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Il Sentiero Italia
Il tratto Lombardia nord - 4
Prima semitappa: rifugio Cristina-Val Painale
Il settore 3 del Sentiero Italia Lombardia nord disegna una lunga
traversata dalla Val Codera alla Valmalenco: fra Val Codera e Val Masino
corre, per buona parte, parallelamente al Sentiero Roma, rimanendo però
su quote più basse; in Valmalenco coincide con le tappe dell’Alta
Via della Valmalenco che vanno dalla seconda alla settima (cioè
dal rifugio Bosio al rifugio Cristina).
Il settore 4 è la sua prosecuzione, dalla Valmalenco a Tirano,
e si può articolare in tre o quattro tappe. La prima tappa viene
però qui articolata in due presentazioni, corrispondenti ad altrettante
semitappe, in quando risulta abbastanza complessa, per cui le indicazioni
tecniche debbono essere più numerose del solito. Partiamo dal
rifugio Cristina (a
m. 2335, non 2387, come indicato su alcune carte: se ne tenga conto,
se si vuole tarare l’altimetro), percorrendo qualche passo a ritroso
rispetto alla trappa precedente (cioè ci incamminiamo sul sentiero
della settima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, in direzione
nord, cioè verso la depressione che si staglia, ben visibile,
in lontananza ed alla cui sommità è collocato il passo
di Campagneda.
Poco oltre la bandiera italiana posta all’ingresso dell’alpe
Prabello, troviamo un cartello, che segnala la partenza della prima
tappa del Sentiero Italia Lombardia nord settore 4. Su
un masso, poi, è scritto, a grandi caratteri, “Passo Ometti”,
perché è proprio da questo passo che tale tappa deve passare.
Ultima indicazione: i segnavia che ci guidano al passo sono costituiti
da un bollo rosso circondato da uno bianco, a mo’ di bersaglio.
I segnavia meritano una considerazione particolare: se è vero
che ad essi va sempre prestata attenzione, lo è ancor più
in questo percorso, in quanto la traccia di sentiero che pure in molti
tratti troviamo non è continua, e non siamo nelle condizioni
di poter procedere a vista. Inoltre duecento metri circa del dislivello
superato in salita comportano l’attraversamento di una fascia
di sfasciumi, cioè di massi di diverse dimensioni, ed il percorso
disegnato dai segnavia ci può aiutare parecchio nel risparmio
di tempo e di energie. Una seconda considerazione merita la fascia appena
menzionata. Quando ci si muove fra questi massi, soprattutto su un declivio
che ha una certa pendenza, bisogna moltiplicare attenzione e prudenza,
innanzitutto perché è sempre possibile scivolare (e, rispetto
a questo pericolo, calzature con una suola idonea ed in perfetto ordine
sono di importanza essenziale), in secondo luogo perché non tutti
i massi sono perfettamente assestati, per cui possono oscillare sotto
i nostri piedi, quando non mettersi in modo, e le conseguenze possono
andare da un semplice spavento ad una caduta dalle conseguenze anche
serie. Se poi, per somma disdetta, il masso che abbiamo messo in movimento
ci cade addosso, le conseguenze possono essere molto serie. Morale:
dobbiamo procedere senza fretta, concentrati (questo vale soprattutto
per chi scende ed è più facile preda della smania di raggiungere
la meta), vagliando prima con la vista, poi con una pressione prudente
la consistenza e la stabilità di ciascun masso.
Bene: poste queste premesse, possiamo anche partire (ma qualcuno, spaventato
dalle avvertenze, potrebbe decidere di scegliere mete più tranquille…).
Il sentiero si stacca dal quello dell’Alta Via sulla destra e
corre per un buon tratto in direzione sud-est, nei pressi del limite
del lungo dosso che, dal crinale Valmalenco-Val di Togno (o meglio,
Val Lanterna-Val Painale) scende fino alle soglie del rifugio, sul bordo
di uno dei molti ed ameni prati dell’alpe. Raggiungiamo, così,
il piede del versante montuoso che dovremo vincere: si tratta del versante
che scende dallo spigolo di sud-ovest del pizzo Scalino (m. 3323), che
domina la scena dell’alpe, con il suo inconfondibile profilo.
Lo
vediamo bene, alla nostra sinistra, mentre ci accingiamo a salire, su
un terreno che alterna magri pascoli a terriccio franoso, frammisto
a qualche sasso.
In diversi punti vediamo una traccia di sentiero, che però spesso
di perde. Di qui l’importanza di prestare attenzione ai segnavia,
attenendosi alla regola aurea di non procedere oltre un segnavia senza
prima aver individuato il successivo. Ci sono, per la verità,
anche numerosi ometti che accompagnano la nostra salita: il passo deve
il suo nome alla loro presenza. Procediamo, dunque, su un tracciato
piuttosto ripido, seguendo una direttrice che tende con molta gradualità
a destra rispetto alla verticale che porta al crinale.
Guadagniamo, in questo modo, rapidamente quota, ma una prima fascia
di grandi massi rallenta di molto la salita. Oltretutto proprio qui
i segnavia sono meno facili da individuare (per esempio, raggiunto un
grande masso con un segnavia ben visibile disegnato sopra, potremmo
spendere parecchio tempo nell’inutile ricerca del successivo,
che se ne sta nascosto dietro la piega del masso medesimo, ad indicare
che la salita deve procedere alla sua sinistra, in prossimità
del bordo di un nevaietto. Una diagonale ci fa, poi, allontanare dal
nevaio, ed un successivo traverso ci porta a sormontare un dosso poco
pronunciato che sta alla nostra destra, per poi affrontare una nuova
fascia di massi. Nel caso si dovesse perdere il riferimento dei segnavia,
si tenga presente, per non sbagliare, che l’ultima parte del tracciato
corre a pochi metri dal piede roccioso del crinale, verso destra, per
cui, nel dubbio, alziamoci un poco verso tale piede, piuttosto che procedere
troppo nella direzione alla nostra destra, dove potremmo ritrovarci
sul limite di canalini esposti. Chi
legge capirà da sé che un tracciato siffatto va accuratamente
evitato in caso di condizioni di scarsa visibilità.
