CACCE INFERNALI

Cacciatori diabolici ( leggende )
Testi a cura di M. Dei Cas

I pizzi Scais e Redorta. Foto di M.  Dei Cas La figura del cacciatore ha, nella cultura popolare, una valenza in genere positiva, anche perché a lui è riservata la difesa delle comunità contadine da nemici un tempo temibili, quali lupi ed orsi. In alcune leggende, però, si impone il tema della caccia maledetta, o caccia demoniaca, condotta da un cacciatore misterioso, che non si sa da dove venga né dove vada, e soprattutto non si sa chi sia e cosa cacci. Un cacciatore che, sicuramente, nessuno vorrebbe trovare sulla propria strada.
Così in valle di Scais (o val Caronno) una leggenda su questo tema assume decisamente la coloritura dell’horror. Si tratta di una leggenda riportata in una ricerca della scuola elementare di Piateda (“Leggende delle nostre valli”, 1976). Alla valle si accede imboccando, da Piateda, la strada per i maggenghi e staccandosene, dopo Previsdomini e Monno, ad un tornante sinistrorso, sulla destra, non appena si trovano le segnalazioni per il rifugio Mambretti. Si raggiunge così dapprima Vedello e poi, prendendo a sinistra, Agneda; attraversata, quindi, la bella piana alle sue spalle si prosegue a piedi sulla carrozzabile che conduce alla casa dei guardiani del grande sbarramento della diga di Scais (m. 1494). Prima che venisse costruita la diga, la piana di Scais ospitava baite e pascoli, scenario della caccia maledetta di cui parla la leggenda.
Qui, una tranquilla notte d’agosto, un pastore udì rumori insoliti, che lo destarono dal sonno. Tese l’orecchio e distinse dei passi. Qualcuno stava scendendo lungo la mulattiera che dalla piana dell’alpe di Caronno conduce a Scais. Si alzò allora dal giaciglio e si affacciò all’uscio della sua baita, per vedere chi mai fosse in cammino a quell’ora della notte: forse qualcuno che si era perso, forse un forestiero. Era una bella notte di luna piena, ed il pastore non faticò a distinguere in quel misterioso viandante notturno la figura di un cacciatore. Per quanto si sforzasse, però, non riusciva a distinguerne il volto, che sembrava nascosto dal bavero rialzato. Riusciva a vedere, invece, che il cacciatore stringeva qualcosa, che sicuramente doveva essere il frutto di quella singola caccia notturna. Una preda anche piuttosto ingombrante, per quel poco che si poteva scorgere. La caccia doveva essere stata molto buona. Il nostro pastore non era un tipo facilmente suggestionabile, ma curioso sì, questo lo era, parecchio.
Per questo, senza timore alcuno, non esitò a rivolgersi all’ignoto cacciatore, buttando là una battuta che voleva essere un pretesto per attaccar bottone: “O casciadù de la bona cascia, portemen anca a mi de la vosa cascia”, cioè “O cacciatore della buona caccia, portate anche a me qualcosa della vostra caccia”. Non ebbe alcuna risposta: il cacciatore passò ad una certa distanza da lui e proseguì oltre, con passo deciso, finché il buio della notte lo inghiottì. Il pastore rimase ancora qualche istante sull’uscio, finché anche l’ultimo flebile rumore dei passi si spense, poi, scrollando le spalle e lamentandosi fra sé dell’insocievolezza di certi uomini (“i è tucc malmustùs encóo”, bofonchiò, cioè “sono tutti scostanti, al giorno d’oggi”), se ne tornò a dormire. Non tardò a riprendere sonno, finché venne l’alba.
Era solito, come tutti i pastori, alzarsi di buon’ora, e così fece anche quella mattina. Lì per lì, al primo risveglio, non ricordò neppure il singolare incontro notturno. Si alzò e si accinse alle svelte occupazioni di sempre. Fu allora che il suo occhio cadde alla catena che pendeva dal camino: uno spettacolo orripilante, un cadavere, anzi, mezzo cadavere, la metà inferiore di un cadavere tagliato in due. E, tutt’intorno, tracce di sangue, il sangue dell’uomo ucciso. Il sangue del pastore, invece, gli si ghiacciò nelle vene. Rimase per qualche istante paralizzato per lo shock e per il disgusto, poi corse fuori dalla sua baita e si diresse, sempre di corsa, giù, ad Agneda, a quei tempi villaggio importante, con diverse decine di famiglie. Un fatto di quel genere non poteva essere frutto degli uomini, ci doveva essere qualcosa di diabolico, e se c’era, l’unico che avrebbe potuto dirgli come comportarsi era il parroco.
