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Val Fontana
Nel versante
retico sopra Ponte in Valtellina e Chiuro
Nel versante
retico sopra Ponte in Valtellina e Chiuro
Della Val Fontana, la “Guida alla Valtellina” della sezione
valtellinese del CAI (Sondrio, II ed., 1884), dice: “E’
vasta, ricca di maggenghi e di pascoli. S’apre a oriente di Ponte
e procede verso nord. Una strada praticabile alle priali (…carri
a due ruote con due tronchi d’albero che poggiano le loro estremità
sulla via e vengono così strascicate nella discesa…) conduce
fino alle ultime alpi nel piano della valle…” A distanza
di più di un secolo, questa descrizione è ancora in certa
misura attuale.
La valle, pur non avendo le dimensioni delle illustri vicine, vale a
dire la Valmalenco ad ovest e la Valle di Poschiavo ad est, non può
certo essere considerata fra le minori del versante retico, ed offre
un gran numero di interessanti percorsi escursionistici. Tuttavia sono
pochi quelli che la conoscono, ed ancor meno quelli che ne conoscono
le possibilità offerte agli amanti delle camminati in ambienti
incontaminati e di grande bellezza.
Quali i motivi? Uno, sicuramente, è la difficoltà di accesso.
Una strada la percorre dall’imbocco all’alpe Campiascio,
sul pianoro ai piedi della sua testata, ma si tratta di una strada poco
agevole. È asfaltata fino alle baite di Campello (dove si trova
uno dei due rifugi della valle, il rifugio
A.N.A. ricavato dall’ex caserma della guardia di Finanza intitolata
al finanziere Massimino Erler), dove
l’asfalto cede il posto, per un breve tratto, al cemento, cui
segue ben presto un fondo sterrato in condizioni tutt’altro che
buone. Anche la parte asfaltata è in buona parte piuttosto stretta,
è occupata talora da mucche o capre, e richiede quindi prudenza
ed attenzione. Il traffico è, inoltre, vietato dalle ore 20.00
alle ore 7.00. In valle, poi, mancano centri e strutture recettive per
il turismo. Ben poche, poi, sono le cime o le pareti capaci di attrarre
i cultori della pratica alpinistica. Non manca, invece, un’alta
via che riproduce, in dimensioni ridotte, l’arco dell’Alta
Via della Valmalenco, ma si tratta di un percorso che, a parte le
intrinseche difficoltà proposte da diversi passaggi, è
priva di una segnaletica adeguata, per cui solo escursionisti davvero
esperti, con un adeguato supporto cartografico, potrebbero venirne a
capo. Aggiungiamo la fama poco simpatica legata alla presenza delle
vipere che, si dice, qui abbondino (ed è quindi bene, ma questo
vale per qualunque altra zona alpina, praticare l’escursionismo
con calzoni o tuta di tessuto robusto, evitando i “fuori-sentiero”,
soprattutto nelle pietraie e laddove la bassa vegetazione impedisca
di vedere dove si mettano i piedi).
Risultato: eccezion fatta per i giorni festivi nel cuore della stagione
estiva, percorrendo la Val Fontana ci capiterà di incontrare
ben poche persone. Eppure la Val Fontana è, per diversi aspetti,
un ambiente ideale per i consuma-scarpe (così, simpaticamente,
si potrebbero definire gli amanti delle lunghe camminate): un ambiente
incontaminato, il fascino della montagna che conserva ancora un aspetto
solitario e selvaggio, la
presenza di pochi sentieri, ma in gran parte in buone condizioni, le
molteplici possibilità di interessanti traversate verso la Valle
di Poschiavo, la Val Painale ed il versante retico mediovaltellinese.
Riportiamo, nelle pagine raggiungibili attraverso i link riportati in
fondo, alcune interessanti e pochissimo conosciute proposte escursionistiche,
legate al Sentiero del Sole
che la attraversa da ovest ad est, alle valli del Combolo, Malgina,
dei Laghi e Sareggio, all’alpe ed al passo di Saline alla Val
Forame ed al secondo rifugio presente in valle, la capanna Cederna-Maffina.
Vediamo, innanzitutto, come raggiungere la valle. Chi percorra la ss.
38 dello Stelvio, se ne deve staccare all’altezza di San Carlo
di Chiuro (riconoscibile per la chiesa ed il ristorante S. Carlo), per
imboccare non la strada che sale verso Chiuro, ma quella che parte alla
sua sinistra, a lato della chiesa di S. Carlo (la via S. Carlo), e che
sale verso la chiesa della Madonna di Campagna ed il cimitero di Ponte
in Valtellina. Poco oltre la chiesa, ad uno stop, proseguiamo nella
salita, imboccando la via Europa, volgendo a sinistra e raggiungendo
la chiesetta di san Gregorio Magno, sul limite occidentale di Ponte
in Valtellina. Qui dobbiamo svoltare a destra, immettendoci sulla strada
provinciale 21, Panoramica dei Castelli, che proviene da Tresivio e
prosegue per Castionetto di Chiuro; dopo un breve tratto, ignorata una
deviazione a destra, svoltiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per
San Bernardo e la Val Fontana. La strada attraversa una fascia di terreni
destinati alla coltura del melo e, dopo una svolta a destra, porta alla
bellissima e trecentesca chiesetta di San Rocco, a 773 metri.
Appena sopra la chiesetta, troviamo un bivio: ignorando la strada di
sinistra, che sale a San Bernardo, proseguiamo a sinistra, sulla stretta
strada che si inoltra in Val Fontana sul suo versante occidentale, incontrando
dapprima le baite di Cevo (m. 1026) e raggiungendo poi, dopo una breve
discesa, il ponte di Premelè (m. 1046, ad 8 km. dalla chiesetta
di San Gregorio), che consente di passare sul lato opposto della valle,
varcando il torrente Valfontana (un torrente impetuoso, che scorre per
14 km con una pendenza media del 16% e che non ha mancato di provocare
disastri alluvionali, soprattutto nel paese di Chiuro, nel corso dei
secoli).
Attraversato il ponte, dall’elegante architettura coperta, troviamo,
sulla nostra destra, una pista con fondo in cemento, che scende tagliando
il fianco orientale della Val Fontana. Scendendo per un tratto lungo
la pista, possiamo vedere alla nostra destra, sul letto del torrente,
un grande masso, sulla cui sommità si vede un’impronta
che sembra essere stata impressa da una grande mano. Al masso è
legata una leggenda: pare che il diavolo lo volesse scagliare da Dalico
su Castionetto e che sia finito qui per un errore; prima che questi
potesse ripetere il tentativo, tuttavia, intervenne Sant’Antonio,
mettendolo in fuga, per cui l’impronta della mano sarebbe sua
(o, secondo altra versione, quella del diavolo). La pista, in cui al
fondo in cemento si sostituisce quello in terra battuta, termina, dopo
un buon tratto in salita ed un’ultima discesa, confluendo nella
strada asfaltata che da Castionetto di Chiuro sale a Dalico, un
paio di tornanti sopra la Torre di Castionetto. Si tratta, quindi, di
una via di accesso alternativa alla Val Fontana, percorribile, però,
non con automezzi, ma in mountain-bike.
Torniamo sulla strada che sale in valle: qualche tornante dopo il ponte
di Premelè, ci porta, quindi, al nucleo di S. Antonio, con la
caratteristica chiesetta omonima (m. 1208, a 10 km. dalla chiesetta
di S. Gregorio). Proseguendo, dopo circa 2 km passiamo a valle delle
baite di Campello, dove si trova anche l’ex-caserma della guardia
di Finanza “Massimino Erler”, ora rifugio dell’A.N.A.
di Ponte (dalla strada il rifugio e le baite non si vedono, perché
si trovano più a monte, sulla destra). Dalle baite di Campello
parte il difficile sentiero che risale, ripido, la valle del Combolo.
Qui si trova anche, alla nostra sinistra, il ponte che consente di passare
(a piedi o in mountain-bike) sul lato opposto della valle, incontrando
le baite poste allo sbocco della Val Vicima, importante laterale occidentale
della Val Fontana.
Inizia, ora, per il nostro veicolo la parte più sofferta: il
fondo sconnesso della strada sterrata lo mette, infatti, a dura prova.
Sono necessari altri 3 km prima di approdare alla splendida piana denominata
Pian dei Cavalli, a 1550 metri. Da qui parte l’escursione che
prevede una salita in Val Malgina. La sterrata prosegue per terminare
alla seconda grande piana, quella dell’alpe Campiascio (m. 1680),
a poco più di 1 km di distanza. In
questo tratto, appena oltrepassato un bel ponticello in legno, troviamo
una deviazione, a destra: di qui partono le escursioni alla Valle dei
Laghi ed alla Val Sareggio. Dall’alpe Campiascio, infine, partono
le escursioni che hanno come meta il rifugio
Cederna-Maffina e l’alpe ed il passo di Saline (o la vicina
bocchetta di Vartegna).
Per visionare queste diverse possibilità escursionistiche,
basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto riportata.
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| Difficoltà |
T (turistica) |
Dislivello |
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| Tempo |
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Cartina Kompass n. 93, settori C5, C6 e C7 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sopra Campello,
sul lato orientale della Val Fontana
Nella già solitaria Val Fontana, la Val
Vicima (da non confondere con l'omonima in Val di Tartano) rivaleggia
con la Valle del Combolo per la palma
della valle più solitaria. Si tratta della prima valle che si
incontra, sulla sinistra, entrando in Val Fontana, e non è una
valle minore, ma di dimensioni medie. Gli amanti dei passi inanellati
nella cornice di silenzi profondissimi non potranno, quindi, mancare
di farci un serio pensierino. Aggiungiamo: con due automobili a disposizione,
si può effettuare un’elegantissima traversata, per la bocchetta
di Ron, dalla Val Fontana all’alpe di Ron, con successiva discesa
S. Bernardo, sopra Ponte in Valtellina.
Vediamo, allora, come salire in questa valle. Con l’automobile
dobbiamo raggiungere, partendo da Chiuro, la località Campello,
oltre S. Antonio, in Val Fontana, dove si trova anche il rifugio intitolato
al finanziere Massimino Erler.
