In Valle Poschiavina

L'appartata e splendida valle sull'angolo di nord-est della Valmalenco

 

 
 

La valle Poschiavina vista dal passo di Canciano. Foto di M: Dei Cas
La val Poschiavina (val pus-ciavìna, da non confondere con la più ampia Valle di Poschiavo, in territorio elvetico) è una laterale sud-orientale della valle di Campomoro, la quale, a sua volta, confluisce, con il vallone di Scerscen, nella Val Lanterna, ramo orientale dell’alta Valmalenco. Si tratta di una valle dall’aspetto dolce e tranquillo, ideale per rilassanti passeggiate, ma anche ottima per escursioni di impegno medio-facile che regalano scorci e panorami di eccezionale bellezza. Presentiamo, qui, le più importanti possibilità escursionistiche offerte da questa valle.
Per raggiungerla dobbiamo imboccare, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (15,5 km da Sondrio); prendiamo, poi, a destra ad una rotonda ed L'alpe Poschiavina. Foto di M. Dei Casattraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia, a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita in automobile in valle di Campomoro, dove si trovano i due grandi sbarramenti delle dighe di Campomoro e Gera. È possibile portarsi, percorrendo un ultimo tratto sterrato, in vista dell’impressionante muraglia della diga di Gera, fino ad un ampio piazzale dove possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1990 metri.
Un sentiero, segnalato da un cartello (che dà l’alpe Poschiavina ad un’ora ed il giro del lago di Gera a 2 ore e 30 minuti), ci porta, in breve, ai piedi della diga (dove possiamo giungere anche seguendo l’ultimo tratto della pista sterrata, chiusa al traffico), mentre una stradella asfaltata ci porta sul camminamento sommatale. Si apre, da qui, lo splendido scenario del ramo orientale del ghiacciaio di Fellaria (vedréce de Felérìe), incorniciata dalla cima dei Sassi Rossi, a sinistra, e dal piz Varuna, a destra. Il ghiacciaio appare ancora imponente, anche se da due secoli almeno è in ritirata (in epoca napoleonica era unito anche in basso con l’attuale ramo occidentale e con la vedretta del piz Varuna).
Il torrente Poschiavino. Foto di M. Dei CasOra non dobbiamo prendere a sinistra, percorrendo il camminamento (si dirige in questa direzione chi sale al rifugio Bignami), ma proseguire sulla destra, su una stradina sterrata che passa alta sul grande invaso, seguendone il lato destro (orientale). Dopo una breve galleria, la strada piega a destra e sale per un tratto, fino ad un bivio, al quale dalla essa si stacca, sulla sinistra, un sentiero che scende ad un ponte e prosegue sul lato opposto del torrente Poschiavino. Si tratta, come segnala un cartello, del sentiero per l’alpe Gembrè (lo percorre chi effettua il giro del lago di Gera oppure sale al passo di Confinale ed al bivacco Anghileri-Rusconi).
Noi, invece, continuiamo sulla pista, fino alla croce posta all’ingresso della piana dell’alpe Poschiavina. Un ponticello in cemento ci fa passare a sinistra del torrente, dove la pista prosegue ancora per un tratto, terminando alle baite dell’alpe (m. 2218). Colpisce l’aspetto bucolico della piana, alpeggio che non è stato ancora abbandonato, anche se appartiene al passato la vita vivace che la animava quando la cinquantina di baite erano abitate, d’estate, da altrettante famiglie di Lanzada (soprattutto delle frazioni di Tornadri e Vetto), ciascuna con il proprio soprannome.
Da qui partono i diversi possibili itinerari che andremo a raccontare.
Il primo ha come meta i due laghetti dei Bianchi (lach di Ggiàanch), poco conosciuti e nascosti in uno degli angoli più belli della Valmalenco, un Il laghetto dei Bianchi. Foto di M. Dei Caspiccolo altopiano posto a monte dell’alpe, ad est, alle spalle del severo versante che sovrasta le sue baite. Non possiamo, ovviamente, raggiungerli puntando direttamente a questo versante, anche se un ripido canalone di erbe e sfasciumi, che scende alle spalle delle baite, potrebbe indurre in tentazione: non vale proprio la pena di andare incontro alla fatica di un’aspra salita ed al rischio connesso con il terreno accidentato, quando ai laghetti si può comodamente giungere con un arco in senso antiorario che lo aggira da sud e da est. Un arco che richiede circa una trentina di minuti di cammino.
