Val Fontana

Nel versante retico sopra Ponte in Valtellina e Chiuro

 

 
Nel versante retico sopra Ponte in Valtellina e Chiuro

Le valli del versante orientale della Val Fontana, viste dal rifugio Cederna-Maffina. Foto di M. Dei Cas Della Val Fontana, la “Guida alla Valtellina” della sezione valtellinese del CAI (Sondrio, II ed., 1884), dice: “E’ vasta, ricca di maggenghi e di pascoli. S’apre a oriente di Ponte e procede verso nord. Una strada praticabile alle priali (…carri a due ruote con due tronchi d’albero che poggiano le loro estremità sulla via e vengono così strascicate nella discesa…) conduce fino alle ultime alpi nel piano della valle…” A distanza di più di un secolo, questa descrizione è ancora in certa misura attuale.
La valle, pur non avendo le dimensioni delle illustri vicine, vale a dire la Valmalenco ad ovest e la Valle di Poschiavo ad est, non può certo essere considerata fra le minori del versante retico, ed offre un gran numero di interessanti percorsi escursionistici. Tuttavia sono pochi quelli che la conoscono, ed ancor meno quelli che ne conoscono le possibilità offerte agli amanti delle camminati in ambienti incontaminati e di grande bellezza.
Quali i motivi? Uno, sicuramente, è la difficoltà di accesso. Una strada la percorre dall’imbocco all’alpe Campiascio, sul pianoro ai piedi della sua testata, ma si tratta di una strada poco agevole. È asfaltata fino alle baite di Campello (dove si trova uno dei due rifugi della valle, il rifugio A.N.A. ricavato dall’ex caserma della guardia di Finanza intitolata al finanziere Massimino Erler), Ponte in Valtellina. Foto di M. Dei Casdove l’asfalto cede il posto, per un breve tratto, al cemento, cui segue ben presto un fondo sterrato in condizioni tutt’altro che buone. Anche la parte asfaltata è in buona parte piuttosto stretta, è occupata talora da mucche o capre, e richiede quindi prudenza ed attenzione. Il traffico è, inoltre, vietato dalle ore 20.00 alle ore 7.00. In valle, poi, mancano centri e strutture recettive per il turismo. Ben poche, poi, sono le cime o le pareti capaci di attrarre i cultori della pratica alpinistica. Non manca, invece, un’alta via che riproduce, in dimensioni ridotte, l’arco dell’Alta Via della Valmalenco, ma si tratta di un percorso che, a parte le intrinseche difficoltà proposte da diversi passaggi, è priva di una segnaletica adeguata, per cui solo escursionisti davvero esperti, con un adeguato supporto cartografico, potrebbero venirne a capo. Aggiungiamo la fama poco simpatica legata alla presenza delle vipere che, si dice, qui abbondino (ed è quindi bene, ma questo vale per qualunque altra zona alpina, praticare l’escursionismo con calzoni o tuta di tessuto robusto, evitando i “fuori-sentiero”, soprattutto nelle pietraie e laddove la bassa vegetazione impedisca di vedere dove si mettano i piedi).
Risultato: eccezion fatta per i giorni festivi nel cuore della stagione estiva, percorrendo la Val Fontana ci capiterà di incontrare ben poche persone. Eppure la Val Fontana è, per diversi aspetti, un ambiente ideale per i consuma-scarpe (così, simpaticamente, si potrebbero definire gli amanti delle lunghe camminate): un ambiente incontaminato, il fascino della montagna che conserva ancora un aspetto solitario e selvaggio, Scorcio di Chiuro. Foto di M. Dei Casla presenza di pochi sentieri, ma in gran parte in buone condizioni, le molteplici possibilità di interessanti traversate verso la Valle di Poschiavo, la Val Painale ed il versante retico mediovaltellinese.
Riportiamo, nelle pagine raggiungibili attraverso i link riportati in fondo, alcune interessanti e pochissimo conosciute proposte escursionistiche, legate al Sentiero del Sole che la attraversa da ovest ad est, alle valli del Combolo, Malgina, dei Laghi e Sareggio, all’alpe ed al passo di Saline alla Val Forame ed al secondo rifugio presente in valle, la capanna Cederna-Maffina.
Vediamo, innanzitutto, come raggiungere la valle. Chi percorra la ss. 38 dello Stelvio, se ne deve staccare all’altezza di San Carlo di Chiuro (riconoscibile per la chiesa ed il ristorante S. Carlo), per imboccare non la strada che sale verso Chiuro, ma quella che parte alla sua sinistra, a lato della chiesa di S. Carlo (la via S. Carlo), e che sale verso la chiesa della Madonna di Campagna ed il cimitero di Ponte in Valtellina. Poco oltre la chiesa, ad uno stop, proseguiamo nella salita, imboccando la via Europa, volgendo a sinistra e raggiungendo la chiesetta di san Gregorio Magno, sul limite occidentale di Ponte in Valtellina. Qui dobbiamo svoltare a destra, immettendoci sulla strada provinciale 21, Panoramica dei Castelli, che proviene da Tresivio e prosegue per Castionetto di Chiuro; dopo un breve tratto, ignorata una deviazione a destra, svoltiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per San Bernardo e la Val Fontana. La strada attraversa una fascia di terreni destinati alla coltura del melo e, dopo una svolta a destra, porta alla bellissima e trecentesca chiesetta di San Rocco, a 773 metri.
Appena sopra la chiesetta, troviamo un bivio: ignorando la strada di sinistra, che sale a San Bernardo, proseguiamo a sinistra, sulla stretta strada che si inoltra in Val Fontana sul suo versante occidentale, La chiesetta di S. Antonio. Foto di M. Dei Casincontrando dapprima le baite di Cevo (m. 1026) e raggiungendo poi, dopo una breve discesa, il ponte di Premelè (m. 1046, ad 8 km. dalla chiesetta di San Gregorio), che consente di passare sul lato opposto della valle, varcando il torrente Valfontana (un torrente impetuoso, che scorre per 14 km con una pendenza media del 16% e che non ha mancato di provocare disastri alluvionali, soprattutto nel paese di Chiuro, nel corso dei secoli).
Attraversato il ponte, dall’elegante architettura coperta, troviamo, sulla nostra destra, una pista con fondo in cemento, che scende tagliando il fianco orientale della Val Fontana. Scendendo per un tratto lungo la pista, possiamo vedere alla nostra destra, sul letto del torrente, un grande masso, sulla cui sommità si vede un’impronta che sembra essere stata impressa da una grande mano. Al masso è legata una leggenda: pare che il diavolo lo volesse scagliare da Dalico su Castionetto e che sia finito qui per un errore; prima che questi potesse ripetere il tentativo, tuttavia, intervenne Sant’Antonio, mettendolo in fuga, per cui l’impronta della mano sarebbe sua (o, secondo altra versione, quella del diavolo). La pista, in cui al fondo in cemento si sostituisce quello in terra battuta, termina, dopo un buon tratto in salita ed un’ultima discesa, confluendo nella strada asfaltata che da Castionetto di Chiuro sale a Dalico, La strada nel tratto S. Antonio-Campello. Foto di M. Dei Casun paio di tornanti sopra la Torre di Castionetto. Si tratta, quindi, di una via di accesso alternativa alla Val Fontana, percorribile, però, non con automezzi, ma in mountain-bike.
Torniamo sulla strada che sale in valle: qualche tornante dopo il ponte di Premelè, ci porta, quindi, al nucleo di S. Antonio, con la caratteristica chiesetta omonima (m. 1208, a 10 km. dalla chiesetta di S. Gregorio). Proseguendo, dopo circa 2 km passiamo a valle delle baite di Campello, dove si trova anche l’ex-caserma della guardia di Finanza “Massimino Erler”, ora rifugio dell’A.N.A. di Ponte (dalla strada il rifugio e le baite non si vedono, perché si trovano più a monte, sulla destra). Dalle baite di Campello parte il difficile sentiero che risale, ripido, la valle del Combolo. Qui si trova anche, alla nostra sinistra, il ponte che consente di passare (a piedi o in mountain-bike) sul lato opposto della valle, incontrando le baite poste allo sbocco della Val Vicima, importante laterale occidentale della Val Fontana.
Inizia, ora, per il nostro veicolo la parte più sofferta: il fondo sconnesso della strada sterrata lo mette, infatti, a dura prova. Sono necessari altri 3 km prima di approdare alla splendida piana denominata Pian dei Cavalli, a 1550 metri. Da qui parte l’escursione che prevede una salita in Val Malgina. La sterrata prosegue per terminare alla seconda grande piana, quella dell’alpe Campiascio (m. 1680), a poco più di 1 km di distanza. Il Pian dei Cavalli. Foto di M. Dei CasIn questo tratto, appena oltrepassato un bel ponticello in legno, troviamo una deviazione, a destra: di qui partono le escursioni alla Valle dei Laghi ed alla Val Sareggio. Dall’alpe Campiascio, infine, partono le escursioni che hanno come meta il rifugio Cederna-Maffina e l’alpe ed il passo di Saline (o la vicina bocchetta di Vartegna).
Per visionare queste diverse possibilità escursionistiche, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto riportata.


