Traona

La "terra buona" al centro della Costiera dei Cech

 

 
Traona, vista dalla chiesa parrocchiale di S. Alessandro. Foto di M. Dei Cas
Traona (toponimo citato per la prima volta nell’829 (atto di vendita di beni “in Travona”) e, successivamente, in un atto di vendita di selve, campi e vigne del 1020, nel quale si menziona l’espressione “in loco et fundo Travauola”), è sicuramente uno dei comuni “nobili” di Valtellina, per il suo rilievo storico nel Terziere Inferiore della valle, cioè nella bassa Valtellina, e per il suo ruolo di baricentro, per quasi un millennio, della Costiera dei Cech.
All’origine della sua importanza sta sicuramente la posizione geografica: Traona si trovava sulla via Valeriana, la via di transito storica della Valtellina, presso il ponte di Ganda, nodo fondamentale nel transito e nei commerci in bassa valle. Al ponte, infatti, si poteva giungere, dal lago di Como, almeno fino al XII secolo, anche per la via dell’Adda, allora navigabile. Il rilievo di Traona fu, nel Medio Evo, legato anche alla presenza della potente famiglia dei Vicedomini, cui l’imperatore Ottone Traona e la chiesa di S. Alessandro. Foto di M. Dei CasII, in cambio dei loro servigi e della loro fedeltà, concedette in feudo terre di Valtellina nel 983. Costoro scelsero, per la sua posizione nodale, appunto Traona, dove possedevano, dal secolo XI, il castello di Domofole, a monte del paese, ed esercitavano il diritto di centena sui tronchi convogliati nel fiume Adda verso il lago di Como e sui capi di bestiame da e per la Val Masino. Si fecero anche promotori di quell’aggregazione che prese il nome di “Communitas montanae Domopholi”, una sorta di grande comune che raccoglieva i borghi dell’intera Costiera dei Cech, che però non fu destinata ad avere fortuna storica: tramontata, infatti, la potenza dei Vicedomini, agli inizi del secolo XIV, la Communitas si disgregò.
Nel 1335 di Visconti, signori di Milano, conquistarono la Valtellina e fecero di Traona il capoluogo di una delle due squadre del Terziere inferiore di Valtellina. La bassa Valtellina fu, dunque, divisa in due squadre, quella di Morbegno, che raccoglieva i comuni a sud dell’Adda, e quella, appunto, di Traona, con i comuni della sponda settentrionale. A Traona risiedette un podestà, e vi fu posta anche una dogana, spostando quella che prima era collocata ad Olonio. Ciò attirò nel paese le nobili famiglie dei Parravicini, dei Vertemate, dei Malacrida e degli Omodei, di origine comasca, che prosperarono esercitando gli antichi diritti di centina sul commercio dei tronchi e sul transito del bestiame. Traona divenne uno dei più importanti comuni guelfi di Valtellina, e partecipò, nel 1370, alla ribellione contro il dominio dei Visconti.
La piena autonomia della squadra di Traona, contestata, nel secolo XV, da Morbegno, fu sancita definitivamente solo nel secolo successivo, dalla Lega Grigia (i Grigioni), che, dal 1512, estese la sua autorità sulla Valtellina. Per la verità il rapporto La bassa Valtellina vista da S. Alessandro. Foto di M. Dei Casfra Traona ed i Grigioni non fu, sin dall’inizio, amichevole: nel 1515, infatti, il paese, insieme a Caspano, fu al centro di un tentativo di ribellione contro il dominio dei nuovi signori venuti dall’opposto versante retico. Traona ebbe confermato, comunque, fino al 1797, il proprio podestà, che estendeva la sua giurisdizione sulle comunità di Dubino, Mantello, Cino, Cercino, Mello, Dazio, Campovico, Ardenno e Buglio, e che amministrava la giustizia civile e penale. A questa figura si aggiungevano il cancelliere, che convocava i consigli di squadra, ed i rappresentanti della squadra nel consiglio di valle.
Giovanni Guler von Weineck, uomo d’armi e diplomatico, governatore della Lega Grigia in Valtellina nel biennio 1587-88, nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616, così sottolinea la felice posizione e l’importanza di questo centro: “A ponente di Coffedo, dopo un buon tiro di schioppo, sempre sulle falde della catena settentrionale, allo sbocco di un vallone che precipita dall’alto, non troppo lontano dal lago di Como ed a giusta distanza dall’Adda, sorge la grande borgata di Traona, così chiamata come per voler dire terra buona. Il paese è alquanto elevato, per ripararsi dalle rovinose piene del torrente, ed è il capoluogo della squadra omonima. Ivi risiede il podestà della squadra di Traona, da quando la giurisdizione di Cosio…venne divisa in due squadre. In questo paese sorgono diversi palazzi ragguardevoli e signorili e fiorisce numerosa la nobiltà; vi risiedono i Paravicini, i Vicedomini, i Castelli S. Nazaro, i Malacrida, i Della Donna e parecchie altre famiglie, che quasi tutte traggono la loro origine da Como, o da altri luoghi dell’antico Ducato di La chiesa parrocchiale di S. Alessandro. Foto di M. Dei CasMilano. Da queste e da altre stirpi nacquero in Traona parecchi gentiluomini, che hanno conquistato rinomanza in molti regni ed in molti stati del mondo, perché eccellono per dottrina, per valore personale e per abilità di condottieri; per queste ragioni essi ottennero da imperatori, re, principi e signori, grandi elogi, svariati favori e cospicui privilegi”.
Nel medesimo periodo cui si riferisce la descrizione del von Weineck, il vescovo di Como di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, effettuò in Valtellina una visita pastorale (1589) e registrò, in Traona, 150 famiglie cattoliche e 15 riformate, alle quali si dovevano aggiungere 20 famiglia a Corazzo (nel complesso, possiamo stimare la presenza di 900-1000 anime circa). Una generazione dopo, circa, vale a dire nel 1624, il numero di abitanti di Traona è stimato in 1000. La compresenza di cattolici e riformati (cioè protestanti) a Traona costituisce un ulteriore elemento di interesse storico. Dal punto di vista religioso, Traona si era staccata dalla pieve di Olonio nel 1441.
Poi, dopo lo scisma luterano nella prima metà del secolo successivo (cui aderì la Lega Grigia), ecco sostituirsi in Traona la già menzionata comunità protestante, costituita in prevalenza di famiglie di Caspano, che risiedevano a Traona nella stagione invernale. Le due comunità si scontrarono ben presto, in occasione dell’insurrezione Valtellinese del 1620 contro il dominio dei Grigioni, nel contesto della tragica Guerra dei Trent’anni. Traona divenne una delle roccaforti delle truppe franco-veneto-sabaude, alleate dei Grigioni, che si contrapponevano agli spagnoli ed agli imperiali, che invece volevano cacciarli dalla Valtellina, nodo di comunicazione strategico fra i possessi dei primi (milanese) e dei secondi (Tirolo).
Avello sepolcrale del V secolo. Foto di M. Dei CasMa nulla poté difendere Traona, come tutti gli altri comuni di Valtellina, dal tremendo flagello della peste, potato dalla calata dei Lanzichenecchi, che infierì a partire dal 1630 e dimezzò almeno la popolazione della valle. Seguì un periodo di crisi economica e decadenza, dal quale la Valtellina cominciò a risollevarsi solo nel secolo successivo. È significativo osservare che la popolazione di Traona registrata nel 1797, anno di congedo dei magistrati della Lega Grigia, è di 1035 unità, cioè, sostanzialmente, la medesima rispetto a due secoli prima. Traona venne poi inserita, nel periodo napoleonico, come comune di III classe, nel V cantone di Morbegno. Nel 1807 contava 925 abitanti (725 nel centro, 200 a Bioggio, nucleo di mezza montagna dove si trova la chiesetta di S. Maria, che fu, prima di S. Alessandro, centro della pieve di Traona). Dal 1816 al 1853 fu centro di distretto (distretto V di Traona), che comprendeva i comuni di Campovico, Civo, Dazio, Mello, Cercino, Cino, Dubino, Mantello e Valle del Masino), distretto che confluì, a metà del secolo (1853), nel III distretto di Morbegno. Traona aveva, allora, 1159 abitanti.