Proseguiamo, dunque, sul sentiero che lascia le baite dell’alpe verso l’interno della valle, accompagnati dai caratteristici segnavia dell’Alta Via della Valmalenco (i triangoli gialli, che segnalano la settima tappa, dal rifugio Bignami al rifugio Cristina all’alpe Prabello). Il sentiero, che si allarga a mulattiera, rimane a sinistra del torrente e risale, con qualche svolta, un primo modesto gradino di soglia della valle, affacciandosi ad una piana superiore, denominata Mut de la Càgna.
Terminata la salita, però, dobbiamo staccarcene, sulla sinistra, per tagliare in diagonale il facile versante ai piedi della formazione rocciosa, salendo gradualmente, fino ad intercettare un sentiero abbastanza marcato, che ci porta sul limite di un’area di pascolo delimitata da paletti e filo. Il sentiero prosegue fino ad una bella conca rialzata rispetto al fondovalle, denominata Ciàn del Tagiö (m. 2400), dove, a ridosso di un enorme masso erratico, si può vedere un rudimentale ricovero che serviva ai pastori per ripararsi in caso di tempo cattivo. Dalla conca parte, Il laghetto dei Bianchi. Foto di M. Dei Cassalendo verso sinistra (cioè in direzione quasi contraria a quella che abbiamo tenuto finora), un evidente sentiero che punta all’altrettanto evidente selletta erbosa posta a nord-ovest, tagliando l’ampio versante denominato Cósto granda. Percorrendolo, torniamo, ovviamente rimanendo alti, verso l’imbocco della valle.
Pochi metri oltre la bocchetta ci accoglie il primo e più piccolo dei laghetti dei Bianchi (m. 2476), un laghetto, purtroppo, agonizzante, invaso, com’è, dalla vegetazione che lo sta colonizzando e progressivamente interrando. È, questo, un processo comune a molti laghetti alpini.
Ma di cosa si tratta, esattamente? Per capirlo, dobbiamo considerare la natura della torbiera, un vero e proprio tipo di suolo, puramente o prevalentemente organico, con una componente minerale nulla o trascurabile; tuttavia ha anche le caratteristiche di un substrato sedimentario, simile a quello dei carboni fossili. Essa si forma nei pianori chiusi da bordi rialzati, dove l’acqua, ristagnando, determina zone umide in cui il l'azione di decomposizione viene rallentata dalla scarsa ossigenazione e dall'ambiente acido. Si accumula, così, uno strato di materiale vegetale che prende il nome di torba ed è caratterizzato da un elevato contenuto di carbonio organico.
Nella torbiera, accanto a muschi e sfagni, prosperano carici e giunchi, spesso vivacizzati dai pennacchi degli eriofori, simili a batuffoli di cotone. La torbiera, nella sua lenta ma inesorabile avanzata, è destinata ad essere la principale causa dell’interramento futuro di questo laghetto: le specie vegetali producono una quantità più o meno considerevole di materiale vegetativo, i cui resti morti tendono ad accumularsi sul fondale, determinando un suo graduale innalzamento.
Il lago dei Bianchi. Foto di M. Dei Cas
La diminuzione della profondità dello specchio d’acqua offre, a sua volta, nuovi spazi che, quando sono prossimi al pelo dell’acqua, vengono rapidamente colonizzati da altre piante. Si assiste, così, al graduale avanzamento, verso il centro del lago, della vegetazione, costituita da comunità diverse che si associano e si alternano nel processo di interramento. Le truppe d’assalto sono quelle più acquatiche, mentre in retroguardia stanno quelle meno igrofile, che colonizzano il suolo meno imbevuto d’acqua.
Possiamo immaginare, dunque, quale sarà lo scenario futuro, anche se i nostri occhi non lo verranno mai: al laghetto si sostituirà una piana di torbiera, simile ad altre più illustri ed estese piane, come il pianone della Val Porcellizzo, ai piedi dei pizzi Badile e Cengalo, o, sempre in Val Masino, la piana di Preda Rossa, ai piedi del monte Disgrazia. Ma il laghetto, nonostante sia ormai una pozza, è ancora abbastanza vivo e vivace da regalarci un bellissimo effetto di specchio che cattura, nelle sue acque, l’immagine dei poderosi pizzi gemelli di Argient e Zupò, giganti della testata della Valmalenco.