Bene: dopo gli ultimi sforzi ginnico-scimmieschi, ecco di nuovo la traccia
di sentiero, che ci porta, con un ultimo traverso a destra, all’intaglio
del passo, posto, a 2766 metri (non è esatta l’indicazione
di 2758 metri di alcune carte, e la specificazione può essere
preziosa per chi controlla l’altimetro, anche per osservare se
la pressione sta aumentando o diminuendo), proprio laddove la fascia
rocciosa del crinale lascia il posto ad un terreno erboso. In realtà,
non si tratta di un vero e proprio intaglio, tanto che il passo non
è individuabile dal rifugio Cristina, se non si sa che è
collocato laddove alla roccia subentra il crinale erboso.
Che dire, in sede di bilancio, della salita? E’ certamente faticosa,
e richiede, per superare poco più di 500 metri di dislivello,
quasi un paio d’ore. Ma non è solo fatica. Nei momenti
di sosta, infatti, volgendo lo sguardo alla Valmalenco possiamo godere
di uno spettacolo incomparabile. Fra le mete escursionistiche in Valmalenco,
questa è certamente la più pregevole dal punto di vista
panoramico, in quanto, man mano che ci avviciniamo al passo, si apre
progressivamente al nostro sguardo l’intera compagine delle cime
di Valmalenco, dai Corni Bruciati al Monte Disgrazia, dalla testata
della val Sissone alla cima di Val Bona ed al monte del Forno, dal sasso
d’Entova ai pizzi Glüschaint e Gemelli, dalla triade Roseg-Scerscen-Bernina
ai pizzi Argient, Zupò, Palù e Varuna. Le soste per riprendere
fiato, quindi, non sono certamente inutili perdite di tempo.
Ma torniamo al passo: per nostra fortuna il versante opposto, sull’alta
Val Painale (la valle che chiude la Val di Togno), è ben più
dolce e tranquillo. L’ampia conca della valle si dispiega di fronte
al nostro sguardo, con un aspetto rassicurante. Là in fondo,
al piano dell’alpe, il bucolico laghetto di Painale (m. 2098)
attira subito il nostro sguardo, con l’intenso colore azzurro
della sua superficie. Se guardiamo con più attenzione, scorgeremo,
non lontano dal lago, poche baite, fra le quali vi è anche il
rifugio De Dosso (m. 2119).
L’alpe Painale è sovrastata da alcune cime dal profilo
scuro e severo. Proprio davanti a noi si impone la massiccia parete
settentrionale della punta Painale (m. 3248), mentre alla sua destra
possiamo riconoscere le cime ravvicinate del pizzo Canino (m. 2916)
e della cima Vicima (m. 3122). A sinistra della punta Painale è
facilmente riconoscibile il passo Forame (m. 2830), che dovremo raggiungere
dopo la traversata dell’alta val Painale. Procedendo verso sinistra,
osserviamo il lungo crinale che termina con l’elevazione del pizzo
Scalino: vi potremo distinguere la poco pronunciata cima di Val di Togno
(m. 3054).
Dal
passo partono due possibili itinerari. Il primo scende all’alpe,
e può essere sfruttato da chi voglia tornare a valle percorrendo
interamente la Val di Togno (oppure fermarsi al rifugio De Dosso, o
al più basso rifugio Val di Togno). Lo troviamo alla nostra destra,
seguendo per un tratto il crinale, guidati dai segnavia ormai familiari.
Una traccia di sentiero, peraltro molto labile, ci fa perdere gradualmente
quota, sul fianco nord-occidentale della valle, all’ombra del
monte Acquanera (m. 2806). Il percorso supera la strettoia costituita
dal fianco roccioso della cima, a monte, e da una fascia di rocce, più
a valle, e raggiunge un lungo e tranquillo crinale erboso, dal quale
possiamo proseguire la discesa anche a vista. Se vogliamo lasciare la
valle, dobbiamo rimanere sul suo lato di nord-ovest, lasciando il corso
d’acqua alla nostra sinistra. In fondo al pianoro ci avviciniamo
al torrente Antognasco e lo fiancheggiamo attraversando un corridoio
nella roccia, che ci immette nell’alta Val di Togno. Scendendo
ancora, lasciamo alle nostre spalle le alpi Guat, Carbonera e Rogneda,
fino a Ca’ Brunai, nucleo di baite che precede di poco il rifugio
Val di Togno (m. 1317).
Il secondo percorso che comincia dal passo degli Ometti è la
prosecuzione del Sentiero Italia. I
segnavia, ora, tornano ad essere le bandierine rosso-bianco-rosse, e
sono distribuiti sul cammino con molta parsimonia, anche se la loro
posizione permette di scorgerli anche da lontano. Si tratta della traversata
al passo Forame, che, visto da qui, non sembra lontano. Siamo tentati
di cercare un bel percorso diretto, che eviti perdite di quota, ma la
fascia di rocce che precede il passo Forame non ci lascia troppe speranze.