 

Difficoltà
T (turistica)
Dislivello
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Tempo
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- Cartina Kompass n. 93, settori C5, C6 e C7
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sopra Campello, sul lato orientale della Val Fontana

Il passo e la cima Vicima, visti dalla bocchetta di Ron. Foto di M. Dei Cas Nella già solitaria Val Fontana, la Val Vicima (da non confondere con l'omonima in Val di Tartano) rivaleggia con la Valle del Combolo per la palma della valle più solitaria. Si tratta della prima valle che si incontra, sulla sinistra, entrando in Val Fontana, e non è una valle minore, ma di dimensioni medie. Gli amanti dei passi inanellati nella cornice di silenzi profondissimi non potranno, quindi, mancare di farci un serio pensierino. Aggiungiamo: con due automobili a disposizione, si può effettuare un’elegantissima traversata, per la bocchetta di Ron, dalla Val Fontana all’alpe di Ron, con successiva discesa S. Bernardo, sopra Ponte in Valtellina.
Vediamo, allora, come salire in questa valle. Con l’automobile dobbiamo raggiungere, partendo da Chiuro, la località Campello, oltre S. Antonio, in Val Fontana, dove si trova anche il rifugio intitolato al finanziere Massimino Erler.
Appena prima di incontrare, sulla destra, l’ex caserma della guardia di Finanza adibita ora a rifugio, troviamo, sulla sinistra della strada, una stradina che scende al torrente di Val Fontana, dove un ponticello in legno (m. 1401) porta sul lato opposto della La bassa Val Vicima. Foto di M. Dei Casvalle, in un punto immediatamente a monte a quello di confluenza del torrente Vicima nel torrente di Val Fontana. Lasciamo, quindi, l’automobile in uno dei pochi slarghi della strada, ed imbocchiamo la pista, che, oltre il ponte, procede verso destra, tagliando la parte bassa della fascia di prati nella quale si allarga la basse Val Vicima. Se gettiamo un’occhiata alle nostre spalle, vedremo un interessato spaccato della catena orobica, che ci propone gli unici “tremila” di questa catena, i pizzi di Coca, Scais e Redorta.
Dopo aver valicato un ponticello più modesto ed essere passati a fianco delle baite ai piedi dei prati (m. 1458), risaliamo la fascia di prati, su traccia di sentiero, portandoci gradualmente verso sinistra, fino a trovare un ponticello piuttosto rudimentale, costituito da pochi tronchi allineati, che ci consente di valicare, da destra a sinistra, il torrentello che scende dalla valle, a quota 1570. Il sentiero comincia, quindi, a salire nella fresca e luminosa cornice di un bel bosco di larici. Incontriamo qualche segnavia giallo, il colore che ci accompagnerà nel resto della salita. A quota 1629 approdiamo ad una radura, quel che resta dell’alpe Basalone, dove si trovano due baite.
La media Val Vicima. Foto di M. Dei CasLa salita prosegue nel bosco, finché, superato di nuovo il torrente da sinistra a destra, sbuchiamo, a quota 1850, ad un’ampia fascia prativa (dove il sentiero quasi scompare), che attraversiamo in diagonale verso destra, incontrando anche, su un grande masso, un ometto, mentre davanti a noi, a nord, occhieggia la cima Cigola (m. 2560). Terminata la diagonale e raggiunto il limite settentrionale della fascia, pieghiamo a sinistra, guidati da un secondo ometto, e rientrando, per un breve tratto, nella macchia.
Poi usciamo di nuovo all’aperto, su un largo versante occupato da massi ed erba piuttosto alta. Dobbiamo stare sempre molto attenti ai bolli ed agli ometti, perché il sentiero appare e scompare. In particolare, può trarre in inganno la carta IGM, che segna il sentiero nei pressi del torrente. In realtà proseguiamo in direzione di una formazione rocciosa che vediamo davanti a noi. Dopo aver guadato, da sinistra a destra, un ramo secondario del torrente, pieghiamo decisamente a destra, lasciando la formazione rocciosa alla nostra sinistra, e raggiungendo il fianco roccioso di destra (nord-est) della valle. Poi volgiamo di nuovo a sinistra, superando una fascia di ontani ed un successivo versante erboso disseminato di sassi, fino ad approdare alla soglia dell’alpe Vicima, distesa sulla piana di quota 2183. La traccia di sentiero è sempre Il pizzo e la Valle del Combolo visti dalla Val Vicima. Foto di M. Dei Casdiscontinua, per cui l’attenzione agli ometti è essenziale. Di più: è proprio quest’ultimo tratto che precede l’alpe ad offrire i maggiori problemi al ritorno, in quanto non è facile individuare il sentiero, se non si sono memorizzati alcuni punti di riferimento.
Poco prima di raggiungere l’alpe, si mostrano, a chiudere il panorama dell’alta valle, eleganti e signorili, tre cima, la centrale vetta di Ron (m. 3137), regina della valle, e le sue due ancelle, la corna Brutana (m. 2989), a sinistra, e la Cima Corti (m. 3032), alla sua destra. All’alpe ci accoglie un grande masso, dalla forma singolare, poi il rudere di due edifici per il ricovero del bestiame e di alcune baite minori. Si intuisce che in passato questa fosse un’alpe di primaria importanza. Ora vive dignitosamente il suo torpido oblio, e non sembra ridestarsi neppure allo sguardo curioso dell’escursionista. Proseguiamo, tenendo più o meno il centro della piana. Un grande sperone roccioso centrale ci impedisce la visuale sull’alta valle. Anche la vetta di Ron torna a nascondersi. È il gioco della valle, che contrappunta i suoi silenzi.
Guardiamo alla testata della valle, sulla sinistra: riconosceremo due depressioni, una più marcata a destra, una appena accennata a sinistra. La bocchetta di Ron (m. 2639), che consente di scendere all’alpe omonima, è la meno evidente di queste selle, cioè quella di sinistra. Prima di lasciare l’alpe, volgiamo per un attimo lo sguardo: ottima è la visuale sulla Valle del Combolo, che culmina nel pizzo Combolo, a sinistra, nella bocchetta della Combolina, al centro, e nel monte Calighè, a destra.
Corna Brutana, vetta di Ron e cima Corti. Foto di M. Dei CasLa traccia di sentiero punta, ora, al fianco sinistro dello sperone centrale (attenzione a non seguire la traccia che, invece, piega a destra e sale in Val Molina, prolungamento settentrionale dell’alta Val Vicima), attraversa il torrente da destra a sinistra ed approda ad un’ampia conca di sfasciumi (m. 2300), a sinistra dello sperone. Ora possiamo vedere con maggiore chiarezza le due selle. Quella di destra sembra più agevole ed invitante, ma è a quella, più stretta e leggermente più alta, di sinistra che dobbiamo puntare. Le possibilità sono due. Una diagonale, a vista, che guadagna, per via diretta, il piede del ripido versante che sale alla bocchetta, oppure l’ampio semicerchio, più a destra, descritto dall’esile traccia di sentiero. La prima via è più breve, ma anche più faticosa, perché ci impone di attraversare una fascia di sfasciumi, con tutte le attenzioni del caso.
Se optiamo per la seconda soluzione, dobbiamo stare attenti a lasciare alla nostra destra la traccia che sale al più alto passo di Vicima (m. 2869), lo stretto intaglio nel quale culmina un ripido canalino di sfasciumi, posto fra la cima Corti, a sinistra, e la cima Vicima (m. 3124), a destra. Segnaliamo, en passant, Baita all'alpe Vicima. Foto di M. Dei Casche questo passo, ancor più disagevole della bocchetta di Ron, permette di passare dall’alta Val Vicima alla Val Painale, scendendo al rifugio De Dosso.
Ma torniamo al versante sotto la bocchetta di Ron. La salita, nel primo tratto, è abbastanza faticosa, ma senza problemi. Incontriamo, anche, un grande triangolo rosso contornato di giallo, il simbolo dell’Alta Via della Val Fontana, che parte dall’alpe di Ron, scende in Val Vicima proprio dalla bocchetta di Ron e poi comincia una traversata alta sul versante opposto della valle. Più si sale, e più sale la fatica, perché aumenta la pendenza. Nell’ultimo tratto i magri pascoli lasciano il posto a canalini generati da slavine. Il terreno è duro, per cui dobbiamo attraversare l’ultimo tratto con piede fermo.
Pieghiamo, alla fine, leggermente a destra, per raggiungere la sella erbosa dei 2639 metri della bocchetta, che si apre fra il Rovinadone, alla nostra destra (m. 2748) e la cima dei Motti, alla nostra sinistra (m. 2773). Camminiamo da quasi 4 ore, ed abbiamo superato un dislivello in altezza di 1240 metri. Sul versante opposto, si apre la vasta distesa dell’alpe di Ron, ai piedi di un versante di sfasciumi e magri pascoli.
L'alta Val Vicima. Foto di M. Dei CasLa discesa all’alpe non presenta problemi, se non nel primo tratto, un po’ ripido, e può avvenire anche a vista, in direzione del ben visibile baitone dell’alpe (m. 2164). Appena sotto il baitone giunge una pista sterrata che scende all’alpe Campo, dalla quale una seconda e più larga pista conduce a S. Bernardo (m. 1270). Molto bello è anche il panorama orobico, che propone, in primo piano, da sinistra, la Valle d’Arigna con la sua poderosa testata, la Val Venina e la Valle del Livrio. Alle nostre spalle, l’estremo orizzonte della solitudine, quella Val Molina che si presenta come un immenso e rossastro deserto di massi. Alla sua sinistra, la cima Vicima (m. 3124), preceduta dalle anticime quotate 3092 e 3123, poste a destra del passo di Vicima. A sinistra del passo, invece, si mostra solo la cima Corti, mentre la vetta di Ron resta nascosta. A destra della cima Vicima, infine, il versante dell’alta valle risale, dopo l’ampia conca della Val Molina, alla tozza cima di Forame (m. 3058) ed a quella singolare del pizzo Calino (m. 3022).
Una serie di signore cime, dunque, contorna questa valle che merita di essere chiamata una signora valle. Una signora abbandonata ed un po’ triste, ma non desolata. Qualunque sia la via del ritorno L'alpe di Ron vista dalla bocchetta di Ron. Foto di M. Dei Cas(per la via d’andata o per l’alpe di Ron), non può che essere questo il pensiero che ci accompagna.