Qualche decina di metri più in là, ed alla medesima quota, scoviamo, poi, il secondo e maggiore dei laghetti, che gode, per ora, di una salute decisamente migliore. Lo scenario è davvero splendido: siamo nel cuore di una piana alta immersa in un silenzio profondo e luminoso, un balcone di forte suggestione panoramica, che propone, da sinistra, i pizzi Canciano (m. 3103) e Scalino (m. 3323), ai cui piedi si stende la vedretta dello Scalino, la mole poderosa del monte Spondascia (m. 2867), il profilo ben noto del monte Disgrazia (m. 3678), che fa capolino, timido e lontano, le scure muraglie del Sasso Moro (m. 3108), la cima di Caspoggio (m. 3136) e la punta Marinelli (m. 3182), alla cui destra si riconosce il passo di Marinelli orientale, i pizzi Roseg (m. 3936) e Scerscen (m. 3971; si nasconde, invece, il Bernina, m. 4049), i due poderosi Il lago dei Bianchi. Foto di M. Dei Cascorni dei pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995) e, per finire, le tre cime del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), sormontate dal ghiacciaio.
La salita a questi splendidi laghetti richiede, dal parcheggio della diga di Gera, non più di un’ora e mezza di cammino (il dislivello in altezza è di 490 metri circa). L’escursione potrebbe concludersi qui (il ritorno avviene per la medesima via di salita), oppure potremmo prolungarla, dai laghetti, verso la vicina val Confinale o verso i passi di Ur e Canciano, sul fondo della valle Poschiavina. La prima possibilità potrebbe essere denominata anello Poschiavina-Confinale, in quanto interessa entrambe le valli che confluiscono nella valle di Campomoro. Vediamo come procedere.
La traccia di sentiero si ferma ai laghetti, ma, senza difficoltà, ci portiamo a destra del secondo e risaliamo il facile dosso che si trova a monte di questo, rimanendo a destra di un vallone (direzione est-nord-est). Al termine della salita, ci affacciamo ad un corridoio erboso che corre perpendicolarmente alla direzione dalla quale siamo giunti, con una debole traccia di sentiero. Procediamo, però, diritti nella salita, raggiungendo, in breve, un secondo corridoio.
Ora dobbiamo aguzzare lo sguardo e trovare, su un masso, che dovrebbe trovarsi poco distante, alla nostra destra e ad una quota di circa 2600 metri, un segnavia bianco-rosso-bianco (i colori della segnaletica curata dal CAS, cioè del Club Alpino Svizzero), che segnala il sentiero (qui debole traccia) che dal passo di Ur, cioè dal fondo della valle, alla nostra destra, traversa, verso sinistra, alla val Confinale ed al passo omonimo. È il sentiero che ci consentirà di proseguire nel nostro anello.
Intorno a noi, in diverse direzioni, non potremo non notare gli affioramenti di roccia calcarea e friabile, di color bianco, denominati Ggiàanch (Sassi Bianchi), cui i laghetti debbono il loro nome. In alto, invece, la cresta propone una frastagliata sequenza di roccette, sul confine italo-svizzero, ad una quota di poco inferiore ai 2800 metri, denominate le Ruzze (i Rüzzi o èl Crestùn) che culminano, a sud-est, nel Corno delle Ruzze o Campascio (m. 2808), una fascia di rocce dove domina lo gneiss, mentre nella parte bassa del versante della valle domina I pizzi Argient e Zupò visti dal sentiero per la val Confinale. Foto di M. Dei Casincontrastato il serpentino.
Individuato il segnavia, proseguiamo, ora, mantenendo la medesima quota, verso sinistra, cioè verso nord-ovest (segnavia bianco-rosso-bianchi, ma anche bianco-rossi, ed ometti ci aiutano). Dopo una breve salita, attraversiamo, sul lato sinistro, uno splendido corridoio, fra pascoli, massi e conche di pozze prosciugate, e cominciamo, piegando gradualmente a destra, ad aggirare l’ampio dosso che separa la val Poschiavina dalla val Confinale. Improvvisamente si apre lo scenario grandioso delle cascate di Fellaria, nelle quali i diversi rami alimentati dall’omonimo ghiacciaio precipitano confluendo nel torrente Cormor, a monte dell’invaso di Gera ed ai piedi della gigantesca parte orientale della testata della Valmalenco. Nel passaggio dall’una all’altra valle il sentiero, senza perdere quota, attraversa una breve fascia di massi, e conduce ad una graziosa pianetta, dove troviamo un ometto ed un paletto con il numero 5 (che segnala il punto di osservazione n. 5), a quota 2580.