Comunque nel primo tratto di quota ne perdiamo ben poca: scendiamo,
di poco, ai bei pianori dove i magri pascoli si alternano alle rocce,
ed incontriamo anche due piccoli e graziosi specchi d’acqua. In
questo incantevole scenario possiamo concederci una sosta rigeneratrice,
concludendo la prima semitappa.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
mt. 530 |
| Tempo |
1 h e 45 min |
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Cartina
Kompass n. 93 (Bernina-Sondrio), settore C5 |
| Testo e fotografie a cura di M.Dei
Cas |
Seconda semitappa: dalla Val Painale al rifugio Cederna-Maffina
Rimettiamoci in marcia: è tempo di puntare al passo che
ci condurrà in alta Val Fontana. Dopo un ultimo sguardo ai bellissimi
scenari che ci circondano, di cui pizzo Scalino, alla nostra sinistra,
appare il re, riprendiamo a camminare ed a scrutare i massi vicini e
lontani, alla ricerca dei segnavia.
Per un breve tratto restiamo intorno a quota 2700, poi qualche piccola
discesa ci fa abbassare un poco. Passiamo a valle di una curiosa cascatella,
che esce da una spaccatura di due massicce formazioni rocciose. Scrutando
davanti a noi, vediamo i segnavia su massi che individuiamo ad una certa
distanza, sotto di noi: cominciamo così a descrivere un arco
in discesa, che ci avvicina ad un lungo dosso di rocce arrotondate.
Alla fine lo fiancheggiamo per un tratto, in discesa, finché,
a quota 2540, circa, finalmente la discesa termina, perché, raggiunto
il piede del dosso citato, possiamo ora aggirarlo: finalmente, perché
per ogni metro perso, ce ne sarà uno che dovremo riguadagnare
in salita. Con un breve arco in senso contrario a quello finora descritto,
svoltiamo a sinistra e cominciamo la salita verso il passo. Il punto
di svolta è anche quello a cui giunge una traccia di sentiero
che proviene dal rifugio De Dosso. Difficilmente, però, riusciremo
a scorgerla.
Anche nella salita i segnavia non sono molti, ma non si può sbagliare.
Lasciamo alla nostra destra una bella morena e risaliamo un canalone
di sfasciumi, rimanendo a sinistra di un piccolo corso d’acqua.
Un mare di massi rossastri è l’unico testimone delle nostre
fatiche, perché siamo in cammino da più di tre ore e la
quota elevata aumenta lo sforzo. Aggirata sulla sinistra una modesta
formazione rocciosa, eccoci finalmente al corridoio terminale, che adduce
al passo. Esperienza
meravigliosa, quella dei passi: ti avvicini, ed hai davanti agli occhi
solo l’esile striscia della sella, stagliata contro l’infinito
del cielo, e poi, d’improvviso, un altro mondo, un altro orizzonte,
altri spazi, inattesi e mai visti, si dischiudono di fronte al tuo sguardo.
In questo caso la sorpresa è veramente grande, anche per chi
ha già familiarità con l’alta Val Fontana: quel
che appare, infatti, non è solo l’ampio circo della val
Forame, che chiude a nord-ovest la Val Fontana, non è solo la
successione delle laterali orientali della valle, val Sareggio, valle
dei Laghi e val Malgina, ma anche una fuga di quinte costituita da cime
lontane, di cui non sappiamo probabilmente riconoscere il profilo, ma
che ci restituiscono l’impressione di una profondità senza
fine. In effetti la quota cui è posto il passo è considerevole:
se consideriamo il Sentiero Italia dalla Val Codera fino a Tirano nel
suo complesso, l’altezza di questo passo è inferiore solo
a quella della bocchetta di Caspoggio, sul cammino della sesta tappa
dell’Alta Via della Valmalenco.
Merita, però, uno sguardo anche il crinale di nord-nord-est della
punta Painale, che scende fino alle ultime rocce alla nostra destra:
si tratta, infatti, del crinale sfruttato da chi scala la cima. La scalata
è classificata come facile, ma ai profani dell’alpinismo,
almeno vista così, ad occhio, non apparirà certo tale.
Del resto, è cosa nota che alpinisti e consumascarpe (così
si potrebbero definire gli appassionati dell’escursione) rappresentano
due tipi antropologici diversi fra coloro che amano la montagna, la
frequentano e la rispettano.
Bene, è tempo di por fine alle chiacchiere e di accingerci a
scendere. Le chiacchiere, però, sono necessarie per prendere
un po’ di tempo ed abituarsi all’idea di scendere su un
versante che, nel primo tratto, ha una pendenza di tutto rispetto. Il
primo passaggino, su roccia e terreno franoso, esige attenzione, ma
anche più sotto, per le prime decine di metri, bisogna procedere
con cautela. Una traccia di sentiero scende leggermente verso destra,
per poi perdersi. Un
segnavia su un masso ben visibile, sotto, ci indica che dobbiamo utilizzare
un canalino ingombro di materiale franoso, oppure un piccolo dosso erboso.
Raggiunto il masso, scendiamo ancora, su un terreno sempre insidioso,
ma meno ripido. Questa discesa è sconsigliabile in presenza di
neve, che qui si può trovare anche ad inizio di stagione.
In fondo, su un grande masso in un pianoro dove anche a stagione avanzata
si annida un nevaietto, un segnavia ci attende, paziente. Senza percorso
obbligato, lo raggiungiamo, puntando poi al successivo segnavia, che
ci fa piegare a sinistra. La nostra meta è il rifugio
Cederna-Maffina, il cui solitario edificio, perso fra i pascoli
della val Forame, possiamo già individuare dal passo, guardando
alla nostra sinistra.
Se, dal pianoro, proseguiamo la discesa, scendiamo fino all’alpe
Forame, dove troviamo una baita isolata, a 2168 metri, ed intercettiamo
il sentiero che sale al rifugio dall’alpe Campiascio (m. 1680).
Questa soluzione deve essere scelta da chi elegge come punto terminale
della tappa non il rifugio Cederna-Maffina, ma il rifugio
ANA Massimino Erler, in località Campello: in questo caso
si deve proseguire su una carrozzabile che, dall’alpe Campiascio,
scende al Pian dei Cavalli, per poi proseguire fino al rifugio.
