Il Trekking dei Cech

Una settimana nella grande costiera alle porte della Valtellina

 

 

La strada che sale da Traona a Mello (foto M.Dei Cas)Prima Tappa - Nel cuore dei Cech

Cech: cosa significa? La parola deriva forse da Franchi, perchè da questa stirpe germanica, calata dallo Spluga in età alto-medievale, derivarono molti dei colonizzatori della Costiera che da loro prende il nome. O forse da Ciechi, perchè il paganesimo resistette maggiormente fra queste popolazioni. In ogni caso c'è qualcosa di questa gente e di questi luoghi che ne fa una realtà unica in Valtellina. Sette giorni di cammino basteranno per capire di cosa si tratta? Forse. Sicuramente basteranno per toccare tutti i luoghi più significativi, di interesse storico, culturale ed escursionistico di questa costiera, che costituisce una sorta di porta della Valtellina, poichè ne comprende il fianco destro, dal monte Bassetta al Culmine di Dazio, che si presenta in tutta la sua compattezza a coloro che percorrono la bassa valle.
Questa proposta di una settimana fra i Cech può ovviamente essere adattata alle esigenze, alla preparazione fisica, al gusto ed ai tempi dei singoli. Il periodo ottimale per immergersi in questa esperienza è l'autunno, ma anche la tarda primavera può dimostrarsi stagione assai propizia: la forte esposizione al sole di tutta la costiera, infatti, può comportare qualche problema d'estate, ma si rivela una felice risorsa nelle stagioni meno calde. Per questo anche l'inverno, se non è troppo rigido e se la neve è ancora scarsa, è un periodo da non scartare.
Mettiamoci in cammino, lasciando l'automobile a Traona, nel cuore dei Cech: ci si arriva facilmente da Morbegno, svoltando a sinistra (se si proviene da Lecco) al primo semaforo, raggiungendo, dopo un secondo semaforo, il ponte sull'Adda, prendendo a sinistra e percorrendo pochi chilometri. Dopo una visita al paese, che non può mancare di avere come meta la bella chiesa di Sant'Alessandro, imbocchiamo la strada che parte dal suo limite orientale e sale verso Mello. Dopo qualche tornante, troveremo, in località Castello, un cartello che indica Il castello ed indirizza ad una stradina che si stacca a sinistra La strada che sale da Traona a Mello (foto M.Dei Cas)dalla strada e diviene ben presto sentiero; seguendolo, in pochi minuti raggiungiamo i ruderi del castello di Domòfole, ai quali, purtroppo, non possiamo avvicinarci, perchè sono pericolanti. Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Guendelberga, accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo. Nel tardo pomeriggio sul lato occidentale della torre sembra ancora disegnarsi l'ombra della calunnia che colpì la sventurata.
Ma saliamo ancora, verso il paese di Mello (m. 696), ottimo terrazzo panoramico (come, del resto, gran parte dei paesi che toccheremo) sulla bassa Valtellina e dimora di una gente tenace ed intraprendente (da qui partirono quei contadini che colonizzarono la celeberrima valle di Mello, che, prima di diventare paradiso per gli alpinisti di tutto il mondo, fu pascolo che permise la sopravvivenza di questi contadini).
Avremo modo di tornarci, per cui proseguiamo, in leggera salita, verso oriente, raggiungendo le case di Civo. Raggiunto il centro del paese, volgiamo a destra, verso la chiesa. E di fronte alla chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo ci fermiamo, stupiti dalla sua bellezza: se ne sta staccata, ad est del paese, con uno splendido sagrato dal quale si gode di un ottimo panorama.
Ecco cosa ne scrive Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina nel 1587-88, nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616, “…Civo…sorge quasi a mezza montagna sopra il piano dell’Adda in un’amena conca; ivi passa in un valloncello un piccolo rivo che serve per i mulini e per l’irrigazione. Questo villaggio è assai antico ed in buona posizione: venne così denominato dal suo fondatore Caio Livio, il quale, si dice, sia venuto dalla Grecia in Italia con l’imperatore Teodosio ed abbia in seguito combattuto contro i Goti sotto Il castello di Domòfole (foto M.Dei Cas)Stilicone generale dell’impero romano; poi, varcato il passo di Bormio, sia capitato col suo seguito in questa località della Valtellina inferiore. E il luogo tanto gli piacque che egli e i suoi vi fissarono la propria dimora; tanto più che nessuno osava loro impedirlo, perché quel territorio era solo frequentato da pastori nomadi, che si aggiravano qua e là fra la valle del Tovate e il vallone di Bioggio, a seconda della opportunità dei pascoli. Il nome del paese così sorto venne col tempo a ridursi per brevità da due parole ad una sola, da Caio Livio trasformandosi in Clivio…poiché ordinariamente Caio si scrive…C.; e questo C., seguito da Livio, diede la forma Clivio. Fra i seguaci di Caio Livio vi dovettero essere alcuni Greci, dai quali si dice discesa la casata dei Greco, che ancora ai di nostri qui fiorisce, e numerosa, a Mello…Sotto Civo c’è Acqua Marcia, pi Pratogrosso, Civasca, Corlazzo e S. Agata, tutti in buona posizione vinifera”.
Imbocchiamo la pista sterrata che corre appena a monte della chiesa, passando a sinistra del piccolo cimitero ed a destra di una bella cappelletta. Se guardiamo in alto, alle spalle della cappelletta, riconosceremo una sorta di corno, sul limite della val Toate: si tratta della cima che ospita la croce di Ledino, meta di un’interessante escursione. Poco oltre, ecco, sulla destra, la solitaria chiesetta di San Bernardo, dalla quale ottimo è il colpo d’occhio su Talamona e sulla bassa Val Tartano. La pista, poi, prosegue attraversando una fascia di prati pianeggiante ed entra in una selva, toccando una nuova cappelletta; ne esce di nuovo e di nuovo rientra, prima di intercettare dopo circa 1,2 km da Civo, la strada asfaltata che da Dazio sale a Caspano, passando per Serone. Ci ritroviamo proprio nei pressi del centro di questo piccolo borgo, che pure, nonostante le sue ridotte dimensioni (59 abitanti, 719 metri) è centro amministrativo del comune di Civo. Ci accoglie la bella chiesetta dedicata a S. Rocco, che risale alla fine del Cinquecento. Ma non possiamo soffermarci più di tanto: dobbiamo seguire, ora, la strada asfaltata in salita.
La chiesa di Civo (foto M.Dei Cas)Dopo 700 metri circa, ci accoglie, a valle della strada, sulla destra, Naguarido (774 m., 23 abitanti), con la sua bella chiesetta dedicata alla Beata Vergine, di origine settecentesca. Una nota di colore: le donne di questo borgo, denominate “Cecche di Naguarido”, si sono, in passato, conquistate, nella zona, una controversa fama di libertà di pensiero e di costumi, in quanto, stanche di grondare sudore durante le fienagioni al solleone di luglio, decisero, un bel giorno, di presentarsi nei campi…a gambe nude. Lavorare va bene, avran pensato, ma soffrire inutilmente la calura per un eccessivo senso della decenza e del decoro, questo no.
Si impone, ora, un breve fuori-programma: come non puntare all’illustre frazione di Roncaglia, anche se non si trova sul nostro cammino? Oltrepassata Naguarido, appena prima di Chempo, ci stacchiamo, sulla sinistra, dalla strada per Caspano, imboccando quella per Poira di Civo. Dopo una breve salita, eccoci in vista della splendida chiesa prepositurale di S. Giacomo di Roncaglia di Sopra (m. 895), edificata nel 1654 e consacrata vent’anni più tardi. Una chiesa splendida, con un sagrato molto ampio, circondato da 14 cappellette nelle quali sono raffigurate scene della Via Crucis. Cediamo di nuovo la parola al von Weineck: “Al disopra del Dosso Visconte, a circa millecinquecento passi da Caspano, sorge il popoloso villaggio di Roncaglia, in un terreno pianeggiante cui sovrasta una foresta; al disotto poi di Roncaglia, fra il torrente Tovate e Cermeledo, s’incontrano sei frazioni: Tovate, Chempo, Naguarido, Sirone, Vallate, Cerido. In questo territorio si alleva molto bestiame e si produce un genere speciale di piccoli caci squisiti, i quali sono assai rinomati e si esportano qua e là anche in paesi lontani. Fra Caspano e Roncaglia corre impetuoso il torrente Tovate per una forra del monte; e quivi si scava un marmo eccellente che viene condotto a Morbegno, a Traona e ad altri paesi circonvicini per adornare porte e finestre; è bello e La stradina che conduce da Civo a Serone (foto M.Dei Cas)piacevole alla vista, ma assai duro da scalpellare. Gli abitanti di Roncaglia, come i terrieri di Mello, discendono dagli abitatori di Civo, dai quali si sono separati, venendo a dissodare queste terre e dalla loro opera assunsero il nome attuale. Roncaglia, infatti, può provenire dal dialettale roncà (dissodare, liberare il terreno dal pietrame)”.
Torniamo, ora, alla strada Serone-Caspano, e riprendiamo a salire. Ci si presenta subito Chempo (808 m., 40 abitanti, ad un chilometro da Serone), con la secentesca chiesetta di San Carlo. Facile intuire l’origine del suo nome: dalla voce dialettale “chemp”, che significa “campo”.
Oltre Chempo, la strada scavalca, su un ponte, il torrente Toate, e ci porta, alla fine, alle soglie di Caspano (875 m., 225 abitanti, a 2 km da Serone). Scrive di questo borgo in von Weineck: “Il grande e rinomato borgo di Caspano…situato com’è a mezza altezza fra Dazio e la parte superiore della montagna, gode di una larga vista, così verso la Valtellina inferiore come verso la Valtellina di mezzo; di fronte ha sotto i suoi occhi la ridente piana di Dazio. Questo luogo era in origine abitato da pastori; ma verso il 1250, quando infierivano tremende le lotte fra i Guelfi e i Ghibellini, Domenico Paravicini figlio di Straccia, sopraffatto dal prevalere dei nemici, si rifugiò nella Valtellina con un servo e con tutto il denaro e i tesori che poteva trasportare, arrivando su questi monti che a lui non dispiacquero. E poiché la torre dei Paravicini, sua ordinaria residenza che sorgeva non lungi da Lecco, durante la sua assenza era stata abbattuta dai Ghibellini milanesi e tutti i suoi beni erano stati distrutti, si decise a passare la sua vita quassù, dove, edificandovi un palazzo, diede origine al borgo di Caspano. Dal suo matrimonio egli ebbe nel 1259 un figliuolo che egli chiamò Montanaro…da Domenico e Montanaro discendono adunque i La chiesa di Roncaglia (foto M.Dei Cas)Paravicini di Caspano, i quali per la benedizione avuta da Dio crebbero a dismisura di numero, propagandosi quassù ed in altri luoghi, così in Valtellina che fuori…In Caspano risiede parecchia nobiltà: alcuni hanno conseguito il dottorato in entrambe le facoltà, altri sono valenti nella carriera delle armi e nella politica. Durante la stagione estiva, quando avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i paesi giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi, divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno: in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”.
Possiamo integrare queste notazioni con quanto scrive lo storico Enrico Besta: “A Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e comaschi che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino”.
Entriamo dal lato occidentale, e ci accoglie il palazzo dei Parravicini, ancora imponente. Poi, in breve, siamo alla piazza, dove fa splendida mostra di sé la chiesa arcipretale di S. Bartolomeo, che si staccò dalla pieve di Ardenno nella prima metà del Trecento e divenne chiesa prepositurale e collegiata nel 1664. Dal suo porticato, che guarda a sud, sostenuto da un imponente muraglione, si gode di un panorama davvero eccellente, soprattutto sulla Val Tartano e la Val Gerola.
La chiesa di Caspano (foto M.Dei Cas)Terminata la visita al paese, infatti, bisogna cominciare a scendere. E sarà una discesa lunga. Usciamo dal lato opposto del paese (est), scendendo fino alla strada principale che corre tangente al paese, a sud, e prosegue per Bedoglio, entrando in Val Masino e scendendo a Cevo. Varrebbe la pena, avendo tempo, visitare anche questo campanile. Sarà per un’altra volta. Ora imbocchiamo, invece, la strada che scende verso Dazio, e che attraversa subito un nuovo borgo, Cadelpicco (m. 796). Ne scrive il von Weineck: “A metà fra Dazio e Bedoglio vi sono due frazioni; la una si chiama Ca’ del Picco e l’altra Ca’ del Sasso; questa è quasi sull’orlo della Valmasino, mentre la prima è sulla linea retta fra Dazio e Bedoglio.” Vi ammiriamo la bella chiesetta dedicata a S. Pietro apostolo, edificata nel 1697, che domina, dall’alto, le case del paese.
Scendendo ancora, ci portiamo a Cadelsasso (747 m., 33 abitanti), passando proprio a lato della chiesetta dedicata a S. Pietro martire, ricostruita nel Seicento a partire da un nucleo di origine più antica (forse quattrocentesca). Scendendo ancora, cerchiamo, sulla sinistra, un tratturo in cemento che si stacca dalla strada ed imbocchiamolo: dopo aver superato un edificio con cartello indicatore “antico torchio”, ci immergiamo in un bel bosco di castagni.
Il tratturo diventa una mulattiera, con fondo discreto, che punta a sinistra e passa accanto ad un piccolo rudere di baita, nel cui interno si vede ancora un frammento di dipinto. Superati un secondo rudere di baita ed una cappelletta, concludiamo la discesa nei pressi della chiesetta di Regolido (m. 536), piccolo nucleo di case posto sul limite occidentale della piana di Dazio.
Il ponte di Ganda (foto M.Dei Cas)Da Dazio possiamo quindi scendere direttamente al ponte di Ganda, all'ingresso di Morbegno, oppure allungare un po' l'itinerario, operando una puntata a Cerido, piccola località che si raggiunge imboccando il primo sentiero a destra che si stacca dalla strada che scende da Dazio a Morbegno. Dopo un tratto in piano nella boscaglia, raggiungiamo le case di Cerido, dove, nei giorni di giovedì e domenica, dalle ore 15.00 alle 17.00, è possibile visitare un torchio storico del secolo XVII, posto in un locale che funge anche da piccolo museo etnografico, ospitando numerose testimonianze degli strumenti più tipici della vita contadina del passato.
Torniamo sui nostri passi e, guadagnata di nuovo la strada per Morbegno, lasciamola ben presto per imboccare, sulla sinistra, la strada che da Cermeledo (m. 461) scende a Campovico, terminando proprio sul sagrato della chiesa del paese. Da Campovico incamminiamoci, infine, verso ovest: giungeremo in breve allo storico ponte di Ganda e, dopo qualche chilometro, ritroveremo la nostra automobile a Traona, dopo circa cinque ore di cammino (al netto, ovviamente, delle soste).
Per proseguire in questo viaggio, aprila la presentazione della seconda tappa, che porta al Culmine di Dazio.

