[an error occurred while processing this directive] [an error occurred while processing this directive]

La Via del Bitto

Da Morbegno ad Introbio, fra Val Gerola e Valsassina

 

 

Morbegno. Foto di M. Dei Cas 1 - Morbegno-Gerola
Non esiste sentiero o traversata che assommi in sé tanti elementi di interesse, innanzitutto storico, ma poi naturalistico, panoramico ed escursionistico, quanti sono quelli legati alla Via del Bitto. Pochi ne conoscono l’esistenza, ma non si tratta di una nuova trovata legata alla valorizzazione di alcuni territori, o prodotti, o strutture turistiche, bensì di un itinerario millenario, che data dall’epoca pre-romana, e che ha rivestito, fino all’età moderna, una funzione assolutamente strategica nelle comunicazioni fra il mondo latino e quello retico-germanico. Insomma: è nata prima la Via del Bitto del formaggio Bitto. Infatti, è stata per molti secoli la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km. Si obietterà: lo sviluppo limitato è compensato dal territorio montano, il cui attraversamento è notoriamente legato ad asperità, passaggi difficili, e così via. Non è vero. Innanzitutto, fino ad epoche non lontanissime, il transito in montagna risultava spesso più sicuro e salubre rispetto a quello in pianura.
Sacco. Foto di M. Dei CasIn secondo luogo, la via rappresenta non solo il più breve, ma anche uno dei più agevoli fra i molteplici valichi della catena orobica, in quanto le bocchette della Cazza e di Trona, cioè i due punti salienti, si raggiungono facilmente, mentre la discesa dalla bocchetta di Trona alla piana della bassa Valtellina non è più difficile di quella che avviene da altre valli orobiche. Prova ne è che il cartello che troviamo ad Introbio, laddove la mulattiera comincia la sua salita in val Troggia, dà la bocchetta di Trona a 5 ore e Morbegno a 10 ore. Indicazione un po’ ottimistica, per la verità, ma non irrealistica. Diciamo che sarebbe opportuno fare la media fra queste valutazioni e quelle di un cippo più antico, anch’esso visibile ad Introbio, che dà la bocchetta di Trona a 10 ore e un quarto e Morbegno a 15 ore. Comunque, per tagliare la testa al toro, basta provare a percorrerla (ma, evidentemente, in un paio di giorni almeno).
La raccontiamo dal punto di vista dei barbari, o, se preferite, dei Retici, o, ancora, dei Grigioni, che, nel periodo del loro dominio in Valtellina, calarono con seimila micidiali fanti su Introbio nel 1531: partiamo, cioè, da Morbegno, a 260 metri circa. In cammino, dunque: raggiungiamo l’imbocco della strada statale 405 della Val Gerola, staccandoci sulla destra dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza del primo semaforo (per chi viene da Milano) all’ingresso di Morbegno. Non imbocchiamo, però, tale strada, ma una più stretta stradina, che termina dopo 1,5 km e che se ne stacca subito sulla sinistra (cartello con l’indicazione per il rifugio Trona). La stradina, inizialmente ha un fondo in asfalto, poi diventa una bella mulattiera che, superate alcune baite diroccate (m. 385), conduce, poco sopra quota 400, alla selva Maloberti, che costituisce un eccellente osservatorio su Morbegno, sulla bassa Valtellina e sulla Costiera dei Cech.
Poi, oltrepassata una fontana dove un cartello ricorda il nesso fra pulizia e bellezza, ed intercettata la mulattiera che sale da Regoledo,
La chiesa parrocchiale di Rasura. Foto di M. Dei Casraggiungiamo l’ampio terrazzo di prati e selve di castagni della località Campione (m. 580), che, alla bellezza ed amenità dello scenario naturale, unisce un motivo di interesse storico: qui nacque, infatti, nel 1417 la celebre figura di Bona Lombarda, eroina della storia del quattrocento italiano. Si trattava di una contadina di cui si innamorò il capitano Pietro Brunoro, che militava nell’esercito del Ducato di Milano (allora signoria dei Visconti), guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino e dal valtellinese Stefano Quadrio, esercito che aveva appena sconfitto quello veneziano nella battaglia di Delebio (1432). I due si sposarono nella chiesa di Sacco e la moglie seguì poi il capitano, di origine parmense, nelle sue peregrinazioni legate alla compagnia di ventura per la quale militava. Fin qui niente di strano: ciò che, però, rese quasi leggendaria la figura della donna fu la pratica delle armi, nella quale, affiancando il marito, si distinse per coraggio e valore, tanto da farne un’eroina molto amata, soprattutto in epoca romantica. Bene: dopo aver tributato il giusto omaggio al valore delle donne valtellinesi, lasciamo alle nostre spalle anche la cappella posta a ricordo del giubileo sacerdotale di Leone XIII, proseguendo fino ad intercettare, poco oltre le belle baite di Campione, la strada statale della Val Gerola, che però lasciamo subito, staccandocene sulla destra, per seguire una pista che porta a Sacco (m. 700), il primo paese che si incontra entrando nella valle, a 7 km da Morbegno, per chi percorre la strada statale.