Ci affacciamo, ora, sulla val Confinale, alla quale il sentiero scende, piegando dapprima a sinistra, lungo un canalino, e poi a destra, per tagliare una fascia di pascoli rialzata rispetto al fondovalle.
La discesa termina, tranquillamente, sul fondo del grande pianoro della media valle, a quota 2440. Si tratta del "saguréte", o "ciàn de saguréte", dove, in corrispondenza del punto di osservazione 4, intercettiamo il sentiero che dall’alpe Gembré sale al passo Confinale ("cam(p) finàl", m. 2634), al bivacco Anghileri-Rusconi (m. 2654), appena sopra il passo, ed alla cima Fontana (m. 3068), i cui vasti fianchi dominano il versante settentrionale della valle.
La testata della Valmalenco vista dal sentiero per la val Confinale. Foto di M: Dei Cas
Dobbiamo scegliere, ora, se iniziare subito il ritorno, oppure fare una capatina al passo ed al bivacco, dai quali si gode di un ottimo panorama sulla Valle di Poschiavo. Nel secondo caso, mettiamo in conto un’ora in più circa di cammino. Per tornare al parcheggio di Gera, percorriamo il sentiero verso sinistra, facendo attenzione a non perderlo. Attraversando il pianoro del "saguréte" prestiamo attenzione ai ruderi della "ca di panàu", cioè "casa dei Finanzieri" (indicata, sull'IGM, come "Baita", e quotata 2440 metri): si tratta di un rudimentale ricovero ricavato dai finanzieri sotto una roccia sporgente, ed usato, dagli anni Trenta agli anni Sessanta del secolo scorso, come luogo di appostamento per sorprendere i contrabbandieri che scendevano dal facile passo Confinale in Valmalenco.
Percorso il pianoro, ci affacciamo all’alto gradino di soglia che dà sulla conca dell’alpe Gembrè (m. 2190), tagliando il quale scendiamo, lungo il sentiero che ora diventa largo e marcato, all’alpe, che guarda alle fragorose ed imponenti cascate di Fellaria e che gareggia con l’alpe Poschiavina quanto a ridente bellezza.
Sul suo limite di sinistra troviamo il sentiero che fiancheggia il lato orientale del bacino di Gera; percorrendolo, dobbiamo affrontare una breve ma faticosa salita prima di raggiungere il ponte sul torrente Poschiavino, oltre il quale intercettiamo la pista sterrata utilizzata per salire all’alpe I pizzi Argient e Zupò si specchiano nella pozza presso il sentiero per il passo di Ur. Foto di M. Dei CasPoschiavina; questa, percorsa verso destra, ci riporta al camminamento della diga, dal quale ridiscendiamo all’automobile, dopo 3 ore e mezza/4 di cammino (il dislivello è di circa 580 metri), che salgono a 5 circa se passiamo dal passo Confinale.
Riportiamoci, ora, ai laghetti dei Bianchi, per considerare la seconda possibilità escursionistica, che potremmo denominare anello dei passi Ur-Canciano, dal momento che li tocca entrambi, per poi scendere al fondo della val Poschiavina e percorrerla interamente fino all’alpe. Sfruttiamo il medesimo sentiero utilizzato per la traversata alla val Confinale, che però, ora, percorriamo verso destra (sud-est), effettuando una bellissima traversata alta sui terrazzi del fianco nord-orientale della valle. Eccoci, dunque, di nuovo al primo ometto che incontriamo salendo dai laghetti dei Bianchi: prendiamo, ora, a destra, su un sentiero con traccia debole ed intermittente (attenzione, quindi, a segnavia ed ometti).
