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Mello
Il paese del miele e degli "zingari",
nel cuore dei Cech
Mello, paese del miele, paese di zingari. Come mettere
insieme cose apparentemente così diverse? Vediamone il senso,
e capiremo. Quanto al miele, lasciamo la parola al diplomatico e uomo
d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia
della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia”
(Zurigo, 1616), così scrive: “Circa mille passi a ponente
di Civo, sorge su una pianura montana Mello, che derivò il suo
nome dalla parola latina mel, ossia dal miele: perché in antico
le api qui esercitavano una particolare attività e riempivano
tutto di miele”.
Quanto, invece, agli zingari, dobbiamo ricordare che i “Melàt”,
cioè gli abitanti di Mello, alla ricerca di pascoli per i loro
armenti, si spingevano, in passato, nella stagione invernale fino alle
porte della Valchiavenna, a Samolaco e Novate Mezzola, ed in quella
estiva in Valle dei Ratti, in Val Codera ed in Val Masino. In particolare,
in Val Masino colonizzarono quella splendida valle che da loro prende
il
nome, la Val di Mello, appunto, oggi conosciutissima per i suoi splendidi
scenari e per le possibilità offerte ad alpinisti e climbers,
ma nei secoli scorsi valle considerata aspra ed ostile, per i magri
pascoli posti in cima alle valli laterali, erte e scoscese. Comprendiamo,
adesso, il legame fra miele e zingari: i due termini rimandano al mondo
contadino, al lavoro indefesso, alla tenacia, di insetti interamente
dediti alla vita dell’alveare e di uomini interamente assorbiti
nel compito sempre difficile di strappare alla terra di che vivere.
Del resto, è questa la fama che i “Melàt”
si sono conquistati in terra di Valtellina, fama di uomini determinati
ed intraprendenti.
Ma non si deve pensare che l’anima di Mello sia esclusivamente
legata al mondo contadino. Restituiamo la parola al von Weineck: “Il
paese venne fondato dai Greco di Civo, quando vi si trasferirono, e
col tempo crebbe a tal segno che fu distinto e separato da Civo; in
seguito poi venne abitato anche da altre nobili famiglie, particolarmente
dai Paravicini”. Vi è anche un’anima nobiliare, dunque,
che non contrasta con la prima, ma convive in un felice connubio.
Le origini del paese sono molto antiche, e risalgono almeno all’anno
mille (il nome viene menzionato per la prima volta in una “cartula
venditionis” del 1022). Apparteneva al terziere inferiore della
Valtellina, ed in particolare alla squadra di Traona; dal punto di vista
religioso, invece, dipendeva dalla pieve di Olonio e dall’arcipretale
di S. Alessandro di Traona, dalla quale, però, si staccò
nel 1441, divenendo parrocchia autonoma di nomina popolare. Nel secolo
successivo Mello era probabilmente il paese più importante della
Costiera dei Cech. I suoi pastori, come già detto, avevano valicato
i passi alti della Costiera dei Cech e colonizzato la Val Masino, che
rientrava entro i confini del comune, con Cornolo, Cataeggio, Filorera,
Remenno e S. Martino (la valle si staccò da Mello, costituendosi
in comune autonomo, solo nel 1785). Nella sua famosa visita pastorale
del 1589, il vescovo di Como di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda,
vi contò 200 fuochi (1.000-1.200 anime), ma al conteggio si debbono
aggiungere i 50 fuochi della Val Masino (250-300 anime).
Poco prima che la Guerra dei Trent’anni investisse, con il suo
tragico carico di morte per le violenze e soprattutto la pestilenza,
Valtellina e Valchiavenna, Mello contava, nel 1624, 947 abitanti. Poi
anche questo borgo non scampò alla falcidia operata dalla peste
del 1630. Seguirono decenni grami, che incrementarono il flusso migratorio.
Mello però si attaccò saldamente alle sue radici contadine,
e nel secolo successivo si avvertirono i segni di una ripresa graduale,
ma progressiva. Alla fine del Settecento, e precisamente nel 1797, Mello
aveva recuperato il livello di abitanti antecedente al 1630 (950).
A metà dell’Ottocento, e precisamente nel 1853, Mello,
con le frazioni di Castello e Consiglio, apparteneva al III distretto
di Morbegno e contava 1097 abitanti, popolazione che corrisponde, sostanzialmente,
all’attuale (1013).
Dopo le note storiche, qualche nota geografica. A differenza del vicino
comune di Civo, che è una sorta di intarsio di paesi, Mello ha
un nucleo centrale ben definito, ed alcune frazioni basse ed alte. Il
centro è posto su un eccellente terrazzo panoramico di mezza
montagna, a 681 metri, gemello del terrazzo che, più ad oriente,
ospita Civo. Lo si raggiunge facilmente, staccandosi, sulla sinistra,
dalla ss. 38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno
(per chi proviene da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech).
Superato un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, si
prende a sinistra, immettendosi sulla strada provinciale Valeriana occidentale
e procedendo in direzione di Traona.
Al
termine del tirone in salita che precede l’ingresso in Traona,
non si impegna il ponte, ma si prende a destra, rimanendo, dunque, a
destra del torrente S. Giovanni ed imboccando la strada, segnalata,
per Mello, che, dopo una salita di 7 km, raggiunge il centro del paese.
Centro che è dominato dalla bella chiesa parrocchiale di S. Fedele,
di cui gli abitanti sono giustamente orgogliosi. La sua abside, che
si affaccia su un ampio sagrato, è rivolta ad oriente, e ciò
testimonia dell’antica origine dell’edificio sacro, che
fu però interamente riedificato a partire dagli inizi del Settecento.
Al settecento risale anche l’elegante ossario a lato della facciata
della chiesa, sul limite settentrionale del sagrato. Appena sopra il
centro, troviamo, da est ad ovest, i rioni di Bondo, Pusterla, Piazzo,
Pozzo, Bernedo di Fuori e Bernedo di Dentro.
Più in alto, a monte del paese, si collocano i prati di Poira
di Fuori, o Poira di Mello, e delle Città, con la chiesetta di
S. Margherita. Ad ovest del paese, sul lato opposto del vallone di S.
Giovanni, si trova, invece, la bellissima chiesa prepositurale di S.
Giovanni di Bioggio (m. 691), che costituisce uno dei luoghi più
caratteristici dell’intera Costiera dei Cech. È posta in
un’incantevole radura sulla cima di un bel poggio boscoso, a monte
di Traona e ad occidente del profondo vallone di S. Giovanni. Sul limite
inferiore della radura a sud del sagrato si osservano ancora i resti
di strutture di fortificazione, che attestano l’importanza strategica
del luogo. La chiesa è, infatti, di origine medievale, ma subì
una notevole trasformazione nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario
ingresso rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda
a sud. Nel secolo successivo,
e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente doppia scalinata
in serizzo, che consente di salire a tale ingresso.
Appena ad ovest della chiesa passa il confine che divide il territorio
del comune di Mello da quello di Traona, ma, al di là di questi
dettagli amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti
dei paesi vicini. La raggiungono da sud un sentiero che sale da Pianezzo,
frazione alta di Traona, da ovest una pista sterrata che proviene da
Cercino e da Bioggio ed infine da est una carrozzabile che parte da
Bernedo, frazione di Mello. Questo convergere di vie testimonia la sua
centralità nel cuore e nella devozione degli abitanti di questo
angolo dei Cech.
A valle del centro di Mello, infine, vanno menzionate le frazioni di
Castello e Consiglio, e, ad occidente di questi nuclei, il castello
di Domòfole, o castello della Regina (m. 537), ridotto purtroppo
a rudere pericolante. Il castello altomedievale, di cui restano solo
la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena,
era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la
credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E'
probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota
regina longobarda, Gundeberga, accusata ingiustamente di aver tramato
per far morire il marito, il re Arioaldo. Fu probabilmente edificata
intorno al 1100 e di essa furono investiti i Vicedomini, feudatari del
vescovo di Como; fu poi presa e distrutto dai Vitani, loro rivali, nel
1292; successivamente riedificata, venne distrutta definitivamente nel
1524 dai Grigioni, i quali, per impedire moti di rivolta ed ostacolare
invasioni di eserciti ostili durante la loro dominazione della terra
di Valtellina, operarono un sistematico smantellamento delle sue fortezze.
Uno
sguardo agli alpeggi alti, per finire. Appartengono al comune di Mello,
a monte di Poira, gli alpeggi di Pre Soccio (Pre Sücc, cioè
Prato Asciutto, a 1650 metri) e Visogno (m. 2000), ancora oggi caricati.
A monte dell’alpe Visogno è collocato, dal 1983, il bivacco
Bottani Cornaggia. Più ad ovest, a monte di S.Giovanni di Bioggio
si trovano i prati di Aragno e Consiglio, in una fascia fra i 1100 ed
i 1300 metri.
Più in alto ancora, a 2021 metri, sta l’oratorio dei Sette
Fratelli, una sorta di eremo dedicato al culto di S. Felicita e dei
suoi sette figli martiri, luogo straordinario, dal fortissimo impatto
emotivo. Meritano di esser menzionati, infine, alpeggi che in passato
ebbero una loro importanza, e che si trovano a monte di Poira di Fuori,
in una fascia compresa fra i 1400 ed i 1600 metri, vale a dire i prati
Ovest, i Colli ed i prati Quaini.
Il punto di massima elevazione del territorio comunale è la cima
di Malvedello, sulla costiera che separa i Cech dalla Valle di Ratti.
A sud, invece, il limite del territorio comunale non raggiunge il fondovalle,
in quanto passa a monte della Valletta e di Coffedo, frazioni di Traona.
Qualche nota a beneficio degli amanti delle camminate, per concludere.
La visita al centro di Mello può essere l’occasione per
una gradevole e rilassante camminata, godibilissima in autunno ed anche
in inverno, data la particolare mitezza del clima che caratterizza la
Costiera dei Cech. Due sono gli itinerari più significativi.
Il primo, più breve, parte da S. Croce, frazione di Civo posta
a monte del ponte di Ganda, il secondo da Traona.
Per raggiungere S. Croce dobbiamo staccarci, sulla sinistra, dalla ss.
38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (se
proveniamo da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech). Superato
un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, prendiamo
a destra, salendo fino ad uno stop, al quale prendiamo a sinistra (tornante
sinistrorso), salendo lungo la strada che porta a Dazio. Poco oltre
il primo tornante destrorso, troviamo, sulla sinistra, lo svincolo per
S. Croce. Salendo per un breve tratto sulla stretta stradina, raggiungiamo
il paese, dove lasciamo l’automobile (m. 447).
Dalla piazzetta di fronte alla chiesa prendiamo, poi, a sinistra (ad
ovest), proseguendo fino al limite occidentale del paese, dove la strada
lascia il posto ad una pista che comincia a salire, tagliando una splendida
fascia di vigneti. Si tratta della vecchia strada per Mello. Dopo un
primo tratto di salita, ignoriamo un ripido tratturo in cemento, che
se ne stacca sulla sinistra, ed incontriamo un paio di tornanti, che
ci portano ad un rustico che ha dipinta, sulla facciata, una crocifissione.
Poi il fondo della strada, da sterrato, diventa asfaltato, e superiamo
i nuclei rurali dei Freddi e di Ca’ du Carna.
La strada ridiventa sterrata, entra nell’ombra di una selva di
castagni e scavalca, su un ponte, la valle che scende al piano in località
Valletta. Non manca molto alla meta: usciti dalla selva, dopo un ultimo
tratto in salita raggiungiamo il piazzale che sta di fronte all’ingresso
del cimitero di Mello. Percorso l’ultimo tratto della via S. Croce,
raggiungiamo la via Papa Giovanni XXIII, per la quale possiamo salire
al centro del paese. La camminata non richiede più di tre quarti
d’ora, ed il dislivello in salita è assai contenuto (m.
240). Questo itinerario può anche essere sfruttato per una divertente
pedalata: in questo caso, però, meglio utilizzarlo per la discesa,
salendo a Mello da Traona e scendendo per questa via a S. Croce e di
qui alla provinciale Valeriana, per poi tornare comodamente a Traona.