Nel 1884 la “Guida alla Valtellina”, edita a cura della sezione Valtellinese del CAI, così descriveva il paese: “Traona (300 m, 1088 ab.), ridente borgata, capoluogo di mandamento. Superba vista dalla chiesa, che trovasi su di un poggio alto un centinaio di metri sopra il paese. Sede sotto i Visconti e i Grigioni di un podestà, Traona fu, da tempo immemorabile, dimora di ragguardevoli famiglie. Oggi vi hanno belle villeggiature varie famiglie Parravicini. Ad oriente del borgo un torrente, denominato il Traona. Foto di M. Dei CasVallone, minaccia continuamente rovina alle circostanti campagne. Esso trasporta al piano enormi quantità di massi e ciottoli di serizzo ghiandole, provenienti dalla frana di S. Giovanni. Al di là del torrente una strada selciata adorna di cappelle conduce ai ruderi di un antico convento di frati.”
Nel Novecento Traona, grazie alla sua posizione, non ha subito il processo di spopolamento che ha colpito i centri di mezza montagna, ed ha, anzi, visto un incremento demografico che ha portato la popolazione attuale (2290 abitanti, dato del 2005) ad un sostanziale raddoppio rispetto al secolo XIX. L’incremento ha avuto un particolare impulso nel secondo dopoguerra, con un aumento di circa 800 abitanti.
Dalla storia alla geografia: vediamo come si articola il territorio comunale. Il suo confine passa, nell’angolo di sud-est, dal ponte sull’Adda che si trova all’ingresso settentrionale di Morbegno (e per il quale si accede alla strada provinciale n. 4 Valeriana occidentale), e seguono, verso ovest, per un buon tratto, il fiume Adda. Poi, prima di Piussogno, il confine volge a nord, passando ad est di questa località e salendo lungo il versante montuoso per il quale passa la strada che da Piussogno sale a Cercino. Volge poi a nord-est, includendo la frazione di Moncucco, fino ad una quota di 625 metri circa; qui prende di nuovo la direzione nord, salendo fino al crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti (punto di massima elevazione del territorio comunale, m. 2200). Segue, poi, solo per breve tratto il crinale, verso est, scendendo quasi subito verso sud-sud-est.
Della fascia di alta montagna a monte di Traona rientra nel suo territorio il Piazzo della Nave (m. 2010), mentre ne resta fuori, in Piazza dei caduti a Traona. Foto di M. Dei Casterritorio del comune di Mello, l’Oratorio dei Sette Fratelli. Scendendo alla media montagna, troviamo nel territorio di Traona i prati di Bioggio, che si stendono su una fascia compresa fra i 1250 ed i 1350 metri, mentre ne restano fuori i prati Aragno, più in basso, a 1150 metri (comune di Mello). Il confine scende ulteriormente per il largo dosso sul quale è tracciata la pista che da S. Giovanni di Bioggio (m. 697) sale ai prati Aragno; la chiesetta di S. Giovanni rientra, appena, nel territorio di Mello, mentre rientra in quello di Traona il nucleo di Bioggio, a 771 metri. A quota 450 metri circa il confine volge verso sud-est ed est, procede per un buon tratto, fino al versante che sta immediatamente a valle di S. Croce (che appartiene al comune di Mello): qui volge a sud e scende al ponte sul fiume Adda, dal quale siamo partiti. Rientrano, quindi, nel territorio di Traona in questa fascia che si colloca sulle prime falde del monte della costiera, da ovest, le frazioni di Coffedo, Convento, Mentasti, Poncia, Ca’ Pensa, Isolabella e Valletta.
Raggiungere Traona è abbastanza semplice. Se si proviene da Milano, si può lasciare la ss. 38 dello Stelvio appena dopo la stazione ferroviaria di Cosio Valtellino, sulla sinistra: una strada diritta scavalca il fiume Adda ed intercetta, dopo circa un km., la provinciale n. 4 Valeriana Occidentale in corrispondenza dell’ingresso orientale di Traona. Se si proviene da Sondrio, invece, può essere più comodo lasciare la ss. 38 all’ultimo semaforo in uscita da Morbegno, sulla destra, seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech. Superati un cavalcavia ed una rotonda, ci si porta al già menzionato ponte sul fiume Adda, oltrepassato il quale si prende a sinistra. Dopo un tirone ed una breve salita, si raggiunge la parte orientale di Traona.
All'ingresso del paese è ben visibile l'arco dell'antica porta d'accesso a Traona, che fungeva anche da dogana, perchè qui venivano riscossi i diritti di dazio per le merci in transito e soprattutto per il bestiame. Alle spalle dell'arco, vediamo la sede comunale in uno La chiesa di S. Alessandro. Foto di M. Dei Casdei palazzi Parravicini e, sul prato antistante, un avello sepolcrale che risale al V secolo. Nel centro del paese diversi palazzi storici e cade di particolare pregio ne testimoniano i fasti e l’antica nobiltà: vi si trovano due palazzi Parravicini, un palazzo Parravicini-De Lunghi, un palazzo Vertemate, una casa Torri, una casa Masssironi ed una casa Bellotti.
Ma nulla rappresenta visivamente in misura maggiore lo spirito fiero del paese della sua chiesa parrocchiale, dedicata a S. Alessandro, che se ne sta alta, sopra le case, su un poggio rafforzato da grandi muraglioni. Vi si accede, dal centro del paese, per una stradina acciottolata circondata da un alto muro. Si deve spendere un tributo di sudore, per quanto modesto, per potersi introdurre in questo spazio sacro. La sua presenza è attestata dal 1286, ma è dal secolo XV che divenne il centro della devozione plebana (prima lo era la chiesetta di S. Maria di Bioggio, fra i boschi della mezza montagna). Dal bel porticato, quattrocentesco, lo sguardo si può posare sull'intero paese, ma spazia anche oltre, soprattutto in direzione degli ultimi lembi di Valtellina. Un panorama eccellente, di ampio respiro, come di ampio respiro è la storia del paese il cui spirito di pacata nobiltà ancora aleggia nell'ampia spianata del sagrato.


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Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Una perla quattrocentesca fra Traona e S. Croce

La chiesetta di S. Caterina di Corlazzo. Foto di M. Dei CasLa chiesa di S. Caterina di Corlazzo (o Corlazio) è, fra le chiese minori, una delle più interessanti, per la sua storia e per i dipinti che vi si trovano, dell’intera Costiera dei Cech. Qualche hanno fa interventi di restauro quanto mai opportuni l’hanno restituita, per quanto possibile, alla sua originaria bellezza. Sorge nella frazione di Corlazzo, a 370 metri, sul versante che si eleva di poco rispetto al fondovalle, sopra Valletta, ad est di Traona.
Le sue origini risalgono, forse, al cuore del medioevo, e precisamente al secolo XII, e si giustificano tenendo presente il progressivo popolamento, in atto dall’alto Medio Evo, del versante di mezza costa a scapito del fondovalle, reso malsano dal suolo paludoso e dalla conseguente malaria. Nacquero così quei nuclei, come Corlazzo, che videro aumentare nei secoli il numero di anime, tanto da far sentire l’esigenza di un piccolo luogo sacro nel quale la loro fede potesse essere celebrata ed alimentata.