Superato un ometto costruito interamente con sassi bianchi, raggiungiamo, restando più o meno alla medesima quota, un nuovo corridoio erboso, oltre il quale dobbiamo prestare attenzione: vediamo, infatti, alla nostra sinistra, più in alto, due grandi ometti, che parrebbero suggerire che il sentiero guadagni quota; non è così: la traccia passa a destra di un curioso corno di sassi bianchi, e riusciamo a distinguerla, un po’ più in basso, in un punto nel quale sale leggermente. Superato questo punto, scendiamo, gradualmente, per un buon tratto, raggiungendo una specie di corridoio: alla nostra destra vediamo una piccola pozza, nella quale si specchiano i pizzi Argient e Zupò. Noi procediamo in direzione opposta, superando il tratto che richiede maggiore attenzione, in quanto taglia un versante piuttosto ripido, esposto, nel primo punto, su un ripido declivio erboso che termina in un pericoloso salto roccioso. Superiamo, quindi, un vallone e ci affacciamo ad una nuova ampia fascia di prati. Davanti a noi, sul lato opposto, una formazione rocciosa. Tagliamo i prati sulla sinistra, salendo a monte della formazione (attenzione a non prendere una traccia di sentiero sulla destra, che scende a valle di questa), fino ad un nuovo paletto con numero cancellato. Attraversata una piana, saliamo ancora un po’, passando a sinistra di una nuova modesta formazione rocciosa.
Il lago di Ur. Foto di M. Dei Cas
Passiamo, quindi, leggermente a monte di una piccola conca occupata interamente da eriofori, cui fanno da sfondo i pizzi Canciano e Scalino. È la tomba, come intuiamo facilmente, di un microlaghetto cancellato dal processo di interramento; su di essa quegli stessi eriofori che l’hanno ucciso sembrano un beffardo omaggio alla sua memoria, ed il pensiero corre al più piccolo dei laghetti dei Bianchi. A pensiero triste si congiunge pensiero triste: osservando le dimensioni ormai modeste della vedretta dello Scalino, non possiamo non rimanere stupiti pensando che un paio di secoli fa il ghiacciaio scendeva alla parte terminale della valle, di fronte al passo di Canciano.
Procediamo, senza perdere quota, attraversando altri due corridoi, finché si apre ai nostri occhi un ampio spaccato della Valle di Poschiavo. Ora, piegando leggermente a destra, cominciamo la discesa al passo di Ur, in territorio svizzero, zigzagando fra formazioni rocciose arrotondate, in direzione del laghetto di Ur (laghét in int sum), che intravediamo per pochi istanti, seminascosto fra le rocce arrotondate. Ignorata la deviazione a sinistra, segnalata, per l’alpe d’Ur, ed oltrepassata una pozza, raggiungiamo, infine, le sue rive. Nelle sue acque si specchiano, bellissimi, i pizzi Canciano e Scalino. Appena a monte della sua riva destra, vediamo il cartello ed il cippo che segnalano il confine ed il passo d’Ur (pas de ùer o de la pus-ciavìna, m. 2519).
Il lago di Ur. Foto di M. Dei Cas
Proseguiamo, ora, nella traversata, che si dipana fra le arrotondate formazioni rocciose sul confine italo-svizzero, fino al passo di Canciano. Il sentiero, sempre segnalato da segnavia bianco-rossi-bianchi, volge inizialmente a sinistra, salendo per un tratto e passando a destra di un corno roccioso. Oltrepassata la selletta a destra del corno, scendiamo ad un ampio avvallamento, sul cui fondo ci raggiunge, da sinistra, un sentiero che proviene dal versante svizzero; noi proseguiamo verso destra, riprendendo a salire. Raggiunta una pianetta, scendiamo ancora per un breve tratto, salendo poi ad un gruppo di roccette. Una nuova successione di breve discesa e salita precede un più lungo tratto di discesa, che ci porta al punto nel quale il sentiero viene raggiunto da quello che sale, da destra, dalla val Poschiavina. Non siamo ancora al passo di Canciano, che rimane leggermente più alto, ma è questo il punto nel quale inizia la discesa che ci riporta all’alpe Poschiavina (nulla vieta, ovviamente, che prima si proceda ancora un po’, fino al passo).