La pista ci porta proprio alla chiesa parrocchiale di san Lorenzo, dall’elegante facciata barocca, nella piazza centrale del paese. Fra le leggende del mondo contadino di cui qui possiamo trovare traccia vi è anche quella, famosa, dell’homo selvadego, figura irsuta di uomo solitario rappresentato con una clava in mano, pronto a rispondere ai torti altrui non con la violenza, ma con la semplice paura legata alla sua apparenza selvaggia. La cascata della Füla, presso il Mulino del Dosso. Foto di M. Dei CasIn lui si condensano vari temi, e soprattutto quelli del pastore inselvatichito dalla solitudine protratta e di una sorta di buon selvaggio, cioè di uomo che, recuperando una dimensione del tutto naturale, non chiede altro che di essere lasciato in pace e non ama affatto la violenza. Il museo dell’homo selvadego, che si trova nel paese, è proprio dedicato a questa singolare figura.
Dal paese scendiamo di nuovo alla strada statale, lasciandola di nuovo, dopo pochi metri, questa volta, però, per scendere sulla sinistra, cioè più in basso, imboccando una stradina (cartello con l’indicazione del Mulino del Dosso e del Museo etnografico Vanseraf). La stradina asfaltata, dopo un gruppo di case, termina nei pressi di una fontana, diventando una pista che porta al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico da Serafino Vaninetti (di qui la denominazione di museo Vanseraf), aperto il sabato e la domenica, dalle 14.00 alle 18.00 (o anche in altri giorni, previa prenotazione). Il mulino è posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle denominata “Il fiume”.
Proseguendo sulla pista, raggiungiamo la parte bassa di Rasura (m. 762, a 9 km da Morbegno, per chi percorre la strada statale). La pista passa proprio sotto la bella chiesa parrocchiale di san Giacomo, consacrata nel 1610. Dalla chiesa si gode di un ottimo panorama sul versante retico, dove spicca l’inconfondibile profilo del monte Disgrazia. Continuiamo il cammino, su una pista sterrata, estremamente riposante, sulla quale troviamo prima una graziosa panchina in legno, poi il bellissimo ponte che permette di scavalcare il solco della parte inferiore della Valmala, la cui denominazione si connette con l’aspetto selvaggio e dirupato che assume proprio in questa parte. Il ponte sulla Valmala. Foto di M. Dei CasPoco oltre il ponte, un’altra perla, il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta posta su uno spuntone di roccia, dedicata alla “Madonna del Picch” e restaurata dalla Pro-Loco di Rasura nel 2002, con una lodevole iniziativa che restituisce alla sua bellezza originaria questa testimonianza della devozione popolare. E’ interessante osservare come cappellette come questa si trovino con regolarità quasi costante nei pressi di luoghi dirupati o nei tratti più solitari dei sentieri, come rassicurante protezione per il viandante.
Proseguendo, intercettiamo la strada sterrata che scende alla centrale Enel nel cuore della valle; noi la tagliamo, imboccando il sentiero che se ne stacca subito, sulla destra, salendo con qualche tornante fino ad un nuovo gruppo di case, oltre le quali termina. Dobbiamo quindi imboccare un sentierino sulla destra, che, in breve, ci riporta alla strada statale, appena prima dell’imbocco della semicurva a destra che precede le prime case di Pedesina (m. 992, a 11,5 km da Morbegno, per chi percorra la strada statale). La chiesa parrocchiale di S. Croce di S. Antonio, questa volta, è posta più in alto, a 1032 metri, sopra la strada.
Il paese è un ottimo osservatorio panoramico sul versante retico, nel quale si distinguono le principali cime del gruppo del Masino-Disgrazia.
Percorrendo per un breve tratto la strada statale, troviamo, all’uscita dal paese, un cartello che segnala la partenza di una nuova sezione della Via del Bitto, ristrutturata ed attrezzata dalla Comunità Montana Valtellina di Morbegno nel 2001, nell’ambito del progetto Italo-svizzero denominato “Strade di Pietra”. Si tratta di un segmento articolato in due parti contigue: il tratto Pedesina - Ponte in val di Pai (0,6 km) e quello Ponte in Val di Pai - Valle fraz. Di Gerola (km. 1,3). Già nel primo tratto lo scenario che ci ha finora accompagnato (uno scenario, cioè, aperto, panoramico, ameno) cambia bruscamente: entriamo nel cuore ombroso di un folto bosco di castagni e scendiamo con ripidi tornanti verso il cuore segreto della valle, perdendo 100 metri di quota, prima di raggiungere il bel ponte in legno che supera la selvaggia val di Pai. Anche nelle giornate più luminose qui saremo circondati dall’umida ombra di questa forra che incute timore, se non vera e propria paura.
Il ponte sulla val di Pai. Foto di M. Dei CasSul lato opposto, dobbiamo superare un fianco roccioso, sfruttando la bella scalinatura e le corde fisse che ci sono veramente d’aiuto.