La chiesetta di S. Caterina è sicuramente attestata dal secolo XV, nel quale fu visitata anche dal famoso frate predicatore S. Bernardino da Siena (1439). Nel secolo successivo vi passò il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, nella sua visita pastorale in Valtellina; costui scrisse: “Ad un miglio dalla parrocchiale, un po’ fuori strada, c’è un villaggio di circa 20 fochi, chiamato Corlazio, appartenente alla comunità di Traona: ci sono due chiese, una dedicata a Sant’Agata, l’altra a Santa Caterina Martire, nelle quali si celebra raramente per penuria di sacerdoti…” Il nucleo di Corlazzo, dunque, contava, anche per la sua felice collocazione, circa un centinaio di anime, numero del tutto ragguardevole per quel tempo. Era posto, infatti, sull’antica strada che collegava Traona a Civo.
La chiesa del Convento, sopra la strada per Mello. Foto di M. Dei CasLa facilità di accesso a S. Caterina aveva però anche dei risvolti negativi. Nel 1629-30, la Valtellina fu percorsa dalle truppe dei Lanzichenecchi, che attendevano di passare attraverso il ducato di Milano, e che vi compirono razzie di cibo, vino, biada per i cavalli, portando anche (quel che è peggio) il terribile morbo della peste. Passarono anche per Corlazio, e, alla vista del dipinto dell’annunciazione dell’angelo a Maria, sulla sua parete esterna, lo deturparono con iscrizioni e simboli che ancora oggi si possono vedere (questi soldati erano protestanti, e quindi consideravano il culto alla Madonna espressione della corrotta chiesa di Roma).
A quel medesimo secolo risale un episodio meno fosco, che vale la pena di raccontare. Dal 1624 officiavano nella chiesetta i frati del Convento di S. Francesco, nella vicina Traona. Il 31 dicembre del 1666 due di costoro, il padre superiore Fra’ Costante Parravicini ed il giovane frate Gian Antonio da Como, si misero in cammino per salire a S. Caterina, non senza difficoltà, perché nei giorni precedenti abbondanti nevicate avevano reso la via assai faticosa. Giunsero, dunque, al ponte sulla valletta che precede di poco la chiesa, ma la neve lo aveva interamente ricoperto, tanto che non lo si vedeva più. Il padre superiore, per stanchezza più che per imperizia, sbagliò nell’indirizzare il piede, lo posò su una cornice di neve che cedette, facendolo precipitare nel vuoto della piccola forra sottostante che il torrente Valle si era scavano in quel punto. Il giovane che lo accompagnava fu preso dal panico e corse via, gridando che si venisse in soccorso dell’anziano superiore. Il ampanile della chiesa del Convento al tramonto. Foto di M. Dei CasAccorse, dunque, la gente, alle sue grida, e tutti conversero nel luogo della disgrazia. Che disgrazia, però, si rivelò non essere, perché il canuto frate riemerse, fra lo stupore di tutti, sull’altro lato della valletta, risalendo alla strada, interamente asciutto, e lodando Dio per averlo scampato da quella sciagura. Fu così che i frati e la gente poterono intonare il solenne “Te Deum” di ringraziamento, come si fa nella Messa dell’ultimo giorno dell’anno, aggiungendo ai motivi di lode anche la miracolosa salvezza del padre superiore.
Proviamo a ripercorrere le orme dei due frati francescani (difficilmente, però, troveremo tanta neve anche nel cuore dell’inverno, dal momento che la felice esposizione della costiera tempera di molto i rigori invernali). Lasciata la macchina all’inizio della strada per Mello, portiamoci alla frazione di Coffedo (sulla destra della strada) ed incamminiamoci sulla stradina che sale alla ben visibile chiesa del Convento, nella località omonima, disseminata di cappellette che corrispondono alle diverse tappe della Via Crucis. Raggiunto il sagrato della chiesa del Convento, soffermiamoci a gustare il panorama che da qui si gode, soprattutto verso l’alto Lario. L’attuale chiesa sostituisce quella più antica, che era posta più a valle (in località Somagna o Fillaggio, appena oltre il ponte sul torrente Vallone, che scende dal Vallone di S. Giovanni), e che venne distrutta da un’alluvione nel 1731.
A proposito di alluvioni, guardando verso sud, cioè in direzione del fondovalle che sta proprio sotto di noi, possiamo osservare il susseguirsi di case delle frazioni che congiungono Traona alla Valletta, ad est. Ebbene, questa zona era, nei secoli passati, assai meno ospitale, soprattutto per le piene dei torrenti Bombolasca, Vallone e Valle, che l’avevano riempita di detriti alluvionali e quindi resa inutilizzabile per le coltivazioni. L’unico nucleo esistente in quei secoli era Ca’ di Bor, cioè “Case dei Manescia (prima della costruzione della strada asfaltata). Foto di M. Dei Casgrossi tronchi”, denominazione che si riferiva al transito del legname sul fiume Adda dall’alta valle verso il lago di Como, per il quale molto probabilmente si riscuoteva, qui, il dazio (centena), secondo un antichissimo diritto dei Vicedomini di Traona.
Torniamo, ora, dal sagrato della chiesa alla strada per Mello, e percorriamola, in salita, fino al primo tornante sinistrorso. Si stacca, qui, sulla destra (in corrispondenza di due cartelli che segnalano la chiesa di S. Caterina e un torchio a leva del secolo XVI in frazione Corlazzo), una strada secondaria, anch’essa (recentemente) asfaltata: è la via Somagna, che attraversa le case della frazione omonima, proseguendo poi, verso est, in leggera salita, nella splendida cornice di vigneti ben curati. Oltrepassiamo, così, una deviazione, sulla destra (si tratta di una pista che scende alla Valletta), prima di raggiungere il ponte sul torrente Valle, scenario della miracolosa riemersione dalla neve del padre superiore fra’ Costante.
Pochi passi ancora, e siamo al sagrato della chiesetta di S. Caterina, che ci accoglie con la sua simpatica facciata a capanna, rivolta ad ovest, all’ombra di alcuni grandi platani. Sulla parete rivolta a monte (nord) possiamo vedere il dipinto dell’Annunciazione, sormontato da un tettuccio, con l’angelo che si rivolge a Maria: dalla sua bocca escono le parole “Ave gratia plena Dominus tecum”. Si tratta di un dipinto di ignoto autore lombardo della fine del Quattrocento. Possiamo anche osservare le iscrizioni della soldataglia dei Lanzichenecchi, che, purtroppo, lo deturpano. Altri ce ne sono, all’interno ( fra cui una Madonna con Bambino che porge a S. Caterina l'anello delle nozze mistiche, la rappresentazione di S. Ambrogio, S. Agostino e S. Girolamo, la rappresentazione della Trinità come volto uno e trino, la rappresentazione di angeli musicanti: per poterli vedere ci si può rivolgere alla signora che ne custodisce le chiavi (la sua casa si trova poco oltre, sulla sinistra della strada).
Quel che, invece, è difficile da visitare è l’antico torchio della frazione: lo si trova proseguendo per un breve tratto, in salita, e L'angelo del dipinto dell'annunciazione della chiesetta di S. Caterina. Foto di M. Dei Casraggiungendo il nucleo centrale di Corlazzo. È, però, in un edificio quasi sempre chiuso. Dalla frazione di Corlazzo parte un tratturo, con fondo in cemento, che sale fino ad intercettare l’antica strada che collega S. Croce a Mello, appena a monte di S. Croce: la camminata può, quindi, proseguire con una visita a questo nucleo, che appartiene al comune di Civo.