L'alpe Vicima. Foto di M. Dei Cas
Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
1240 m
Tempo
4 h
- Cartina Kompass n. 93, settori C6 e C7
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sopra Campello, in Val Fontana

Il rifugio A.N.A. Erler a Campello. Foto di M. Dei Cas Se, salendo in Val Fontana, raggiungiamo, oltrepassata la località di S. Antonio, le baite di Campello, dove si trova il rifugio dell’A.N.A. di Ponte “Massimino Erler”, si apre chiaramente, davanti ai nostri occhi ed alla nostra sinistra, la Val Vicima, importante laterale occidentale della valle.
Non sospetteremmo, invece, che anche alla nostra destra scende una laterale, orientale, la Valle del Combolo. Quel che vediamo, infatti, è un versante ripido, occupato da formazioni rocciose e bosco e tagliato da un solco dal quale il torrente Combolo raggiunge il fondovalle, confluendo nel torrente Valfontana. Guardando da questo osservatorio, oltre il solco ed il gradino roccioso si potrebbe pensare non vi sia altro che un modesto vallone, intagliato nell’aspro fianco orientale della Val Fontana. Invece si sviluppa una valle che ospita un’alpe e che va ampliandosi nella sua parte più alta, diventando un ampio circo, selvaggio e solitario, che termina ai piedi del versante meridionale del pizzo Combolo (m. 2900), e che consente, grazie alla bocchetta della Combolina (m. 2568), di uscire dalla Val Fontana e di scendere sul versante retico che si affaccia sull’alpe Meden, in Val dei Cavalli (alta Valle di Boalzo).
L’accesso alla Valle del Combolo non è agevole: il sentiero che vi sale, infatti, nonostante sia stato ripulito una Il sentiero per l'alpe del Combolo. Foto di M. Dei Casquindicina di anni fa, è, in diversi punti, in cattive condizioni, per cui solo con grande attenzione riusciamo a seguirne interamente la traccia fino all’alpe Combolo (m. 1996). Oltre l’alpe, poi, finisce per perdersi quasi interamente, costringendo ad una salita a vista che, soprattutto nel primo tratto, è piuttosto faticosa. La valle, infine, non ci offre il volto di una montagna ridente o suggestiva, ma piuttosto quella di un ambiente scorbutico, aspro, apparentemente privo di elementi di attrattiva. Non sembrerebbe, dunque, sussistere alcun motivo per sobbarcarsi la faticosa salita lungo un sentiero in buona parte ripido ed assediato da una vegetazione debordante. O meglio, un motivo potrebbe esserci, quello di effettuare un’insolita traversata ad anello che, passando dalla bocchetta della Combolina, ci permetta di uscire dalla Val Fontana per rientrarvi, poi, passando dal versante retico sopra Prato Valentino, traversando alla Costa di San Gaetano, scendendo a Dalico e seguendo il tracciato del Sentiero del Sole, che ci riconduce a S. Antonio, poco sotto Campello. È un motivo valido? Ciascuno giudichi da sé.
Quel che è certo è che per intraprendere questa escursione è necessaria una buona dose di esperienza, pazienza e prudenza, oltre che buone condizioni ambientali (terreno asciutto ed assenza di neve). La Val Vicima, vista dal sentiero per l'alpe Combolo. Foto di M. Dei CasÈ, inoltre, opportuno percorrere l’anello escursionistico in senso orario, partendo cioè da Campello, perché la discesa dalla valle del Combolo, per chi non la conosca, espone al rischio di perdere il sentiero e quindi di finire per dissipare tempo ed energie in faticosi giri in una montagna rinselvatichita dal lungo abbandono.
Lasciamo, quindi, l’automobile ad una delle piazzole che precedono le baite di Campello (m. 1400) e, imboccata la breve pista che dalla strada si stacca sulla destra, portiamoci alla baita più a valle, sul limite inferiore dei prati della località. Camminando a ridosso del margine destro dei prati, nei pressi del torrente Combolo, cominciamo a salire, fino a trovare, sul limite superiore, un piccolo varco fra i sassi che delimitano il prato, e che introduce al sentiero. Nel primo tratto questo sale nel bosco, diritto (direzione est), a sinistra del torrente, fino a quota 1500 circa. Inizia, quindi, un lungo tratto nel quale esso volge a sinistra (nord-est) e supera, a monte, un largo corpo franoso, che scende fino ai prati a monte del rifugio dell’A.N.A. di Ponte “Massimino Erler”, ricavato sfruttando un’ex-caserma della Guardia di Finanza.
Poi pieghiamo ancora a destra, affrontando alcuni ripidi tornanti. La traccia, in questo tratto, oltre che essere assai ripida, è molto sporca, ed in alcuni punti il sentiero si indovina, più che vedersi. La baita del Combolo. Foto di M. Dei CasSiamo a ridosso della sponda rocciosa sul lato settentrionale della valle ma, piegando ancora un po’ a destra (sud-est), ce ne allontaniamo ben presto, entrando in una bella macchia di larici, dove la traccia si fa più chiara, anche se rimane ripida. Il sentiero sbuca, così, in una piccola radura, che sormonta il severo dosso che abbiamo salito, poco sopra quota 1700, dove si trova anche un ometto.
Attraversata la radura, il sentiero prosegue, a destra, con un breve tratto pianeggiante all’interno di una macchia, dalla quale esce subito, in corrispondenza di una sorta di strozzatura della valle, ai piedi di un piccolo corpo franoso, sulla nostra sinistra (punto di riferimento prezioso per chi si trovasse a scendere), non lontano dal corso del torrente, che rimane sempre alla nostra destra. Inizia il tratto più faticoso della salita sul sentiero, perché questo, in molti punti quasi interamente divorato dal sottobosco, sale, con diversi tornanti, su un versante ricoperto da una vegetazione caotica e disordinata. Dopo un primo tratto che ci porta quasi a ridosso del torrente, iniziano i tornanti, ed inizia anche l’attenta ispezione del terreno che ci consente, soprattutto nelle svolte, di non perdere la traccia. Superata la fascia di sottobosco, rientriamo in una macchia di larici, e qui la traccia, con nostro grande sollievo, torna ad essere più evidente, finché il bosco si dirada un po’ e troviamo alcuni cumuli di sassi. È già visibile, sopra di noi, l’apertura dei prati dell’alpe del Combolo, che raggiungiamo salendo diritti, a vista (la traccia qui si perde; La salita in alta valle del Combolo. Foto di M. Dei Casse dobbiamo tornare per la medesima via di salita, memorizziamo bene il punto nel quale essa comincia a scendere nel bosco di larici).
Anche nei prati dell’alpe regna il caos di una vegetazione rigogliosa e disordinata. Qui troviamo una grande baita, semidiroccata, la baita del Còmbolo, quotata 1996 metri. A questo punto il sentiero non è più che labile fantasma. A monte dei prati c’è un bosco che dobbiamo attraversare salendo a vista, prima di approdare alla parte alta della valle, dove la macchia termina. La salita è piuttosto faticosa: scegliamo la via meno difficile, procedendo, più o meno, sulla verticale della baita, o tendendo leggermente a destra. La salita nel bosco, per fortuna, non è lunga: le piante si diradano e lasciano il posto ai magri pascoli, alle pietraie, ai rododendri.
Abbiamo, ora, una visione più chiara della valle, che si divide in due rami. Uno, il più breve, sta alla nostra destra e culmina in una larga sella a destra (sud-ovest) del monte Brione (m. 2542); sul versante opposto, cioè su quello della media Valtellina, si trova la parte alta degli impianti di risalita di Prato Valentino, sopra Teglio. Il ramo che stiamo risalendo, invece, è un po’ più lungo. Un largo dosso, a quota 2300 circa, ci impedisce di vedere la fisionomia della parte più alta della valle. Dobbiamo procedere fino a raggiungerne il bordo, senza percorso obbligato, seguendo il corso di un canalino delimitato, a sinistra, da La bocchetta della Combolina, vista dall'alta valle del Combolo. Foto di M. Dei Casun dosso di rododendri e bassi larici.
Raggiunta quota 2300 metri circa, si apre il circo terminale della valle, ampio, solitario ed un po’ desolato. Alla nostra destra, la corrugata ed aspra parete nord-orientale del monte Calighè (m. 2698); un po’ più a sinistra, una larga sella, che, di primo acchito, saremmo portati ad individuare come la bocchetta della Combolina. Questa, invece, si trova ancora più a sinistra, su una sella meno ampia, separata dalla prima da un rilievo minore. Ancora più a sinistra lo sperone che scende verso sud dal monte Combolo ci impedisce di vederne la cima.
Per salire alla bocchetta dobbiamo ora, sempre procedendo a vista, attraversare in diagonale la ganda che occupa la conca centrale dell’alta valle, procedendo verso sinistra e risalendo, fra radi pascoli e sfasciumi, il fianco del versante terminale per la via più agevole, fino ad intercettare il visibile sentiero che proviene dal limite sinistro della bocchetta. Si tratta del sentiero utilizzato da chi sale al pizzo Combolo: seguendolo verso destra, raggiungiamo facilmente il corridoio erboso della sella. Da qui il pizzo Combolo è ben visibile, sul limite sinistro dell'aspro fianco settentrionale dell'alta valle. Al termine della salita, abbiamo superato circa 1170 metri di dislivello in tre ore e mezza di cammino (ma il tempo, data la natura del terreno, è piuttosto approssimativo).
Più agevole è la discesa sul versante retico medio-valtellinese, che ci mostra un volto ben diverso della montagna, aperto, solare, tranquillo. La bocchetta della Comboli,a vista dalla mulattiera per il passo del Meden. Foto di M. Dei CasIl largo canalone che scende dalla bocchetta termina in una conca, per la quale passa la mulattiera militare che dal passo del Meden scende fino al largo dosso della Costa del Monte Brione. Per scendere alla conca, sfruttiamo il sentiero che parte sul lato sinistro della bocchetta e che, nella parte bassa, passa sul lato destro del canalone, fino ad intercettare la mulattiera.
Percorrendola verso destra, attraversiamo l'alta Valle di Boalzo (denominata Valle dei Cavalli), fino a raggiungere, a quota 2991, la pista sterrata che da Prato Valentino sale verso la parte più alta degli impianti di risalita, posta appena sotto la cima erbosa del monte Brione. Scendiamo, ora, tranquillamente lungo questa pista, fino alla località Fontanacce (m. 2100), dove troviamo, in corrispondenza di un recinto e di un casello dell’acqua e poco sotto il punto di arrivo intermedio degli impianti, un sentiero che se ne stacca sulla destra, iniziando una traversata in direzione dell’ampio e brullo dosso della Costa di San Gaetano (si tratta del Viale della Formica). Raggiunto il largo crinale del dosso, scendiamo in direzione di un’asta metallica, che segnala il punto di partenza di un sentierino che, attraversata una macchia, scende alla baita di Prepatel, il punto più alto della fascia di prati e boschi sopra Dalico. Qui troviamo una pista carozzabile: scendiamo lungo la pista, incontrando la chiesetta di San Gaetano e raggiungendo le baite più in basso, dove, seguendo le indicazioni per il Sentiero del Sole, la abbandoniamo imboccando una pista secondaria, sulla destra, che porta ai limiti del bosco. La pista che scende a Prato Valentino. Foto di M. Dei CasQui inizia il sentiero che ci riporta in Val Fontana, attraversando la val Frassino e la val Fredda, fino alle baite alte di S. Antonio, dalle quali, per la strada di Val Fontana, risaliamo a Campello. L’intero anello richiede circa 7 ore di cammino.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto riportata.