Poi il sentiero corre all’ombra di un bellissimo bosco di conifere, fino a raggiungere la frazione Valle di Gerola (m. 998): qui la valle comincia ad assumere la conformazione ad “U” caratteristica dei solchi generati dall’escavazione glaciale, ed il torrente Bitto non scorre più rinserrato fra rocce dirupate, ma si mostra al centro del pianoro che ospita il centro principale della valle stessa, cioè Gerola Alta (m. 1050), che raggiungiamo facilmente da Valle. Siamo in cammino da circa 4 ore, ed abbiamo superato un dislivello di circa 950 metri in altezza. Qui possiamo fermarci per il pernottamento, che può avvenire presso uno degli alberghi del paese, in attesa di percorrere il successivo tratto della Via del Bitto, raccontato nella seconda presentazione.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 950
Tempo
4 ore


- Cartina Kompass n. 91 (Lecco e Val Brembana)
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Gerola. Foto di M. Dei Cas 2 - Gerola-Trona Soliva
Geròla, dunque, centro di antichissime tradizioni, cuore dell’omonima valle del Bitto, paese la cui prosperità, legata soprattutto all’agricoltura, è testimoniata anche dalla ricca chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, staccatasi da Cosio già nel 1368. L’edificio ha assunto l’attuale aspetto dopo i restauri del 1796 e del 1928. Qui convergevano in buona parte i frutti di un’attività zootecnica favorita dal clima e dalla conformazione dell’alta valle.
I molteplici alpeggi che ne fanno da corona descrivono un arco che, da nord-ovest a sud-est, comprende l’alpe Olano, sopra Mellarolo, l’alpe Larice, sopra Rasura, l’alpe Ciof, sopra Pedesina, le alpi Combana e Stavello, sopra Case di Sopra e San Giovanni, l’alpe Vedrano, sopra Laveggiolo, l’alpe Trona Soliva, in fondo alla valle della Pietra, le alpi di Pescegallo, sopra l’omonimo centro turistico invernale ed estivo, l’alpe Bomino, nella valle omonima.
Si tratta dei luoghi nei quali si produce il formaggio grasso Bitto, con latte intero di mucca, cui viene aggiunto ache latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice.
La Via del Bitto poco sopra Gerola. Foto di M. Dei CasUna sagra nel mese di settembre celebra questo re di una cucina che solo impropriamente si potrebbe definire povera.
Oltre Gerola, l’alta valle del Bitto si divide in alcune valli terminali: da ovest, la val Vedràno, la valle della Pietra (che, a sua volta, si divide nella valle dell’Inferno e nella valle di Trona), la valle di Tronella e la valle di Pescegallo. Si tratta di valli coronate dalle più caratteristiche cime di questo sezione delle Orobie occidentali, cime non alte, ma frastagliate, dalle forme curiose, talora bizzarre. La più tipica, quella che si impone allo sguardo di chi risale la valle del Bitto fin dai suoi primi paesi, è il torrione di Tronella.
Questa seconda sezione nel percorso sulla via del Bitto è costituita da una salita, non lunga nel suo sviluppo, ma piuttosto serrata e faticosa: dobbiamo, infatti, salire lungo la valle della Pietra, da Gerola fino al rifugio di Trona Soliva, superando circa 850 metri di dislivello.
Per effettuare questa salita ci portiamo all’uscita del paese e, ignorata la deviazione sulla destra per le frazioni di Castello e di Laveggiolo, proseguiamo fino al ponte sul torrente che scende dalla valle della Pietra. Appena prima del ponte, stacchiamoci dalla strada sulla destra, percorrendo per un breve tratto una strada asfaltata che ci conduce ad un secondo ponte, superato il quale ci troviamo sul lato sinistro (per noi) della valle della Pietra. Percorriamo, così, per un buon tratto una bella mulattiera, fino ad intercettare una pista sterrata, che, tagliando un bel bosco di larici, ci porta ad una radura con alcune baite, a quota 1250.
Qui troviamo un ponte che ci riporta sul lato destro della valle, dove seguiamo per un tratto l’argine del torrente, prima di cominciare a salire in un bosco, trovando, a quota 1450 circa, un bivio. Un cartello ci informa che entrambi i rami portano al rifugio di Trona, quello di destra in un’ora, quello di sinistra in un’ora e mezza.
La Via del Bitto risale la valle della Pietra. Foto di M. Dei CasIl primo, infatti, sale deciso sul fianco della valle, in un bellissimo bosco, per poi sbucare, a quota 1700, su un ampio dosso, occupato dai prati e da qualche larice solitario, e salire, con traccia debole, fino ad intercettare, a quota 1900, la mulattiera che da Laveggiolo effettua la traversata all’alpe di Trona Soliva. Noi dobbiamo, però, seguire la traccia di sinistra, che, dopo qualche metro, supera un primo torrentello che scende dal fianco orientale della valle, per poi incontrarne, più in alto, un secondo.