La camminata si può concludere, infine, scendendo alla vicina chiesetta di S. Apollonia e di qui alla Valletta, per poi tornare a Traona seguendo la via del piano. Troviamo la mulattiera che scende a S. Apollonia appena prima della chiesetta di S. Caterina, sulla destra, a lato della strada (c’è anche un sentiero che parte subito dopo la chiesetta, sempre sulla destra). La discesa è molto breve, e porta alle baite abbandonate di S. Apollonia, fra le quali la secentesca chiesetta. La mulattiera (l’antica via per S. Apollonia e Corlazio) prosegue nella discesa e, dopo qualche tornante, effettua una diagonale verso destra che si conclude al limite orientale delle case della Valletta ed al ponte sul torrente Valle.
Seguendo la via del piano, torniamo, infine, all’automobile, dopo circa un’ora e mezza di cammino (modesto è il dislivello in salita, 160 metri approssimativi).

Difficoltà
T
Dislivello
160
Tempo
40 min.
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Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Passeggiando sopra la Valletta

la chiesa della Beata Vergine Maria alla Valletta. Foto di M. Dei CasLa frazione della Valletta (m. 206) è la più importante di Traona, ed è la prima che si incontra, sulla destra, percorrendo la strada provinciale Valeriana Occidentale, dal ponte sull’Adda all’uscita di Morbegno verso Traona, dopo il primo tratto, in cui questa corre stretta fra i roccioni del versante montuoso, a destra, ed il fiume Adda, a sinistra.
Deve il suo nome alla valletta che scende dal monte in prossimità del suo limite orientale. Ha sempre conservato una propria gelosa identità, di cui è, di recente (1980), diventata immagine anche la nuova chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria, impreziosita dall’artistico portale dello scultore Abram, di Delebio. È significativo, però, ricordare che la prima pietra di tale chiesa è stata tolta dalla cella campanaria della patronale di Traona, S. Alessandro, per sottolineare il forte vincolo fra la comunità della Valletta e la comunità madre di Traona.
Possiamo visitarla, cogliendo l’occasione per una simpatica camminata che sfrutta la mulattiera per S. Apollonia. Portiamoci, dunque, sulla strada provinciale Valeriana, prendendo a sinistra dopo il ponte sull’Adda all’uscita settentrionale di Morbegno; lasciamola, però, al primo svincolo a destra, che troviamo, subito dopo una curva a destra, all’ingresso del lungo rettilineo che conduce alle porte di Traona. Svoltiamo, poi, subito a sinistra, e lasciamo l’automobile nel parcheggio non lontano dalla nuova chiesa della Beata Vergine Maria, per poi incamminarci in direzione opposta (est), percorrendo una via che, per un tratto, corre, a pochi metri di distanza, parallela alla strada La chiesetta di S. Apollonia. Foto di M. Dei Casprovinciale. Passiamo, così, a sinistra di un edificio sulla cui facciata si trova un dipinto di Madonna con Bambino.
Poi la strada volge a sinistra e, dopo una breve salita, conduce al ponte sulla valletta, che imbocchiamo, sulla destra, immettendoci sulla via S. Apollonia. Qui, sulle pareti degli edifici rustici, troviamo un secondo dipinto e l’indicazione “Per S. Apolonia e Corlazio”. Comincia da qui la salita a S. Apollonia. Alla stradina in asfalto si sostituisce, ben presto, un tratturo, che entra in una selva e diventa mulattiera. Prima di immergerci nell’ombra delle piante, gettiamo uno sguardo al fondovalle, sotto di noi: è assai interessante, infatti, osservare il corso del fiume Adda, che, dopo essere stato costretto quasi a lambire il versante retico, sospinto a nord dal grande conoide del fiume Bitto, taglia quasi in diagonale la piana, riportandosi più vicino al versante sud. Da qui si vede bene anche il curioso isolotto, interamente ricoperto da una selva, che il fiume forma dividendosi, per un breve tratto, in due rami.
Nella selva ci attende (non c’era da dubitarne) una cappelletta, che, sulla destra della mulattiera veglia sui passi del viandante. Poi incontriamo alcuni tornanti: il fondo della mulattiera è assai buono, in grisc (una sorta di mosaico sapiente di ciottoli arrotondati). Dopo un tornante sinistrorso, ecco un grande edificio ormai diroccato, una dimora che doveva essere di una certa importanza, anche se ormai è quasi soffocata dalla vegetazione. Pochi passi ancora, e ci ritroviamo fra le baite di Dipinto su una baita a S. Apollonia. Foto di M. Dei CasS. Apollonia, raccolte intorno alla chiesetta di origine secentesca, completata nel secolo XVIII (m. 356).
Vicino alla chiesetta si trova un bel lavatoio, diviso in due settori, che testimonia della vita che doveva animare questo nucleo nel tempo passato. Una vivacità testimoniata anche dal dipinto di una Madonna incoronata con Bambino, sulla facciata di una delle baite. Di questa vita, ora, resta solo una flebile eco, perché il silenzio di una profonda solitudine sembra aver preso di nuovo possesso di questi luoghi, rotto solo da qualche rara pausa di grande animazione (come quella rappresentata dalla camminata del marzo 2006, all’insegna del “ciamà l’erba” nella Costiera dei Cech” e della parola d’ordine: fra i Cech la primavera arriva prima).
La camminata, però, non si chiude qui: dobbiamo salire alla vicina e più antica chiesetta di S. Caterina di Corlazzo. Per farlo, ci basta seguire la mulattiera, che, poco sopra, si divide in due rami. Entrambi portano alla strada asfaltata che si stacca da quella Traona-Mello e si conclude alla frazione di Corlazzo. Prendiamo il ramo di destra, che ci porta proprio alla chiesetta, recentemente recuperata dal suo stato di abbandono. Chiesetta più antica, si diceva: risale, infatti, almeno al secolo XV, ed è pure quattrocentesco il dipinto dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria che possiamo osservare sulla sua parete nord. Quegli strani segni e simboli di cui è costellato non appartengono alla fantasia del pittore, ma sono opera della vena dissacratoria di quei soldati Lanzichenecchi che passarono anche di qui, fra il 1629 ed il 1630, nel contesto della Guerra S. Caterina di Corlazzo. Foto di M. Dei Casdei Trent’Anni, portando una terribile epidemia di peste che dimezzò la popolazione dell’intera Valtellina.
Il punto più alto della camminata l’abbiamo raggiunto (m. 375): ora comincia la discesa. Seguiamo la strada asfaltata verso sinistra, incontrando il ponte sulla valletta. Poco oltre, imbocchiamo la strada asfaltata che se ne stacca sulla sinistra e, dopo un tornante destrorso, diventa un tratturo di cemento che scende, fra selve e vigneti, alla Valletta. Tornati alla frazione, ci dirigiamo verso la chiesa e recuperiamo, dopo circa un’ora di cammino, l’automobile (il dislivello in altezza superato è davvero alla portata di tutte le gambe: 170 metri circa).
Questo anello può essere sfruttato anche dagli amanti della mountain-bike. A costoro, però, suggerisco un anello un po’ più ampio. Dalla chiesa della Valletta prendiamo verso ovest, fino a raggiungere la frazione di Coffedo, salendo poi ad intercettare la strada che da Traona porta a Mello. Percorriamo, poi, una lunga diagonale, fino al primo tornante sinistrorso, dove la lasciamo, prendendo a destra (via Somagna) e proseguendo nella salita fra splendidi vigneti. Raggiungiamo, così, lo svincolo che scende alla Valletta, prima indicato come via per il ritorno nella camminata; noi, però proseguiamo, varchiamo la valletta sul ponte e ci portiamo a S. Caterina. Da qui, sfruttando il sentierino che parte, sulla destra, appena dopo la chiesetta, scendiamo a S. Apollonia. La mulattiera sopra descritta ci riporta, alla fine, alla Valletta. Un giro tranquillo e piacevole, soprattutto in autunno, inverno e primavera.