Scendiamo, dunque, sul sentiero che percorre l’intera valle, restando sempre a destra (per chi scende) del torrente, alimentato dalla vedretta dello Scalino. Superati, con modeste discese, alcuni brevi gradini di soglia (il primo è denominato “sas di valéni”), ci riaffacciamo, alla fine, all’alpe, dalla quale, per la medesima via percorsa salendo, ridiscendiamo all’automobile. Questo anello dei passi di Ur-Canciano richiede, complessivamente, circa 3 ore e mezza/4 di cammino (il dislivello approssimativo in salita è 600 metri).
Il lach di Svizzer. Foto di M. Dei Cas
Vediamo, infine, la più nota e classica delle possibilità escursionistiche offerta dalla val Poschiavina, che taglia fuori i laghetti dei Bianchi e coincide, in buona parte, con la settima tappa dell’Alta Via della Valmalenco. Potremmo chiamarla anello del monte Spondascia, in quanto ne aggira interamente gli ampi versanti. Questo anello ci porta a risalire l’intera val Poschiavina, raggiungendo il passo di Canciano e salendo al più alto passo di Campagneda, dal quale si scende all’alpe omonima, per tornare infine, sfruttando una comoda mulattiera, alla strada sterrata che corre a lato dell’invaso di Campomoro.
Dall’alpe Poschiavina, dunque, percorrendo a rovescio (rispetto all’itinerario sopra descritto) la mulattiera del fondovalle, saliamo, sempre rimanendo a sinistra del torrente, l’intera valle, guidati dai triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco. Intercettato, dopo una breve salita, il sentiero che proviene, da sinistra, dal passo di Ur, proseguiamo verso destra, superando un punto nel quale troviamo addirittura 4 tipi diversi di segnavia (bianco-rosso-bianco. rosso-bianco-rosso, bianco-rosso e triangolo giallo: ce n’è davvero per tutti i gusti!) ed un terrazzo di rocce. Puntiamo, quindi, ad una fascia di rocce segnalata da un grande triangolo giallo con all’interno il numero 7. Qui dobbiamo superare, con l’aiuto di corde fisse e scalini in metallo, una strozzatura non difficile, salendo poi ancora, prima verso destra, poi verso sinistra, fino a trovarci a sinistra di un delizioso laghetto, che precede di poco il pianoro del passo.
Il lach di Svizzer. Foto di M. Dei Cas
Questo laghetto veniva chiamato laghét di Svìzzer, perché qui si ritrovavano pastori degli alpeggi svizzeri e pastori degli alpeggi di val Poschiavina e di Campagneda, per procedere, in un clima di cordialità, allo scambio di qualche chiacchiera e di qualche prodotto, sotto l’occhio sempre vigile delle guardie di confine. Già, perché questo fu, in passato (soprattutto dagli anni 30 agli anni 50 del secolo scorso), uno dei passi più battuti dai contrabbandieri, che, in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, effettuavano i loro viaggi al di là ed al di qua del confine, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Procedevano, possiamo immaginarli, con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla (tabacco e sale portato dalla Svizzera, ma anche formaggi, burro, salumi, riso e lana d’angora dall’Italia alla Svizzera), pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. L’eco di questi avventurosi viaggi e di questi incontri gioviali fra alpigiani pare ormai perso; rimane, ora, solamente il fragore delle acque che scendono dalla vedretta dello Scalino e del Canciano; rimane, anche, una gara di sky-race da Lanzada a Poschiavo, che si tiene alla metà di giugno e passa proprio di qui.
Non con passo da sky-runner, ma con il lento incedere dell’escursionista, procediamo, trovando, poco oltre, un cartello che segnala il Passo da Cancian (passo di Canciano), quotato 2498 metri (sulla carta IGM è, invece, quotato 2646 metri), ed indica, nella direzione dalla quale Torrente che scende in Valle di Poschiavo. Foto di M. Dei Casproveniamo, il passo d’Ur a 20 minuti e l’alpe d’Ur ad un’ora ed un quarto, mentre nella direzione in cui procediamo Campomoro è dato a 2 ore. Poco distante, vediamo un cippo di confine, con le indicazioni I ed S, posato nel 1930.