 

Difficoltà
T (turistica)
Dislivello
mt. 625
Tempo
5 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Il Culmine di Dazio visto dalla strada per la val di Tartano. Foto M.Dei CasSeconda tappa - Il Culmine di Dazio

Dopo aver pernottato a Traona o nella vicina Morbegno, ci accingiamo a vivere la seconda giornata di questa settimana interamente dedicata alla Costiera dei Cech. Protagonista di questa giornata è il Culmine di Dazio, cioè il singolare promontorio roccioso che offre più di un motivo di interesse, dal punto di vista geologico, naturalistico (è una zona protetta) e climatico. Si trova infatti proprio laddove il solco della Valtellina descrive una sorta di esse, per cui funge un po' da spartiacque fra la bassa e la media valle. E' inoltre una sorta di scrigno che nasconde scorci di rara bellezza paesaggistica, ignoti spesso anche a coloro che abitano nella zona.
Ma procediamo con ordine. La nostra automobile oggi deve raggiungere Desco (m. 290), grazioso paesino posto sul confine della Costiera, sopra le rocce più basse del fianco meridionale del Culmine, che scendono quasi a picco sul fiume Adda.
L'Adda vista dal ponte di Paniga guardando verso est. Foto M.Dei Cas
Per arrivarci possiamo percorrere a ritroso parte dell'itinerario della prima tappa, da Morbegno a Campovico, proseguendo poi per Paniga e di qui alla meta, oppure staccarci sulla destra dalla SS 38 a Talamona, seguendo le segnalazioni per Paniga, attraversando un sottopassaggio ed un ponte sull'Adda a senso unico, con regolazione semaforica.
Risalendo il paese di Desco, lasciamo la strada asfaltata per imboccare una stradina che se ne stacca sulla sinistra e raggiunge il muraglione di un vallo paramassi. A questo punto non dobbiamo proseguire sulla strada, ma imboccare sulla sinistra un sentierino, segnalato con qualche segnavia rosso-bianco-rosso, che sale in diagonale verso ovest, attraversa un corpo franoso, piega a nord per attraversare un vallone e ne lascia gli ombrosi anfratti per arrampicarsi su alcuni terrazzamenti del fianco meridionale del Culmine. La traccia non è sempre evidente, ma con un po' di attenzione non si può sbagliare, e si raggiungono le case di Porcido, piccolo nucleo rurale posto a 586 metri.
Il sentiero sale fra le poche case, gli orti e le vigne, in un'atmosfera quasi irreale. Non bisogna però pensare che si tratti di luoghi abbandonati: nei finesettimana, anche d'inverno, qui si incontreranno persone che salgono in baita per gustarsi il tepore di questi luoghi.
Porcido. Foto M.Dei CasPorcido, che è frazione di Morbegno, riserva anche una piccola gemma, una chiesetta seminascosta fra il fianco del monte e la vegetazione, uno scorcio veramente incantevole.
Proseguendo sempre verso nord-ovest, raggiungiamo una carrozzabile che ci fa perdere leggermente quota, con qualche tornante, ma ci regala, soprattutto in autunno, uno splendido gioco di colori.
La carrozzabile termina immettendosi nella strada asfaltata che sale da Morbegno a Dazio, e che già conosciamo: siamo alla piana di Dazio, e percorriamo la strada in direzione del paese. In corrispondenza del cimitero, però, dobbiamo deviare a destra, percorrendo una stradina che entra ben presto nel bosco. Dobbiamo seguire le indicazioni per il Crotto ed ignorare una deviazione a destra. Superato il bar-ristoro, continuiamo a salire, con diversi tornanti, su una larga mulattiera che si snoda sul fianco settentrionale del Culmine, fiancheggiata da boschi di grande interesse naturalistico (non a caso, come già detto, la zona è sottoposta a particolare tutela ambientale).
Si tratta di salire per poco più di trecento metri, per raggiungere la cima del Culmine (o Còlmen, come si dice dialettalmente), a 916 metri.
La chiesetta di Porcido. Foto M.Dei CasNon si deve immaginare che si tratti di una vetta rocciosa o di uno stretto crinale: ci ritroviamo piuttosto su un largo corridoio, che corre per parecchie centinaia di metri, ricoperto di vegetazione.
All'inizio di tale corridoio troviamo anche un tavolo per una sosta ristoratrice, e da qui possiamo gettare uno sguardo sul panorama, che spazia sull'intera media Valtellina (scorgiamo, sullo sfondo, il gruppo dell'Adamello), sulla bassa Valtellina, sull'imbocco della val di Tartano, sui monti di Talamona e su alcune delle cime del gruppo del Masino, fra le quali spicca, per altezza e mole, il monte Disgrazia.
Il ritorno all'automobile può avvenire ripercorrendo l'itinerario dell'andata, oppure con un'interessante variante, che allunga un po' il percorso. Ridiscesi alla piana di Dazio, proseguiamo a destra, in direzione opposta rispetto a quella dalla quale siamo venuti, e lasciamo la strada, che piega a sinistra verso il paese, per imboccarne una che invece conduce ad un gruppo di case che occupa il lembo orientale della piana. Qui, in corrispondenza di una cappelletta e di una fontanella, imbocchiamo una strada sterrata che piega leggermente a destra e conduce ad un grande traliccio e ad una chiesetta sconsacrata.
La cima del Culmine. Foto M.Dei CasDa qui parte un sentiero (ignorare la deviazione che scende a sinistra) che percorre, perdendo gradualmente quota, il fianco nord-orientale del Culmine e termina alla chiesetta di San Giuseppe a Pilasco, frazione di Ardenno - Màsino. Da Pilasco raggiungiamo la SS 38 e ne percorriamo un tratto, per poi lasciarla e scendere, verso destra, al Chiosco del Ponte (posto prima dell'inizio del ponte sul fiume Tàrtano), dove parte una bella stradina sterrata che ci riporta a Desco.
L'intera escursione richiede circa quattro ore.