Ecco un secondo itinerario per una camminata che ha come meta Mello.
Questa volta partiamo dalla frazione di Pianezzo, sopra Traona. La possiamo
raggiungere anche in automobile, ma vale la pena di arrivarci a piedi.
Lasciamo l’automobile, dunque, al parcheggio della chiesa di S.
Alessandro di Traona (m. 285; la raggiungiamo percorrendo il primo tratto
della strada Traona-Mello, e lasciandola,
verso sinistra, quando troviamo l’indicazione per la chiesa di
S. Alessandro). Dopo esserci fermati a godere dell’incomparabile
panorama che si gode dal suo sagrato, mettiamoci in cammino sulla mulattiera-tratturo
che parte alle spalle della chiesa, nei pressi del parcheggio, e sale
inizialmente verso sinistra. Ignorata la strada asfaltata che raggiunge
il tratturo sulla sinistra, continuiamo a salire, volgendo a destra,
fino a raggiungere le case più basse di Pianezzo.
Intercettata una mulattiera pianeggiante, prendiamo a sinistra, e poi,
senza raggiungere il parcheggio oltre le case, pieghiamo a destra, continuando
a salire. Intercettiamo, così, la strada asfaltata, e proseguiamo
sul lato opposto, salendo fra le case alte di Pianezzo (m. 474), fino
ad intercettare per la seconda volta la pista, in prossimità
del suo termine. Non percorriamo la pista, ma procediamo diritti davanti
a noi, trovando, sul suo lato opposto, la partenza di un sentiero che
sale, deciso, in un folto bosco di castagni, in direzione nord-est.
Dopo un’ultima serie di tornanti, raggiungiamo la radura che sta
di fronte alla splendida chiesa di S. Giovanni di Bioggio (m. 697),
dove una sosta ristoratrice potrà permetterci un’immersione
rigeneratrice nell’atmosfera di questo luogo, denso di spiritualità
e di pace. Per portarci a Mello dobbiamo, infine, imboccare la carrozzabile
sterrata alle spalle della chiesa, prendendo a destra, scendendo a scavalcare
il vallone di S. Giovanni e superando anche la cappella di S. Antonio,
prima di raggiungere le case di Bernedo, alle porte occidentali di Mello.
Questa camminata richiede più tempo, diciamo un’ora e mezza;
il dislivello in altezza approssimativo è di 410 metri.
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| Difficoltà |
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Dislivello |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
strong class="titoli">L'alpeggio a monte di Poira

Clicca qui per aprire un'ampia panoramica dall'alpe di Pre
Soccio
L’alpe Pre Sücc (o, come viene variamente italianizzata,
Pre Soccio, Pra Soccio, Presoccio) è costituita da un ampio terrazzo
di prati posti ad una quota di 1650 metri circa, a monte di Poira. Il
nome (che significa “prato asciutto”) si riferisce alla
scarsità d’acqua che la caratterizza, problema, peraltro,
assai comune nei diversi alpeggi della Costiera dei Cech. Anche per
questo, probabilmente, i pastori di Mello si mossero verso alpeggi più
lontani, dove gli armenti potessero trovare con maggiore facilità
di che abbeverarsi. Il Pre Sücc, di solito, non è meta di
un’escursione a se stante, ma punto di passaggio nella salita
ai Tre Cornini, al bivacco
Bottani Cornaggia o alla Croce G.A.M. sulla quota 2585.
Nondimeno, soprattutto nel periodo autunnale e invernale, si può
programmare una piacevole passeggiata ad anello che ha come punto di
partenza Poira di Mello e punto di massima elevazione questo alpeggio.
Portiamoci,
dunque, a Mello e percorriamo la strada per Civo.
Prima della contrada Ca’ Molinari, in uscita dal paese, troveremo,
sulla sinistra, la partenza della stradina che sale a Poira di Mello.
All’ultimo tornante sinistrorso, lasciamola, staccandocene sulla
destra ed imboccando la carrozzabile che porta ai prati del versante
orientale di Poira di Mello. Percorriamo per un tratto
la pista, fino a trovare un bivio, al quale prendiamo a destra, imboccando
la pista che conduce, dopo un paio di tornanti, alla splendida chiesetta
di S. Margherita (in località Le Città), edificata
nel 2000. Presso la chiesetta, troveremo una bandiera italiana ed un’aquila
di granito, posata, su un masso, dal gruppo dell’Associazione
Nazionale Alpini di Mello. Splendido il panorama orobico dalla chiesetta,
che propone, in primo piano, le valli del Bitto di Albaredo e Gerola.
Seguendo la pista poco oltre la chiesetta, in direzione di Poira di
Civo (est), troveremo, sulla sinistra, un cartello di divieto di scarico,
alle cui spalle, sul versante montuoso, si vedono due grandi corpi franosi.
Lasciamo qui l’automobile e cominciamo a salire, da una quota
approssimativa di 1030 metri. Alle spalle del cartello si trova un prato,
tagliato da una traccia di sentiero appena percettibile. Si tratta di
uno dei due sentieri che da Poira salgono a Pre Sücc (sentiero
non segnalato, né da cartelli né da segnavia; l’altro
sentiero, invece, assai più conosciuto, parte da Poira di Civo
ed è ben segnalato: lo potremo sfruttare per il ritorno).
La traccia entra nella selva e si fa più visibile. Sale, diritta,
verso nord, raggiungendo una zona di affioramenti rocciosi, dove piega
a destra (est), proponendo un tratto quasi scalinato nella roccia. Al
termine di questo passaggio raggiungiamo il limite occidentale di uno
splendida radura, un piccolo gioiello di cui, guardando al versante
montuoso dal basso, non si sospetterebbe l’esistenza.
Si
tratta della Zoca del Lüf (Zocca, cioè
piana, del Lupo, a 1148 metri), un nome sinistro per un luogo gentile,
ma anche nascosto, silenzioso, quasi inquietante. In mezzo al prato
della radura è posto un masso al quale sembra appoggiata una
grande betulla. Il lupo non c’è, o, almeno, non si fa più
vedere, qui, da molto più di un secolo. Forse se ne sta nascosto,
ad osservare, da qualche punto del limite del bosco che fascia, da ogni
lato, la radura. Anche noi osserviamo questo luogo straordinario, prima
di rimetterci in cammino. La traccia di sentiero taglia i prati, da
ovest ad est, poi, piegando leggermente a sinistra, rientra nel bosco.
Sul limite del bosco si trova anche, a sinistra, un enorme masso, sotto
il quale è ricavato una sorta di ricovero per gli animali. A
destra, invece, vediamo un masso più piccolo, spaccato in due:
quale immane forza potè produrre una simile ferita nel cuore
vivo della dura roccia?
Il sentiero, sempre ben visibile, riprende, ora, a salire, assumendo
di nuovo la direzione nord e rimanendo nel bosco di pini e betulle.
Guadagniamo, così, rapidamente quota, perché il tracciato
non si perde in oziosi zig-zag, ma sale diritto e piuttosto ripido.
La salita è bruscamente interrotta, alla quota approssimativa
di 1430 metri, dalla nuova pista tagliafuoco che parte da Poira di Mello,
sale ai Prati Ovest e comincia una lunga traversata verso est (passando
a valle proprio di Pre Sücc). Sul lato opposto della pista, però,
ritroviamo il sentiero, e possiamo riprendere a salire.
Dopo una ventina di minuti, il sentiero confluisce nel più marcato
sentiero che da Poira di Civo sale a Pre Sücc.
Ora dobbiamo seguire il nuovo sentiero verso sinistra. Per un buon tratto
questo sale appena, poi, dopo un paio di tornanti dalla pendenza più
decisa, ci porta al limite inferiore sud-occidentale dei prati dell’alpe.
I cartelli della Comunità Montana Valtellina di Morbegno indicano
che
il sentiero per i Tre Cornini, il bivacco Bottani Cornaggia e l’Oratorio
dei Sette Fratelli prosegue sulla sinistra, fiancheggiando il limite
occidentale dei prati.
Noi, invece, proseguiamo a destra, raggiungendo la prima delle baite
poste sul limite inferiore dei prati. Una curiosità: l’alpe
è tagliata dal confine fra i comuni di Civo (a destra) e Mello
(a sinistra). Le baite della parte bassa appartengono al primo, quelle
della parte alta (m. 1700 circa) al secondo.
Si tratta di un terrazzo estremamente panoramico. Guardando verso nord-est,
vediamo, in primo piano, due elevazioni. La prima, da sinistra, è
il culmine del lungo dosso a monte di Poira di Civo, sormontato dalla
Croce di Roncaglia (o Croce di Ledino, m. 2093), mentre la seconda,
alle sue spalle, è il Corno del Colino (m. 2504). Poi, procedendo
verso sinistra, lo sguardo raggiunge orizzonti più lontani, che
propongono, innanzitutto, la Val terzana, con il passo di Scermendone
ed il pizzo Bello. Segue il monte Canale, alle cui spalle occhieggia
la punta Painale, ed il monte Rolla, alle cui spalle si intravede appena
il pizzo Combolo. Sul fondo, ad est, lo sguardo raggiunge il gruppo
dell’Adamello. Procedendo verso destra, cioè verso sud-est,
osserviamo la serrata sequenza delle valli orobiche, orientali e centrali.
Alle spalle del tondeggiante e boscoso Culmine di Dazio vediamo bene
la bassa Val di Tartano. In primo piano, a sud. Talamona e Morbegno,
e, alle sue spalle, le valli del Bitto di Albaredo e Gerola, separate
dal lungo dosso di Bema. A destra, infine, verso sud-ovest, un bello
scorcio della Val Lesina, presidiata, sull’angolo sud-occidentale,
dal massiccio e caratteristico corno del monte Legnone.
Siamo in cammino da quasi due ore ed abbiamo superato un dislivello
in salita approssimativo di 620 metri. Vediamo, ora, come tornare,
per una via diversa rispetto a quella della salita. Seguiamo i segnavia
bianco-rossi, che segnalano una traccia di sentiero che, senza salire
alla parte alta dei prati, li taglia da ovest ad est, fino all’ultima
baita sul limite del bosco, la Ca’ du Bunetìn. Poco sotto
la baita troviamo una traccia di sentiero che entra nel bosco e, dopo
un primo tratto quasi pianeggiante, comincia a scendere, portandoci
anche ad una sorgente dove abbiamo qualche speranza di trovare acqua.
Al termine della discesa il sentiero si congiunge con il sentiero principale
Poira-Pre Sücc (quello stesso che abbiamo intercettato salendo
da Poira di Mello).
Si tratta di un sentiero dal fondo molto bello, riposante, che scende,
con diversi tornanti, in un fresco bosco. A quota 1450 metri circa,
ecco di nuovo la pista tagliafuoco, scavalcata la quale proseguiamo
la discesa verso Poira di Civo. Dopo molto tornanti,
il sentiero volge a destra e diventa una larga mulattiera. La pendenza
si attenya ed attraversiamo la pineta che precede la piana di Poira.
Usciamo dalla pineta in corrispondenza di alcune case, presso la chiesetta
di Poira di Civo (m. 1070).
Prendiamo, ora, a destra, seguendo la strada asfaltata che scende, per
lasciarla ben presto, sulla destra, quando, al primo tornante sinistrorso,
troviamo la traccia di sentiero che taglia i prati della conca di Poira
verso ovest, in direzione di Poira di Mello e della già visibile
chiesetta di S. Margherita, dove abbiamo lasciato l’automobile.
Possiamo così chiudere questo insolito anello, una passeggiata
interessante e rilassante, anche nel cuore dell’inverno.
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
620 m |
| Tempo |
1 h e 30 min |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Tre gendarmi di granito all'alpe
Visogno

I Tre Cornini sono una delle più singolari e suggestive mete
escursionistiche non solo nella Costiera dei Cech, ma nell'intera bassa
Valtellina. Si tratta di tre conglomerati di massi erratici di granito,
posti su un lungo dosso, quasi sospesi, a guardia del versante montuoso
sottostante. Da loro prende il nome il sentiero n. 23, che da Poira
di Civo sale a Pre Soccio ed all'alpe Visogno. Da qui ai cornni il passo
è breve. Ma andiamo con ordine.