Proseguendo per breve tratto, vediamo, sulla sinistra, un sentiero che scende ad un ponte e prosegue nella discesa, lungo la val Cancian,  in Valle di Poschiavo. È, ovviamente, possibile seguirlo, se poi si è in condizione di tornare a Campomoro sfruttando servizi pubblici e/o privati. Esso passa per Palü Granda (m. 2290) e l’alpe Cancian (m. 2132), dove confluisce in una strada sterrata che, superato un ponticello, prosegue nella discesa immergendosi nel Bosc da Caral. La sterrata intercetta che da Selva sale a Quadrada e che, percorsa in discesa, porta, appunto, a Selva (m. 1450). Da qui, infine, una strada porta al fondovalle, nei pressi della frazione di Annunziata (m. 975), a valle di Poschiavo.
Ma torniamo al nostro anello. Invece di scendere al ponte, dal passo proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Salendo su terreno morenico, giungiamo in vista di un masso che reca scritto, in caratteri gialli, “Pont”, ed una freccia che ci invita a piegare a destra. Prendendo gradualmente a destra, infatti, possiamo scendere ad un nuovo ponte in legno che ci permette di superare senza problemi il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, che vediamo alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, che ci consentono di guadagnare un pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche.
I laghetti sotto il passo di Campagneda. Foto di M. Dei CasLa traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda. Possiamo anche scegliere una via più breve, che punta ad un ometto ben visibile sulla sommità di un ampio dosso erboso che ci sta davanti, oltre i laghetti. La scelta dipende anche dalle condizioni di questi: se è difficile guadarli, prendiamo la prima via, facendo però attenzione, una volta guadagnato il pianoro del passo, a volgere decisamente a destra, fino a portarci alle spalle dell’ometto che abbiamo visto dai laghetti. Se scegliamo la seconda via, raggiunta la sommità del dosso, dove troviamo l’ometto ma anche un arco, dobbiamo procedere diritti, scendendo leggermente.
Il passo di Campagneda è un po’ diverso da come uno si immagina i valichi alpini: non un intaglio, più o meno stretto, su un crinale, ma semplicemente il punto, segnalato da un cartello, nel quale, a quota 2626 metri, dal pianoro un canalone scende verso l’alpe Campagneda. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490), le cui scure acque ci negano anche solo un barlume di sorriso; a stento le luminose (sul far del tramonto) rocce che lo chiudono verso monte riescono a specchiarsi.
Il più alto dei laghi di Campagneda. Foto di M. Dei CasPieghiamo, allora, a sinistra, allontanandoci dallo scorbutico lago, passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339), anche lui perennemente imbronciato. Lui, però, qualche ragione ce l’ha, dal momento che si è visto affibbiare il nome di lach brüt cioè lago brutto (ma viene chiamato anche “lach negru”, lago nero), cosa che non gli avrà fatto propriamente piacere. Ma l’avranno chiamato così per la sua faccia scura, o ha la faccia scura perché l’hanno chiamato così?
Mentre riflettiamo sull’amletico dilemma, continuiamo a scendere, gettando magari un’occhiata, sulla sinistra, in alto, al pizzo Scalino, vero signore di questi luoghi, che da qui mostra un profilo insolito. Raggiungiamo, così, la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda, dove troviamo subito un bivio. Il sentiero che prosegue verso sinistra (segnavia gialli dell’alta via) porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina; quello di destra (scritta gialla “Zoia”, semicancellata, su un masso), invece, scende alle baite dell’alpe Campagneda.
Prendiamo a destra, su sentiero non molto marcato (qualche segnavia rosso-bianco-rosso), non senza aver gettato un’ultima occhiata alla formazione rocciosa a valle della conca del lach brüt, denominata “sas di panàu” (toponimo che si applica anche ad altre formazioni rocciose nel territorio del comune di Lanzada: ce n’è una anche in alta val Poschiavina, a 2400 metri circa, sul lato destro della valle, per chi sale, quindi non lontana dal passo di Canciano). L’interesse di tale roccia è che, come quelle dello stesso nome, veniva utilizzata dai finanzieri per gli Il pizzo Scalino. Foto di M. Dei Casappostamenti che avevano lo scopo di sorprendere gli spalloni che scendevano dal passo di Campagneda con la bricolla piena di merce di contrabbando. Non si sa esattamente cosa significhi “panàu”: probabilmente è il nome di un uccello rapace ormai scomparso dalla Valmalenco. Continuiamo sul sentiero, che passa sulla destra di un quinto laghetto, un po’ più in alto. Si tratta del lach di pès, cioè lago dei pesci, chiamato così perché ricco di piccoli pesci, che un tempo i bambini si divertivano a catturare con le mani. Scendiamo ancora diritti, raggiungendo la soglia di un dosso oltre il quale si apre lo scenario delle baite dell’alpe Campagneda. Questo alpeggio è sicuramente uno dei più belli ed ampi in Valtellina, ed apparteneva, nei secoli passati, alle quadre di Caspoggio, Scarpatetti e Ponchiera; fino al secondo dopoguerra venne caricato da abitanti di Ponchiera e dei Ronchi (frazioni di Sondrio), mentre dal 1957 fu utilizzato (e lo è tuttora) da allevatori di Lanzada.