Chi vuole, invece, raggiungere la capanna Cederna-Maffina deve seguire
il percorso disegnato dai segnavia, che effettua una traversata più
breve, in quanto, poco sopra quota 2500, punta direttamente in direzione
del rifugio, superando una fascia di massi, fra quota 2520 e quota 2550
circa, e proseguendo in direzione di un vallone dal quale scende uno
dei corsi d’acqua che confluiscono nel torrente della valle. Superato
il vallone, alla fine siamo al rifugio, posto a quota 2587. Va notato
che esiste anche una piccola variante, segnalata nell’ultimo tratto,
sulla destra, da segnavia bianco-rossi, variante che porta ad incrociare,
più in basso, al secondo tornante, il sentiero che dalla capanna
scende alla val Forame.
In ogni caso, vale un’avvertenza: l’abbandono dei pascoli
della Val Forame ha contribuito non solo ad arricchirne la presenza
di marmotte, il cui acuto fischio costituisce un elemento imprescindibile
dello scenario sonoro alpino, ma anche, sembra, di vipere, che, invece,
si fanno sentire assai meno. Una
notazione, a proposito della solitudine: il passaggio dalla Valmalenco,
sempre affollata, almeno nel periodo estivo, alle valli Painale e Forame
suscita una forte impressione, in quanto sembra di essere approdati
a mondi assai diversi. Qui domina, infatti, anche d’estate, un
forte senso di enigmatica solitudine, tanto da far nascere in noi l’impressione
di aver effettuato un cammino non nello spazio, ma, a ritroso, nel tempo,
verso un tempo nel quale la montagna non era ancora terreno d’elezione
per gli amanti di un incontro con la natura (relativamente) incontaminata,
ma luogo di taciturne e quotidiane fatiche e ristrettezze. E’
come se in questi luoghi l’uomo si fosse arreso, abbandonandoli,
e la montagna celebrasse il suo trionfo, un trionfo non disturbato dai
rari animali peregrinanti e zainati. Per tutti questi elementi di suggestione,
questa tappa del Sentiero Italia ha qualcosa di unico.
A proposito di animali peregrinanti e zainati: ne esiste una sottospecie,
ormai scomparsa da tempo, molto legata a questi luoghi e, forse, anche
alle vicende del rifugio che abbiamo raggiunto. Si tratta dei contrabbandieri,
che sfruttavano i luoghi toccati dal Sentiero Italia, dalla Val Fontana
al versante retico sopra Teglio, Bianzone, Villa di Tirano e Tirano,
per esercitare la loro attività, contrastati dalla Guardia di
Finanza, che proprio nell’attuale rifugio ANA Massimino Erler
aveva una sua caserma. La costruzione del rifugio data esattamente ad
un secolo fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio
Cederna, che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel
lontano 1866, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana),
e per interessamento della sezione valtellinese del CAI, venne eretta
la capanna, inaugurata il 31 luglio dell’anno successivo (per
cui l’anno prossimo si festeggia il centenario), capanna che però
ebbe una vita travagliata, in quanto già nel 1914 venne gravemente
danneggiata. Venne avanzata anche l’ipotesi che ciò fosse
accaduto ad opera della Guardia di Finanza, per togliere ai contrabbandieri
un punto di appoggio fondamentale. Un intervento di ricostruzione, nel
1926, portò alla temporanea riapertura del rifugio, che, tuttavia,
venne di nuovo chiuso nel 1938, dopo una seconda azione di danneggiamento.
Dobbiamo,
quindi, giungere ad anni più vicini a noi, e precisamente al
1980, per vedere la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa
della sezione valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per
commemorare, oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina,
morti due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal
punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico.
Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta
Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo,
infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una
depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata,
più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323),
a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente
al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi
percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale
che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare
che tale vetta è raggiungibile dalla Cederna-Maffina anche per
diversa via, cioè percorrendo il crinale meridionale.
Il rifugio è anche un importante crocevia escursionistico: di
qui non passa, infatti, solo il Sentiero Italia, ma anche l’Alta
Via della Val Fontana, che descrive un ardito arco in prossimità
del crinale della valle, percorrendone il circo terminale, verso est,
e le laterali val Sareggio, dei Laghi e Malgina, per poi affrontare
il crinale che passa per il pizzo Combolo (m. 2900) ed il monte Calighè
(m. 2698) e scendere, passando dal facile monte Brione (m. 2542), alla
parte alta di Prato Valentino, sopra Teglio. Ci
si potrebbe domandare per qual motivo il Sentiero Italia, dopo aver
seguito per un buon tratto l’Alta Via della Valmalenco, non faccia
lo stesso con quella della Val Fontana. La risposta è probabilmente
questa: la seconda traversata è, in molti punti, più ostica
e faticosa della prima, il che la pone fuori della portata di molti
escursionisti.
Qualche nota tecnica, per concludere. La tappa, nella sua interezza,
richiede circa 4 ore e mezza di marcia (6 se decidiamo di scendere fino
al rifugio Erler), ed il superamento di un dislivello in salita di circa
930 metri.
Le due semitappe, invece, sono così riassumibili: dal rifugio
Cristina al passo degli Ometti è necessaria un’ora e tre
quarti circa di cammino, per superare 530 metri circa di dislivello;
dal passo degli Ometti al rifugio Cederna-Maffina sono necessarie circa
due ore e tre quarti di cammino, per superare 400 metri circa di dislivello
in salita.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
mt. 400 |
| Tempo |
2 h e 45 min |
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Cartina
Kompass n. 93 (Bernina-Sondrio), settore C5 |
| Testo e fotografie a cura di M.Dei
Cas |
Seconda tappa: dal rifugio Cederna-Maffina
al rifugio Baita del Sole
La prima tappa del settore quarto del Sentiero Italia –
Lombardia nord è interamente caratterizzata da scenari solitari,
di alta quota, disseminati di massi, rocce, magri pascoli, silenzi,
pareti dall’aspetto mite o cupamente strapiombante: non incontriamo
un solo albero sul nostro cammino.