Appena prima di incontrare, sulla destra, l’ex caserma della guardia
di Finanza adibita ora a rifugio, troviamo, sulla sinistra della strada,
una stradina che scende al torrente di Val Fontana, dove un ponticello
in legno (m. 1401) porta sul lato opposto della valle,
in un punto immediatamente a monte a quello di confluenza del torrente
Vicima nel torrente di Val Fontana. Lasciamo, quindi, l’automobile
in uno dei pochi slarghi della strada, ed imbocchiamo la pista, che,
oltre il ponte, procede verso destra, tagliando la parte bassa della
fascia di prati nella quale si allarga la basse Val Vicima. Se gettiamo
un’occhiata alle nostre spalle, vedremo un interessato spaccato
della catena orobica, che ci propone gli unici “tremila”
di questa catena, i pizzi di Coca, Scais e Redorta.
Dopo aver valicato un ponticello più modesto ed essere passati
a fianco delle baite ai piedi dei prati (m. 1458), risaliamo la fascia
di prati, su traccia di sentiero, portandoci gradualmente verso sinistra,
fino a trovare un ponticello piuttosto rudimentale, costituito da pochi
tronchi allineati, che ci consente di valicare, da destra a sinistra,
il torrentello che scende dalla valle, a quota 1570. Il sentiero comincia,
quindi, a salire nella fresca e luminosa cornice di un bel bosco di
larici. Incontriamo qualche segnavia giallo, il colore che ci accompagnerà
nel resto della salita. A quota 1629 approdiamo ad una radura, quel
che resta dell’alpe Basalone, dove si trovano due baite.
La
salita prosegue nel bosco, finché, superato di nuovo il torrente
da sinistra a destra, sbuchiamo, a quota 1850, ad un’ampia fascia
prativa (dove il sentiero quasi scompare), che attraversiamo in diagonale
verso destra, incontrando anche, su un grande masso, un ometto, mentre
davanti a noi, a nord, occhieggia la cima Cigola (m. 2560). Terminata
la diagonale e raggiunto il limite settentrionale della fascia, pieghiamo
a sinistra, guidati da un secondo ometto, e rientrando, per un breve
tratto, nella macchia.
Poi usciamo di nuovo all’aperto, su un largo versante occupato
da massi ed erba piuttosto alta. Dobbiamo stare sempre molto attenti
ai bolli ed agli ometti, perché il sentiero appare e scompare.
In particolare, può trarre in inganno la carta IGM, che segna
il sentiero nei pressi del torrente. In realtà proseguiamo in
direzione di una formazione rocciosa che vediamo davanti a noi. Dopo
aver guadato, da sinistra a destra, un ramo secondario del torrente,
pieghiamo decisamente a destra, lasciando la formazione rocciosa alla
nostra sinistra, e raggiungendo il fianco roccioso di destra (nord-est)
della valle. Poi volgiamo di nuovo a sinistra, superando una fascia
di ontani ed un successivo versante erboso disseminato di sassi, fino
ad approdare alla soglia dell’alpe Vicima, distesa sulla piana
di quota 2183. La traccia di sentiero è sempre discontinua,
per cui l’attenzione agli ometti è essenziale. Di più:
è proprio quest’ultimo tratto che precede l’alpe
ad offrire i maggiori problemi al ritorno, in quanto non è facile
individuare il sentiero, se non si sono memorizzati alcuni punti di
riferimento.
Poco prima di raggiungere l’alpe, si mostrano, a chiudere il panorama
dell’alta valle, eleganti e signorili, tre cima, la centrale vetta
di Ron (m. 3137), regina della valle, e le sue due ancelle, la corna
Brutana (m. 2989), a sinistra, e la Cima Corti (m. 3032), alla sua destra.
All’alpe ci accoglie un grande masso, dalla forma singolare, poi
il rudere di due edifici per il ricovero del bestiame e di alcune baite
minori. Si intuisce che in passato questa fosse un’alpe di primaria
importanza. Ora vive dignitosamente il suo torpido oblio, e non sembra
ridestarsi neppure allo sguardo curioso dell’escursionista. Proseguiamo,
tenendo più o meno il centro della piana. Un grande sperone roccioso
centrale ci impedisce la visuale sull’alta valle. Anche la vetta
di Ron torna a nascondersi. È il gioco della valle, che contrappunta
i suoi silenzi.
Guardiamo alla testata della valle, sulla sinistra: riconosceremo due
depressioni, una più marcata a destra, una appena accennata a
sinistra. La bocchetta di Ron (m. 2639), che consente di scendere all’alpe
omonima, è la meno evidente di queste selle, cioè quella
di sinistra. Prima di lasciare l’alpe, volgiamo per un attimo
lo sguardo: ottima è la visuale sulla Valle del Combolo, che
culmina nel pizzo
Combolo, a sinistra, nella bocchetta della Combolina, al centro,
e nel monte Calighè, a destra.
La
traccia di sentiero punta, ora, al fianco sinistro dello sperone centrale
(attenzione a non seguire la traccia che, invece, piega a destra e sale
in Val Molina, prolungamento settentrionale dell’alta Val Vicima),
attraversa il torrente da destra a sinistra ed approda ad un’ampia
conca di sfasciumi (m. 2300), a sinistra dello sperone. Ora possiamo
vedere con maggiore chiarezza le due selle. Quella di destra sembra
più agevole ed invitante, ma è a quella, più stretta
e leggermente più alta, di sinistra che dobbiamo puntare. Le
possibilità sono due. Una diagonale, a vista, che guadagna, per
via diretta, il piede del ripido versante che sale alla bocchetta, oppure
l’ampio semicerchio, più a destra, descritto dall’esile
traccia di sentiero. La prima via è più breve, ma anche
più faticosa, perché ci impone di attraversare una fascia
di sfasciumi, con tutte le attenzioni del caso.
Se optiamo per la seconda soluzione, dobbiamo stare attenti a lasciare
alla nostra destra la traccia che sale al più alto passo di Vicima
(m. 2869), lo stretto intaglio nel quale culmina un ripido canalino
di sfasciumi, posto fra la cima Corti, a sinistra, e la cima Vicima
(m. 3124), a destra. Segnaliamo, en passant, che
questo passo, ancor più disagevole della bocchetta di Ron, permette
di passare dall’alta Val Vicima alla Val Painale, scendendo al
rifugio De Dosso.
Ma torniamo al versante sotto la bocchetta di Ron. La salita, nel primo
tratto, è abbastanza faticosa, ma senza problemi. Incontriamo,
anche, un grande triangolo rosso contornato di giallo, il simbolo dell’Alta
Via della Val Fontana, che parte dall’alpe di Ron, scende in Val
Vicima proprio dalla bocchetta di Ron e poi comincia una traversata
alta sul versante opposto della valle. Più si sale, e più
sale la fatica, perché aumenta la pendenza. Nell’ultimo
tratto i magri pascoli lasciano il posto a canalini generati da slavine.
Il terreno è duro, per cui dobbiamo attraversare l’ultimo
tratto con piede fermo.
Pieghiamo, alla fine, leggermente a destra, per raggiungere la sella
erbosa dei 2639 metri della bocchetta, che si apre fra il Rovinadone,
alla nostra destra (m. 2748) e la cima dei Motti, alla nostra sinistra
(m. 2773). Camminiamo da quasi 4 ore, ed abbiamo superato un dislivello
in altezza di 1240 metri. Sul versante opposto, si apre la vasta distesa
dell’alpe di Ron, ai piedi
di un versante di sfasciumi e magri pascoli.
La
discesa all’alpe non presenta problemi, se non nel primo tratto,
un po’ ripido, e può avvenire anche a vista, in direzione
del ben visibile baitone dell’alpe (m. 2164). Appena sotto il
baitone giunge una pista sterrata che scende all’alpe Campo, dalla
quale una seconda e più larga pista conduce a S. Bernardo (m.
1270). Molto bello è anche il panorama orobico, che propone,
in primo piano, da sinistra, la Valle d’Arigna con la sua poderosa
testata, la Val Venina e la Valle del Livrio. Alle nostre spalle, l’estremo
orizzonte della solitudine, quella Val Molina che si presenta come un
immenso e rossastro deserto di massi. Alla sua sinistra, la cima Vicima
(m. 3124), preceduta dalle anticime quotate 3092 e 3123, poste a destra
del passo di Vicima. A sinistra del passo, invece, si mostra solo la
cima Corti, mentre la vetta di Ron resta nascosta. A destra della cima
Vicima, infine, il versante dell’alta valle risale, dopo l’ampia
conca della Val Molina, alla tozza cima di Forame (m. 3058) ed a quella
singolare del pizzo Calino (m. 3022).
Una serie di signore cime, dunque, contorna questa valle che merita
di essere chiamata una signora valle. Una signora abbandonata ed un
po’ triste, ma non desolata. Qualunque sia la via del ritorno
(per
la via d’andata o per l’alpe di Ron), non può che
essere questo il pensiero che ci accompagna.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
1240 m |
| Tempo |
4 h |
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Cartina Kompass n. 93, settori C6 e C7 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sopra Campello,
in Val Fontana
Se, salendo in Val Fontana, raggiungiamo, oltrepassata la località
di S. Antonio, le baite di Campello, dove si trova il rifugio
dell’A.N.A. di Ponte “Massimino Erler”, si apre
chiaramente, davanti ai nostri occhi ed alla nostra sinistra, la Val
Vicima, importante laterale occidentale della valle.