 

Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
1170 m
Tempo
7 h
- Cartina Kompass n. 93, settori C6 e C7
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sopra il Pian dei Cavalli, in Val Fontana

Il Pian dei Cavalli. Foto di M. Dei Cas La prima valle di una certa ampiezza (dopo le minori val Fràssino e val Fredda e la selvaggia valle del Combolo) che incontriamo sulla nostra destra (est), salendo in Val Fontana, è la Val Malgina, che offre diversi elementi di interesse. Una precisazione, innanzitutto: non confondiamo questa valle retica con l’omonima e più ampia valle orobica che si apre a monte (sud) di Castello dell’Acqua (curiosamente, le due valli sono pressoché alla stessa longitudine). La Val Malgina di Val Fontana ha un orientamento da ovest ad est ed è delimitata, a sud, dal monte Còmbolo (m. 2900) e dal suo crinale occidentale, che scende fino al dosso Combolo (m. 2224), ed a nord dalla dorsale che, partendo dal pizzo Malgina (m. 2802), si sviluppa verso nord-ovest passando per la cima della Ganda Rossa (m. 2745).
Un tracciato militare la percorreva quasi interamente, giungendo fin nei pressi del terminale passo di Malgina, che guarda sulla parte alta della Val Saiento (prima laterale occidentale della Valle di Poschiavo, in territorio Svizzero). Di questo tracciato restano numerosi tratti, mentre altri sono stati invasi dai magri pascoli e ridotti a sentiero. Nonostante ciò, la via per salire in valle, proprio per questa origine, ha un andamento estremamente regolare, il che rende il cammino meno faticoso. La mulattiera militare, costruita durante la Prima Guerra Mondiale, si spiega tenendo presente i timori strategici dello Stato Maggiore italiano: La vetta di Rhon ed il pizzo Calino, visti dalla media Val Malgina. Foto di M. Dei Casgli Austriaci, si pensava, avrebbero potuto violare la neutralità della Svizzera e quindi tentare una manovra di aggiramento delle linee italiane, sul fronte dello Stelvio, proprio passando per la Valle di Poschiavo. Di qui la necessità di presidiare i passi che danno su questa valle. Oggi questi timori sono solo un lontano ricordo, ma suscita ancora una strana impressione pensare che questi luoghi, così legati ad un’idea di pace immota e profondissima, siano stati, in passato, toccati dalle opere della guerra.
Per salire in valle si parte dal Pian dei Cavalli, e precisamente dalla prima baita che incontriamo sulla nostra destra all’inizio della piana, che si stende ad una quota di 1537 metri. Alla baita sale una carrozzabile, che diviene, poi, tratturo. Questo, dopo un breve tratto in nel bosco di larici a monte dei prati, lascia il posto al sentiero. Proprio all’inizio della salita, a causa di un piccolo smottamento, c’è un passaggio che richiede attenzione; lo si può, tuttavia, evitare risalendo, a vista, il dolce crinale disseminati di radi larici che si trova a destra della baita, fino ad intercettare il sentiero a monte di tale passaggio. Questo, dopo aver lambito il torrente Malgina (che rimane sulla nostra destra, in quanto noi saliamo sul fianco settentrionale della valle), se ne allontana ed inizia una lunga e regolare serie di tornanti nel bosco, fino ad uscirne nei pressi del Baitello Malgina, piccolo edificio posto a quota 1880, ristrutturato nel 1996 dai Cacciatori del Settore n. 4 di Val Fontana e Val d’Arigna, con il patrocinio dei comuni di Chiuro e Ponte (gran parte della Val Fontana è in territorio del comune di Chiuro). La costiera meridionale della Val Malgina. Foto di M. Dei CasUna sosta al baitello, dal momento che siamo in cammino da un’ora, o poco meno, ci permette di gustare un panorama già interessante; in particolare, se guardiamo verso ovest, noteremo, in primo piano, sul versante opposto della Val Fontana, la piramide del pizzo Calino (m. 3024), sul fianco settentrionale della Val Vicima, mentre alla sua sinistra, in secondo piano, appare la vetta di Rhon (m. 3137), culmine della testata della medesima valle.
Il sentiero inizia ora una serie di tornanti regolari sull’ampio fianco montuoso occupato da una fascia di pascoli, in direzione est: guadagniamo, così, progressivamente quota, ma, sotto di noi, resta sempre in vista il baitello, che si fa sempre più piccolo, finché approdiamo ad un primo terrazzo, nel quale il pascolo lascia progressivamente il posto ad una grande ganda. Si tratta dell’ampia fascia denominata “Sassi del Pastore”, che occupa la parte medio-alta della valle. Siamo ad una quota approssimativa di 1950 metri, e troviamo anche il rudere di un baitello utilizzato dai pastori che un tempo salivano in valle (oggi regna, qui, una solitudine pressoché incontrastata ed un silenzio quasi irreale, rotto solo dai fischi delle marmotte o dal rotolare di qualche sasso per il passaggio dei camosci o per il processo di disgelo). Si può vedere anche un grande masso, sotto il quale potrebbero trovare ricovero, in caso di necessità, tre o quattro persone. La mulattiera presenta, in un breve tratto, una caratteristica struttura a ponte, cioè corre per qualche metro leggermente rialzata rispetto al livello del pianoro, La parete settentrionale del pizzo Combolo. Foto di M. Dei Casper superare una zona acquitrinosa, dove i pezzi di artiglieria avrebbero potuto impantanarsi.
Dobbiamo salire ancora un po’, ad una quota di oltre 2300 metri, prima di dominare con lo sguardo la parte terminale della valle, che ci appare come una grande conca ricoperta, in buona parte, di massi. Vi distinguiamo facilmente l’intaglio del passo di Malgina (m. 2618), che conduce in alta Val Saiento, prima laterale meridionale della Valle di Poschiavo, in territorio elvetico. Alla nostra destra, si impone allo sguardo la massiccia e severa parete settentrionale del pizzo Combolo, mentre alla nostra sinistra si mostra il più tranquillo crinale che si articola dalla cima di Ganda Rossa al pizzo Malgina. Volgendo lo sguardo alle nostre spalle, infine, vediamo di nuovo la vetta di Rhon, mentre alla sua destra appare, dietro il pizzo Calino, l’alta costiera che, passando per la cime di Forame (m. 3058), culmina nella punta Painale (m. 3248).
La mulattiera si presenta ora in più punti interrotta da materiale franoso, ed alla nostra sinistra incontriamo un grande masso, con una scritta in vernice gialla che indica il passo Malgina. Qualche decina di metri più in alto, su un altro masso è segnata la scritta “Lach”. Qui siamo ad un bivio, e dobbiamo scegliere se proseguire in direzione del passo, oppure salire il ripido versante alla nostra sinistra fino alla bocchetta che dà sulla Valle dei Laghi, posta immediatamente a nord della Val Malgina. L'alta Val Malgina ed il passo omonimo. Foto di M. Dei CasIn entrambi i casi, il cammino si fa, da qui in poi, più faticoso, perché non esiste un tracciato preciso che ci possa aiutare. Esaminiamo entrambe le possibilità.
Proseguendo in direzione del passo, troviamo ben presto una sgradevole sorpresa: la mulattiera si perde, sepolta da frane e slavine scese dal versante settentrionale della valle, e ci tocca di proseguire a vista, in direzione dell’imbocco del canalino che conduce al passo. La traversata è resa disagevole dalla natura del terreno, che spesso ci propone fasce di sassi mobili. Alla fine, però, con un po’ di pazienza, ci ritroviamo sotto il passo. Un sentierino, dalla traccia molto debole, risale un più stretto canalino che si trova a sinistra del passo, per poi compiere un breve traverso a destra, con un tratto un po’ esposto. Possiamo anche salire per il canalino principale, che scende direttamente dal passo (attenzione, però, ai sassi mobili, soprattutto se siamo compagnia; per prudenza, evitiamo di trovarci nella verticale di chi sta sopra e prestiamo la dovuta attenzione per non far rotolare sassi verso il basso).
Le nostre fatiche, raggiunto il passo, sono ampiamente ripagate: sul versante dell’alta Val Saiento si apre, infatti, un panorama stupendo, che mostra, in primo piano, l’incantevole Lago del Matt (Lagh dal Mat). In lontananza scorgiamo, oltre la dorsale Mortirolo-Monte Padrio, che separa la provincia di Sondrio da quella di Brescia, il gruppo dell’Adamello. Siamo in cammino da circa tre ore e mezza, ed abbiamo superato un dislivello di circa 1080 metri, ma l’escursione non può terminare qui: La Val Malgina vista dal passo omonimo. Foto di M. Dei Casin una decina di minuti, infatti, con facile discesa a vista, raggiungiamo le rive del lago, posto ad una quota di 2523 metri e circondato da un suggestivo sperone roccioso a nord-est a da alcuni specchi d’acqua minori a sud-ovest. Se, dalle rive del lago, volgiamo lo sguardo a nord possiamo distinguere chiaramente, a destra del passo, il profilo del pizzo Malgina. Proseguendo per un breve tratto su facili balze erbose scendendo in direzione sud giungiamo in vista di un secondo lago, il lago della Regina (Lagh da la Regina, m. 2417), al quale possiamo scendere su traccia di sentiero, oppure procedendo a vista.
Se abbiamo a disposizione un’automobile a Prato Valentino (m. 1700, sopra Teglio), oppure se vogliamo dormire presso la Baita del Sole, per poi rientrare in Val Fontana sfruttando il Sentiero del Sole, possiamo concludere l’escursione con un’elegante traversata che ci riporta in territorio italiano sfruttando il passo del Meden. Al lago della Regina troviamo, infatti, un cartello che segnala una duplice direttrice per la prosecuzione della discesa, quella per l’alpe di Pescia Alta (m. 2054) e quella per il passo del colle d’Anzana (m. 2224). Seguendo questo secondo sentiero, che scende un po’ per tagliare il versante montuoso che costituisce l’estrema propaggine dello spigolo di sud-ovest del pizzo Combolo, possiamo risalire, dall’altra parte, verso destra (sud-ovest), fino alla larga sella del passo (m. 2438), rientrando, così, in territorio italiano. Il Lago del Matt. Foto di M. Dei CasProseguendo verso sud-ovest, troviamo il sentiero che scende ad intercettare la mulattiera militare proveniente dalla parte alta del lungo dosso erboso sopra Prato Valentino. Seguendola verso destra (sud-ovest), intercettiamo, a quota 2291, sulla costa che scende dal monte Brione, la pista che proviene da Prato Valentino, cui giungiamo, infine, dopo una facile discesa. La traversata Pian dei Cavalli-Prato Valentino, per il passo Malgina, richiede circa 6-7 ore, e comporta un dislivello di circa 1150 metri.
Facciamo però, ora, un bel balzo indietro, e torniamo al masso presso la mulattiera in alta Val Malgina, per esaminare la seconda possibilità, vale a dire la traversata alla Valle dei Laghi. Questa avviene risalendo il ripido versante erboso a sinistra (nord) della mulattiera, descrivendo un arco verso sinistra, in direzione dell’evidente sella erbosa posta sul crinale che separa le due valli, a destra della cime di Ganda Rossa. Non c’è un vero e proprio sentiero: qua e là se ne incontrano sporadiche tracce, così come si possono trovare gli sporadici segnavia dell’Alta Via della Val Fontana (costituiti da un triangolo rosso con bordo giallo). Senza seguire una direzione obbligata, ma cercando l’itinerario che eviti i punti di maggiore pendenza, alla fine, con fatica, ci affacciamo alla Valle dei Laghi, da una quota di 2687 metri. Si impone subito allo sguardo il più grande dei laghi che danno il nome alla valle, cioè il Lago gelato (Lac Gelt, a quota 2480 metri).
Il pizzo malgina ed il Lago del Matt. Foto di M. Dei CasLa discesa in questa valle richiede attenzione e prudenza, perché sfrutta un ripido canalone erboso sulla parte sinistra, detritico su quella destra. Disceso il canalone, approdiamo ad una ganda che, percorsa in direzione est-nord-est, cioè tendendo a destra, ci porta sulla soglia del gradino della conca che ospita il Lago Gelato. Scendiamo, ora, verso sinistra, costeggiamo la riva occidentale (di sinistra, per noi) del lago ed affacciamoci, presso il punto nel quale esce l’emissario del lago, ad un pendio che conduce ad un largo dosso, nel centro della valle; scendendo per il pendio, su terreno occupato da sfasciumi e sparuti pascoli, portiamoci a sinistra del dosso, affacciandoci al gradino inferiore della valle, occupato da due laghi gemelli, a quota 2309.
Con facile discesa, verso destra o verso sinistra, ci portiamo sulla riva meridionale del primo dei due, traversando, poi, facilmente all’altro, nei cui pressi troviamo anche il rudere di un baitello. Poco sopra il rudere, corre il facile sentiero che, percorso verso sinistra, ci consente un’agevole discesa all’alpe Arasè (m. 1939). Dal limite inferiore dei prati dell’alpe parte il comodo sentiero che conduce al fondovalle, a monte del Pian dei Cavalli. Percorrendo la carrozzabile verso sinistra, possiamo, quindi, alla fine tornare all’automobile, Il Lago della Regina . Foto di M. Dei Casal Pian dei Cavalli, dopo una traversata che richiede circa 5-6 ore di cammino e che comporta un dislivello approssimativo di 1150 metri.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto riportata.





