Morbegno

Il paese dei "mores benigni" (affabili costumi)

La chiesa di S. Pietro a Morbegno. Foto di M. Dei CasLa città di Morbegno ("murbègn", che tale è, ufficialmente, dal 1967, avendo superato la soglia degli 8.000 abitanti) è lo storico capoluogo del Terziere inferiore della Valtellina, ed oggi è il centro principale della bassa valle. È anche l’unico comune della bassa Valtellina con un territorio che si estende su entrambi i versanti, settentrionale e meridionale, ovvero, per usare le storiche denominazioni, sulla sponda dei Cech e su quella dei Maròch.
Sulla Costiera dei Cech esso comprende, da est, l’intero versante meridionale del Culmine di Dazio (“cùlmen”), dalla Val Fìria (“val fìria”) all’impressionante forra del torrente Toate (“tuàa”), oltre ad una larga striscia della media montagna a monte di Campovico e del ponte di Ganda. Il confine corre, infatti, dalla cima del Culmine (m. 913), verso ovest, seguendone il crinale e comprendendo i nuclei di Desco (“dèsch”), Porcile (“purscìil”), Torchi Bianchi (“tòorc’”), Categno (“catègn”) e Paniga (“panìga”). Passato sul lato occidentale della valle del Toate, scende gradualmente verso sud-ovest fino al ponte di Ganda (“pùnt de gànda”), passando a monte di Cermeledo (“scèrmelée”), Cerido (“scerìi”), Selvapiana (“selvapiàna”), Marsalenico (“marsalénech”), San Bello (“san bèl”), oltre che del paese di Campovico (“camvìich”), comune autonomo fino al 1938, cui in passato questi nuclei appartenevano.
Il confine segue, poi, per un buon tratto, sempre verso ovest, il fiume Adda, fino alla confluenza del Bitto (“ul bìt”); qui volge a sud-sud-est, seguendo il approssimativamente il corso del torrente e portandosi ad ovest di esso nei pressi del versante orobico. Ritaglia, quindi, una piccola porzione del versante occidentale della bassa Valle del Bitto, che comprende il nucleo di San Carlo (“san càrlu”) e la parte bassa di Campione (“campiùn”), prima di volgere ad est, tornando a seguire il corso del Bitto (ramo di Albaredo). Poco a Valle di Albaredo, il confine risale il versante orientale della Valle del Il cimitero e la chiesa di S. Martino. Foto di M. Dei CasBitto di Albaredo (“val del bìt de albarée”), un po’ a zig-zag, fino al crinale che lo separa dalla bassa Valtellina (quota 1725, il punto più alto del territorio comunale). Scarta, quindi, a nord-ovest ed a nord, scendendo il versante orobico che si affaccia sulla bassa Valtellina e tornando al corso dell’Adda. Sul versante orobico appartengono, quindi, a Morbegno i nuclei di Arzo (“àars”), Valle (“vàl”) e Campoerbolo (“campèrbul”), tutti sulla strada provinciale che da Morbegno sale ad Albaredo e prosegue per il passo di S. Marco, oltre che una serie di maggenghi minori ed alla cima del monte Pitalone (“el pitalùn”, m. 1334), elevazione di per sé poco significativa, ma di grande valore simbolico, essendo un po’ il monte di Morbegno, in quanto è la massima elevazione visibile sul versante orobico dalla città. Seguendo l’Adda verso est, il confine raggiunge, infine, il piede della Val Fìria. In tutto 15,68 kmq, con diversi maggenghi e nuclei di mezza montagna, ma nessun alpeggio (ad eccezione della piccola porzione a monte del Sertéer, in Valle del Bitto di Albaredo).
La città è posta allo sbocco del Bitto ed ha una storia antica e prestigiosa. Ecco il quadro tratteggiato da Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie dal 1587 al 1588, nell’opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (trad. di Giustino Renato Orsini): “Segue Morbegno, detto in latino Morbonium, il capoluogo di tutta la squadra: esso deriva il suo nome dalla parola morbus, vale a dire malattia. Infatti negli antichi tempi, quando il Bitto scorreva presso Cosio, tutto l’agro morbegnese era pieno di paludi e canneti, i quali traevano origine dalle acque che, discese dal monte nel piano, non avevano tuttavia tale portata da formare un fiume. Perciò, appena il calore del sole si faceva sentire nel paese, da ogni parte erano zanzare e dovunque esalava un miasma insopportabile; così che, in quell’aria greve e corrotta, uomini e bestie deperivano e soccombevano per svariate malattie.
Morbegno. Foto di M. Dei Cas
Ciò accadeva principalmente perché l’antica Morbegno stette per parecchio tempo più basso che non quella attuale, e precisamente alle falde di quel monte, addossato a mezzogiorno, dove oggi si eleva la chiesa di S. Martino e dove sorsero i più antichi abitati del territorio. Questa chiesa poi di S. Martino, insieme con quella omonima di Cosio, era stata in origine edificata dagli idolatri, primi abitatori della regione, in onore di Ercole. L’aria in questo punto è ancor oggi abbastanza malsana. Ma, frattanto, è accaduto che, durante una sua piena straordinaria, il Bitto, trascinando materiale d’ogni genere, colmò la valle che fiancheggia Regoledo e Cosio, poi straripò nelle vicine bassure. Infatti il fiume sbocca verso il piano, fra il castello di Morbegno e l’antica torre che sorgono poco sopra l’attuale Morbegno, l’uno a destra e l’altra a sinistra del Bitto… tale interramento proseguì poi per così lunga estensione che tutti i pantani…vennero colmati. Perciò è cessata la malaria e il clima si è fatto salutare… e codesta salubrità deriva dalla soave frescura che ivi spira dai monti e dal Bitto. Si comprende quindi come, attratti da quell’aria così pura, si principiasse ad edificare sotto il castello, sulle sponde del Bitto, e si continuassero ivi le costruzioni finché a poco a poco sorse una bella borgata e infine una città, con le sue mura ed annessi sobborghi…