La Madonna: particolare del dipinto sulla facciata della chiesetta di S. Caterina. Foto di M. Dei Cas

Difficoltà
T
Dislivello
170 m
Tempo
30 min.
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Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
L'antico nucleo nel cuore dei boschi sopra Traona

La mulattiera per Pianezzo. Foto di M. Dei CasBioggio (m. 771) è, oggi, solo un grumo di baite, immerse fra i boschi di castagno a monte di Traona, che si anima nella stagione estiva e soprattutto la seconda domenica di settembre, quando si celebra la sagra durante la quale è possibile gustare il tradizionale piatto delle celebrazioni nuziali, il risotto condito con molta carne. In passato fu, però, centro assai importante nel territorio di Traona. Prima del secolo XV la sua chiesetta di S. Maria era centro della devozione nella pieve di Traona, prima di venir soppiantata dall’imponente chiesa di S. Alessandro. Ed ancora nel secolo successivo, quando quest’ultima chiesa venne temporaneamente occupata (fino al 1603) dai protestanti, la chiesetta di S. Maria tornò a diventare centro di riferimento principale della fede cattolica a Traona.
Una salita a Bioggio è, dunque, una discesa nei profondi recessi del tempo. Ci si arriva anche in automobile, sfruttando la carrozzabile che sale da Cino (2 km), oppure, sul lato opposto, cioè quello orientale, sfruttando la pista che parte dalla chiesa di S. Giovanni di Bioggio e sale ai prati di Aragno, e staccandosene al secondo tornante destrorso. Ma vale proprio la pena di salirvi a piedi, partendo dalla chiesa di S. Alessandro a Traona. Per La bassa Valtellina vista da Pianezzo. Foto di M. Dei Casraggiungerla, percorriamo il primo tratto della strada per Mello, staccandocene sulla sinistra quando troviamo l’indicazione per la chiesa. Superato il torrente Vallone, restiamo nella parte alta del paese (senza scendere a sinistra, verso il centro): imboccata la via Somagna (da "Summus ager", cioè "il campo più alto": è questo, probabilmente, il più antico nucleo insediativo di Traona), in breve ci portiamo al parcheggio costruito a monte della chiesa (m. 285).
Dopo una sosta al suo bellissimo e panoramico sagrato, cominciamo a salire, verso ovest, sulla ripida e larga mulattiera, nella splendida cornice dei vigneti che danno, per il particolarissimo microclima mediterraneo che caratterizza la Costiera dei Cech, un ottimo vino. Al primo tornante destrorso troviamo un ponte, al quale giunge una strada asfaltata (che prosegue per Moncucco e Pianezzo), che noi ignoriamo. Al successivo tornante sinistrorso è posta, invece, una cappelletta. Poi la mulattiera, dopo una svolta a destra, porta ad una bella fascia di prati. Dopo una svolta a sinistra, la successiva salita porta nei pressi del nuovo parcheggio di Pianezzo; volgendo a destra e passando in mezzo alle case, intercettiamo, infine, la strada asfaltata sopra menzionata, alle case della frazione di Pianezzo (m. 471). Da qui il colpo d’occhio sull’alto Lario è davvero eccellente.
Dopo aver raggiunto, sfruttando una scaletta, la strada asfaltata, la lasciamo subito per tornare sulla storica mulattiera, che Baite a Pianezzo. Foto di M. Dei Casattraversa un gruppo di baite e torna ad intercettare la strada più in alto. Ora dobbiamo scegliere per quale via proseguire la salita a Bioggio. Ci sono, infatti, due possibilità: seguire la mulattiera storica, oppure il sentiero che conduce a S. Giovanni di Bioggio, sfruttando, poi, la pista per i prati di Aragno. Ovviamente, se scegliamo l’una per la salita, possiamo poi utilizzare l’altra per la discesa.
Consiglio di seguire, salendo, il sentiero per S. Giovanni, che parte proprio davanti a noi, quando abbiamo intercettato per la seconda volta la strada, sull’altro lato, in corrispondenza di un casello per l’acqua. Il sentiero si immerge in un bel bosco di castagni, in direzione nord-est, risalendo il largo dosso ad ovest del Vallone di S. Giovanni, alla sommità del quale, su un bel poggio, a 697 metri, è posta la chiesa. La salita richiede almeno mezzora di cammino, ma lo scenario del bosco, davvero suggestivo, non fa sentire troppo la salita. Poi, dopo alcuni ultimi tornanti, troviamo alcuni ruderi di fortificazioni, che precedono l’ampia spianata nella quale, fra alcune baite, è stata edificata la chiesa, in territorio del comune di Mello (il confine fra Traona e Mello passa proprio alla sua sinistra, ma, al di là di questi aspetti amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti dei paesi vicini).
S. Giovanni di Bioggio. Foto di M. Dei CasÈ di origine medievale, ma subì una notevole trasformazione nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario ingresso rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda a sud. Nel secolo successivo, e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente doppia scalinata in serizzo, che consente di salire a tale ingresso. Ad est della chiesa la montagna precipita nell’oscuro vallone di S. Giovanni, che da qui non possiamo vedere.
Dopo una sosta in questo luogo denso di richiami storici e spirituali, proseguiamo verso Bioggio, portandoci alle spalle della chiesa, dove passa la pista sterrata che proviene da Mello e prosegue verso i prati Aragno. Prediamo, dunque, a sinistra, fino al secondo tornante destrorso: qui, in corrispondenza di una piazzola, dalla pista si stacca una pista secondaria che, dopo un tratto in discesa, porta alle baite di Bioggio, passando proprio sotto la chiesetta di S. Maria. Quando al fondo sterrato si sostituisce quello in cemento, all’ingresso del borgo, guardiamo a sinistra: dalla pista si stacca una pista secondaria, che dopo pochi metri diventa un sentiero che attraversa un ampio prato, fino a raggiungere l’ingresso di una selva, dove diventa una chiara mulattiera. Si tratta della già citata mulattiera storica per Bioggio, per la quale possiamo scendere a Pianezzo, oppure salire, appunto, a Bioggio. la mulattiera Pianezzo-Bioggio. Foto di M. Dei CasVediamo questa seconda possibilità.
Torniamo a Pianezzo, e precisamente al punto di partenza del sentiero per S. Giovanni. Ora, invece di imboccarlo, proseguiamo a sinistra, sulla pista sterrata, che termina nel solco della valle che scende al centro di Traona. Portiamoci, ora, sul lato opposto della valle, dove parte un sentiero, nel cuore di una selva, che diventa ben presto mulattiera. Superato un tratto all’aperto, fra muri a secco e vigneti, torniamo nel cuore del bosco, in corrispondenza di una fontana: la salita prosegue, in direzione nord, inanellando diversi tornanti. La mulattiera viene tagliata da una seconda multtiera che procede in direzione ovest-est, e che proviene da Cercino e prosegue verso S. Giovanni di Bioggio. Ignorata questa ed altre deviazioni a sinistra ed a destra, passiamo a destra di una bella radura incorniciata dal caratteristico corno del monte Legnone, prima di approdare alla parte bassa del prato che precede la chiesetta di S. Maria di Bioggio.
Il dislivello in salita, in questo secondo caso, è di circa 490 metri, ed il tempo necessario per salire da S. Alessandro a Bioggio è di un’ora ed un quarto circa. Nel primo caso, invece, il dislivello sale a 520 metri ed il tempo necessario ad un’ora e 30 minuti. Se, infine, decidiamo di portarci in automobile fino a Pianezzo e di La chiesetta di S. Maria di Bioggio. Foto di M. Dei Cascominciare da qui la camminata, tempi e dislivelli, ovviamente, diminuiscono.