Lo raggiunse mentre, nella chiesetta di S. Agostino, era intento a recitare il mattutino. Il curato ascoltò il racconto concitato del pastore, rivolse al Signore una breve implorazione di misericordia (così si usava, a quei tempi, quando si aveva notizia di qualche fatto sconvolgente) e, dopo una breve meditazione, diede questo consiglio: “Lascia il cadavere là dove lo hai trovato ed anticipa il taglio del fieno d’agosto, tagliane un po’ ed aspetta: se vedrai tornare, la prossima notte, il diavolo, perché è il diavolo che si cela dietro il misterioso cacciatore, digli di riprendersi la sua caccia. Ma, bada bene, dovrai startene nascosto sotto il fieno fresco di taglio, perché il primo fieno tagliato è sempre benedetto. Lì sarai al sicuro ed il cacciatore ti lascerà in pace”.
Il pastore se ne tornò a casa e fece come gli era stato detto. Tagliò una parte dei suoi prati, fece un mucchio del fieno tagliato e, calata la notte, vi si nascose, attendendo che passasse di nuovo il cacciatore maledetto. Nel cuore della notte, ecco di nuovo risuonare quei passi decisi e sinistri, ecco di nuovo la figura nera del cacciatore profilarsi sul fondo del sentiero e venire avanti speditamente. Il pastore, con il cuore in gola, si appellò a tutto il coraggio che gli rimaneva e gridò al suo indirizzo: “O casciadù de la bona cascia, vignìn pür a tosla la vosa cascia”, cioè “O cacciatore della buona caccia, venite pure a riprendervela la vostra caccia”. Poi si acquattò, più che potè, dentro il fieno umido. Non osò guardare quel che accadde. Attese, lì, l’alba. Solo a giorno fatto uscì per vedere quel che era successo. Si precipitò all’interno della baita, e non trovò più alcuna traccia del cavadere dimezzato. Giurò che da quel giorno si sarebbe fatto i fatti suoi, e non volle neanche più pensare chi potesse essere la disgraziata vittima del cacciatore infernale. Nessuno lo seppe mai.
Rimaniamo sul versante orobico, spostandoci, però, più ad occidente, in Val di Tartano. Anche qui si trova una leggenda legata ad una caccia infernale. In questo caso, però, il cacciatore è rappresentato a cavallo, come accadeva nelle antiche cacce nobiliari. La caccia, nei tempi antichi, era, infatti, lo sport più amato dalla nobiltà, anche perché funzionava come esercizio alla pratica delle armi. Un’antica leggenda parla, quindi, di un guerriero nero, che balza fuori, improvviso e terribile, dalle forre più profonde della valle, laddove il Tartano si è scavato una dimora nascosta agli occhi degli uomini. Anche il suo cavallo è nero, un cavallo dagli occhi di fuoco. Segue cavallo e cavaliere una muta di cani neri, anch’essi dagli occhi di fuoco. La leggenda dice che chi si trova ad essere sorpreso dalla caccia infernale deve mettersi prontamente in salvo, cercando rifugio nella macchia, dietro qualche masso, in qualche anfratto, per evitare di essere sbranato dai cani famelici o trascinato via dal cavaliere, che altri non è se non un figlio dell’Inferno in cerca di anime da trascinare giù nel baratro.
A proposito di cani: può essere interessante osservare come questo animale, definito il miglior amico dell’uomo, assuma, qualche volta, nelle leggende una connotazione sinistra, diabolica. È il tema del cane nero, nel quale si immagina incarnata un’anima dannata o uno spirito malvagio, e che tende agguati agli incauti ed ai malcapitati. In bassa Valtellina, per esempio, si parla di un misterioso cane nero che, di notte, inseguiva i carrettieri che si trovassero a percorrere la strada che da Morbegno conduce a Colico. Di un cane nero che percorreva, latrando, i sentieri sul far della sera si parla anche in una leggenda di Pendolasco (l’attuale Poggiridenti): si trattava di spiriti malvagi che tendono insidie agli uomini.
Ma torniamo al tema della caccia maledetta, per segnalare un’ultima leggenda, raccolta in Valdidentro, che parla di una caccia selvaggia. Ne sono protagoniste, questa volta, le anime infelici che sono condannate ad espiare i propri peccati, prima del perdono divino, cavalcando bianchi cavalli durante le tempeste più violente che si scatenano, soprattutto nel periodo estivo. Fra il sibilo del vento, lo scoscio della pioggia torrenziale e lo scoppio fragoroso dei tuoni si possono udire, assicurano i pastori, i nitriti dei cavalli selvaggi e le urla degli spiriti senza pace, lanciati in una caccia furiosa che avrà termine solo quando Dio vorrà.

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