Lasciata l’automobile nel piazzale della chiesetta di Poira
di Civo (m. 1077), mettiamoci, dunque, in cammino, seguendo
le indicazioni relative al Sentiero dei Tre Cornini, identificato dal
numero 23 (attenzione a non imbocccare la vicina pista, più a
destra - itinerario 22 - che sale a Ledino ed all'alpe Pesc). Il punto
di partenza è indicato da due cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno, che indicano il Pre Soccio (italianizzazione
del Pre Sücc) ed il bivacco Bottani Cornaggia. Iniziamo, così,
a percorrere per un breve tratto una pista fra alcune case di villeggiatura,
e troviamo, alla nostra sinistra, anche il vecchio cartello del Sentiero
dei Tre Cornini, che dà il Pra’ Succ ad un’ora, il
bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore, la croce GAM ed il passo di Vesogno
a 4 ore. Poco più
avanti alcuni cartelli della Comunità Montana Valtellina di Morbegno
indicano il Pre Soccio, il bivacco Bottani Cornaggia, l’Oratorio
dei Sette Fratelli ed i Tre Cornini.
Nel primo tratto il sentiero, largo, come una mulattiera, procede quasi
diritto, in direzione del monte, ma con pendenza mite. Poi, ad un cartello
che ci ricorda come la pulizia del sentiero sia nelle nostre mani, piega
a sinistra e, con traccia più stretta, ma sempre molto bella
e riposante (il fondo è davvero buono), risale, con molti tornanti,
il versante boscoso sul lato occidentale del vallone che si apre, più
in basso, fra Poira e Roncaglia di Sopra. I segnavia rosso-bianco-rossi
sono pochi, ma non c’è pericolo di perdersi. A quota 1450
circa il sentiero è interrotto, per pochi metri, dalla nuova
pista tagliafuoco che proviene da Poira di Mello e si dirige a Funtanin,
in comune di Civo.
Scavalcata la pista, riprendiamo la salita, sempre all’ombra di
un bel bosco, fra betulle e pini. Ignorata una deviazione a destra (il
cartello “Sentiero per acqua” segnala la partenza di un
sentiero secondario, che conduce anch’esso a Pre Sücc, ma
al suo limite orientale, e passa per una sorgente alla quale si può
sperare di trovare acqua, ovviando ad un problema assai frequente nella
Costiera dei Cech), prendiamo a sinistra ed affrontiamo un lungo tratto
all’aperto, in direzione ovest. In questo tratto il sentiero viene
raggiunto, sulla sinistra, da quello, non segnalato, che sale a Pre
Sücc partendo da Poira di Mello, e precisamente nei pressi della
chiesetta di S. Margherita.
Proseguiamo sul nostro sentiero fino ad una svolta a destra: due rapidi
tornantini ci portano sul limite inferiore di sinistra (ovest) dell’alpe
Pre Sücc (m. 1650). Qui una nuova serie di cartelli
segnala che il sentiero per i Tre Cornini, il bivacco Bottani Cornaggia
e l’Oratorio dei Sette Fratelli non prosegue tagliando direttamente
i prati, ma piegando per un breve tratto a sinistra e risalendo il loro
limite occidentale. La traccia, per la verità, è poco
evidente, per cui ci si può affidare ad una seconda traccia che
parte dal gruppo di baite
più basso, che incontriamo uscendo dal bosco, e sale verso sinistra.
In ogni caso non possiamo sbagliare: dobbiamo salire alle baite più
alte sulla sinistra del prati. Nella salita, abbastanza ripida, possiamo
concederci almeno una sosta per ammirare il panorama, già da
qui ottimo, sulla media Valtellina e l’intera catena orobica.
Una curiosità: l’alpe è tagliata dal confine fra
i comuni di Civo (a destra) e Mello (a sinistra). Le baite della parte
bassa appartengono al primo, quelle della parte alta al secondo.
Nella parte alta dei prati, sulla sinistra, dunque, si trovano tre baite
strette l’una all’altra, in un’antichissima comunanza
così frequente per ovviare all’asprezza della montagna:
lì troviamo la traccia di sentiero, che prende a destra, e poi
svolta a sinistra, portandoci ad un vecchio cartello della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno che dà i Tre Cornini ad un’ora
di cammino ed il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora e tre quarti.
Superata, quindi, l’ultima e più alta baita (m. 1727),
incontriamo, ad un bivio, i nuovi cartelli della Comunità Montana
(che, a differenza dei vecchi, non danno indicazioni sui tempi): prendendo
a sinistra si va all’Oratorio dei Sette Fratelli, mentre proseguendo
a destra si va ai Tre Cornini ed al bivacco Bottani Cornaggia. Il sentiero
prosegue, dunque, verso destra (nord-nord-est), superando anche un modesto
corso d’acqua. Lo scenario è, qui, piuttosto mesto: attraversiamo
una sorta di cimitero di alberi, quel che resta dopo un incendio che
ha sfregiato una pineta che doveva essere davvero molto bella. Oltrepassato
il corso d’acqua, prestiamo un po’ di attenzione, perché
il sentiero principale prosegue sulla nostra sinistra, mentre a destra
è raggiunto da una traccia secondaria (che rischiamo di scambiare
per quella principale).
Dopo qualche tornante fra scheletri d’albero ed alberi ancora
vivi e…vegeti, approdiamo, infine, ad una splendida radura, a
1850 metri di quota. La sosta ci consente di ammirare un bel panorama
sulla media Valtellina e sulle Orobie centro-orientali; salendo ancora,
però, avremo modo di goderne di migliori. Memorizziamo il punto
di uscita nella radura, per non perdere tempo a cercare il sentiero
quando torneremo, e proseguiamo, verso destra (indicazione su un masso),
entrando in una piccola selva che ci permette di aggirare, da destra,
appunto, una faticosa fascia di massi. Il sentiero piega, quindi, a
sinistra, esce dalla selva e taglia in diagonale, verso sinistra, massi
e pascoli.
Ci troviamo nel cuore di un ampio vallone che scende dal ramo orientale
dell’alpe Visogno.
Il sentiero, con qualche tornante, guadagna quota risalendo il fianco
sinistro di questo vallone; seguendolo, tagliamo un ampio dosso, finché,
improvviso ed emozionante, si apre di fronte ai nostri occhio lo splendido
scenario dell’alpe Visogno, delimitato, a sinistra, dal lungo
crinale sul cui limite inferiore sono riconoscibili i suoi guardiani
di granito, i Tre Cornini. In alto, a nord, quasi sulla verticale del
baitone dell’alpe, la cima di Malvedello, elevazione poco pronunciata
sulla severa e gotica costiera di granito che separa la Costiera dei
Cech dalla Valle dei Ratti. Guardando, invece, a destra, cioè
a nord-est, distinguiamo, su una elevazione della costiera che separa
l’alpe Visogno dalla Val Toate, la Croce di Roncaglia,
o Ledino (m. 2093). Se, infine, guardiamo alle nostre spalle, a sud,
ottimo è lo scenario orobico, che propone, in primo piano, le
Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola.
Comunque, sappiamo di dover raggiungere il crinale dei Tre Cornini.
Potremmo farlo sfruttando i due sentieri che salgono dall’alpe
e che sono visibili ad occhio nudo. Essi portano, però, a punti
posti a monte dei Cornini. Se non vogliamo perdere l’occasione
di un incontro ravvicinato con questi enigmatici guardiani del versante
orientale dei Cech, procediamo così. Portiamoci alla pozza d’acqua
nei pressi dei cartelli della Comunità Montana di Morbegno, che
danno il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora ed i Tre Cornini,
causa danneggiamento del cartello, ad un tempo imprecisato. Lasciamo,
ora, il sentiero per il bivacco, che si porta al baitone dell’alpe
ed alla splendida successiva piana, e prendiamo a sinistra. C’è
qualche rado segnavia che ci aiuta. Regoliamoci così. Alla nostra
sinistra si apre un avvallamento, e possiamo osservare tre piccoli pini
solitari. Passiamo a monte del primo e del secondo e, scendendo gradualmente
in diagonale, ci portiamo al terzo, che si appoggia ad un grande masso
sul quale si individua uno sbiadito segnavia. Appena oltre il masso,
siamo nel cuore dell’avvallamento (un nuovo segnavia sbiadito
è posto, qui, su un masso), e passiamo sul suo lato opposto,
salendo per un breve tratto, fino ad una fascia di massi che superiamo
con un po’ di cautela.
Ci portiamo, così, a ridosso del fianco del crinale, ricoperto
di massi e macereti. Sulla nostra verticale, i Tre Cornini.
Seguendo i pochi segnavia, individuiamo la traccia di un sentierino
che lo risale, zig-zagando, e ci porta a ridosso dei tre grandi gendarmi
di granito (m. 2021). Non si tratta, come sembra da una certa distanza,
di massi monolitici, ma di aggregati di massi, rivolti ad est, sud e
nord e posti proprio nel punto in cui il crinale, con un brusco cambio
di pendenza, scende ripido ai boschi sottostanti, a monte dei Prati
Ovest. Li abbiamo raggiunti in circa due ore e mezza di cammino, necessarie
per superare un dislivello approssimativo, in altezza, di 950 metri.
Questo luogo ha qualcosa di mitico, sembra richiamare un tempo lontanissimo
nel quale giganti, titani o altri esseri di ciclopiche dimensioni si
sono scontrati in epiche battaglie. L'atmosfera rimanda ad un denso
mistero: i Tre Cornini sembrano vegliare, o forse incombere sulla bassa
Valtellina, come un segno arcano che è difficile decifrare.
Superbo il panorama, dal gruppo dell’Adamello, lontano, sul fondo,
alla nostra sinistra, al monte Legnone ed all’alto Lario, alla
nostra destra. Alle nostre spalle, cioè verso nord, il lungo
crinale prosegue (ed è facilmante percorribile, su traccia di
sentiero), fino a morire contro il versante che scende, ripido, dalla
cima quotata 2585 (dove è collocata la croce G.A.M., che però
è troppo piccola per essere vista). A destra di questa poco pronunciata
cima, si distingue la cima di Malvedello (m. 2640), che veglia sull'alpe
Visogno. Dai Cornini, fra l'altro, è assai suggestivo anche il
colpo d'occhio sull'alpe, e sulla sua splendida piana che, in autunno,
assume una suggestiva coloritura rossastra.
|
|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
950 |
| Tempo |
2 h e 30 min |
| |
-
Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il bivacco a monte dell'alpe Visogno
Il
bivacco Bottani-Cornaggia
è dedicato alla memoria degli alpinisti Nino Bottani e Siro Cornaggia,
ed è collocato, a 2327 metri, fra le balze del circo terminale
a monte dell'alpe Visogno, ai piedi della cima di Malvedello (m. 2640)
C costituisce un ottimo punto di appoggio per chi volesse effettuare
interessantissime ma poco praticate traversate, dall'alta Costiera dei
Cech alla Valle dei Ratti (bivacco
Primalpia e rifugio
Volta), per il passo di Visogno, o alla Val Masino (alta Valle di
Spluga e Valle dell'Oro, dove si trova il rifugio Omio), per i passi
di Visogno, Colino e del Calvo. Teniamo, però, presente che,
pur essendo un bivacco, non è sempre aperto, per cui chi intendesse
fruirne deve chiedere le chiavi, a Morbegno presso Oscar Scheffer del
GAM di Morbegno (tel.: 0342 611022), oppure agli alberghi Scaloni o
Ville di Poira, a Poira di Civo, o, infine, da Anselmo Tarca, all’alpe
Visogno o al Pre’ Soccio.
