IL CASTELLO DELLA REGINA

Fra Traona e Mello, nella Costiera dei Cech (storia e leggenda)
Testi a cura di M. Dei Cas

Il castello di Domofole. Foto di M.  Dei Cas Se, all’ingresso occidentale di Morbegno, provenendo da Lecco, svoltiamo a sinistra al primo semaforo, e raggiungiamo, dopo un secondo semaforo, il ponte sull'Adda, per poi prendere ancora a sinistra, incontriamo, dopo pochi chilometri, uno dei più bei centri della Costiera dei Cech, Traona, il cui nome sembra derivi dall’espressione “Terra buona”. Subito dopo aver varcato il ponte sul torrente Vallone e prima di entrare in paese, troviamo, sulla destra, la deviazione per Mello, il paese del miele (se ha fondamento l’ipotesi che vuole la derivazione del suo nome dal latino “mel”, che significa, appunto, miele).
Salendo verso Mello, dopo qualche tornante troveremo, in località Castello, un cartello che indica il castello ed indirizza ad una stradina che si stacca, sulla sinistra, dalla strada e diviene ben presto sentiero; seguendolo, in pochi minuti raggiungiamo i ruderi del castello di Domòfole, ai quali, purtroppo, non possiamo avvicinarci, perché sono pericolanti.
Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga, accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo. A metà strada fra terra buona e miele, dunque, sta un luogo legato ad una vicenda amara, ad una terra infelice, la terra dell’ingiusta prigionia.
Una leggenda popolare assai diffusa racconta che una regina è stata ingiustamente rinchiusa fra queste austere mura. Una regina che neppure dopo la morte ha potuto trovare pace per la calunnia che l’ha colpita. Una regina che, nelle chiare notti estive, torna a visitare il luogo delle sue sofferenze, vestita del colore dell’innocenza, cioè di bianco. Sembra che si aggiri, senza pace, nei sotterranei, ma talvolta esce all’aperto, forse a guardare il cielo. La si può scorgere, passando nei pressi del castello nel cuore della notte. Si può vedere una figura diàfana, la figura di una dama bianca, che si staglia contro il cielo, incerta e pallida come un riflesso della luna, alta, in cima alle mura diroccate, come una candida torre d’avorio, silenziosa, come il cuore di una notte senza vento. Una figura che ispira pietà più che paura. Ma di chi si tratta? Diverse le versioni in campo.
Forse è l’illustre Teodolinda, la più famosa fra le regine longobarde, che ha legato la sua fama al tentativo di convertire il suo popolo dall’Arianesimo al Cristianesimo ortodosso. Il suo tentativo le attirò contrasti ed anche odi all’interno del suo popolo. In particolare, si narra che venne in Valtellina per convertire le genti di questa valle al Cristianesimo. La sua opera ebbe ovunque successo, si dice, tranne che fra le popolazioni della costiera che va dall’attuale Dubino a Paniga, popolazioni che rimasero ostinatamente attaccate ai culti pagani. Forse per dar maggiore vigore alla sua opera, allora, Teodolinda soggiornò proprio nel castello di Domofole, o, come si chiamava anche anticamente, Domophile. A nulla valse, tuttavia, la sua azione infaticabile: queste popolazioni rimasero sorde all’annuncio della nuova fede, e sembra che da allora furono denominate Cèch, vale a dire cieche di fronte alla luce della verità. Forse la dama bianca, dunque, è la grande regina che non si dà pace per il suo insuccesso.
Un insuccesso che non rimase limitato all’opera di conversione. La leggenda ha un secondo è più misterioso risvolto. Narrano che i monti di fronte alla Costiera dei Cech vennero anticamente denominati “Orobie” perché custodivano nel loro cuore il più ambito dei metalli, l’oro. Ne venne a conoscenza l’ambiziosa regina, che, durante il suo soggiorno in Valtellina, non pensò solo alle cose del cielo, ma anche a quelle della terra, e mandò diverse spedizioni ad esplorare quelle misteriose valli che si nascondevano, più che aprirsi, al suo sguardo, quando, dal suo castello, guardava verso sud. Le spedizioni fallirono: i messi tornarono a mani vuote, oppure non tornarono affatto. Forse la dama bianca, che compare sulle antiche mura, è proprio Teodolinda che rivolge con insistenza lo sguardo alle montagne che non vollero dischiuderle il loro segreto, e che mai vollero dischiuderlo ad essere umano.