Ma torniamo alle origini. Giustino Renato Orsini, autore della più significativa monografia storica su Morbegno (“Storia di Morbegno”, Sondrio, 1959), Scorcio di Morbegno. Foto di M. Dei Casipotizza che il primo documento storico attestante la sua esistenza risalga al 724: si tratta della donazione alla basilica di S. Carpoforo in Como, da parte del re longobardo Liutprando, di alcuni territori dell’alto Lario e della bassa Valtellina, fra cui Mosergia, che dovrebbe essere la più antica versione del nome di Morbegno. Si trattava, quindi, di una curtis longobarda, che comprendeva anche il territorio di Talamona e le cappelle di S. Martino (Morbegno, dove si trovava un ponte su un ramo dell’dda che vi scorreva ancora nel Seicento) e S. Maria (Talamona). Le prime citazioni sicure sono però più tarde e, nelle forme Morbinium (1085), Morbenio (1186) e Morbenno (1158), risalgono ai secoli Xi e XII. La prima è attestata in un documento del 1085, nel quale un tal Martino, figlio del fu Giovanni, vendeva una selva in “carbonaria” “de loco Cruxe, sita Morbinii”.
Giulio Perotti, autore della monografia “Morbegno”, edita nel 1991 a cura della Cooperativa Pan, ipotizza che comune di Murbegno, citato nel XII secolo, si estendesse su un territorio non vasto, con insediamenti sparsi, sia sul monte, sia sul piano. Egli, che riconduce il nome primitivo “Mosergia” alla radice celtica “mos”, “morg”, “murg”, che significa “luogo paludoso”, scrive: “Tre successivi spostamenti spostamenti di luogo e mutamenti nel nome subì la nostra Morbegno: essa sorse dapprima col nome di Mosergia o Morsegia nel piano acquitrinoso di San Martino; nell’alto Medioevo, divenuto il luogo malsano, si trasferì sul monte a Murada e Ortesida, mentre Mosergia cominciò a chiamarsi Morcintia e Morbinio per la malaria; finché nel XIII secolo si trasferì con questo ultimo nome sulle rive salutari del Bitto, dove divenne ben presto fiorentissimo borgo” (op. cit.). Il Perotti osserva che in questo periodo il borgo doveva essere assai sparso, con un punto di riferimento unitario nel castello al “dos de la Lümàga” (dove ora sorge il Tempetto degli Alpini), già scomparso nel Trecento.
Morbegno. Foto di M. Dei Cas
Morbegno appartenne originariamente alla pieve di Ardenno, dalla quale si staccò nel 1208, prendendo nel contempo il sopravvento su Talamona come centro religioso principale del versante orobico della bassa Valtellina, da Talamona alla Valle del Bitto di Albaredo. Solo nei secoli successivi si staccarono da S. Martino Talamona (1375), Bema (1386), Sacco di Sotto (1458) e Valle (1480). Morbegno si avviava, così, a diventare centro della squadra omonima del Terziere inferiore, fronteggiata, sul versante dei Cech, dalla squadra di Traona, per poi ricomprendere sotto la sua giurisdizione, fra la fine del Quattorcento e gli inizi del Cinquecento, tutto il Terziere Inferiore.
Giuseppina Lombardini, nella "Breve cronistoria di Morbegno" (Morbegno, 1928), ipotizza in Morbegno una prevalenza ghibellina: "Che in Morbegno prevalesse il partito ghibellino lo testimonia anche il fatto che quivi trovarono ospitalità i figli di Loterio Rusca, il quale, con Giordano, era capo in Como della fazione Rusca ghibellina".
Scorcio di Morbegno. Foto di M. Dei CasDella Morbegno medievale e della sua vivacità economica scrive B. Credaro, nell'opera "Morbegno" (Sondrio, 1956): "Le acque del Bitto non avevano pace e non potevano, raggiunto il piano, correre tranquille fino all'Adda; erano invece caprate sulle due rive da numerosi canali grandi e piccoli, che le portavano a muovere ruote e a produrre energia per le attività più varie: c'erano infatti nel borgo officineper la lavorazione del ferro e del rame; diversi mulini per macinare la poca segale, perché il granoturco e il frumento vennero più tardi. Non mancavano certamente segherie e fabbriche di mobili per i quali le selve sovrastanti e la valle del Bitto offrivano abbondanza di legname pregiato".
Sulle origini, l’articolazione e gli sviluppi del comune di Morbegno leggiamo, ne Le istituzioni storiche del territorio lombardo (Regione Lombardia, 1999, sotto la direzione di Roberto Grassi): “Il sorgere del medioevale comune di Morbegno rimane oscuro: nel 1208 la comunità riuscì a sottrarre la chiesa di San Martino all’egemonia plebana di Ardenno, non autonomamente però, ma sotto il patronato del monastero di Sant’Abbondio di Como. Dopo il 1210 il comune risultava non più retto da un console, ma da un podestà locale, “communis et hominum”. Nel 1335 (Statuti di Como) era citato come “comune loci conscili de Morbegnio”. …
La metà del XIV secolo è comunque l’epoca in cui il comune di Morbegno assunse un ruolo centrale nella giurisdizione che comprendeva l’intera bassa Valtellina (nel 1377-1378 Morbegno chiese a Giangaleazzo Visconti la separazione amministrativa dal resto della Valtellina), e nel contempo assunse rilievo la nuova società artigiana e commerciale, accanto alla contadina. …
Sul finire del 1363 il comune di Morbegno iniziò a tracciare una prima linea confinaria della sua Il Municipio di Morbegno. Foto di M. Dei Casgiurisdizione civile, raggruppando i comuni della pieve di Olonio a est del Ponte marcio o Pontascio e quelli della pieve di Ardenno da Buglio in giù. In data 9 dicembre dello stesso anno il consigliere “in antea” di Morbegno convocò nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo (costruita a partire dal 1337, vi si tennero poi i consigli di terziere, oltre che nei prati della Berlanda) i rappresentanti dei comuni di Cosio, Rasura, Gerola, Dubino, Mantello, Zizini (Cino), Zerzuno (Cercino), Traona, Mello (della pieve di Olonio), Clivio (Civo), Dazio, Campovico, Buglio, Talamona, Albaredo, Bema (della pieve di Ardenno). … La storia del paese rimase in effetti per secoli appannaggio di un numero abbastanza ristretto di famiglie, tutte però di più o meno antica origine “esterna”, entrate nella comunità morbegnese già con titoli nobiliari o con uno spirito imprenditoriale tipicamente borghese, come i Gaifassi e i Castelli Sannazzaro.
Del comune di Morbegno, che si era già garantito il mercato settimanale, si conosce la normativa sul dazio (“datum de dazio”) del vino, pane, carne, pesa e misura (del grano e vino) a partire dal 1435. Il comune, sempre nel XV secolo, era dotato di una propria milizia, stipendiava un maestro per la pubblica istruzione. Fu ancora il comune a volere la fondazione del convento domenicano di Sant’Antonio nel 1457.
La comunità di Morbegno, che antecedentemente al dominio visconteo era ripartita nelle quadre nei nobili e dei vicini, successivamente si divise nelle quattro quadre dei nobili, dei cittadini, del monte, dei vicini; nel 1762, in atti rogati da Paolo Mariani, la si trova divisa in gentiluomini, civili, mercanti di Piazza Marconi. Foto di M. Dei Casmaggior buon nome, e semplici bottegai, artigiani, contadini del piano e terrieri di Arzo, Valle e Camperbolo: ma formanti in tutto ancora quattro ordini o quadre
”.
È il Quattrocento, dunque, il secolo che vede Morbegno assumere l’egemonia sull’intera bassa Valtellina, superando la storica rivalità fra la squadra di Morbegno, sul versante dei Maròch, e quella di Traona, su quello dei Cech. Sul finire del secolo il paese, che pure aveva dovuto subire nel 1482 il saccheggio delle milizie delle Tre Leghe Grigie, pagando poi, per allontanarle dalla valle, 14.000 fiorini, promosse, come segno di questa unificazione, l’edificazione di un ponte in pietra (unico, sul torrente Adda) in località Ganda. Il ponte venne distrutto da una piena nel 1566, e ricostruito nel 1568; di nuovo abbattuto nel 1772, venne ricostruito nel 1778.
Il Ghillini, nella “Tellineae vallis ac Larii lacus descriptio”, stampata nel 1704, scrive che Morbegno era, in quel secolo, “superiore ad ogni altro luogo della Valtellina per il numero degli abitanti e per la ricchezza”, aggiungendo che “anche il costume quivi era più fine e più colto, e… l’eleganza architettonica delle case era ben diversa dalla ordinaria rozzezza delle costruzioni nei territori alpini” (cit. da Orsini, op. cit.). La vivacità e l’importanza del paese nel medesimo secolo è provata anche dall’insediamento stabile, dal 1457, dei domenicani, nel convento di S. Antonio, che ospitava 24 religiosi. Questi promossero non solamente il fervore della vita spirituale e l’ardore nella carità, ma anche quell’attività inquisitoriale che, soprattutto nell’oscuro Seicento, porterà all’incriminazione ed alla condanna a morte Il tribunale di Morbegno. Foto di M. Dei Casdi numerose “streghe”. Sorse, infine, in quel secolo “in forme bramantesche la chiesa dell’Assunta, attorno alla quale si sviluppa un culto esteso a tutta la Valtellina e al lago di Como, come testimonia un elenco di 23 miracoli del 1943-94” (Perotti, op. cit.).
Il pur luminoso Quattrocento si chiuse, però, con note decisamente dolenti: nel 1498 infierìla peste, cui si aggiunsero i danni di disastrose alluvioni del Bitto e dell’Adda ed infine, per soprammercato, i saccheggi dell’esercito del Duca di Milano che era impegnato nella lotta contro i Grigioni. Degno preludio alla dominazione francese (1500-1512), con la quale si aprì il secolo successivo, rimasta a lungo nella memoria per la sua odiosità. Celebre è l’episodio del ratto di due giovinette che suscitò una piccola sommossa popolare. Nonostante tutto, qualche segno di quel periodo rimase nel dialetto locale, se, come ipotizza l’Orsini, “iscì” (“così”) deriva dal francese “ainsi”, e da forme francesi derivano “püscì” (“almeno”) e “gramazée” (“grazie”, detto a Caspano).
Nessuno pianse, dunque, quando ai Francesi si sostituirono i Grigioni, che iniziarono nel 1512 una dominazione durata quasi tre secoli e caratterizzata da elementi contraddittori ma, tutto sommato, non negativi (diversa è l’opinione dell’Orsini: “Divenimmo dunque sudditi, alla mercé incondizionata dei Magnifici Signori Reti, che subito atterrarono per maggiore sicurezza tutti i castelli e le fortezze valtellinesi e attesero a smungerci”). Per la verità Scorcio di Morbegno. Foto di M. Dei Cassembrò, ad un certo punto, che i nuovi dominatori dovessero cedere il passo all’intraprendenza militare di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sulla riva occidentale dell’alto Lario, e che, nel 1530 li vinse a Delebio, occupando poi Morbegno. La sua fortuna, però, durò poco: sconfitto a Berbenno ed assediato a Morbegno, batté in ritirata. Ad avere la peggio fu Morbegno, che subì l’incendio della parte oltre il Bitto e dovette pagare ai Grigioni una taglia straordinaria di 5.000 fiorini d’oro. In quel periodo furono anche stabiliti  in forma definitiva i confini di Morbegno con Cosio e Talamona, anche in vista della preparazione dell’estimo generale della Valtellina, completato nel 1531.
Questo documento offre uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Morbinij " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 3419 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Talamona di 1050); i prati hanno un'estensione complessiva di poco più di 2510 pertiche e sono valutati 1681 lire; campi e selve hanno un'estensione complessiva di 5923 pertiche; l'estensione dei vigneti è di 1294 pertiche, per un valore di 2804 lire; gli alpeggi, che caricano 210 mucche, vengono valutati 42 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 52 lire; il valore delle 54 brente di vino torchiato (una brenta equivale a 90 boccali) è di 54 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 12163 lire (sempre a titolo comparativo, per Forcola è 2618, per Talamona 8530 e per Tartano 642).
Prese piede, nel medesimo secolo, sempre in proporzioni assai modeste, la Riforma, favorita dai nuovi dominatori: a Morbegno venne assegnata al culto riformato la chiesa di S. Pietro, e la sede parrocchiale si trasferì, nel 1559, nella nuova chiesa di S. Giovanni.
La chiesa di S. Martino a Morbegno. Foto di M. Dei CasNe osservò l’incidenza in Valtellina il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che effettuò una celebre visita pastorale nel 1589 e che diede un ampio resoconto della realtà morbegnese di fine secolo (trad. don Lino Varischetti e Nando Cecini): “Attualmente Morbegno, dove risiede il pretore del terziere inferiore della Valtellina al di qua dell'Adda, si adagia ai piedi del monte sulla destra vicino al ponte del Bitto, il fiume che vi scorre quasi nel mezzo. La Chiesa plebana però dista da Morbegno un miglio scarso, a fianco di un ramo dell' Adda. Costruita oltre settecento anni fa è dedicata a San Martino Vescovo. Nella sua cinta vi è un grande cimitero chiuso da un muro, con intorno diverse cappelle secondo le antiche usanze ed in mezzo le tombe di numerose famiglie. Al tempo in cui fu costruita la chiesa di S. Martino sotto la tutela e la protezione del Rev. Abate di S. Abondio in Conto che designava e confermava il parroco, il paese di Morbegno era costruito in quel posto.
Dopo molto tempo, a causa della malaria ivi esistente, molti abitanti si trasferirono sulla riva del Bitto e lì costruirono le loro case. In un secondo tempo li seguirono gli altri cittadini cosicché nacque l'attuale paese. Circondarono con mura e fossa la parte più grande del paese, che è al di qua del ponte sul Bitto, e costruirono due fortilizi distanti dal paese un colpo di bombarda, uno di là e uno di qua del Bitto, sul monte. Uno è chiamato Castello, l'altro Torre. Attualmente La chiesa di S. Pietro a Morbegno. Foto di M. Dei Casa causa delle guerre e del succedersi dei dominatori le mura sono così rovinate e i due fortilizi così devastati che a stento si vedono i resti. Se non che, presso il castello, furono costruite tre o quattro case di contadini e cinque o sei presso la torre.
Quando gli abitanti di Morbegno si trasferirono dal primitivo paese vicino alla chiesa plebana di S. Martino nel nuovo, costruito sulla riva del Bitto, le case dell’antico abitato a poco a poco si sgretolarono e ora non rimane più nulla all’infuori di qualche rustico dove abitano i contadini… Benchè la chiesa plebana di S. Martino fosse continuamente ben conservata e visitata con devozione dagli abitanti, tuttavia, per l'eccessiva distanza dal paese, — era infatti pesante per il parroco recarvisi per amministrare i sacramenti e disagevole per gli abitanti — i Morbegnesi con la licenza e il consenso del rev. Abate di S. Abondio costruirono in mezzo al paese un'altra chiesa conte parrocchia, che fosse più comoda per amministrare i sacramenti. Fu costruita nel 1325 sotto il nome di S. Pietro Apostolo e fu designata come parrocchia di Morbegno…. A Morbegno settanta anni prima era stata iniziata la costruzione di un'altra chiesa assai ampia in onore e sotto il titolo di S. Giovanni Battista, da un pio sacerdote della famiglia Rusconi…
I Reti, venti anni prima, dietro istanza di una nobile svizzera sposata lì a un certo Tommaso de Guarinoni, stabilirono che una delle due chiese fosse assegnata ai luterani. I Morbegnesi costretti ad obbedire ai loro dominatori, giudicarono più saggio riservarsi la nuova chiesa di S. Giovanni Battista a loro più conveniente per la maggiore ampiezza, capacità di popolo e per la ben più grande bellezza rispetto all'altra, e lasciare agli eretici l'antica chiesa con grande rincrescimento e pianto di tutti. Trasportati tutti gli ornamenti da S. Pietro a S. Giovanni e trasferitavi, per autorità del rev. La biblioteca Civica Ezio Vanoni di Morbegno. Foto di M. Dei CasVescovo di Como Gio. Antonio Volpi di venerata memoria, la cura parrocchiale con il tabernacolo della santa Eucaristia e il battistero, da quel tempo fino ad oggi, in essa furono amministrati i sacramenti…
Fuori dal paese di Morbegno sulla strada verso la chiesa di S. Martino, immediatamente vicino ad essa, c'è l'ampia e bella chiesa di S. Antonio Abate dell'ordine dei frati predicatori. Annesso vi è un monastero, abbastanza grande e molto bello, dove in altri tempi vivevano più di venticinque religiosi di quell'ordine ed ora a stento ne possano vivere dieci a causa dei tempi calamitosi in cui i religiosi cattolici in codeste zone sono oppressi soprattutto dagli eretici e da altri finti cattolici. A un tiro abbondante di bombarda sulla stessa strada verso S. Martino, sorge la bellissima chiesa dedicata all'Assunzione della B. V. Maria e a S. Lorenzo, meravigliosamente ornata con annesso un bel sacrario e un'altissima e solida torre campanaria. Vi è inoltre annesso un ampio e bell'oratorio per i confratelli della B. V. Maria e la casa per il curato della chiesa, distante un tiro di bombarda da quella di S. Martino: vi risiede come cappellano il sac. Antonio Filipponi di Morbegno
.”
Ecco quel che scrive l’Orsini della situazione religiosa in quel periodo: “L’eresia, mentre non trovò quasi eretici nella zona di qua dall’Adda, aveva invece attecchito nella zona solatìa e sulla montagna dei Cech, soprattutto a Traona, Caspano e Berbenno… Tuttavia (ai tempi del Ninguarda – 1589) in Morbegno erano tutti cattolici, fuorché quattro fratelli Guarinoni e qualche forestiero; come il Sadoleto, quassù rifugiato da Modena”.  
Il Ninguarda contò a Morbegno circa 400 fuochi (circa 2000 abitanti), a cui si dovevano aggiungere le 40 famiglie di Valle, 45 di Arzo, 6 di Tartusei, e circa 30 di Campo Erbolo. Per avere un dato comparativo, Il santuario dell'Assunta a Morbegno. Foto di M. Dei Casteniamo presente che in base agli atti della visita pastorale del vescovo Ninguarda è stata calcolata per l’intera Valtellina una popolazione di circa 75.000 abitanti; per lo stesso periodo un’informazione più precisa è fornita dal duca di Terranova, governatore di Milano dal 1583 al 1592, da cui risultano per il terziere inferiore 4.035 fuochi, per un totale di 21.944 abitanti.