Stiamo salendo, con diversi tornanti, su una bella mulattiera, con fondo lastricato di pietre, in uno scenario che non manca di elementi di asprezza, legati alle slavine che hanno reso irregolari le macchie e la vegetazione. Intorno a quota 1580 incontriamo una deviazione, sulla sinistra: si tratta di un sentiero che punta verso il bacino artificiale di Trona. Noi proseguiamo sul tracciato principale, che in alcuni punti è scavato nella roccia, ed a quota 1620 metri circa varchiamo in senso opposto, cioè da sinistra a destra, il torrentello incontrato più in basso, che in questo punto scende, molto suggestivamente, da una lunga roccia, dalla pendenza non accentuata, con un fresco scroscio. Più in alto, ritroviamo per la terza volta, a quota 1780 metri, il corso d’acqua, e lo varchiamo da destra a sinistra, per poi cominciare a risalire un largo dosso che porta al limite inferiore dei pascoli di Trona, passando a destra della casera nuova di Trona (m. 1830).
Il quadrivio sul limite dell'alpe di Trona. Foto di M. Dei CasAl termine della salita, ci troviamo ad un quadrivio, nel quale alcuni cartelli ci chiariscono un po’ le idee. Abbiamo, infatti, intercettato la Gran Via delle Orobie, che, percorsa verso destra porta al rifugio di Trona Soliva, mentre in senso opposto si dirige al bacino artificiale di Trona. C’è anche un sentierino che si stacca dalla Gran Via e punta deciso, in salita, alla bocchetta di Trona. Se intendiamo effettuare un’unica tappa da Gerola al rifugio Santa Rita o, ancora più avanti, a quello della Madonna della Neve in val Biandino, quest’ultimo sentieo ci permette di risparmiare una mezzora circa di cammino.
Se invece vogliamo far tappa al sentiero di Trona Soliva, o anche solamente rimanere fedeli al percorso storico della Via del Bitto, dobbiamo dirigerci verso destra: il rifugio, ottenuto riadattando la casera vecchia di Trona (m. 1907), è già ben visibile, ai piedi dell’ampio e luminoso anfiteatro di alpeggi che si dispiega ai piedi del versante orientale del pizzo Mellasc (m. 2465). Lo raggiungiamo dopo un ultimo tranquillo tratto: sono trascorse circa due ore e mezza dalla partenza, ed abbiamo superato 850 metri in altezza.
Il panorama dal rifugio è bellissimo: guardando a sud, riconosciamo lo sbarramento della diga di Trona e, alla sua destra, la mole imperiosa del pizzo omonimo (m. 2510). Alle spalle della diga si vede bene anche il solco della valle della Pietra, risalendo la quale si trova il bellissimo lago Zancone (m. 1856) e la bocchetta di Trona (m. 2324). Più a sinistra, il Torrione di Tronella (m. 2311), nel quale culmina la frastagliata costiera che divide le valli di Trona e di Tronella.
Il rifugio di Trona Soliva. Foto di M. Dei CasFacciamo un po' il punto della situazione. Se volessino riassumere le possibilità di articolare la traversata della Via del Bitto, potremmo utilizzare questo schema. In due giorni: da Morbegno a Gerola e da Gerola ad Introbio; oppure: da Morbegno a Trona Soliva e da qui ad Introbio. In tre giorni: Morbegno-Gerola, Gerola-Trona Soliva e Trona Soliva Introbio; oppure Morbegno-Gerola, Gerola-Santa Rita e Santa Rita-Introbio.
Qualunque sia la scelta effettuata, la Via del Bitto prosegue raggiungendo la bocchetta di Trona, il suo punto più alto: ma di questo si racconta nella terza presentazione.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 850
Tempo
2 ore e 30 min.
- Cartina Kompass n. 91 (Lecco e la Val Brembana)
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Il pizzo di Trona, visto dal rifugio Trona soliva. Foto di M. Dei Cas 3 - Trona Soliva-Madonna del Biandino
La seconda (o terza) giornata di questo cammino fra i meandri del tempo e della storia inizia dal rifugio Trona Soliva, a quota 1907, nell’incomparabile scenario della diga e del pizzo di Trona, che, visto da qui, si mostra tutta il suo imponente e perentorio profilo. Eppure il toponimo “trona”, assai diffuso in ambiente alpino, non indica, come qualcuno fantasiosamente immagina, il rombo fragoroso del tuono, ma una cavità o spaccatura nella roccia (la “truna” è, per esempio, una famosa spaccatura nella roccia presso la sommità del Sasso Bianco, sul crinale fra Valmalenco e versante retico della media Valtellina). A destra del pizzo di Trona, massiccio e severo, si scorge anche il profilo defilato, più mite ed arrotondato del pizzo dei Tre Signori: non si direbbe, da qui, che fra le due cime vi siano circa 43 metri di differenza, a favore della seconda (m. 2510 contro m. 2553). Ma il pizzo dei Tre Signori si prenderà la sua rivincita mostrandosi in tutta la sua signorilità dalla val Biandino, al termine di questa tappa.
