MAGHI E STREGONI

La versione maschile dei servi del male ( leggende )
Testi a cura di M. Dei Cas

La chiesa parrocchiale di Castione. Foto di M.  Dei Cas Ci sono le streghe e ci sono gli stregoni. Un po’ più rari, questi ultimi, ma anche loro, insieme ai maghi, assoldati nell’esercito del male. Non sono numerose le leggende che li vedono protagonisti, ma qualcuna val la pena di raccontarla.
In bassa valle è abbastanza nota la storia dell’”om cui pè de caval”, l’uomo con i piedi da cavallo, raccontata da Renzo Passerini nel numero di febbraio 1995 del Gazetin. L’ambientazione è rappresentata dai boschi del Culmine di Dazio, o Colmen, la caratteristica formazione montuosa che interrompe l’andamento regolare della media Valtellina da Castione ad Ardenno, imponendo alla valle una doppia curva ad “s” fra Ardenno e Talamona e segnando il confine fra media e bassa Valtellina. Viveva qui, in un tempo di cui appena si conserva la memoria, un uomo che aveva avuto in sorte, al posto dei piedi, un paio di grossi zoccoli in tutto e per tutto identici a quelli dei cavalli. Con estremità di quel genere, non c’era calzatura che potesse indossare, per cui era costretto ad andarsene in giro mostrando quei rumorosi e comici zoccoli. In breve era diventato lo zimbello di tutti, e ciò l’aveva indotto a nascondersi nei boschi, a fuggire la gente.
La solitudine l’aveva inselvatichito ed incattivito. Si era fatto anche brutto a vedersi, ricoperto di un pelo ispido e di una barba incolta. Alla fine, per tutti fu semplicemente lo stregone. Uno stregone cattivo, che lanciava occhiatacce sinistre a chiunque si imbattesse sul suo cammino, e che si aggirava, senza fissa dimora, non solo nei boschi della Colmen, ma anche in quelli sopra Dazio e nella Valle di Spluga, la bellissima e selvaggia valle che si apre sopra Cevo, all’ingresso della Val Masino. Aveva preso di mira soprattutto le donne, probabilmente per il risentimento che nutriva nei loro confronti, lui che, a causa dell’aspetto, non ne aveva mai trovata una che l’avesse degnato di uno sguardo. Si appostava, quindi, per cercare di sorprenderne qualcuna sola, e la spaventava con parole e scherzi volgari, scurrili. Ben presto divenne il terrore del gentil sesso in tutta la zona.
D’estate, in particolare, imperversava negli alpeggi della Valle di Spluga, all’alpe Cavislone, all’alpe Desenigo ed a quella di Spluga, prendendo di mira ragazze e donne che, da Biolo, Piazzalunga e Cevo vi si recavano, soprattutto alla fine della stagione, quando dovevano andare in cerca delle capre, per recuperarle. Non se ne poteva più.
Per porre fine a questo tormento, alcune donne decisero di recarsi da un santo eremita, che da molti anni viveva di rinunce e preghiere al “Purscelin”, la località Porcellino, posta e mezza costa sul fianco meridionale della Colmen. Lo trovarono intento alla preghiera, e non osarono rivolgergli la parola prima che l’avesse terminata. Esposero, quindi, il motivo della loro angoscia. Il santo eremita stette qualche istante come immerso in una profonda meditazione, poi disse: “L’uomo con il quale avete a che fare non è un uomo comune, ma si è votato al male e la sua anima è del Maligno. Non potrete liberarvi di lui se non con la forza della fede, e per farlo dovrete recitare un rosario quando passerete nei luoghi dove può sorprendervi. E se lo vedrete, gli mostrerete la corona ed il crocifisso che porterete sempre con voi. In questo modo non potrà farvi alcun male”.
Così fecero. Armate di corona e crocifisso, salirono agli alpeggi, attendendo lo stregone con i piedi di cavallo. Quando costui balzò fuori per oltraggiare una di loro, che, recitando Ave Marie, saliva su una balza alla ricerca delle sue capre, costei gli mostrò corona e crocifisso, che teneva nell’una e nell’altra mano. L’effetto fu immediato: come folgorato, lo stregone fu scosso da un tremito, indietreggiò, bestemmiò, fuggì nel cuore dei boschi, che parvero inghiottirlo. Da allora, infatti, non fu più visto.
In segno di ringraziamento fu allora edificata, nei pressi del Ponte del Baffo, in Val Masino, ad un tornante della strada che sale da questa località a Cevo, una cappelletta. Il timore dello stregone si conservò per molto tempo, e, con esso, la consuetudine, ancora viva fra le donne fino a non molto tempo fa, di recitare il rosario alla cappelletta e di salire agli alpeggi della Valle di Spluga con il rosario a portata di mano.
Se misera fu la fine dello stregone della Colmen, ben diversa fu la vicenda del mago di Carona. Costui era un uomo dall’aspetto assai distinto, che da Carona, piccolo centro di mezza montagna sul limite orientale della catena orobica, scese, un giorno, al piano, incamminandosi verso Chiuro. Giunse in paese, accompagnato dagli sguardi dei molti curiosi che si domandavano chi fosse mai quell’individuo che non si era mai visto da quelle parti.