Non sospetteremmo, invece, che anche alla nostra destra scende una laterale,
orientale, la Valle del Combolo. Quel che vediamo, infatti, è
un versante ripido, occupato da formazioni rocciose e bosco e tagliato
da un solco dal quale il torrente Combolo raggiunge il fondovalle, confluendo
nel torrente Valfontana. Guardando da questo osservatorio, oltre il
solco ed il gradino roccioso si potrebbe pensare non vi sia altro che
un modesto vallone, intagliato nell’aspro fianco orientale della
Val Fontana. Invece si sviluppa una valle che ospita un’alpe e
che va ampliandosi nella sua parte più alta, diventando un ampio
circo, selvaggio e solitario, che termina ai piedi del versante meridionale
del pizzo Combolo (m. 2900), e che consente, grazie alla bocchetta della
Combolina (m. 2568), di uscire dalla Val Fontana e di scendere sul versante
retico che si affaccia sull’alpe Meden, in Val dei Cavalli (alta
Valle di Boalzo).
L’accesso alla Valle del Combolo non è agevole: il sentiero
che vi sale, infatti, nonostante sia stato ripulito una quindicina
di anni fa, è, in diversi punti, in cattive condizioni, per cui
solo con grande attenzione riusciamo a seguirne interamente la traccia
fino all’alpe Combolo (m. 1996). Oltre l’alpe, poi, finisce
per perdersi quasi interamente, costringendo ad una salita a vista che,
soprattutto nel primo tratto, è piuttosto faticosa. La valle,
infine, non ci offre il volto di una montagna ridente o suggestiva,
ma piuttosto quella di un ambiente scorbutico, aspro, apparentemente
privo di elementi di attrattiva. Non sembrerebbe, dunque, sussistere
alcun motivo per sobbarcarsi la faticosa salita lungo un sentiero in
buona parte ripido ed assediato da una vegetazione debordante. O meglio,
un motivo potrebbe esserci, quello di effettuare un’insolita traversata
ad anello che, passando dalla bocchetta della Combolina, ci permetta
di uscire dalla Val Fontana per rientrarvi, poi, passando dal versante
retico sopra Prato Valentino, traversando alla Costa di San Gaetano,
scendendo a Dalico e seguendo il tracciato del Sentiero del Sole, che
ci riconduce a S. Antonio, poco sotto Campello. È un motivo valido?
Ciascuno giudichi da sé.
Quel che è certo è che per intraprendere questa escursione
è necessaria una buona dose di esperienza, pazienza e prudenza,
oltre che buone condizioni ambientali (terreno asciutto ed assenza di
neve). È,
inoltre, opportuno percorrere l’anello escursionistico in senso
orario, partendo cioè da Campello, perché la discesa dalla
valle del Combolo, per chi non la conosca, espone al rischio di perdere
il sentiero e quindi di finire per dissipare tempo ed energie in faticosi
giri in una montagna rinselvatichita dal lungo abbandono.
Lasciamo, quindi, l’automobile ad una delle piazzole che precedono
le baite di Campello (m. 1400) e, imboccata la breve pista che dalla
strada si stacca sulla destra, portiamoci alla baita più a valle,
sul limite inferiore dei prati della località. Camminando a ridosso
del margine destro dei prati, nei pressi del torrente Combolo, cominciamo
a salire, fino a trovare, sul limite superiore, un piccolo varco fra
i sassi che delimitano il prato, e che introduce al sentiero. Nel primo
tratto questo sale nel bosco, diritto (direzione est), a sinistra del
torrente, fino a quota 1500 circa. Inizia, quindi, un lungo tratto nel
quale esso volge a sinistra (nord-est) e supera, a monte, un largo corpo
franoso, che scende fino ai prati a monte del rifugio dell’A.N.A.
di Ponte “Massimino Erler”, ricavato sfruttando un’ex-caserma
della Guardia di Finanza.
Poi pieghiamo ancora a destra, affrontando alcuni ripidi tornanti. La
traccia, in questo tratto, oltre che essere assai ripida, è molto
sporca, ed in alcuni punti il sentiero si indovina, più che vedersi.
Siamo
a ridosso della sponda rocciosa sul lato settentrionale della valle
ma, piegando ancora un po’ a destra (sud-est), ce ne allontaniamo
ben presto, entrando in una bella macchia di larici, dove la traccia
si fa più chiara, anche se rimane ripida. Il sentiero sbuca,
così, in una piccola radura, che sormonta il severo dosso che
abbiamo salito, poco sopra quota 1700, dove si trova anche un ometto.
Attraversata la radura, il sentiero prosegue, a destra, con un breve
tratto pianeggiante all’interno di una macchia, dalla quale esce
subito, in corrispondenza di una sorta di strozzatura della valle, ai
piedi di un piccolo corpo franoso, sulla nostra sinistra (punto di riferimento
prezioso per chi si trovasse a scendere), non lontano dal corso del
torrente, che rimane sempre alla nostra destra. Inizia il tratto più
faticoso della salita sul sentiero, perché questo, in molti punti
quasi interamente divorato dal sottobosco, sale, con diversi tornanti,
su un versante ricoperto da una vegetazione caotica e disordinata. Dopo
un primo tratto che ci porta quasi a ridosso del torrente, iniziano
i tornanti, ed inizia anche l’attenta ispezione del terreno che
ci consente, soprattutto nelle svolte, di non perdere la traccia. Superata
la fascia di sottobosco, rientriamo in una macchia di larici, e qui
la traccia, con nostro grande sollievo, torna ad essere più evidente,
finché il bosco si dirada un po’ e troviamo alcuni cumuli
di sassi. È già visibile, sopra di noi, l’apertura
dei prati dell’alpe del Combolo, che raggiungiamo salendo diritti,
a vista (la traccia qui si perde; se
dobbiamo tornare per la medesima via di salita, memorizziamo bene il
punto nel quale essa comincia a scendere nel bosco di larici).
Anche nei prati dell’alpe regna il caos di una vegetazione rigogliosa
e disordinata. Qui troviamo una grande baita, semidiroccata, la baita
del Còmbolo, quotata 1996 metri. A questo punto il sentiero non
è più che labile fantasma. A monte dei prati c’è
un bosco che dobbiamo attraversare salendo a vista, prima di approdare
alla parte alta della valle, dove la macchia termina. La salita è
piuttosto faticosa: scegliamo la via meno difficile, procedendo, più
o meno, sulla verticale della baita, o tendendo leggermente a destra.
La salita nel bosco, per fortuna, non è lunga: le piante si diradano
e lasciano il posto ai magri pascoli, alle pietraie, ai rododendri.
Abbiamo, ora, una visione più chiara della valle, che si divide
in due rami. Uno, il più breve, sta alla nostra destra e culmina
in una larga sella a destra (sud-ovest) del monte Brione (m. 2542);
sul versante opposto, cioè su quello della media Valtellina,
si trova la parte alta degli impianti di risalita di Prato Valentino,
sopra Teglio. Il ramo che stiamo risalendo, invece, è un po’
più lungo. Un largo dosso, a quota 2300 circa, ci impedisce di
vedere la fisionomia della parte più alta della valle. Dobbiamo
procedere fino a raggiungerne il bordo, senza percorso obbligato, seguendo
il corso di un canalino delimitato, a sinistra, da un
dosso di rododendri e bassi larici.
Raggiunta quota 2300 metri circa, si apre il circo terminale della valle,
ampio, solitario ed un po’ desolato. Alla nostra destra, la corrugata
ed aspra parete nord-orientale del monte Calighè (m. 2698); un
po’ più a sinistra, una larga sella, che, di primo acchito,
saremmo portati ad individuare come la bocchetta della Combolina. Questa,
invece, si trova ancora più a sinistra, su una sella meno ampia,
separata dalla prima da un rilievo minore. Ancora più a sinistra
lo sperone che scende verso sud dal monte Combolo ci impedisce di vederne
la cima.
Per salire alla bocchetta dobbiamo ora, sempre procedendo a vista, attraversare
in diagonale la ganda che occupa la conca centrale dell’alta valle,
procedendo verso sinistra e risalendo, fra radi pascoli e sfasciumi,
il fianco del versante terminale per la via più agevole, fino
ad intercettare il visibile sentiero che proviene dal limite sinistro
della bocchetta. Si tratta del sentiero utilizzato da chi sale al pizzo
Combolo: seguendolo verso destra, raggiungiamo facilmente il corridoio
erboso della sella. Da qui il pizzo Combolo è ben visibile, sul
limite sinistro dell'aspro fianco settentrionale dell'alta valle. Al
termine della salita, abbiamo superato circa 1170 metri di dislivello
in tre ore e mezza di cammino (ma il tempo, data la natura del terreno,
è piuttosto approssimativo).
Più agevole è la discesa sul versante retico medio-valtellinese,
che ci mostra un volto ben diverso della montagna, aperto, solare, tranquillo.
Il
largo canalone che scende dalla bocchetta termina in una conca, per
la quale passa la mulattiera militare che dal passo del Meden scende
fino al largo dosso della Costa del Monte Brione. Per scendere alla
conca, sfruttiamo il sentiero che parte sul lato sinistro della bocchetta
e che, nella parte bassa, passa sul lato destro del canalone, fino ad
intercettare la mulattiera.