Il bivacco è stato posato nel 1983 ed è di proprietà
del G.A.M. (Gruppo Aquile di Morbegno), lo stesso che ha anche posato
la croce sulla quota 2585, a nord-ovest del bivacco. Dispone di 9 cuccette,
un tavolo ed una panchina ribaltabile. Non confidiamo troppo, invece,
nella possibilità di procurarci acqua nei dintorni: la Costiera
dei Cech è in generale piuttosto arida, per cui è meglio
portarne una buona scosta da casa.
La salita al bivacco parte da Poira di Civo, dove possiamo
lasciare l’automobile nel piazzale della chiesetta (m.1077). Mettiamoci,
dunque, in cammino, seguendo le indicazioni relative al Sentiero dei
Tre Cornini, identificato dal numero 23. Il punto di partenza è
indicato da due cartelli della Comunità Montana
Valtellina di Morbegno, che indicano il Pre Soccio (italianizzazione
del Pre Sücc) ed il bivacco Bottani Cornaggia (attenzione a non
imboccare, invece, la pista sulla destra - sentiero n. 23, per l'alpeggio
dei Pesc, la Croce di Roncaglia e l'alta Val Toate-). Iniziamo, così,
a percorrere per un breve tratto una pista fra alcune case di villeggiatura,
e troviamo, alla nostra sinistra, anche il vecchio cartello del Sentiero
dei Tre Cornini, che dà il Pra’ Succ ad un’ora, il
bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore, la croce GAM ed il passo di Vesogno
(o Visogno) a 4 ore. Poco più avanti alcuni cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno indicano il Pre Soccio, il bivacco Bottani
Cornaggia, l’Oratorio dei Sette Fratelli ed i Tre Cornini.
Nel primo tratto il sentiero, largo, come una mulattiera, procede quasi
diritto, in direzione del monte, ma con pendenza mite. Poi, ad un cartello
che ci ricorda come la pulizia del sentiero sia nelle nostre mani, piega
a sinistra e, con traccia più stretta, ma sempre molto bella
e riposante (il fondo è davvero buono), risale, con molti tornanti,
il versante boscoso sul lato occidentale del vallone che si apre, più
in basso, fra Poira e Roncaglia di Sopra. I segnavia rosso-bianco-rossi
sono pochi, ma non c’è pericolo di perdersi. A quota 1450
circa il sentiero è interrotto, per pochi metri, dalla nuova
pista tagliafuoco che proviene da Poira di Mello e si dirige a Funtanin,
in comune di Civo.
Scavalcata la pista, riprendiamo la salita, sempre all’ombra di
un bel bosco, fra betulle e pini. Ignorata una deviazione a destra (il
cartello “Sentiero per acqua” segnala la partenza di un
sentiero secondario, che conduce anch’esso a Pre Sücc, ma
al suo limite orientale, e passa per una sorgente alla quale si può
sperare di trovare acqua, ovviando ad un problema assai frequente nella
Costiera dei Cech), prendiamo a sinistra ed affrontiamo un lungo tratto
all’aperto, in direzione ovest. In questo tratto il sentiero viene
raggiunto, sulla sinistra, da quello, non segnalato, che sale a Pre
Sücc partendo da Poira di Mello,
e precisamente nei pressi della chiesetta di S. Margherita.
Proseguiamo sul nostro sentiero fino ad una svolta a destra: due rapidi
tornantini ci portano sul limite inferiore di sinistra (ovest) dell’alpe
Pre Sücc (o Pre Soccio, cioè Prato Asciutto,
m. 1650). Qui una nuova serie di cartelli segnala che il sentiero per
i Tre Cornini, il bivacco Bottani Cornaggia e l’Oratorio dei Sette
Fratelli non prosegue tagliando direttamente i prati, ma piegando per
un breve tratto a sinistra e risalendo il loro limite occidentale. La
traccia, per la verità, è poco evidente, per cui ci si
può affidare ad una seconda traccia che parte dal gruppo di baite
più basso, che incontriamo uscendo dal bosco, e sale verso sinistra.
In ogni caso non possiamo sbagliare: dobbiamo salire alle baite più
alte sulla sinistra del prati. Nella salita, abbastanza ripida, possiamo
concederci almeno una sosta per ammirare il panorama, già da
qui ottimo, sulla media Valtellina e l’intera catena orobica.
Una curiosità: l’alpe è tagliata dal confine fra
i comuni di Civo (a destra) e Mello (a sinistra). Le baite della parte
bassa appartengono al primo, quelle della parte alta al secondo.
Nella parte alta dei prati, sulla sinistra, dunque, si trovano tre baite
strette l’una all’altra, in un’antichissima comunanza
così frequente per ovviare all’asprezza della montagna:
lì troviamo la traccia di sentiero, che prende a destra, e poi
svolta a sinistra, portandoci ad un vecchio cartello della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno che dà i Tre Cornini ad un’ora
di cammino ed il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora e tre quarti.
Superata, quindi, l’ultima e più alta baita (m. 1727),
incontriamo, ad un bivio, i nuovi cartelli della Comunità Montana
(che, a differenza dei vecchi, non danno indicazioni sui tempi): prendendo
a sinistra si va all’Oratorio dei Sette Fratelli, mentre proseguendo
a destra si va ai Tre Cornini ed al bivacco Bottani Cornaggia.
Il
sentiero prosegue, dunque, verso destra (nord-nord-est), superando anche
un modesto corso d’acqua. Lo scenario è, qui, piuttosto
mesto: attraversiamo una sorta di cimitero di alberi, quel che resta
dopo un incendio che ha sfregiato una pineta che doveva essere davvero
molto bella. Oltrepassato il corso d’acqua, prestiamo un po’
di attenzione, perché il sentiero principale prosegue sulla nostra
sinistra, mentre a destra è raggiunto da una traccia secondaria
(che rischiamo di scambiare per quella principale).
Dopo qualche tornante fra scheletri d’albero ed alberi ancora
vivi e…vegeti, approdiamo, infine, ad una splendida radura, a
1850 metri di quota. La sosta ci consente di ammirare un bel panorama
sulla media Valtellina e sulle Orobie centro-orientali; salendo ancora,
però, avremo modo di goderne di migliori. Memorizziamo il punto
di uscita nella radura, per non perdere tempo a cercare il sentiero
quando torneremo, e proseguiamo, verso destra (indicazione su un masso),
entrando in una piccola selva che ci permette di aggirare, da destra,
appunto, una faticosa fascia di massi. Il sentiero piega, quindi, a
sinistra, esce dalla selva e taglia in diagonale, verso sinistra, massi
e pascoli. Ci troviamo nel cuore di un ampio vallone che scende dal
ramo orientale dell’alpe Visogno.
Il sentiero, con qualche tornante, guadagna quota risalendo il fianco
sinistro di questo vallone; seguendolo, tagliamo un ampio dosso, finché,
improvviso ed emozionante, si apre di fronte ai nostri occhio lo splendido
scenario dell’alpe Visogno, delimitato, a sinistra, dal lungo
crinale sul cui limite inferiore sono riconoscibili i suoi guardiani
di granito, i Tre Cornini. In alto, a nord, quasi sulla verticale del
baitone dell’alpe, la cima di Malvedello, elevazione poco pronunciata
sulla severa e gotica costiera di granito che separa la Costiera dei
Cech dalla Valle dei Ratti. Guardando, invece, a destra, cioè
a nord-est, distinguiamo, su una elevazione della
costiera che separa l’alpe Visogno dalla Val
Toate, la Croce di Roncaglia, o Ledino (m. 2093). Se, infine, guardiamo
alle nostre spalle, a sud, ottimo è lo scenario orobico, che
propone, in primo piano, le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola.
L'alpe Visogno è costituita da un ampio pianoro, sorvegliato
da due baite, a quota 2003 (comune di Mello). Prima di raggiungere queste
baite, incontriamo un cartello che dà il bivacco Bottani-Cornaggia
ad un’ora ed il rifugio Volta a 5 ore.
La piana dell'alpe, ampia, bellissima, è assai simile ad altre
piane non lontane e più note, come il Pianone della Val Porcellizzo
e la Piana di Preda Rossa, in Val Masino. Si tratta sempre, infatti,
di ciò che resta di antichissimi laghi di origine glaciale, che
hanno subito un lungo processo di interramento.
All'origine di questo processo sta il terreno di torbiera, un vero e
proprio tipo di suolo, di natura puramente o prevalentemente organica,
con una componente minerale nulla o trascurabile, che tuttavia ha anche
le caratteristiche di un substrato sedimentario, simile a quello dei
carboni fossili. Essa si forma nei pianori chiusi da bordi rialzati,
dove l’acqua, ristagnando, determina zone umide in cui il l'azione
di decomposizione viene rallentata dalla scarsa ossigenazione e dall'ambiente
acido. Si accumula, così, uno strato di materiale vegetale che
prende il nome di torba ed è caratterizzato da un elevato contenuto
di carbonio organico. La torbiera, nella sua lenta ma inesorabile avanzata,
si "mangia" molti laghi alpini: le specie vegetali producono
una quantità più o meno considerevole di materiale vegetativo,
i cui resti morti tendono ad accumularsi sul fondale, determinando un
suo graduale innalzamento. La diminuzione della profondità dello
specchio d’acqua offre, a sua volta, nuovi spazi che, quando sono
prossimi al pelo dell’acqua, vengono rapidamente colonizzati da
altre piante.
Si assiste, così, al graduale avanzamento, verso il centro del
lago, della vegetazione, costituita da comunità diverse che si
associano e si alternano nel processo di interramento. Le truppe d’assalto
sono quelle più acquatiche, mentre in retroguardia stanno quelle
meno igrofile, che colonizzano il suolo meno imbevuto d’acqua.
Ci si mettono, infine, anche, anche le vere e proprie piante acquatiche
che, approfittando delle acque che diventano sempre più ferme
e sempre meno profonde, ne ricoprono gran parte della superficie. Purtroppo,
dunque, il lago di Visogno, come si sarebbe chiamato, non c'è
più. Resta solo qualche pozza, nascosta più in alto, fra
le balze orientali a monte dell'alpe. La più bassa (m. 2117)
è facilmente raggiungibile portandosi sul limite destro della
piana e salendo a vista. Diverso è invece l'itineraio per il
bivacco.
E' tempo, dunque, di lasciare questi pensieri, che abbracciano tempi
smisurati, per tornare a misurare le nostre forze e rimetterci in cammino
verso la meta, già ben visibile, sulle balze del circo alto a
monte dell'alpe. Attraversiamo, dunque, la piana, con una diagonale
verso il limite sinistro, ritrovando, infine, il sentiero che, inizialmente,
sale verso sinistra, poi piega a destra (ignoriamo la traccia che punta
a sinistra, in direzione del cinale che scende ai Tre Cornini), effettuando
una lunga diagonale che ci porta allo speroncino di roccia su cui è
posto il bivacco Bottani-Cornaggia, in territorio del
comune di Mello.
La salita richiede, complessivamente, circa 3 ore e mezza, necessarie
per superare un dislivello approssimativo di 1250 metri, nello scenario
di grande bellezza delle guglie gotiche della testata della valle, che
culmina nella cima di Malvedello (m. 2640). Pernottare in questo luogo
solitario, vero regno delle aquile, che guarda dal suo lontano silenzio
al brulicare di vita del fondovalle, è sicuramente un’esperienza
di forte impatto emotivo. Superbo è il panorama: verso sud, in
particolare, le valli del Bitto di Albaredo e di Gerola si aprono, in
tutta la loro ampiezza, al nostro sguardo.
Accenniamo, ora, alle direttrici escursionistiche che si diramano dal
bivacco, partendo dalla traversata al bivacco Primalpia o al rifugio
Volta, in Valle dei Ratti, passando per il passo di Visogno. Alle spalle
del bivacco parte un percorso segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi
(gli stessi che
guidano ad esso). L'indicazione, su un grande masso, dei rifugi Volta
ed Omio si giustifica tenendo presente che dal passo di Visogno si scende
in alta Valle dei Ratti e quindi ci si può portare al rifugio
Volta, dal quale, poi, la traversata può proseguire fino al rifugio
Omio (per la via più diretta del passo della Vedretta o per quella
indiretta del passo di Primalpia e del passo del Calvo).