Chiese, allora, alle persone che incontrava dove potesse trovare un alloggio per riposare quella notte. Nessuno, però, forse per diffidenza, forse per timore, forse per indifferenza, gli rispose. Bussò, poi, a diverse porte, ma anche questa volta senza esito. Alcuni finsero di non sentire, altri opposero un iniquo rifiuto: così racconta la leggenda, riportata nella raccolta “Storie e leggende dei nostri paesi” del 1976, curata da Armida Bombardieri e dagli alunni della classe IV Elementare di Chiuro. Il rifiuto era iniquo, perché non si nega ospitalità ad un forestiero.
Il distinto signore lasciò, allora, Chiuro, e salì a Ponte. Già calavano le ombre della sera, ed era molto stanco. Per sua fortuna, qui trovò ben diversa accoglienza: alla prima richiesta, gli fu offerto un confortevole alloggio, nel quale potè ristorarsi e riposare. Passò la notte, ma non il suo risentimento nei confronti degli abitanti di Chiuro, che si erano mostrati così poco ospitali.
Meditò, dunque, la sua vendetta e, siccome non era un uomo comune, pensò ad una vendetta del tutto fuori del comune, una vendetta terribile. Da Ponte proseguì verso l’imbocco della Val Fontana. Giunto sul greto del torrente, cominciò ad accumulare massi, che poneva nel suo mezzo, come per costruire una diga. Poi tracciò strani segni nell’aria, pronunciò formule incomprensibili. Era un mago. Se ne andò, la sua vendetta era pronta.
Il giorno dopo, infatti, il cielo si rabbuiò quasi d’improvviso, cominciarono a cadere i primi goccioloni, poi la pioggia si fece fitta, violenta, torrenziale. Il torrente Valfontana si ingrossò in un batter d’occhio, le sue acque, con straordinaria forza, investirono la gran catasta di massi, trascinandoli via, giù, verso il paese di Chiuro. La massa dirompente di massi e fango investì la fiorente contrada di Gera, spazzandola via. La vendetta, tremenda, si era consumata. Il mago sparì, così come era sparita la contrada di Gera. Rimase la terribile lezione, per gli abitanti di Chiuro: chiudere le porte in faccia a chi chiede ospitalità è colpa che si può pagare assai cara.
La leggenda ha uno sfondo storico: l’antichissima e fiorente contrada di Gera effettivamente scomparve, anche se non per un singolo evento alluvionale, bensì per ripetute alluvioni, unite alle devastazioni operate dalle truppe di passaggio nella media Valtellina.
Spostiamoci, ora, un po’ più ad ovest, al luminoso versante retico posto immediatamente a ponente di Sondrio. Vi troviamo il paese di Castione, cui la felice posizione climatica conferisce un aspetto particolarmente luminoso e ridente. A monte del paese, però, sul fianco meridionale del monte Rolla, sta un’ampia fascia di fitti boschi, inframmezzati da alcuni alpeggi. È, questo, il regno dell’ombra, il regno dell’uomo verde, di cui si racconta nella raccolta "C'era una volta", edita a cura del comune di Prata Camportaccio nel 1994.
L’espressione, di per sé, non appare granché inquietante, ma la realtà di questo essere mostruoso, a quanto raccontano, era veramente tale da incutere terrore. Chi l’aveva visto ed era sfuggito alla sua ferocia (davvero pochi, in verità), stentava a descriverlo, tanto era brutto, orribile. Sembrava una metamorfosi fra l’uomo e l’animale, metamorfosi però, a differenza di quella celeberrima di cui racconta Kafka, interrotta a metà. Era enorme, e di color verde, come se avesse una pelle di rospo. Ma conservava le fattezze umane, un volto cattivo, un ghigno crudele, uno sguardo di fuoco. Fin qui i testimoni concordavano: poi ciascuno ci aggiungeva qualcosa di suo, e non li si poteva biasimare, visto lo spavento corso.
Per qualcuno era il diavolo in persona, per altri, invece, uno stregone che era rimasto vittima dei suoi stessi incantesimi ed ora vagava nei boschi intrappolato in quelle sembianze da mostro. Una cosa era certa: se qualcuno, uomo o donna, vecchio o bambino che fosse, si addentrava nei boschi per cercar legna e non faceva più ritorno, era finito nelle sue fauci. L’uomo verde, infatti, mangiava ogni essere umano che incontrava sul suo cammino.
Particolare pietà e commozione suscitò, una volta, la disgraziata fine di un vecchierello che, con grande fatica, vista l’età avanzata e le forze sempre più deboli, si era recato nel bosco per portarsi a casa, su una carriola, un po’ di legna da ardere. Non si addentrò molto nel bosco, ma quel tanto bastò per decretare la sua fine. Mentre era chino per raccogliere della legna fine, vide un’ombra che si sovrapponeva alla sua. Lasciò legna e carriola per fuggire in direzione opposta, ma l’ombra lo seguì, facendosi sempre più grande.Percorse poche decine di metri, inciampò, e l’ombra gli fu addosso. Non osò voltarsi. Fu ghermito dalle manacce orrende e verdi del mostro del bosco, che lo divorò intero. Di lui rimasero solo il cappello, la carriola rovesciata e la poca legna sparsa sul sentiero.
Così almeno raccontano da queste parti, soprattutto ai bambini che, addentrandosi soli nei boschi o uscendo dai sentieri battuti, potrebbero perdersi e finire anche loro nelle sue fauci.

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