La seconda tappa, invece, ci introduce a scenari più dolci: diminuisce,
innanzitutto, la quota, e si presentano alcuni bei boschi, all’ombra
dei quali anche i pensieri sembrano trovare un riparo ed un conforto.
Si tratta di compiere una traversata che ci porta fuori della Val Fontana
e ci fa accedere al bel versante retico compreso fra Teglio e Tirano,
raggiungendo Prato Valentino, solare meta di villeggiature estive e
di sciate invernali. Partiamo, dunque, dal rifugio Cederna-Maffina:
ci attende una lunga discesa, che ci farà condurrà alla
località di S. Antonio, facendoci perdere oltre 1300 metri di
quota, inizialmente su sentiero, poi su carrozzabile.
La discesa all’alpe Forame avviene su un sentiero ben segnalato,
che si snoda fra i numerosi dossi e le pianette che nascondono, fino
all’ultimissimo tratto di cammino, la capanna a chi sale (segno
della sua presenza, infatti, è, per costoro, la bandiera collocata
a poca distanza dal rifugio). Con diversi tornanti scendiamo alla prima
piana dell’alpe, a quota 2168, dove si trovano anche i resti di
una grande baita, segno dell’importanza di questa valle come alpeggio
per le mandrie transumanti. Un altro segno della ricchezza di quest’attività
è la ricca presenza di romici alpini, o “lavazz”,
in dialetto: si tratta, infatti, di una pianta nitrofila, che trova
il suo terreno elettivo laddove la presena di bestiame garantisce al
terreno una concimazione abbondante, e quindi un consistente apporto
di azoto.
Superato un ultimo gradino roccioso, raggiungiamo l’ultima grande
apertura della val Forame, prima della gola terminale. Attraversando
il torrentello, a quota 2055, ci portiamo sulla destra della valle,
percorrendone un buon tratto, fino ad un ponticello che ci riporta sul
lato sinistro, prima di cominciare la discesa all’alpe Campiascio,
entrando in un bosco e sfruttando il suo fianco settentrionale. Nel
primo tratto il sentiero corre quasi a ridosso della gola del torrente,
poi piega a sinistra (nord-est), scende di circa cinquanta metri su
un versante caratterizzato da larici secolari e piega di nuovo a destra
(est-sud-est), tenendo la destra di un valloncello e calando, su un
terreno reso piuttosto disordinato da materiale depositato dalle slavine,
sul limite terminale dell’alpe Campiascio (m. 1722). Nel primo
tratto della discesa dall’alpe Forame potremo scorgere, alla nostra
destra, una lapide che commemora la morte del finanziere Giuseppe Nardelli,
caduto insieme ad un commilitone durante un’azione contro il traffico
di contrabbando.
All'alpe Campiascio troviamo il cartello che indica la partenza del
sentiero per la capanna Cederna Maffina, e, soprattutto, il punto terminale
della carrozzabile che ci accompagnerà per il resto della lunga
discesa (m. 1680). La monotonia del cammino è attenuata dalla
contemplazione dei bellissimi scenari che la Val Fontana, poco frequentata,
ingiustamente, dagli escursionisti, regala. Sono soprattutto alcuni
splendidi boschi di abeti ad attirare la nostra attenzione. Scendiamo,
così, all’incantevole Pian dei Cavalli (m. 1548), un’ampia
piana che ispira sentimenti di serenità e dolcezza.
Un po’ più in basso parte, alla nostra destra, il sentiero
che sale alla laterale Val Malgina, che, attraverso il passo omonimo
(m. 2619), immette sul fianco di nord-ovest dell’alta val Saiento,
laterale della Valle di Poschiavo, in Svizzera, a poca distanza dal
lago del Matt.
Segue, nella discesa, la località Campello, dove troviamo il
già citato rifugio ANA intitolato al finanziere Massimino Erler
(m. 1400). Qui potremmo passare sul lato opposto della valle (cioè
dal sinistro al destro), per poi salire nella selvaggia e solitaria
Val Vicima, che si stende ai piedi di cime che già abbiamo citato
nella precedente tappa del Sentiero Italia, vale a dire, da sud, della
vetta di Rhon (m. 3136), della cima Vicima (m. 3122), alla cui sinistra
è collocata l’omonima e ben visibile bocchetta che permette
di scendere in val Painale (m. 2869) e della punta Painale (m. 3248),
che domina, con il suo profilo severo, anche l’alpe Forame.
Proseguiamo, invece, sulla carrozzabile, fino alla ridente località
di S. Antonio, dove potremmo concederci una sosta per spezzare la tappa,
visto che siamo in cammino da un paio d’ore. Proprio all’uscita
dell’ultima semicurva a sinistra che ci porta in vista delle case
del paesino troviamo, a quota 1250 metri circa, segnalata sulla nostra
sinistra, la partenza del sentiero che dovremo seguire per continuare
nella nostra traversata. Vale però la pena di scendere ancora,
sulla strada asfaltata, per visitare il paesino, fino alla bella chiesetta
che troviamo al suo ingresso.
