Il Sentiero dei Cervi

L'anello Primolo-S. Giuseppa-Primolo, per le alpi Pradaccio, Braccia, Girosso e Lagazzuolo

 

 

Primolo. Foto di M. Dei CasQuesto itinerario escursionistico permette di conoscere un volto meno noto della Valmalenco, la cui immagine è associata ai grandi spazi aperti, alla maestà delle cime, a ghacciai e rocce. Esistono, però, anche i sentieri che si snodano nella stupenda cornice di boschi di larici, immersi nell’atmosfera chiaroscurale che si apre, improvvisa, alla luminosità degli alpeggi.
Il sentiero dei cervi è uno di questi. Il suo percorso si snoda su una direttrice che parte da Primolo, sale all’alpe Pradaccio, passa per l’alpe Braccia e l’alpe Grosso superiore, raggiunge il lago Lagazzuolo, scende a S. Giuseppe e, su una comoda e storica mulattiera torna a Primolo. Un percorso che non garantisce incontri ravvicinati con i cervi, ma un’ottima camminata ed una varietà assai ricca di scenari.
Raggiunta Chiesa Valmalenco, proseguiamo, seguendo le indicazioni che si trovano nel centro della località, per Primolo (m. 1270), lasciando l’automobile nel parcheggio che si trova al suo ingresso, o a quello della sua parte alta. Non possiamo, in ogni caso, mancare di visitare il bel santuario della Madonna delle Grazie, edificato fra la fine del Seicento e la seconda metà del Settecento. Dal piazzale antistante il panorama su Caspoggio, Lanzada ed il pizzo Scalino è davvero suggestivo. Si tratta di un santuario assai amato dagli abitanti di Chiesa. La settecentesca statua lignea della Madonna che regge il Bambino è circondata da numerosi ex-voto, donati dai fedeli riconoscenti per i suoi interveti miracolosi. Si dice anche che fra le grazie elargite dalla Madonna vi sia anche quella di far trovare marito alle ragazze che più faticano a farsi maritare, purché con fede e devozione grattino il vetro che custodisce la statua. L'alpe Pradaccio. Foto di M. Dei CasSe abbiamo problemi di questo genere, possiamo approfittarne, prima di ricominciare a salire, guadagnando la parte alta del paesino. La strada asfaltata lascia il posto ad una pista in terra battuta.
Incontriamo, un po’ più avanti, sulla nostra destra, un cartello che segnala la partenza del sentiero Cesare Palaveri, che da qui sale fino all’alpe Braccia (data ad un’ora e mezza di cammino), per poi biforcarsi: il ramo di destra prosegue per le alpi Grosso inferiore e Lagazzuolo, mentre il ramo di sinistra conduce all’alpe Pradaccio, data a 2 ore e 30 minuti dalla partenza del sentiero. Dobbiamo, ora, scegliere se percorrere la versione integrale o quella abbreviata del sentiero dei cervi. Nel primo caso, ignoriamo il cartello e proseguiamo sulla pista; nel secondo, invece, la lasciamo per salire lungo il sentiero segnalato che punta, ripido e diretto, ai 1864 metri dell’alpe Braccia.
Questo sentiero ha una pendenza davvero severa, attraversa luoghi impervi e, in qualche tratto, esposti (per cui neve, ghiaccio o fondo reso scivoloso dalla pioggia possono costituire un’insidia da non sottovalutare). Se, però, non resistiamo al fascino dell’avventura in un ambiente di selvaggia ed un po’ orrida bellezza, teniamo presenti almeno due avvertenze: all’inizio del sentiero prestiamo attenzione ad una biforcazione, alla quale dobbiamo prendere il ramo (meno evidente) di sinistra, che comincia a salire; non perdiamo, poi, mai di vista i segnavia bianco-rossi, peraltro abbondanti: la traccia, infatti, ogni tanto tende un po’ a perdersi ed è assolutamente da evitare una salita a vista, perché il rischio di impelagarsi in un dedalo di dirupi, soprattutto nella parte superiore del sentiero, non è affatto remoto. Il Il sentiero diretto Primolo-alpe Braccia (partenza). Foto di M. Dei Cassentiero non fa complimenti: sale tirando quasi diritto, con qualche svolta, attraversando anche una fascia di rocce aspre selvagge. Alla fine, raggiungiamo il cartello che annuncia l’alpe Braccia. Non aspettiamoci, però, solari e verdeggianti radure: di alpe non ce n’è ormai più, se l’è mangiata il bosco, ed ora resta solo una baita diroccata. Ma vediamo, ora, come arrivare fin qui con un giro più lungo, ma anche più tranquillo, che passa per l’alpe Pradaccio.