In cammino, dunque, seguendo un sentiero segnalato che attraversa una conca ai piedi degli ampi pascoli che scendono dal pizzo Mellasc e, aggirato un ampio dosso, immette nell’ampio vallone erboso alla cui sommità è posta la bocchetta di Trona (m. 2092), il punto più alto della Via del Bitto. La bocchetta, che si raggiunge facilmente, è un osservatorio estremamente panoramico. Soffermiamoci ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra, il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.
L'alta Val Varrone, vista dal sentiero per la bocchetta della Cazza. Foto di M. Dei CasSul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto, che propone, in primo piano, l’ampia conca dell’alta Val Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno, che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada del Ferro, poi denominata Strada di Maria Teresa. Si tratta di una via che parte dalla frazione Giabi di Premana e risale l’intera val Varrone, fino alla bocchetta di Trona. La sua funzione nei secoli fu quella di permettere il trasposto a valle del minerale di ferro estratto dalle miniere dell’alta val Varrone, di cui restano ancora importanti tracce poco sotto la Via del Bitto. Del resto, che vi sia minerale di ferro fra queste montagne è testimoniato dalla tonalità rossastra che osserviamo in molte rocce.
Il riferimento all’imperatrice Maria Teresa, poi, si giustifica tenendo presente che fu proprio lei, nel Settecento, a risistemarne il tracciato, per l’importanza che il ferro aveva nell’economia dell’Impero Asburgico. Durante la prima guerra mondiale, infine, la strada assunse anche importanza militare, nel contesto dei lavori di fortificazione del crinale orobico voluti dal generale Cadorna. Il discorso sulla prima guerra mondiale ci introduce, poi, alla considerazione di un ulteriore elemento di interesse storico posto nei pressi della bocchetta di Trona.
Il Dente del Varrone, visto dal sentiero bocchetta di Trona-bocchetta della Cazza. Foto di M. Dei CasSi tratta dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto delle fortificazioni della linea Cadorna: si temeva, infatti, che, in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne, dopo la guerra, una cappella.
Sorse qui anche, nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio. La stessa sorte toccò qualche mese dopo, come vedremo, al santuario della Madonna della Neve in val Biandino, meta di questo tratto della traversata. Per visitare l’ex-colonia Pio XI dobbiamo salire di qualche decina di metri dalla bocchetta, perché è collocato a quota 2122.
Torniamo alla Via del Bitto che, senza scendere nell’alta val Varrone, effettua una bella traversata che ne taglia il versante terminale, con qualche saliscendi, intorno a quota 2000, passando sopra la miniera di ferro abbandonata di quota 1921. Seguendo la via e le indicazioni per il rifugio S. Rita, scendiamo, dunque, un po’ verso sinistra, passando a monte di una baita abbandonata. Dopo un breve tratto, incontriamo un bivio: salendo verso sinistra e seguendo le indicazioni “Falc” possiamo lasciare per un po’ la via del Bitto e guadagnare, sfruttando un canalino che immette in un più ampio vallone, il rifugio F.A.L.C. (m. 2215), che sorge dal 1948 poco al di sotto della bocchetta di Piazzocco. Salendo ancora di pochi metri, ci affacciamo al suggestivo scenario della valle d’Inferno, dove l’omonimo lago artificiale è dominato dal pizzo di Trona.
La bocchetta della Cazza e, poco sotto, il rifugio Santa Rita. Foto di M. Dei CasSi tratta di un fuori-programma di circa tre quarti d’ora, che ci può comodamente stare nell’economia complessiva di questa tappa.
Scendiamo di nuovo al bivio, per riprendere la via verso sud-ovest, aiutati anche, in un punto un po’ esposto, dalle corde fisse. Alla nostra sinistra è ben visibile l’imponente placca rocciosa che è posta ad ovest del crinale del pizzo Varrone e che separa l’alta val Varrone dalla val Biandino. Ignorata una seconda deviazione a sinistra, per la bocchetta di Piazzocco ed il pizzo dei Tre Signori, giungiamo, dopo un ampio traverso quasi pianeggiante, in vista della bocchetta della Cazza, poco al di sotto della quale, a 1999 metri, il rifugio S. Rita, sul crinale che separa val Biandino e val Varrone, e che, verso ovest, si biforca nella Sponda di Biondino e nella Costa del Dente, che culmina nel pizzo omonimo.. Dal rifugio possiamo gettare uno sguardo sul pianoro dell’alta val Biandino, dove, a 1595 metri, si trova il rifugio Madonna della Neve.