Per sapere cosa ci riserva la terza giornata, apri la relativa presentazione.

 

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 626
Tempo
4 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Terza tappa: Gonchi e Fontanili

Dazio (foto M.Dei Cas)Dopo un pernottamento in una località del fondovalle a nostra scelta, inizia la terza giornata, e con questa per la terza volta siamo a Dazio, dove lasciamo l'automobile. Salutiamola, perch� torneremo a riprenderla solo alla fine della settimana.
Anche oggi restiamo nel settore orientale della costiera, per visitarne alcuni interessanti alpeggi, posti in una posizione di confine fra la costiera stessa ed il versante occidentale della Val Màsino. In particolare, l'alpeggio di Fontanili (Funtanìn), sopra Caspano, rappresenta, insieme ai due alpeggi inferiori dei Prati di mezzo e di Gonchi (Gone) uno splendido belvedere su una sezione importante del gruppo del Masino, che comprende la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Ottimo è anche il panorama sulla media Valtellina, incorniciata dal massiccio dell'Adamello. Oltre che per il suo valore panoramico, Funtanìn si fa raccomandare come meta per una gradevole escursione anche per la bellezza intrinseca e la tranquillità dei luoghi.
Ad aggiungere fascino ai luoghi contribuisce la posizione singolare: siamo in una sorta di terra di mezzo, o di confine, fra l'estremo lembo orientale della Costiera dei Cech e le porte occidentali della Val Masino. E, last but not least: fino a Gonchi possiamo salire facilmente con la mountain-bike, sfruttando una pista sterrata che sale dalla località Gioch, sopra Caspano.
Partendo da Dazio, dunque, saliamo, per la strada asfaltata, fino a Caspano, passando di nuovo per Cadelsasso e Cadelpicco. Alla fine ci ritroviamo sotto la bella chiesa di Caspano (m. 875), che sembra troneggiare sulla sommità del poderoso muraglione sulla quale è posta.
Dazio. Foto di M. Dei CasInvece di entrare in paese, però, ci dirigiamo verso destra e, parcheggiata l'automobile, proseguiamo a piedi, salendo al cimitero (nei cui pressi sorge la bella chiesetta di S. Martino) ed imboccando una strada sterrata che varca l'alta valle di S. Martino e porta ad un bivio. La stradina che scende verso destra conduce a Rigorso (Regurs), gruppo di baite nel cuore del bosco.
Quella che sale a sinistra, invece, raggiunge i prati di Gonchi, ed è proprio questa che dobbiamo percorrere. Fino a qualche anno fa la strada terminava in corrispondenza di una piazzola, dalla quale partiva un sentiero che saliva, abbastanza ripido, nel bosco, fino a sbucare a Gonchi (m. 1178). La pista è stata, poi, prolungata, ed ora raggiunge direttamente Gonchi.
Qui lo scenario bucolico sembra invitare ad un sosta, non solo per riprendere le forze e ristorare il corpo, ma anche per meditare. I prati sono posti sull'ampio dosso con il quale il versante montuoso piega in direzione nord-est, per seguire il solco della bassa Val Masino. Questa particolarità fa della località un osservatorio privilegiato non solo sulla bassa e media Valtellina, ma anche sulla Val Masino.
Infatti da qui possiamo scorgere, se la giornata è limpida, la cima di Castello, i pizzi Torrone, la costiera Remoluzza-Arcanzo ed il monte Disgrazia, ma vediamo bene anche parte del fondovalle della Val Masino ed il paese di Cataeggio.
Da Gonchi un sentiero sale ai prati collocati più in alto, i Prati di Mezzo, e prosegue fino a Fontanili, alpeggio che, nella sua parte terminale, raggiunge i 1418 metri di quota ed è collocato in una posizione ancora più panoramica. Da qui si possono Gonchi. Foto di M. Dei Casinfatti osservare non solo la media Valtellina e la valle di Preda Rossa, ma anche aspetti meno noti della Val Masino, come la Val Terzana, la più orientale e meno conosciuta delle sue convalli; si distinguono chiaramente il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati, che chiudono la valle di Preda Rossa, ma anche il passo di Scermendone ed il Pizzo Bello, che chiudono la Val Terzana.
La salita da Caspano a Funtanìn richiede approssimativamente un'ora e tre quarti di cammino, necessaria per superare un dislivello di circa 540 metri.
Dopo aver goduto di questo raro panorama, risaliamo, un po' a vista, un po' su traccia di sentiero, i boschi a nord dei prati, per gustarne l'atmosfera magica ed il silenzio irreale. Facciamo però attenzione a no allontanarci dalla verticale dei prati, per non avere problemi nella discesa.
Se ci piace passeggiare nei boschi, possiamo anche addentrarci nella splendida pineta che si trova a destra (nord-est) della parte più alta di destra dei prati. Possiamo per un buon tratto proseguire con andamento quasi pianeggiante in uno scenario di rara bellezza.
Presentiamo, ora, due alternative per concludere questa terza giornata a Poira di Civo, dove la tappa termina. la prima e più semplice prevede una traversata diretta da Funtanin a Poira, passando per Busnardi e Ledino, mentre la seconda prevede un ritorno a Caspano.
Ecco la prima. Dobbiamo trovare un sentierino che parte in prossimità della più alta delle baite occidentali dell'alpe (alla nostra sinistra, presso il rudere di una baita), attraversa un vallone (si tratta, di nuovo, dell'alta valle di S. Martino), sale leggermente Funtanin. Foto di M. Dei Casfino ai prati di Posci (m. 1445), entra nel bosco e torna a scendere per raggiungere Busnardi (m. 1333); se, ora, proseguiamo sul sentiero, attraversiamo la val Toate e scendiamo a Ledino (m. 1232), dove una carrozzabile ci permette di raggiungere Poira (m. 1077), dove possiamo pernottare.
Prima di illustrare la seconda possibilità, una nota: si sta tracciando una pista tagliafuoco di mezza montagna (ad una quota di circa 1400 metri), che parte da Poira di Mello e giunge a Funtanin. Per ora (agosto 2006) è giunta a valle di Pre Soccio, sopra Poira di Civo. Quando sarà completata, la situazione descritta in questa scheda risulterà modificata. In particolare, il passaggio da Funtatin a Ledino e di qui a Poira avverrà semplicemente seguendo questa pista. Ma torniamo al presente.
Se vogliamo raggiungere Poira con un giro più lungo, che passa di nuovo per Caspano, ai prati di Busnardi, invece di proseguire verso ovest, scendiamo, in diagonale, verso sinistra, tagliando i prati sottostanti. In questo caso, però, dobbiamo prestare attenzione ai bolli rossi, perché il sentiero non è sempre evidente. Dal gruppo di baite dei prati sottostanti si scende ancora verso sinistra, fino a raggiungere una baita posta sul limite di una radura a forma di conca, e poi si piega a destra, rientrando nel bosco, per uscirne, dopo una nuova svolta a sinistra, alla parte alta dei prati di Criagno (m. 1174).
Scesi di qui alla baita che si trova leggermente alla nostra destra, si prosegue verso sinistra, tornando a scendere nel bosco, con diversi tornanti, fino a due baite solitarie. Qui si trova un bivio, al quale dobbiamo prendere a sinistra (oltrepassando un Il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati visti da Gonchi. Foto di M. Dei Cascancelletto in legno). L’ultimo tratto del sentiero si snoda nella cornice di un bosco di castagni, attraversando anche una fascia di muretti a secco che testimoniano come anche il bosco fosse una componente essenziale nell’economia contadina del passato. Anche qui l’attenzione ai bolli si impone, per evitare inutili e faticose diversioni. Alla fine ci ritroviamo nella parte alta di Caspano (m. 875), in una zona che ci regala un bel colpo d’occhio panoramico su uno dei più nobili ed antichi borghi dell’arcipelago rurale di Civo.
La seconda possibilità per tornare a Caspano prevede di proseguire da Funtanin descrivendo un arco verso sud-est (destra). Torniamo, dunque, da Funtanin sui nostri passi, scendendo alle baite di quota 1375, dalle quali proseguiamo la discesa fino alle baite di Pra’ Mezzo. Poco sotto una cappelletta con una simpatica campanella, troviamo, a quota 1240 metri circa, presso una baita, un cartello, che indica la partenza, verso sinistra, del sentiero per Rigorso (Regurs).
Imbocchiamo questo sentiero che, dopo un primo tratto tranquillo, nel cuore di un bel bosco, il sentiero, segnalato da bolli rossi, si affaccia sul solco della val Pòrtola. In questo tratto ci vuole un po’ di prudenza, soprattutto se c’è neve o ghiaccio. Guadato il torrentello del vallone, percorriamo un tratto sul versante opposto, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati di Felegücc. Portiamoci ora, con una traversata in piano, alle due baite più basse di quota 1229, che vediamo davanti a noi, sul lato opposto dei prati e sul limite del bosco.
Qui, seguendo le indicazioni, imbocchiamo il sentiero (che nel primo tratto richiede un po’ di attenzione per essere individuato, mentre poi diventa ben visibile e marcato) che scende in un bel bosco, raggiungendo i prati alti del maggengo di Rigorso. Bel maggengo, davvero, non solo per la posizione panoramica, ma anche per la suggestiva presenza di un enorme masso La chiesa presso il cimitero di Caspano. Foto di M. Dei Caserratico (m. 1035), che non si sa davvero come sia potuto finire qui.
Dalla baita più bassa di Rigorso, la Müiaca, imbocchiamo la pista sterrata e, percorrendola in discesa, riattraversiamo l’impressionante solco della val Portola, prima di intercettare la già citata pista sterrata che scende dai Gonchi e porta al cimitero di Caspano.
Esiste anche una variante alta di questo anello, che richiede un po' di esperienza e senso dell'orientamento. Dalla parte più alta dei prati di Funtanin scendiamo su un dosso piuttosto ripido, fino ad incontrare, sulla sinistra, un grande faggio solitario. Guardando alla sua sinistra, troviamo una traccia di sentiero che taglia una selva e scende ai prati di Felegücc (m. 1300). Scendiamo, ora, alla baita sul limite inferiore di sinistra dei prati: qui inizia un nuovo sentiero che scende, nel bosco, fino a sbucare ai prati del maggengo Rigorso, dal quale raggiungiamo la già citata pista sterrata che si congiunge con la pista che sale dal cimitero di Caspano.
Variante: chi volesse salire a Regurs per una via diversa, di maggiore interesse storico, può partire non da Caspano, ma dalla strada di Val Pòrtola, poco oltre, in direzione di Cevo, rispetto alle case di Bedoglio.
Ma spieghiamo, prima, che cos’è Bedoglio. Si tratta di una piccola frazione che si trova ad est di Caspano, sulla strada che da Caspano porta a Cevo (la strada di Val Portola, appunto). Un tempo questa modesta frazione aveva un’importanza assai maggiore di oggi, tanto che il diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, ne parla nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), in questi termini: “Dopo un miglio di strada da S. I pizzi Torrone visti da Gonchi. Foto di M. Dei CasMartino si giunge a Bedoglio, paese che sorge elevato sulla montagna, lungo la via del Masino; deriva il suo nome dalle betulle, che si chiamano in dialetto bedòle ovvero bedogli, e che crescono numerose in questi posti. A Bedoglio e sulla montagna di Caspano, nel territorio compreso fra i due torrenti, Masino e Tovate, si trovano qua e là alcune cave di bella pietra color verde-mare, che viene impiegata per davanzali di finestre e stipiti di porta nelle chiese e nei palazzi: la sua varietà più bella e pregiata si trova al di sotto di Bedoglio, presso la Ca’ del Sasso; né si trova nelle nostre regioni una pietra più pregevole di questa. A Bedoglio abitano alcuni rami della nobile casa Paravicini, ornamento e lustro del paese.”
Poco oltre Bedoglio, la strada per Cevo attraversa un bel corridoio pianeggiante, chiudo a sinistra dal versante montuoso, a destra dal modesto rialzo boscoso della quota 878. Percorrendola, troviamo, sulla nostra destra, una cappelletta e, sulla sinistra, la partenza dell’antica mulattiera per Regurs. Parcheggiamo, quindi, qui l’automobile e cominciamo a salire. Questa mulattiera passa nei pressi delle baite della Coda di S. Agostino (m. 865), incontrando, nel primo tratto, anche una seconda cappelletta. Dopo un lungo traverso sul fianco montuoso, intercetta, ad una quota approssimativa di 950 metri, la pista sterrata per Regurs.
Bene: dopo aver raccontato (sperando di non aver disorientato il lettore) i molteplici modi di chiudere anelli di ampiezza diversa da Caspano a Funtanin e Regurs, vediamo come salire da Caspano a Poira, dove possiamo pernottare prima della quarta tappa. La via più comoda, ma anche un po' noiosa, è quella che segue la strada asfaltata che scende a Dazio, che lasciamo per imboccare, sulla destra, la segnalata strada per Poira. In alternativa, possiamo lasciare questa seconda strada per salire alla chiesa di Roncaglia ed alle case di Roncaglia di Sopra. Alle spalle delle case più alte di Roncaglia di Sopra, Poira di Civo. Foto di M. Dei Casparte un sentiero che porta alla pineta di Poira.

