La Forca di Fellaria

Traversata Carate-Bignami (variante bassa della VI tappa dell'Alta Via)

 

 

La bocchetta delle Forbici. Foto di M. Dei CasLa Valmalenco, nella sua parte superiore (cioè sopra Chiesa Valmalenco), si divide in due grandi rami, cioè nell’alta Valmalenco, percorsa dal torrente Màllero, ad occidente, e nella val Lanterna, percorsa dal torrente omonimo, ad oriente. La val Lanterna, a sua volta, si divide nei due rami della valle di Scerscen, ad occidente, e nella valle di Campomoro, ad oriente. Le due valli, percorse dai torrenti Scerscen e Cormor (o Lanterna), convergono nella conca di Campo Franscia.
Le traversate dall’una all’altra sono fra le più classiche escursioni non solo in Valmalenco, ma anche nelle Alpi Retiche centrali, per la bellezza e la maestosità degli scenari. Tre sono le porte attraverso le quali possono passare, vale a dire, dalla più bassa e meridionale, la forca di Fellarìa (m. 2819), per la quale si può traversare direttamente dal rifugio Carate Brianza al rifugio Bignami, la bocchetta di Caspoggio (m. 2983) ed il passo Marinelli orientale (m. 3120), valichi per i quali, con percorso su ghiacciaio, si effettua la traversata dal rifugio Marinelli al rifugio Bignami. La traversata Marinelli-Bignami per la bocchetta di Caspoggio costituisce la classica sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, Le cime di Musella. Foto di M. Dei Casmentre le rimanenti due traversate rappresentano altrettante varianti, bassa ed alta, della medesima sesta tappa.
Raccontiamo, qui, la variante bassa, per la forca di Fellarìa, la più breve, presentandola, però, come traversata a sé stante, di una sola giornata, con punto di partenza e di arrivo alla diga di Campomoro. Si tratta di una variante meno spettacolare delle due più alte, ma che può essere presa in considerazione da chi, per qualsiasi motivo, non se la senta di affrontare un tratto di traversata su ghiacciaio. In questo caso, raggiunto il rifugio Marinelli al termine della quinta tappa, si ridiscende, il giorno successivo, al rifugio Carate Brianza (la discesa richiede poco più di mezzora di cammino) e si inizia, da qui, la traversata.
Se, invece, la effettuiamo come escursione a sé stante, dobbiamo partire, come già detto, dalla diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco) e da Campo Franscia, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (6 km da Campo Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio. Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante. Qui parte il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli.
Il rifugio carate Brianza, sullo sfondo del Sasso Moro. Foto di M. Dei CasNel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge poi gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici, a destra del monte omonimo (m. 2910) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella (m. 2076), dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri”), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088).
Se, nella salita, volgiamo lo sguardo a destra, cioè verso est, possiamo osservare, alle spalle di una caratteristica formazione rocciosa dalla cima arrotondata, il Sasso Moro, che si pone al centro dell’anello che stiamo percorrendo (anello che, dunque, potremmo chiamare del Sasso Moro). Se, invece, guardiamo verso sud possiamo scorgere la bucolica piana dell’alpe di Musella, dove si trovano anche i rifugi Mitta e Musella, e per la quale passa il sentiero che sale alla bocchetta delle Forbici da Campo Franscia.
Il sentiero per la forca di Fellaria. Foto di M. Dei CasDopo due ore circa di cammino, dunque, raggiungiamo il rifugio. Alla sua destra troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero per la forca di Fellaria ed il rifugio Bignami. Invece di salire alla bocchetta delle Forbici, dunque, imbocchiamo questo sentiero, che si dirige verso est-nord-est, e che è segnalato da segnavia diversi (soprattutto bianco-rossi, ma anche triangoli bianchi con bordo giallo, ad indicare che si tratta di una variante della sesta tappa dell’Alta Via, e segmenti bianchi).
Non si tratta di un sentiero marcato, anzi la traccia, in molti punti, si perde in un dedalo caotico di massi, grandi e piccoli, ma non rischiamo di perderci, in quanto i segnavia sono addirittura sovrabbondanti, soprattutto nella prima parte, e ci guidano, si può ben dire, passo per passo. Oltretutto ben presto giungiamo in vista della meta, in quanto la forca ci appare come l’evidente sella che chiude il vallone di sfasciumi verso il quale ci stiamo dirigendo. Il vallone è delimitato a sud dalle propaggini che scendono verso nord-ovest dalla cima del Sasso Moro ed a nord dalle cime di Musella.
Il sentiero comincia la traversata a mezza costa sul fianco sinistro (per noi) del vallone, cioè su quello settentrionale, salendo molto gradualmente. La fascia di grandi massi da attraversare al centro del vallone. Foto di M. Dei CasI magri pascoli cedono ben presto il passo ad una fascia di massi di dimensioni medio-piccole. Guardando davanti a noi, abbiamo l’impressione che la traccia debba effettuare la traversata rimanendo su questo versante e raggiungendo la sella con un arco di cerchio. Invece, ad un certo punto, i segnavia ci fanno piegare a destra e scendere leggermente, raggiungendo il cuore del vallone, dove si trova una fascia di grandi massi.