Non possiamo, però, non effettuare un secondo fuori-programma, di circa un’ora ed un quarto: la puntata al lago di Sasso. Poco prima del rifugio, infatti, troviamo una deviazione sulla sinistra, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al casello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni, che ci aiutano a destreggiarci fra diversi rami del torrente Troggia, saliamo, infine, alla conca terminale dell’alta Val Biandino. Di fonte a noi, il Pizzo dei Tre Signori, che mostra, da qui, un profilo più slanciato. Ed eccoci, infine, alla meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora, invece, si mostra in tutta la sua spettacolare bellezza: il lago di Sasso (m. 1922), pura gioia per gli occhi. Il lago è adagiato nella bella conca glaciale ai piedi del pizzo dei Tre Signori, in uno scenario affascinante, reso ancora più suggestivo da alcuni grandi massi che sorgono, a mo’ di isolotti, dalle sue acque. Il tempo, però, lavora contro questa perla,
La piana della val Biandino. Foto di M. Dei Casin quanto è in atto un lento processo di interramento dovuto al fatto che le acque di fusione che vi si immettono veicolano una cospicua massa di materiale solido. Ma di ciò si preoccuperà qualche nostro discendente. Noi dobbiamo, invece, solo preoccuparci di raggiungere la lunga e gentile piana della Val Biandino.
Potremmo scendere direttamente dal lago, passando per l’alpe Sasso, ma, per essere ligi al tracciato della Via del Bitto, dobbiamo tornare sui nostri passi, risalendo al bivio, per poi scendere, in breve, sul sentiero che dal rifugio Santa Rita, porta alla piana. La Via del Bitto scende, infatti, in val Biandino con un comodo tracciato (dove cominciamo a trovare i segnavia della Via del Bitto, bianco-rossi, con la sigla "VB"), anche se il primo tratto è un po’ ripido, passando anche nei pressi di un curioso larice solitario. Probabilmente anche lui, come noi, ammirerà la bellezza della piana.
La valle, infatti, ha un bell’aspetto verdeggiante, legato alla ricchezza delle acque che, a sua volta, rimanda alla natura delle rocce: si tratta di rocce acide, di natura silicea, impermeabili. La felice natura del luogo ha, ovviamente, favorito l’allevamento: siamo anche qui nella zona di denominazione doc del Bitto. Accanto al famoso Bitto, vi si producono anche l’altrettanto famoso Taleggio, la Ricotta ed il formaggio semigrasso. Sulla scorta di queste considerazioni gastronomiche, sicuramente appropriate dopo un cammino di circa 4 ore (compresi i due fuori-programma), con un dislivello complessivo di circa 500 metri, possiamo riposare le stanche membra presso il rifugio Madonna della Neve di Biandino, presso il santuario omonimo,
Il lago di Sasso. Foto di M. Dei Casoppure ad uno dei due rifugi, il Tavecchia ed il Bocca di Biondino, posti circa un chilometro oltre, al termine della piana.
Vale la pena di ricordare che questa tappa può avere anche una diversa articolazione. La Via del Bitto può essere percorsa, infatti, anche affrontando in un’unica giornata il tratto Trona Soliva-Introbio, oppure quello Gerola-Santa Rita o Gerola-Madonna del Biandino. Ciascuno si può ovviamente regolare, secondo le proprie capacità, necessità e predilezioni.
Quel che nessuno può mancare di fare è invece di leggere il resoconto dell'ultimo tratto, raccontato nella quarta presentazione.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 500
Tempo
4 ore
- Cartina Kompass n. 91 (Lecco e la Val Brembana)
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

La Madonna della Neve di Biandino. Foto di M. Dei Cas 4 - Madonna del Biandino-Introbio
Prima di lasciare la piana di Biandino, può essere interessante considerare qualche notizia sul santuario della Madonna della Neve (m. 1590), che ne costituisce il punto di riferimento più importante e di cui il rifugio è parte integrante (il santuario, infatti, è il complesso costituito dalla chiesetta, dall’alloggio del sacerdote e dal rifugio Madonna della Neve di Biandino, che ha una disponibilità di 25 posti letto). La valle è parte del plesso delle valli del Bitto, e gode di una situazione climatica particolarmente favorevole; per questo, fu sempre molto popolata da alpeggiatori (oltre cento, nel secolo XVII), ma anche da pastori e dagli operai che lavoravano alle miniere di ferro del vicino conglomerato dell’alta val Varrone. Ciò fece nascere l’esigenza di costruire un santuario per il culto, dal momento che Introbio non era facilmente raggiungibile. Fu così edificata la chiesetta, nel 1664, dalla famiglia Annovazzi, insieme con l’annesso alloggio per il sacerdote che doveva salirvi a dir messa. Il santuario, custodito fino alla metà del secolo scorso dagli alpeggiatori, assunse ulteriore importanza nell’Ottocento, quando gli abitanti di Introbio, per ringraziare la Madonna che li aveva preservati dalla grave epidemia di colera del 1836, istituirono la processione del 5 agosto, giorno in cui si ricorda la Madonna della Neve: da allora ogni anno salgono qui percorrendo la Via del Bitto. L’edificio attuale è l’esito della ricostruzione del 1947, dopo che, il 13 ottobre 1944 venne distrutto dai nazi-fascisti, per togliere ai partigiani una possibile base di appoggio (destino, questo, comune a numerosi altri rifugi o baite nell’arco orobico e retico).