L’itinerario di salita al passo punta a nord-est, districandosi
fra gli ultimi magri pascoli ed una fascia di massi che occupa il piede
di una depressione sul crinale fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti
(depressione che non è visibile dal bivacco, ma che cominciamo
a vedere salendo). Più o meno a metà della salita, entriamo
nel territorio del comune di Civo. L’intaglio sul crinale è
il passo di Visogno (m. 2574), da cui si gode di un
ottimo colpo d’occhio sulla testata della Valle dei Ratti: distinguiamo,
da sinistra, l’affilato profilo del sasso Manduino (m. 2888),
la cima quotata m. 2846, la punta Magnaghi (m. 2871), le cime di Gaiazzo
(m. 2920 e 2895), il pizzo Ligoncio, la maggiore elevazione di questa
testata, con i suoi 3038 metri, i pizzi delle Vedretta (m. 2925) e Ratti
(m. 2907) ed, infine, il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), che,
da qui, sembra la cima più alta. Possiamo, da qui, scendere,
seguendo i segnavia, ai più alti pascoli dell'alpe Primalpia,
raggiungendo poi facilmente il ben visibile bivacco (m. 1980). Dal bivacco
la traversata può proseguire fino al rifugio Volta (m.
2242).
Dal passo di Visogno, però, possiamo anche portarci al passo
di Colino (m. 2630), che, dalla Valle dei Ratti, si riaffaccia
sulla Costiera dei Cech, in alta Val Toate. Per raggiungerlo, dobbiamo
prendere a destra, attraversando, con molta cautela, una fascia di grandi
massi e risalendo un più agevole canalino terminale. Che ci facciamo,
poi, in alta Val Toate? Se decidiamo di scendere, passando per la baita
del Colino e l'alpe Pesc, ci ritroviamo, alla fine, alla chiesetta di
Poira, dove abbiamo lasciato l'automobile (percorso n. 22). Se, invece,
vogliamo effettuare una traversata in Val Masino, dobbiamo portarci
al passo di Colino est, che fronteggia, ad una quota più bassa
(m. 2412) quello di Colino, a sinistra del Corno del Colino e della
Torre di Bering, e conduce in alta Valle di Spluga.
Raccontiamo, però, per concludere, un modo interessante e poco
noto di chiudere, in una sola giornata, l'escursione, tornando a Poira
per una via diversa ed assai meno faticosa di quella che passa per i
passi di Visogno e Colino. Questa via sfrutta un largo canalone che
si apre sulla costiera che separa l'alpe Visogno dalla Val Toate. Partiamo
dal bivacco ma, invece di seguire i segnavia, dirigiamoci verso est,
percorrendo un pianoro irregolare, fra pascoli, balze e rocce, e rimanendo
approssimativamente alla stessa quota. nella traversata, lasciamo il
territorio del comune di Mello per entrare in quello del comune di Civo.
Questo segmento della traversata, fino all’alta val Toate, è
segnalato da diverse frecce di color blu, che si fanno più frequenti
alla bocchetta di Toate. Si tratta, in realtà,
di un facile canalone che, dal pianoro, scende in alta val Toate. Non
è difficile trovarne il largo imbocco, a quota 2340 circa, anche
se, prima di raggiungerlo, dobbiamo attraversare una fascia di balze
che lo nascondono alla vista. Il canalone è occupato da massi,
anche malfermi, ma, seguendo le frecce, possiamo individuare una traiettoria
di discesa che, percorrendone prima il lato sinistro, poi portandosi
verso il centro ed infine leggermente a destra, li evita quasi interamente,
per approdare ai pascoli della valle, approssimativamente cento metri
più in basso rispetto all’imbocco. Continuiamo a seguire
le frecce che ci fanno tagliare, senza perdere quota, un dosso erboso,
su traccia di sentiero, per poi scendere decisamente verso la visibile
baita del Colino (m. 1937). Raggiunta la baita, possiamo
facilmente scendere, seguendo i segnavia, alle baite occidentali dell’alpe
Pesc (o, con brutta italianizzazione, Peccio, m. 1613) e di
qui, entrando in un bosco, fino al maggengo di Ledino
(m. 1181), da cui, per pista carrozzabile, raggiungiamo il piazzale
della chiesetta di Poira.
|
|
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
1250 m |
| Tempo |
3 h e 30 min |
|
-
Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sulla quota 2858, fra Cech e Valle
dei Ratti

La croce G.A.M., cioè la croce del Gruppo Aquile di Morbegno,
è stata posata nel 1982 sulla cima quotata IGM 2585, sul crinale
fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, ad ovest della cima di Malvedello
(m. 2640, massima elevazione del lungo crinale) e ad est del monte Sciesa
(m. 2487). La croce è dedicata agli alpinisti morbegnesi, ed
in particolare a Nandino Bottani. La quota 2585 è posta sull’angolo
di nord-ovest dell’ampio circo dell’alpe Visogno, mentre
sul lato opposto (nord-est), a quota 2575, si trova il passo di Visogno,
importante porta di accesso all’alta Valle dei Ratti.
La salita alla croce G.A.M. rappresenta la più impegnativa escursione
nel territorio del comune di Mello, sia per il considerevole dislivello
da superare, 1500 metri circa, sia per la natura non semplice del terreno
sulla quale si articola negli ultimi 300 metri. Alla prima difficoltà
possiamo ovviare pernottando al bivacco Bottani-Cornaggia, alla seconda
solo usando cautela ed evitando di metterci in cammino dopo abbondanti
piogge o in presenza di neve o ghiaccio. L’escursione si articola
così: partenza da Poira di Civo, salita a Pre Sücc, all’alpe
Visogno ed ai Tre Cornini, salita del lungo crinale a monte dei cornini
ed infine del ripido versante che dalla cima scende ad una grande conca
di sfasciumi quotata 2344.
Lasciata
l’automobile nel piazzale della chiesetta di Poira di
Civo (m. 1077), mettiamoci, dunque, in cammino, seguendo le
indicazioni relative al Sentiero dei Tre Cornini, identificato dal numero
23. Il punto di partenza è indicato da due cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno, che indicano il Pre Soccio (italianizzazione
del Pre Sücc) ed il bivacco Bottani Cornaggia. Iniziamo, così,
a percorrere per un breve tratto una pista fra alcune case di villeggiatura,
e troviamo, alla nostra sinistra, anche il vecchio cartello del Sentiero
dei Tre Cornini, che dà il Pra’ Succ ad un’ora, il
bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore, la croce GAM ed il passo di Vesogno
a 4 ore. Poco più avanti alcuni cartelli della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno indicano il Pre Soccio, il bivacco Bottani
Cornaggia, l’Oratorio dei Sette Fratelli ed i Tre Cornini, ma
non fanno menzione della Croce GAM.
Nel primo tratto il sentiero, largo, come una mulattiera, procede quasi
diritto, in direzione del monte, ma con pendenza mite. Poi, ad un cartello
che ci ricorda come la pulizia del sentiero sia nelle nostre mani, piega
a sinistra e, con traccia più stretta, ma sempre molto bella
e riposante (il fondo è davvero buono), risale, con molti tornanti,
il versante boscoso sul lato occidentale del vallone che si apre, più
in basso, fra Poira e Roncaglia di Sopra. I segnavia rosso-bianco-rossi
sono pochi, ma non c’è pericolo di perdersi. A quota 1450
circa il sentiero è interrotto, per pochi metri, dalla nuova
pista tagliafuoco che proviene da Poira di Mello e si dirige a Funtanin,
in comune di Civo.
Scavalcata la pista, riprendiamo la salita, sempre all’ombra di
un bel bosco, fra betulle e pini. Ignorata una deviazione a destra (il
cartello “Sentiero per acqua” segnala la partenza di un
sentiero secondario, che conduce anch’esso a Pre Sücc, ma
al suo limite orientale, e passa per una sorgente alla quale si può
sperare di trovare acqua, ovviando ad un problema assai frequente nella
Costiera dei Cech), prendiamo a sinistra ed affrontiamo un lungo tratto
all’aperto, in direzione ovest. In questo tratto il sentiero viene
raggiunto, sulla sinistra, da quello, non segnalato, che sale a Pre
Sücc partendo da Poira di Mello, e precisamente nei pressi della
chiesetta di S. Margherita.
Proseguiamo
sul nostro sentiero fino ad una svolta a destra: due rapidi tornantini
ci portano sul limite inferiore di sinistra (ovest) dell’alpe
Pre Sücc (m. 1650). Qui una nuova serie di cartelli
segnala che il sentiero per i Tre Cornini, il bivacco Bottani Cornaggia
e l’Oratorio dei Sette Fratelli non prosegue tagliando direttamente
i prati, ma piegando per un breve tratto a sinistra e risalendo il loro
limite occidentale. La traccia, per la verità, è poco
evidente, per cui ci si può affidare ad una seconda traccia che
parte dal gruppo di baite più basso, che incontriamo uscendo
dal bosco, e sale verso sinistra. In ogni caso non possiamo sbagliare:
dobbiamo salire alle baite più alte sulla sinistra del prati.
Nella salita, abbastanza ripida, possiamo concederci almeno una sosta
per ammirare il panorama, già da qui ottimo, sulla media Valtellina
e l’intera catena orobica. Una curiosità: l’alpe
è tagliata dal confine fra i comuni di Civo (a destra) e Mello
(a sinistra). Le baite della parte bassa appartengono al primo, quelle
della parte alta al secondo.
Nella parte alta dei prati, sulla sinistra, dunque, si trovano tre baite
strette l’una all’altra, in un’antichissima comunanza
così frequente per ovviare all’asprezza della montagna:
lì troviamo la traccia di sentiero, che prende a destra, e poi
svolta a sinistra, portandoci ad un vecchio cartello della Comunità
Montana Valtellina di Morbegno che dà i Tre Cornini ad un’ora
di cammino ed il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora e tre quarti.
Superata, quindi, l’ultima e più alta baita (m. 1727),
incontriamo, ad un bivio, i nuovi cartelli della Comunità Montana
(che, a differenza dei vecchi, non danno indicazioni sui tempi): prendendo
a sinistra si va all’Oratorio dei Sette Fratelli, mentre proseguendo
a destra si va ai Tre Cornini ed al bivacco Bottani Cornaggia. Di nuovo,
nessun riferimento alla Croce GAM. Il sentiero prosegue, dunque, verso
destra (nord-nord-est), superando anche un modesto corso d’acqua.
Lo scenario è, qui, piuttosto mesto: attraversiamo una sorta
di cimitero di alberi, quel che resta dopo un incendio che ha sfregiato
una pineta che doveva essere davvero molto bella. Oltrepassato il corso
d’acqua, prestiamo un po’ di attenzione, perché il
sentiero principale prosegue sulla nostra sinistra, mentre a destra
è raggiunto da una traccia secondaria (che rischiamo di scambiare
per quella principale).
Dopo qualche tornante fra scheletri d’albero ed alberi ancora
vivi e…vegeti, approdiamo, infine, ad una splendida radura, a
1850 metri di quota. La sosta ci consente di ammirare un bel panorama
sulla media Valtellina e sulle Orobie centro-orientali; salendo ancora,
però, avremo modo di goderne di migliori. Memorizziamo il punto
di uscita nella radura, per non perdere tempo a cercare il sentiero
quando torneremo, e proseguiamo, verso destra (indicazione su un masso),
entrando in una piccola selva che ci permette di aggirare, da destra,
appunto, una faticosa fascia di massi. Il sentiero piega, quindi, a
sinistra, esce dalla selva e taglia in diagonale, verso sinistra, massi
e pascoli. Ci troviamo nel cuore di un ampio vallone che scende dal
ramo orientale dell’alpe Visogno.
