituendosi in parrocchia
autonoma, nel 1417. Venne visitato, sul finire del secolo successivo
(1589) dal vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda,
nella sua visita pastorale in Valtellina, che vi trovò 100 fuochi
(possiamo stimare, all’incirca, 500 anime). 509 sono gli abitanti
registrati nel 1624, quando già era scoppiata la terribile Guerra
dei Trent’anni, destinata a segnare indelebilmente la storia dell’intera
Valtellina.
Nel 1929-30, infatti, le milizie dei Lanzichenecchi, concentrate allo
sbocco della Valchiavenna in attesa di passare nel Milanese, si sparsero,
predando e non risparmiando violenze alla popolazione, in buona parte
della valle, causando una tremenda epidemia di peste, che ne ridusse
la popolazione alla metà, ed anche meno. I paesi della Costiera
dei Cech, Cino compreso, furono fra i primi ad essere investiti, per
la loro vicinanza e facile accessibilità. Alla peste seguirono
decenni di crisi economica, che indussero buona parte della popolazione
dell’intera Costiera ad emigrare, soprattutto verso Roma (conservando,
però, nei secoli successivi, fino ad oggi, un forte legame con
la terra d’origine, concretizzatosi nell’omaggio di quei
preziosi arredi sacri che conferiscono ancora oggi alle chiese dei Cech
una particolare bellezza, e nel ritorno periodico ad essa, per cui risuona,
nel periodo estivo, accanto a quello del dialetto locale, l’inconfondibile
accento romanesco) .
Solo nel Settecento cominciò una lenta ripresa, ma ancora sul
finire di questo secolo la popolazione non aveva recuperato i livelli
dell’inizio del Seicento: a Cino vivevano, nel 1797, 459 abitanti.
Poi venne Napoleone, che ridisegnò buona parte della carta geopolitica
dell’Europa: nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina,
del maggio del 1801, Cino figurava come uno dei settanta comuni del
III distretto di Sondrio, nel dipartimento del Lario. Alla Repubblica
Cisalpina si sostituì, ben presto, il Regno d’Italia, e
Cino, come comune di III classe, con 435 abitanti, fu incluso nel V
cantone di Morbegno (1805). Cadde Napoleone, lasciando al meditabondo
Manzoni dubbi sulla sua vera gloria; certo è che all’egemonia
francese subentrò, dopo il Congresso di Vienna, il dominio
austriaco:
nel 1815 Cino, che contava 410 abitanti, figurava come comune aggregato,
insieme a Monastero e Mantello, al comune principale di Dubino.
A metà del medesimo secolo, e precisamente nel 1853, Cino tornò
ad essere comune autonomo, con convocato generale e con una popolazione
di 542 abitanti, nel III distretto di Morbegno. La popolazione aumentò,
progressivamente, nei decenni successivi e nella prima metà del
secolo XIX, tornando, però, a scendere nel secondo dopo-guerra,
a causa di quell’inesorabile e triste movimento di abbandono dei
paesi di mezza montagna e delle valli collaterali causato dall’emigrazione
o dall’insediamento nei paesi del fondovalle. Nel 2005 Cino contava
solo 354 abitanti, poco più della metà di quelli che vi
erano insediati quattro secoli prima.
All’origine dello spopolamento sta una causa economica, la redditività
sempre più scarsa delle attività dell’agricoltura
e dell’allevamento, che erano state la sostanza, nei secoli, della
vita di questo paese, scandita, nei diversi momenti dell’anno,
dalle necessità della terra: d’inverno si stava nel paese,
in primavera ed in autunno si scendeva ai bei terrazzamenti sui quali
erano disposte le viti, d’estate si salita alle alte quote degli
alpeggi, seguiti da parroci a maestri, che offrivano sostegno all’anima
ed alla mente.
Un legame saldissimo con la terra, dunque, nonostante il Guler von Weineck,
governatore grigione nel biennio 1587-88, descrivesse, con questi termini
laconici ed un po’ tristi, il suo territorio: “Cino sta
a mille passi da Mantello, ma in montagna e precisamente sul medesimo
ripiano dove poc’anzi si è detto sorgere Cercino, sebbene
a ponente di questo. Il territorio è assai più arido e
sterile che quello di Cercino”. Vero è che la configurazione
montana del territorio di Cino non era fra le più felici per
la pratica dell’allevamento, data la scarsità di pascoli,
che indusse i suoi intraprendenti abitanti, con moto analogo a quelli
di Mello, a cercarli anche a parecchia distanza da esso, in Valchiavenna
ed in Val Masino.
Un
episodio può dirci molto, su questa fame di alpeggi: Cino possedeva,
in passato, il più bell’altar maggiore, in legno, dell’intera
Costiera dei Cech. Lo chiesero gli abitanti di Mello, per ornare la
chiesa di S. Giovanni di Bioggio, centro spirituale dei Cech, cui convenivano,
fino a qualche decennio fa, i devoti da tutti i paesi della Costiera
nella giornata di inizio maggio dedicata alle solenni rogazioni al Signore,
perché la stagione fosse propizia. Ebbene, l’altare fu
concesso e trasportato a S. Giovanni, ma in cambio Cino ebbe, da Mello
(al cui territorio apparteneva, fino alla fine del Settecento, l’intera
Val Masino), gli alpeggi dell’Oro, nella Valle dei Bagni di Masino,
di Romilla e di Témola, in Val di Mello. Teniamo presente, per
capire meglio il nesso fra questi due comuni, che sono gli unici, nella
Costiera dei Cech, a non avere uno sbocco sul fondovalle, e ad essere,
di conseguenza, interamente legati, nella loro economia, alle attività
di media ed alta montagna.
