La terza tappa, insieme alla quinta, è quella
che riserva le maggiori emozioni, perché gli scenari che apre
improvvisamente al nostro sguardo sono semplicemente grandiosi, e mettono
in seria difficoltà il povero cronista, che fatica non poco a
trovare aggettivi adeguati ad evocarne l'impatto di forte suggestione
visiva. Partiamo dai rifugi Gerli-Porro e Ventina (o, se abbiamo preferito
scendere in paese, da Chiareggio). Scendendo dai rifugi, troviamo, dopo
un breve tratto, un tornante sinistrorso, seguito subito da uno destrorso.
Fra i due tornanti è facilmente individuabile un sentiero che
si stacca sulla sinistra dal tratturo. Una scritta su un masso ci indica
che si tratta del sentiero che porta all'alpe Forbesina (o Forbicina).
Il sentiero scende verso il fondovalle e ne percorre il lato destro.
Ad un certo punto si può seguire una deviazione a sinistra, che
varca il torrente Ventina e si addentra nel primo
tratto
del lato sud-orientale della val Sissone, fino ad un ponte sul ramo
del torrente Màllero che scende dalla valle, ponte che ci permette
di passare sul lato opposto, proseguendo nel percorso dell'alta via.
E' però preferibile ignorare la deviazione e proseguire fino
all'alpe Forbesina (m. 1640), che si raggiunge valicato il Màllero,
per poi dirigersi a sinistra, verso l'interno della valle, sul suo lato
nord-occidentale. Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Tartaglione-Crispo
(sentiero che permette anche, per una via più breve rispetto
all'alta via, di raggiungere il rifugio Del Grande-Camerini), raggiungiamo
così la bucolica alpe Laresin (m. 1710).
Ignorata anche la deviazione che sale a destra nel bosco alla volta
dell'alpe Sissone, seguiamo gli ormai famigliari triangoli gialli, il
cui tracciato, su un terreno spesso faticoso perché disseminato
di massi, si addentra nella valle, lasciandosi alle spalle gli ultimi
radi larici. Superiamo così una pronunciata gola rocciosa, ben
visibile alla nostra destra.
Diritte davanti ai nostri occhi sono invece facilmente riconoscibili
le tre cime di Chiareggio, e precisamente, da sinistra, la cima meridionale
(m. 3093, immediatamente a destra del passo di Mello, fra val Sissone
e val Cameraccio), la cima centrale (m. 3107) e la cima settentrionale
(m. 3203). Quest'ultima, conosciuta anche come punta Baroni, non è
soltanto la più elevata, ma anche senz'altro la più elegante,
con il suo vertice conico dalle forme possenti ed armoniose e con il
singolare e pronunciato spigolo orientale. La cima è dedicata
alla memoria della guida alpina bergamasca Antonio Baroni, che proprio
su
queste
montagne, alla fine dell'ottocento, ebbe modo di dimostrare tutto il
suo valore.
Ma non distraiamoci: non dobbiamo, infatti, perdere d'occhio i segnavia,
perché ad un certo punto il tracciato devia a destra e risale
il fianco della valle, seguendo una traccia molto incerta fra magri
pascoli. Raggiungiamo così un piccolo pianoro e ci troviamo di
fronte ad una cascata di portata limitata ma dal salto considerevole.
Attraversato il torrentello, riprendiamo la salita, che si fa sempre
più ripida, mettendo a dura prova muscoli e polmoni. Guadagnato
un secondo ripiano (o meglio, il più dolce declivio terminale
del fianco della valle), ci troviamo di fronte ad uno spettacolo che
ci ripaga ampiamente della fatica: le cime di Rosso (m. 3366, a sinistra
nella foto sopra) e di Vazzeda (m. 3301) chiudono, con la loro muraglia
rocciosa, il lato nord-occidentale della valle. Si tratta di cime che
si pongono sul limite orientale del gruppo Masino-Bregaglia. Il colore
più chiaro della cima di Vazzeda è dovuto alla sua situazione
singolare per cui (caso unico nel gruppo montuoso) alle rocce granitiche
si sono sovrapposte rocce sedimentarie. Non è questo, peraltro,
l'unico motivo di interesse mineralogico della val Sissone, che è
una sorta di Eldorado per gli appassionati di mineralogia, che hanno
potuto trovarvi, in decenni di ricerche fra la massa sterminata dei
sassi, reperti mineralogici rari e pregiati. Se poi volgiamo lo sguardo
a sinistra, vediamo che a nord-ovest della punta Baroni è apparso
allo sguardo il monte Sissone (m. 3330), dietro un lungo crinale morenico
che ricorda quello della valle di Preda Rossa.
Ma
lo spettacolo destinato ad imprimersi con maggior forza nella memoria
è senza dubbio quello che ci riserva il fianco meridionale della
valle, dove si dispiega di fronte ai nostri occhi i tormentato e selvaggio
scenario della vedretta settentrionale del monte Disgrazia (m. 3678),
segnata da grandi seracchi e crepacci. Quando i primi alpinisti inglesi
vennero per conquistare la montagna da questo lato, si sentirono dire,
dalla gente del posto, dopo la caduta fragorosa di qualche seracco a
valle: desgiàscia, cioè si scioglie; questa è la
più probabile spiegazione dell'origine del nome del monte, visto
che la storia della sua conquista non è segnata da particolari
eventi luttuosi.