La Valle dei Laghi vista dalla bocchetta di quota 2687 metri. Foto di M. Dei Cas
Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
1150 m
Tempo
6-7 ore (Pian dei Cavalli-Prato valentino); 5-6 ore (anello Val Malgina - Valle dei Laghi)
- Cartina Kompass n. 93, settore C6
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sul versante orientale della Val Fontana

La seconda valle di una certa ampiezza (dopo le minori val Fràssino e val Fredda, la selvaggia valle del Combolo e la Val Malgina) che incontriamo sulla nostra destra (est), salendo in Val Fontana, è la Valle dei Laghi, che si sviluppa da ovest ad est, allargandosi progressivamente nella sua parte terminale. È delimitata a sud dalla costiera che dal pizzo Malgina (m. 2877) scende alla cima di Ganda Rossa (m. 2741) e la separa dalla Val Malgina, ed a nord da quella che scende dal pizzo Sareggio (m. 2779) e che la separa dalla Val Sareggio.
Si tratta probabilmente della più bella fra le laterali orientali della Val Fontana, per la presenza di alcuni laghetti di origine glaciale disposti a rosario, cioè in conche collocate su diversi ripiani. Questa valle è anche la più agevole dal punto di vista escursionistico: un sentiero in buone condizioni ci consente, infatti, senza difficoltà, di risalirla interamente fino al passo dell’Arasè (m. 2602), che si affaccia sull’alpe Valüglia, in alta Val Mürasc, la seconda laterale orientale della Valle di Poschiavo (di sinistra, per chi entra in valle).
Ma l’attrattiva maggiore della valle è il suo lago più grande e più alto, quel Lago Gelato (Lac Gelt, che andrebbe meglio reso con “Lago Gelido”) posto a quota 2480 Il sentiero per la Valle dei Laghi. Foto di M. Dei Case così denominato perché ricoperto di ghiaccio per buona parte dell’anno. Aggiungiamo che, con un adeguato allenamento ed una buona dose di prudenza ed esperienza, possiamo traversare dalla Valle di Laghi alla Val Malgina, posta a sud della prima, sfruttando una bocchetta alta posta a quota 2678 metri. Concludiamo ricordando che qui potremo gustare fino in fondo quella caratteristica atmosfera di solitudine propria delle valli alpine meno frequentate non perché meno belle, ma perché meno conosciute, o maggiormente fuori mano: ci accoglierà un silenzio profondo, rotto solamente dall’antichissima voce dello scrosciare dell’acqua nel torrente, dagli improvvisi ed acuti fischi delle marmotte, dal tonfo sordo di qualche masso che rotola sui crinali, posto in movimento dal disgelo o dal transito dei veloci camosci. C’è, quindi, più di un motivo per salire a visitarla.
L’escursione ha come punto di partenza una pista secondaria che si stacca sulla destra dalla carrozzabile che percorre la Val Fontana, nel tratto Pian dei Cavalli-Alpe Campiascio, appena oltre un bel ponte in legno ed appena prima che la strada inizi un tratto in discesa. Una piazzola poco prima della pista ci consente di lasciare l’automobile, prima di iniziare a percorrerla. Dopo pochi metri, troveremo un sentiero, ben visibile (m. 1670 circa), che si stacca, a sua volta, sulla destra dalla pista, e comincia a salire, con tornanti regolari, in uno stupendo bosco di conifere, ricco di larici e rododendri, Il primo lago della valle. Foto di M. Dei Casfresco, suggestivo per gli scorci ed i chiaroscuri che regala. Siamo nella Valle dell’Arasè (così si chiama il solco che, dalla confluenza di Val Sareggio e Valle dei Laghi, scende fino al fondovalle), a sinistra del torrente che abbiamo superato sul ponte di legno. Non c’è alcun cartello o segnavia, ma non possiamo non vederlo, né possiamo perderlo. Il fondo del sentiero è ottimo e riposante (lo apprezzeremo soprattutto quando tornando, stanchi, sogneremo di toccare il fondovalle al termine della discesa).
Ignorata una traccia secondaria che lo intercetta da sinistra, approdiamo, dopo aver incontrato un cartello che segnala il divieto di pesca e di accesso con le moto, all’alpe Arasè (1939 metri), chiusa, sul limite inferiore, da un recinto collocato per impedire la discesa degli animali. Qui, sulla parte alta dei prati, troveremo una baita più grande e due minori; nei prati, invece, o nella vicina boscaglia, ci accoglieranno alcuni placidi cavalli, intenti al pascolo. L’alpe è posta al punto di confluenza di due valli, la Valle dei Laghi, appunto, a sud (destra) e la Val Sareggio a nord. Abbiamo superato i primi 270 metri di dislivello, con quaranta minuti circa di cammino; una sosta ci permette di osservare, ad est, il crinale settentrionale della Val Vicima, con il pizzo Calino (m. 3022), la cima di Forame (m. 3058) e la punta Painale (m. 3428). A destra di queste più famose cime, ma in primo piano, la più modesta cima Cigola (m. 2561). Il pizzo Sareggio, sul lato settentrionale della valle. Foto di M. Dei CasVolgendo lo sguardo a destra, scorgeremo la parte occidentale della testata della Val Fontana. Sulla sua parte sinistra stenteremo a riconoscere, abituati come siamo al suo profilo slanciato, il pizzo Scalino (m. 3323), che da qui appare in una prospettiva curiosa e schiacciata.
Riprendendo la salita, dobbiamo prestare attenzione, per evitare di imboccare il sentiero sbagliato, cioè quello che sale in Val Sareggio, in quanto non c’è nessuna indicazione che ci possa aiutare. Poco a monte della baita più alta, troviamo un torrentello, seguito, a pochi metri da distanza, da un secondo. All’altezza del primo corso d’acqua i due sentieri si dividono: noi dobbiamo rimanere su quello più basso, che attraversa anche il secondo corso d’acqua e prosegue per un tratto nei pressi del torrente principale che scende dalla Valle dei Laghi, alla nostra destra: guardando in quella direzione, vedremo un nevaietto e, sulla severa parete rocciosa che chiude a sud questo tratto della valle, una curiosa cavità.
Il sentiero inizia, poi, una serie di tornanti, entrando in una macchia di larici. Uscito dalla macchia, attraversa il corpo di una frana e risale, sempre zig-zagando, un ripido dosso, tagliandone, in un tratto un po’ esposto, la parte più alta ed affacciandosi alla parte medio-alta della valle. La Valle dei Laghi vista dal passo dell'Arasè. Foto di M. Dei CasDavanti a noi, e più in alto, il gradino principale della valle, a quota 2300 metri, ci impedisce ancora di scorgerne la fisionomia, e soprattutto di vedere le sue perle, i laghetti dai quali trae il nome. Sotto di noi, a destra, il profondo solco occupato in gran parte da massi e magri pascoli. Prima di raggiungere la soglia dell’alta valle, dobbiamo effettuare la lunga traversata del suo fianco erboso settentrionale, mentre, alle nostre spalle, si apre un vasto scorcio dell’alta Val Forame, dove si distingue facilmente il passo omonimo, a destra della punta Painale, che dà accesso all’alta val Painale.
