I MAGHÉT DELLA VALFURVA

Folletti e dispetti in Valfurva (leggenda)
Testi a cura di M. Dei Cas

Santa Caterina Valfurva. Foto di M.  Dei Cas Nell’immaginario popolare delle diverse culture europee non manca mai il riferimento ad una tipologia di piccoli esseri che si colloca in un territorio vago ed indefinito, fra il bene ed il male. Si tratta di esseri sfuggenti ed imprevedibili, che di solito si denominano folletti, con un termine che, nella sua radice, ne segnala la piccola e bizzarra follia. Chi sono? Come sono? Cosa fanno? Leggende di paesi diversi ci offrono le indicazioni più varie.
In Valtellina i folletti per eccellenza sembrano essere i “maghèt” (cioè i piccoli maghi) che dimorano in Valfurva. Non ci si lasci ingannare dal nome simpatico ed accattivante (sono, infatti, in tutto e per tutto maestri nell’inganno): la loro indole non è benevola e la loro piccola follia, davvero multiforme e stravagante, diventa spesso una minaccia per pastori e contadini, vittime dei loro dispetti, che arrecano veri e propri danni e sono fonte di pericoli.
Il loro aspetto è indeterminato: sono talmente rapidi e guizzanti, che non li si può descrivere, si può dire solo che sono rossi ed assomigliano alle faville di un fuoco notturno, che si disperdono, volteggiando rapidissime, e finiscono non si sa dove, perdendosi nel buio impenetrabile. A rendere ancor più fitto il mistero sulle loro reali sembianze contribuiscono anche i magici poteri che permettono loro di apparire sotto forme diverse, vuoi di gallo, magari zoppo e spelacchiato, vuoi di ricco e distinto signore, o addirittura di canuto e venerabile eremita, che si ritira a meditare in luoghi remoti. Altrettanto indeterminati sono i loro costumi. Per quel poco che se ne sa, sono comunque davvero bizzarri: sembra, infatti, che amino cibarsi di funghi crudi (i “fungiàt”, cioè i cercatori di funghi più appassionati e capaci, trovano spesso piccoli frammenti di fungo nel cuore dei boschi, i resti del pasto dei maghèt) e che sappiano comunicare con gli insetti (è accaduto, infatti, che qualche maghèt, diciamo così, atipico, preso da insolito istinto benevolo nei confronti di un pastore, gli abbia insegnato il linguaggio degli insetti).
I maghèt sembrano non aver mai pace: si muovono rapidi ed invisibili fra gli uomini, e suscitano discordie e liti. Sembrano, inoltre, sempre in fuga: temono, in particolare, le immagini sacre, il loro sguardo, e per questo passando sempre dietro le cappellette che gli uomini hanno eretto per disperdere le potenze malefiche. La loro dimora sono i boschi più alti, i luoghi più impervi, e di lì fanno rotolare i massi giù, verso il fondovalle, e d’inverno provocano rovinose valanghe. Sono, insomma, una costante minaccia per gli uomini ed il bestiame al pascolo.
Scatenano, in particolare, la loro malignità durante i temporali, di cui approfittano per sradicare ponti, attività che sembrano prediligere (il ponticello sul Frodolfo in località Uzza è il loro bersaglio preferito). Ma anche quando il sole estivo splende nell’aria quieta e ferma, tendono insidie agli uomini, in modo subdolo: appaiono, nel cuore del caldo meriggio, sulle rive dei torrenti, ed offrono agli assonnati pastori un diamante incastonato nella corolla di un fiore, immagine ingannevole della facile felicità, simbolo della tentazione che si insinua nel cuore dell’uomo. Chi non le resiste, va incontro a rovina, e viene inghiottito dai gorghi del torrente. Le nonne raccomandano ai nipoti di guardarsi da questi esseri insidiosi, recitando, qualora ci si imbatta nei loro subdoli tranelli, la preghiera all’Angelo custode. Guai, invece, a lasciarsi scappare imprecazioni come “Diavolo!”: nominare il maligno in loro presenza significa vederlo comparire in sette grandi balzi, ed allora l’incauto se la vede davvero brutta.