La fine del secolo XVI portò un’importante novità, che alimentò la vocazione commerciale di Morbegno, la quale sopravanzava quella agricola, senza peraltro mai cancellarla: ebbe inizio, nel 1592, la costruzione della celebre via Priula, che univa Morbegno ai domini veneziani nella bergamasca attraverso il passo di San Marco. Il comune di Morbegno, retto da dodici sindaci, nove per il piano e tre per il monte, promise di versare una somma di 1.400 ducati al podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli, per sostenerne la costruzione. Scrive Cristina Pedrana, in “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni” (2004): “La strada venne utilizzata da moltissimi mercanti anche perché Venezia, sulla base dell'alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603, per favorirvi i traffici concesse esenzione daziaria per tutte le merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco e viceversa per le merci valtellinesi e grigionesi importate a Venezia. Qualche opposizione alla costruzione della strada si verificò in Valtellina soprattutto per timore di rappresaglie da parte degli Spagnoli; contrarietà si ebbero anche da parte delle autorità ecclesiastiche che temevano il passaggio e il commercio di libri e opuscoli scritti a favore Il ponte di Ganda. Foto di M. Dei Casdell'eresia protestante.” Via Priula e ponte di Ganda costituivano due snodi fondamentali nei commerci verso i paesi di lingua tedesca, che poi transitavano in genere per lo Spluga. Scrive il Credaro (op. cit.): "Questa strada prealpina, pur con i disagi del percorso, evitava il passaggio delle mercanzie per il ducato di milanese che troppe lotte e troppi interessi dividevano dalla Serenissima e faceva schivare, oltre i rischi, anche i dazi che erano fortissimi".
In una relazione il capitano veneziano Da Lezze scrive, in proposito, che la strada serviva a portare a Bergamo "le mercanzie della Francia et Germania et parte anco del negozio dei Paesi Bassi, dei signori Svizzeri e dei signori Grisoni, che sono colli o balle di lana, di seta cambrai, beni et vellami de ogni sorta, et altre qualità di merci della Fiandra, et altre parti, corame, pelli, rame, stagni, et altro...", oltre a "lavezzi, formaggi et altri grassini della Valtolina et bestiame da beccaria, de' quali è grandissima copia in quei paesi". Essa serviva, poi, "ai mercanti nel ritorno loro conducendo drogherie, panni di seta, di lana, sede crude et altre merci di Levante tratte dal fondaco dei Tedeschi di Venetia." Col passare del tempo, però, la scarsa manutenzione del tracciato montano portò ad una progressiva decadenza della “strada de la cà” (chiamata così per la Ca’ San Marco poco sotto il passo, sul versante bergamasco).
Per completare il quadro della fine del Cinquento, possiamo tornare a quanto scrive il Guler von Weineck, nella citata opera “Raetia”: “La cerchia delle mura, che un giorno cingevano Morbegno, è ora distrutta e le sue rovine servirono a colmare i fossati; nondimeno questa borgata, come si presenta oggidì, per la sua grandezza, per i suoi edifici e per la sua prosperità, può essere paragonata a una Il campanile della chiesa di S. Pietro a Morbegno. Foto di M. Dei Casdiscreta città. Essa ha inoltre i suoi mercati settimanali e alcune fiere annuali che vengono continuamente frequentate con immenso lucro dei Morbegnesi. I palazzi di Morbegno sono elevati e di stile gotico; vanno anche forniti di ottime cantine, le quali in alcune case sono quattro, l’una sopra l’altra e sotto il livello del suolo; così profonde che in talune si devono scendere ben quaranta gradini per arrivare al pavimento della cantina più bassa. Queste cantine d'inverno sono tiepide ed in estate di mirabile frescura; e appunto durante la canicola vi si può sostare deliziosamente al fresco.
Il territorio di Morbegno abbonda dappertutto di rigogliosi vigneti, di grani, di carni squisite, di buon latte, di pesci, di gamberi; particolarmente pregiata vi è la pesca di grosse trote che abbondano nell’Adda per ogni dove… Legname a sufficienza per tutti i bisogni viene fluttuato lungo il Bitto…
Gli abitanti sono gente distinta, cortese e simpatica per la loro liberalità, sia in patria che all’estero. Perciò si potrebbe con maggior fondamento chiamarli Morbenigni dai loro miti costumi, che non Morbonii dalla parola morbo…
” Morbenigni, come dire Mores benigni, cioè costumi affabili: con questo gioco di parole il Weineck esprime tutto il suo apprezzamento sul carattere dei Morbegnesi. Il suo quadro è decisamente lusinghiero, anche se possiamo nutrire il sospetto che l’accento sugli elementi positivi servisse a mettere in buona luce gli effetti dell’amministrazione delle Tre Leghe.  
E venne il Seicento. Secolo di triste memoria, soprattutto nella sua prima parte. Scrive Giuseppina Lombardini (op. cit.): “Foriero di tristi avvenimenti il Seicento s’annuncia tragicamente con una scossa di terremoto avvertita principalmente a Morbegno nel settembre 1601”. I contrasti fra Cattolici e Riformati si acuirono, anche per l’operato del famigerato La centrale di Campovico. Foto di M. Dei Castribunale di Thusis, che mandò a morte anche un nobile morbegnese, Ludovico Castelli Sannazzaro. L’esasperazione degli animi portò all’insurrezione contro il governo grigione ed alla caccia al riformato passata alla storia con l’infelice denominazione di “Sacro Macello” di Valtellina (fra il 19 ed il 20 luglio 1620; la notizia giunse però a Morbegno solo la sera del 21). Ecco, di nuovo, l’Orsini: “Anche Morbegno ebbe qualche vittima: così Domenico Pagani, detto Lutero, che, tradotto da Cermeledo quaggiù, venne giustiziato nel pretorio con due figli e con una sorella; così ancora il sarto Andrea Paravicini che, fuggito da Caspano, venne qui bruciato vivo. Neppure i morti vennero risparmiati; e le loro ceneri dalle tombe scoperchiate furono disperse al vento o gettate nei fiumi” (op. cit.). La Lombardini aggiunge al triste elenco delle vittime "il vecchio carpentiere Tomaso Magistrelli da Mello e, fra i nobili, tre Malacrida che entrarono nel numero dei trecentocinquanta trucidati in tutta la valle" (op. cit.).
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino Scorcio di Morbegno. Foto di M. Dei Casdenominato “Nouvelle France”.
Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Anche Morbegno fu inestita, ovviamente, dall'epidemia. Non era la prima volta; scrive, il Guler von Weineck, nell'opera citata: "Gli abitanti di questo borgo e delle vicinanze hanno patito gravissimi danni dalla pestilenza nel 1485 e parimenti nel 1513 e nel 1528: perciò la popolazione venne stremata a tal segno che si fu costretti ad accogliere fra la cittandinanza non pochi forestieri, per ripristinare la vita di prima e riprendere i lavori agricoli secondo il bisogno". Ma quella volta la pestilenza colpì in modo ancor più duro.
E poi, di nuovo, la guerra: “Nel 1635 i Francesi e i Grigioni prevalevano. E il conte Giovanni Serbelloni l’11 novembre era battuto dal duca di Rohan a Morbegno, in una battaglia fra la Madonna e S. Martino, i cui campanili servirono di vedetta e come propugnacolo… La sera stessa i Francesi entrarono in Scorcio di Morbegno. Foto di M. Dei CasMorbegno, mettendola a sacco, mentre la popolazione si rifugiava in Val del Bitto, o nel Convento dei Cappuccini” (Orsini, op. cit.). Per la terza volta Morbegno doveva soffrire delle conseguenze dell’occupazione francese. A por fine alla guerra fu un ribaltamento delle alleanze: i Grigioni voltarono le spalle alla Francia e firmarono un accordo con la Spagna (capitolato di Milano, 1639): la Valtellina tornava sotto la loro signoria, ma ai riformati era proibita la residenza in Valtellina.
"Per più di un secolo, scrive la Lombardini (op. cit.), la Valtellina visse una vita di servaggio che paralizzò anche le forme e le iniziative municipali, tanto che anche Morbegno non si distingue in questo tempo per opere speciali di attività". “Il resto del secolo passò in pace tranquilla e rassegnata”, le fa eco l’Orsini, che aggiunge: “Il 600 fu un’epoca di grande ignoranza e ridicola superstizione. Basti ricordare il processo del 1661 contro i bruchi che infestavano il comune di Morbegno e che vennero condannati a ritirarsi in Artololto, apprestando loro le vie e i ponti”. I processi riguardarono, però, non solo bruchi, ma anche povere mentecatte inquisite come streghe. Scrive, in proposito, Rinaldo Rapella, in un articolo su “le vie del bene”: “Certo che di processi alle streghe anche a Morbegno, con tutta probabilità, ce ne sono stati… Comunque l’interrogativo rimane”, in quanto non si sono trovati documenti che li attestassero.
Le travagliate vicende del Seicento incrementarono il flusso migratorio, che interessò anche il Settecento; il nuovo secolo, però, fu un secolo di ripresa economica e demografica, favorita dalla pace: per esempio, nel 1738 venne impiantato a Morbegno il primo opificio tessile della provincia. Così nel Scorcio di Morbegno. Foto di M: Dei Cas1797, anno in cui, a seguito della bufera napoleonica, terminò la dominazione delle Tre Leghe sulla Valtellina, Morbegno contava 2350 abitanti ed era uno dei pochissimi paesi della Valtellina ad avere una popolazione superiore a quella antecedente alla terribile peste del 1630-31. La relativa prosperità economica è attestata anche dal numero di religiosi che vivevano a Morbegno: nel 1780 si contavano trenta preti, dodici chierici e venti frati, fra Domenicani e Cappuccini (ricordiamo che la popolazione complessiva si aggirava sui 2300 abitanti). Si rinnovò, infine, la chiesa di S. Giovanni, che assunse lo splendore che mostra ancora oggi, e si ricostruì, come già ricordato, il ponte di Ganda, nel 1778, su progetto del capomastro Antonio Nolfi di Como, ma ad opera dell'ingegner Francesco Ferrari, con un piano carreggiabile largo sei metri arcuato a schiena d’asino. Per la costruzione, alla quale Morbegno contribuì con 8.000 ducati, vennero utilizzati materiali di pietra locale, in modo da poter resistere alle piene dell'Adda, ed il rinato ponte divenne, anche per la sua forma elegante e pittoresca, uno dei simboli più belli di Morbegno.
Sul finire del Settecento, e precisamente nel 1797, per la quarta volta, il vento francese si abbatteva su Morbegno, spazzando via, come detto, la dominazione grigiona. I morbegnesi accolsero il nuovo astro napoleonico, a quanto pare, senza rammarichi né entusiasmi, tanto da essere accusati di essere velatamente filo-grigioni. Scrive al proposito Antonio Boscacci, in "Morbegno - Guida della città e dei suoi dintorni" (Bissoni ed., Sondrio, 1983): "Che i Francesi non fossero ben visti ce lo dimostra una specie di rivolta che avviene nel 1798, Statua di S. Giovanni Nepomuceno sul ponte del Bitto. Foto di M. Dei Casquando parecchie centinaia di persone, per lo più contadini, entrano in Morbegno e, al grido di "Viva la religione, abbasso i contadini", saccheggiano molte case ed uccidono alcuni morbegnaschi, rei di essere filo-francesi".
Iniziò un periodo assai convulso dal punto di vista istituzionale, nel quale Morbegno fu anche capoluogo del dipartimento dell’Adda e Oglio (capoluogo di provincia, diremmo oggi): “Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Morbegno era posto a capo dell’omonimo distretto. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Morbegno divenne capoluogo del distretto IV. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Morbegno era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario…
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Morbegno venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 2.317 abitanti. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Morbegno, con 2.293 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Morbegno (1993), Valle (150), Arzo (150)
…” (Istituzioni storiche…, op. cit.).
Cadde anche l’astro napoleonico, lasciandoci l’amletico dubbio sulla sua vera gloria, ed il dipartimento dell’Adda venne assoggettato al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 La chiesa di S. Giovanni a Morbegno. Foto di M. Dei Casmaggio 1815). Morbegno, con 2.852 abitanti totali (2.292 da solo), era comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente ai comuni aggregati di Bema e Albaredo. Il cantone V di Morbegno comprendeva 26 comuni, tutti di III classe: Morbegno, Traona, Ardenno, Buglio, Dazio, Valle del Masino, Civo, Mello, Cercino, Mantello, Cino, Dubino, Monastero, Forcola, Talamona, Gerola, Campovico, Pedesina, Rasura, Bema, Albaredo, Cosio, Rogolo, Andalo, Delebio e Piantedo, per un totale di 18.743 abitanti. Due le date “nere” del periodo di dominazione asburgica: il 1817, passato alla storia come l’anno della fame, quando l’eccezionale gelo dell’inverno 1816-17 e la conseguente carestia provocarono la morte di 223 morbegnesi, ed il 1836, l’anno dell’epidemia di colera, che si portò via, fra il 14 luglio ed il 14 settembre, 42 morbegnesi.
Il dominio austriaco fu attento alle infrastrutture (è del 1829 il tracciato della strada nazionale che attraversa Morbegno, del 1841 l’impianto di illuminazione pubblica ad olio, del 1845 l’inizio dei lavori di rettificazione del tratto dell’Adda fra Dubino e Colico – mentre, nota ironicamente l’Orsini, per quella del La chiesa di S. Pietro a Morbegno. Foto di M: Dei Castratto tortuoso fra Morbegno e Dubino “pare che si attenda la restaurazione degli Asburgo”), e la prima metà dell'ottocento vide un sensibile incremento delle attività produttive: a Morbegno c'erano due, e fra le maggiori, delle quattordici filande della provincia, oltre ad una fabbrica di cappelli di feltro, ad una cartiera e ad alcune concerie.
Fu, però, anche un periodo segnato dalla sorveglianza e dalla repressione di ogni dissenso politico. Il clima poliziesco si fece più oppressivo dopo il fallimento dei moti del 1848, cui Morbegno partecipò con una guardia nazionale di 250 patrioti, fra i quali vi era il famoso chirurgo Carlo Cotta. Nel plumbeo decennio che precede l’unità d’Italia, e precisamente nel 1853 Morbegno, con le frazioni Valle e Arzo, comune con consiglio comunale con ufficio proprio e con una popolazione di 3.927 abitanti, divenne capoluogo del distretto III della provincia di Sondrio, che comprendeva ventisei comuni, Ardenno, Buglio, Campovico, Civo, Cosio, Dazio, Delebio, Mello, Piantedo, Talamona, Traona, Albaredo, Andalo, Bema, Campo e Tartano, Cercino, Cino, Dubino, Forcola, Girola, Mantello, Pedesina, Rasura, Rogolo, Valle del Masino (la popolazione dell’intero distretto era di 23.611 abitanti).
Venne, infine, il 1859, e con esso Garibaldi, accolto entusiasticamente dalla popolazione morbegnese. Morbegno entrò nel neo-proclamato Regno d’Italia (1861) con una popolazione di 4067 abitanti, che L'ex-chiesa di S. Antonio a Morbegno. Foto di M. Dei Casrimase sostanzialmente stabile nel ventennio successivo (4023 abitanti nel 1871, 4176 nel 1871), mentre subì un sensibile incremento nell’ultimo ventennio del secolo, raggiungendo i 4614 abitanti nel 1901. Fu un periodo di importanti novità, che si susseguirono a ritmo serrato, come scrive il Perotti: “Nel ’65 si fonda la Società Operaia di Mutuo Soccorso, nel ’72 il primo asilo d’infanzia comunale, nel ’95 la Cassa Rurale dei Prestiti. La viabilità migliora con la costruzione dell’attuale ponte sul Bitto (1880), della nuova carrozzabile per Albaredo (1880-85) e, dal ’93 – a otto anni dall’inaugurazione della ferrovia – del viale della Stazione, che apre l’abitato verso nord, anche con la demolizione dell’ex-convento dei Cappuccini… Nel ’98 arriva l’elettricità, fornita dalla Società Elettrica Morbegnese”. Aggiungiamo a queste note il transito, nel 1885, del primo treno dalla stazione ferroviaria di Morbegno, evento che suscitò grande clamore e concorso di curiosi.
Il quadro della seconda metà dell’Ottocento è integrato da queste annotazioni dell’Orsini: “In questa seconda metà del 1800 Morbegno, pur privata degli uffici burocratici quivi residenti nel periodo austriaco, continuava la sua ascesa nel campo economico. Vi sorgevano le prime industrie: la campi coltura cedeva il posto alla praticoltura o all’allevamento di numeroso bestiame. Col denaro ricavato da questo e con le rimesse degli emigranti, i quali allora in grandi masse varcarono l’oceano, la proprietà signorile passò L'ex-convento di S. Antonio a Morbegno. Foto di M. Dei Casquasi interamente nelle mani dei contadini” (op. cit.).
Fra le novità del XX secolo, accanto all’emigrazione, già “tradizione locale” (un buon sesto della popolazione era costituita da emigranti), si collocò un incremento della “discesa degli abitanti dalla montagna” (Giulio Perotti, in “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi, Morbegno”, a cura della Biblioteca civica Ezio Vanoni, Sondrio, Società storica valtellinese, 1984), che portò gli abitanti da 4614 nel 1901 a 4904 nel 1911 (anno, peraltro, nero nella cronaca locale per la disastrosa piena del Bitto, che fece seguito quelle del 1882 e del 1890). Si avvicinava la Grande Guerra, e il vecchio convento di S. Antonio, che era stato soppresso durante la Repubblica Cisalpina e trasformato in caserma, venne assegnato al V Reggimento Alpini, come deposito del Battaglione Morbegno, che si segnalerà per l’eroismo nella Prima Guerra Mondiale, sul fronte dell’Ortles e dell’Adamello.
Dopo il tributo costituito dai caduti nella Prima Guerra Mondiale e dalle vittime della pesante epidemia dell’influenza spagnola, la crescita della popolazione morbegnese riprese: nel 1921 gli abitanti erano 5187 e salirono a 5907 nel 1931 e 5988 nel 1936. Nel 1938 il territorio di Morbegno si ampliò di molto, sul versante dei Cech, per l’aggregazione dell’ex-comune di Campovico, e nel 1939 venne aperta la nuova strada statale dello Stelvio.
La Seconda Guerra Mondiale registrò la resistenza eroica, fino all’annientamento, del Battaglione Morbegno nella battaglia di Warwarowka, del 23 gennaio 1943, nel contesto della tristemente nota ritirata di Russia (ne ricorda l’epopea il tempietto votivo – el témpièt - edificato nel 1962 al dos de la lümàga, che sovrasta Morbegno, su disegno dell’architetto Caccia Dominioni, anch’esso simbolo di Morbegno e della sua aspirazione alla pace).
Morbegno. Foto di M. Dei CasIl secondo dopoguerra è legato alla figura del più importante uomo politico valtellinese, Ezio Vanoni, di Morbegno, nato nel 1902 e morto nel 1956, dopo un accorato discorso in Senato sulla necessità di sovvenire alle necessità dei territori montani svantaggiati (il riferimento era all'isolamento della Val Tartano, che non aveva allora alcun accesso rotabile). In questo periodo l’andamento della popolazione riflette chiaramente lo sviluppo economico ed il fenomeno di spostamento a valle di parte degli abitanti dei borghi di montagna:  si passò dai 6752 abitanti del 1951 ai 7531 del 1961, agli 8831 del 1971 (con il superamento della soglia “cittadina”) ed ai 10124 del 1981: Morbegno crebbe soprattutto nella zona a nord della ferrovia. Poi la crescita rallentò: nel 1991 gli abitanti erano 10765, nel 2001 11087, ed infine nel 2005  11357. Non è rallentato, invece, lo slancio di iniziative culturali ed artistiche che pone Morbegno fra i centri intellettualmente più vivaci della provincia di Sondrio.