 

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 850
Tempo
4 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Quarta tappa: da Poira di Civo al bivacco Bottani- Cornaggia, per il passo di Colino La Torre di Bering e, alla sua sinistra, il passo che permette di scendere in valle di Spluga (foto M.Dei Cas)
Quarta giornata: siamo al giro di boa, ed irrompe con prepotenza l'aspetto più propriamente escursionistico di questa settimana, con un'escursione molto impegnativa dal punto di vista fisico, ma sicuramente memorabile.
Anzi, qualcuno, letta la relazione sull'intera settimana, potrebbe decidere di tagliare le prime tre tappe e di cominciare da qui (qualcuno altro potrebbe anche fare il contrario!).
Abbiamo dunque pernottato a Poira; da qui, e precisamente dalla chiesetta, partiamo per una lunga salita che ci porterà fino al limite superiore della val Toate. Dai paraggi della chiesetta di Poira iniziano due importanti sentieri: il primo parte alle spalle di alcune case a sinistra (cioè a nord ovest) della chiesetta e sale al Pra' Sücc e di qui all'alpe Visogno (lo percorreremo a ritroso nella quinta giornata); La Torre di Bering e, alla sua sinistra, il passo che permette di scendere in valle di Spluga (foto M.Dei Cas)il secondo parte invece dalla carrozzabile a destra (cioè a nord est) della chiesetta, strada che percorre quasi pianeggiante una bella pineta, per poi cominciare a salire decisa verso Ledino (l'abbiamo percorsa scendendo alla fine della terza giornata).
Incamminiamoci sul secondo sentiero, gustando la bellezza di questi luoghi, dove alcune baite ben curate si inseriscono in una cornice naturale incantevole. Raggiunta Ledino, lasciamo la strada che prosegue pianeggiante verso il vallone della val Toate ed imbocchiamo il sentiero che se ne stacca a sinistra, risalendo deciso un bel bosco. Ad un bivio presso una cappelletta, prendiamo a sinistra (indicazione: Croce, perchè il sentiero serve anche per salire alla Croce di Ledino; il sentiero di destra è invece segnalato con l'indicazione Laghi).
Al termine di un bosco che, in autunno, regala uno splendore cromatico raro, raggiungiamo le baite della località Pecc (o Peccio, a 1613 metri), dove il sentiero attraversa i prati, prima di riprendere a salire sul versante occidentale della val Toate. Dopo alcuni ripidi tornanti, raggiungiamo, non senza fatica, la baita del Colino, a 1937 metri.La Torre di Bering (foto M.Dei Cas)Qui il sentiero piega a destra, effettuando una lunga diagonale che ci porta sul lato sinistro idrografico della valle, al cospetto del severo corno roccioso della Torre di Bering (m. 2403).
Continuiamo poi la salita rimanendo nei pressi del filo di un ampio dosso, fino a raggiungere il piede del canalino che scende dal passo quotato 2412 metri, che permette di scendere in valle di Spluga ed ai laghi della valle (questo giustifica le indicazioni Laghi che talora troviamo sul percorso). I segnavia rosso-bianco rossi indirizzano a questo passo, mentre noi dobbiamo salire al passo del Colino, che è posto sul lato opposto (occidentale) dell'alta val Toate. Quindi, non appena possibile, compiamo una traversata verso sinistra (nord ovest) e, sfruttando tracce di sentiero o salendo a vista, superiamo un salto costituito da un crinale erboso e detritico, raggiungendo così un singolare pianoro, al centro del quale due grandi massi sembrano delimitare una porta simbolica.Il pianoro dell'alta val Toate visto dal passo di Colino (foto M.Dei Cas)
La salita dal pianoro all'evidente sella del passo non è difficile, soprattutto se troviamo la traccia di sentiero che ci permette di superare con minor fatica il declivio detritico che ci separa da esso.
Alla fine raggiungiamo i 2630 metri del passo, il punto più alto in questa maratona di sette giorni. Dall'altra parte ci troviamo alla sommità di un ampio canalone detritico (siamo in val dei Ratti), chiuso alla nostra destra dal versante meridionale del monte Spluga (o cima del Desenigo, a seconda delle carte, m. 2845) ed alla nostra sinistra dalla costiera che separa la Valtellina dalla val dei Ratti e che culmina nella cima di Malvedello (m. 2640). Il panorama sulla val dei Ratti è per ora molto limitato, ma ci rifaremo. Si tratta ora di raggiungere un secondo passo, che ci riporterà sul versante valtellinese: si tratta del passo quotato 2574, che sulle carte IGM non ha nome. Lo vediamo già, sulla costiera alla nostra sinistra, e ci appare come una marcata depressione nella cresta della costiera. Per raggiungerlo dobbiamo scendere fino al fondo del vallone, per poi risalire, seguendo i segnavia (che Il passo di Colino visto dal versante della val dei Ratti (foto M.Dei Cas)abbiamo lasciato ai piedi del passo di quota 2412), al passo, facendo attenzione perchè parte del percorso avviene su un terreno costellato da grandi massi.
L'impressione, in questi luoghi, è di assoluta e misteriosa solitudine: ben difficilmente ci capiterà di imbatterci in qualche altro escursionista, e ci sembrerà di aver scoperto una sorta di valle segreta e nascosta, resa ancor più surreale dallo scenario lunare creato dalla miriade di massi grandi e piccoli. Se, invece di salire al passo quotato 2574, continuassimo a scendere seguendo il canalone, ci ritroveremmo in un ambiente ben diverso, cioè nella verdeggiante alpe Primalpia, attraversata la quale verso destra potremmo raggiungere il bivacco Primalpia. Ma questo non rientra nei nostri progetti.
Saliamo dunque al passo, e fermiamoci a gustare il panorama che si apre davanti ai nostri occhi.
Non vediamo l'intera testata della val dei Ratti, ma possiamo ammirarne l'intero settore centro-occidentale e parte di quello orientale. Distinguiamo, da sinistra, l'inconfondibile Sasso Manduino (m. 2888), la punta Magnaghi (m. 2871), le cime di Gaiazzo (m. 2920), il pizzo Ligoncio (m. 3032), il pizzo della Vedretta (m. 2907) e la Cima del Calvo (o monte Spluga, a seconda delle carte, m. 2967).
La discesa in alta val Visogno è facile e si compie sfruttando una labile traccia di sentiero indicata dai segnavia (cerchiamo La val dei Ratti vista dal passo quotato 2583 metri (foto M.Dei Cas)di non perderli, per evitare inutili giri a vuoto).
Seguiamo così una direttrice che punta a sud ovest e che ci porta, fra grandi massi e magri pascoli, alla meta, che ad un certo punto appare come piccolo oggetto rosso al centro della valle, il bivacco Bottani-Cornaggia. Verso la fine del sentiero troviamo, su un grande masso, l'indicazione per i rifugi Volta ed Omio. Tali indicazioni (che riguarda la direzione opposta alla nostra, cioè la direzione di salita) si giustificano per il fatto che dal passo quotato 2574 si può scendere, come già detto, in val dei Ratti e quindi raggiungere non solo il bivacco Primalpia, ma anche il rifugio Volta; da quest'ultimo, poi, seguendo il sentiero attrezzato Dario di Paolo, si può salire al passo della Vedretta meridionale e scendere al rifugio Omio in valle dell'Oro. Ma, stanchi come siamo, non abbiamo voglia, ora, di pensare ad altre traversate: il bivacco Bottani-Cornaggia (m. 2327) sarà per noi il punto d'appoggio per il meritato riposo (purch� ci siamo ricordati di ritirare le chiavi all'albergo Belvedere di Poira!): abbiamo infatti camminato per sette-otto ore circa ed i nostri piedi implorano pietà.
Il bivacco Bottani-Cornaggia è dedicato alla memoria degli alpinisti Nino Bottani e Siro Cornaggia, ed è collocato, a 2327 metri, fra le balze del circo terminale a monte dell'alpe Visogno, ai piedi della cima di Malvedello (m. 2640); costituisce un Il sentiero che collega il bivacco Bottani-Cornaggia al passo quotato 2583 (foto M.Dei Cas)ottimo punto di appoggio per chi volesse effettuare interessantissime ma poco praticate traversate, dall'alta Costiera dei Cech alla Valle dei Ratti (bivacco Primalpie e rifugio Volta), per il passo di Visogno, o alla Val Masino (alta Valle di Spluga e Valle dell'Oro, dove si trova il rifugio Omio), per i passi di Visogno, Colino e del Calvo. Teniamo, però, presente che, pur essendo un bivacco, non è sempre aperto, per cui chi intendesse fruirne deve chiedere le chiavi, a Morbegno presso Oscar Scheffer del GAM di Morbegno (tel.: 0342 611022), oppure agli alberghi Scaloni o Ville di Poira, a Poira di Civo, o, infine, da Anselmo Tarca, all’alpe Visogno o al Pre’ Soccio.
Il bivacco è stato posato nel 1983 ed è di proprietà del G.A.M. (Gruppo Aquile di Morbegno), lo stesso che ha anche posato la croce sulla quota 2585, a nord-ovest del bivacco. Dispone di 9 cuccette, un tavolo ed una panchina ribaltabile. Non confidiamo troppo, invece, nella possibilità di procurarci acqua nei dintorni: la Costiera dei Cech è in generale piuttosto arida, per cui è meglio portarne una buona scosta da casa.
Ecco, infine, una variante che rende l'itinerario assai più breve. Alla baita del Colino, invece di salire verso destra, proseguiamo la salita effettuando una diagonale verso sinistra, fino a portarci ai piedi di un largo e ben visibile vallone che si apre sulla costiera occidentale (di sinistra per noi) della Val Toate): si tratta della bocchetta di Toate, che si apre fra la Val Toate ed il circo più alto della Val Visogno. Possiamo risalirlo seguendo qualche segno blu, o anche, senza troppa difficoltà, a vista (è ingombro di massi, ma con un po' di attenzione riusciamo a districarci agevolmente). Alla fine della salita ci troviamo su un ampio pianoro che si trova ad oriente del bivacco, che raggiungiamo facilmente compiendo una traversata a vista, mantenendo più o meno sempre la medesima quota.