Il sentiero, con qualche tornante, guadagna quota risalendo il fianco
sinistro di questo vallone; seguendolo, tagliamo un ampio dosso, finché,
improvviso ed emozionante, si apre di fronte ai nostri occhio lo splendido
scenario dell’alpe Visogno, delimitato, a sinistra, dal lungo
crinale sul cui limite inferiore sono riconoscibili i suoi guardiani
di granito, i Tre Cornini. In alto, a nord, quasi sulla verticale del
baitone dell’alpe, la cima di Malvedello, elevazione poco pronunciata
sulla severa e gotica costiera di granito che separa la Costiera dei
Cech dalla Valle dei Ratti. Guardando, invece, a destra, cioè
a nord-est, distinguiamo, su una elevazione della costiera che separa
l’alpe Visogno dalla Val Toate, la Croce di Roncaglia,
o Ledino (m. 2093). Se, infine, guardiamo alle nostre spalle, a sud,
ottimo è lo scenario orobico, che propone, in primo piano, le
Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola.
Torniamo, ora, a guardare al crinale dei Tre Cornini: salendo, con lo
sguardo, fino al punto in cui esso termina sul ripido versante montuoso
e procedendo sulla verticale di quel punto, fino alla cima del versante,
possiamo esaminare il crinale sul quale è posta la quota 2585
e quindi la croce. Non riusciamo, però, ad individuare esattamente
il punto, sia perché la prospettiva non ci indica esattamente
dove sia la cima, sia perché la croce è davvero troppo
piccola per essere vista da qui (anzi, diciamolo subito, la vedremo
solo quando ci troveremo a pochi metri). Neppure riusciamo ad indovinare
esattamente la via di salita per gli ultimi 250 metri circa.
Comunque, sappiamo di dover raggiungere il crinale dei Tre Cornini.
Potremmo farlo sfruttando i due sentieri che salgono dall’alpe
e che sono visibili ad occhio nudo. Essi portano, però, a punti
posti a monte dei Cornini. Se non vogliamo perdere l’occasione
di un incontro ravvicinato con questi enigmatici guardiani del versante
orientale dei Cech, procediamo così. Portiamoci alla pozza d’acqua
nei pressi dei cartelli della Comunità Montana di Morbegno, che
danno il bivacco Bottani Cornaggia ad un’ora ed i Tre Cornini,
causa danneggiamento del cartello, ad un tempo imprecisato. Lasciamo,
ora, il sentiero per il bivacco, che si porta al baitone dell’alpe
ed alla splendida successiva piana, e prendiamo a sinistra. C’è
qualche rado segnavia che ci aiuta. Regoliamoci così. Alla nostra
sinistra si apre un avvallamento, e possiamo osservare tre piccoli pini
solitari. Passiamo a monte del primo e del secondo e, scendendo gradualmente
in diagonale, ci portiamo al terzo, che si appoggia ad un grande masso
sul quale si individua uno sbiadito segnavia. Appena oltre il masso,
siamo nel cuore dell’avvallamento (un nuovo segnavia sbiadito
è posto, qui, su un masso), e passiamo sul suo lato opposto,
salendo per un breve tratto, fino ad una fascia di massi che superiamo
con un po’ di cautela.
Ci
portiamo, così, a ridosso del fianco del crinale, ricoperto di
massi e macereti. Sulla nostra verticale, i Tre Cornini.
Seguendo i pochi segnavia, individuiamo la traccia di un sentierino
che lo risale, zig-zagando, e ci porta a ridosso dei tre grandi gendarmi
di granito (m. 2021). Non si tratta, come sembra da una certa distanza,
di massi monolitici, ma di aggregati di massi, posti proprio nel punto
in cui il crinale, con un brusco cambio di pendenza, scende ripido ai
boschi sottostanti, a monte dei Prati Ovest.
Questo luogo ha qualcosa di mitico, sembra richiamare un tempo lontanissimo
nel quale giganti, titani o altri esseri di ciclopiche dimensioni si
sono scontrati in epiche battaglie. L'atmosfera rimanda ad un denso
mistero: i Tre Cornini sembrano vegliare, o forse incombere sulla bassa
Valtellina, come un segno arcano che è difficile decifrare.
Superbo il panorama, dal gruppo dell’Adamello, lontano, sul fondo,
alla nostra sinistra, al monte Legnone ed all’alto Lario, alla
nostra destra. Dopo aver meditato sul significato dell’incontro
con i Tre Cornini, rimettiamoci in cammino, verso nord, seguendo il
sentierino che percorre il facile crinale erboso (appoggiandosi, in
alcuni tratti, all’uno o all’altro versante). Davanti a
noi, due grandi gobbe, prima che il crinale muoia contro il versante
montuoso. Incontriamo, salendo, anche un quarto e più modesto
cornino, prima di raggiungere, nel pianoro di quota 2117, un cartello
che segnala un trivio: a nord il sentiero che punta alla croce G.A.M.;
ad est, cioè a destra, un sentiero che taglia, in leggera discesa,
il fianco del crinale e si congiunge con quello che sale dall'alpe Visogno
al bivacco Bottani-Cornaggia; ad ovest, infine, una labile e difficile
traccia di sentiero che percorre l'alta Costiera, fra la quota 2200
e la quota 2000, fino all'Oratorio dei Sette Fratelli. Diciamo subito
che quest'ultima opzione è sconsigliabile: la traccia si perde
con troppa facilità ed oltretutto taglia valloni molto esposti.
Proseguiamo dunque verso nord, fino al punto nel quale si ha una brusca
impennata del crinale, che si fa assai ripido. La traccia tende a perdersi,
ed i pochi segnavia non ci sono di troppo aiuto. Dopo un primo tratto
nel quale procediamo tendendo leggermente a destra, comunque, cominciamo
a portarci verso sinistra. Al termine del crinale, vediamo il bordo
di una grande ganda. Il sentiero, però,
non lo raggiunge, ma rimane appena sotto il suo limite, proseguendo
verso sinistra, fino al piede di un nuovo e più imponente crinale,
che sale fino allo spartiacque Costiera dei Cech-Valle dei Ratti.
Inizia, ora, una serie di aspettative erronee. Ci aspetteremmo di dover
salire lungo questo crinale. Invece i segnavia volgono a destra e ne
tagliano la parte bassa del fianco, segnalando un sentierino che rimane
un po’ rialzato rispetto alla grande conca di sfasciumi di quota
2344, che ci stende alla nostra destra. Non dovremmo perdere questa
traccia, ma, in ogni caso, teniamo presente che taglia il versante erboso
a monte della conca, a nord-ovest, e conduce ai piedi di un primo canalone
erboso, che scende dallo spartiacque.
Proseguendo in diagonale, la traccia, sempre segnalata dai non abbondanti
e sbiaditi segnavia rosso-bianco-rossi, ci porta ai piedi di un grande
sperone di granito che delimita, sulla destra, il canalone. Osservando
con attenzione, avremo la netta impressione che prosegua nella sua diagonale
passando a valle dello sperone; invece un segnavia sulla sua parte bassa
ci indica che dobbiamo piegare a sinistra e salire lungo il canalone.
Salendo, abbiamo modo di osservare che questo, più in alto, si
divide in due canalini erboso gemelli, ripidi ma, almeno all’apparenza,
praticabili, per cui ci aspettiamo di dover salire di lì.
Altro errore: dopo il primo tratto di salita, i segnavia ci portano
sulla destra, ad una bocchettina erbosa che si apre nella roccia, una
specie di porta sorvegliata, sulla destra, da una curiosa formazione
rocciosa, che sembra una fiamma di granito (ricordiamoci di essa, nella
discesa). Ci affacciamo, così, ad un canalone gemello, dove la
traccia di sentiero prosegue nella salita con una prima diagonale a
destra, che ci porta sotto un’altra porta nella roccia, per poi
piegare a sinistra. È questo il punto di maggiore difficoltà,
perché la pendenza è notevole, l’erba (detta paiùsa)
è quella tipica a queste quote, resistente, se afferrata, ma
insidiosissima perché scivolosa.
Superiamo, zigzagando, questo tratto erto, e giungiamo in vista dello
spartiacque erboso terminale. La pendenza si attenua un po’, per
cui l’ultimo tratto della salita è più tranquillo.
Nelle soste, memorizziamo, però, bene le formazioni rocciose
sotto di noi, per evitare problematiche discese a vista nel ritorno.
Ci aspettiamo, ora, di salire diritti fino al crinale erboso, ed invece,
poco sotto il crinale, la traccia di sentiero piega decisamente a sinistra,
effettuando un breve traverso che ci porta proprio sotto la croce.
Alla fine la vediamo, pochi metri più in alto rispetto a noi,
sulla nostra destra, e raggiungiamo i 2585 metri della cima
(ben poco pronunciata, per la verità, dal momento che il crinale
è, in questo punto, quasi piatto. Dall'altra parte, una visione
superba, intensamente emozionante: improvvisa e sorprendente, l'intera
testata della val dei Ratti si apre di fronte al nostro sguardo.
Di eccezionale valore il panorama, anche se la cima di Malvedello e
la cima del Desenigo, a nord-est, nascondono alla vista il gruppo del
Masino. A nord, dunque, in primo piano, la testata della Valle dei Ratti,
delimitata, a sinistra, dall’affilato e facilmente riconoscibile
Sasso
Manduino (m. 2888), seguita, a destra, dalla punta Magnaghi (m. 2871),
dalle cime di gavazzo (m. 2920 e 2895) e, proprio al centro, dall’arrotondato
e poco pronunciato pizzo Ligoncio (m. 3032). Più a destra ancora,
i pizzi della Vedretta (m. 2907) e Ratti (m. 2919), ed il monte Spluga,
o cima del Calvo (m. 2967), alla cui destra si intravede uno spicchio
appena della Val Ligoncio, in Val Masino. Vorremmo vedere di più,
ma l’impressionante (vista da qui) cima di Malvedello (m. 2640),
che mostra un vertiginoso salto roccioso sulla Valle dei Ratti, ce lo
impedisce. Alla sua destra, la quota 2676 e la cima del Desenigo (m.
2845), che scende, a destra, alla depressione del passo del Colino (m.
2630), dietro la quale si vede solo una piccola porzione del crinale
che scende verso sud-est dal monte Disgrazia (m. 3678).
Si vedono bene invece, procedendo verso destra, i Corni Bruciati (m.
3097 e 3114). Alle loro spalle, uno scorcio di Valmalenco, con il pizzo
Scalino e la punta Painale. Più lontano ancora, appena distinguibile,
il pizzo Combolo, alle porte della Val Fontana. Poi lo sguardo si perde,
ad est, nella vaga lontananza del gruppo dell’Adamello. Segue,
a sud-est, la catena orobica: solo lo sguardo esperto vi distingue i
tre “Tremila”, vale a dire i pizzi di Scais, Redorta e Coca;
alla loro destra, riconoscibile per la regolare forma conica, il pizzo
del Diavolo di Tenda. Ancora più a destra, ecco un bello spaccato
della Val Tartano. Ma sono le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola
a mostrarsi in primo piano, ed in tutta la loro bellezza, a sud. Si
vede quasi interamente, a sud-ovest, anche la Val Lésina, con
il monte Legnone a fare da gendarme sul suo limite occidentale.
Proseguendo verso ovest, a destra della sottile punta del Legnoncino,
ecco un bello scorcio dell’alto Lario e delle cime della Mesolcina.
Alle loro spalle, in una lontananza appena afferrabile, il gruppo del
Monte Rosa. Ad ovest e nord-ovest, infine, vediamo la bassa Valchiavenna,
che propone la serrata teoria delle valli del suo versante occidentale.
Questo panorama ripaga ampiamente le oltre quattro ore di cammino necessarie
per superare 1500 metri di dislivello in altezza. Peccato che l’ultima
parte dell’escursione non sia servita da una capillare segnalazione:
la speranza è che quando questa relazione sarà
letta, quest’ultima notazione risulti superata.