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- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Pedalando fra l'intarsio di paesi della costiera dei Cech

Il ponte di Ganda. Foto di M. Dei CasIl ponte di Ganda (punt de gànda) costituisce uno dei simboli di Morbegno. Edificato verso la fine del Quattrocento, come ponte in pietra (unico, sul torrente Adda), in località Ganda, venne distrutto da una piena nel 1566, e ricostruito nel 1568; di nuovo abbattuto nel 1772, venne ricostruito nel 1778, su progetto del capomastro Antonio Nolfi di Como, ma ad opera dell'ingegner Francesco Ferrari, con un piano carreggiabile largo sei metri arcuato a schiena d’asino e con materiali di pietra locale in modo da poter resistere alle piene dell'Adda.
Può essere la base di partenza per almeno un paio di interessantissimi anelli di mountain bike, godibilissimi anche nella stagione invernale, perché la felice esposizione della Costiera dei Cech, sulla quale si sviluppano, fa sì che la neve, quando viene, resista assai poco e che il pericolo di placche di ghiaccio sia ridotto al minimo. Nulla vieta, ovviamente, che questi anelli vengano percorsi anche a piedi. In entrambi i casi, costituiranno un’occasione preziosa per conoscere alcuni fra i più bei luoghi del versante retico valtellinese di mezza costa, del quale il comune di Morbegno si ritaglia una porzione non ampia, ma significativa.
Usciamo, dunque, da Morbegno verso nord, prendendo a sinistra al primo semaforo in ingresso (per chi proviene da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech), superando il cavalcavia sulla linea ferroviaria, un semaforo ed una rotonda, fino al nuovo ponte sul fiume Adda a ridosso del versante retico. Superato il ponte, prendiamo a destra e, prima del tornante sx, lasciamo l’automobile ad un ampio parcheggio che troviamo sulla sinistra (m. 250). Saliti in sella, torniamo sulla strada, salendo a tornante sx, dove troviamo un inatteso “stop” (non è questa, infatti, la strada principale, bensì quella che, con sede decisamente più stretta, sale da destra, proprio dal ponte di La chiesetta di San Bello. Foto di M. Dei CasGanda; al tornante troviamo anche il cartello che specifica che siamo al km 0 della strada provinciale n. 10 della Costiera dei Cech orientale, che porta a Dazio – 5 km -, Civo – 7 km – e Caspano – 9 km). Scendiamo, dunque, verso destra (con velocità moderata, perché la carreggiata non consente il transito contemporaneo di due veicoli in direzione opposta), raggiungendo in breve l’imbocco settentrionale del ponte di Ganda, alla nostra destra. Lo possiamo ammirare in tutta la sua bellezza, che neppure il transito di veicoli turba.
Torniamo, poi, indietro, risalendo fin quasi al tornante; appena prima, però, imbocchiamo una stradina asfaltata che si stacca sulla destra (indicazione per San Bello e Case Morelli) e sale sul ripido fianco della Costiera. Se siamo a piedi, ci conviene sfruttare la vecchia mulattiera chiamata “strada vèsgia de san bèl”; su due ruote, invece, percorriamo la “strada növa de san bèl”, inanellando una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, senza eccessiva fatica, perché la pendenza è regolare e non eccessiva. Il colpo d’occhio su Morbegno, poi, è davvero ottimo: da qui possiamo apprezzare la forma regolare dell’ampio conoide del Bitto che ospita le sue case. Alle sue spalle, sul fondo della Val Gerola, fanno capolino le più famose cime della sua testata, vale a dire, da sinistra, il caratteristico uncino del Torrione della Mezzaluna, l’affilato profilo del Pich (Torrione di Tronella), il poderoso e regolare cono del pizzo di Trona e l’arrotondato cupolone del pizzo dei Tre Signori. Passiamo anche a destra di una splendida fontana ricavata da un unico blocco di granito.
Dopo l’ultimo tornante dx, al quale ci raggiunge, da sinistra, la mulattiera, portiamoci al successivo tornante sx ma, invece di impegnarlo, proseguiamo diritti, percorrendo il breve tratto che ci separa dalla chiesetta di San Bello (“sgésa de san bèl”, m. 352). È, questa, insieme alla più famosa chiesa a Monastero di Berbenno, l’unica dedicata alla memoria di san Benigno de Medici, soprannominato, per la nobiltà dell’aspetto, il Bello. Figura interessantissima di santo, di cui vale la pena ripercorrere, anche se solo per sommi capi, le vicende.
Nacque il 19 luglio 1372 a Volterra, dall’illustre casata de Medici, e si addottorò in teologia, a Parigi, nel 1399. Entrato nell’ordine degli Umiliati, scelse una interamente dedita alla predicazione, alla fondazione San Bello raffigurato sulla facciata della chiesetta omonima. Foto di M. Dei Casdi sempre nuovi monasteri ed all’esercizio dell’umiltà. Era di bell’aspetto, di solidissima cultura teologica, di grande eloquenza e di fede profondissima: teneva sotto le vesti, spesso ben curate, il cilicio, e conduceva sempre un tenore di vita modestissimo. Dopo vari peregrinazioni in Italia ed Europa, fu alla Maroggia di Berbenno, dove si legò d’amicizia con un ricco contadino della famiglia de Lupi. Tornò altre volte in Valtellina, e qui scelse di rimanere negli ultimi anni della sua vita: il 29 ottobre del 1458, ad 86 anni, “si prese a locazione per dodici anni la terza casa di Lorenzo, Domenico et Andrea Marongini o Maini de Lupi della Maroggia” (Romerio del Ponte, “Vita di San Benigno de Medici detto Bello”, tradotta dal latino da Vincenzo Guarinoni e pubblicata nei numeri 80-81 del 2002 dei Quaderni Valtellinesi). La voce dell’arrivo di una figura già circonfusa di un alone di santità si diffuse in tutta la Valtellina: ed ecco che il 9 settembre del 1459 San Benigno “fu visitato dal molto reverendo di Berbenno con quattro sacerdoti et sei dei principali di Berbenno. Di puoi si fermò ivi esso padre abbate Benigno Bello con grandissima soddisfatione non solo del popolo di Berbenno e della plebe, ma di tutta la Valtellina, li di cui infermi incurabili se gli conducevano davanti… si risanavano”. Restituì anche alla sua importanza il monastero di Assoviuno, a monte della Maroggia (l’attuale Monastero di Berbenno), e ne divenne abate.
Morì il 12 febbraio 1472. Dopo la sua morte non cessarono i miracoli riconducibili a lui: “Nel spatio puoi Cappelletta sulla strada per S. Croce. Foto di M. Dei Casdi quelli tre giorni che stette insepolto…furono guariti cento sette infermi…, cioè tre indemoniati…, di più un cieco muto e sordo per causa d’un fulmine…et altri due ciechi,…di più due muti,…di più sei sordi,…di più quattro paralitici,…di più cinque zoppi…et tre podagrosi invecchiati”, e numerosi altri, i cui nomi non furono annotati dal fedele compagno padre Modestino. Tutti furono risanati “al tocco del corpo di questo beato”. Sette anni più tardi fu di nuovo il santo a venire in soccorso della comunità a lui così cara: nel 1479 “nel mese di maggio, essendo venuta una grossissima e continua pioggia, talmente che pareva fosse insorto un torridissimo diluvio in Bormio e suo distretto, nella Valtellina e nel contado di Chiavenna e da per tutto, puoiché l’Adda talmente crebbe che inondò fino a toccare le case sotto l’Arbosta di Tallamona, onde non vi era sicurezza alcuna nella pianura, puoca nelli monti, in cui li torrenti de fiumi conducevano gran sassi, che sovvertivano tutti gli luoghi coltivati, e pochissima nell’alpi, le valli delle quali erano impedite dalli arbori spiantati, ma in questo tempo così piovoso fu osservato da molti, degni di fede…che ogni giorno, circa le hore venti, benché da per tutto fosse piena l’aria di aquose nubi, però sopra il luogo di Monastero…per un’hora continua si vedeva un lucidissimo sereno,…ed altresì…che il fiume della Maroggia non era cresciuto e…nel contorno delli arbori non era caduta alcuna goccia d’acqua”. Nacque così la consuetudine, che si conservò nei secoli, di invocare il santo per riportare il bel tempo quando gli elementi della natura scatenano la loro furia.
Ma ora è tempo di riprendere a pedalare, non prima, però, di aver gettato lo sguardo dal sagrato al sottostante fondovalle, cui precipita un ripidissimo versante montuoso. Ridiscendiamo alla strada che Chiesa di S. Croce. Foto di M. Dei Cassale dal fondovalle e continuiamo la salita fino ad intercettare la strada provinciale 10 dei Cech orientale, che dobbiamo attraversare per imboccare la stradina che parte sul lato opposto (indicazione: Santa Croce, m. 450, comune di Civo: infatti passando sul lato opposto della provinciale lasciamo, temporaneamente, il territorio del comune di Morbegno). Una sequenza di tornanti dx-sx-dx ci porta al centro del paese, appena a sinistra della chiesa.
Santa Croce
(santa crùus), picco borgo di 128 abitanti, è posta nel cuore di una fascia di vigneti, con ottima vista panoramica su Morbegno, la bassa Valtellina e le valli del Bitto. Sul sagrato della chiesa parrocchiale, di origine secentesca, restaurata nel 1933, si respira un intenso profumo d’antico, ed anche la caratteristica Trattoria di Santa Croce, di fronte al sagrato, contribuisce a conservare l’atmosfera di paese, raccolta, tranquilla. Sul lato opposto della trattoria c’è, infine, una splendida fontana, datata 1873, con acque così limpide e pulite da restituire un riflesso verde assai raro da osservare. Santa Croce è anche, per noi, un crocevia: qui si congiungono, infatti, i due anelli di mountain-bike che possono essere percorsi separatamente o congiuntamente. Partiamo da quello che si sviluppa più ad ovest, passando per Mello e Civo.
Dalla piazzetta di fronte alla chiesa prendiamo a sinistra (ad ovest), proseguendo fino al limite occidentale del paese, dove la strada lascia il posto ad una pista che comincia a salire, tagliando una Fontana presso la chiesa di S. Croce. Foto di M. Dei Cassplendida fascia di vigneti. Si tratta della vecchia strada per Mello. Dopo un primo tratto di salita, ignoriamo un ripido tratturo in cemento, che se ne stacca sulla sinistra (scende a Corlazzo, dove si trova l’antica chiesetta di S. Caterina, e prosegue fino ad intercettare la strada Traona - Mello), ed incontriamo un paio di tornanti, che ci portano ad un rustico che ha dipinta, sulla facciata, una crocifissione. Poi il fondo della strada, da sterrato, diventa asfaltato, e superiamo i nuclei rurali dei Freddi e di Ca’ du Carna.
La strada ridiventa sterrata, entra nell’ombra di una selva di castagni e scavalca, su un ponte, la valle che scende al piano in località Valletta. Non manca molto alla meta: usciti dalla selva, dopo un ultimo tratto in salita raggiungiamo il piazzale che sta di fronte all’ingresso del cimitero di Mello. Percorso l’ultimo tratto della via S. Croce, raggiungiamo la via Papa Giovanni XXIII, per la quale possiamo salire al centro del paese. Lasciano l’imponente chiesa parrocchiale di San Fedele alla nostra sinistra, proseguiamo salendo verso est, sulla strada per Civo.
Ignorata la deviazione a sinistra per Poira, passiamo per la frazione di Ca’ Molinari, uscendo dal paese e portandoci, in breve, al limite occidentale dello splendido pianoro che ospita Civo (“cììf”, m. 754). Entrati in paese, dirigiamoci verso la splendida chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, che sorge, isolata, sul limite orientale del paese, su un piccolo colle, in posizione bellissima. È, questo, il punto più alto Strada per Mello. Foto di M. Dei Casdell’intero anello. A destra (sud) della chiesa parte la strada che conduce a Serone, centro amministrativo del comune di Civo: imbocchiamola, scendendo, fino a trovare, sulla destra, una stradina asfaltata che sale da ovest, provenendo da Santa Croce.
Lasciamo, ora, la strada Civo-Serone e scendiamo per questa stradina o, in alternativa, per la mulattiera in risc, cioè con fondo acciottolato, che la taglia in diversi punti: la troviamo al primo tornante sx e proviene anch’essa da Civo). Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx, prestiamo attenzione: sulla nostra sinistra, in corrispondenza di un punto nel quale la mulattiera intercetta la strada asfaltata, parte una pista che porta ad una chiesetta, che vediamo proprio davanti a noi, al termine di una breve discesa. Si tratta della chiesetta di S. Biagio alle vigne (sgésa de san biàas ai végn, detta anche sgésa de sèlva piàna), di origine secentesca (il portale, invece, reca incisa la data 1769), dedicata anche a S. Giuseppe e restaurata nel 1953 dai “benefattori d’America”.
Siamo tornati nel territorio del comune di Morbegno e possiamo proseguire la discesa per due vie. La più diretta ed interessante sfrutta la prosecuzione della mulattiera che abbiamo incontrato più in alto, e che riprende a scendere proprio a sinistra della chiesa: si tratta della “strada de riègn”, chiamata così perché attraversa l’omonimo nucleo di baite, in una splendida fascia di vigneti. Qui, nel secolo scorso, veniva aperta, in primavera, addirittura una scuola elementare, per i bambini dei contadini di Civo che Chiesa di S. Fedele a Mello. Foto di M. Dei Casscendevano alle vigne per lavorarle. La discesa, un po’ ripida, ci porta ad un lavatoio, oltre il quale la mulattiera diventa una stradina con fondo in asfalto e, dopo pochi tornantini, intercetta la più larga strada che da Santa Croce porta a Cerido (strada de santa crùus, scerìi, sèlva piàna), appena a sinistra di una baita che reca sulla facciata un dipinto che ritrae la Madonna incoronata, con Bambino, fra due santi.
Vediamo come giungere fin qui con percorso più tranquillo. Invece di scendere passando a sinistra della chiesetta di S. Biagio, proseguiamo sulla strada asfaltata (strada di garài), che propone una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx, prima di ricondurci alle porte di Santa Croce (limite orientale), dove si potrebbe chiudere il primo anello, con ritorno al ponte di Ganda. Raccontiamo, però, il secondo possibile anello (o la prosecuzione del primo), che passa per Dazio, Vallate, Cerido, Cermeledo e Campovico. Non appena vediamo il cartello che annuncia Santa Croce, prendiamo a sinistra, invertendo bruscamente la direzione ed imboccando la strada asfaltata la cui partenza non si vede molto (è segnalata da un cartello che indica Selvapiana e Marsellenico: si tratta della già citata “strada de santa crùus, scerìi, sèlva piàna”).