Bene: arricchiti da questi ulteriori elementi storici, percorriamo il tragitto che separa il santuario dalla bocca di Biandino (m. 1487), cioè dalla piccola forra del torrente Troggia che immette direttamente alla piana. Cascatella del torrente Troggia, poco sotto il rifugio Bocca di Biandino. Foto di M. Dei CasPercorrendo un chilometro circa, su una pista sterrata, utilizzata dai fuoristrada che fanno la spola da Introbio ai rifugi, lasciamo alla nostra destra le baite dell’alpe, adagiate ai piedi della tranquilla sponda di Biondino, e la raggiungiamo: qui si trovano due altri rifugi, il Tavecchia, ben visibile, un po’ rialzato, alla nostra destra, ed il Bocca di Biandino, più appartato, su un bel costone di roccia, alla nostra sinistra. Prima di iniziare la discesa fino ad Introbio, gettiamo uno sguardo alla val Biandino, che da qui mostra bene la forma ad “U” che caratterizza i solchi alpini scavati dall’azione erosiva dei ghiacciai. Gustiamo ancora per qualche istante la sua dolcezza e salutiamo il marcato profilo del Pizzo dei Tre Signori, che la chiude, sulla destra: gli scenari che ci attendono sono, infatti, differenti, più aspri, anche se non meno suggestivi.
La pista attraversa il torrente, da destra a sinistra, su un ponte; noi, invece, rimaniamo alla sua destra ed imbocchiamo la mulattiera segnalata come Via del Bitto, che percorre il fianco occidentale della val Troggia (la valle, da qui, assume questo nome), caratterizzato, nella parte alta, da grandi balze di rocce rossastre e strapiombanti. Nel primo tratto, infatti, camminiamo a ridosso del fianco roccioso della valle, raggiungendo, in breve, un monumento collocato proprio sul ciglio di un precipizio, a 1460 metri (attenzione a non sporgersi!) e costituito da una piccola piramide, sulle cui facce è scritto 55°Rosselli. La piramide celebra il coraggio dei partigiani della formazione intitolata ai fratelli Carlo e Nello Rosselli, celebri esponenti antifascisti, del movimento Giustizia e Libertà, assassinati nel 1937 a Parigi. Dalla piramide possiamo dominare l’intera valle, al cui sbocco, nell’ampia conca della Valsassina, è posta la meta, Introbio.
Il monumento alla formazione partigiana 55 Rosselli. Foto di M. Dei CasProseguendo nella discesa, superiamo una piccola porta nella roccia ed un piccolo corso d’acqua laterale, e ci allontaniamo progressivamente dal solco del torrente; ed alla nostra sinistra si aprono i prati delle baite della Scala (m. 1379; la denominazione si riferisce ad un toponimo molto diffuso fra le montagne lombarde, che significa “salto roccioso”). Subito dopo, il sentiero, varcata una seconda porta nella roccia, passa ai piedi di una piccola cascata, che solca un salto di rocce rosse e levigate, e comincia a scendere, con una serie serrata di tornanti, in un bel bosco, fino a quota 1300 circa. Nella discesa siamo accompagnati dai segnavia biancorossi, con la sigla "VB", che costellano l'intero percorso dalla bocchetta della Cazza fino ad Introbio. Usciti dal bosco, possiamo osservare, sul lato opposto della valle, la pista, con fondo sterrato ed in cemento: la scelta di tracciare la pista sul versante orientale, suggerita anche dalla natura meno aspra del versante montuoso, ha preservato, per buona parte, l’antica Via del Bitto, così densa di significati storici.
Nella successiva discesa il sentiero oltrepassa una piccola macchia di betulle, che ne fanno da gentile cornice, ed un meno bucolico corpo franoso, prima di rientrare nel bosco e di riavvicinarsi al torrente, che però, ora, non corre più nascosto da aspri salti di roccia, ma si mostra, fra rocce levigate e candide, di un bel colore verde, pochi metri sotto di noi, alla nostra sinistra. Perdiamo, così, altri duecento metri circa, ed abbiamo modo di osservare con attenzione il selvaggio vallone che solca il lato opposto della valle. Superiamo, quindi, il torrentello dell’Acqua Torcia, prima di avvertire qualche belato di capra: non si tratta di un gregge che vaga liberamente al pascolo, ma delle capre, allevate con altri animali, nell’agriturismo “La Baita”, che ritroviamo appena sopra la mulattiera, alla nostra destra. Può essere un buon punto di appoggio per il ristoro (se ne fossimo interessati, possiamo telefonare al numero 347 5212186).