Ma cosa ci attende il quinto giorno? Per saperlo, aprite la presentazione che lo racconta.

 

Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 1600
Tempo
8 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

Panorama dalla croce di GAM. Foto di M. Dei Cas

Il Cornino est (foto M.Dei Cas)Quinta tappa: i tre Cornini e la croce G.A.M.
Dopo una tappa così massacrante, ci attende una giornata che ci farà versare ancora sudore, ma che comporterà una fatica minore.
La quinta tappa prevede, infatti, un dislivello in salita abbastanza limitato (580 metri circa, a fronte dei circa 1550 del giorno precedente), anche se si debbono compiere tratti considerevoli in discesa.
Meta è la croce G.A.M., cioè la croce del Gruppo Aquile di Morbegno, è stata posata nel 1982 sulla cima quotata IGM 2585, sul crinale fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, ad ovest della cima di Malvedello (m. 2640, massima elevazione del lungo crinale) e ad est del monte Sciesa (m. 2487). La croce è dedicata agli alpinisti morbegnesi, ed in particolare a Nandino Bottani. La quota 2585 è posta sull’angolo di nord-ovest dell’ampio circo dell’alpe Visogno, mentre sul lato opposto (nord-est), a quota 2575, si trova il passo di Visogno, importante porta di accesso all’alta Valle dei Ratti.
Scendiamo dal bivacco Bottani-Cornaggia all'alpe Visogno (il sentiero, poco evidente ma segnalato, effettua una diagonale verso destra, cioè sud ovest, per poi piegare leggermente a sinistra), lasciamo alle nostre spalle le due baite e, raggiunto il limite inferiore del pianoro, deviamo a destra, seguendo qualche raro segnavia; superiamo poi un valloncello, portandoci ai piedi dell'evidente crinale che separa l'alpe dall'alta valle di San Giovanni. Il Cornino est e la media Valtellina (foto M.Dei Cas)
Possiamo distinguere facilmente la prima meta, i Tre Cornini, cioè i tre grandi massi erratiAci che si trovano, quasi sospesi, proprio nel punto in cui il crinale aumenta la sua pendenza verso valle. Per evitare faticose salite a vista, cerchiamo i segnavia che ci indicano una traccia di sentiero che giunge proprio ai piedi del Cornino orientale (m. 2021).
Finora abbiamo incontrato molta storia, molta cultura e molta natura. Manca all'appello il mito. Eccolo. Questi tre grandi massi (che in realtà sono conglomerati di massi più piccoli) ci riportano ad una dimensione mitica, nella quale giganti, titani o altri esseri di ciclopiche dimensioni si sono scontrati in epiche battaglie. L'atmosfera di questo luogo ha, infatti, qualcosa di grandioso: i Tre Cornini sembrano vegliare, o forse incombere sulla bassa Valtellina, come un segno arcano che è difficile decifrare.
Sono come un interrogativo fatto pietra, un enigma che non ci si stanca di cercare di decifrare, ma che non trova risposta.
E allora bisognerà proseguire, rimanendo sul crinale guadagnato e puntando verso nord, cioè verso quella croce del Gruppo Aquile di Morbegno che costituisce la meta della quinta giornata.
Il Cornino nord (foto M.Dei Cas)Superbo il panorama, dal gruppo dell’Adamello, lontano, sul fondo, alla nostra sinistra, al monte Legnone ed all’alto Lario, alla nostra destra. Dopo aver meditato sul significato dell’incontro con i Tre Cornini, rimettiamoci in cammino, verso nord, seguendo il sentierino che percorre il facile crinale erboso (appoggiandosi, in alcuni tratti, all’uno o all’aAltro versante). Davanti a noi, due grandi gobbe, prima che il crinale muoia contro il versante montuoso. Incontriamo, salendo, anche un quarto e più modesto cornino, prima di raggiungere, nel pianoro di quota 2117, un cartello che segnala un trivio: a nord il sentiero che punta alla croce G.A.M.; ad est, cioè a destra, un sentiero che taglia, in leggera discesa, il fianco del crinale e si congiunge con quello che sale dall'alpe Visogno al bivacco Bottani-Cornaggia; ad ovest, infine, una labile e difficile traccia di sentiero che percorre l'alta Costiera, fra la quota 2200 e la quota 2000, fino all'Oratorio dei Sette Fratelli. Diciamo subito che quest'ultima opzione è sconsigliabile: la traccia si perde con troppa facilità ed oltretutto taglia valloni molto esposti.
Proseguiamo dunque verso nord, con una pendenza che si fa via via più severa, mentre la traccia si fa meno visibile, tanto che nel tratto più ripido non è facile seguirla (i segnavia non abbondano).
Il quarto Cornino (foto M.Dei Cas)Proseguiamo dunque verso nord, fino al punto nel quale si ha una brusca impennata del crinale, che si fa assai ripido. La traccia tende a perdersi, ed i pochi segnavia non ci sono di troppo aiuto. Dopo un primo tratto nel quale procediamo tendendo leggermente a destra, comunque, cominciamo a portarci verso sinistra. Al termine del crinale, vediamo il bordo di una grande ganda. Il sentiero, però, non lo raggiunge, ma rimane appena sotto il suo limite, proseguendo verso sinistra, fino al piede di un nuovo e più imponente crinale, che sale fino allo spaArtiacque Costiera dei Cech-Valle dei Ratti.
Inizia, ora, una serie di aspettative erronee. Ci aspetteremmo di dover salire lungo questo crinale. Invece i segnavia volgono a destra e ne tagliano la parte bassa del fianco, segnalando un sentierino che rimane un po’ rialzato rispetto alla grande conca di sfasciumi di quota 2344, che ci stende alla nostra destra. Non dovremmo perdere questa traccia, ma, in ogni caso, teniamo presente che taglia il versante erboso a monte della conca, a nord-ovest, e conduce ai piedi di un primo canalone erboso, che scende dallo spartiacque.
Proseguendo in diagonale, la traccia, sempre segnalata dai non abbondanti e sbiaditi segnavia rosso-bianco-rossi, ci porta ai piedi di un grande sperone di granito che delimita, sulla destra, il canalone. Osservando con attenzione, avremo la netta impressione che prosegua nella sua diagonale passando a valle dello sperone; invece un segnavia sulla sua parte bassa ci indica che dobbiamo Il pianoro che precede l'ultimo tratto della salita alla croce G.A.M. (foto M.Dei Cas)piegare a sinistra e salire lungo il canalone. Salendo, abbiamo modo di osservare che questo, più in alto, si divide in due canalini erboso gemelli, ripidi ma, almeno all’apparenza, praticabili, per cui ci aspettiamo di dover salire di lì.
Altro errore: dopo il primo tratto di salita, i segnavia ci portano sulla destra, ad una bocchettina erbosa che si apre nella roccia, una specie di porta sorvegliata, sulla destra, da una curiosa formazione rocciosa, che sembra una fiamma di granito (ricordiamoci di essa, nella discesa). Ci affacciamo, così, ad un canalone gemello, dove la traccia di A sentiero prosegue nella salita con una prima diagonale a destra, che ci porta sotto un’altra porta nella roccia, per poi piegare a sinistra. È questo il punto di maggiore difficoltà, perché la pendenza è notevole, l’erba (detta paiùsa) è quella tipica a queste quote, resistente, se afferrata, ma insidiosissima perché scivolosa.
Superiamo, zigzagando, questo tratto erto, e giungiamo in vista dello spartiacque erboso terminale. La pendenza si attenua un po’, per cui l’ultimo tratto della salita è più tranquillo. Nelle soste, memorizziamo, però, bene le formazioni rocciose sotto di noi, per evitare problematiche discese a vista nel ritorno. Ci aspettiamo, ora, di salire diritti fino al crinale erboso, ed invece, poco sotto il crinale, la traccia di sentiero piega decisamente a sinistra, effettuando un breve traverso che ci porta proprio sotto la croce.
Alla fine la vediamo, pochi metri più in alto rispetto a noi, sulla nostra destra, e raggiungiamo i 2585 metri della cima (ben poco La bassa Valtellina e l'alto Lario visti dal sentiero che porta alla croce G.A.M. (foto M.Dei Cas)pronunciata, per la verità, dal momento che il crinale è, in questo punto, quasi piatto. Dall'altra parte, una visione superba, intensamente emozionante: improvvisa e sorprendente, l'intera testata della val dei Ratti si apre di fronte al nostro sguardo. Di eccezionale valore il panorama, anche se la cima di Malvedello e la cima del Desenigo, a nord-est, nascondono alla vista il gruppo del Masino. AA nord, dunque, in primo piano, la testata della Valle dei Ratti, delimitata, a sinistra, dall’affilato e facilmente riconoscibile Sasso Manduino (m. 2888), seguita, a destra, dalla punta Magnaghi (m. 2871), dalle cime di gavazzo (m. 2920 e 2895) e, proprio al centro, dall’arrotondato e poco pronunciato pizzo Ligoncio (m. 3032). Più a destra ancora, i pizzi della Vedretta (m. 2907) e Ratti (m. 2919), ed il monte Spluga, o cima del Calvo (m. 2967), alla cui destra si intravede uno spicchio appena della Val Ligoncio, in Val Masino. Vorremmo vedere di più, ma l’impressionante (vista da qui) cima di Malvedello (m. 2640), che mostra un vertiginoso salto roccioso sulla Valle dei Ratti, ce lo impedisce. Alla sua destra, la quota 2676 e la cima del Desenigo (m. 2845), che scende, a destra, alla depressione del passo del Colino (m. 2630), dietro la quale si vede solo una piccola porzione del crinale che scende verso sud-est dal monte Disgrazia (m. 3678). La media Valtellina vista dal sentiero che porta alla croce G.A.M. (foto M.Dei Cas)
Si vedono bene invece, procedendo verso destra, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114). Alle loro spalle, uno scorcio di Valmalenco, con il pizzo Scalino e la punta Painale. Più lontano ancora, appena distinguibile, il pizzo Combolo, alle porte della Val Fontana. Poi lo sguardo si perde, ad est, nella vaga lontananza del gruppo dell’Adamello. Segue, a sud-est, la catena orobica: solo lo sguardo esperto vi distingue i tre “Tremila”, vale a dire i pizzi di Scais, Redorta e Coca; alla loro destra, riconoscibile per la regolare forma conica, il pizzo del Diavolo di Tenda. Ancora più a destra, ecco un bello spaccato della Val TartaAno. Ma sono le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola a mostrarsi in primo piano, ed in tutta la loro bellezza, a sud. Si vede quasi interamente, a sud-ovest, anche la Val Lésina, con il monte Legnone a fare da gendarme sul suo limite occidentale.
Proseguendo verso ovest, a destra della sottile punta del Legnoncino, ecco un bello scorcio dell’alto Lario e delle cime della Mesolcina. Alle loro spalle, in una lontananza appena afferrabile, il gruppo del Monte Rosa. Ad ovest e nord-ovest, infine, vediamo la bassa Valchiavenna, che propone la serrata teoria delle valli del suo versante occidentale. .La croce G.A.M. e la testata della val dei Ratti (foto M.Dei Cas)
Chiudiamo con un’avvertenza: incamminandoci sulla via del ritorno, ricordiamoci di prendere a sinistra, fino al masso con un segnavia che segnala il punto in cui piegare a destra ed iniziare la ripida discesa.
Ecco, in sintesi, le tappe di questa discesa. Torniamo al limite inferiore dell'alpe Visogno, dove troviamo il cartello che indica il bivacco Bottani-Cornaggia. Seguiamo il sentiero che scende verso sinistra, superando un ampio vallone e raggiungendo un piccolo pianoro. Attraversata verso destra il pianoro, il sentiero riprende a scendere, in una sorta di cimitero di alberi, dove si vedono molti scheletri di tronchi bruciati da un incendio; la discesa, che tende leggermente a destra, conduce, superato un piccolo corso d'acqua, al limite superiore del Pra' Sücc (la cui denominazione, che significa prato asciutto, è una conferma dell'aridità di questi luoghi). Dal limite inferiore occidentale (destro) deiA prati il sentiero riprende, effettuando prima una lunga traversata verso sinistra, poi scendendo con ripidi tornanti in un bel bosco, che termina poco distante dalla chiesetta di Poira. Da Poira scendiamo poi a Roncaglia e proseguiamo verso Serone, abbandonando però la strada asfaltata per deviare a destra in La cima di Malvedello vista dalla croce G.A.M. (foto M.Dei Cas)corrispondenza della strada sterrata che già abbiamo percorso in senso contrario il primo giorno e che ci porta a Civo, da cui, in breve, scendiamo a Mello, dove possiamo pernottare, dopo sei-sette ore di cammino (alberghi Miramonti -via Pozzo 22, tel.: 0342 652182- e Baraglia -via Bondo 70, tel.: 0342 652112). Ecco anche due possibili varianti. La prima e più ovvia è questa: se ci siamo portati con l'automobile a Poira, la useremo anche per scendere a Mello. La seconda è la seguente: da Poira di Civo ci portiamo, seguendo un sentiero che parte dal limite occidentale della piana e prosegue pianeggiante, a Poira di Mello, o Poira di Fuori; dal limite sud-orientale del maggengo parte una carrozzabile che scende a Mello.

Per sapere cosa accade nella sesta giornata, apri a relativa presentazione.

Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 580
Tempo
7 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

La chiesa di San Giovanni di Bioggio (foto M.Dei Cas)Sesta tappa: l'Oratorio dei Sette Fratelli