È, questo, il tratto più faticoso dell’anello: i segnavia ci guidano, ma, per diversi minuti, dobbiamo, con cautela, districarci in una congerie di massi di dimensioni rilevanti, portandoci gradualmente sul lato opposto (destro) del vallone. Su un terreno del genere ci si deve muovere sempre con calma ed attenzione, perché un piede messo malamente o uno scivolone in un buco possono essere all’origine di infortuni anche seri. Qualche pausa, per riprendere fiato, ci consente di osservare le cime di Musella occidentali che, viste da qui, assumono un aspetto quasi gotico, mostrandosi come un irto sistema di guglie e pinnacoli.
Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Prima di raggiungerla, passiamo a sinistra di un’ampia finestra dalla quale appaiono, alla nostra destra, La forca di Fellaria. Foto di M. Dei Casil monte Disgrazia e, sul fondo, uno scorcio della catena orobica.
Poi, dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca, posta a 2819 metri, che ci immette in un corridoio dal quale si vedono già, verso nord-est (alla nostra sinistra) il piz Varuna (m. 3453) e, alla sua destra, la cima Fontana (m. 3070), sul versante settentrionale della val Confinale. Sullo sfondo, qualche scorcio del versante orientale della Valle di Poschiavo e le più alte cime della Val Grosina. Lasciamo, invece, alle nostre spalle un’esigua finestra nella quale, sul fondo, si individua la vedretta di Scerscen inferiore e, sul suo limite sud-occidentale, la dorsale scandita dalla triade del pizzo Tramoggia (m. 3441), a nord-ovest, dal pizzo Malenco (m. 3438), al centro, e dal Sasso d’Entova (m. 3329), a sud-est. Il corridoio che stiamo percorrendo suscita un forte senso di tranquilla solitudine: è un luogo appartato, lontano dalle vie più battute della Valmalenco, dove, preso nella morsa di un silenzio inviolato, anche il tempo sembra aver fermato il suo corso.
La discesa è assai più agevole della salita: troviamo una buona traccia di sentiero che ci permette di perdere quota senza fatica. La finestra dalla quale si vede il monte Disgrazia. Foto di M. Dei CasScendiamo in un ampio vallone, compreso fra il vallone gemello che culmina nella bocchetta di Caspoggio, a nord, ed il versante settentrionale del Sasso Moro, a sud; piegando a destra, ci portiamo sul suo lato destro, fino a raggiungere, sempre guidati dai segnavia, un pianoro percorso da un pigro torrentello. Procediamo, quindi, in direzione est-nord-est, con andamento pianeggiante.
La traccia non sempre è visibile, ma la traversata, senza problemi, ci conduce sulle soglie di un modesto avvallamento, nel quale scendiamo da destra, raggiungendo il punto in cui il sentiero confluisce in quello che, salendo dal rifugio Bignami, conduce alla bocchetta di Caspoggio. Percorrendolo verso destra, siamo in breve alle baite dell’alpe di Fellaria (m. 2401) e, a breve distanza, al rifugio Bignami (m. 2385), collocato su un ampio terrazzo che domina il lago di Gera (m. 2150).
Nei pressi del rifugio troviamo il sentiero che scende, in direzione sud, verso la muraglia che sbarra la diga, e che corre sulla parte bassa del possente versante sud-orientale del Sasso Moro. Nella discesa si apre al nostro sguardo un bello scorcio della val Poschiavina (da non confondere con la ben più ampia Valle di Poschiavo, in territorio svizzero, alla quale, peraltro, si accede da questa valle minore valicando il passo di Canciano), posta a sud della val Confinale. Il corridoio oltre la forca di Fellaria. Foto di M. Dei CasL’ultima parte del sentiero, intagliata nella viva roccia che precipita nelle acque del lago, propone qualche saliscendi, prima di condurci sul lato occidentale del camminamento della poderosa muraglia della diga di Gera che, con i suo 65 milioni di metri cubi, è una delle più grandi d’Italia.
Attraversando il camminamento, possiamo gustare, sia a valle che a monte, un ottimo panorama. Verso nord vediamo, a destra della cima del Sasso Rosso (m. 3481), la seraccata che scende dal ramo orientale del ghiacciaio di Fellaria e, alla sua destra, il piz Varuna. Verso sud, invece, dominiamo la piana di Campomoro, occupata dall’omonima diga, e possiamo scorgere, sulla destra, il monte Disgrazia (m. 3678), alla cui sinistra si individua il pizzo Cassandra (m. 3226). Dal camminamento scendiamo ai piedi della muraglia e procediamo su una pista sterrata che, dopo un paio di tornanti in discesa, assume un andamento pianeggiante, fiancheggiando il lato orientale della diga di Campomoro (anch’essa imponente, con i suoi 10 milioni di metri cubi d’acqua) e raggiungendo, infine, dopo circa 4 ore e mezzo di cammino, Il rifugio Bignami. Foto di M. Dei Casl’automobile.

Il panorama verso nord dalla diga di Gera. Foto di M. Dei Cas
Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 870 (da Campomoro)
Tempo
4 h e 30 min.


Cartina Kompass n. 93, settori B-C 4
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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