Percorrendola verso destra, attraversiamo l'alta Valle di Boalzo (denominata
Valle dei Cavalli), fino a raggiungere, a quota 2991, la pista sterrata
che da Prato Valentino sale verso la parte più alta degli impianti
di risalita, posta appena sotto la cima erbosa del monte Brione. Scendiamo,
ora, tranquillamente lungo questa pista, fino alla località Fontanacce
(m. 2100), dove troviamo, in corrispondenza di un recinto e di un casello
dell’acqua e poco sotto il punto di arrivo intermedio degli impianti,
un sentiero che se ne stacca sulla destra, iniziando una traversata
in direzione dell’ampio e brullo dosso della Costa di San Gaetano
(si tratta del Viale della Formica). Raggiunto il largo crinale del
dosso, scendiamo in direzione di un’asta metallica, che segnala
il punto di partenza di un sentierino che, attraversata una macchia,
scende alla baita di Prepatel, il punto più alto della fascia
di prati e boschi sopra Dalico. Qui troviamo una pista carozzabile:
scendiamo lungo la pista, incontrando la chiesetta di San Gaetano e
raggiungendo le baite più in basso, dove, seguendo le indicazioni
per il Sentiero del Sole,
la abbandoniamo imboccando una pista secondaria, sulla destra, che porta
ai limiti del bosco. Qui
inizia il sentiero che ci riporta in Val Fontana, attraversando la val
Frassino e la val Fredda, fino alle baite alte di S. Antonio, dalle
quali, per la strada di Val Fontana, risaliamo a Campello. L’intero
anello richiede circa 7 ore di cammino.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val
Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto
riportata.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
1170 m |
| Tempo |
7 h |
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Cartina Kompass n. 93, settori C6 e C7 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sopra il Pian
dei Cavalli, in Val Fontana
La prima valle di una certa ampiezza (dopo le minori val Fràssino
e val Fredda e la selvaggia valle del Combolo) che incontriamo sulla
nostra destra (est), salendo in Val Fontana, è la Val Malgina,
che offre diversi elementi di interesse. Una precisazione, innanzitutto:
non confondiamo questa valle retica con l’omonima e più
ampia valle orobica che si apre a monte (sud) di Castello dell’Acqua
(curiosamente, le due valli sono pressoché alla stessa longitudine).
La Val Malgina di Val Fontana ha un orientamento da ovest ad est ed
è delimitata, a sud, dal monte Còmbolo (m. 2900) e dal
suo crinale occidentale, che scende fino al dosso Combolo (m. 2224),
ed a nord dalla dorsale che, partendo dal pizzo Malgina (m. 2802), si
sviluppa verso nord-ovest passando per la cima della Ganda Rossa (m.
2745).
Un tracciato militare la percorreva quasi interamente, giungendo fin
nei pressi del terminale passo di Malgina, che guarda sulla parte alta
della Val Saiento (prima laterale occidentale della Valle di Poschiavo,
in territorio Svizzero). Di questo tracciato restano numerosi tratti,
mentre altri sono stati invasi dai magri pascoli e ridotti a sentiero.
Nonostante ciò, la via per salire in valle, proprio per questa
origine, ha un andamento estremamente regolare, il che rende il cammino
meno faticoso. La mulattiera militare, costruita durante la Prima Guerra
Mondiale, si spiega tenendo presente i timori strategici dello Stato
Maggiore italiano: gli
Austriaci, si pensava, avrebbero potuto violare la neutralità
della Svizzera e quindi tentare una manovra di aggiramento delle linee
italiane, sul fronte dello Stelvio, proprio passando per la Valle di
Poschiavo. Di qui la necessità di presidiare i passi che danno
su questa valle. Oggi questi timori sono solo un lontano ricordo, ma
suscita ancora una strana impressione pensare che questi luoghi, così
legati ad un’idea di pace immota e profondissima, siano stati,
in passato, toccati dalle opere della guerra.
Per salire in valle si parte dal Pian dei Cavalli, e precisamente dalla
prima baita che incontriamo sulla nostra destra all’inizio della
piana, che si stende ad una quota di 1537 metri. Alla baita sale una
carrozzabile, che diviene, poi, tratturo. Questo, dopo un breve tratto
in nel bosco di larici a monte dei prati, lascia il posto al sentiero.
Proprio all’inizio della salita, a causa di un piccolo smottamento,
c’è un passaggio che richiede attenzione; lo si può,
tuttavia, evitare risalendo, a vista, il dolce crinale disseminati di
radi larici che si trova a destra della baita, fino ad intercettare
il sentiero a monte di tale passaggio. Questo, dopo aver lambito il
torrente Malgina (che rimane sulla nostra destra, in quanto noi saliamo
sul fianco settentrionale della valle), se ne allontana ed inizia una
lunga e regolare serie di tornanti nel bosco, fino ad uscirne nei pressi
del Baitello Malgina, piccolo edificio posto a quota 1880, ristrutturato
nel 1996 dai Cacciatori del Settore n. 4 di Val Fontana e Val d’Arigna,
con il patrocinio dei comuni di Chiuro e Ponte (gran parte della Val
Fontana è in territorio del comune di Chiuro). Una
sosta al baitello, dal momento che siamo in cammino da un’ora,
o poco meno, ci permette di gustare un panorama già interessante;
in particolare, se guardiamo verso ovest, noteremo, in primo piano,
sul versante opposto della Val Fontana, la piramide del pizzo Calino
(m. 3024), sul fianco settentrionale della Val Vicima, mentre alla sua
sinistra, in secondo piano, appare la vetta di Rhon (m. 3137), culmine
della testata della medesima valle.
Il sentiero inizia ora una serie di tornanti regolari sull’ampio
fianco montuoso occupato da una fascia di pascoli, in direzione est:
guadagniamo, così, progressivamente quota, ma, sotto di noi,
resta sempre in vista il baitello, che si fa sempre più piccolo,
finché approdiamo ad un primo terrazzo, nel quale il pascolo
lascia progressivamente il posto ad una grande ganda. Si tratta dell’ampia
fascia denominata “Sassi del Pastore”, che occupa la parte
medio-alta della valle. Siamo ad una quota approssimativa di 1950 metri,
e troviamo anche il rudere di un baitello utilizzato dai pastori che
un tempo salivano in valle (oggi regna, qui, una solitudine pressoché
incontrastata ed un silenzio quasi irreale, rotto solo dai fischi delle
marmotte o dal rotolare di qualche sasso per il passaggio dei camosci
o per il processo di disgelo). Si può vedere anche un grande
masso, sotto il quale potrebbero trovare ricovero, in caso di necessità,
tre o quattro persone. La mulattiera presenta, in un breve tratto, una
caratteristica struttura a ponte, cioè corre per qualche metro
leggermente rialzata rispetto al livello del pianoro, per
superare una zona acquitrinosa, dove i pezzi di artiglieria avrebbero
potuto impantanarsi.
Dobbiamo salire ancora un po’, ad una quota di oltre 2300 metri,
prima di dominare con lo sguardo la parte terminale della valle, che
ci appare come una grande conca ricoperta, in buona parte, di massi.
Vi distinguiamo facilmente l’intaglio del passo di Malgina (m.
2618), che conduce in alta Val Saiento, prima laterale meridionale della
Valle di Poschiavo, in territorio elvetico. Alla nostra destra, si impone
allo sguardo la massiccia e severa parete settentrionale del pizzo Combolo,
mentre alla nostra sinistra si mostra il più tranquillo crinale
che si articola dalla cima di Ganda Rossa al pizzo Malgina. Volgendo
lo sguardo alle nostre spalle, infine, vediamo di nuovo la vetta di
Rhon, mentre alla sua destra appare, dietro il pizzo Calino, l’alta
costiera che, passando per la cime di Forame (m. 3058), culmina nella
punta Painale (m. 3248).
La mulattiera si presenta ora in più punti interrotta da materiale
franoso, ed alla nostra sinistra incontriamo un grande masso, con una
scritta in vernice gialla che indica il passo Malgina. Qualche decina
di metri più in alto, su un altro masso è segnata la scritta
“Lach”. Qui siamo ad un bivio, e dobbiamo scegliere se proseguire
in direzione del passo, oppure salire il ripido versante alla nostra
sinistra fino alla bocchetta che dà sulla Valle dei Laghi, posta
immediatamente a nord della Val Malgina. In
entrambi i casi, il cammino si fa, da qui in poi, più faticoso,
perché non esiste un tracciato preciso che ci possa aiutare.
Esaminiamo entrambe le possibilità.
Proseguendo in direzione del passo, troviamo ben presto una sgradevole
sorpresa: la mulattiera si perde, sepolta da frane e slavine scese dal
versante settentrionale della valle, e ci tocca di proseguire a vista,
in direzione dell’imbocco del canalino che conduce al passo. La
traversata è resa disagevole dalla natura del terreno, che spesso
ci propone fasce di sassi mobili. Alla fine, però, con un po’
di pazienza, ci ritroviamo sotto il passo. Un sentierino, dalla traccia
molto debole, risale un più stretto canalino che si trova a sinistra
del passo, per poi compiere un breve traverso a destra, con un tratto
un po’ esposto. Possiamo anche salire per il canalino principale,
che scende direttamente dal passo (attenzione, però, ai sassi
mobili, soprattutto se siamo compagnia; per prudenza, evitiamo di trovarci
nella verticale di chi sta sopra e prestiamo la dovuta attenzione per
non far rotolare sassi verso il basso).