Alla fine, dopo aver attraversato alcune roccette, eccoci al più basso dei balconi glaciali dell’alta valle, che ospita i primi due laghi. In realtà all’inizio ne vediamo uno solo, alla nostra destra, a quota 2325 metri. Possiamo scorgere il lago gemello, a sud, separato dal primo da una breve lingua di terra, solo salendo per un breve tratto sul sentiero. Nei pressi del lago troviamo anche una baita diroccata, che attenua un po’ il forte senso di solitudine suscitato dalla valle. Siamo in cammino da un’ora e tre quarti circa, ed abbiamo superato 660 metri di dislivello: il lago ci invita, quindi, ad una seconda sosta nei pascoli che ne circondano le rive settentrionale ed occidentale. Guardando verso la testata della valle, sul suo lato sinistro, riconosciamo chiaramente il passo dell’Arasè, scorgendo addirittura il cartello posto sulla boccettina.
L'alta Val Mürasc, vista dal passo dell'Arasè. Foto di M. Dei CasIl sentiero, che da questo punto in poi assume, a tratti, le caratteristiche di vera e propria mulattiera, sale sicuro fino al valico. Si tratta di un manufatto militare, che, come quelli della Val Malgina e del passo di Saline, venne costruito durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che gli Austriaci, violando la neutralità svizzera, potessero invadere la Valtellina dal territorio elvetico, prendendo alle spalle le truppe italiane impegnate sul fronte dello Stelvio. Ma, per fortuna, gli echi della guerra e delle sue brutture non raggiunsero mai queste remore plaghe alpine, violandone la pace millenaria.
Con un ampio semicerchio la mulattiera procede, sicura, fino al passo, posto a quota 2602 metri. Un cartello svizzero ci informa, qui, che l’anfiteatro verde che si apre di fronte ai nostri occhi è quello dell’alta alpe Valüglia, alle cui baite possiamo scendere in cinquanta minuti di cammino; siamo nell’alta Val Mürasc, la seconda laterale occidentale (di sinistra) che troviamo entrando in Valle di Poschiavo. Dal passo possiamo anche intravedere un laghetto posto a quota 2332 metri. Non ci conviene, però, scendere verso l’alpe: se abbiamo ancora energie, infatti, non possiamo mancare di visitare la perla della valle, il Lago Gelato, seminascosto dietro il bastione di una conca glaciale più a sud. Salendo verso il passo, possiamo vederne, alla nostra destra, un breve scorcio. Ora, però, dobbiamo raggiungerlo, e per farlo ci tocca effettuare una traversata a vista, dal momento che non esiste un vero e proprio sentiero.
Il laghetto che si incontra nella traversata verso il Lago Gelato. Foto di M. Dei CasTorniamo, dunque, indietro, dal passo, per un buon tratto, fino a raggiungere il punto nel quale, staccandoci sulla sinistra dalla mulattiera, possiamo scendere verso la conca dell’alta valle su un terreno costituito da magri pascoli e massi, evitando, per quanto possibile, la ganda. Dirigiamoci, così, verso il ben visibile laghetto minore che la occupa, passando presso la sua riva occidentale (quella in direzione della bassa valle) e proseguendo la traversata, fra massi di tutte le dimensioni, verso sud, fino alla sella che si stende a monte di un evidente dosso, sormontato da un grande ometto. Guardando ora a sinistra, prendiamo come punto di riferimento il torrentello che scende dal bastione roccioso dietro il quale è posto il lago: dobbiamo risalire il crinale alla sua sinistra, scegliendo la striscia di magri pascoli che ci conduce fino alla sua sommità, sulla quale corre una debole traccia di sentiero.
Un ultimo passaggino fra le roccette terminali ci porta proprio nei pressi della riva settentrionale del lago, che appare, improvviso, ai nostri occhi. Ci colpisce il senso di purezza del luogo: le acque, scure e circondate da nevaietti, circondano una sorta di piccolo isolotto, e tutto, intorno, è profondo silenzio. Una sosta presso la riva pietrosa, e poi dobbiamo decidere come concludere l’escursione.
Se vogliamo tornare scendendo dalla Valle dei Laghi, invece di risalire alla mulattiera (attraversando di nuovo, faticosamente, la ganda centrale), ci conviene scendere lungo il crinale e poi piegare a sinistra, lasciando alla nostra destra il dosso con l’ometto e giungendo ad un balcone dal quale dominiamo, dall’alto, i due laghi gemelli inferiori. L’ulteriore discesa a quello meridionale (di sinistra) avviene sfruttando due facili declivi, sulla sinistra o sulla destra. Dal lago meridionale, leggermente più basso (m. 2310), Il Lago Gelato. Foto di M. Dei Caseffettuiamo la facile traversata a quello settentrionale, ed intercettiamo, infine, il sentiero che abbiamo già percorso salendo. Torniamo, così, all’automobile dopo circa 5-6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello in altezza di circa 1040 metri.
Se, però, siamo ottimi camminatori e le condizioni ambientali sono idonee (cioè in assenza di neve e con terreno asciutto), possiamo tornare dopo aver effettuato una traversata alla Val Malgina. In questo caso, raggiunto il Lago Gelato, percorriamone la riva occidentale e puntiamo, senza percorso obbligato (rarissimi i segnavia, costituiti da triangoli rossi con bordo giallo, che segnalano l’Alta Via della Val Fontana, di cui stiamo percorrendo un tratto), verso sinistra, alla bocchetta alta che permette di passare alla Val Malgina. La riconosciamo facilmente, in quanto è la depressione più evidente, l’unico punto del crinale al quale giunge una stretta lingua di pascolo. Dobbiamo attraversare faticosamente una fascia di massi di tutte le dimensioni, passando a monte di un ulteriore piccolo specchio d'acqua (sono dunque 5, in tutto, nella valle), prima di giungere ai piedi del ripido canalino che porta alla quota 2687 della bocchetta. Sfruttando, infine, con prudenza e pazienza, la lingua erbosa di destra o quella di sfasciumi di sinistra, ci portiamo alla sella erbosa.
I Laghi gemelli. Foto di M. Dei CasAnche la discesa in Val Malgina avviene senza percorso obbligato, su un terreno di pascoli e fasce di massi solo di poco meno ripido di quello affrontato in salita. Tendendo leggermente a sinistra, per evitare una vasta ganda, scendiamo, infine, ad intercettare la mulattiera della Val Malgina, prima che si perda fra corpi franosi. Seguendola verso sinistra, proseguiamo, facilmente, nella discesa (anche se la mulattiera diventa stretto sentiero, fino al fondovalle, che raggiungiamo in corrispondenza del baitone del Pian dei Cavalli. Un’ultima camminata di una ventina di minuti sulla carrozzabile della Val Fontana, in direzione dell’alpe Campiascio (destra) ci riporta, alla fine, all’automobile, dopo circa 7 ore, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1280 metri.
Per visionare altre possibilità escursionistiche in Val Fontana, basta cliccare sulla relativa voce nella tabella qui sotto riportata.