Qualche indicazioni conclusiva per gli amanti della mountain-bike: questi luoghi offrono anche diverse opportunità per chiudere interessanti anelli su due ruote. Ecco il più ampio. Partiamo da Traona e, percorrendo la Valeriana occidentale verso ovest, portiamoci a Piussogno. Qui ce ne stacchiamo sulla destra e saliamo a Cercino, portandoci poi alla parte alta del paese, dove parte la pista sterrata per Bioggio. Da Bioggio iniziamo la discesa sfruttando prima la mulattiera che scende a Pianezzo, poi quella che da Pianezzo scende a S. Alessandro. Se vogliamo allungare l'anello, da Bioggio saliamo ad intercettare la pista S. Giovanni-Prati Aragno, percorriamola in discesa fino a S. Giovanni e proseguiamo fino a Mello. Sfruttando la comoda strada Traona-Mello, infine, torniamo a Traona.

Difficoltà
T
Dislivello
490
Tempo
1 h e 15 min
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il terrazzo panoramico sopra Traona

Panorama dai prati di Bioggio. Foto di M. Dei Cas
Da Bioggio ai prati di Bioggio, cioè dal maggengo di mezza montagna all’alpeggio: un’escursione classica alla scoperta delle antiche vie attraverso le quali si articolava la vita contadina, con i suoi ritmi lenti e continui, le sue fatiche, le sue pause. Vie antiche alle quali, per la verità, si sono in buona misura sovrapposte le vie moderne percorse da veicoli a due e quattro ruote.
Come portarci, innanzitutto, a Bioggio? È possibile arrivarci con l’automobile partendo dalla parte alta di Cercino (paese che si raggiunge salendo da Piussogno, sulla provinciale Valeriana Occidentale) e percorrendo 2 km su una carrozzabile in terra battuta, oppure partendo da Mello, seguendo la carrozzabile per S. Giovanni di Bioggio, imboccando la pista per i prati Aragno e lasciandola, sulla sinistra, al secondo tornante destrorso). È possibile, ovviamente, anche arrivarci a piedi, in tre quarti d’ora, da Pianezzo (frazione alta di Traona, raggiunta da una strada asfaltata), seguendo l’antica mulattiera che parte Bioggio. Foto di M. Dei Casal termine della carrozzabile che attraversa Pianezzo.
Una volta a Bioggio (m. 771), la salita ai prati di Bioggio può seguire, sulla carta, due vie: l’antico sentiero che sale sul versante ad occidente del borgo, oppure quello che sale sul versante ad oriente. Il secondo è, però, l’unico praticamente fruibile in sicurezza, in quanto il primo, che quasi nessuno più percorre, presenta alcuni punti problematici per l’orientamento. Nessuno dei due, comunque, è segnalato con segnavia.
Partiamo, dunque, dalla soluzione sicura. Dalle baite più alte di Bioggio, dove troviamo anche un bel lavatoio, ristrutturato nel 2005, imbocchiamo il sentiero che prende a destra. Dopo una salita di circa un quarto d’ora, raggiungiamo il limite occidentale di un bel prato, con una abitazione. Il sentiero ne percorre il limite, restando alla sua sinistra, per poi salire, dopo pochi metri, alla pista sterrata S. Giovanni di Bioggio-Prati Aragno, appena sotto il terzo tornante destrorso.
Dobbiamo, ora, seguire la pista fino in fondo: essa termina appena a monte dei prati Aragno (m. 1146), in territorio del comune di Mello, lasciando il posto ad un sentiero che, con una diagonale verso ovest, sale alla parte bassa dei prati di Bioggio (m. 1258). Prima di raggiungerla, si biforca: dobbiamo seguire il ramo di sinistra, perché quello di destra sale alla parte alta dei prati. Ad una seconda biforcazione, possiamo seguire indifferentemente l’uno o l’altro ramo.
Possiamo salire ai prati anche da S. Giovanni di Bioggio, sfruttando un sentiero per lo strascico del legname (che sale, quindi, I prati Aragno. Foto di M. Dei Casdiritto in un bel bosco di castagni): lo troviamo alle spalle della chiesa, sul versante a monte (prestiamo attenzione, però, a non seguire il sentiero che prende a destra, in direzione del cuore del Vallone, ma quello che sale, ripido e diritto, nel bosco). Questo sentiero taglia per tre volte la pista sterrata, in corrispondenza di altrettanti tornanti sinistrorsi. Poi, però, non lo troviamo più, e ci tocca seguire la pista fino ai prati Aragno.
Vediamo, ora, il sentiero più difficile. Anche questo parte dalle ultime baite di Bioggio, ma si dirige a sinistra. Inizialmente la traccia non è chiarissima, ma poi il bosco si infittisce ed il sentiero si fa più chiaro (non è un paradosso: qui di false tracce non ce ne sono, si cammina quasi assediati dalla vegetazione), anche se, in alcuni punti, è un po’ sporco. Non ci sono tornanti: per un bel tratto si sale, in diagonale, verso nord-ovest, fino ad una quota approssimativa di 1030 metri.
Qui lo scenario muta: il bosco si dirada ed il sentiero raggiunge una fascia di rocce affioranti, sulle quali, con un passaggio un po’ esposto, passa. Superate le rocce, si giunge ad un punto critico, nel senso che non è facile trovare la ripartenza del sentiero. Ci si trova in una sorta di piccola radura; a sinistra una labile traccia prosegue, con andamento pianeggiante, supera altre boccette e raggiunge un punto dal quale si apre uno scorcio panoramico su Cino, per poi perdersi. In alto, a destra, pare di intuire un’altra traccia, ma è solo un falso indizio. Il vero sentiero riprende nella parte alta della radura, e prosegue salendo nel bosco, assumendo, gradualmente, la direzione nord-est. La traccia torna a farsi discreta, ma si deve procedere con molta attenzione, perché in alcuni punti si rischia di prendere la parte alta dei prati di Bioggio. Foto di M. Dei Casfalse tracce. Dopo un buon tratto di salita, si raggiunge un’ampia radura panoramica, dalla quale si scorge una buona parte della bassa Valtellina. La meta non è lontana: dopo un ultimo tratto di salita, si raggiunge il limite sud-occidentale dei prati di Bioggio, in corrispondenza dell’ultima baita, a 1250 metri circa. Ma, ripeto, si tratta di un sentiero che richiede molto fiuto e senso dell’orientamento; è del tutto sconsigliabile, poi, percorrerlo in discesa.
La baita raggiunta riporta, sulla facciata, una sorta di storia per disegni e brevi commenti, anzi, due storie: quella del partigiano Mario Copes, che fu catturato dai tedeschi il 28 ottobre 1944 e che subì la rottura dell’orecchio destro per il colpo del calcio di un fucile, per poi scomparire; quella di Schignano, piccolo borgo in Val d’Intelvi, con le cascine come una volta, dove la gente, nel 1940, viveva con una mucca e due capre o pecore, facendo le calze. Fa riflettere quest’idea di consegnare alle pareti delle baite frammenti della storia passata. In una cornice che favorisce la riflessione.
Mentre riflettiamo, possiamo salire per un tratto: incontreremo la pista tagliafuoco che giunge fin qui dall’alpe Piazza, ad ovest, sul limite della Costiera dei Cech. Seguendola per un tratto, troviamo, sulla sinistra, la partenza di un sentiero che effettua una diagonale, superando alcuni ruderi di baita, e porta alla parte alta dei prati di Bioggio, alle baite di quota 1348. Qui troviamo le prime indicazioni, in vernice blu, del sentiero che prosegue per l’Oratorio dei Sette Fratelli, passando per il Piazzo della Nave (ampio poggio a quota 1637, che vediamo bene, sulla verticale dei prati di Bioggio).