Le nostre fatiche, raggiunto il passo, sono ampiamente ripagate: sul
versante dell’alta Val Saiento si apre, infatti, un panorama stupendo,
che mostra, in primo piano, l’incantevole Lago del Matt (Lagh
dal Mat). In lontananza scorgiamo, oltre la dorsale Mortirolo-Monte
Padrio, che separa la provincia di Sondrio da quella di Brescia, il
gruppo dell’Adamello. Siamo in cammino da circa tre ore e mezza,
ed abbiamo superato un dislivello di circa 1080 metri, ma l’escursione
non può terminare qui: in
una decina di minuti, infatti, con facile discesa a vista, raggiungiamo
le rive del lago, posto ad una quota di 2523 metri e circondato da un
suggestivo sperone roccioso a nord-est a da alcuni specchi d’acqua
minori a sud-ovest. Se, dalle rive del lago, volgiamo lo sguardo a nord
possiamo distinguere chiaramente, a destra del passo, il profilo del
pizzo Malgina. Proseguendo per un breve tratto su facili balze erbose
scendendo in direzione sud giungiamo in vista di un secondo lago, il
lago della Regina (Lagh da la Regina, m. 2417), al quale possiamo scendere
su traccia di sentiero, oppure procedendo a vista.
Se abbiamo a disposizione un’automobile a Prato Valentino (m.
1700, sopra Teglio), oppure se vogliamo dormire presso la Baita
del Sole, per poi rientrare in Val Fontana sfruttando il Sentiero
del Sole, possiamo concludere l’escursione con un’elegante
traversata che ci riporta in territorio italiano sfruttando il passo
del Meden. Al lago della Regina troviamo, infatti, un cartello che segnala
una duplice direttrice per la prosecuzione della discesa, quella per
l’alpe di Pescia Alta (m. 2054) e quella per il passo del colle
d’Anzana (m. 2224). Seguendo questo secondo sentiero, che scende
un po’ per tagliare il versante montuoso che costituisce l’estrema
propaggine dello spigolo di sud-ovest del pizzo Combolo, possiamo risalire,
dall’altra parte, verso destra (sud-ovest), fino alla larga sella
del passo (m. 2438), rientrando, così, in territorio italiano.
Proseguendo
verso sud-ovest, troviamo il sentiero che scende ad intercettare la
mulattiera militare proveniente dalla parte alta del lungo dosso erboso
sopra Prato Valentino. Seguendola verso destra (sud-ovest), intercettiamo,
a quota 2291, sulla costa che scende dal monte Brione, la pista che
proviene da Prato Valentino, cui giungiamo, infine, dopo una facile
discesa. La traversata Pian dei Cavalli-Prato Valentino, per il passo
Malgina, richiede circa 6-7 ore, e comporta un dislivello di circa 1150
metri.
Facciamo però, ora, un bel balzo indietro, e torniamo al masso
presso la mulattiera in alta Val Malgina, per esaminare la seconda possibilità,
vale a dire la traversata alla Valle dei
Laghi. Questa avviene risalendo il ripido versante erboso a sinistra
(nord) della mulattiera, descrivendo un arco verso sinistra, in direzione
dell’evidente sella erbosa posta sul crinale che separa le due
valli, a destra della cime di Ganda Rossa. Non c’è un vero
e proprio sentiero: qua e là se ne incontrano sporadiche tracce,
così come si possono trovare gli sporadici segnavia dell’Alta
Via della Val Fontana (costituiti da un triangolo rosso con bordo giallo).
Senza seguire una direzione obbligata, ma cercando l’itinerario
che eviti i punti di maggiore pendenza, alla fine, con fatica, ci affacciamo
alla Valle dei Laghi, da una quota di 2687 metri. Si impone subito allo
sguardo il più grande dei laghi che danno il nome alla valle,
cioè il Lago gelato (Lac Gelt, a quota 2480 metri).
La
discesa in questa valle richiede attenzione e prudenza, perché
sfrutta un ripido canalone erboso sulla parte sinistra, detritico su
quella destra. Disceso il canalone, approdiamo ad una ganda che, percorsa
in direzione est-nord-est, cioè tendendo a destra, ci porta sulla
soglia del gradino della conca che ospita il Lago Gelato. Scendiamo,
ora, verso sinistra, costeggiamo la riva occidentale (di sinistra, per
noi) del lago ed affacciamoci, presso il punto nel quale esce l’emissario
del lago, ad un pendio che conduce ad un largo dosso, nel centro della
valle; scendendo per il pendio, su terreno occupato da sfasciumi e sparuti
pascoli, portiamoci a sinistra del dosso, affacciandoci al gradino inferiore
della valle, occupato da due laghi gemelli, a quota 2309.
Con facile discesa, verso destra o verso sinistra, ci portiamo sulla
riva meridionale del primo dei due, traversando, poi, facilmente all’altro,
nei cui pressi troviamo anche il rudere di un baitello. Poco sopra il
rudere, corre il facile sentiero che, percorso verso sinistra, ci consente
un’agevole discesa all’alpe Arasè (m. 1939). Dal
limite inferiore dei prati dell’alpe parte il comodo sentiero
che conduce al fondovalle, a monte del Pian dei Cavalli. Percorrendo
la carrozzabile verso sinistra, possiamo, quindi, alla fine tornare
all’automobile, al
Pian dei Cavalli, dopo una traversata che richiede circa 5-6 ore di
cammino e che comporta un dislivello approssimativo di 1150 metri.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val
Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto
riportata.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
1150 m |
| Tempo |
6-7 ore (Pian dei Cavalli-Prato
valentino); 5-6 ore (anello Val Malgina - Valle dei Laghi) |
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Cartina Kompass n. 93, settore C6 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sul versante
orientale della Val Fontana
La seconda valle di una certa ampiezza (dopo le minori val Fràssino
e val Fredda, la selvaggia valle del Combolo e la Val Malgina) che incontriamo
sulla nostra destra (est), salendo in Val Fontana, è la Valle
dei Laghi, che si sviluppa da ovest ad est, allargandosi progressivamente
nella sua parte terminale. È delimitata a sud dalla costiera
che dal pizzo Malgina (m. 2877) scende alla cima di Ganda Rossa (m.
2741) e la separa dalla Val Malgina, ed a nord da quella che scende
dal pizzo Sareggio (m. 2779) e che la separa dalla Val Sareggio.
Si tratta probabilmente della più bella fra le laterali orientali
della Val Fontana, per la presenza di alcuni laghetti di origine glaciale
disposti a rosario, cioè in conche collocate su diversi ripiani.
Questa valle è anche la più agevole dal punto di vista
escursionistico: un sentiero in buone condizioni ci consente, infatti,
senza difficoltà, di risalirla interamente fino al passo dell’Arasè
(m. 2602), che si affaccia sull’alpe Valüglia, in alta Val
Mürasc, la seconda laterale orientale della Valle di Poschiavo
(di sinistra, per chi entra in valle).
Ma l’attrattiva maggiore della valle è il suo lago più
grande e più alto, quel Lago Gelato (Lac Gelt, che andrebbe meglio
reso con “Lago Gelido”) posto a quota 2480 e
così denominato perché ricoperto di ghiaccio per buona
parte dell’anno. Aggiungiamo che, con un adeguato allenamento
ed una buona dose di prudenza ed esperienza, possiamo traversare dalla
Valle di Laghi alla Val Malgina, posta a sud della prima, sfruttando
una bocchetta alta posta a quota 2678 metri. Concludiamo ricordando
che qui potremo gustare fino in fondo quella caratteristica atmosfera
di solitudine propria delle valli alpine meno frequentate non perché
meno belle, ma perché meno conosciute, o maggiormente fuori mano:
ci accoglierà un silenzio profondo, rotto solamente dall’antichissima
voce dello scrosciare dell’acqua nel torrente, dagli improvvisi
ed acuti fischi delle marmotte, dal tonfo sordo di qualche masso che
rotola sui crinali, posto in movimento dal disgelo o dal transito dei
veloci camosci. C’è, quindi, più di un motivo per
salire a visitarla.
L’escursione ha come punto di partenza una pista secondaria che
si stacca sulla destra dalla carrozzabile che percorre la Val Fontana,
nel tratto Pian dei Cavalli-Alpe Campiascio, appena oltre un bel ponte
in legno ed appena prima che la strada inizi un tratto in discesa. Una
piazzola poco prima della pista ci consente di lasciare l’automobile,
prima di iniziare a percorrerla. Dopo pochi metri, troveremo un sentiero,
ben visibile (m. 1670 circa), che si stacca, a sua volta, sulla destra
dalla pista, e comincia a salire, con tornanti regolari, in uno stupendo
bosco di conifere, ricco di larici e rododendri, fresco,
suggestivo per gli scorci ed i chiaroscuri che regala. Siamo nella Valle
dell’Arasè (così si chiama il solco che, dalla confluenza
di Val Sareggio e Valle dei Laghi, scende fino al fondovalle), a sinistra
del torrente che abbiamo superato sul ponte di legno. Non c’è
alcun cartello o segnavia, ma non possiamo non vederlo, né possiamo
perderlo. Il fondo del sentiero è ottimo e riposante (lo apprezzeremo
soprattutto quando tornando, stanchi, sogneremo di toccare il fondovalle
al termine della discesa).
Ignorata una traccia secondaria che lo intercetta da sinistra, approdiamo,
dopo aver incontrato un cartello che segnala il divieto di pesca e di
accesso con le moto, all’alpe Arasè (1939 metri), chiusa,
sul limite inferiore, da un recinto collocato per impedire la discesa
degli animali. Qui, sulla parte alta dei prati, troveremo una baita
più grande e due minori; nei prati, invece, o nella vicina boscaglia,
ci accoglieranno alcuni placidi cavalli, intenti al pascolo. L’alpe
è posta al punto di confluenza di due valli, la Valle dei Laghi,
appunto, a sud (destra) e la Val Sareggio a nord. Abbiamo superato i
primi 270 metri di dislivello, con quaranta minuti circa di cammino;
una sosta ci permette di osservare, ad est, il crinale settentrionale
della Val Vicima, con il pizzo Calino (m. 3022), la cima di Forame (m.