Torniamo al cartello del sentiero Cesare Palaveri: lasciamolo, però, ora alla nostra destra e proseguiamo sulla pista, fino alla sua conclusione. Qui troviamo due cartelli. Uno, più grande, annuncia, su fondo giallo, la partenza del sentiero per l’alpe Pirlo e l’alpe Lago di Chiesa (data a 2 ore), segnalando che da qui si può proseguire per il rifugio Bosio, che si raggiunge in 3 ore e 10 minuti; un secondo cartello, sempre giallo, segnala che per il medesimo sentiero (passando per l’alpe Pirlo, ma non per l’alpe Lago) si possono raggiungere, in 6 ore, i laghetti di Sassersa, il passo Ventina e, dopo 6 ore di cammino, Chiareggio. Un cartello più piccolo, poi, a destra di questi due, segnala la presenza del meno marcato sentiero che conduce, in un’ora, all’alpe Pradaccio ed in 2 ore all’alpe Braccia.
Per questo secondo sentiero possiamo raggiungere, quindi, l’alpe Pradaccio: si tratta di un sentiero tranquillo, che, attraversato un vallone, porta direttamente alle baite dell’alpe (m. 1725), adagiate in una piccola ed amena conca verde sul cui fondo si apre, imponente, arcano ed ombroso, il grande vallone di Sassersa. Ben conoscono questa aspra porta coloro che hanno percorso la seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco, dal rifugio Bosio ai rifugi Ventina e Gerli-Porro: si tratta, infatti, della faticosa porta di accesso alla stupenda quanto desolata val Sassersa, che regala le perle dei suoi laghetti prima della faticosa salita al passo di Ventina, per il quale si accede all’omonima valle, in alta Valmalenco. Luoghi stupendi, Rocce sul sentiero diretto Primolo-alpe Braccia. Foto di M. Dei Casindimenticabili. Ma per il vallone saliremo un’altra volta.
Ora dobbiamo piegare a destra, seguendo le indicazioni del cartello che indica l’alpe Braccia ad un’ora di cammino. Nel primo tratto saliamo in direzione est, sormontando anche qualche facile roccetta, circondati da simpatici pini mughi, fino a raggiungere, a quota 1800, il filo di un dosso, oltre il quale il sentiero prosegue piegando verso sinistra (nord). Attraversiamo, ora, una zona che non presenta molte attrattive, se non agli occhi degli amanti dell’orrido. La salita prosegue fino a lambire quota 1900, e dobbiamo attraversare due ripidi canaloni principali (il secondo è denominato, sinistramente, Rovinone, ed è quello che, nella parte più bassa, abbiamo attraversato su un ponte dopo l’ultimo tornante prima di Primolo), che scaricano a valle anche pericolose slavine (non a caso nei pressi del sentiero vedremo diversi dispositivi di segnalazione dei movimenti della massa nevosa). In inverno, con neve o anche solo con ghiaccio, passare di qui è del tutto sconsigliabile. Nella bella stagione, invece, il discorso è diverso. Superati questi luoghi dirupati, ci immergiamo in un bel bosco di larici. Dobbiamo, ora, prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero non mantiene la quota guadagnata, ma scende per qualche decina di metri, fino ai 1864 metri dell’alpe Braccia.
Eccoci, dunque, di nuovo qui: arrivati per via direttissima, o passando dall’alpe Pradaccio, dobbiamo ora proseguire verso nord-nord-ovest, in direzione dell’alpe Girosso. Consultando la carta, vedremo che di alpi Girosso ce ne sono due, una inferiore (m. 1779) ed una superiore (m. 2183): dobbiamo sciogliere da noi stessi il dilemma, perché il sentiero è percorribile in entrambe le varianti, che si ricongiungono al lago di Lagazzuolo. Dopo una breve salita, viene il momento di sciogliere il dilemma, perché, ad una quota approssimativa di 1950 metri, ci ritroviamo al bivio, segnalato, con il L'ampia alpe di Girosso superiore. Foto di M. Dei Cassentiero di destra che procede per un buon tratto pianeggiante e poi scende all’alpe Girosso inferiore, e quello di sinistra che continua la salita, alla volta dell’alpe Girosso superiore. Il primo si sviluppa interamente nel bosco, il secondo propone, invece, più aperti e panoramici. Suggerisco il secondo, anche se, come avverte il cartello al bivio, diventa impegnativo e richiede prudenza se il terreno è bagnato.