Seguendo queste indicazioni si sale con qualche tornante, si superano tre vasche per la raccolta dell’acqua e si giunge, presso la parte alta dei prati di Bioggio. Foto di M. Dei Casla baita più alta, a quota 1440, ad un bivio: il sentiero per l’Oratorio dei Sette Fratelli prosegue, segnalato, sulla destra, mentre sulla sinistra un sentiero, non segnalato, inizia una lunga diagonale, in direzione ovest-nord-ovest, che si conclude ai prati Brusada: teniamolo a mente, perché ne riparleremo. Ovviamente la salita al Piazzo della Nave, luogo mitico ove si racconta sia approdata l’Arca di Noè, o, più in alto ancora, all’Oratorio dei Sette Fratelli, splendido eremo di una suggestione incomparabile (m. 2010) rappresentano, ovviamente, ideali prosecuzioni dell’escursione ai prati di Bioggio, ma richiedono un buon allenamento.
Raccontiamo un’ulteriore possibilità, interessante, anche se poco nota. Una volta raggiunta la pista tagliafuoco, salendo dalle baite occidentali della parte bassa dei prati, non procediamo verso destra, ma cerchiamo il sentierino che parte, tagliando una fascia di prati a monte della pista, raggiungendo una grande cisterna in plastica per la raccolta dell’acqua. Questa è collocata nei pressi di una sorgente, a valle di una fascia occupata da materiale franoso. A sinistra della sorgente il sentiero prosegue (inizialmente segnalato da una serie di nastri di plastica), con traccia ben visibile, iniziando una lunga diagonale verso nord-ovest e salendo con pendenza graduale. Si tratta davvero di un buon sentiero, che tuttavia non è segnato su alcuna carta. Dopo aver oltrepassato il rudere di due baite isolate in una radura, il sentiero conduce al limite sud-orientale dei prati Brusada, in territorio del comune di Cino.
vasca per la raccolta dell'acqua sopra i prati di Bioggio. Foto di M. Dei CasPer la verità non possiamo salire subito ai prati, perché incontriamo un cartello che ci ammonisce che il sentiero che vi accede è privato. È un cartello che celebra anche un misterioso San Rastelé, rappresentato con tanto di rastrello in mano e celebrato il 3 gennaio. Parrebbe, nella sostanza, un gioco di parole, visto che un altro cartello ammonisce a starsene lontani (Rastelé = rasté lé, cioè state lì?); probabilmente è il nome delle baite più basse dei prati. Comunque noi proseguiamo sul sentiero di destra, che non raggiunge i prati, ma sale, nella selva, sul loro lato orientale; più in alto li raggiunge e li risale, in diagonale, piegando leggermente a sinistra, e poi a destra, fino alla baita più alta (m. 1584).
Il panorama, da qui, è davvero ampio, abbraccia tutte le Orobie centrali ed occidentali e raggiunge l’alto lago di Como. Abbiamo, ora, due possibilità per tornare ai prati di Bioggio. La prima sfrutta il sentiero alto che porta al bivio sopra la parte alta dei prati di Bioggio, la seconda la pista tagliafuoco.
Nel primo caso, raggiunta la baita più alta dobbiamo prendere a destra, imboccando il sentiero che varca l’alta valle di Siro e oltrepassa alcune baite, iniziando una lunga diagonale in graduale discesa, che ci riporta al bivio sopra citato: qui prendendo a sinistra procediamo verso il piazzo della Nave, mentre continuando a scendere ci ritroviamo, alla fine, alla parte alta dei prati di Bioggio.
Se vogliamo, invece, sfruttare la pista tagliafuoco dobbiamo scendere, dalla baita più alta dei prati Brusada, in diagonale verso sinistra, sfruttando un sentiero dapprima poco evidente, seminascosto dalla sterpaglia, poi più chiaro. Esso raggiunge il limite inferiore di destra (per noi) dei prati, ed inizia una discesa nel bosco. La traccia è sempre ben visibile, per cui non ci sono problemi a seguirla.
Panorama dal sentiero sopra i prati di Bioggio. Foto di M. Dei Cas
Attraversato un valloncello, raggiungiamo la baita isolata di Cuper di sopra (Coper volt), dove un cartello ci informa di una curiosa storia di altri tempi: il Bernardìn, padrone della Ca’ d’Ambrusìn, l’aveva fatta intonacare per renderla riconoscibile rispetto alle altre baite; qui dovevano, infatti, un venditore di Rogolo doveva portargli un caprone per il quale aveva già pagato la caparra. Oggi questo venditore farebbe davvero fatica a trovare la baita, quasi soffocata dalla vegetazione. Proseguiamo la discesa fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Dopo l’ultimo tratto della discesa, sempre verso sinistra, nel quale superiamo un piccolo corso d’acqua, raggiungiamo, infine, la pista tagliafuoco, ad est dei prati Nestrelli. Percorrendo la pista verso sinistra, cioè verso est, alla fine torniamo ai prati di Bioggio.
Qualche indicazioni sui tempi. La salita da Bioggio ai prati di Bioggio comporta il superamento di un dislivello di 480 metri, ed avviene in un’ora ed un quarto circa. L’anello Bioggio-Brusada, a sua volta, comporta un dislivello di 340 metri, e richiede un’ora e tre quarti di cammino.
Panorama dal sentiero Bioggio-Piazzo della Nave. Foto di M. Dei Cas


Difficoltà
E
Dislivello
480
Tempo
1 h e 15 min
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Dove approdò l'Arca di Noè

Panorama dal Piazzo della Nave. Foto di M. Dei Cas
La figura di Noè è una delle più conosciute della Bibbia. Quando Dio volle punire l’umanità per la sua empietà, progettò di sommergerla sotto le acque di un diluvio mai visto prima, il famoso diluvio universale. Il solo Noè, per la sua rettitudine, meritò di sopravvivere con la sua famiglia, perché il genere umano non si estinguesse. Ricevette, così, l’ordine di costruire un’arca, destinata anche ad accogliere una coppia di ogni specie vivente, salvandola dall’estinzione.
Un’arca è qualcosa di meno di una barca: non c’è solo una “b” in meno, ma anche l’assenza di quegli strumenti, timone e vele, che la possono governare. Per questo Noè potè sì salvarsi dalle acque che sommersero tutte le terre, ma non dirigere l’arca, la cui rotta fu affidata alle mani del Signore.
Ma dove approdò, alla fine? Perché ci fu una fine, e ad un bel momento smise di piovere. La Bibbia non ci dice il luogo in cui l’arca potè toccare la terraferma. Si moltiplicarono, così, ipotesi e leggende. In terra di Valtellina il luogo più accreditato si trova nella Costiera dei Cech, e precisamente nei monti sopra Traona. Salendo ai Prati di Bioggio (che si raggiungono facilmente percorrendo una carrozzabile Capre curiose al Piazzo della Nave. Foto di M. Dei Cassterrata che parte da Mello, effettua una traversata, verso ovest, fino alla chiesa di san Giovanni di Bioggio, si inerpica sul fianco montuoso fino ai prati di Aragno, dove lascia il posto ad un sentiero che in breve porta ai prati), lo vediamo bene, diritto sopra il nostro naso, verso nord: si tratta del piazzo della Nave ("piaz de la Naf", o anche "roca de la Naf"), sul culmine di un dosso largo e brullo, nel territorio del comune di Traona.