luogo appartato, lontano dal mondo, nel quale gli uomini che vogliono percorrere la strada della santità vivono di preghiere e rinunce, cercando nel silenzio la voce di Dio. In Valtellina c’è un luogo che sembra corrispondere, più di ogni altro, a questa definizione. Un luogo dove la solitudine ti circonda da ogni lato, e le finestre del tempo sembrano schiudersi su prospettive inattese, lasciando filtrare, come lame di luce, le atmosfere di un passato di cui si è persa la voce. È l’oratorio dei Sette Fratelli. Un piccolo luogo di preghiera perso in un oceano di prati alti, appena sopra i duemila metri, ai piedi delle guglie di granito che separano la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti. Un luogo misterioso, lontano dagli altri luoghi della presenza dell’uomo (il più vicino alpeggio, i prati Consiglio, se ne sta quasi 700 metri più in basso, a due ore di cammino). Cosa ci fa qui questo luogo di preghiera? Forse il suo significato è proprio legato all’idea di un ritiro dal mondo.
Salire fin qui è un’esperienza che lascia il segno. Qui lasciamo anche le parole che forse potrebbero dare corpo alla profonda emozione. Non riusciamo a portarle via. Restano qui, assorbite nel silenzio, che è più forte, qui. Vediamo, almeno, di raccontare come dirigere i nostri passi a questa dimora del silenzio. La chiesa di san Giovanni di Bioggio (foto M.Dei Cas)Raggiungiamo il limite occidentale del paese, dove parte una strada sterrata che, superata una bella cappelletta, oltrepassa la valle di San Giovanni e risale al bel poggio boscoso sul quale è collocata la bellissima chiesa di San Giovanni di Bioggio (m. 691).
Dietro la chiesa parte una pista carrozzabile che, superata la cappella di S. Antonio ed il vallone di S. Giovanni, porta alle spalle della chiesa, dove possiamo lasciare l’automobile. La pista prosegue per i prati di Aragno; noi, a piedi, invece di seguirla, imbocchiamo un sentiero, che si trova proprio alle spalle della chiesa, sul lato destro della pista, e che sale nel bosco di castagni (facciamo attenzione a non seguire la traccia che corre, verso destra, quasi pianeggiante, in direzione del solco del vallone, ma quella che sale, decisa, sul filo del dosso). Si tratta di un sentiero diritto e diretto, di quelli pensati per agevolare lo strascico del legname verso valle. Seguendolo, tagliamo per tre volte la pista sterrata, risparmiando parecchio tempo.
Nell’ultimo tratto, però, non lo troviamo più, e dobbiamo seguire la più monotona e tranquilla pista, fino ai prati di Aragno (1146 metri), che dalla pista non si vedono (per vederli, dobbiamo lasciarla, sulla sinistra, raggiungendo il loro limite inferiore). Possiamo giungere fin qui anche con l’automobile: il fondo della pista non è buono, ma neppure pessimo. A monte delle baite, che se ne stanno nella parte alta dei prati, la pista termina in uno slargo, lasciando il posto ad un sentiero, in corrispondenza di un cippo che ricorda un giovane tragicamente morto collaborando al taglio di una pianta.
Dopo aver descritto una diagonale verso nord ovest, il sentiero ci fa passare dal territorio del comune di Mello (cui I prati di Bioggio e, sullo sfondo, il monte Legnone (foto M.Dei Cas)appartengono i prati di Aragno) a quello del comune di Traona, e conduce ai prati di Bioggio (m. 1258), ampio terrazzo estremamente panoramico, soprattutto in direzione della bassa Valtellina e dell’alto Lario. Guardando, invece, verso nord distinguiamo chiaramente il poggio che sta sulla verticale dei prati, denominato Piazzo della Nave: nella salita, passeremo di lì.
Salendo un poco, presso alcuni grandi massi disseminati nel prato, troviamo una sorpresa inattesa: invisibile da sotto, ecco una pista tagliafuoco, che proviene dalla lontana alpe Piazza, sul limite occidentale della Costiera dei Cech, sopra Cino, e prosegue ancora per un breve tratto verso est (alla nostra destra), prima di fermarsi a ridosso dei paurosi dirupi che, più in basso, precipitano nel vallone di S. Giovanni. Seguiamo la pista, verso destra (est), solo per pochi metri, finché troviamo, sulla sinistra, la partenza di un sentiero che sale, in diagonale, verso destra, superando alcuni ruderi di baita e portando ad una nuova fascia alta di prati, a 1348 metri. Fino a qualche tempo fa una simpatica bandiera gialla ci accoglieva nell’approdo a questi prati; ora non c’è più.
Dobbiamo, ora, puntare alle baite nella parte alta dei prati, e proseguire sul sentiero che parte alle loro spalle. Cominciamo a trovare, su alcuni sassi, dei segnavia blu. Il primo è rappresentato da una freccia, sotto la quale è riportata la sigla 7 F, che sta, ovviamente, per “Sette Fratelli”. Dopo un tratto verso destra, incontriamo un piccolo trogolo, cioè vasca per la raccolta dell’acqua, problema essenziale in queste montagne particolarmente aride. Il sentiero inanella alcuni tornantini, e, salendo troviamo altri due trogoli, prima di un bivio segnalato, a poca distanza di una baita isolata, a monte dei prati. Su un masso la I prati di Bioggio (foto M.Dei Cas)freccia blu ci indica che dobbiamo, ora piegare a destra (il sentiero che procede diritto effettua una lunga traversata fino ai prati Brusada, m. 1584, a monte di Cercino).
Una diagonale verso destra ci porta al rudere di baita quotato m. 1445, dove pieghiamo a sinistra. Sempre guidati dai segnavia e da qualche fettuccia blu sul tronco di alberi, inanelliamo alcuni tornanti in una rada selva, prima di uscire ad un terreno scoperto, occupato da rada boscaglia, effettuando prima una diagonale a destra, poi un’ultima a sinistra, che ci porta al terrazzo denominato Piazzo della Nave (m. 1637), che appartiene sempre al territorio del comune di Traona. Qui incontriamo un elemento fortemente mitico, anche se affonda le sue radici nel racconto veterotestamentario: la denominazione del luogo, infatti, si ricollega ad una leggenda, secondo la quale l'Arca di Noè sarebbe approdata, dopo la lunga navigazione nell'oceano desolato provocato dal diluvio universale, sulla terraferma proprio qui, attraccando ad un grosso masso arrotondato, ben visibile sul limite inferiore orientale del Piazzo (per vederlo, dobbiamo scendere di qualche metro, e guardare a sinistra). Forse un albero a poca distanza dal masso servì per assicurare la nave nei pressi di quello che doveva essere un grande scoglio. Forse. Quel che è certo è che l’albero si è prima rinsecchito, probabilmente colpito da un fulmine, ed ora non è più neppure lì, a vegliare presso il masso: lo hanno tagliato e lasciato a poca distanza. È altrettanto certo che questo ampio poggio, collocato approssimativamente al centro della Costiera dei Cech, ne è un po' come l'ombelico, il luogo in cui sembrano riassumersi le sue suggestioni ed il suo fascino.
Lasciamoci prendere, dunque, dal gusto di questo fascino, immaginiamo il vegliardo Noè guardare compiaciute questa nuova terra, la terra della rinascita, immaginiamo tutte le specie animali scendere dall’arca e disperdersi fra queste Il masso di Noè al Piazzo della Nave (foto M.Dei Cas)montagna. Alcune per rimanervi e riprendere, dopo la pausa dell’epica navigazione, l’antichissima lotta (come la vipera e l’aquila), altre per lasciarle, alla ricerca di climi più adatti. E Noè? Il suo cuore è rimasto qui. Racconta, infatti, la leggenda che egli ami tornare, ogni anno, nelle notti di agosto, a visitare questi luoghi. Lo sanno i pastori, che in queste notti ne scorgono, per qualche istante appena, l’ombra, la quale si aggira, discreta e silenziosa, a ricercare i ricordi che rimandano al giorno in cui di nuovo tornò a baciare la terraferma. Ed i pastori amano ricordare questo, anche per tacitare i loro "colleghi" del versante orobico che fronteggia i Cech, cioè i Maroch, i quali pure vantano un Piazzo della Nave, nei boschi sopra Delebio. Immersi in questi pensieri, gustiamo per qualche attimo ancora l’ottimo panorama verso sud, che va dalle Orobie centrali all’alto Lario, prima di riprendere la salita.