Ma è tempo di riprendere il cammino: ora la traccia piega a destra,
salendo gradualmente e superando un grosso e caratteristico masso biancastro.
Oltrepassati alcuni valloncelli, puntiamo in direzione del crinale roccioso
che scende dal fianco sud-orientale della cima di Vazzeda. Il sentiero
raggiunge una ben visibile spaccatura nella roccia: si tratta del Passo
della Corna di Sissone di dentro (m. 2438), che permette di passare
dall'alpe Sissone di dentro all'alpe Sissone. Attraverso lo stretto
intaglio della porta possiamo intravedere alcune delle grandi cime della
testata della Valmalenco, e precisamente il pizzo Tremoggia (m. 3441),
il pizzo Malenco (m. 3438) ed il sasso d'Entova (m. 3329). Lo sguardo
si apre quindi all'ampio circo terminale dell'alpe Sissone, dominato
ancora, a sinistra, dalla cima di Vazzeda.
La discesa all'alpe è facile e sfrutta, nel primo tratto, un
bel sentiero scalinato. Poi ci tocca una nuova traversata sostanzialmente
pianeggiante, finché giungiamo al punto (m. 2290) in cui l'alta
via intercetta il sentiero che sale direttamente dall'alpe Laresin all'alpe
Sissone (segnavia rosso-bianco-rossi). Ora
il
sentiero piega a sinistra, salendo ripido alla costiera che separa l'alpe
Sissone dall'ampio terrazzo che si trova sotto la piccola vedretta di
Vazzeda. Raggiunta la base del crinale roccioso, dobbiamo superarlo
con qualche semplice passo di arrampicata.
L'ultimo passaggio richiede per la verità molta cautela e concentrazione,
soprattutto se la roccia è bagnata: per fortuna è stato
recentemente attrezzato con corde fisse. Sormontate le roccette del
crinale, appare a sinistra la bandiera italiana, che preannuncia la
presenza di un rifugio. Dobbiamo risalire per qualche decina di metri
prima di raggiungerlo: si tratta del rifugio Del Grande-Camerini (m.
2580), che, lasciato per diverso tempo in condizioni di abbandono, è
stato di recente riaperto, grazie all'iniziativa del CAI di Sovico (http://digilander.iol.it/caisovico;
caisovico@libero.it; tel.: 0342 556010).
Dal rifugio si domina l'alta Valmalenco, da San Giuseppe a Chiareggio.
Lo sguardo, a sinistra, è attirato dalla bella piramide del monte
del Forno (m. 3214), alla cui sinistra è collocata la sella del
Forno (m. 2775), che permette di scendere, sul versante svizzero, alla
Vedretta del Forno, raggiungendo, in breve, il rifugio del Forno, del
Club Alpino Svizzero.
L'ultimo tratto di questa terza tappa è interamente in discesa:
seguendo infatti le indicazioni poste su un grande masso poco sotto
il rifugio, seguiamo nel primo tratto la direzione che punta direttamente
al fondovalle, per poi piegare a sinistra e, ignorata la deviazione
a destra che scende direttamente al rifugio Tartaglione-Crispo (segnavia
bianco-rossi; attenzione a seguirli per non
perdersi
nel bosco), iniziare una lunga diagonale che, superati alcuni valloncelli,
conduce al limite superiore di un bel bosco di larici, dove il sentiero
piega a destra (est). L'ulteriore discesa nel bosco ci permette di raggiunge
il limite superiore dell'alpe Vazzeda superiore (m. 2033), dove al sentiero
dell'alta via si congiunge quello che scende dalla sella del Forno (segnavia
bianco-azzurri). Attraversata l'alpe e raggiunto il suo limite inferiore,
scendiamo attraverso un largo corridoio, in direzione all'alpe Vazzeda
inferiore (m. 1832).
Attraversata anche quest'alpe, riprendiamo il sentiero che, nel suo
limite inferiore, riparte tagliando decisamente a destra e raggiungendo
in breve un torrentello, superato il quale su un ponticello di troviamo
ad un bivio. Proseguendo a destra raggiungiamo il rifugio Tartaglione-Crispo,
dove possiamo pernottare. Scendendo invece a sinistra ci ritroviamo
al ponte sul Màllero, varcato il quale percorriamo la bella pineta
del Pian del Lupo, su una comoda strada sterrata che ci porta al grande
parcheggio di Chiareggio.
E proprio da Chiareggio, dove possiamo pernottare, gettiamo un'ultima
occhiata alle cime che abbiamo potuto ammirare da vicino, cioè
la parete nord del Disgrazia, le cime di Chiareggio, il monte Sissone
e le cime di Rosso e di Vazzeda.
La terza tappa richiede circa 7 ore; il dislivello effettivamente superato
in salita è di poco più di 1000 metri.