La Valle dei Laghi vista dalla bocchetta di quota 2687. Foto di M. Dei Cas
Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
1040 m (o 1280, se effettuiamo la traversata alla Val Malgina)
Tempo
5-6 h (o 7 h)
- Cartina Kompass n. 93, settore C6
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sopra l'alpe Campiascio, sulla testata della Val Fontana

L'alpe Campiascio. Foto di M. Dei Cas Chi raggiunge l’alpe terminale posta sul fondovalle della Val Fontana, cioè l’alpe Campiascio (m. 1680), prosegue poi, quasi sempre, verso sinistra, alla volta del rifugio Cederna-Maffina, passando per la Val Forame, l’estrema propaggine nord-occidentale della valle. Uno dei rarissimi cartelli che troviamo in valle, infatti, collocato in fondo alla piana dell’alpe, percorsa dall’ultimo tratto della carrozzabile, segnala, infatti, il rifugio a 2 ore e 30 di cammino.
Esiste, però, una seconda ed interessantissima possibilità escursionistica, che assume come meta il passo delle Saline, sul lato opposto della testata della Val Fontana, cioè su quello orientale (destra). Il passo, a monte dell’alpe omonima, guarda, dall’alto dei suoi 2595 metri, sulla media valle di Poschiavo, regalando anche un colpo d’occhio superbo sulle più alte cime della Valmalenco. Si tratta, poi, di un’escursione resa assai agevole dal tracciato sempre netto e regolare: un sentiero, che diventa, dopo l’alpe Saline, mulattiera militare, si snoda sul fianco montuoso con una pendenza costante e moderata, il che attenua di molto la fatica connessa con la salita. La presenza del manufatto militare, che risale alla Prima Guerra Mondiale, rimanda ad un timore assai vivo nello Stato Maggiore Italiano, Il torrentello che scende dall'alpe Saline. Foto di M. Dei Casimpegnato a fronteggiare gli Austriaci sul fronte dello Stelvio: questi avrebbero potuto violare la neutralità svizzera e, passando per la Valle di Poschiavo, prendere alle spalle le truppe italiane, dilagando in Valtellina e, di qui, nella Pianura Padana. Per questo i valichi alpini dovevano essere presidiati, per prevenire e sventare la minaccia. Oggi non resta che l’eco lontana di quei tempi, legati anche a tanti sacrifici e sofferenze dei nostri vecchi, ma una visita al passo delle Saline può rappresentare anche l’occasione di un viaggio nella memoria storica della Valtellina.
Per chi ha già visitato la capanna Cederna-Maffina, dunque, l’idea di salire al passo può risultare, alla luce di tutti questi motivi, assai interessante. Raggiunta l’alpe Campiascio, dove la carrozzabile di Val Fontana termina in una piazzola, lasciamo qui l’automobile (o in una piazzola che precede immediatamente la piana dell’alpe, se questa è chiusa per impedire che il bestiame ne esca). Dobbiamo, ora, prendere come riferimento il lungo baitone che si trova sulla nostra destra, in posizione leggermente rialzata, sul limite superiore del pascolo e sul bordo di una splendida pineta. Dalla piazzola parte un tratturo che, prendendo a destra, conduce al baitone. Percorriamolo per un tratto, finché, dietro un grande masso al quale è addossato un pino, compare il profilo del baitone. A questo punto, invece di proseguire sul tratturo, guardiamo a sinistra, in direzione del vicino limite del bosco: Il sentiero per l'alpe Saline. Foto di M. Dei Casscorgeremo un abete sul quale è tracciato un tratto orizzontale con vernice azzurra. Raggiungiamolo e guardiamo alla sua sinistra: troveremo una piccola porta che ci introduce ad un sentiero, il quale corre immediatamente a ridosso della prima linea degli alberi. La salita al passo parte da qui, cioè da una quota di circa 1710 metri.
Il primo tratto del sentiero si snoda nell’ombrosa e fresca pineta, una delle tante splendide pinete ricche di abeti e larici secolari che fanno della Val Fontana un luogo di rara bellezza naturalistica. Poi usciamo dal bosco e proseguiamo in direzione nord tagliando il fianco della valle ai piedi dell’impressionante parete rocciosa del Passo del Cane (Pas del Can), il largo e corrugato fronte che, più in alto, si restringe nella costiera la quale, scendendo dal Corno dei Marci o Monte Saline (m. 2805), separa la Val Sareggio, a sud-est, dal fianco orientale dell’alta Val Fontana. Segnaliamo che, qualora avessimo difficoltà a trovare, presso il baitone dell’alpe Campiascio, la partenza del sentiero, possiamo facilmente intercettarlo proprio in questo tratto: basta salire a vista, dalla piazzola dell’alpe, sul versante dalla pendenza moderata, in direzione nord-est.
Oltrepassata una fascia di materiale franoso e superato un torrentello che scende dal vallone più orientale dell’alta Val Fontana, cominciamo una serie di tornanti che ci fanno guadagnare quota sul fianco della valle, attraversando macchie di conifere che si alternano a modeste formazioni rocciose ed a prati ricoperti di erba scivolosa. La costiera che separa l'alta Val Fontana dalla Val Sareggio. Foto di M. Dei CasSuperato una grande roccia, sotto la quale è ricavato un curioso ricovero dove talora soggiornano le capre, inanelliamo qualche altro tornante, prima di effettuare un traverso in direzione nord-ovest, che ci permette di ammirare, proprio davanti a noi, l’aprirsi della Val Forame, dominata dalla punta Painale (m. 3248), alla cui destra è facilmente riconoscibile il passo Forame (m. 2833), che mette in comunicazione l’alta Val Forame con la Val Painale, estrema propaggine della Val di Togno. Qualche altro tornante verso nord ci porta in vista dell’alpe Gardè (m. 2204), posta su ampi prati un po’ più in alto, alla nostra sinistra.
Il sentiero non si dirige, però, verso l’alpe, ma piega decisamente a destra ed inizia un ultimo lungo traverso in direzione opposta, cioè verso est-nord-est. Al termine del traverso, che ci permette di dominare con lo sguardo, guardando a destra, il solco dell’alta Val Fontana, dal Pian dei Cavalli, e, sullo sfondo, quello della Valle d’Arigna, cuore della catena orobica, il tracciato tocca il limite inferiore dell’alpe Saline (m. 2241), dove, a destra di una baita ancora in piedi, troviamo un baitello ed uno stallone diroccati. Siamo in cammino da circa un’ora e mezza, o poco più, ed una sosta, che ci consente di immergerci nel quieto silenzio e nella solitudine dell’alpe, ci permette anche di raccogliere le energie per gli ultimi sforzi.
La mulattiera per il passo delle Saline. Foto di M. Dei CasLa meta, cioè il passo, è ben visibile dall’alpe. Guardando, infatti, in alto, in direzione della cresta, individuiamo, quasi sulla nostra verticale, appena un po’ a destra, due evidenti depressioni, separate da un modesto promontorio roccioso. Il passo è posto sulla depressione di destra, la più ampia.
Nei prati dell’alpe il sentiero si perde fra i lavazz e l’erba alta, ma non fatichiamo a trovare il punto dal quale ripartire: guardando a monte dello stallone diroccato, infatti, distinguiamo il profilo del tracciato, la mulattiera per il passo delle Saline, che inizia la sua salita con una prima diagonale verso sinistra (nord-ovest). Il fondo della mulattiera è, in molti tratti, ridotto a sentiero, e solo alcuni muretti ne tradiscono la natura, ma non possiamo perderlo. La mulattiera inanella, con flemmatica disciplina militare, una serie di tornanti, snodandosi fra dossi e balze occupati da sparuti pascoli e pietraie. Eccezion fatta per un passaggino nel quale dobbiamo sormontare un masso modesto e qualche altro passaggio segnato da piccoli smottamenti, il cammino procede su un fondo buono.
La salita procede, a zig-zag, verso nord, e ci conduce, a quota 2500 circa, ad un’ultima svolta a destra, che precede il lungo traverso in direzione est, che conduce al passo. Qui la mulattiera trae in inganno: siamo portati a proseguire verso sinistra, lungo un tratto con fondo in ciottoli, sorretto da un imponente muro a secco. Ma, in questa direzione, la mulattiera si ferma ben presto ad un gruppo di roccette; è in direzione opposta, invece, Il monte Gardè visto dal passo delle Saline. Foto di M. Dei Casche procede nell’ultima dolce salita prima del passo, posto a 2595 metri. Aggirato lo spigolo del promontorio roccioso a sinistra del passo, abbiamo l’impressione, nell’ultimo tratto, che questo sia costituito dalla modesta linea del crinale. Scopriamo, invece, che oltre questa linea è posta una sorta di larga conca, dove la mulattiera termina, una sorta di balcone naturale sulla media Valle di Poschiavo.
Il panorama è davvero ampio e suggestivo: sotto di noi, Poschiavo e la sua media valle, alla nostra sinistra le più alte cime della Valmalenco, i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient, Zupò, Palù, Veruna, alla nostra destra le maggiori cime della Val Grosina, la cima di Val Viola e la cima Piazzi e, sul fondo, il gruppo dell’Ortles-Cevedale. Il crinale che separa la Val Fontana dalla Valle di Poschiavo ci propone in primo piano, a sinistra, il versante corrugato che scende dal monte Gardè (m. 2705). Guardando in basso, infine, vediamo un ripido canalone, che termina a monte dei pascoli e dei boschi dell’alpe Vartegna. Le tre ore di cammino necessarie per raggiungere il passo, superando un dislivello di circa 925 metri, sono, dunque, ampiamente ripagate.
Se, però desideriamo un percorso ancora più originale ed inconsueto, che ci porti però ad ammirare questo medesimo superbo panorama, La testata della Valmalenco vista dal passo delle Saline. Foto di M. Dei Caspossiamo scegliere di salire dall’alpe Saline non al passo omonimo, ma alla bocchetta di Vartegna, posta a poca distanza dal passo, ad est-sud-est (destra). Torniamo, dunque, all’alpe: qui, invece di imboccare la mulattiera che comincia a salire verso sinistra, dirigiamoci a destra. C’è una debole traccia di sentiero, leggermente a monte dello stallone diroccato, che risale un piccolo dosso occupato da rododendri e piccoli larici. È però difficile riuscire a seguirla, perché tende a perdersi. Poco male: possiamo salire a vista, scegliendo l’ampio e ripido versante occupato da pascoli e sfasciumi, ai piedi della costiera Saline-Sareggio (cioè più a destra), oppure rimanendo più a sinistra e seguendo un canalone fra due dossi, per poi piegare a destra.
In entrambi i casi guadagniamo, con un po’ di fatica, l’orlo di un ampio balcone superiore, occupato da una grande ganda. Possiamo vedere, ora, alla nostra destra, il crinale occupato dagli ultimi pascoli e da una grande distesa di massi dalla tonalità rossastra; più a sinistra, una formazione rocciosa tondeggiante ed infine un’ampia sella erbosa, che nasconde alla vista la bocchetta. Dirigiamoci, con facile percorso a vista che tende leggermente a sinistra, al canalone alla base della sella, guadagnandone, poi, il filo. Ci affacciamo ad una conca che precede l’ultimo breve versante erboso sotto la bocchetta. Passando a sinistra di un nevaietto e puntando alla più bassa sella erbosa, sulla sinistra, siamo, infine, alla bocchetta, posta a 2588 metri di quota. Dalla bocchetta scende, verso la Motta dei Scioschini, una ripida traccia di sentiero. La valle di Poschiavo vista dal passo delle Saline. Foto di M. Dei Casl panorama è ampio, e ripropone gli scenari già illustrati per il passo delle Saline. Il tempo, infine, necessario per raggiungere la bocchetta è pressoché identico a quello richiesto dalla salita al passo.
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Il lato di nord-est dell'alta Valmalenco, come appare salendo alla bocchetta di Vartegna. Foto di M. Dei Cas
Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
925 m
Tempo
3 h
- Cartina Kompass n. 93, settore C5
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
L'estrema propaggine di nord-ovest della Val Fontana