Il territorio di Cino, infatti, è delimitato, a sud, da quello
di Mantello (il confine corre, da est ad ovest, lungo la fascia dei
400 metri, o poco sotto), mentre a monte del paese si allarga, verso
est e verso ovest, salendo fino al crinale che separa i Cech dalla Valle
dei Ratti, e comprendendo i maggenghi dei Prati dell’O, ad ovest
(m. 1226) e di Nestrelli, ad est (m. 1178). Più in alto, sul
lato occidentale, troviamo lo splendido e panoramicissimo alpeggio della
Bassetta (m. 1635), che culmina nell’omonima elevazione (monte
Bassetta, m. 1746). Procedendo verso est, incontriamo il passo del Culmine
(m. 1818), importantissima porta di transito dai Cech alla Val Codogno,
in Valle dei
Ratti,
e la cima della Brusada (monte Brüsada, m. 2143, punto di massima
elevazione del territorio comunale), che guarda, a sud-est, all’alpe
omonima, già, però, in territorio di Cercino. Dalla cima
della Brusada il confine scende, quasi diritto, verso sud, passando
ad est dei prati Nestrelli e poco ad ovest della frazione di Siro (comune
di Cercino), prima di prendere, come già detto, intorno ai 400
metri, un andamento est-ovest. Dal versante montuoso scendono al paese
tre valloni principali: da ovest, la valle dei Mulini, denominata così
perché le sue acque erano sfruttate per macinare grano e frumento,
la val Maronara e la val Chignolo.
Cino, nella stagione estiva, presenta ancora oggi una certa animazione,
che si spegne, di molto, nella malinconia delle luci più tenui
e delicate delle rimanenti stagioni. Non così in passato. Immaginiamo
un salto all’indietro di circa mezzo secolo.
Immaginiamo una sera di primavera inoltrata, di quel maggio che diffonde,
intenso, il profumo dell’erba nelle campagne e fra le case. Immaginiamo,
dopo i rintocchi dell’Ave Maria, le famiglie raccogliersi, e le
ragazze cenare con i genitori, e restare in casa, dopo cena, per quelle
quiete cose che scandiscono lo scampolo della giornata, dalla serata
al sonno. Immaginiamo di percorrere le vie del paese, che si animano
di baldi giovanotti che strisciano, quasi, furtivi, di casa in casa.
Le porte non sono chiuse, solo accostate. Scelgono la loro casa, ne
socchiudono, solo per un breve spiraglio, l’uscio, restando fuori,
nascosti. Camuffano la voce con le palme delle mani congiunte ed appoggiate
alle labbra, lanciano, verso l’interno della casa, dove sta la
ragazza che le deve raccogliere, brevi frasi, apprezzamenti, avvertimenti,
pettegolezzi taglienti. Ride, la ragazza, o si inquieta, ma non si muovere,
né si muove alcun altro
componente
della famiglia: questo vuole, infatti, l’antichissimo rito ludico
del “talamonare”, a cui nessuna ragazza sfugge, fin quando
non “si parla” con un giovanotto, che comincia a venire
in casa, a frequentarla ufficialmente.
Ecco, questo talamonare, come tante altre gustose cose del passato,
si è perso. Rimane, a Cino, il sottile incanto di un paese sospeso
in un tempo che, come l’uscio delle case, è solo socchiuso
agli spiragli del futuro. Se vogliamo gustarlo, dobbiamo portarci a
Mantello, sulla strada provinciale pedemontana orobica che congiunge
Dubino a Morbegno (lo possiamo fare, se proveniamo da Milano, staccandoci
dalla ss. 38 dello Stelvio, subito dopo l’uscita dalla tangenziale,
a Rògolo, sulla sinistra, verso nord, imboccando la strada che
porta al nuovo ponte sull’Adda a Mantello, oppure, più
avanti, e sempre sulla sinistra, poco dopo la stazione ferroviaria di
Cosio Valtellino, imboccando la strada che porta a Traona, dove si prende
a sinistra, raggiungendo Mantello).
Da Mantello parte la strada che sale, con ampi tornanti e qualche strettoia,
a Cino (504 m., a 3,5 km da Mantello). Ci accoglie l’orgoglioso
profilo della chiesa di S. Giorgio, che si staglia contro il cielo di
ponente. Dal sagrato antistante all’ingresso, volto a levante,
possiamo ammirare il dipinto che celebra la vittoria del santo contro
il drago, simbolo delle forze del male. Fra tutti gli edifici sacri
della Costiera dei Cech, questa chiesa spicca per bellezza e visibilità
dal fondovalle. La sua origine è almeno quattrocentesca, ma venne
poi radicalmente rifatta nei successivi secoli XVII e XVIII, per essere
consacrata, infine, nel 1780. Bellissimo, poi, il panorama che si apre
dal suo sagrato, sulla bassa Valtellina e sul versante orobico, quello
dei Maròch, da sempre divisi, per fiera rivalità, dai
Cech. Indugiando sul sagrato, ci capiterà, forse, in una giornata
festiva, di sentire il suono delle campane, fra le più belle
dei Cech. Passaggiando, poi, fra le vie del paese vedremo ancora molte
testimonianze della tipica architettura contadina, con i ballatoi in
legno sospesi fra ombre e squarci di luce.