Proseguiamo, quindi, nella salita, fino a quota 2170, dapprima nella boscaglia, poi fra la bassa vegetazione, per poi perdere leggermente quota, superando anche un impressionante vallone, che sembra scende a picco sul fondovalle, e qualche valloncello minore. Anche qui, lo scenario sembra piuttosto desolato. Superato un ultimo crinale, sorvegliato da radi larici un po’ malinconici, ad una quota approssimativa di 2060 metri, ci affacciamo all’ampio anfiteatro dell’alpe Girosso superiore, costituito dal vasto versante di magri pascoli e sfasciumi che si stende ai piedi della Cresta di Primolo e del monte Braccia (m. 2909). Non perdiamo di vista i segnavia rosso-bianco-rossi, perché non sempre il sentiero è evidente.
La traversata dell’anfiteatro, fra massi anche di notevoli dimensioni e magri pascoli, in leggera salita nel primo tratto, quasi pianeggiante nel secondo, è piuttosto monotona. Possiamo, però, gustare il bel panorama che si apre a nord e a nord-est, cioè davanti a noi. In primo piano la triade dei pizzi Tremoggie e Malenco e del Sasso d’Entova; alla loro destra il poderoso massiccio che dalla cima del Sasso Nero scende alla bocchetta del Torno; alle spalle del massiccio, occhieggiano i giganti della testata della Valmalenco, i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient e Zupò. In basso, alla nostra destra, invece, l’alpe lascia il posto ai boschi ed alle rocce fra i quali si incide il ripido canalone della val Fura. Se è destino che si debbano vedere dei Il laghetto di Lagazzuolo. Foto di M. Dei Cascervi, è questo il luogo in cui con maggiore probabilità ci potrà capitare incontrarli. Alla fine della traversata, eccoci alle baite dell’alpe, o meglio, a quel poco che resta di un paio di baite (m. 2183).
A questo punto, il sentiero, che deve sormontare il versante che separa l’alpe dall’ampio vallone che ospita il laghetto e l’alpe di Lagazzuolo, si biforca di nuovo: la variante alta (di sinistra) prevede la salita alla bocchetta di Girosso superiore (m. 2333), mentre quella inferiore (di destra: si tratta in realtà della prosecuzione del sentiero) prosegue perdendo leggermente quota. Quale opzione scegliere? La prima ha il vantaggio della panoramicità, perché dalla bocchetta il colpo d’occhio sulla testata della Valmalenco è più ampio e suggestivo, ma ha anche lo svantaggio di non essere segnalata (io, almeno, non ho visto segnavia) e di imporre attenzione, soprattutto nella discesa al laghetto di Lagazzuolo. Scegliamo, dunque, la seconda.
Il sentiero taglia il crinale che scende verso nord-est dal monte Braccia, in un punto nel quale è interamente erboso, prosegue, per un buon tratto, in una fascia di roccette, bassa vegetazione e radi larici, a monte di alcuni valloncelli che confluiscono più in basso in un vallone principale, ed approda, finalmente, al fianco erboso del bastione di roccia meridionale dell’ampia conca del lago Lagazzuolo. Il lago si mostra, intesso e bellissimo, circa centro metri più in basso, con le sue acque di un azzurro intenso, che non accolgono l’immagine dei larici e delle gande che le ricordano.
Non dobbiamo, ora, scendere direttamente verso il lago, ma piegare a destra e seguire la traccia di sentiero indicata dai segnavia, che scende, ripida, La mulattiera S. Giuseppe-Primolo. Foto di M. Dei Cassul crinale erboso, verso nord. Se guardiamo, nella discesa, alla nostra sinistra, distinguiamo nettamente il profilo regolare della punta Rosalba (m. 2803), che deve il suo nome all’epoca pionieristica dell’alpinismo, nella quale era abbastanza diffusa la consuetudine di dedicare le cime alle donne amate. Alla sua destra, quello più tozzo della cima quotata 2648 metri. Fra le due cime, il netto intaglio, a cui sale un largo canalone di sfasciumi, del Bocchel del Cane (m. 2551), la porta per la quale si può effettuare una classica traversata da S. Giuseppe a Chiareggio, scendendo in Val Ventina.
Superata una ganda, il sentiero raggiunge la fascia di larici ad est del laghetto, posto ad una quota di 1992 metri: pochi passi ancora, e siamo alla sua riva orientale. Camminiamo da circa 4 ore/4 ore e mezza (o poco più di 3 e mezza, se abbiamo scelto la versione più breve dell’anello), ed una sosta in questo incantevole spazio di fresco silenzio è quanto mai opportuna e godibile.