3058) e la punta Painale (m. 3428). A destra di queste più famose
cime, ma in primo piano, la più modesta cima Cigola (m. 2561).
Volgendo
lo sguardo a destra, scorgeremo la parte occidentale della testata della
Val Fontana. Sulla sua parte sinistra stenteremo a riconoscere, abituati
come siamo al suo profilo slanciato, il pizzo Scalino (m. 3323), che
da qui appare in una prospettiva curiosa e schiacciata.
Riprendendo la salita, dobbiamo prestare attenzione, per evitare di
imboccare il sentiero sbagliato, cioè quello che sale in Val
Sareggio, in quanto non c’è nessuna indicazione che ci
possa aiutare. Poco a monte della baita più alta, troviamo un
torrentello, seguito, a pochi metri da distanza, da un secondo. All’altezza
del primo corso d’acqua i due sentieri si dividono: noi dobbiamo
rimanere su quello più basso, che attraversa anche il secondo
corso d’acqua e prosegue per un tratto nei pressi del torrente
principale che scende dalla Valle dei Laghi, alla nostra destra: guardando
in quella direzione, vedremo un nevaietto e, sulla severa parete rocciosa
che chiude a sud questo tratto della valle, una curiosa cavità.
Il sentiero inizia, poi, una serie di tornanti, entrando in una macchia
di larici. Uscito dalla macchia, attraversa il corpo di una frana e
risale, sempre zig-zagando, un ripido dosso, tagliandone, in un tratto
un po’ esposto, la parte più alta ed affacciandosi alla
parte medio-alta della valle. Davanti
a noi, e più in alto, il gradino principale della valle, a quota
2300 metri, ci impedisce ancora di scorgerne la fisionomia, e soprattutto
di vedere le sue perle, i laghetti dai quali trae il nome. Sotto di
noi, a destra, il profondo solco occupato in gran parte da massi e magri
pascoli. Prima di raggiungere la soglia dell’alta valle, dobbiamo
effettuare la lunga traversata del suo fianco erboso settentrionale,
mentre, alle nostre spalle, si apre un vasto scorcio dell’alta
Val Forame, dove si distingue facilmente il passo omonimo, a destra
della punta Painale, che dà accesso all’alta val Painale.
Alla fine, dopo aver attraversato alcune roccette, eccoci al più
basso dei balconi glaciali dell’alta valle, che ospita i primi
due laghi. In realtà all’inizio ne vediamo uno solo, alla
nostra destra, a quota 2325 metri. Possiamo scorgere il lago gemello,
a sud, separato dal primo da una breve lingua di terra, solo salendo
per un breve tratto sul sentiero. Nei pressi del lago troviamo anche
una baita diroccata, che attenua un po’ il forte senso di solitudine
suscitato dalla valle. Siamo in cammino da un’ora e tre quarti
circa, ed abbiamo superato 660 metri di dislivello: il lago ci invita,
quindi, ad una seconda sosta nei pascoli che ne circondano le rive settentrionale
ed occidentale. Guardando verso la testata della valle, sul suo lato
sinistro, riconosciamo chiaramente il passo dell’Arasè,
scorgendo addirittura il cartello posto sulla boccettina.
Il
sentiero, che da questo punto in poi assume, a tratti, le caratteristiche
di vera e propria mulattiera, sale sicuro fino al valico. Si tratta
di un manufatto militare, che, come quelli della Val Malgina e del passo
di Saline, venne costruito durante la Prima Guerra Mondiale, quando
si temeva che gli Austriaci, violando la neutralità svizzera,
potessero invadere la Valtellina dal territorio elvetico, prendendo
alle spalle le truppe italiane impegnate sul fronte dello Stelvio. Ma,
per fortuna, gli echi della guerra e delle sue brutture non raggiunsero
mai queste remore plaghe alpine, violandone la pace millenaria.
Con un ampio semicerchio la mulattiera procede, sicura, fino al passo,
posto a quota 2602 metri. Un cartello svizzero ci informa, qui, che
l’anfiteatro verde che si apre di fronte ai nostri occhi è
quello dell’alta alpe Valüglia, alle cui baite possiamo scendere
in cinquanta minuti di cammino; siamo nell’alta Val Mürasc,
la seconda laterale occidentale (di sinistra) che troviamo entrando
in Valle di Poschiavo. Dal passo possiamo anche intravedere un laghetto
posto a quota 2332 metri. Non ci conviene, però, scendere verso
l’alpe: se abbiamo ancora energie, infatti, non possiamo mancare
di visitare la perla della valle, il Lago Gelato, seminascosto dietro
il bastione di una conca glaciale più a sud. Salendo verso il
passo, possiamo vederne, alla nostra destra, un breve scorcio. Ora,
però, dobbiamo raggiungerlo, e per farlo ci tocca effettuare
una traversata a vista, dal momento che non esiste un vero e proprio
sentiero.
Torniamo,
dunque, indietro, dal passo, per un buon tratto, fino a raggiungere
il punto nel quale, staccandoci sulla sinistra dalla mulattiera, possiamo
scendere verso la conca dell’alta valle su un terreno costituito
da magri pascoli e massi, evitando, per quanto possibile, la ganda.
Dirigiamoci, così, verso il ben visibile laghetto minore che
la occupa, passando presso la sua riva occidentale (quella in direzione
della bassa valle) e proseguendo la traversata, fra massi di tutte le
dimensioni, verso sud, fino alla sella che si stende a monte di un evidente
dosso, sormontato da un grande ometto. Guardando ora a sinistra, prendiamo
come punto di riferimento il torrentello che scende dal bastione roccioso
dietro il quale è posto il lago: dobbiamo risalire il crinale
alla sua sinistra, scegliendo la striscia di magri pascoli che ci conduce
fino alla sua sommità, sulla quale corre una debole traccia di
sentiero.
Un ultimo passaggino fra le roccette terminali ci porta proprio nei
pressi della riva settentrionale del lago, che appare, improvviso, ai
nostri occhi. Ci colpisce il senso di purezza del luogo: le acque, scure
e circondate da nevaietti, circondano una sorta di piccolo isolotto,
e tutto, intorno, è profondo silenzio. Una sosta presso la riva
pietrosa, e poi dobbiamo decidere come concludere l’escursione.
Se vogliamo tornare scendendo dalla Valle dei Laghi, invece di risalire
alla mulattiera (attraversando di nuovo, faticosamente, la ganda centrale),
ci conviene scendere lungo il crinale e poi piegare a sinistra, lasciando
alla nostra destra il dosso con l’ometto e giungendo ad un balcone
dal quale dominiamo, dall’alto, i due laghi gemelli inferiori.
L’ulteriore discesa a quello meridionale (di sinistra) avviene
sfruttando due facili declivi, sulla sinistra o sulla destra. Dal lago
meridionale, leggermente più basso (m. 2310), effettuiamo
la facile traversata a quello settentrionale, ed intercettiamo, infine,
il sentiero che abbiamo già percorso salendo. Torniamo, così,
all’automobile dopo circa 5-6 ore di cammino, necessarie per superare
un dislivello in altezza di circa 1040 metri.
Se, però, siamo ottimi camminatori e le condizioni ambientali
sono idonee (cioè in assenza di neve e con terreno asciutto),
possiamo tornare dopo aver effettuato una traversata alla Val
Malgina. In questo caso, raggiunto il Lago Gelato, percorriamone
la riva occidentale e puntiamo, senza percorso obbligato (rarissimi
i segnavia, costituiti da triangoli rossi con bordo giallo, che segnalano
l’Alta Via della Val Fontana, di cui stiamo percorrendo un tratto),
verso sinistra, alla bocchetta alta che permette di passare alla Val
Malgina. La riconosciamo facilmente, in quanto è la depressione
più evidente, l’unico punto del crinale al quale giunge
una stretta lingua di pascolo. Dobbiamo attraversare faticosamente una
fascia di massi di tutte le dimensioni, passando a monte di un ulteriore
piccolo specchio d'acqua (sono dunque 5, in tutto, nella valle), prima
di giungere ai piedi del ripido canalino che porta alla quota 2687 della
bocchetta. Sfruttando, infine, con prudenza e pazienza, la lingua erbosa
di destra o quella di sfasciumi di sinistra, ci portiamo alla sella
erbosa.
Anche
la discesa in Val Malgina avviene senza percorso obbligato, su un terreno
di pascoli e fasce di massi solo di poco meno ripido di quello affrontato
in salita. Tendendo leggermente a sinistra, per evitare una vasta ganda,
scendiamo, infine, ad intercettare la mulattiera della Val Malgina,
prima che si perda fra corpi franosi. Seguendola verso sinistra, proseguiamo,
facilmente, nella discesa (anche se la mulattiera diventa stretto sentiero,
fino al fondovalle, che raggiungiamo in corrispondenza del baitone del
Pian dei Cavalli. Un’ultima camminata di una ventina di minuti
sulla carrozzabile della Val Fontana, in direzione dell’alpe Campiascio
(destra) ci riporta, alla fine, all’automobile, dopo circa 7 ore,
necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1280 metri.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val
Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto
riportata.