Dopo una breve discesa, ignoriamo, sulla destra, una strada a fondo cieco che si stacca per scendere alle case più basse di Marsellenico (marsalènech), nucleo in territorio del comune di Morbegno, di La chiesa di S. Andrea a Civo. Foto di M. Dei Casorigine assai antica (è sicuramente citato, nella forma “Masxalinico”, in un documento del 992, e forse, nella forma “Marcellisco”, in un più antico documento del 843). La successiva moderata salita ci regala un colpo d’occhio ottimo su Campovico ed il fiume Adda. Superata una fontanella, vediamo, in alto, proprio nel mezzo della fascia di vigne che caratterizza il versante, due enormi massi erratici di granito, fermatisi, chissà come, proprio lì. Il più grande è chiamato “corna de riègn”; poco più in alto la già menzionata chiesetta di San Biagio alle vigne.
Siamo alla località di Selvapiana (selva piàna), ad una quota di circa 450 metri, costellazione di baite che popola lo splendido versante di vigneti e castagneti, per divisa fra il territorio del comune di Civo e quello di Morbegno. Entrati in una breve selva di castagni, passiamo a destra della baita con dipinto alla quale scende anche la strada de riègn, descritta sopra come via più breve per giungere qui. Usciti dalla selva, ci troviamo ad un parcheggio, oltre il quale la strada si restringe un po’ ed oltrepassa una grande casa con inferriate alle finestre. Scendiamo gradualmente fino al punto nel quale ci intercetta, sulla destra, una pista in cemento; poi iniziamo a salire, sempre molto gradualmente, passando a sinistra di una corna rocciosa a ridosso della strada ed a destra di una cappelletta. Superiamo, quindi, su un torrentello il torrente Acquate (aquàa), che nasce sopra Cerido e si San Biagio alle vigne. Foto di M. Dei Casgetta nell’Adda a sud-ovest di Campovico. Proseguiamo la discesa all’ombra dei castagni, fino al punto nel quale all’asfalto si sostituisce il fondo in cemento e la pendenza si fa più accentuata. Qui la strada piega leggermente a destra, mentre sulla sinistra vediamo un sentiero che porta a Cerido. Scendendo per quella che un tempo era chiamata la "strada de la riva", passiamo a destra dell’agriturismo “La pecora nera”, raggiungendo, infine, il punto in cui la pista confluisce nella strada provinciale 10 dei Cech orientale, che percorriamo salendo verso sinistra.
Ignorate due deviazioni (la prima, a sinistra, per Cerido, la seconda, a destra, per Cermeledo), proseguiamo, superando su un ponte il torrente Toate (tuàa) e passando dal territorio del comune di Morbegno a quello di Dazio. Ci affacciamo alla splendida piana di Dazio (dasc), scavata dalla colata dei ghiacciai del quaternario, che non è riuscita ad avere ragione della fiera resistenza del più antico granito del Culmine di Dazio, che si frappone, fiero e boscoso, alla nostra destra, fra la piana e la bassa Valtellina. Giunti alle case di Dazio, sul cui limite basso si impone alla vista la chiesa parrocchiale di San Provino (m. 568), seguiamo la strada provinciale, che descrive un arco verso sinistra, ed ignoriamo Riegn. Foto di M. Dei Casla strada che se ne stacca, sulla destra, per salire a Cadelsasso, Cadelpicco e Caspano. Proseguendo diritti, raggiungiamo, in breve, la frazione di Vallate (m. 697), sul confine fra i comuni di Dazio e Civo.
Qui dobbiamo prestare attenzione sulla sinistra: appena oltre le ultime case, che si trovano sul lato destro della strada, vediamo, a sinistra, appunto, una pista che scende ad un ponticello che scavalca un torrente tributario del Toate, nei pressi di una cappelletta e di un grande castagno solitario. Scendiamo al ponticello e, ignorate le indicazioni del Percorso Anna per Ca’ Donai, ci portiamo sul lato opposto del torrente, dove parte la mulattiera che scende a Cerido (molto bella ed incredibilmente non indicata sulla carta IGM). Per un tratto la mulattiera segue il limite orientale di un ampio prato (sulla nostra destra vediamo un curiosissimo castagno con il tronco cavo ed un grande masso altrettanto curioso, per la sua forma piatta ed arrotondata, in mezzo al prato). Poi iniziamo a scendere per breve tratto lastricato, cui segue un tratto pianeggiante con fondo regolare e sterrato: stiamo tagliando il fianco del vallone boscoso sul cui fondo scorre il torrente, di cui sentiamo il fragore. Poi, superata una cappelletta sulla destra della mulattiera, ritroviamo il fondo lastricato a riprendiamo a scendere, fino ad una seconda cappelletta, questa volta sulla sinistra.
Santa Croce. Foto di M. Dei CasFermiamoci un attimo ad osservare il dipinto, una Madonna con Bambino che ha ai lati san Sebastiano, immancabilmente trafitto dai dardi, e san Rocco, che mostra la coscia destra con la piaga della peste. La devozione a questo santo si diffuse molto, in Valtellina, soprattutto dopo la terribile epidemia del 1630-31, portata dai famigerati lanzichenecchi, che ridusse la popolazione a poco più della metà o, secondo alcuni, a poco più di un quarto. Interessante osservare l’espressività dello sguardo del santo, carico di mestizia. Proseguiamo nella discesa, prestando un po’ di attenzione perché il fondo sconnesso propone un paio di “salti”; dopo una sequenza di tornanti sx-dx, l’ultimo tratto, molto bello, in ottime condizioni, ci riporta in territorio del comune di Morbegno, alla parte alta del nucleo di Cerido ("scerìi, m. 508), di origine antica, essendo attestato per la prima volta in un documento del 1357, nella forma "Zerido". Ci accoglie un enorme masso erratico, sotto il quale è stata ricavata una sorta di cantina; scendendo, lasciamo alla nostra sinistra una fontana e, dopo pochi zig-zag, usciamo dalla selva di castagni piegando a destra e raggiungendo il cuore del borgo, che regala un'atmosfera unica e davvero Selvapiana. Foto di M. Dei Cassuggestiva. Un nucleo ricco di storia e di una curiosa e simpatica umanità. Basti pensare ad alcuni soprannomi delle famiglie che un tempo lo popolavano, e che si sono trasferiti ai luoghi.
Un gruppo di case e terreni è chiamato "cagazéchìn": vi abitava un tal Venina, cui non faceva difetto certamente il buonumore, e che era solito raccontare, con aria serissima e compresa, delle straordinarie qualità del suo asino, parente, alla lontana, della famosa gallina dalle uova d'oro, dato che quello (l'asino, s'intende), quando andava di corpo, non deponeva a terra vile sterco, ma preziosissimi zecchini d'oro. Un altro gruppo di case è denominato "orài", dal soprannome di un ramo della famiglia Alberti, un componente della quale, emigrato in America e tornato al paese natìo, intercalava ogni frase con un sonoro "all right", nel quale esprimeva tutta l'ammirazione per quel lontano e grande paese. Un terzo gruppo di case era quello dei "giascgià", dal soprannome di un ramo della famiglia Busnarda, derivato dalla curiosa abitudine di un suo componente: lo incontravi, e ti salutava con un "Ehilà, ehilà."; gli chiedevi come stesse, e ti sentivi rispondere un "Bene, bene"; ti lamentavi che le stagioni non sono più quelle di una volta, ed avevi come risposta un cenno di assenso ed un convinto "Già, già..." Per chiudere con un'ultima La chiesa di S. Provino a Dazio. Foto  di M. Dei Caspennellata queste scarne note di colore, varrà la pena di ricordare che a Cerido venne, molti e molti anni or sono, avvistato un animale più unico che raro, il "ghetùn ghèt", "gattone gatto", una sorta di folletto, alto un’ottantina di centimetri, con le orecchie appuntite e pelose, le lunghe braccia, le dita dotate di unghie affilate e gli occhi giallastri e fosforescenti, che brillavano, sinistri e diabolici, sul far della sera e nel cuore della notte, terrore dei bambini disubbidienti. Una lince, forse.
Raggiunte le case di Cerido, vedremo facilmente anche un cartello che ci indirizza al Torchio di Cerido. Nei giorni di giovedì e domenica, dalle 14.30 alle 17.00, potremo visitare questo piccolo museo della civiltà contadina, nato dalla donazione, fatta al Comune di Morbegno da Alberti Armando e dai fratelli Margnelli, di un torchio vinario e di un frantoio oleario del secolo XVII (funzionanti fino agli anni '40 del secolo scorso), cui si sono aggiunti altri interessanti oggetti della vita contadina nei secoli passati (gerli, tini e tinozze, stadere, irroratori, mazze, stai, ceste, pentole, lampade, borracce, cappelli, e così via). La gentile signora Amelia Margnelli si renderà, poi, disponibile a fornire notizie interessanti su questi strumenti che rappresentavano, nell'economia contadina, risorse essenziali in una zona nella quale la viticoltura si è sempre avvalsa di un'ottima esposizione al sole.
San Rocco ritratto nella cappelletta sopra Cerido. Foto di M. Dei CasQui arriva anche la strada asfaltata che sale dalla provinciale n. 10 e che sfruttiamo, scendendo, con un tornante dx ed uno sx, fino alla confluenza con quest’ultima. Appena prima di immetterci nella provinciale, però vediamo, alla nostra sinistra, una pista in cemento che, dopo breve quanto ripida salita, ci porta al sagrato della chiesa di S. Nazzaro, la "sgésa de scèrmelée", dedicata ai santi Nazzaro e Celso, il cui primo nucleo fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, di origine comasca, nel 1369, per poi essere ampliato nel 1624. La cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui.
Siamo in località Dosso del Visconte ("dossum sancti Nazarij, nel secolo XV, "dòs del viscùunt" o semplicemente "el dòs", con voce dialettale). La denominazione è legata al fatto che in epoca medievale probabilmente qui sorgeva un castello (di cui si sono perse le tracce), dimora del Visconte di Valtellina, investito della signoria sull'intera valle. Se così è, negli oscuri secoli IX e X il baricentro della Valtellina era qui. Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete, rotta veramente, forse, solo l'ultima domenica di luglio, quando si celebra la festa dei santi Nazzaro e Celso.
Di fronte alla facciata della chiesa c’è una cappella, con un dipinto presso il quale vale la pena sostare e meditare, perché apre uno squarcio storico di cui ci parla Giustino Renato Orsini nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959): “Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la B. Vergine del viaggio compiuto… I nostri massicci montanari, pieni di buon Cerido. Foto di M. Dei Casvolere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni.
Scendiamo, ora, alla provinciale n. 10 e percorriamone, per la seconda volta, un brevissimo tratto, in salita, fino a trovare, dopo una semicurva a sinistra, lo svincolo, sulla destra, della stradina che scende a Cermeledo. Portiamoci a questo nucleo, anch’esso di straordinario interesse storico, scendendo subito alle sue case e baite.
Cermeledo
("scèrmelée", anch'esso, come Cerido, frazione di Morbegno, e, prima del 1938, di La chiesa di S. Nazzaro. Foto di M. Dei CasCampovico), è uno splendido piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri. Il suo nome deriva da "cerro" o dal nome personale latino "Celemna" (come Cermenate). Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616: “Mille passi al disopra di Campovico, sopra un ameno ripiano del monte sta Cermeledo: fertile paese, i cui campi, in parecchi punti vengono rinfrescati dai ruscelletti che scendono da Roncaglia. La popolazione è numerosa; ma buona parte di essa, essendo angusto il territorio, deve cercar lavoro in paesi forestieri”. Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono addirittura indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze rovinose di alluvioni e vicende belliche.
A destra (per chi scende) della bella fontana che ci ha accolto scendendo al paese vediamo la partenza di una mulattiera che scende a Campovico: si tratta della "strada de scèrmelée", un tempo la più praticata della zona, vera delizia per i bikers, per il suo fondo (che alterna cemento, risc ed asfalto) e la sua pendenza regolari. Al primo tornante sx troviamo una splendida fontana, con sedile in pietra che La stradina Cermeledo-Campovico. Foto di M. Dei Casinvita alla sosta, conciliata anche dalla fresca ombra dei castagni. La stradina propone, poi, una sequenza di diversi tornanti dx ed sx, e termina proprio al sagrato della chiesa parrocchiale di Campovico, dedicata alla visitazione della B. V. Maria (la "sgésa de camvìic", la cui costruzione iniziò nel 1613 e la cui consacrazione è del 1706), arroccata, a 281 metri, su un bel poggio che domina il paese, a monte del cimitero.
Scendiamo, così, in breve al paese, che merita un’attenzione particolare, in quanto, fino al 1938, tutti i luoghi del territorio del comune di Morbegno toccati dalla nostra pedalata appartenevano al comune di Campovico, che a quella data fu inglobato in quello di Morbegno. Ecco, di nuovo, quanto ci riferisce Giovanni Guler von Weinceck: “Vicino ai Torchi c’è Campovico, in basso nella pianura vicino all’impetuoso torrente Tovate; è un villaggio assai antico che fu un giorno molto fiorente, sia per la sua numerosa popolazione, sia ancora per i mercati settimanali e per le fiere annuali che ivi si tenevano prima che fossero trasferiti a Morbegno. L’Adda ed il torrente Tovate, in mezzo ai quali sta Campovico, hanno poi rovinata e insabbiata non solo la pianura che era vasta e ridente, ma anche il paese stesso; e a tal segno che oggi si scorgono appena poche tracce della sua passata floridezza, perché gli abitanti si sono trasferiti in alto, a Cermeledo. Presso Campovico si combatté anticamente una sanguinosa battaglia contro i Milanesi, i quali durante la guerra con Como volevano occupare l’intera Valtellina; e avrebbero vinto i Milanesi, se in Valtellinesi non fossero stati di grande aiuto ai Comaschi e a loro favorevoli”. Luogo denso di storia, dunque, anche questo, degna conclusione di questo duplice anello che, per bellezza di scorci, luminosità, intensità di colori e profumi, ha pochi eguali in provincia di Sondrio.
Scesi lungo le vie del paese, ci immettiamo nella strada provinciale Valeriana che lo attraversa e, procedendo La chiesa di Campovico. Foto di M. Dei Casverso destra, superato il semaforo all’uscita del paese, ci portiamo all’ex-centrale di Campovico, anch’essa un pezzo di storia: si tratta, infatti, dell’ex-centrale idroelettrica della Società Strade Ferrate Meridionali (la "centràa"), la prima della provincia di Sondrio: costruita nel 1900 per servire l’elettrificazione delle linee Sondrio-Lecco e Colico-Chiavenna, le prime, in Italia, a sfruttare l’alimentazione elettrica aerea. Oltre la stretta della centrale, eccolo, ad attenderci con sguardo magnanimo e benevolo, il ponte di Ganda, cui abbiamo intitolato l’anello, che si chiude poco oltre, dopo un ultimo strappo che ci riporta al parcheggio nel punto di partenza della strada provinciale n. 10.
Il percorso integrale descritto comporta un dislivello in altezza di circa 720 metri. Data la natura dei luoghi, però, carta alla mano possiamo disegnarne almeno una decina di varianti, per tutti i gusti, capacità e tempi.