Non perdiamo di vista i segnavia: nel ritorno, ci guidano nella rapida discesa alle quattro baite ed alla croce dell’alpe Lagazzuolo (m. 1974), ad est del laghetto, presso la quale troviamo un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio, che segnala, nella direzione dalla quale proveniamo, l’alpe Girosso ad un’ora, l’alpe Braccia a 2 ore e 30 minuti, l’alpe Pradaccio a 4 ore e Primolo a 4 ore e 30 minuti. Nella direzione che dobbiamo seguire, invece, la località di S. Giuseppe è data ad un’ora. Teniamo presente che, alla nostra destra, un po’ più in alto (cioè sul limite orientale dell’alpe), si trova un corridoio erboso che termina al limite del bosco: i segnavia ci indicano che da lì proviene il ramo più basso del sentiero dei cervi, quello che, come abbiamo già segnalato, passa per l’alpe Girosso inferiore. L’erba nasconde la traccia di sentiero, che però si fa più evidente nel bosco.
Torniamo a noi: scendendo ancora leggermente verso destra, troviamo, sul limite di un bel bosco di larici, la partenza del sentiero ben marcato che Le prese del Mallero presso S. Giuseppe. Foto di M. Dei Casscende al fondovalle. La iscesa è rapida ed agevole (anche se le nostre ginocchia, forse, non saranno dello stesso avviso). Il sentiero, con i suoi molti tornantini, ci regala anche qualche colpo d’occhio sui prati a monte di S. Giuseppe. Alla fine, dopo un ultimo traverso a destra (sud-est), raggiungiamo un ponticello sul Mallero (m. 1408), appena a valle di due massi ciclopici. Sull’altro lato del ponte, troviamo una pista sterrata e la partenza del sentierino che consente di salire al parcheggio di S. Giuseppe, nei pressi della chiesetta.
Noi, però, proseguiamo il cammino seguendo, in discesa, la pista, per un buon tratto, accompagnati dal poderoso fragore del torrente, che supera con rabbiose cascate alcune prese in muratura. Giungiamo, così, ad un secondo ponticello (m. 1323), che ci riporta sulla riva destra del Mallero. Qui troviamo la mulattiera per Primolo, che propone un primo tratto in leggera salita ed un suggestivo passaggio in una sorta di corridoio costituito da una radura circondata dalla macchia. Alla nostra sinistra incontriamo anche alcune rocce levigate, che affiorano dal verde del prato, e che ci separano dal Mallero, che scorre oltre cento metri più ad est. Il luogo è davvero ameno e riposante. Poi comincia la discesa, ed il fondo della mulattiera si fa più largo, leggermente sopraelevato rispetto al piano da un bordo in sassi.
Si intuisce subito l’importanza di questa via: è un tratto della strada del Muretto, l’antichissima via per la quale si risaliva l’intera Valmalenco, ci si affacciava al passo del Muretto e, per la valle omonima, si scendeva in Engadina. Di qui passò, il 25 luglio del 1618, l’arciprete di Sondrio Niccolò Rusca, rapito da sessanta armati della Lega Grigia e successivamente condotto al Thusis, dove morì, per le torture, il 18 settembre successivo.
La discesa ci porta a quota 1270, dove troviamo un bivio, al quale dobbiamo prendere a destra, ignorando la mulattiera che scende a sinistra fino al ponte sul Mallero che si incontra salendo in automobile da Chiesa a S. Giuseppe. Ci attende qualche leggero saliscendi, mentre alla nostra destra si impone uno spettacolo che sicuramente non lascia indifferenti: il fianco occidentale del crinale che scende dal monte Motta (dove si trova il punto di arrivo dell’impianto di risalita Chiesa-Palù) è letteralmente squarciato da un’immensa cava di serpentino.
Un ultimo strappo, un’ultima fatica, nella pineta di Primolo, ci attendono prima di chiudere l’anello. Raggiungiamo, così, le case del lato settentrionale del paese, fino al cartello che ci segnala che quello che la mulattiera percorsa, in tre quarti d’ora circa, da S. Giuseppe a Primolo costituisce il percorso B del Museo della Valmalenco.
Si chiude qui, dopo circa 6 ore e mezza di cammino, l’interessantissimo anello. Forse di cervi non ne avremo visti, ma emozioni e suggestioni hanno sicuramente accompagnato ogni nostro passo, ripagando la fatica necessaria per superare un dislivello in salita approssimativo di 1050 metri.

 

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 1050
Tempo
6 h e 30 minuti


Cartina Kompass n. 93
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

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