L'HOMO SALVADEGO

A Sacco (Val Gerola) e Tirano (leggenda)
Testi a cura di M. Dei Cas

La raffigurazione dell'homo selvadego nel museo di sacco. Foto di V. Martegani - www.martegani.it Una delle credenze più diffuse nell’ambiente alpino retico rimanda ai tempi remoti in cui la montagna venne colonizzata dall’uomo. In origine, il bosco e la selva, con tutte le loro insidie e minacce, ne erano i protagonisti incontrastati.
Ma la credenza immagina che questo mondo duro e misterioso non fosse appannaggio solo di animali e piante, ma anche di un essere dalle sembianze e dai costumi in parte umani, in parte animali. Un essere dei boschi, delle selve, quindi selvatico (“selvadec” o “salvadec”, con termini dialettali).
Secondo un’autorevolissima concezione, che di solito si riferisce al filosofo Aristotele, l’uomo è animale “politico”, cioè tende, per natura, ad associarsi ad altri uomini fondando comunità e città. Chi non sente questo bisogno è meno che uomo (animale), o più che uomo (Dio). L’”homo selvadego” (o “salvadego”) sembra, almeno in parte, contraddire questa concezione: ha tratti umani (anche se il suo pelo ispido ed irsuto, di cui solamente rivestito, lo rende una figura paurosa, simile, per certi aspetti, allo Yeti, “abominevole” uomo delle nevi), ma vive solitario e non sente il bisogno di abbattere boschi e fondare villaggi o città.
Sbaglieremmo, però, ad immaginare questo essere come primitivo: o meglio, lo è solo nel senso etimologico di essere stato il primo abitatore dei monti, non nel senso di essere rozzo e sprovveduto. Fu proprio lui, anzi, ad insegnare ai colonizzatori quelle arti che permisero loro di sopravvivere alla durezza dell’ambiente montano, vale a dire la coltivazione dei campi, l’allevamento degli animali, l’apicoltura, l’arte casearia, l’arte dell’estrazione e della lavorazione dei metalli. Fu sempre lui a mostrare un costume morale che appare tutt’altro che incivile: non si mostrò ostile di fronte all’invadenza dei nuovi venuti, preferì ritirarsi, discretamente, nelle valli più nascoste e nei luoghi più impervi ed inaccessibili.
E di lui resta, come sintesi di un atteggiamento antitetico rispetto alla violenza predatoria, quel motto che ne accompagna una raffigurazione nella celebre “camera picta” (1464) che si trova in una casa (che ospita anche il Museo dell'homo salvadego) della contrada Pirondini di Sacco (m. 700), primo paese che si incontra salendo in Val Gerola: “E sonto un homo selvadego per natura – chi me offende ge fo pagura”. La paura, dunque, come unica punizione per chi manca di rispetto a questo essere che rimanda al mito di un’originaria alleanza fra uomo e natura. La paura, quasi punizione della coscienza morale (è credenza assai radicata che la paura sia figlia della cattiva coscienza, ed attanagli quindi chi fa del male: “male non fare, paura non avere”, recita un adagio della saggezza popolare). In quest’ottica, l’homo selvadego diventa non solo espressione della bontà originaria della natura e di quegli esseri che sanno vivere in armonia con essa, ma anche una sorta di specchio morale che ricorda all’uomo quanto sia innaturale l’offesa, cioè la gratuita forma di violenza.
L’homo salvadego appare, dunque, come una delle tante espressioni del "buon selvaggio", di illuministica memoria, ma non per questo cessa di mostrare anche tratti assai inquietanti. La forza, soprattutto: il robusto bastone che impugna, anche nell'immagine dello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni (che faceva parte della Lega Grigia) rimanda a questo aspetto. Una figura complessa, dunque, in cui sono probabilmente proiettati i sentimenti ambivalenti suscitati nei montanari da una natura insieme minacciosa e rasserenante. Diverse le testimonianze figurative di questa figura mitica: da quella di Sacco, in una dimora rurale ora divenuta museo, alle due della Porta Poschiavina di Tirano e a quelle del monte Sassalbo, presso Poschiavo.
Ulteriori notizie possono essere trovate nel volumetto "L'Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola", di Natale Perego, edito da Bellavite nel 2001.

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