Difficoltà
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Dislivello
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Tempo
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- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il monte dell'oro e del granito, che piegò l'orgoglio dell'Adda

Il Culmine di Dazio visto da Forcola. Foto di M. Dei CasIl Culmine di Dazio (con termine dialettale, Cólmen o Cùlmen, m. 913), è, sul versante retico, il punto più alto del territorio comunale di Morbegno. Con il suo inconfondibile profilo arrotondato, si pone come spartiacque fra la media e la bassa Valtellina, fra la piana di Ardenno, ad est, ed il conoide di Talamona, ad ovest. Qui l'andamento rettilineo della Valtellina, da Tirano ad Ardenno, subisce una brusca interruzione e descrive una doppia curva, proprio perché il fondovalle, nel suo corso sull’asse est-ovest, si trova la strada sbarrata da questa formazione montuosa.
Di essa scrive il Guler von Weineck, già governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata nel 1616: “All’estremo di questa pianura (di Dazio), verso mezzodì, sorge un piccolo monte, detto Colma di Dazio: è dirupato, sterile e roccioso, ma sulla cima ha una piccola pianura; ivi si notano le rovine di un antico castello e parimenti cisterne, cunicoli sotterranei e miniere di ferro abbandonate.”
Purtroppo non rimangono tracce né del castello, né dei misteriosi cunicoli. Resta invece il segno ben visibile, da sud, della miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (miniéra d'òor); di oro si parla ancora in un documento ottocentesco, nel quale si menzionano tracce del prezioso metallo rinvenute nei pressi di Porcido, sempre sul versante sud della Culmen. Una montagna decisamente intrigante e misteriosa. Curiosa è la natura geologica del monte: le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico, il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si fosse formata.Il monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora giovani pivellini.
L’azione erosiva dei ghiacciai che nel quaternario scesero dalla Val Masino e dall’alta Valtellina fino alla bassa valle non riuscì, quindi, ad aver ragione La media Valtellina vista dalla cima del Culmen. Foto di M: Dei Casdi questo monte dal cuore di granito, che rimase, al centro della valle, come segno di tempi remotissimi. Tale azione, però, lo modellò, conferendogli la caratteristica forma arrotondata per la quale è facilmente riconoscibile dai più diversi angoli di visuale della media e bassa Valtellina. Aggiunge pregio alla zona la costituzione di un'area naturalistica protetta. La sua singolarità è legata anche alla profonda differenza dei versanti: quello rivolto a sud è arido, aspro e ripido, mentre quello che guarda a nord ed alla piana di Dazio ha caratteristiche molto simili ai versanti obobici, essendo decisamente più umido ed umbratile. La Culmen ospita fiori d'alta montagna, e vi scorazzano molte specie di animali, anche d'alta quota, come camosci, cervi, lepri, coturnici. Non mancano presenze meno rassicuranti, serpi e vipere.
La salita alla cima partendo dalla piana di Dazio, per il versante nord, non è più che una facile passeggiata, che sfrutta una comoda e tranquilla mulattiera. Per effettuarla, dobbiamo partire dal cimitero del paese, staccandoci dalla strada principale che corre a sud del paese e percorrendo una pista sterrata (seguiamo le indicazioni per il Crotto). Ignorata una deviazione verso destra, raggiungiamo, in breve, il Crotto, per poi oltrepassarlo ed addentrarci in un bosco di castagni. La mulattiera, sempre evidente e ben segnalata, con segnavia rosso-bianco-rossi, sale, con ampi tornanti, verso la cima della Colmen (913 m), dove termina.
Se il tempo è bello, il panorama è molto ampio, sul versante della media Valtellina, su quello orobico esu quello della Val Màsino. Guardando a sud, possiamo vedere l’intera la val Vicima (la prima laterale che si trova, sulla sinistra, entrando in val di Tartano, dopo Campo) ed il passo di Vicima, che La piana della Selvetta vista dalla cima del Culmen. Foto di M. Dei Caspermette la traversata in Valmadre. L’occhio esperto può riconoscere, in primo piano e leggermente a sinistra rispetto alla val Vicima, un’altra Colmen, quella di Campo Tartano (il Culmine di Campo). Guardiamo ora verso nord: riconosceremo alcune importanti cime del gruppo del Masino-Disgrazia: da sinistra, i tre pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), Occidentale, Centrale ed Orientale, la cima di Zocca e la cima di Castello; poi le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo rubano la scena ai più importanti pizzi Torrone, ma non al monte Disgrazia, alla cui destra emerge la tozza sagoma del Sasso Arso.
Il pianoro della cima, dove troviamo anche un tavolino, sembra immerso, soprattutto in autunno ed in inverno, in un’atmosfera magica. Abbiamo superato circa 350 metri di dislivello, in un’ora di cammino. Possiamo anche percorrere un lungo tratto del crinale di cima, seguendo una traccia di sentiero ed incontrando una micro-pozza d’acqua. Antichi sentieri, di cui però ora si è persa la traccia, consentivano di scendere per via diversa, seguendo, cioè, una direttrice occidentale ed una meridionale che conduceva a Porcido. Un progetto del CAI di Morbegno prevede il ripristino di questi sentieri: la cosa non potrebbe che suscitare il più vivo plauso di tutti gli appassionati dell’escursione.
Una preziosa segnalazione: la salita alla Colmen è possibile anche in mountain-bike; si tenga presente, però, che ilfondo non sempre agevole la rende un po' faticosa.
Non possiamo, infine, non riferire, in questa pagina dedicata al Culmine di Dazio, di una bella opportunità escursionistica resa possibile dalla recente iniziativa del CAI di Morbegno, che ha ripulito e segnalato l’antico sentiero che da Paniga sale a Porcido e di qui prosegue per la cima della Colmen. Un sentiero godibilissimo in autunno, inverno (in assenza di neve e su terreno asciutto) e primavera, che può costituire, oltretutto, un interessante quanto poco conosciuto itinerario che consente di raggiungere Dazio partendo dal fondovalle. Punto di partenza è il paesino di Paniga, ai piedi della Colmen, fra Campovico, ad ovest, e Desco, ad est.
Porcido. Foto di M. Dei CasLo si raggiunge staccandosi dalla ss. 38, per chi proviene da Milano, allo svincolo segnalato per Paniga, sulla destra, dopo Morbegno e poco prima del viadotto sul torrente Tartano (allo svincolo corrisponde, sul lato opposto – settentrionale – della ss. 38 il ben visibile ponte arcuato di Paniga, che scavalca il fiume Adda). Una volta lasciata la strada statale, dopo pochi metri dobbiamo prendere a destra, passando sotto un cavalcavia. Dopo una successiva curva a destra, raggiungiamo il ponte di Paniga, sul quale il senso unico alternato è regolamentato da un semaforo.
Valicato il ponte, siamo a Paniga. Invece di piegare a sinistra (direzione per Campovico) o a destra (direzione per Desco), proseguiamo diritti, entrando in paese, e prendiamo, poi, a destra, fino al parcheggio nei pressi della chiesa dall'architettura decisamente moderna (la "sgésa növa de panìga", edificata nel 1979, che ha sostituito la "sgésa vèsgia de panìga", dedicata alla Madonna delle Grazie), riconoscibile per la pianta circolare: qui, a 241 metri, lasciamo l’automobile.
Sul lato opposto della strada, rispetto a parcheggio, cioè sul lato nord vediamo, su una roccia presso un muretto, un segnavia bianco-rosso, che indica la partenza del sentiero. Prendendo a sinistra ci portiamo ad una cappelletta e, seguendo un sentierino che corre alle spalle delle case a ridosso del versante meridionale della Colmen, raggiungiamo il punto nel quale inizia la salita.
Su un muraglione di cemento, alla nostra destra, vediamo una grande scritta con una freccia verde, “Porcido”, che segnala, appunto, il sentiero per il paesino di mezza costa che costituisce la tappa intermedia della salita alla Colmen.
Il sentér del Tarci. Foto di M. Dei CasIl sentiero, zigzagando, supera alcuni rustici e terrazzamenti coltivati (i "càamp") e guadagna rapidamente quota, regalando alcuni begli scorci su Paniga, Talamona e Morbegno. Si tratta di un bel sentiero, in parte scalinato e scavato nella roccia, che si inerpica sul ripido versante che sovrasta Paniga. Alcuni punto esposti sono protetti da corrimano. Dopo il primo strappo, raggiungiamo il muraglione di un rudere, oltrepassato il quale il sentiero riprende a salire, uscendo gradualmente dalla selva e dipanandosi fra rocce e vegetazione disordinata.
Di tanto in tanto, volgendo lo sguardo a destra, possiamo ammirare il conoide del torrente Tartano, Talamona e Paniga. Non allentiamo, però, l’attenzione, perché in alcuni punti un passo falso può procurare una caduta dalle conseguenze anche serie (e questo sia detto anche per alcuni punti del tratto Porcido-Culmine). I tornantini si succedono, anche serrati, ed il sentiero conserva l’andamento complessivo verso nord-est, passando non lontanto da una miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (la "bögia de l'òòr", in località "el regulùn a la bögia de l'òòr", chiamata così per la presenza di una grossa quercia). Per alcuni erano giganteschi, di color verde cupo, con una spessa cresta sul dorso ed un’enorme bocca dalla quale saettava una lunga lingua biforcuta; per altri erano di più modeste dimensioni (non più di mezzo metro di lunghezza) e di un color grigio che si mimetizzava assai bene con quello delle pietre, per cui ci si accorgeva della loro presenza a fatica, solo per gli occhi fiammeggianti. Altri ancora narravano di averli visti sul tronco di talune piante: avevano lo stesso colore della corteccia, biancastro sulle betulle, marroncino sui castagni, verde fra le foglie.
Per molto tempo la paura impedì più sistematiche osservazioni: la gente era, infatti, convinta che questi esseri potessero stordire, ammaliare, aggredire, avvelenare addirittura chi si avvicinasse; era anche convinta che il loro potere malefico si esercitasse anche sulle colture, danneggiandole. Per questo era stato coniato anche un nome per il mostro di Paniga: “el dragu de la miniera de l’oor”, forse in accordo con le tante leggende che descrivono i draghi a guardia di tesori nascosti. Passò così un bel po’ di tempo, senza, però, che nessuno fosse vittima di aggressioni o peggio.
Il legùnc', sul crinale del Culmen. Foto di M. Dei CasAlla fine la gente cominciò ad arrendersi all’evidenza ed a guardare con maggiore attenzione queste bestie, osservando che in effetti non erano molto grandi, avevano sì una cresta sul dorso, la lingua biforcuta, una bocca deforme e le dita delle zampe prensili, ma si cibavano solo di insetti e temevano l’uomo. Avevano, poi, la curiosa proprietà di assumere il colore dell’ambiente nel quale si trovavano, mimetizzandosi, così, piuttosto bene. Alla fine a qualcuno venne in mente che si potesse trattare si semplici...camaleonti (animali che effettivamente trovavavo in queste zone un habitat ideale).
Accompagnati dagli interrogaziovi sui draghi custodi del mitico oro, dopo qualche ultima giravolta fra muretti a secco, eccoci, dopo tre quarti d’ora circa dalla partenza, alla parte bassa occidentale dei prati di Porcido (purscìil). Questo nucleo incantevole riposa su un bel pianoro di mezza costa sul versante meridionale della Colmen, a 586 metri di quota. In passato fu frazione del comune di Campovico, mentre ora appartiene, con Campovico, al territorio di Morbegno, ed è abitato da famiglia di Dazio, Cadelsasso e Cadelpicco. Un nucleo di case, fra orti e vigneti, che conserva un incantevole sapore antico, impreziosito da una stupenda chiesetta (sgésa de purscìil), dedicata a S. Sebastiano, che appartiene alla parrocchia di Desco. Qui giunge anche, dalla nostra destra, un sentiero che sale da Desco, il "sentée dé la piöda". Lo intercettiamo, proprio alla chiesetta, e proseguiamo verso sinistra (ovest), attraversando, a monte, le baite ed i rustici, su una larga mulattiera, delimitata a monte da muretti a secco. In compagnia dei segnavia bianco-rossi, superiamo alcuni rustici alla nostra destra ed una semicurva a destra, in un punto nel quale il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina è ampio e suggestivo.
Poi, dopo un ultimo pezzo in salita, su fondo assai buono, in “risc” (ciottoli lisci), troviamo due cartelli che segnalano un bivio, al quale, lasciando, la mulattiera, prendiamo a destra. I cartelli danno, nella direzione dalla quale proveniamo, Porcido a 10 minuti e Paniga a 40 minuti, e, nella direzione nella quale proseguiamo, il Culmine di Dazio a 45 minuti. Abbandoniamo, dunque, la direzione verso ovest, seguendo un sentierino che procede in direzione opposta (est), con andamento dapprima quasi pianeggiante, poi in progressiva salita. Il sentierino si allarga a mulattiera, nel cuore di un fresco bosco di castagni, supera alcuni ruderi e conduce ad una radura, dove troviamo una grande baita abbandonata, che incombe sul sentiero con il suo muraglione meridionale.
La Val Masino vista dal Culmine di Dazio. Foto di M. Dei Cas
Segue un tratto nel bosco, una radura ed un nuovo tratto nel bosco, finché gli alberi si diradano ed usciamo in vista dell’ultimo tratto, che si snoda su un vallone colonizzato da vegetazione disordinata, che scende verso sud appena ad ovest della cima del Culmine. Ora procediamo, su traccia più debole, fra ginestre, sterpaglie, roccette levigate e qualche scheletro d'albero. Davanti a noi, ad est, l’impressionante salto roccioso che scende verso il fondovalle a sud della cima del Culmine. Alla sua destra, il solco terminale della Val Tartano ed il conoide del Tartano.
Il sentiero, ora, piega, con alcuni tornantini, verso sinistra, ed assume un andamento verso nord. Seguendo il canalone e superando alcune formazioni di rocce affioranti, approdiamo, alla fine, al largo crinale immediatamente ad ovest del Culmine, in corrispondenza di un grande ometto.
Qui ci attende lo scenario più gentile di una rada selva, che il sole non fatica ad impregnare con la sua luce. Finora ci siamo mossi sul territorio del comune di Morbegno: ora raggiungiamo il confine che lo separa da quello di Dazio, e che passa proprio per il crinale del Culmine.
Seguendo i segnavia, su alcuni massi e tronchi d’albero, proseguiamo verso destra, fino a due cartelli, che indicano la direzione per il Culmine e quella per Porcido e Paniga (dalla quale siamo saliti). Il cartello serve assai poco a noi, che potremmo facilmente procedere a vista, ma è preziosissimo, per trovare il punto in cui il sentierino si tuffa nel canalone, per chi lo percorre scendendo (che deve prestare attenzione a non seguire il sentierino che percorre per un buon tratto, verso ovest, il crinale sommitale del Culmine).
Poche decine di metri ancora, e, lasciato alla nostra destra un baitone in fase di ristrutturazione, siamo nei pressi del culmine. Lo scenario si apre, a nord, magnificamente, sui pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e le vette della Valle di Zocca. Sul pianoro sommatale del Culmine (m. 913) troviamo un nuovo cartello, che dà, nella direzione dalla quale siamo saliti, Porcido a 40 minuti e Paniga ad un’ora e 10 minuti.
Lo abbiamo raggiunto in un’ora e e tre quarti circa di cammino (il dislivello in salita è di 664 metri). Da qui possiamo comodamente scendere a Dazio seguendo la larga mulattiera che parte a nord-est della cima.

Difficoltà
E
Dislivello
664 mt
Tempo
1 h e 45 min.

- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Da Morbegno ad Albaredo su una famosa via storica