Il
tratto di sentiero che ci attende, da S. Antonio fino alla località
di Dàlico, sul lungo dosso che scende dalla Costa di San Gaetano,
coincide con un tratto del Sentiero
del Sole, e precisamente con la seconda parte della sezione che
congiunge le località di San Bernardo, sopra Ponte in Valtellina,
e, appunto, Dàlico, sopra Castionetto di Chiuro. Per questo troveremo
numerosi segnavia bianco-rossi, che tracciano, con molta precisione,
l’intero percorso di questo sentiero, che effettua una lunga traversata,
su quote medio-alte, dal Trippi, presso Sondrio, al santuario della
Madonna di Tirano.
Di nuovo in cammino, dunque, verso Dàlico, con l’avvertenza
di procedere a gambe e braccia coperte, se vogliamo evitare qualche
urticatura che, in alcuni tratti del sentiero, sarebbe, in caso contrario,
quasi inevitabile. Nel primo tratto il sentiero passa a monte di alcuni
prati. Ignorata una deviazione che sale alla nostra sinistra, ci ritroviamo,
poi, sul corpo di una frana, che attraversiamo agevolmente, per risalire,
con strette serpentine in direzione sud-est, un dosso erboso, che costituisce
lo sbocco della laterale val Frassino. Il sentiero riprende, poi, un
andamento meno ripido e riassume l’originaria direzione sud (destra),
procedendo nel cuore di alcuni boschi che, a tratti, immergono l’escursionista
in un’atmosfera magica, sospesa, irreale. Camminiamo, dunque,
in tutta tranquillità, attraversando un paio di piccoli corsi
d’acqua laterali ed ignorando altre deviazioni che salgono alla
nostra sinistra.
Quando, ormai, si vede bene, davanti a noi, il lungo dosso che scende
dalla Costa di San Gaetano, in un tratto nel bosco i due sentieri si
separano. Dobbiamo prestare molta attenzione, perché, a quota
1540 metri circa, ci stacchiamo sulla sinistra dal sentiero principale,
e la deviazione non è evidente, anche se è segnalata da
due grandi bandierine rosso-bianco-rosse disegnate su un masso. Per
la verità, anche se perdiamo la deviazione, non ci dobbiamo disperare,
perché questa ci porta su un sentierino piuttosto disagevole,
sia perché poco visibile, sia perché ostruito da una vegetazione
disordinata, tanto che, quando approdiamo alla strada sterrata che dalla
parte bassa di Dàlico sale alle sue propaggini più alte,
tiriamo un sospiro di sollievo.
Intercettiamo
questa strada al tornante destrorso (per chi sale) posto a poca distanza
dalla chiesetta di San Gaetano (m. 1550), nei cui pressi troviamo anche
una fontana che può risultare preziosa se siamo a corto d’acqua.
Nel punto in cui il sentiero raggiunge la strada sono collocati dei
cartelli che ci informano sulla duplice possibilità di proseguire,
salendo, sul Sentiero Italia, oppure di raggiungere, dopo una lunga
discesa, Castionetto di Chiuro.
A questo punto possiamo, però, anche giungere per via diversa.
Torniamo, dunque, al bivio nel bosco: se, ignorando la deviazione, proseguiamo
sul sentiero principale, sbuchiamo dapprima in un bel prato, dal quale
possiamo scorgere un piccolo spicchio dell’alta Val Fontana, per
poi immergerci di nuovo in un bel bosco di larici, fino alla sua conclusione,
in una piccola radura che precede immediatamente alcune baite di Dàlico.
Ci ritroviamo, così, su una stradina che sale ad intercettare
la strada principale, a quota 1450 metri circa: percorrendo quest’ultima
in salita, raggiungiamo, in breve, la chiesetta di San Gaetano.
Da San Gaetano proseguiamo la salita, fino al termine della strada,
in corrispondenza della baita più alta di Dàlico, a quota
1699. Dobbiamo, ora, prestare attenzione, per individuare un sentierino,
poco visibile, che dal lato orientale della baita (il lato destro) taglia,
rimanendo alla medesima quota, i prati, aggirando un dosso erboso e
giungendo ad intercettare un sentiero che sale dal nostro lato destro.
Qui, all’incrocio, troviamo, su un sasso, la segnalazione del
Sentiero Italia, che ci informa, con una freccia, che dobbiamo proseguire
sulla traccia che continua, quasi pianeggiante e nel bosco, a destra,
non su quella che prosegue la salita a sinistra, sul limite del bosco
stesso. Se abbiamo difficoltà ad individuare il sentierino che
parte dalla baita, possiamo anche tornare sui nostri passi e scendere
al secondo tornante destrorso (per chi scende): qui parte, sulla sinistra
(non è molto visibile, ma non si può non trovarlo) il
sentiero che sale fino a tagliare il Sentiero Italia, proprio in corrispondenza
del sasso con il segnavia.
Entriamo, dunque, in un bel bosco, iniziando la traversata della Val
Rogna, su un sentiero in molti punti poco visibile, che si mantiene
su una quota costante compresa fra i 1650 ed i 1680 metri. I
segnavia sono scarsi, e dobbiamo rimanere concentrati per non uscire
dal tracciato. Dopo il primo traverso in un bosco incantevole, raggiungiamo
una radura dove troviamo alcuni ruderi di baita, circondati da una ricca
vegetazione: si tratta della località Vestoregia (m. 1643). Il
sentiero passa alle spalle delle baite e prosegue in direzione del torrente
di Val Rogna, che attraversiamo per approdare al versante orientale
della stessa. In questa sezione il sentiero è quasi soffocato
dalla debordante vegetazione che lo circonda.