Il sentiero riprende sul lato nord del terrazzo, alle spalle dei pochi pini solitari (una fettuccia su un albero aiuta ad individuare il punto), e sale quasi diritto, piegando poi leggermente a destra, fino a raggiungere un punto che vale la pena memorizzare in vista del ritorno (sopra il Piazzo della Nave, infatti, non ci sono più segnavia; ricordiamoci, scendendo, che qui dobbiamo piegare a destra): si tratta di una specie di punto di svolta, dal quale, per la prima volta, guardando in alto, a destra di una rada pineta persa nel mare d’erba, vediamo la meta, l’oratorio. Qui il sentiero piega a sinistra e, zigzagando, guadagna il filo di un largo dosso, sul cui fianco destro si stende la rada pineta, e sul quale corre anche, senza che ce ne accorgiamo, il confine fra i comuni di Traona, alla nostra sinistra, e Mello, alla nostra destra. Qualche parola sulla pineta, che, per quanto rada, è un piccolo gioiello. Si tratta di una pineta costituita da pini silvestri: il pino silvestre è un po' il signore della Costiera dei Cech, che ha L'Oratorio dei Sette Fratelli (foto M.Dei Cas)colonizzato approfittando della situazione climatica particolare, che garantisce inverni assai miti.
La salita prosegue decisa, con poche serpentine, in uno scenario quasi surreale: numerosi scheletri d’albero, infatti, con i rami rinsecchiti protesi verso l’alto in modo bizzarro e quasi patetico, danno l’idea di una sorta di cimitero degli alberi, simile a quel mitico cimitero nel quale, si dice, gli elefanti si rechino a morire. L’oratorio, apparso per pochi istanti, già non si vede più. Si vede bene, invece, in alto, la cima del monte Sciesa (m. 2487), che sorveglia questo quadrante della Costiera dei Cech. Dobbiamo fiancheggiarla tutta, la pineta, fino al suo limite superiore, prima che il sentiero, raggiunti i 2010 metri, pieghi a destra, riportandoci, con un ultimo tratto in leggera salita, nel territorio del comune di Mello.
Eccolo, finalmente, l’oratorio dei Sette Fratelli, finalmente vicino, amico. Eccolo, dopo quasi 4 ore di cammino (il dislivello, se siamo partiti da S. Giovanni di Bioggio, è approssimativamente di 1300 metri). Eccolo, nella mistica compagnia di una grande croce lignea tridimensionale, con una campanella che ogni visitatore può far risuonare, per dar voce alla gioia che si libera, dopo tanta fatica. Purtroppo non possiamo entrare nell’oratorio, che, per impedire l’ingresso degli animali (è, questo, luogo di cui sono padrone capre errabonde ed impertinenti: fra gli ospiti dell'Arca di Noè, questi animali sono stati, senza dubbio, i più entusiasti dei luoghi cui essa è approdata), è sbarrato da assi di legno.
Nulla ci impedisce, invece, di ammirare il panorama, che, per la verità, è meno ampio di quello che si apre più in basso, perché le due costiere ad oriente e ad occidente chiudono un po' la visuale. Ad est, cioè alla nostra sinistra, osserviamo il lungo dosso che ospita, ad una quota pressoché identica a quella dell'oratorio, i Tre Cornini, e che chiude la visuale sulla media Valtellina. Si mostra, invece, quasi interamente la catena orobica, dalle sue propaggini orientali a metà circa della Val La chiesa parrocchiale di Cercino (foto M.Dei Cas)Lesina. Il dosso che abbiamo risalito, infine, chiude a destra la visuale, sottraendo ai nostri occhi il monte Legnone, la bassa Valtellina e l'alto Lario. Guadando verso il basso, vediamo, alla nostra sinistra, il solco che, da modesto avvallamento, si approfondisce gradualmente, man mano che scende, nell'oscuro vallone di S. Giovanni. A sinistra del vallone, vediamo tutta la bella piana di Poira, con Poira di Dentro e di Fuori. Sul fondovalle, infine, ottimo è il colpo d'occhio su Talamona e Morbegno, alle cui spalle si aprono le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.
Alle spalle dell'oratorio, sul crinale erboso, riusciamo a distinguere una traccia di sentiero, che scende per un buon tratto prima di scomparire alla nostra vista. Si tratta del sentiero che effettua una lunga traversata, intercettando il sentiero per l'alpe Visogno poco sopra il Pre Soccio, ad una quota, cioè di circa 1750 metri. Un sentiero, però, non segnalato, dalla traccia incerta, sconsigliabile, quindi, anche perché, se lo perdiamo, non abbiamo la possibilità di scendere a vista, dal momento che passiamo a monte dei dirupi che convergono nel vallone di S. Giovanni. All'oratorio scende (ma non lo si distingue) anche un secondo sentiero, che effettua una traversata alta (2100-2200 metri) fra gli ultimi pascoli e le formazioni rocciose della Costiera, fino al dosso a monte dei Tre Cornini. Si tratta di un sentiero altrettanto sconsigliabile, perché non segnato, incerto ed esposto.
E' tempo, però di dar voce ad una domanda, finora inespressa: perché questo nome? Chi sono i sette fratelli? L’oratorio, eretto nel 1761, è dedicato a S. Felicita, madre di sette figli, tutti martirizzati e canonizzati, quindi santi come lei, nei primi secoli dell’era cristiana. Ecco chi sono i sette fratelli: Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, martirizzati al tempo dell'Imperatore Antonino. Gennaro, dopo essere stato percosso con verghe nel carcere, fu ucciso con flagelli piombati; Felice e Filippo furono uccisi con bastoni; Silvano fu gettato in un precipizio; Alessandro, Vitale e Marziale furono puniti con sentenza capitale. Un dipinto li raffigura, insieme alla madre, sul fondo dell’oratorio.
Costei fu l'ultima ad essere uccisa, decapitata, dopo aver provato l'immenso dolore per il supplizio dei figli, ma anche la consolazione di averli visti tanto saldi nella fede da dare la vita per essa. La sua festa viene celebrata il 23 novembre, ma possiamo comunque rivolgerle una preghiera, tenendo anche presente che la devozione per questa santa è particolarmente viva fra le donne che non riescono ad avere figli e da lei implorano questa grazia. Panorama dai prati di Bioggio. Foto di M. Dei Cas
Ma non c’è solo il riferimento alla storia della chiesa. Esiste anche un’antichissima leggenda, curiosa, un po’ enigmatica, assai meno tragica. E parla di una madre che aveva sette figli, inquieti, monelli. Una madre, intenta, in una baita dell’alta alpe, a “tarare” la polenta che stava cuocendo nel paiolo, ad un certo punto si spazientì, perché i suoi sette figli, intorno a lei, facevano troppo chiasso, non sapendo attendere tranquilli che la polenta fosse servita. Sembra che la donna sia sbottata gridando: “Via poch de bun, vün per cantùn”, cioè: “Via, poco di buono, uno per ogni angolo”, sottinteso di queste montagne. Ed in effetti i figli se ne andarono, proprio in sette angoli diversi della bassa Valtellina, tutti visibili dal luogo della dispersione, che poi divenne luogo di preghiera, l’Oratorio, da allora chiamato “dei Sette Fratelli”.
La sfuriata della madre, oltre a regalarle un po’ di pace, ebbe l’effetto di trasformare i figli indisciplinati in altrettanti eremiti devoti, che fondarono sette chiese: S. Antonio, S. Pietro in Vallate, San Giuliano sopra Dubino, S. Domenica a Delebio, S. Esfrà sull’alto versante retico sopra Mello, S. Maria in val Gerola e S. Giovanni di Bioggio.
I sette fratelli non ebbero più modo di ritrovarsi, né di vedere la madre, ma un segno li legò sempre, un fuoco, acceso la sera, con il quale segnalavano ciascuno agli altri che erano ancora in vita. Ma venne per ciascuno il giorno della morte: e la sera di quel giorno non vide il fuoco consueto, ma una nuova stella accendersi in cielo.
Prima che le stelle si accendano nel cielo, viene, però, per noi il momento di scendere. Facciamolo per la medesima via di salita, fino ad un tornante sinistrorso in corrispondenza del quale stacca dalla pista principale, sulla destra, una pista secondaria. Invece di proseguire la discesa per San Giovanni, imbocchiamo questa pista, scendendo, dopo alcuni tornanti, alla strada asfaltata che congiunge Cercino a Cino. Prendiamoci il tempo per scendere a visitare la bella chiesa parrocchiale di Cercino, poi torniamo sui nostri passi e, seguendo la strada verso ovest, raggiungiamo Cino, dove pernotteremo (albergo Fiorini; tel.: 0342 680133).
Questo se vogliamo fare gli eroi. Possiamo però anche, più umanamente, tornare a Mello, se abbiamo lasciato l'automobile, e con questa portarci a Cino.
Per visionare il racconto dell'ultima tappa, apri la settima presentazione.


Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 1314
Tempo
8 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

le Orobie centro-occidentali viste dai Prati Nestrelli (foto M.Dei Cas)Settima tappa: ascensione al monte Brusada.
Chiudiamo con una facile, anche se lunga, ascensione, quella al monte Brusada.
Dulcis in fundo o in cauda venenum? Nessuno delle due espressioni latine fotografa la realtà di quest'ultima tappa, la più faticosa, che permette di conoscere alcuni fra i luoghi più significativi della parte occidentale della costiera.
Dai 504 metri di Cino dobbiamo salire ai 2143 metri della vetta. I conti sono presto fatti: sulla carta dobbiamo superare 1639 metri di dislivello e camminare per circa otto ore. Ma, se siamo giunti fin qui, perchè non chiudere in bellezza la settimana? E allora raggiungiamo il limite superiore del paese e, percorrendo una comoda carrozzabile, saliamo ai 1178 metri dei Prati Nestrelli. Dal limite superiore orientale dei prati imbocchiamo quindi un sentiero che si addentra nel bosco e sale all'isolata baita di Cuper (o Coper) di sopra e raggiunge i Prati Brusada, il cui limite inferiore è collocato a circa 1500 metri di quota. Facciamo attenzione ad imboccare, dal limite superiore dei prati Nestrelli, il sentiero che piega a destra, non quello che sale verso nord.
Il monte Sciesa visto dalla vetta (foto M.Dei Cas)Risaliti i prati Brusada, raggiungiamo, nei pressi di una cappelletta, il cartello che indica la direzione per salire al monte Brusada.
Si tratta di percorrere un sentiero che entra nel bosco e sale gradualmente in direzione nord-ovest. Non troveremo altre indicazioni, per cui dobbiamo stare attenti ai riferimenti naturali. La via più semplice (ma non l'unica) per salire alla cima è quella di staccarsi a destra dal sentiero quanto questo raggiunge un ampio dosso boscoso che segue un pronunciato vallone erboso. Siccome, però, non è facile trovare la deviazione, risulta più semplice attaccare direttamente (se non c'è neve) l'ampio ed evidente vallone erboso, che raggiunge il crinale che separa la Valtellina dalla Val dei Ratti. La risalita del vallone porta nei pressi del crinale, ad est della cima del monte Brusada, alla quale si sale facilmente sfruttando una sorta di ampio corridoio costituito da massi e sfasciumi.
Il monte Matra ed il Sasso Manduino visti dalla vetta del monte Brusada (foto M.Dei Cas)Dalla cima possiamo godere di un panorama ampio e suggestivo, non solo sulla bassa e media Valtellina, ma anche sulle Alpi Lepontine, sul Sasso Manduino e sui monti Sciesa ed Erbea.

Presso il grande ometto collocato sulla cima possiamo quindi gustarci il meritato riposo, dopo circa cinque ore di cammino.

Durante la sosta possiamo ripercorrere mentalmente ed in parte anche visivamente le tappe più significative di questa maratona escursionistica, che ci ha permesso di conoscere aspetti senza dubbio poco noti, ma non per questo meno degni di attenzione delle montagne valtellinesi.
Ci sono diverse possibilità per tornare a Cino. La più ovvia ed anche più breve è quella di ripercorrere a ritroso l'itinerario di salita.
Le Alpi Lepontine viste dalla cima del monte Brusada (foto M.Dei Cas)Una seconda possibilità prevede di scendere seguendo, con molta cautela, il crinale che scende dalla cima verso sud ovest, su una labile traccia di sentiero, fino a raggiungere il passo del Culmine, dal quale, proseguendo nella medesima direzione, si scende facilmente al monte Bassetta (m. 1746), dove si aprono nuovamente due possibilità.
La prima prevede una discesa diretta verso i Prati dell'O, seguendo un sentiero che parte verso sud dal limite occidentale del monte e, dopo qualche tornante, descrive una diagonale verso est, raggiungendo così i 1226 metri dei prati. Dai prati si può seguire, verso est, una carrozzabile tracciata recentemente, che conduce ai Prati Nestrelli, oppure imboccare una carrozzabile, anch'essa recentissima, che si dirige in senso opposto, raggiungendo l'alpe Piazza.
Il monte Brusada visto dalla cima del monte Bassetta (foto M.Dei Cas)La soluzione migliore, anche se più faticosa, è però quella di percorrere il sentiero che dal monte Bassetta prosegue la discesa verso sud ovest, mantenendosi sul crinale, fino alla cima del monte Foffricio (m. 1109), poco prima della quale si taglia a sinistra e si scende all'alpe Piazza, posta a 991 metri di quota.L'alpe occupa una vasta radura ed è distesa su un pianoro di grande bellezza. La discesa dall'alpe a Cino sfrutta una comoda, ma un po' noiosa carrozzabile.
A questo punto, distrutti fisicamente ma galvanizzati nello spirito, non ci resta che chiederci: dove abbiamo lasciato l'automobile? Può darsi che sia a Cino, ed allora le nostre sofferenze sono finite.
Se è a Mello, possiamo tentare un ultimo eroico strappo, cioè una traversata di circa un'ora e mezza da Cino a Cercino, da Cercino a San Giovanni di Bioggio e di qui a Mello. L'alpe Piazza e, sullo sfondo, il monte Foffricio (foto M.Dei Cas)

Se invece è rimasta a Desco, non ci resta che scendere da Cino a Mantello (in mezzora circa) e chiedere un passaggio a chi transita sulla via Valeriana in direzione di Morbegno.


Difficoltà
EE (escursionisti esperti)
Dislivello
mt. 1639
Tempo
8 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M.Dei Cas

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