Chiudiamo con un’avvertenza: incamminandoci sulla via del ritorno,
ricordiamoci di prendere a sinistra, fino al masso con un segnavia che
segnala il punto in cui piegare a destra ed iniziare la ripida discesa.
|
|
| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1500 |
| Tempo |
4 h |
|
-
Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Un eremo alto fra gli alpeggi di
Mello
Eremo: luogo appartato, lontano dal mondo, nel quale gli uomini che
vogliono percorrere la strada della santità vivono di preghiere
e rinunce, cercando nel silenzio la voce di Dio. In Valtellina c’è
un luogo che sembra corrispondere, più di ogni altro, a questa
definizione. Un luogo dove la solitudine ti circonda da ogni lato, e
le finestre del tempo sembrano schiudersi su prospettive inattese, lasciando
filtrare, come lame di luce, le atmosfere di un passato di cui si è
persa la voce. È l’oratorio dei Sette Fratelli. Un piccolo
luogo di preghiera perso in un oceano di prati alti, appena sopra i
duemila metri, ai piedi delle guglie di granito che separano la Costiera
dei Cech dalla Valle dei Ratti. Un luogo misterioso, lontano dagli altri
luoghi della presenza dell’uomo (il più vicino alpeggio,
i prati Consiglio, se ne sta quasi 700 metri più in basso, a
due ore di cammino). Cosa ci fa qui questo luogo di preghiera? Forse
il suo significato è proprio legato all’idea di un ritiro
dal mondo.
Salire fin qui è un’esperienza che lascia il segno. Qui
lasciamo anche le parole che forse potrebbero dare corpo alla profonda
emozione.
Non riusciamo a portarle via. Restano qui, assorbite nel silenzio, che
è più forte, qui. Vediamo, almeno, di raccontare come
dirigere i nostri passi a questa dimora del silenzio.
Punto di partenza è la chiesa di S. Giovanni di Bioggio,
un altro luogo sacro, ma di segno diverso, una potente affermazione
delle forze del bene a ridosso dell’oscuro e profondo salto del
vallone di S. Giovanni. La raggiungiamo portandoci ella parte occidentale
di Mello, cioè alle frazioni di Bernedo di Fuori e di Dentro.
Qui parte una pista carrozzabile che, superata la cappella di S. Antonio
ed il vallone di S. Giovanni, porta alle spalle della chiesa, dove possiamo
lasciare l’automobile. La pista prosegue per i prati di Aragno;
noi, a piedi, invece di seguirla, imbocchiamo un sentiero, che si trova
proprio alle spalle della chiesa, sul lato destro della pista, e che
sale nel bosco di castagni (facciamo attenzione a non seguire la traccia
che corre, verso destra, quasi pianeggiante, in direzione del solco
del vallone, ma quella che sale, decisa, sul filo del dosso). Si tratta
di un sentiero diritto e diretto, di quelli pensati per agevolare lo
strascico del legname verso valle. Seguendolo, tagliamo per tre volte
la pista sterrata, risparmiando parecchio tempo.
Nell’ultimo tratto, però, non lo troviamo più, e
dobbiamo seguire la più monotona e tranquilla pista, fino ai
prati di Aragno (1146 metri), che dalla pista non si
vedono (per vederli, dobbiamo lasciarla, sulla sinistra, raggiungendo
il loro limite inferiore). Possiamo giungere fin qui anche con l’automobile:
il fondo della pista non è buono, ma neppure pessimo. A monte
delle baite, che se ne stanno nella parte alta dei prati, la pista termina
in uno slargo, lasciando il posto ad un sentiero, in corrispondenza
di un cippo che ricorda un giovane tragicamente morto collaborando al
taglio di una pianta.
Dopo aver descritto una diagonale verso nord ovest, il sentiero ci fa
passare dal territorio del comune di Mello (cui appartengono i prati
di Aragno) a quello del comune di Traona, e conduce ai prati
di Bioggio (m. 1258), ampio terrazzo estremamente panoramico,
soprattutto in direzione della bassa Valtellina e dell’alto Lario.
Guardando, invece, verso nord distinguiamo chiaramente il poggio che
sta
sulla verticale dei prati, denominato Piazzo della Nave: nella salita,
passeremo di lì.
Salendo un poco, presso alcuni grandi massi disseminati nel prato, troviamo
una sorpresa inattesa: invisibile da sotto, ecco una pista tagliafuoco,
che proviene dalla lontana alpe Piazza, sul limite occidentale della
Costiera dei Cech, sopra Cino, e prosegue ancora per un breve tratto
verso est (alla nostra destra), prima di fermarsi a ridosso dei paurosi
dirupi che, più in basso, precipitano nel vallone di S. Giovanni.
Seguiamo la pista, verso destra (est), solo per pochi metri, finché
troviamo, sulla sinistra, la partenza di un sentiero che sale, in diagonale,
verso destra, superando alcuni ruderi di baita e portando ad una nuova
fascia alta di prati, a 1348 metri. Fino a qualche tempo fa una simpatica
bandiera gialla ci accoglieva nell’approdo a questi prati; ora
non c’è più.
Dobbiamo, ora, puntare alle baite nella parte alta dei prati, e proseguire
sul sentiero che parte alle loro spalle. Cominciamo a trovare, su alcuni
sassi, dei segnavia blu. Il primo è rappresentato da una freccia,
sotto la quale è riportata la sigla 7 F, che sta, ovviamente,
per “Sette Fratelli”. Dopo un tratto verso destra, incontriamo
un piccolo trogolo, cioè vasca per la raccolta dell’acqua,
problema essenziale in queste montagne particolarmente aride. Il sentiero
inanella alcuni tornantini, e, salendo troviamo altri due trogoli, prima
di un bivio segnalato, a poca distanza di una baita isolata, a monte
dei prati. Su un masso la freccia blu ci indica che dobbiamo, ora piegare
a destra (il sentiero che procede diritto effettua una lunga traversata
fino ai prati Brusada, m. 1584, a monte di Cercino).
Una
diagonale verso destra ci porta al rudere di baita quotato m. 1445,
dove pieghiamo a sinistra. Sempre guidati dai segnavia e da qualche
fettuccia blu sul tronco di alberi, inanelliamo alcuni tornanti in una
rada selva, prima di uscire ad un terreno scoperto, occupato da rada
boscaglia, effettuando prima una diagonale a destra, poi un’ultima
a sinistra, che ci porta al terrazzo denominato Piazzo della
Nave (m. 1637), che appartiene sempre al territorio del comune
di Traona. Qui incontriamo un elemento fortemente mitico, anche se affonda
le sue radici nel racconto veterotestamentario: la denominazione del
luogo, infatti, si ricollega ad una leggenda, secondo la quale l'Arca
di Noè sarebbe approdata, dopo la lunga navigazione nell'oceano
desolato provocato dal diluvio universale, sulla terraferma proprio
qui, attraccando ad un grosso masso arrotondato, ben visibile sul limite
inferiore orientale del Piazzo (per vederlo, dobbiamo scendere di qualche
metro, e guardare a sinistra). Forse un albero a poca distanza dal masso
servì per assicurare la nave nei pressi di quello che doveva
essere un grande scoglio. Forse. Quel che è certo è che
l’albero si è prima rinsecchito, probabilmente colpito
da un fulmine, ed ora non è più neppure lì, a vegliare
presso il masso: lo hanno tagliato e lasciato a poca distanza. È
altrettanto certo che questo ampio poggio, collocato approssimativamente
al centro della Costiera dei Cech, ne è un po' come l'ombelico,
il luogo in cui sembrano riassumersi le sue suggestioni ed il suo fascino.
Lasciamoci prendere, dunque, dal gusto di questo fascino, immaginiamo
il vegliardo Noè guardare compiaciute questa nuova terra, la
terra della rinascita, immaginiamo tutte le specie animali scendere
dall’arca e disperdersi fra queste montagna. Alcune per rimanervi
e riprendere, dopo la pausa dell’epica navigazione, l’antichissima
lotta (come la vipera e l’aquila), altre per lasciarle, alla ricerca
di climi più adatti.
E Noè? Il suo cuore è rimasto qui. Racconta, infatti,
la leggenda che egli ami tornare, ogni anno, nelle notti di agosto,
a visitare questi luoghi. Lo sanno i pastori, che in queste notti ne
scorgono, per qualche istante appena, l’ombra, la quale si aggira,
discreta e silenziosa, a ricercare i ricordi che rimandano al giorno
in cui di nuovo tornò a baciare la terraferma. Ed i pastori amano
ricordare questo, anche per tacitare i loro "colleghi" del
versante orobico che fronteggia i Cech, cioè i Maroch, i quali
pure vantano un Piazzo della Nave, nei boschi sopra Delebio. Immersi
in questi pensieri, gustiamo per qualche attimo ancora l’ottimo
panorama verso sud, che va dalle Orobie centrali all’alto Lario,
prima di riprendere la salita.
Il sentiero riprende sul lato nord del terrazzo, alle spalle dei pochi
pini solitari (una fettuccia su un albero aiuta ad individuare il punto),
e sale quasi diritto, piegando poi leggermente a destra, fino a raggiungere
un punto che vale la pena memorizzare in vista del ritorno (sopra il
Piazzo della Nave, infatti, non ci sono più segnavia; ricordiamoci,
scendendo, che qui dobbiamo piegare a destra): si tratta di una specie
di punto di svolta, dal quale, per la prima volta, guardando in alto,
a destra di una rada pineta persa nel mare d’erba, vediamo la
meta, l’oratorio. Qui il sentiero piega a sinistra e, zigzagando,
guadagna il filo di un largo dosso, sul cui fianco destro si stende
la rada pineta, e sul quale corre anche, senza che ce ne accorgiamo,
il confine fra i comuni di Traona, alla nostra sinistra, e Mello, alla
nostra destra. Qualche parola sulla pineta, che, per quanto rada, è
un piccolo gioiello. Si tratta di una pineta costituita da pini silvestri:
il pino silvestre è un po' il signore della Costiera dei Cech,
che ha colonizzato approfittando della situazione climatica particolare,
che garantisce inverni assai miti.
La salita prosegue decisa, con poche serpentine, in uno scenario quasi
surreale: numerosi scheletri d’albero, infatti, con i rami rinsecchiti
protesi verso l’alto in modo bizzarro e quasi patetico, danno
l’idea di una sorta di cimitero degli alberi, simile a quel mitico
cimitero nel quale, si dice, gli elefanti si rechino a morire. L’oratorio,
apparso per pochi istanti, già non si vede più. Si vede
bene, invece, in alto, la cima del monte Sciesa (m. 2487), che sorveglia
questo quadrante della Costiera dei Cech. Dobbiamo fiancheggiarla tutta,
la pineta, fino al suo limite superiore, prima che il sentiero, raggiunti
i 2010 metri, pieghi a destra, riportandoci, con un ultimo tratto in
leggera salita, nel territorio del comune di Mello.
Eccolo, finalmente, l’oratorio dei Sette Fratelli,
finalmente vicino, amico. Eccolo, dopo quasi 4 ore di cammino (il dislivello,
se siamo partiti da S. Giovanni di Bioggio, è approssimativamente
di 1300 metri). Eccolo, nella mistica compagnia di una grande croce
lignea tridimensionale, con una campanella che ogni visitatore può
far risuonare, per dar voce alla gioia che si libera, dopo tanta fatica.
Purtroppo non possiamo entrare nell’oratorio, che, per impedire
l’ingresso degli animali (è, questo, luogo di cui sono
padrone capre errabonde ed impertinenti: fra gli ospiti dell'Arca di
Noè, questi animali sono stati, senza dubbio, i più entusiasti
dei luoghi cui essa è approdata), è sbarrato da assi di
legno.
Nulla ci impedisce, invece, di ammirare il panorama, che, per la verità,
è meno ampio di quello che si apre più in basso, perché
le due costiere ad oriente e ad occidente chiudono un po' la visuale.
Ad est, cioè alla nostra sinistra, osserviamo il lungo dosso
che ospita, ad una quota pressoché identica a quella dell'oratorio,
i Tre Cornini, e che chiude la visuale sulla media Valtellina. Si mostra,
invece, quasi interamente la catena orobica, dalle sue propaggini orientali
a metà circa della Val Lesina. Il dosso che abbiamo risalito,
infine, chiude a destra la visuale, sottraendo ai nostri occhi il monte
Legnone, la bassa Valtellina e l'alto Lario. Guadando verso il basso,
vediamo, alla nostra
sinistra, il solco che, da modesto avvallamento, si approfondisce gradualmente,
man mano che scende, nell'oscuro vallone di S. Giovanni. A sinistra
del vallone, vediamo tutta la bella piana di Poira, con Poira di Dentro
e di Fuori. Sul fondovalle, infine, ottimo è il colpo d'occhio
su Talamona e Morbegno, alle cui spalle si aprono le Valli del Bitto
di Albaredo e Gerola.