Cosa fa supporre che proprio qui si fermò l’arca? Un enorme masso levigato, che presenta anche un anello atto ad assicurare l’ancora dell’imbarcazione. Accanto al masso, stava, fino a qualche anno fa, anche un larice rinsecchito, che forse fu d'aiuto nell'approdo: ora è stato tagliato e lasciato poco distante. Il masso ci accoglie proprio sulla soglia del pianoro, o piazzo, in un’atmosfera surreale. La zona è brulla, un po’ desolata (pochi pini, qualche capra curiosa), ma estremamente panoramica e suggestiva. Forse ai tempi di Noè c’era ancora un bel bosco, e forse, guardando con attenzione, potremo scorgere anche noi quei segni nella roccia che, si dice, siano orme impresse dagli animali che scesero dall’arca. Se le cose andarono veramente così, molte specie animali lasciarono, poi, questi luoghi, dove regna, ora, la solitudine, e dove gli animali che più facilmente potremo scorgere sono le aquile, che signoreggiano dai picchi della costiera che separa la bassa Valtellina dalla Val dei Ratti.
Lasciamoci prendere, dunque, dal gusto di questo fascino, immaginiamo il vegliardo Noè guardare compiaciute questa nuova terra, la terra della rinascita, immaginiamo tutte le specie animali scendere dall’arca e disperdersi fra queste montagna. Alcune per rimanervi e riprendere, dopo la pausa dell’epica navigazione, l’antichissima lotta (come la vipera e l’aquila), altre per lasciarle, alla ricerca di climi più adatti. E Noè? Il suo cuore è rimasto qui. Racconta, infatti, la leggenda che egli ami tornare, ogni anno, nelle notti di agosto, a visitare questi luoghi. Lo sanno i pastori, che in queste notti ne scorgono, per qualche istante appena, l’ombra, la quale si aggira, discreta e Il Piazzo della Nave visto dai prati di Bioggio. Foto di M. Dei Cassilenziosa, a ricercare i ricordi che rimandano al giorno in cui di nuovo tornò a baciare la terraferma. Ed i pastori amano ricordare questo, anche per tacitare i loro "colleghi" del versante orobico che fronteggia i Cech, cioè i Maroch, i quali pure vantano un Piazzo della Nave, nei boschi sopra Delebio.
Ma la leggenda va oltre. Racconta che la Valtellina venne popolata da Jubat, uno dei figli di Jafet (capostipite della stirpe umana dei Giapeti), che, a sua volta, era uno dei tre figli di Noè (gli altri due, Sem e Cam, furono capostipiti delle altre stirpi). Se così fu, Jubat fu l'unico discendente di Noè a conservare l'amore del nonno per la terra sulla quale aveva di nuovo posato il piede dopo il lungo errare nell'oceano sterminato delle acque. La Valtellina fu, dunque, una terra delle origini.
E ancora: narra, un'altra leggenda, di quel tempo antichissimo nel quale le acque sommergevano gran parte delle terre di valtellina, lasciando emergere solo i monti più alti. Non era ancora quello, il tempo degli uomini, era il tempo dei giganti, che si muovevano da un monte-isola ad un altro utilizzando enormi zattere, ricavate con tronchi di larice. Le zattere, dopo l'approdo, venivano assicurate ai roccioni di granito con saldi anelli di metallo (ed ancora oggi si possono osservare i segni lasciati da questi anelli).
Lasciamoci, dunque, prendere dalla suggestione di queste leggende delle origini, e progettiamo una camminata che ci porti a visitare quel piazzo sul quale pose la prima orma il padre d tutta l'umanità rinnovata.
La salita al Piazzo della Nave dai prati di Bioggio non è difficile. Prendiamo come punto di riferimento la parte centrale della sezione inferiore dei prati (m. 1240 circa), disseminata di alcuni grandi massi, alla quale giungiamo se saliamo per il sentiero che proviene dai prati di Aragno. Pochi metri sopra, passa la pista tagliafuoco tracciata recentemente, che giunge fin qui da ovest, e precisamente dall'alpe Piazza, e si ferma poco oltre. Saliamo, dunque, alla pista e seguiamola verso destra (est), solo per pochi metri, finché troviamo, sulla Il Piazzo della Nave. Foto di M. Dei Cassinistra, la partenza di un sentiero che sale, in diagonale, verso destra, superando alcuni ruderi di baita e portando ad una nuova fascia alta di prati, a 1348 metri. Fino a qualche tempo fa una simpatica bandiera gialla ci accoglieva nell’approdo a questi prati; ora non c’è più.
Dobbiamo, ora, puntare alle baite nella parte alta dei prati, e proseguire sul sentiero che parte alle loro spalle. Cominciamo a trovare, su alcuni sassi, dei segnavia blu. Il primo è rappresentato da una freccia, sotto la quale è riportata la sigla 7 F, che sta per “Sette Fratelli”, cioè indica l'Oratorio dei Sette Fratelli, un piccolo oratorio isolato che sta a 2010 metri, a monte del Piazzo della Nave (il sentiero per il Piazzo prosegue, infatti, salendo a questo oratorio).
Dopo un tratto verso destra, incontriamo un piccolo trogolo, cioè vasca per la raccolta dell’acqua, problema essenziale in queste montagne particolarmente aride. Il sentiero inanella alcuni tornantini, e, salendo troviamo altri due trogoli, prima di un bivio segnalato, a poca distanza di una baita isolata, a monte dei prati. Su un masso la freccia blu ci indica che dobbiamo, ora piegare a destra (il sentiero che procede diritto effettua una lunga traversata fino ai prati Brusada, m. 1584, a monte di Cercino).
Una diagonale verso destra ci porta al rudere di baita quotato m. 1445, dove pieghiamo a sinistra. Sempre guidati dai segnavia e da qualche fettuccia blu sul tronco di alberi, inanelliamo alcuni tornanti in una rada selva, prima di uscire ad un terreno scoperto, occupato da rada boscaglia, effettuando prima una diagonale a destra, poi un’ultima a sinistra, che ci porta al Piazzo della Nave (m. 1637), dopo circa un'ora di cammino (il dislivello dai prati di Bioggio è di circa 400 metri).
Ottimo è il panorama che da qui si gode, in particolare verso sud e sud-ovest. Si aprono, infatti, davanti a noi le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola, e buona parte della Val Lèsina. L'occhio esperto riconosce, sulla loro testata, da sinistra, il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399), il passo di Pedena (m. 2234), il monte Azzarini (m. 2431), il passo di S. Marco (m. 1985), le cime di Ponteranica, il passo Il masso cui fu assicurata l'arca di Noè al Piazzo della Nave. Foto di M. Dei CasSalmurano (m. 2017), il torrione Mezzaluna (m. 2333), il pizzo di Tronella (m. 2311), il pizzo di Trona (m. 2510), il pizzo dei Tre Signori (m. 2554), il pizzo mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385), il monte Olano (m. 2267), il pizzo dei Galli (m. 2217), la cima del Cortese (m. 2512), la cima di Moncale (m. 2306) e l'inconfondibile corno del monte Legnone (m. 2609). Alla sua destra, l'alto Lario e le montagne della Mesolcina.
Se vogliamo proseguire il cammino verso l'Oratorio dei Sette Fratelli (che si trova ad un'ora di marcia da qui), teniamo presente che il sentiero, non molto visibile, parte alle spalle dei pini solitari, sul versante a monte, ed è segnalato da fettucce blu (solo nel primo tratto). Il sentiero risale il dosso a monte del piazzo, dapprima verso destra, poi piegando a sinistra e guadagnandone il filo. Passa a sinistra di una pineta, risalendo fino al suo limite superiore, prima di piegare a destra, a quota 2000, raggiungendo, alla fine, l'Oratorio.

Difficoltà
E
Dislivello
500 m (dai prati Aragno)
Tempo
1 h e 15 min
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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