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| Difficoltà |
EE (escursionisti esperti) |
Dislivello |
1040 m (o 1280, se effettuiamo
la traversata alla Val Malgina) |
| Tempo |
5-6 h (o 7 h) |
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Cartina Kompass n. 93, settore C6 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sopra l'alpe
Campiascio, sulla testata della Val Fontana
Chi raggiunge l’alpe terminale posta sul fondovalle della Val
Fontana, cioè l’alpe Campiascio (m. 1680), prosegue poi,
quasi sempre, verso sinistra, alla volta del rifugio
Cederna-Maffina, passando per la Val Forame, l’estrema propaggine
nord-occidentale della valle. Uno dei rarissimi cartelli che troviamo
in valle, infatti, collocato in fondo alla piana dell’alpe, percorsa
dall’ultimo tratto della carrozzabile, segnala, infatti, il rifugio
a 2 ore e 30 di cammino.
Esiste, però, una seconda ed interessantissima possibilità
escursionistica, che assume come meta il passo delle Saline, sul lato
opposto della testata della Val Fontana, cioè su quello orientale
(destra). Il passo, a monte dell’alpe omonima, guarda, dall’alto
dei suoi 2595 metri, sulla media valle di Poschiavo, regalando anche
un colpo d’occhio superbo sulle più alte cime della Valmalenco.
Si tratta, poi, di un’escursione resa assai agevole dal tracciato
sempre netto e regolare: un sentiero, che diventa, dopo l’alpe
Saline, mulattiera militare, si snoda sul fianco montuoso con una pendenza
costante e moderata, il che attenua di molto la fatica connessa con
la salita. La presenza del manufatto militare, che risale alla Prima
Guerra Mondiale, rimanda ad un timore assai vivo nello Stato Maggiore
Italiano, impegnato
a fronteggiare gli Austriaci sul fronte dello Stelvio: questi avrebbero
potuto violare la neutralità svizzera e, passando per la Valle
di Poschiavo, prendere alle spalle le truppe italiane, dilagando in
Valtellina e, di qui, nella Pianura Padana. Per questo i valichi alpini
dovevano essere presidiati, per prevenire e sventare la minaccia. Oggi
non resta che l’eco lontana di quei tempi, legati anche a tanti
sacrifici e sofferenze dei nostri vecchi, ma una visita al passo delle
Saline può rappresentare anche l’occasione di un viaggio
nella memoria storica della Valtellina.
Per chi ha già visitato la capanna Cederna-Maffina, dunque, l’idea
di salire al passo può risultare, alla luce di tutti questi motivi,
assai interessante. Raggiunta l’alpe Campiascio, dove la carrozzabile
di Val Fontana termina in una piazzola, lasciamo qui l’automobile
(o in una piazzola che precede immediatamente la piana dell’alpe,
se questa è chiusa per impedire che il bestiame ne esca). Dobbiamo,
ora, prendere come riferimento il lungo baitone che si trova sulla nostra
destra, in posizione leggermente rialzata, sul limite superiore del
pascolo e sul bordo di una splendida pineta. Dalla piazzola parte un
tratturo che, prendendo a destra, conduce al baitone. Percorriamolo
per un tratto, finché, dietro un grande masso al quale è
addossato un pino, compare il profilo del baitone. A questo punto, invece
di proseguire sul tratturo, guardiamo a sinistra, in direzione del vicino
limite del bosco: scorgeremo
un abete sul quale è tracciato un tratto orizzontale con vernice
azzurra. Raggiungiamolo e guardiamo alla sua sinistra: troveremo una
piccola porta che ci introduce ad un sentiero, il quale corre immediatamente
a ridosso della prima linea degli alberi. La salita al passo parte da
qui, cioè da una quota di circa 1710 metri.
Il primo tratto del sentiero si snoda nell’ombrosa e fresca pineta,
una delle tante splendide pinete ricche di abeti e larici secolari che
fanno della Val Fontana un luogo di rara bellezza naturalistica. Poi
usciamo dal bosco e proseguiamo in direzione nord tagliando il fianco
della valle ai piedi dell’impressionante parete rocciosa del Passo
del Cane (Pas del Can), il largo e corrugato fronte che, più
in alto, si restringe nella costiera la quale, scendendo dal Corno dei
Marci o Monte Saline (m. 2805), separa la Val
Sareggio, a sud-est, dal fianco orientale dell’alta Val Fontana.
Segnaliamo che, qualora avessimo difficoltà a trovare, presso
il baitone dell’alpe Campiascio, la partenza del sentiero, possiamo
facilmente intercettarlo proprio in questo tratto: basta salire a vista,
dalla piazzola dell’alpe, sul versante dalla pendenza moderata,
in direzione nord-est.
Oltrepassata una fascia di materiale franoso e superato un torrentello
che scende dal vallone più orientale dell’alta Val Fontana,
cominciamo una serie di tornanti che ci fanno guadagnare quota sul fianco
della valle, attraversando macchie di conifere che si alternano a modeste
formazioni rocciose ed a prati ricoperti di erba scivolosa. Superato
una grande roccia, sotto la quale è ricavato un curioso ricovero
dove talora soggiornano le capre, inanelliamo qualche altro tornante,
prima di effettuare un traverso in direzione nord-ovest, che ci permette
di ammirare, proprio davanti a noi, l’aprirsi della Val Forame,
dominata dalla punta Painale (m. 3248), alla cui destra è facilmente
riconoscibile il passo Forame (m. 2833), che mette in comunicazione
l’alta Val Forame con la Val Painale, estrema propaggine della
Val di Togno. Qualche altro tornante verso nord ci porta in vista dell’alpe
Gardè (m. 2204), posta su ampi prati un po’ più
in alto, alla nostra sinistra.
Il sentiero non si dirige, però, verso l’alpe, ma piega
decisamente a destra ed inizia un ultimo lungo traverso in direzione
opposta, cioè verso est-nord-est. Al termine del traverso, che
ci permette di dominare con lo sguardo, guardando a destra, il solco
dell’alta Val Fontana, dal Pian dei Cavalli, e, sullo sfondo,
quello della Valle d’Arigna, cuore della catena orobica, il tracciato
tocca il limite inferiore dell’alpe Saline (m. 2241), dove, a
destra di una baita ancora in piedi, troviamo un baitello ed uno stallone
diroccati. Siamo in cammino da circa un’ora e mezza, o poco più,
ed una sosta, che ci consente di immergerci nel quieto silenzio e nella
solitudine dell’alpe, ci permette anche di raccogliere le energie
per gli ultimi sforzi.
La
meta, cioè il passo, è ben visibile dall’alpe. Guardando,
infatti, in alto, in direzione della cresta, individuiamo, quasi sulla
nostra verticale, appena un po’ a destra, due evidenti depressioni,
separate da un modesto promontorio roccioso. Il passo è posto
sulla depressione di destra, la più ampia.
Nei prati dell’alpe il sentiero si perde fra i lavazz e l’erba
alta, ma non fatichiamo a trovare il punto dal quale ripartire: guardando
a monte dello stallone diroccato, infatti, distinguiamo il profilo del
tracciato, la mulattiera per il passo delle Saline, che inizia la sua
salita con una prima diagonale verso sinistra (nord-ovest). Il fondo
della mulattiera è, in molti tratti, ridotto a sentiero, e solo
alcuni muretti ne tradiscono la natura, ma non possiamo perderlo. La
mulattiera inanella, con flemmatica disciplina militare, una serie di
tornanti, snodandosi fra dossi e balze occupati da sparuti pascoli e
pietraie. Eccezion fatta per un passaggino nel quale dobbiamo sormontare
un masso modesto e qualche altro passaggio segnato da piccoli smottamenti,
il cammino procede su un fondo buono.
La salita procede, a zig-zag, verso nord, e ci conduce, a quota 2500
circa, ad un’ultima svolta a destra, che precede il lungo traverso
in direzione est, che conduce al passo. Qui la mulattiera trae in inganno:
siamo portati a proseguire verso sinistra, lungo un tratto con fondo
in ciottoli, sorretto da un imponente muro a secco. Ma, in questa direzione,
la mulattiera si ferma ben presto ad un gruppo di roccette; è
in direzione opposta, invece, che
procede nell’ultima dolce salita prima del passo, posto a 2595
metri. Aggirato lo spigolo del promontorio roccioso a sinistra del passo,
abbiamo l’impressione, nell’ultimo tratto, che questo sia
costituito dalla modesta linea del crinale. Scopriamo, invece, che oltre
questa linea è posta una sorta di larga conca, dove la mulattiera
termina, una sorta di balcone naturale sulla media Valle di Poschiavo.
Il panorama è davvero ampio e suggestivo: sotto di noi, Poschiavo
e la sua media valle, alla nostra sinistra le più alte cime della
Valmalenco, i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient, Zupò,
Palù, Veruna, alla nostra destra le maggiori cime della Val Grosina,
la cima di Val Viola e la cima Piazzi e, sul fondo, il gruppo dell’Ortles-Cevedale.
Il crinale che separa la Val Fontana dalla Valle di Poschiavo ci propone
in primo piano, a sinistra, il versante corrugato che scende dal monte
Gardè (m. 2705). Guardando in basso, infine, vediamo un ripido
canalone, che termina a monte dei pascoli e dei boschi dell’alpe
Vartegna. Le tre ore di cammino necessarie per raggiungere il passo,
superando un dislivello di circa 925 metri, sono, dunque, ampiamente
ripagate.
Se, però desideriamo un percorso ancora più originale
ed inconsueto, che ci porti però ad ammirare questo medesimo
superbo panorama, possiamo
scegliere di salire dall’alpe Saline non al passo omonimo, ma
alla bocchetta di Vartegna, posta a poca distanza dal passo, ad est-sud-est
(destra). Torniamo, dunque, all’alpe: qui, invece di imboccare
la mulattiera che comincia a salire verso sinistra, dirigiamoci a destra.