Inizia ora la seconda parte della traversata, che, con qualche saliscendi,
ci porta a monte dei prati delle baite di Valrogna. Una notazione: sulla
carta Kompass questa traversata è segnata ad una quota inferiore
di almeno 100 metri. Torniamo al percorso: uscito dal bosco presso i
prati, il sentiero non scende al loro limite superiore, ma prosegue
un po’ più alto, fino ad intercettare una pista che sale
alla nostra destra ed a raggiungere le case più occidentali della
località di Prato Valentino. Intercettiamo, così, una
strada sterrata, che possiamo seguire nel suo ramo sinistro (che sale
leggermente), oppure, come indicano i segnavia, in quello destro (in
leggera discesa): in entrambi i casi ci ritroveremo presso il grande
edificio del ristorante-rifugio
Baita del Sole, a 1730 metri, presso il quale possiamo pernottare,
dopo un cammino complessivo di 5-6 ore, ed un dislivello superato in
salita di circa 500 metri.
Segnalo un modo alternativo per effettuare la traversata della Val Rogna,
che ci sottrae la gioia dell’immersione nel bosco, ma ci regala
un tracciato panoramicamente più interessante. Torniamo, dunque,
all’incrocio fra i due sentieri, ad oriente della baita più
alta di Dàlico: invece di seguire le indicazioni sul masso e
di proseguire nel bosco, scegliamo il sentiero di sinistra, che sale
diritto sull’ampio e solare versante di nord-ovest della valle,
su un terreno erboso, disseminato di qualche rara pianta. Il sentiero,
la cui traccia si fa debole, prosegue diritto, guadagnando gradualmente
quota. Davanti ai nostri occhi, sull’altro lato della valle, il
bellissimo dosso di Prato Valentino. Siamo
circa duecento metri sotto un più famoso sentiero, che effettua
la medesima traversata sul cosiddetto Viale della Formica, assai battuto,
in passato, dai contrabbandieri. Dopo aver attraversato qualche macchia
di alberi, giungiamo ad un bel prato, nel quale la traccia sembra perdersi:
basta però fare qualche passo in salita, per intercettare una
traccia che proviene da sinistra e prosegue, con traccia più
marcata, verso il solco della valle, che raggiungiamo, in corrispondenza
di un casello dell’acqua, a 1849 metri di quota. Il sentiero si
è fatto più evidente, ed inizia ora una vera e propria
pista, che ci permette di tagliare tranquillamente il versante opposto
della valle, fino a raggiungere, a quota 1828, il limite occidentale
di un dosso erboso di Prato Valentino. Qui troviamo la strada sterrata
che sale dalle case di Prato Valentino ai punti di arrivo degli impianti
di risalita. Scendendo sulla strada, raggiungiamo facilmente la Baita
del Sole. Questa variante ci impone circa 150 metri aggiuntivi in salita,
mentre il tempo di percorrenza si dilata di circa 30-45 minuti.
|
|
| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
mt. 500 |
| Tempo |
5-6 h |
| |
Cartina
Kompass n. 93 (Bernina-Sondrio), settore C-D 6-7 |
| Testo e fotografie a cura di M.Dei
Cas |
Terza tappa: dal rifugio Baita del Sole a Tirano
Eccoci giunti alla terza ed ultima tappa di questo quarto settore
del Sentiero Italia Lombardia nord: dobbiamo raggiungere, completando
la traversata retica, Tirano, partendo da Prato Valentino, salendo verso
il passo del Méden e cominciando una lunghissima discesa, che
passa per le alpi Frantelone e Lughina.
Lasciamo la Casa del
Sole ed incamminiamoci, prendendo a destra, sulla strada sterrata
che sale sul lungo dosso dove, d’inverno, sono tracciate le piste
discesistiche. La salita è un po’ monotona, ma la fatica
è ripagata dall’estrema panoramicità dei luoghi.
Sostiamo, allora, un attimo per passare in rassegna le cime che lo sguardo
può raggiungere. Alla nostra sinistra (est) possiamo ammirare
la lunga dorsale a nord-est del passo dell’Aprica, con il monte
Padrio ed il passo del Mortirolo, e sullo sfondo del gruppo dell’Adamello;
di fronte a noi, a sud, la catena orobica, sulla quale si individuano,
da sinistra, il monte Torena, in val Belviso, le cime di Caronella,
nella valle omonima, il pizzo del Diavolo di Malgina, in val Malgina,
le cime del Druet ed il pizzo di Coca, in valle d’Arigna, e la
punta di Scais, in val Caronno; alla nostra destra (ovest), individuiamo
facilmente la forma arrotondata del Culmine di Dazio, che separa la
media dalla bassa Valtellina, e, proseguendo verso destra, cioè
verso nord-ovest, la
cima del Desenigo (o monte Spluga) ed alcune cime del gruppo del Màsino,
fra cui il pizzo Badile ed il monte Disgrazia, fino alle cime del gruppo
dello Scalino, che abbiamo imparato a riconoscere nelle precedenti tappe;
in direzione nord, infine, l’arrotondata forma del monte Brione,
diritta sopra di noi, ed alle sue spalle, verso destra, il monte Calighè
ed il pizzo Combolo.
Dopo esserci fatta una cultura su queste cime orobiche e retiche, proseguiamo,
in direzione del dosso Lau (m. 2034). Ignorata, sulla sinistra, la deviazione
(m. 2133) che porta al sentiero che percorre il Viale della Formica,
in direzione della Costa di San Gaetano (dalla quale si scende all’ultima
baita di Dàlico), ed oltrepassata la prima cabina dell’impianto
di risalita, saliamo ancora, fino ad incontrare, nei pressi di una rete
di contenimento, una deviazione segnalata, sulla nostra destra: qui
(siamo a 2291 metri) il Sentiero Italia si stacca dalla pista, che prosegue
fino alla seconda cabina dell’impianto di risalita, e comincia
una bella traversata sul versante più alto della valle di Boalzo,
in direzione del passo del Méden. Siamo, anche qui, su una mulattiera
molto frequentata, in passato, dai contrabbandieri. Il sentiero, con
fondo buono, sale gradualmente, aggira un dosso che scende verso sud-est
dal monte Calighè, passa ai piedi del largo vallone che scende
dalla bocchetta della Combolina (m. 2568), attraversa
il versante che scende dal pizzo Combolo e raggiunge il piede di un’ampia
sella: qui (2405 metri), dal Sentiero Italia, si stacca, segnalata,
una deviazione, sulla sinistra, che sale alla sella, dove è posto
il passo del Méden, sul confine italo-svizzero (m. 2438), dal
quale si può scendere all’alpe di Pescia alta ed al rifugio
Anzana (m. 2050), in val Saiento, laterale della Valle di Poschiavo.