Morbegno. Foto di M. Dei Cas
La via Priula è un elemento essenziale per comprendere la particolarissima storia della comunità di Albaredo (albarée), e soprattutto i forti legami che l'hanno rinsaldata, nei secoli scorsi, con Venezia, ma anche per comprendere la peculiarissima vocazione commerciale di Morbegno.
Tutto comincia nell'ultimo decennio del Cinquecento, quando i Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Morbegno. Foto di M. Dei CasBergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.
Scrive il Credaro, nell'opera "Morbegno" (Sondrio, 1953) : "Questa strada prealpina, pur con i disagi del percorso, evitava il passaggio delle mercanzie per il ducato di milanese che troppe lotte e troppi interessi dividevano dalla Serenissima e faceva schivare, oltre i rischi, anche i dazi che erano fortissimi".
In una relazione il capitano veneziano Da Lezze scrive, in proposito, che la strada serviva a portare a Bergamo "le mercanzie della Francia et Germania et parte anco del negozio dei Paesi Bassi, dei signori Svizzeri e dei signori Grisoni, che sono colli o balle di lana, di seta cambrai, beni et vellami de ogni sorta, et altre qualità di merci della Fiandra, et altre parti, corame, pelli, rame, stagni, et altro...", oltre a "lavezzi, formaggi et altri grassini della Valtolina et bestiame da beccaria, de' quali è grandissima copia in quei paesi". Essa serviva, poi, "ai mercanti nel ritorno loro conducendo drogherie, panni di seta, di lana, sede crude et altre merci di Levante tratte dal fondaco dei Tedeschi di Venetia."
La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo La via S. Marco a Morbegno. Foto di M. Dei Casda Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico.
Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.
Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota.
Morbegno. Foto di M. Dei Cas
Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa… (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero "Albaredo e la Via di San Marco", Editour, 2001). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza…S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia."
Il primo tratto della via Priula. Foto M.Dei CasDel primo tratto della via, prima che fosse tracciato quello più impegnativo che sale al passo, e dei nuclei che vi si trovano parla anche Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "Sul monte sopra Morbegno lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno c'è la frazione di Valle con quaranta famiglie tutte cattoliche, dove esistela chiesa di S. Matteo apostolo, il cui rettore è il sacerdote Melchiorre di Appiano diocesi di Milano. A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo con quarantacinque famiglie tutte cattoliche, con la chiesa di S. Giovanni Battista, unita alla chiesa di Valle. Vicino c'è Tertusei con sei famiglie cattoliche parimenti soggetto a detta chiesa e a destra non lontano dal villaggio di Valle c'è Campo Erbolo con circa trenta famiglie, soggetto alla ricordata chiesa di S. Matteo. Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo c'è Albaredo con sessanta famiglie tutte cattoliche, con la chiesa vicecurata dedicata a S. Rocco; ne è rettore il sacerdote Giovan Battista Quadrio Peranda di Morbegno".
I segni di questa gloriosa via non sono interamente cancellati; anzi, possiamo ripercorrerne ampi tratti, dedicando due giornate nella salita da Morbegno al passo di San Marco. Percorrerla significa immergersi in una storia non lontana, che mostra ancora segni profondi nei luoghi che attraversiamo, ma anche porsi nella condizione di scoprire molte delle bellezze della valle del Bitto di Albaredo, che offre una varietà di possibilità escursionistiche molto più ampia di quanto si sospetterebbe. L'intero percorso potrebbe anche Dipinto del Gésöö de Mezzavia. Foto di M. Dei Casessere coperto in una sola giornata, ma questo comporterebbe uno sforzo fisico notevolissimo e, soprattutto, l'impossibilità di fermarsi a gustare tutti gli aspetti di interesse storico e naturalistico offerti dall'itinerario. In due giorni, invece, si può vivere un'esperienza ricca ed intensa, che, oltretutto, può anche essere scaglionata in tempi diversi: nulla vieta, infatti, che si scelga di effettuare solo la prima o la seconda tappa, riservandosi di completare il percorso in futuro.
Raggiunta Morbegno, lasciamo l’automobile al parcheggio di piazza S. Antonio (a quota 250 metri) e portiamoci al lato nord della piazza, proseguendo in direzione dell’inizio della strada provinciale n. 8 per Albaredo ed il passo di San Marco. Raggiunto il punto di partenza della provinciale, prendiamo a destra, lasciandola alla nostra sinistra, e percorriamo la strada San Marco, fino al punto in cui intercetta la viuzza che sale, da destra, da Via S. Marco e palazzo Malacrida. Qui prendiamo a sinistra (sud-est), seguendo l’indicazione del cartello della Via Priula (chiamata, a Morbegno, “strada de la cà”, con riferimento alla Ca’ San Marco), e cominciamo a salire sulla ripida viuzza con fondo in sassi arrotondati (grisc), circondati su entrambi i lati da alti muraglioni.
La stradina piega quindi a destra e sale ad intercettare la strada provinciale per Albaredo-S. Marco in prossimità del dosso della Lümàga, dove è posto il “Témpièt”, cioè il Tempietto votivo degli Alpini edificato nel 1962, su disegno dell’architetto Caccia Dominioni, dagli Alpini di Morbegno reduci dalla campagna di Russia nella seconda guerra mondiale, per onorare tutti i caduti di questo conflitto. Gli Alpini di Morbegno salgono qui tutti gli anni per celebrare il ricordo della battaglia di Warwarowka. Fin qui potremmo portarci anche con l’automobile, partendo da una quota leggermente più elevata (360 metri) e guadagnando quindi una ventina di minuti di cammino.
In corrispondenza del parcheggio del Tempietto, sulla strada per S. Marco, la Via Priula riprende, in direzione La chiesa di S. Matteo a Valle. Foto di M. Dei Cassud-sud-ovest, intercettando ancora la strada provinciale presso lo svincolo della strada per Bema, in località Cumèl. Poco oltre, se ne stacca di nuovo, sempre sulla destra, proseguendo verso sud. Troviamo, salendo, i segnavia bianco-gialli del trofeo Vanoni, di corsa in montagna, ma dobbiamo prestare un po’ di attenzione, perché poco sopra la strada provinciale, ad un primo bivio, i segnavia indicano il tratturo di sinistra, che sale alla località Belìn, mentre noi dobbiamo rimanere sulla via Pirula che prosegue a destra, senza, però, segnalazioni. Il fondo della via Priula è, in questo tratto, ancora assai bello e lastricato di pietre lisce. Proseguiamo conservando la direzione sud ed incontrando solo una doppia coppia di tornanti sinistrorso-destrorso che interrompono l’andamento rettilineo.
Dopo i tornanti, ignoriamo una deviazione sulla destra ed una mulattiera che ci raggiunge scendendo dal lato di sinistra, prima di arrivare al Dos del Barnabà, fascia di prati con alcune baite. Oltrepassato il maggengo, ci portiamo alle baite ed ai prati del Campiàa (Campiano, m. 572), che si trova proprio a monte della confluenza dei due rami del Bitto, di Albaredo e di Gerola (ma dalla Via Priula non si vede). La strada piega qui leggermente a sinistra (sud-sud-est) e raggiunge, ad un tornante sinistrorso, la cappelletta chiamata “Gésöö de Mezzavia”, con evidente riferimento alla sua collocazione, più o meno a metà strada fra Morbegno e Valle. Al suo interno troviamo raffigurata una Pietà.
Proseguendo nella salita, incontriamo un tornante destrorso e, poco oltre, uno sinistrorso, al quale si stacca La chiesa di Valle. Foto M.Dei Casuna mulattiera che sale in direzione sud-est, con traccia un po’ sporca: si tratta della “strada di balabén”, che ci intercetterà anche più in alto. Noi saliamo, invece, verso  nord-nord-ovest, fino a trovare, sulla destra, la pista che volge di nuovo in direzione dell’interno della Valle di Albaredo, cioè verso sud-est. Lasciamo, quindi, la strada che continua a salire fino ad Arzo (“Aars”, m. 721) e prendiamo a destra, salendo gradualmente fino ad avvicinarci al muraglione che sostiene la strada provinciale per Albaredo-S. Marco, poco prima che questa raggiunge Valle.
Ci intercetta, salendo da destra, la “strada di balabén” e, poco dopo, ci ritroviamo sulla strada provinciale, poco prima della chiesa di Valle (“Val”, m. 840): prima che, fra il 1880 ed il 1885, venisse tracciata la nuova strada Morbegno-Albaredo (quella che ora è la provinciale asfaltata), questa frazione di Morbegno, che nel Medio Evo era chiamata anche “Albaredo di fuori” (“Albaredo de foris”), era collegata con il fondovalle proprio dalla Via Pirula. Raggiungiamo, così, i poderosi muraglioni della chiesa di S. Matteo, che fu consacrata nel 1437 ed eretta a parrocchia nel 1480; nel secolo successivo, e precisamente nel 1563, da essa, a sua volta, si staccò la parrocchia di S. Rocco di Albaredo.
Dobbiamo rimanere ancora per un tratto sulla provinciale, superando il solco della Val Biörga ed il cartello che Dipinto della cappelletta della Madonna del Rosario. Foto di M. Dei Casindica Campoerbolo (“Campèrbul” o “Candèrbul”, m. 840), anch’esso frazione di Morbegno. Dobbiamo superare anche le case di Campoerbolo (centro che ebbe in passato un’importanza assai maggiore: basti pensare che nel 1589 il vescovo di Como Feliciano Ninguarda vi trovò 30 famiglia, per un totale di almeno 150 persone), una delle quali, con un bel dipinto sulla facciata, ci colpisce particolarmente; colpisce anche il grande agrifoglio, annoverato fra gli alberi monumentali della provincia di Sondrio (per la sua rarità botanica ed il suo valore storico e monumentale), che copre quasi interamente la facciata di un’altra casa, sempre sulla nostra sinistra:  è alto 14 metri ed ha una circonferenza di 2,57 metri, ma spicca soprattutto per l’ampiezza della sua chioma.
Oltrepassato un lavatoio, ci stacchiamo dalla provinciale imboccando una pista che scende verso destra e supera, con un ponticello, la Val Canalèt, raggiungendo un gruppo di baite a valle della provinciale, con una graziosa cappelletta, dedicata alla madonna del Rosario ed edificata nel 1886: oltre alla Madonna, vi sono raffigurato san Francesco Saverio e sant’Antonio da Padova. Superiamo, quindi, in rapida successione, altre due vallecole, la Val Isela e la Val Panizza: fra le due corre il confine fra i comuni di Morbegno ed Albaredo.
Manca ormai poco ad Albaredo: dopo aver superato una baita sulla nostra destra ed un’ultima vallecola, saliamo ad intercettare la stradina asfaltata che scende al campetto di calcio di Albaredo, presso un’altra cappelletta: una breve salita verso sinistra ci porta alla strada provinciale.
In quest'ultimo tratto la via Priula ci permette di dominare con lo sguardo tutta la media ed alta valle di Albaredo, dove si distingue chiaramente, anche per la sequenza di tralicci che vi si avvicinano e lo valicano, Avvicinandoci ad Albaredo, osserviamo la media ed alta valle del Bitto. Foto M.Dei Casl'ampia sella del passo di San Marco, meta conclusiva della seconda giornata.
Raggiungiamo, dunque, la piazza San Marco, cuore del paese (m. 910) dopo circa due ore di cammino e 500 metri di dislivello superati in salita. Qui sono due le cose che ci sorprendono: da una parte l'arroccarsi delle case su un declivio piuttosto ripido, dall'altra i molteplici segni dei legami storici fra questo centro, in cui la memoria del passato è conservata con particolare gelosia, e Venezia.
Nella piazza fa infatti bella mostra di sè un dipinto che rappresenta la piazza stessa idealmente affacciata sulla laguna di Venezia e sulla più famosa piazza san Marco. Una piccola statua del Leone di san Marco che tiene il mondo sotto la sua zampa, poi, sembra guardare fiera la bella chiesa parrocchiale, che testimonia, nella sua eleganza, la ricchezza di questa valle, legata ai transiti commerciali ed alle fiorenti attività connesse con l'allevamento. Non dimentichiamo che questa valle è la patria del più conosciuto fra i formaggi valtellinesi, il Bitto, appunto.
Abbiamo tutto il tempo per visitare Albaredo, paese che merita di essere conosciuto in tutti i suoi angoli. La vecchia statua del leone di san Marco e la chiesa parrocchiale nel centro di Albaredo. Foto M.Dei CasRisalendone la via principale, per esempio, scopriremo su un muro un interessante dipinto che rappresenta due mercanti veneziani che percorrono a cavallo la via Priula, passando accanto ai contadini intenti al lavoro nei campi. Su un altro muro scopriremo una curiosa clessidra. Se poi abbiamo voglia di camminare un altro po', possiamo risalire, per qualche tratto, il bel sentiero che conduce ai maggenghi collocati proprio sopra Albaredo.

Difficoltà
E
Dislivello
500 mt.
Tempo
2 h


- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Piccolo e caratteristico nucleo alle porte della Valle del Bitto di Albaredo

Arzo. Foto di M. Dei Cas
Arzo è una delle più simpatiche e caratteristiche frazioni di Morbegno. Il paesino è collocato in una posizione panoramicamente felicissima, a 721 metri, sul fianco orientale della bassa Valle del Bitto di Albaredo: da qui, infatti, lo sguardo raggiunge l'alto Lario, mentre verso ovest sono facilmente riconoscibili, sul lato occidentale della Val Gerola, la cima Rosetta ed i pizzi Olano e dei Galli. A nord, infine, si domina la Costiera dei Cech e si osserva un breve scorcio sul gruppo del Masino, con la cima di Castello ed i pizzi Torrone.
E' una frazione di Morbegno che fino agli anni cinquanta del secolo scorso era abitata permanentemente; in un passato più lontano era una tipica e vivace comunità contadina la cui economia era centrata sull’allevamento di mucche e capre. Caratteristica del paese erano anche i “castègn casinàdi”, cioè le castagne secche affumicate attraverso la combustione di erba verde.
Arzo. Foto di M. Dei CasChe l'identità di Arzo sia fortemente legata alla castagna è testimoniato anche dal soprannome che i suoi abitanti ebbero in passato: venivano chiamati, con intento un po' canzonatorio, "bàbi", termine che designa la castagna schiacciata e quindi inutilizzabile. Fra le attrattive del borgo figura sicuramente anche l'antica osteria con gioco delle bocce denominata "Crotto di Arzo " ("cròt de àars").
Il suo nome deriva da “arso”, “bruciato”, anche se la sua collocazione è amena e panoramica: ottimo il colpo d'occhio sull'alto Lario dalla bella chiesa dedicata a S. Giovanni Battista (sgésa de àars), che venne consacrata nel 1605 ed ampliata nel medesimo secolo, ma che ha origini più antiche (almeno quattrocentesche). La chiesa si staccò dalla giurisdizione di Valle, divenendo parrocchiale, nel 1805, e tale rimase fino al 1984, quando venne aggregata a Morbegno.
Il vescovo di Como Feliciano Ninguarda vi contò, nella sua celebre visita pastorale del 1589, 45 fuochi, corrispondenti a 200-250 abitanti. Ecco cosa scrive: "Sul monte sopra Morbegno lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno c'è la frazione di Valle con quaranta famiglie tutte cattoliche, dove esiste la chiesa di S. Matteo apostolo, il cui rettore è il sacerdote Melchiorre di Appiano diocesi di Milano. A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo con quarantacinque famiglie tutte cattoliche, con la chiesa di S. Giovanni Battista, unita alla chiesa di Valle. Vicino c'è Tertusei con sei famiglie cattoliche parimenti soggetto a detta chiesa e a destra non lontano dal villaggio di Valle Arzo. foto di M. Dei Casc'è Campo Erbolo con circa trenta famiglie, soggetto alla ricordata chiesa di S. Matteo."
Ecco, invece, quel che scrive Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616: "Poco al di sopra di Morbegno sorgono sul monte tre piccole frazioni, Campoerbolo, Valle e Arzo, che appartengono al comune di Morbegno. Ciascuna di queste nomina un consigliere nell'assemblea dei dodici membri, detti sindaci, che amministrano il comune".
Anche qui giunse la peste nella terribile epidemia del 1629-31, nel contesto della guerra dei Trant'Anni, e la popolazione subì un tracollo, dalla quale non si riprese interamente neppure nel corso del secolo successivo: gli abitanti, nel 1807, risultavano 150, mentre, come abbiamo visto, nel 1589 erano probabilmente 250. Oggi il nucleo non è più abitato permanentemente, ma solo nella stagione estiva.
La salita da Morbegno ad Arzo, che segue per buona parte la storica Via Priula, può essere un'ottima passeggiata. Raggiunta Morbegno, lasciamo l’automobile al parcheggio di piazza S. Antonio (a quota 250 metri) e portiamoci al lato nord della piazza, proseguendo in direzione dell’inizio della strada provinciale n. 8 per Albaredo ed il passo di San Marco. Raggiunto il punto di partenza della provinciale, prendiamo a destra, lasciandola alla nostra sinistra, e percorriamo la strada San Marco, fino al punto in cui intercetta la viuzza che sale, da destra, da Via S. Marco e palazzo Malacrida. Qui prendiamo a sinistra (sud-est), seguendo l’indicazione del Arzo. Foto di M. Dei Cascartello della Via Priula (chiamata, a Morbegno, “strada de la cà”, con riferimento alla Ca’ San Marco), e cominciamo a salire sulla ripida viuzza con fondo in sassi arrotondati (grisc), circondati su entrambi i lati da alti muraglioni.
La stradina piega quindi a destra e sale ad intercettare la strada provinciale per Albaredo-S. Marco in prossimità del dosso della Lümàga, dove è posto il “Témpièt”, cioè il Tempietto votivo degli Alpini edificato nel 1962, su disegno dell’architetto Caccia Dominioni, dagli Alpini di Morbegno reduci dalla campagna di Russia nella seconda guerra mondiale, per onorare tutti i caduti di questo conflitto. Gli Alpini di Morbegno salgono qui tutti gli anni per celebrare il ricordo della battaglia di Warwarowka. Fin qui potremmo portarci anche con l’automobile, partendo da una quota leggermente più elevata (360 metri) e guadagnando quindi una ventina di minuti di cammino.
In corrispondenza del parcheggio del Tempietto, sulla strada per S. Marco, la Via Priula riprende, in direzione sud-sud-ovest, intercettando ancora la strada provinciale presso lo svincolo della strada per Bema, in località Cumèl. Poco oltre, se ne stacca di nuovo, sempre sulla destra, proseguendo verso sud. La chiesa di Arzo. Foto di M. Dei CasTroviamo, salendo, i segnavia bianco-gialli del trofeo Vanoni, di corsa in montagna, ma dobbiamo prestare un po’ di attenzione, perché poco sopra la strada provinciale, ad un primo bivio, i segnavia indicano il tratturo di sinistra, che sale alla località Belìn, mentre noi dobbiamo rimanere sulla via Pirula che prosegue a destra, senza, però, segnalazioni. Il fondo della via Priula è, in questo tratto, ancora assai bello e lastricato di pietre lisce. Proseguiamo conservando la direzione sud ed incontrando solo una doppia coppia di tornanti sinistrorso-destrorso che interrompono l’andamento rettilineo.
Dopo i tornanti, ignoriamo una deviazione sulla destra ed una mulattiera che ci raggiunge scendendo dal lato di sinistra, prima di arrivare al Dos del Barnabà, fascia di prati con alcune baite. Oltrepassato il maggengo, ci portiamo alle baite ed ai prati del Campiàa (Campiano, m. 572), che si trova proprio a monte della confluenza dei due rami del Bitto, di Albaredo e di Gerola (ma dalla Via Priula non si vede). La strada piega qui leggermente a sinistra (sud-sud-est) e raggiunge, ad un tornante sinistrorso, la cappelletta chiamata “Gésöö de Mezzavia”, con evidente riferimento alla sua collocazione, più o meno a metà strada fra Morbegno e Valle. Al suo interno troviamo raffigurata una Pietà.
La bassa Valtellina vista da Arzo. Foto di M. Dei CasProseguendo nella salita, incontriamo un tornante destrorso e, poco oltre, uno sinistrorso, al quale si stacca una mulattiera che sale in direzione sud-est, con traccia un po’ sporca: si tratta della “strada di balabén”, che ci intercetterà anche più in alto. Noi saliamo, invece, verso  nord-nord-ovest, fino a trovare, sulla destra, la pista che volge di nuovo in direzione dell’interno della Valle di Albaredo, cioè verso sud-est. A questo punto dobbiamo lasciare la Via Priula, ignorando la deviazione a destra: rimanendo sulla pista principale, raggiungiamo, infine, Arzo, dopo circa un'ora e mezza di cammino (il dislivello in salita è di 470 metri).
Arzo può essere anche punto di partenza per una bella escursione che porta alla cima del monte Baitridana, che rappresenta, con i suoi 1890 metri, il punto culminante sul lungo crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo (val del bit de albarée) dalla bassa Valtellina orientale (monte di Talamona).
In tal caso saliamo ad Arzo in automobile, dalla piazza S. Antonio di Morbegno, dalla quale parte la panoramicissima strada provinciale che sale ad Albaredo e prosegue fino al passo di S. Marco. Dopo 7 km siamo al paese, dove ci accoglie la facciata secentesca della chiesa di S. Giovanni Battista.
Il versante retico visto dai prati presso Arzo. Foto di M. Dei Cas
Lasciamo l'automobile nel parcheggio vicino alla chiesa ed imbocchiamo la strada che si stacca, sulla sinistra, dalla provinciale, oltrepassando il piccolo cimitero del paese e proseguendo verso l'alpe Pitalone (pitalùn). Incontriamo, nella salita, i prati della tenuta Rusconi; poi, dopo una serie di tornanti in uno scenario di grande fascino visivo, raggiungiamo l'alpe Pitalone, a circa 950 metri. I prati dell'alpe, recentemente attrezzati, costituiscono un ottimo luogo nel quale effettuare una sosta ristoratrice.
Per proseguire l'escursione, dobbiamo cercare il sentierino che parte sul lato destro dei prati, non lontano dalla struttura per il barbecue, nei pressi della cabina in legno adibita a servizio. Qualche bollo rosso ci Il monte Pitalone. Foto di M. Dei Casaiuta a non perdere il sentierino, che si dirige verso il crinale e, a quota 1040, lascia sulla destra una baita diroccata. Poco oltre, raggiungiamo un muretto a secco, e proseguiamo nella salita lasciandolo alla nostra destra. Quanto il sentiero piega a destra e comincia a scendere, dobbiamo prestare attenzione e, invece di seguirlo, continuare la salita, lasciandolo alla nostra destra, raggiungendo, in breve, un piccolo spiazzo, dove troviamo una fontana in cemento ed un cartello, poco sopra i 1040 metri. Proseguiamo verso destra, guadagnando il crinale in una rada boscaglia, resa più disordinata dalle conseguenze di un incendio. dopo un tratto un po' ripido, fra quota 1060 e quota 1100 circa, la vegetazione si fa più rada e, sulla nostra destra, possiamo scorgere la testata della Valle di Albaredo, con il passo di San Marco. Poco oltre, a quota 1140 circa, passiamo poco a sinistra di un valloncello, per poi raggiungere la piana del monte Pitalone, il monte di Morbegno (essendo, sul versante orobico, la maggiore elevazione visibile dalla cittadina), a m. 1334 ("pitalùn", termine che deriva probabilmente dalla radice onomatopeica "pitt", da cui "pitta", gallina).
Attraversata la piana, il sentiero rientra nel bosco. Raggiungiamo, poi, una fascia di ginestre e betulle, Il gruppo del Masino visto dal crinale. Foto di M. Dei Casmentre di fronte a noi appare la meta, cioè la cime del monte. Attraversata una fascia di faggi, cominciamo ad incontrare le prime conifere. A quota 1400 circa troviamo una piccola radura e, sulla sinistra, un cartello che segnala la partenza del sentierino per Cavrèl e Luniga, una della alpi sopra Talamona.
A quota 1600 circa, superata una piccola strozzatura sul crinale, oltrepassiamo anche una deviazione a destra (poco visibile) che conduce ai maggenghi sopra Albaredo. La vegetazione comincia a diradarsi, regalando scorci di impressionante bellezza sul versante retico. Appaiono le cime del gruppo del Masino, fra le quali si distinguono, da sinistra, la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone ed il monte Sissone. Più a sinistra, ecco cime altrettanto celebri: i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro. Più a destra, invece, l'elegante profilo del monte Disgrazia.
Camminando sul crinale, seguiamo, con un po' di approssimazione, il confine fra i comuni di Morbegno (lato destro) e Talamona (lato sinistro); poi, a quota 1735 metri, tocchiamo il punto più alto del territorio comunale di Morbegno: da qui in poi il crinale fa da confine fra i comuni di Albaredo e Talamona.
Lo spettacolo è di quelli che non si dimenticano: le cime si mostrano in tutta la loro massiccia imponenza. Il monte Disgrazia visto dal crinale. Foto di M. Dei CasGli ultimi duecento metri di salita si sviluppano nello scenario incantevole del largo crinale, sul quale si alternano brevi radure e tratti all'interno di macchie di abeti e larici. Gli ultimi sforzi sono mitigati dal panorama sempre più suggestivo sul lato settentrionale. ecco, infine (dopo circa tre ore e mezza di cammino, necessarie per superare oltre 1100 metri di dislivello in altezza), la cima, a 1890 metri: si tratta di una piccola radura, oltre la quale il crinale comincia a scendere leggermente. Un ultimo sguardo sul versante retico prima di scendere. Se le discesa avviene per la medesima via della salita, dobbiamo prestare molta attenzione a non perdere il sentiero, in molti tratti poco visibile. Possiamo anche scendere ad Albaredo, passando per l'alpe Baitridana o gli alpeggi sopra Albaredo.
Alla cime si può salire, per via più breve, da Albaredo, e precisamente dalla frazione di Case di Sopra. Dalle case parte una mulattiera, segnalata come "Sentiero del matusc", che sale, decisa, ai prati del Dosso Comune (m. 1333), piegando poi a destra e raggiungendo la località di Egolo (m. 1500).
Seguendo i cartelli ed i segnavia bianco-rossi, continuiamo a salire, fino ad intercettare la pista sterrata La cima del monte Baitridana. Foto di M. Dei Casche sale verso la località Cornelli, a quota 1750 metri circa. La pista lascia poi il posto ad un sentiero, che passa a monte dell'alpe Baitridana (m. 1737) e si dirige verso l'alpe che si stende ai piedi del monte Lago. Ben presto, però, lo lasciamo, staccandocene sulla sinistra e seguendo le indicazioni di un cartello, per la Pozza Rossa: all'inizio il sentiero è poco evidente, poi si fa più marcato, e conduce all'amena radura dove, a quota 1840 circa, si trova la pozza; dalla radura, salendo a vista verso sinistra, raggiungiamo la cima del monte Baitridana, dopo circa tre ore di cammino da Albaredo.