C’è una debole traccia di sentiero, leggermente a monte
dello stallone diroccato, che risale un piccolo dosso occupato da rododendri
e piccoli larici. È però difficile riuscire a seguirla,
perché tende a perdersi. Poco male: possiamo salire a vista,
scegliendo l’ampio e ripido versante occupato da pascoli e sfasciumi,
ai piedi della costiera Saline-Sareggio (cioè più a destra),
oppure rimanendo più a sinistra e seguendo un canalone fra due
dossi, per poi piegare a destra.
In entrambi i casi guadagniamo, con un po’ di fatica, l’orlo
di un ampio balcone superiore, occupato da una grande ganda. Possiamo
vedere, ora, alla nostra destra, il crinale occupato dagli ultimi pascoli
e da una grande distesa di massi dalla tonalità rossastra; più
a sinistra, una formazione rocciosa tondeggiante ed infine un’ampia
sella erbosa, che nasconde alla vista la bocchetta. Dirigiamoci, con
facile percorso a vista che tende leggermente a sinistra, al canalone
alla base della sella, guadagnandone, poi, il filo. Ci affacciamo ad
una conca che precede l’ultimo breve versante erboso sotto la
bocchetta. Passando a sinistra di un nevaietto e puntando alla più
bassa sella erbosa, sulla sinistra, siamo, infine, alla bocchetta, posta
a 2588 metri di quota. Dalla bocchetta scende, verso la Motta dei Scioschini,
una ripida traccia di sentiero. l
panorama è ampio, e ripropone gli scenari già illustrati
per il passo delle Saline. Il tempo, infine, necessario per raggiungere
la bocchetta è pressoché identico a quello richiesto dalla
salita al passo.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val
Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto
riportata.
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| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
925 m |
| Tempo |
3 h |
| |
-
Cartina Kompass n. 93, settore C5 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
L'estrema propaggine
di nord-ovest della Val Fontana
La
Val Forame rappresenta l'estrema propaggine della Val Fontana che, nella
sua parte più alta, modifica l'orientamento nord-sud piegando
verso ovest. E' anche uno degli ambienti più conosciuti della
valle, in quanto viene percorsa dagli escursionisti che salgono al rifugio
Cederna-Maffina.
Per raggiungere la valle bisogna, quindi, risalire l'intera Val Fontana,
a cui si accede da Ponte in Valtellina, staccandosi, sulla sinistra,
dalla strada provinciale 21 Panoramica dei Castelli, che proviene da
Tresivio e prosegue verso Castionetto, quando troviamo le indicazioni
per San Bernardo e la Val Fontana.
La strada che si inoltra in val Fontana raggiunge il rifugio
Finanziere M. Erler, in località Campello, a 1400 metri,
per poi proseguire, con fondo piuttosto sconnesso, fino al bellissimo
Pian dei Cavalli (m. 1548) e terminare all'alpe Campiascio (m. 1680).
In fondo all'alpe, presso la piazzola dove la carrozzabile termina,
un ben visibile cartello indica il punto di partenza del sentiero per
il rifugio, indicando in due ore e mezza il tempo necessario per raggiungerlo.
Il tracciato, segnalato da segnavia, sale sul lato sinistro idrografico
(destro, per chi sale) della val Forame, con diversi tornanti. Il primo
tratto della salita avviene, con diversi tornanti, in
direzione nord-ovest, a sinistra di un vallone secondario; incontriamo
una deviazione a destra, che dobbiamo ignorare, per proseguire, invece,
piegando sinistra (direzione sud-ovest) e salendo fino al filo di un
dosso. In questo tratto incontriamo un cartello che ci invita a contribuire
alla vita del rifugio portando con noi un po' di legna (sempre preziosa).
Possiamo anche osservare larici dalla forma singolarmente contorta.
Aggirato il filo, il sentiero piega leggermente a destra, assumendo
la direzione ad ovest e taglia, con una diagonale, il fianco meridionale
del dosso, fino a raggiungere, con una diagonale, il greto del torrente,
proprio in cima al primo e più alto gradino roccioso della valle.
Ci affacciamo, così, al limite inferiore dell'alpe Forame, a
quota 1950 metri circa, uscendo dal bosco ed incontrando un terreno
occupato in gran parte da una fitta macchia di rododendri. Il sentiero
attraversa qui il torrente, sfruttando un ponticello in legno, si porta
sulla sua sinistra per un buon tratto, per poi riattraversarlo e tornare
sulla destra, prima del secondo gradino roccioso, dal quale scende una
ben visibile cascata. Risalendo un dosso erboso, si raggiungono i 2186
metri dell'alpe Forame, che si percorre interamente, passando accanto
alla baita dell'alpe.
Il
fondo della valle è dominato dallo scuro profilo della parete
est della cima di Painale (m. 3248). Nell'ultima parte del pianoro il
sentiero, sempre segnalato, comincia a salire tendendo leggermente a
destra per superare un terzo gradino sul suo fianco erboso. Raggiunta
la sommità del dosso, se ne trovano altri, con qualche roccetta
affiorante, e li si supera tendendo verso nord. Il rifugio (m. 2583),
che si raggiunge piegando leggermente a destra, resta nascosto dietro
l'ultimo dosso, ma è segnalato anche ad una certa distanza dalla
ben visibile bandiera posta a qualche decina di metri di distanza.
La costruzione del rifugio data esattamente ad oltre un secolo
fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio Cederna,
che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel lontano
1886, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana), e per interessamento
della sezione valtellinese del CAI, venne eretta la capanna, inaugurata
il 31 luglio dell’anno successivo (per cui l’anno prossimo
si festeggia il centenario), capanna che però ebbe una vita travagliata,
in quanto già nel 1914 venne gravemente danneggiata. Venne avanzata
anche l’ipotesi che ciò fosse accaduto ad opera della Guardia
di Finanza, per togliere ai contrabbandieri un punto di appoggio fondamentale.
Un
intervento di ricostruzione, nel 1926, portò alla temporanea
riapertura del rifugio, che, tuttavia, venne di nuovo chiuso nel 1938,
dopo una seconda azione di danneggiamento. Dobbiamo, quindi, giungere
ad anni più vicini a noi, e precisamente al 1980, per vedere
la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa della sezione
valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per commemorare,
oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina, morti
due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal
punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico.
Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta
Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo,
infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una
depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata,
più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323),
a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente
al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi
percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale
che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare
che tale vetta è raggiungibile dalla
Cederna-Maffina anche per diversa via, cioè percorrendo il crinale
meridionale.
Fra le escursioni possibili, quella di maggiore fascino è sicuramente
la traversata al rifugio De
Dosso, all'alpe Painale (alta Val di Togno), oppure al rifugio
Cristina, in Valmalenco. Si tratta, in questo secondo caso, di percorrrere,
a ritroso, un tratto del Sentiero
Italia, valicando i passi Forame (m. 2833) e, dopo la splendida
traversata dell'alta Val Painale, degli Ometti (m. 2758).
Il passo Forame è facilmente individuabile, in quanto si colloca
sulla marcata depressione che vediamo a destra della punta Painale,
ad ovest-sud-ovest del rifugio. Per salirvi dobbiamo prendere questa
direzione, fino a raggiungere il piede del ripido versante che scende
dal passo stesso, dove troviamo anche un nevaietto. La salita del versante,
su traccia di sentiero assai debole, è piuttosto faticosa, soprattutto
nell'ultimo tratto che, per l'accentuata pendenza, richiede attenzione
e prudenza.
Ci affacciamo, ora, sull'alta Val Painale, estrema propaggine della
Val di Togno, e cominciamo a scendere lungo un canalone di sfasciumi,
fino ad una quota di poco superiore ai 2400 metri. Se
vogliamo raggiungere il rifugio De Dosso (m. 2119), posto nella piana
dell'alpe Painale, non lontano da un bellissimo laghetto, dobbiamo proseguire
nella discesa, mantenendo la direzione ovest.
Se, invece, vogliamo raggiungere il passo degli Ometti, dobbiamo iniziare
a risalire in direzione nord-nod-ovest, piegando a destra dopo aver
aggirato alla base il fianco roccioso che delimita a nord il canalone
che scende dal passo Forame. Qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso
ci può aiutare, ma la salita avviene senza direzione obbligata.
Raggiunto, più o meno, il centro dell'alta valle vediamo, a monte,
una caratteristica formazione rocciosa con una netta spaccatura nel
mezzo, dalla quale scende un torrentello. Poi, descrivendo un arco che
tende gradualmente a sinistra e passa sotto lo spigolo di sud-ovest
che scende dal pizzo Scalino, ci avviciniamo al crinale che separa la
Val di Togno dalla Valmalenco, e precisamente alla sella erbosa posta
a valle delle ultime roccette dello spigolo.
Dal passo degli Ometti, a quota 2758, effettuiamo, infine, la discesa
alla piana dell'alpe Prabello, dove si trova il rifugio Cristina
(m. 2287). Si
tratta di una discesa non facile, che avviene tendendo dapprima a destra,
piegando, poi, leggermente a sinistra ed infine di nuovo a destra, per
superare una faticosa fascia di grandi massi, prima di raggiungere il
crinale più tranquillo, anche se piuttosto ripido.
Si tratta, quindi, di una traversata di grande fascino, che richiede,
però, buone esperienza escursionistica, attenzione e prudenza.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val
Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto
riportata.
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| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
900 m |
| Tempo |
2h e 30 min |
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Cartina Kompass n. 93, settore C5 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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