I CUNFINÀA

Anime senza pace nei luoghi più desolati (leggenda)
Testi a cura di M. Dei Cas

La piana dei Dannati vista dal passo di Scermendone. Foto di M. Dei Cas Cosa accade alle anime dopo la morte? Nella visione teologica cristiana più antica, l’alternativa è secca: sono giudicate degne dell’eterna beatitudine del Paradiso, oppure meritevoli dei supplizi eterni dell’Inferno. Nei secoli dell’alto medioevo cominciò, poi, ad essere elaborata la dottrina teologica del Purgatorio, cammino di purificazione che può essere lungo e doloroso, ma che ha come esito la luce della salvezza.
Anche la fantasia popolare, però, elaborò, nei secoli, una sua ingenua ed immaginifica visione dei destini oltre la morte. L’esito più interessante di tale elaborazione è, in Valtellina, la credenza nei cunfinàa, o confinàa, cioè nelle anima “confinate”, relegate in luoghi tutt’altro che accoglienti, per scontare lì l’eterna pena meritata. In questa credenza si fondono più motivi. Il principale è il tema dello spirito malvagio che abita i luoghi più paurosi o remoti, dai quali, se possibile, è bene tenersi lontani. Ma sul modo in cui lo spirito vive il suo esilio eterno sussistono diverse varianti.
La più “logica” lo presenta (o li presenta, perché spesso si tratta di una “colonia” di spiriti) inchiodato ad una pena faticosa e disperata (spesso cavare oro o metalli, spaccare pietre, battere con mazze contro macigni, portare enormi massi sulle spalle, portare carichi d’oro da versare in una voragine senza fondo, tutte attività penose che si ripetono di notte in notte, sempre eguali e prive di senso, e che richiamano l’antico mito greco di Sìsifo). Talora questa pena corrisponde al criterio del contrappasso: gli avari, per esempio, dovranno cavare, con un’eterna ed insensata fatica, oro.
Ci sono anche versioni secondo le quali questa condizione non è eterna, ma corrisponderebbe ad una periodo di espiazione che alla fine dona all’anima la necessaria purezza per salire a Dio. Secondo altre ancora, infine, questi spiriti conservano una certa libertà, e continuano a manifestare la loro malvagità a danno degli uomini, spaventandoli con rumori od urla, mettendo a soqquadro le baite, ostacolando in vario modo il loro transito in certi luoghi o le loro attività (in genere, rovesciando loro addosso massi). Questa credenza sembra esprimere un’idea del genere: ci sono persone talmente cattive che si fatica a pensare che smettano di fare del male dopo la morte. Unico, ma sicuro modo per difendersi, è la preghiera, anche nella forma estremamente sintetica del segno di croce.
Molti sono i luoghi legati a tale credenza. In alta valle, possiamo ricordare la val d’Uzza, la val Vitelli, i boschi di Pezzel, il monte delle Mine ed il pizzo Bianco.
Diversi sono i luoghi di confino anche in Media Valtellina. I più famosi sono la Val di Togno, dove sono relegati i golosi, ridotti ad essere divorati da una fame senza fine ed a contendersi i magri pascoli, e l’alta valle di Postalesio. Qui, sul lato occidentale, ai piedi del passo di Scermendone e dei Corni Rossi, si trova un pianoro nascosto, detto Piana dei Dannati o Piana di Zana, che ospita i cunfinàa dei Corni Rossi. Chi passasse di qui nottetempo potrebbe udirli battere senza sosta le loro mazze sulle innumerevoli pietre che disseminano una vasta ganda, in una terra che sembra davvero dimenticata da Dio e dagli uomini.
Spostiamoci, infine, in alta Valmalenco, e precisamente in quella valle del Muretto che, a nord di Chiareggio, è una delle più agevoli porte naturali fra versante retico italiano e svizzero. Si tratta di una valle legata alla travagliata storia dei contrasti fra cattolici valtellinesi e protestanti della Lega Grigia, al tempo in cui questa dominava la Valtellina. Di qui passò, prigioniero, l'arcivescovo Nicolò Rusca, che da 28 anni reggeva con grande energia la parrocchia di Sondrio e che venne rapito da una sorta di incursione dei soldati svizzeri e portato a Thusis, dove era stato costituito un tribunale speciale, lo "Strafgericht", e dove morì, sotto tortura, il 4 settembre 1618. L'episodio suscitò uno scalpore enorme, e convinse i cattolici che i Grigioni volevano estirpare il cattolicesimo dalla valle, inducendoli a preparare la ribellione sanguinosa che ebbe inizio a Tirano il 19 luglio 1620, con la strage di Protestanti nota come "sacro macello valtellinese". Forse fu proprio l'eco sinistra del rapimento dell'arcivescovo a conferire a questa valle una fama inquietante.
Una leggenda racconta, infatti, che il fianco destro (per chi sale, cioè nord-orientale) della valle, occupato dall'impressionante versante montuoso che scende dalla dorsale monte dell'Oro (m. 3154, a sud-est) - monte Muretto (m. 3104, a nord-ovest), è luogo di espiazione eterna per tre dannati. Questi "cunfinàa" si muovono, senza pace, fra massi e gande, scagliandoli, spesso, sui malcapitati pastori o viandanti che si trovino a transitare sulla pista che dall'alpe dell'Oro conduce al passo. Il rimedio contro questa minaccia, però, è semplice e sicuro: basta farsi il segno di croce, per mettere in fuga le tre anime in pena.
Ricordiamo, infine, che il decreto della giustizia divina (o l'immaginazione popolare, a seconda dei punti di vista) ha collocato anime confinate anche in Val Fontana (e qui sono i forti colpi di mazza sulle rocce, uditi nottetempo, a segnalarli) ed a Stazzona.

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