Continuando nella discesa, pieghiamo leggermente a destra, puntando al gruppo di baite di destra e lasciando a sinistra l’isolato edificio del rifugio Ca’ Runcasch, riconoscibile anche per la bandiera italiana. Seguendo il filo di un dosso poco pronunciato, ci ritroviamo alle spalle di una baita, su un roccione, e da qui scendiamo alla strada sterrata che sale verso il rifugio. La seguiamo per un tratto in discesa, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, scendendo, in breve, ad un ponte, che ci permette di lasciare la pista, sulla destra, e di imboccare il sentiero (il cartello indicatore è stato divelto) per il rifugio Zoia (segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso, poi segnavia bianco-rossi e, su un sasso a sinistra, la scritta “Zoia”).
Il sentiero, non molto marcato all’inizio, sale per un tratto, poi piega leggermente a sinistra, attraversando un corridoio. Davanti a noi il Sasso Moro mostra un profilo insolitamente affilato. Dopo un breve tratto pianeggiante, cominciamo a scendere, passando fra il fianco roccioso del monte, alla nostra destra, ed una splendida radura, incorniciata dal monte Disgrazia, alla nostra sinistra. Alle nostre spalle, il pizzo Scalino Il pizzo Scalino visto dal sentiero Campagneda-Zoia. Foto di M. Dei Casregala suggestivi scorci, incorniciato dai radi larici. Il sentiero è ormai una larga mulattiera, che propone alcuni saliscendi e volge leggermente a destra. Raggiungiamo, così, un punto nel quale si trova una deviazione segnalata sulla destra: un cartello indica “Monte Spondascia, 2867 m.”, ed una serie di segnavia bianco-rossi traccia la direttrice di salita a questa cima, che inizia percorrendo un grande roccione.
Noi, però, ci limitiamo a chiudere l’anello del monte Spondascia: per la salita al monte (che comporta anche un paio di passaggi delicati in corda fissa), se ne parlerà un’altra volta. Poi un paio di tornantini ci fanno scendere un po’, ed un altro paio ci fanno risalire: passiamo, così, a sinistra di un impressionante roccione verticale, a quota 2100, sul quale sono state attrezzate alcune vie di salita. Una targa dice che si tratta della “Falesia dello Zoia. Un dono dell’amico Vigne”. Questa parete è, però nota localmente come sas negru. Continuiamo a scendere, passando a sinistra di una meno impressionante parete verticale, poi ci allontaniamo gradualmente dalla fascia di roccioni, piegando a sinistra e continuando a scendere, fino al rifugio Zoia (attualmente – estate 2007 – in completo rifacimento): tre tornanti ancora, e siamo alla pista sterrata Campomoro-Gera, nei pressi del bar-ristoro Poschiavina. Percorrendo la pista verso destra, eccoci, finalmente, di nuovo all’automobile, dopo una camminata di circa 6 ore (il dislivello approssimativo in altezza è di 650 metri).
Un’ultima annotazione: l’anello dei passi Ur-Canciano e quello del monte Spondascia possono essere fusi in un unico grande anello, il tour più completo che ci permette di conoscere nel modo più approfondito la val Poschiavina. In questo caso si segue l’itinerario diga di Gera – alpe Poschiavina – laghetti dei Bianchi – passo di Ur – passo di Canciano – passo di Campagneda – alpe Campagneda – rifugio Zoia – diga di Gera. Il tempo necessario sale a circa 7 ore, mentre il dislivello si porta a circa 800 metri.

Difficoltà
E
Dislivello
vari
Tempo
vari
- Cartina Kompass n. 93 - Bernina-Sondrio
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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