Difficoltà
T
Dislivello
470 m
Tempo
1 h e 30 min
- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Da Morbegno a Gerola sull'antichissima via che congiungeva Val Gerola e Valsassina

Non esiste sentiero o traversata che assommi in sé tanti elementi di interesse, innanzitutto storico, ma poi naturalistico, panoramico ed escursionistico, quanti sono quelli legati alla Via del Bitto. Pochi ne conoscono l’esistenza, ma non si tratta di una nuova trovata legata alla valorizzazione di alcuni territori, o prodotti, o strutture turistiche, bensì di un itinerario millenario, che data dall’epoca pre-romana, e che ha rivestito, fino all’età moderna, una funzione assolutamente strategica nelle comunicazioni fra il mondo latino e quello retico-germanico. Insomma: è nata prima la Via del Bitto del formaggio Bitto. Infatti, è stata per molti secoli la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona ("buchéta de Truna", m. 2092, al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km. Si obietterà: lo sviluppo limitato è compensato dal territorio montano, il cui attraversamento è notoriamente legato ad asperità, passaggi difficili, e così via. Non è vero. Innanzitutto, fino ad epoche non lontanissime, il transito in montagna risultava spesso più sicuro e salubre rispetto a quello in pianura.
Sacco. Foto di M. Dei CasIn secondo luogo, la via rappresenta non solo il più breve, ma anche uno dei più agevoli fra i molteplici valichi della catena orobica, in quanto le bocchette della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo") e di Trona, cioè i due punti salienti, si raggiungono facilmente, mentre la discesa dalla bocchetta di Trona alla piana della bassa Valtellina non è più difficile di quella che avviene da altre valli orobiche. Prova ne è che il cartello che troviamo ad Introbio, laddove la mulattiera comincia la sua salita in val Troggia, dà la bocchetta di Trona a 5 ore e Morbegno a 10 ore. Indicazione un po’ ottimistica, per la verità, ma non irrealistica. Diciamo che sarebbe opportuno fare la media fra queste valutazioni e quelle di un cippo più antico, anch’esso visibile ad Introbio, che dà la bocchetta di Trona a 10 ore e un quarto e Morbegno a 15 ore. Comunque, per tagliare la testa al toro, basta provare a percorrerla (ma, evidentemente, in un paio di giorni almeno).
La raccontiamo dal punto di vista dei barbari, o, se preferite, dei Retici, o, ancora, dei Grigioni, che, nel periodo del loro dominio in Valtellina, calarono con seimila micidiali fanti su Introbio nel 1531: partiamo, cioè, da Morbegno, a 260 metri circa. In cammino, dunque: raggiungiamo l’imbocco della strada ex statale 405, ora strada provinciale, della Val Gerola, staccandoci sulla destra dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza del primo semaforo (per chi viene da Milano) all’ingresso di Morbegno. Non imbocchiamo, però, tale strada, ma una più stretta stradina, che termina dopo 1,5 km e che se ne stacca subito sulla sinistra (cartello con l’indicazione per il rifugio Trona). La stradina, inizialmente ha un fondo in asfalto, poi diventa una bella mulattiera che, superate alcune baite diroccate (m. 385), conduce, poco sopra quota 400, alla selva Maloberti, dove si trova un’area di sosta attrezzata, che costituisce un eccellente osservatorio su Morbegno, sulla bassa Valtellina e sulla Costiera dei Cech.
Poi, oltrepassata una fontana dove un cartello ricorda il nesso fra pulizia e bellezza, ed intercettata la mulattiera che sale da Regoledo, La chiesa parrocchiale di Rasura. Foto di M. Dei Casraggiungiamo l’ampio terrazzo di prati e selve di castagni della località Campione (m. 580), che, alla bellezza ed amenità dello scenario naturale, unisce un motivo di interesse storico: qui nacque, infatti, nel 1417 la celebre figura di Bona Lombarda, eroina della storia del quattrocento italiano. Si trattava di una contadina di cui si innamorò il capitano Pietro Brunoro, che militava nell’esercito del Ducato di Milano (allora signoria dei Visconti), guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino e dal valtellinese Stefano Quadrio, esercito che aveva appena sconfitto quello veneziano nella battaglia di Delebio (1432). I due si sposarono nella chiesa di Sacco e la moglie seguì poi il capitano, di origine parmense, nelle sue peregrinazioni legate alla compagnia di ventura per la quale militava. Fin qui niente di strano: ciò che, però, rese quasi leggendaria la figura della donna fu la pratica delle armi, nella quale, affiancando il marito, si distinse per coraggio e valore, tanto da farne un’eroina molto amata, soprattutto in epoca romantica.
Bene: dopo aver tributato il giusto omaggio al valore delle donne valtellinesi, lasciamo alle nostre spalle anche la cappella posta a ricordo del giubileo sacerdotale di Leone XIII, e, ricordato che qui passa anche il confine fra i comuni di Morbegno (parte bassa di Campione) e Cosio (parte alta), proseguiamo fino ad intercettare, poco oltre le belle baite di Campione, la strada statale della Val Gerola, che però lasciamo subito, staccandocene sulla destra, per seguire una pista che porta a Sacco (m. 700), il primo paese che si incontra entrando nella valle, a 7 km da Morbegno, per chi percorre la strada statale.
La pista ci porta proprio alla chiesa parrocchiale di san Lorenzo, dall’elegante facciata barocca, nella piazza centrale del paese. Fra le leggende del mondo contadino di cui qui possiamo trovare traccia vi è anche quella, famosa, dell’homo selvadego, figura irsuta di uomo solitario rappresentato con una clava in mano, pronto a rispondere ai torti altrui non con la violenza, ma con la semplice paura legata alla sua apparenza selvaggia. La cascata della Füla, presso il Mulino del Dosso. Foto di M. Dei CasIn lui si condensano vari temi, e soprattutto quelli del pastore inselvatichito dalla solitudine protratta e di una sorta di buon selvaggio, cioè di uomo che, recuperando una dimensione del tutto naturale, non chiede altro che di essere lasciato in pace e non ama affatto la violenza. Il museo dell’homo selvadego, che si trova nel paese, è proprio dedicato a questa singolare figura.
Dal paese scendiamo di nuovo alla strada statale, lasciandola di nuovo, dopo pochi metri, questa volta, però, per scendere sulla sinistra, cioè più in basso, imboccando una stradina (cartello con l’indicazione del Mulino del Dosso e del Museo etnografico Vanseraf). La stradina asfaltata, dopo un gruppo di case, termina nei pressi di una fontana, diventando una pista che porta al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico da Serafino Vaninetti (di qui la denominazione di museo Vanseraf), aperto il sabato e la domenica, dalle 14.00 alle 18.00 (o anche in altri giorni, previa prenotazione). Il mulino è posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle denominata “Il fiume”.
Proseguendo sulla pista, raggiungiamo la parte bassa di Rasura (m. 762, a 9 km da Morbegno, per chi percorre la strada statale). La pista passa proprio sotto la bella chiesa parrocchiale di san Giacomo, consacrata nel 1610. Dalla chiesa si gode di un ottimo panorama sul versante retico, dove spicca l’inconfondibile profilo del monte Disgrazia. Continuiamo il cammino, su una pista sterrata, estremamente riposante, sulla quale troviamo prima una graziosa panchina in legno, poi il bellissimo ponte che permette di scavalcare il solco della parte inferiore della Valmala ("val màla", detta anche "val del pich"), la cui denominazione si connette con l’aspetto selvaggio e dirupato che assume proprio in questa parte. Il ponte sulla Valmala. Foto di M. Dei CasPoco oltre il ponte, un’altra perla, il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta posta su uno spuntone di roccia, dedicata alla “Madonna del Picch” e restaurata dalla Pro-Loco di rasura nel 2002, con una lodevole iniziativa che restituisce alla sua bellezza originaria questa testimonianza della devozione popolare. E’ interessante osservare come cappellette come questa si trovino con regolarità quasi costante nei pressi di luoghi dirupati o nei tratti più solitari dei sentieri, come rassicurante protezione per il viandante.
Proseguendo, intercettiamo la strada sterrata che scende alla centrale Enel nel cuore della valle; noi la tagliamo, imboccando il sentiero che se ne stacca subito, sulla destra, salendo con qualche tornante fino ad un nuovo gruppo di case, oltre le quali termina. Dobbiamo quindi imboccare un sentierino sulla destra, che, in breve, ci riporta alla strada statale, appena prima dell’imbocco della semicurva a destra che precede le prime case di Pedesina (m. 992, a 11,5 km da Morbegno, per chi percorra la strada statale). La chiesa parrocchiale di S. Croce di S. Antonio, questa volta, è posta più in alto, a 1032 metri, sopra la strada. Il paese è un ottimo osservatorio panoramico sul versante retico, nel quale si distinguono le principali cime del gruppo del Masino-Disgrazia.
Percorrendo per un breve tratto la strada statale, troviamo, all’uscita dal paese, un cartello che segnala la partenza di una nuova sezione della Via del Bitto, ristrutturata ed attrezzata dalla Comunità Montana Valtellina di Morbegno nel 2001, nell’ambito del progetto Italo-svizzero denominato “Strade di Pietra”. Si tratta di un segmento articolato in due parti contigue: il tratto Pedesina - Ponte in val di Pai (0,6 km) e quello Ponte in Val di Pai - Valle fraz. Di Gerola (km. 1,3). Già nel primo tratto lo scenario che ci ha finora accompagnato (uno scenario, cioè, aperto, panoramico, ameno) cambia bruscamente: entriamo nel cuore ombroso di un folto bosco di castagni e scendiamo con ripidi tornanti verso il cuore segreto della valle, perdendo 100 metri di quota, prima di raggiungere il bel ponte in legno che supera la selvaggia val di Pai. Anche nelle giornate più luminose qui saremo circondati dall’umida ombra di questa forra che incute timore, se non vera e propria paura. Il ponte sulla val di Pai. Foto di M. Dei CasSul lato opposto, dobbiamo superare un fianco roccioso, sfruttando la bella scalinatura e le corde fisse che ci sono veramente d’aiuto.
Poi il sentiero corre all’ombra di un bellissimo bosco di conifere, fino a raggiungere la frazione Valle di Gerola (m. 998): qui la valle comincia ad assumere la conformazione ad “U” caratteristica dei solchi generati dall’escavazione glaciale, ed il torrente Bitto non scorre più rinserrato fra rocce dirupate, ma si mostra al centro del pianoro che ospita il centro principale della valle stessa, cioè Gerola Alta (m. 1050), che raggiungiamo facilmente da Valle. Siamo in cammino da circa 4 ore, ed abbiamo superato un dislivello di circa 950 metri in altezza. Qui possiamo fermarci per il pernottamento, che può avvenire presso uno degli alberghi del paese, in attesa di percorrere il successivo tratto della Via del Bitto, raccontato nella seconda presentazione.

Difficoltà
E
Dislivello
950 mt
Tempo
4 h

- Cartina Kompass Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cechi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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