Secondo alcuni, esisteva un vero e proprio regno dei maghèt, nascosto nel cuore dei boschi della Rèit, il monte che presidia, a nord, la bassa Valfurva. Questo monte era denso di misteri: si racconta, infatti, che le anime degli uomini avidi vi fossero confinate, dopo la morte, per espiare le loro colpe e guarire da quella vera e propria febbre suscitata dall’oro. Erano, infatti, costrette a cavare l’oro dal cuore del monte, oro che, però, i maghèt, lasciandole letteralmente costernate, precipitavano giù, durante i temporali, nel Frodolfo, perché sparisse nei gorghi del torrente in piena. Questo faceva, poco a poco, guarire le anime dalla loro malattia, la virgiliana “auri sacra fames”, cioè l’esecrabile desiderio dell’oro: raro caso, questo, in cui l’insopprimibile desiderio di far dispetti, proprio dei maghèt, tornava a vantaggio degli uomini, anche se defunti.
Non si deve, però, pensare che questi esseri godessero di un’assoluta libertà e potessero sempre andarsene dove volevano, come le scintille di un fuoco: se sfuggivano agli uomini, che non li potevano catturare, non sfuggivano al potere di esseri malefici più grandi e forti. In particolare, si racconta che alcuni maghèt di Valcamonica erano dominati da un potente e malvagio orco che viveva in quella valle. Costui, mosso da un’avidità insaziabile, li costringeva a scavare incessantemente sulle pendici dei monti di Val d’Uzza, per cavarne l’oro (eccolo di nuovo, il fatale metallo, protagonista di una credenza popolare).
Non era, la loro, una condizione invidiabile: sul far dell’alba, infatti, si dovevano mettere di buona lena in cammino, con il piccone ed il sacco in spalla, per raggiungere i monti della Val d’Uzza, dove, per l’intera giornata, cavavano, con gran fatica, l’oro destinato alla caverna del tirannico orco, la cui ricchezza cresceva a dismisura. C’era, quindi, da capirli se, sulla via del ritorno, sfogavano il loro malumore e la loro rabbia provocando danni di ogni tipo (ponti divelti, sentieri danneggiati, torrenti deviati, massi fatti rotolare sulle povere baite dei contadini). Ma i contadini della Valfurva non potevano essere troppo comprensivi, perché i maghèt erano diventati, per loro, una minaccia che non poteva più essere sopportata.
Come fermarli? Tentarono con le trappole, ma a nulla valsero, perché questi esseri erano troppo veloci per essere catturati in questo modo. Si rivolsero allora ad un anziano, il più saggio, che conosceva anche il modo per controllare gli elementi della natura. Costui comprese che la furia di questi esseri malefici poteva essere fermata solo da una più violenta furia, quella di un tremendo temporale. Scatenò, quindi, con i suoi poteri, un temporale di inaudita violenza, proprio mentre i maghèt si accingevano a tornare Valcamonica: questi vennero, così, travolti dalla furia degli elementi e sparirono nel vortice delle acque del Frodolfo, schiacciati da quegli stessi massi che per tanto tempo si erano divertiti a scagliare a valle. Di loro non restò che un segno: proprio là dove il torrente se li era portati via, comparvero piante di ginepro, i cui aghi erano simbolo della malvagità di quegli spiritelli, come se questi avessero voluto lasciare agli uomini un ultimo monito: state attenti, perché possiamo sempre tornare.
E l’orco? Già, l’orco: non vedendo tornare i suoi schiavetti, al termine di quella terribile giornata, se ne stette nervosamente sulla soglia della sua caverna, interamente rivestita d’oro. Si sa che l’oro attira i fulmini, e fu proprio un fulmine di enorme violenza a colpirlo. Non fu, però, incenerito, ma trasformato in una grande roccia, mentre la montagna fu scossa da sussulti che non si erano mai avvertiti, finché l’ingresso della caverna venne interamente ricoperto da enormi massi, che la resero inaccessibile. Il tesoro è ancora là, dicono, nascosto, come un sogno ingannevole, come un’illusione che non cessa di tentare gli uomini.
Di questo e di altri prodigi di Valfurva possiamo leggere nella pregevole raccolta di leggende intitolata “Leggende in Alta Valtellina”, curata, nel 1998, da Maria Pietrogiovanna, a Valfurva.

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