L'ultimo tratto della Via del Bitto, poco sopra S. Ubaldo. Foto di M. Dei CasPochi metri più in basso, la Via del Bitto confluisce nella pista sterrata, che, nel frattempo, si è portata sul lato occidentale della valle. Dobbiamo, quindi, seguirla per un breve tratto, fino ad incontrare una fontana alla nostra destra, fatta edificare dalla S.E.L. (Società Escursionisti Lecchesi) in memoria di Umberto Pozzoli, giornalista e poeta lecchese che ne fu socio (1901-1930). Un cartello ci indirizza alla selva sulla nostra sinistra, dove, pochi metri più in basso, si trova un altro luogo di notevole interesse storico. Si tratta dell’Acqua di San Carlo (m. 1059), sorgente legata ad un miracolo che, si narra, venne compiuto dal celebre arcivescovo milanese dell’età controriformistica (1538-1584). Costui era noto per il grande zelo pastorale e, probabilmente di ritorno ad una visita alle parrocchie del Canton Ticino (che allora rientrava nella Diocesi di Milano), si fermò proprio in questo luogo; arso dalla sete, fece sgorgare da un masso, come Mosè, una fresca sorgente. Da allora il luogo divenne meta di pellegrini, e, per accoglierli, venne costruita una piccola piazzola, di 5 metri di diametro, ancora oggi visibile. L’attuale manufatto in blocchi di verrucano lombardo (la roccia rossastra che caratterizza, come abbiamo visto, il fianco occidentale della val Troggia) risale al 1934.
Risaliamo alla pista e seguiamola ancora per un tratto, fino a trovare, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera, che se ne stacca seguendo un percorso più basso, all’ombra di un bosco di castagni, fino a scendere al letto del torrente e ad attraversarlo su un ponticello, il Ponte dei Ladri. Dopo un breve tratto, ignorata la deviazione sulla sinistra per il rifugio Grassi, scendiamo ad un gruppo di castagni di considerevoli dimensioni, a valle dei quali la mulattiera intercetta di nuovo la pista, nel tratto immediatamente successivo al Primo Ponte (m. 849), che riporta quest’ultima al lato quello sinistro della valle. Dobbiamo scendere, ora, per un buon tratto, passando anche accanto, a quota 750 metri circa, ad una bella baita isolata.
Introbio. Foto di M. Dei CasPoco sotto, a quota 728, in corrispondenza di un tornante destrorso, incontriamo un cartello che segnala l’ultimo tratto della mulattiera, che si stacca sulla sinistra dalla pista. Si tratta di un tratto breve (Sant’Uberto è data a 10 minuti, Introbio a 20), ma estremamente interessante, perché il fondo della mulattiera diventa qui bellissimo, un grisc accurato, una piccola opera d’arte. Scendendo, incontriamo anche un vecchio cippo, con le indicazioni per il rifugio Grassi: curiosamente, vi leggiamo la scritta “BIANDINO” con le due enne rovesciate. Poco sotto, ecco Sant’Uberto (m. 650), una cappelletta votiva dedicata al protettore dei cacciatori, posta sulla sinistra della mulattiera che, uscita dal bosco, scende alle case della parte alta del centro storico di Introbio.
La mulattiera termina proprio ad una delle strette vie che si snodano fra le case, a quota 600 metri circa. Scendendo per un tratto in paese, incontriamo la Torre del Pretorio, di origine medievale, ma rifatta in epoca Rinascimentale. La fortificazione di Introbio si spiega considerando la sua posizione strategica nella bassa Valsassina, come porta di accesso al territorio lecchese. Ma è l’intero paese che merita di essere visitato, chiamando a raccolta le energie residue dopo una discesa che ci ha fatto perdere circa 1000 metri di quota, in poco più di un paio d’ore di cammino. Di particolare interesse è la villa Migliavacca (1913), adibita ora a sede municipale. Termina così una lunga traversata che ci ha offerto più di uno spunto per una suggestiva immersione in un passato più o meno lontano. Riemergiamo al presente, arricchiti, però, da un’esperienza di straordinario interesse.
Qualche indicazione per chi intende effettuare la traversata in senso contrario. Chi viene dalla Valtellina può raggiungere Introbio staccandosi all’altezza di Bellano dalla superstrada ss. 36 del lago di Como. La Torre del Pretorio di Introbio. Foto di M. Dei CasAll’uscita dallo svincolo, non si scende in paese, ma si prende subito a sinistra, seguendo le indicazioni per la Valsassina. Salendo, si incontra la deviazione a sinistra per Tremenico e Premana, e la si ignora, seguendo le indicazioni per Lecco. Si passa così da Cortenova, dove desta impressione, sulla sinistra, lo spettacolo della grande frana che si è staccata dal fianco montuoso nel novembre 2002, sommergendo una fabbrica ed alcune abitazioni. Si raggiunge poi Primaluna, e subito dopo Introbio. Per trovare la partenza della mulattiera, si può prendere come riferimento la chiesa parrocchiale e dirigersi verso destra (per chi è rivolto verso la facciata e guarda a monte), in direzione della caserma dei carabinieri. Svoltando a sinistra, si sale nella zona della Torre del Pretorio, e si cerca la via per Biandino, in cima alla quale si trova la partenza della mulattiera.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 1000 (in discesa)
Tempo
2 ore
- Cartina Kompass n. 91 (Lecco e la Val Brambana)
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas
[an error occurred while processing this directive]