Forse, invece, è sua figlia, la meno nota ed assai più sfortunata Gundeberga. Costei, come narra lo storico Sidonio Apollinare, era andata in sposa ad Arioaldo, re dei Longobardi. Di lei si innamorò Adalolfo, che le manifestò i suoi sentimenti e le chiese di diventare suo amante. La regina rifiutò, ed Adalolfo, ferito nel suo orgoglio più ancora che nel suo amore, macchinò una perfida vendetta. Fece circolare, ad arte, voci calunniose che parlavano di una tresca della regina con il potente duca di Toscana Tatone (o Tosone), di un progetto che prevedeva, addirittura, la morte del re Arioaldo, e la sua sostituzione con il duca traditore. Più volte, infatti, il duca, durante i suoi viaggi alla corte di Pavia, aveva manifestato una particolare devozione per la sua regina, una devozione troppo accesa, come volevano le voci malevole, mentre, per converso, si era mostrano assai più freddo nei confronti del re.
La calunnia, come si sa, è un venticello che poi diventa turbine: calunniate, calunniate, che qualcosa resterà, così si dice anche. E quel che restò fu assai doloroso per la regina: la calunnia giunse alle orecchie di Arioaldo, che ne chiese subito ragione alla consorte. Costei protestò vivacemente la propria innocenza, non tanto da persuaderlo interamente, ma quando basta per dissuaderlo dal comminare la pena che si deve ai traditori, la morte. Il re, nel dubbio, decise quindi di far rinchiudere la moglie in un castello lontano, dove, sicuramente, non avrebbe potuto continuare a tessere le fila del complotto, se di complotto veramente si trattava. Correva l’anno 634, ed egli scelse il castello che già aveva ospitato la madre Teodolinda, nella lontana Valtellina. Il castello di Domofole, appunto. Lì Gundeberga rimase rinchiusa, per tre lunghi anni, continuando a proclamare la propria innocenza. Intanto il re non se ne stette con le mani in mano, ma diede ordine di condurre un’approfondita inchiesta, interrogando innanzitutto il duca sospettato di tradimento. Tre anni, appunto, durò l’inchiesta: alla fine trionfò la verità, la calunnia venne scoperta come tale, ed a pagare fu il perfido Adalolfo, mentre la regina riebbe la sua libertà. Ma forse è lei che torna, di tanto in tanto, come fantasma, sui luoghi del dolore, di quel dolore amarissimo che non potè essere ripagato neppure dalla riabilitazione.
Sempre che quel che scrive Sidonio, che parla di un castello di Amello, vada inteso come un riferimento al castello di Mello, e non a quello di Lomello, come vogliono altri interpreti. In questo secondo caso la dama bianca non sarebbe lei, ma, forse, una terza regina, Adelaide, vedova del re Lotario, anche lei, come narrano, imprigionata nel castello.
O forse non si tratta di nessuna di queste regina, ma di qualche anima sventurata, senza pace, che, per motivi che ci sono ignoti, ha avuto a che fare con questo castello. Probabilmente non lo sapremo mai. Né vedremo mai, con i nostri occhi, la pallida figura che si staglia contro il cielo stellato. A meno che, a notte fatta, abbiamo l’ardire di ripercorrere il sentiero che porta nei pressi del rudere, ed il nostro ardire sia premiato dallo spirito inquieto, con la rivelazione di quel segreto finora sconosciuto ai viventi.
Nell’attesa accontentiamoci di conoscere, in estrema sintesi, la storia del castello: fu edificato intorno al 1100 e di esso furono investiti i Vicedomini, feudatari del vescovo di Como; fu poi preso e distrutto dai Vitani, loro rivali, nel 1292. Successivamente riedificato, venne distrutto definitivamente dai Grigioni nel 1524.

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