Il pianoro inferiore dell'alpe Forame, con la punta Painale. Foto di M. Dei CasLa Val Forame rappresenta l'estrema propaggine della Val Fontana che, nella sua parte più alta, modifica l'orientamento nord-sud piegando verso ovest. E' anche uno degli ambienti più conosciuti della valle, in quanto viene percorsa dagli escursionisti che salgono al rifugio Cederna-Maffina.
Per raggiungere la valle bisogna, quindi, risalire l'intera Val Fontana, a cui si accede da Ponte in Valtellina, staccandosi, sulla sinistra, dalla strada provinciale 21 Panoramica dei Castelli, che proviene da Tresivio e prosegue verso Castionetto, quando troviamo le indicazioni per San Bernardo e la Val Fontana.
La strada che si inoltra in val Fontana raggiunge il rifugio Finanziere M. Erler, in località Campello, a 1400 metri, per poi proseguire, con fondo piuttosto sconnesso, fino al bellissimo Pian dei Cavalli (m. 1548) e terminare all'alpe Campiascio (m. 1680). In fondo all'alpe, presso la piazzola dove la carrozzabile termina, un ben visibile cartello indica il punto di partenza del sentiero per il rifugio, indicando in due ore e mezza il tempo necessario per raggiungerlo.
Il tracciato, segnalato da segnavia, sale sul lato sinistro idrografico (destro, per chi sale) della val Forame, con diversi tornanti. Il primo tratto della salita avviene, con diversi tornanti, Il pianoro dell'alpe Forame. Foto di M. Dei Casin direzione nord-ovest, a sinistra di un vallone secondario; incontriamo una deviazione a destra, che dobbiamo ignorare, per proseguire, invece, piegando sinistra (direzione sud-ovest) e salendo fino al filo di un dosso. In questo tratto incontriamo un cartello che ci invita a contribuire alla vita del rifugio portando con noi un po' di legna (sempre preziosa). Possiamo anche osservare larici dalla forma singolarmente contorta.
Aggirato il filo, il sentiero piega leggermente a destra, assumendo la direzione ad ovest e taglia, con una diagonale, il fianco meridionale del dosso, fino a raggiungere, con una diagonale, il greto del torrente, proprio in cima al primo e più alto gradino roccioso della valle. Ci affacciamo, così, al limite inferiore dell'alpe Forame, a quota 1950 metri circa, uscendo dal bosco ed incontrando un terreno occupato in gran parte da una fitta macchia di rododendri. Il sentiero attraversa qui il torrente, sfruttando un ponticello in legno, si porta sulla sua sinistra per un buon tratto, per poi riattraversarlo e tornare sulla destra, prima del secondo gradino roccioso, dal quale scende una ben visibile cascata. Risalendo un dosso erboso, si raggiungono i 2186 metri dell'alpe Forame, che si percorre interamente, passando accanto alla baita dell'alpe.

Il rifugio Cederna-Maffina. Foto di M. Dei CasIl fondo della valle è dominato dallo scuro profilo della parete est della cima di Painale (m. 3248). Nell'ultima parte del pianoro il sentiero, sempre segnalato, comincia a salire tendendo leggermente a destra per superare un terzo gradino sul suo fianco erboso. Raggiunta la sommità del dosso, se ne trovano altri, con qualche roccetta affiorante, e li si supera tendendo verso nord. Il rifugio (m. 2583), che si raggiunge piegando leggermente a destra, resta nascosto dietro l'ultimo dosso, ma è segnalato anche ad una certa distanza dalla ben visibile bandiera posta a qualche decina di metri di distanza.
La costruzione del rifugio data esattamente ad oltre un secolo fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio Cederna, che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel lontano 1886, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana), e per interessamento della sezione valtellinese del CAI, venne eretta la capanna, inaugurata il 31 luglio dell’anno successivo (per cui l’anno prossimo si festeggia il centenario), capanna che però ebbe una vita travagliata, in quanto già nel 1914 venne gravemente danneggiata. Venne avanzata anche l’ipotesi che ciò fosse accaduto ad opera della Guardia di Finanza, per togliere ai contrabbandieri un punto di appoggio fondamentale. La Val Forame. Foto di M. Dei CasUn intervento di ricostruzione, nel 1926, portò alla temporanea riapertura del rifugio, che, tuttavia, venne di nuovo chiuso nel 1938, dopo una seconda azione di danneggiamento. Dobbiamo, quindi, giungere ad anni più vicini a noi, e precisamente al 1980, per vedere la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa della sezione valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per commemorare, oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina, morti due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico. Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo, infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata, più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323), a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare che tale vetta è raggiungibile La Val Forame vista dal passo omonimo. Foto di M. Dei Casdalla Cederna-Maffina anche per diversa via, cioè percorrendo il crinale meridionale.
Fra le escursioni possibili, quella di maggiore fascino è sicuramente la traversata al rifugio De Dosso, all'alpe Painale (alta Val di Togno), oppure al rifugio Cristina, in Valmalenco. Si tratta, in questo secondo caso, di percorrrere, a ritroso, un tratto del Sentiero Italia, valicando i passi Forame (m. 2833) e, dopo la splendida traversata dell'alta Val Painale, degli Ometti (m. 2758).
Il passo Forame è facilmente individuabile, in quanto si colloca sulla marcata depressione che vediamo a destra della punta Painale, ad ovest-sud-ovest del rifugio. Per salirvi dobbiamo prendere questa direzione, fino a raggiungere il piede del ripido versante che scende dal passo stesso, dove troviamo anche un nevaietto. La salita del versante, su traccia di sentiero assai debole, è piuttosto faticosa, soprattutto nell'ultimo tratto che, per l'accentuata pendenza, richiede attenzione e prudenza.
Ci affacciamo, ora, sull'alta Val Painale, estrema propaggine della Val di Togno, e cominciamo a scendere lungo un canalone di sfasciumi, fino ad una quota di poco superiore ai 2400 metri. Il canalone che dal passo Forame scende in alta Val Painale. Foto di M. Dei CasSe vogliamo raggiungere il rifugio De Dosso (m. 2119), posto nella piana dell'alpe Painale, non lontano da un bellissimo laghetto, dobbiamo proseguire nella discesa, mantenendo la direzione ovest.
Se, invece, vogliamo raggiungere il passo degli Ometti, dobbiamo iniziare a risalire in direzione nord-nod-ovest, piegando a destra dopo aver aggirato alla base il fianco roccioso che delimita a nord il canalone che scende dal passo Forame. Qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso ci può aiutare, ma la salita avviene senza direzione obbligata. Raggiunto, più o meno, il centro dell'alta valle vediamo, a monte, una caratteristica formazione rocciosa con una netta spaccatura nel mezzo, dalla quale scende un torrentello. Poi, descrivendo un arco che tende gradualmente a sinistra e passa sotto lo spigolo di sud-ovest che scende dal pizzo Scalino, ci avviciniamo al crinale che separa la Val di Togno dalla Valmalenco, e precisamente alla sella erbosa posta a valle delle ultime roccette dello spigolo.
Dal passo degli Ometti, a quota 2758, effettuiamo, infine, la discesa alla piana dell'alpe Prabello, dove si trova il rifugio Cristina (m. 2287). La punta Painale, vista dall'alta Val Painale. Foto di M. Dei CasSi tratta di una discesa non facile, che avviene tendendo dapprima a destra, piegando, poi, leggermente a sinistra ed infine di nuovo a destra, per superare una faticosa fascia di grandi massi, prima di raggiungere il crinale più tranquillo, anche se piuttosto ripido.
Si tratta, quindi, di una traversata di grande fascino, che richiede, però, buone esperienza escursionistica, attenzione e prudenza.
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La Val Painale. Foto di M. Dei Cas

 

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
900 m
Tempo
2h e 30 min
- Cartina Kompass n. 93, settore C5
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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