Noi, invece, proseguiamo sul sentiero che taglia il dosso Giuvel, aggirando,
a 2315 metri, il versante meridionale del pizzo Cancano (m. 2435; se
abbiamo un po’ di tempo, possiamo facilmente salire alla cima
del pizzo sfruttando la sella del passo del Méden e percorrendo
il largo crinale di confine in direzione della sua ben visibile cima
erbosa). Perdiamo, poi, circa 150 metri, scendendo sul versant denominato
Costone, e raggiungendo, a quota 2177 metri, il punto in cui dal Sentiero
Italia si stacca, sulla destra, il sentiero che, scendendo verso sud,
conduce ai begli alpeggi di Nemina alta (m. 1745), Nemina di mezzo (m.
1571) e Nemina bassa (m. 1338), dai quali si può proseguire la
discesa verso Piazzeda, bel paesino sopra Bianzone. Proseguendo per
un breve tratto, ci troviamo proprio sotto l’evidente e larga
depressione del passo denominato Colle o Collo d’Anzana.
Possiamo
concederci, come breve fuoriprogramma di una ventina di minuti, la salita
al passo (m. 2224), che, presidiato da una Madonnina, permette di accedere
alla già menzionata Val Saiento. Un cartello ci informa che in
una ventina di minuti possiamo, da qui, raggiungere il rifugio Anzana.
Torniamo sui nostri passi e riprendiamo la traversata in direzione est-nord-est:
ci attende qualche breve salita, per aggirare alcune modeste formazioni
rocciose, prima di guadagnare il bel versante che si stende ai piedi
della Vetta o Dosso Salarsa (m. 2254). Anche qui, spendendo un’ora
supplementare di tempo, possiamo effettuare un bel fuori-programma,
salendo a vista, facilmente, sul crinale di confine e raggiungendo,
altrettanto facilmente, l’arrotondata cima del Dosso, alla nostra
destra: saremo ripagati dalla sua estrema panoramicità.
Torniamo al Sentiero Italia, che, proprio sotto la verticale del Dosso,
comincia, dalla quota approssimativa di 2000 metri, a scendere con più
decisione, verso l’alpe Frantelone (m. 1831), passando a destra
delle sue baite, nel cuore di un bel bosco di abeti. Incontriamo, quindi,
a quota 1720 metri, un cartello e, poco oltre, una piccola croce di
legno, che precede la ripida discesa, con serrati tornantini, in direzione
est-nord-est, verso l’alpe Lughina. Il sentiero, alla fine della
discesa, intercetta una pista che, percorsa verso destra, porta ai prati
della località Sasso Lughina (m. 1418). Noi, invece, ci dirigiamo
a sinistra, scendendo ad un bivio: dalla
pista principale si stacca, sulla sinistra, una breve pista che passa
sotto il rudere di un’ex-caserma di finanza e termina sul limite
orientale dei prati dell’alpe Lughina.
Non manchiamo di visitare quest’amena oasi, dove i prati sembrano
incuranti del fatto di essere attraversati dal confine italo-svizzero.
L’ultima casa che troviamo, al termine della pista, è,
infatti, già in territorio svizzero, e da qui parte, segnalato,
un bel sentiero che attraversa il bosco del versante est della Salarsa
e raggiunge una pista che sale da Campocologno, in Valle di Poschiavo,
ai prati della Piana.
Torniamo al bivio e cominciamo a scendere, su una strada tracciata per
scopi militari, con pendenza assai regolare. Al un tornante sinistrorso
di quota 1260 intercettiamo, di nuovo, il Sentiero del Sole, che giunge
fin qui da Stavello, attraversando i boschi sopra Villa di Tirano: per
l’intera discesa rimanente ci farà compagnia. Dopo un breve
tratto, eccoci al maggengo di Piatta (m. 1223). Più in basso,
incontriamo le baite di Romaione (m. 1109) e la bellissima piana di
Novaglia (m. 980), dove ci sono diverse cose da osservare: innanzitutto
la meridiana che si mostra sulla parete della prima baita che incontriamo;
in secondo luogo il bel panorama che di cui possiamo da qui godere;
infine l’evidente croce che, illuminata di notte, è ben
visibile da Tirano. A
quota 735 ecco poi, a destra della strada, la bella chiesetta di san
Sebastiano. L’ultimo tratto della discesa avviene all’ombra
di un bel bosco di ontani neri, betulle e castagni. Lasciato il bosco,
raggiungiamo le case più alte della frazione, dove parte, sulla
sinistra, un tratturo che sale allo xenodochio di Santa Perpetua, chiesetta
che merita un’attenta visita e che rappresenta un ottimo balcone
panoramico su Tirano, ed in particolare sul Santuario della Madonna
di Tirano.
Ed è proprio al santuario che termina questa sezione del Sentiero
Italia. Siamo in cammino da 6 ore ed abbiamo superato un dislivello,
in salita, di circa 680 metri.
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| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
mt. 680 |
| Tempo |
6 h |
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Cartina
Kompass n. 93 (Bernina-Sondrio), settore D7 |
| Testo e fotografie a cura di M.Dei
Cas |
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