Alle spalle dell'oratorio, sul crinale erboso, riusciamo a distinguere
una traccia di sentiero, che scende per un buon tratto prima di scomparire
alla nostra vista. Si tratta del sentiero che effettua una lunga traversata,
intercettando il sentiero per l'alpe Visogno poco sopra il Pre Soccio,
ad una quota, cioè di circa 1750 metri. Un sentiero, però,
non segnalato, dalla traccia incerta, sconsigliabile, quindi, anche
perché, se lo perdiamo, non abbiamo la possibilità di
scendere a vista, dal momento che passiamo a monte dei dirupi che convergono
nel vallone di S. Giovanni. All'oratorio scende (ma non lo si distingue)
anche un secondo sentiero, che effettua una traversata alta (2100-2200
metri) fra gli ultimi pascoli e le formazioni rocciose della Costiera,
fino al dosso a monte dei Tre Cornini. Si tratta di un sentiero altrettanto
sconsigliabile, perché non segnato, incerto ed esposto.
E' tempo, però di dar voce ad una domanda, finora inespressa:
perché questo nome? Chi sono i sette fratelli? L’oratorio,
eretto nel 1761, è dedicato a S. Felicita, madre di sette figli,
tutti martirizzati e canonizzati, quindi santi come lei, nei primi secoli
dell’era cristiana. Ecco chi sono i sette fratelli: Gennaro, Felice,
Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, martirizzati al tempo
dell'Imperatore Antonino. Gennaro, dopo essere stato percosso con verghe
nel carcere, fu ucciso con flagelli piombati; Felice e Filippo furono
uccisi con bastoni; Silvano fu gettato in un precipizio; Alessandro,
Vitale e Marziale furono puniti con sentenza capitale. Un dipinto li
raffigura, insieme alla madre, sul fondo dell’oratorio.
Costei fu l'ultima ad essere uccisa, decapitata, dopo aver provato l'immenso
dolore per il supplizio dei figli, ma anche la consolazione di averli
visti tanto saldi nella fede da dare la vita per essa. La sua festa
viene celebrata il 23 novembre, ma possiamo comunque rivolgerle una
preghiera, tenendo anche presente che la devozione per questa santa
è particolarmente viva fra le donne che non riescono ad avere
figli e da lei implorano questa grazia.
Ma non c’è solo il riferimento alla storia della chiesa.
Esiste anche un’antichissima leggenda, curiosa, un po’ enigmatica,
assai meno tragica. E parla di una madre che aveva sette figli, inquieti,
monelli. Una madre, intenta, in una baita dell’alta
alpe, a “tarare” la polenta che stava cuocendo nel paiolo,
ad un certo punto si spazientì, perché i suoi sette figli,
intorno a lei, facevano troppo chiasso, non sapendo attendere tranquilli
che la polenta fosse servita. Sembra che la donna sia sbottata gridando:
“Via poch de bun, vün per cantùn”, cioè:
“Via, poco di buono, uno per ogni angolo”, sottinteso di
queste montagne. Ed in effetti i figli se ne andarono, proprio in sette
angoli diversi della bassa Valtellina, tutti visibili dal luogo della
dispersione, che poi divenne luogo di preghiera, l’Oratorio, da
allora chiamato “dei Sette Fratelli”.
La sfuriata della madre, oltre a regalarle un po’ di pace, ebbe
l’effetto di trasformare i figli indisciplinati in altrettanti
eremiti devoti, che fondarono sette chiese: S. Antonio, S. Pietro in
Vallate, San Giuliano sopra Dubino, S. Domenica a Delebio, S. Esfrà
sull’alto versante retico sopra Mello, S. Maria in val Gerola
e S. Giovanni di Bioggio. I sette fratelli
non ebbero più modo di ritrovarsi, né di vedere la madre,
ma un segno li legò sempre, un fuoco, acceso la sera, con il
quale segnalavano ciascuno agli altri che erano ancora in vita. Ma venne
per ciascuno il giorno della morte: e la sera di quel giorno non vide
il fuoco consueto, ma una nuova stella accendersi in cielo.
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1300 m |
| Tempo |
4 h |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Camminate e pedalate intorno a
S. Giovanni di Bioggio
La
chiesa prepositurale di S. Giovanni di Bioggio (m. 691) costituisce
uno dei luoghi più caratteristici dell’intera Costiera
dei Cech. È posta in un’incantevole radura sulla cima di
un bel poggio boscoso, a monte di Traona e ad occidente del profondo
vallone di S. Giovanni, che la divide da Mello. Sul limite inferiore
della radura si osservano ancora i resti di strutture di fortificazione,
che attestano l’importanza strategica del luogo. La chiesa è,
infatti, di origine medievale, ma subì una notevole trasformazione
nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario ingresso
rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda a sud.
Nel secolo successivo, e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente
doppia scalinata in serizzo, che consente di salire a tale ingresso.
Appena ad ovest della chiesa passa il confine che divide il territorio
del comune di Mello da quello di Traona, ma, al di là di questi
dettagli amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti
dei paesi vicini. La raggiungono da sud un sentiero che sale da Pianezzo,
frazione alta di Traona, da ovest una pista sterrata che proviene da
Cercino e da Bioggio ed infine da est una carrozzabile che parte da
Bernedo, frazione di Mello. Questo convergere di vie testimonia la sua
centralità nel cuore e nella devozione degli abitanti di questo
angolo dei Cech.
Può essere anche il cuore di interessanti itinerari ad anello,
escursionistici o di mountain-bike. Ecco alcune possibili camminate
o pedalate.
Assumiamo sempre come punto di partenza Traona, che
si raggiunge staccandosi dalla ss. 38, sulla sinistra, al primo semaforo
all’ingresso da Morbegno (per chi proviene da Milano), seguendo
l’indicazione per la Costiera dei Cech, superando
un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda e prendendo a
sinistra (strada provinciale Valeriana occidentale). Al termine del
lungo tirone che precede il paese, prendiamo a destra, impegnando la
strada che sale a Mello, e parcheggiamo l’automobile, mettendoci
in cammino, o salendo in sella. In questo secondo caso non dobbiamo
far altro che seguire la strada che, dopo 7 km e diversi tornanti, conduce
a Mello. Subito dopo l’ultimo tornante destrorso
che introduce alla parte bassa del paese, lasciamo la strada principale
prendendo a sinistra, per le vie S. Antonio e S. Giovanni. Proseguendo
a sinistra, attraversando le frazioni di Bernedo di
Fuori e Bernedo di Dentro. Alla strada asfaltata si sostituisce una
pista sterrata, che oltrepassa la cappella dedicata a S. Antonio, supera
un vallone secondario e si porta nel cuore del profondo vallone di S.
Giovanni. Raggiunto il lato opposto del vallone, la pista conduce, in
breve, alle spalle della chiesa di S. Giovanni, dove
ci accoglie, sicuramente gradita, una fresca fontana.
Vediamo, ora come giungere fin qui a piedi. Lasciamo sempre l’automobile
all’inizio della strada per Mello, ma ora, invece di seguirla,
tagliamo per la mulattiera che, salendo per la frazione Coffedo, porta
all’ex-convento di S. Francesco, proponendoci una serie di cappellette
che corrispondono alle tappe della via crucis. Alle spalle del convento
la mulattiera prosegue salendo fino ad un tornante destrorso della strada
per Mello. Dopo un breve tratto di questa strada, possiamo di nuovo
sfruttare un scorciatoia, che ci evita un bel pezzo di asfalto. Raggiunto
il terzo tornante destrorso della strada per Mello,
ci ritroviamo alla frazione di Consiglio, che appartiene
già al comune di Mello (mentre Coffedo e l’ex-convento
di S. Francesco rientrano nel territorio di Traona). Qui, seguendo un’indicazione
per il castello, lasciamo la strada, sulla sinistra, ed imbocchiamo
una stradina che diviene, ben presto, sentiero; seguendolo, in pochi
minuti raggiungiamo i ruderi del castello
di Domòfole (m. 537), ai quali, purtroppo, non possiamo
avvicinarci, perché sono pericolanti.
Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro
e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente
Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato
la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata
piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga, accusata
ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo.
A metà strada fra terra buona e miele, dunque, sta un luogo legato
ad una vicenda amara, ad una terra infelice, la terra dell’ingiusta
prigionia.
Una leggenda popolare assai diffusa racconta che una regina è
stata ingiustamente rinchiusa fra queste austere mura. Una regina che
neppure dopo la morte ha potuto trovare pace per la calunnia che l’ha
colpita. Una regina che, nelle chiare notti estive, torna a visitare
il luogo delle sue sofferenze, vestita del colore dell’innocenza,
cioè di bianco. Sembra che si aggiri, senza pace, nei sotterranei,
ma talvolta esce all’aperto, forse a guardare il cielo. La si
può scorgere, passando nei pressi del castello nel cuore della
notte. Si può vedere una figura diàfana, la figura di
una dama bianca, che si staglia contro il cielo, incerta e pallida come
un riflesso della luna, alta, in cima alle mura diroccate, come una
candida torre d’avorio, silenziosa, come il cuore di una notte
senza vento. Una figura che ispira pietà più che paura.
Se,
invece, vogliamo lasciare il terreno fascinoso della leggenda per portarci
su quello più freddo ma solido della storia, possiamo riassumere
le vicende del castello in queste note riassuntive: fu edificato intorno
al 1100 e di esso furono investiti i Vicedomini, feudatari del vescovo
di Como; fu poi preso e distrutto dai Vitani, loro rivali, nel 1292;
successivamente riedificato, venne distrutto definitivamente nel 1524
dai Grigioni, i quali, per impedire moti di rivolta ed ostacolare invasioni
di eserciti ostili durante la loro dominazione della terra di Valtellina,
ne operarono un sistematico smantellamento delle fortezze.
Ora dobbiamo cercare, alle spalle del castello, il sentiero che risale
il dosso boscoso a monte dei ruderi, fino ad intercettare la pista che
da Mello porta a S. Giovanni di Bioggio, proprio in corrispondenza della
cappella dedicata a S. Antonio, a circa 655 metri di
quota. Calcoliamo 20-30 minuti di salita dal castello alla cappella.
Ora non dobbiamo far altro che percorrere la pista verso sinistra, attraversare
il vallone di S. Giovanni e raggiungere l’omonima chiesa.
Raccontiamo subito la possibilità di chiudere per la via più
breve l’anello a piedi. A fianco della chiesa, ad ovest, corre
una pista secondaria, che si stacca da quella principale, e diventa
ben presto un sentiero che scende, con diversi tornanti, nella splendida
cornice di un bosco di castagni, gino a raggiungere le case più
alte della frazione di Pianezzo, sopra Traona. Qui
intercettiamo una strada asfaltata, che però seguiamo solo per
breve tratto: appena oltrepassato un ponte, lasciamola sulla sinistra,
in corrispondenza di un parcheggio, per impegnare una larga mulattiera
che passa fra le case della frazione.
Dopo un breve tratto, pieghiamo a destra, proseguendo nella discesa.
La mulattiera ha un largo ed ottimo fondo in grisc, cioè
è lastricata da pietre arrotondate sapientemente disposte. Scendiamo,
così, fino a passare a destra di un ponte, cui giunge una strada
asfaltata; noi, però, continuiamo a scendere sulla sinistra,
circondati da splendidi vigneti. Siamo sul versante che si trova immediatamente
a monte di Traona, di cui godiamo di uno stupendo colpo d’occhio.
La discesa ci porta al piazzale a ridosso dell’imponente chiesa
parrocchiale di S. Alessandro (m. 285), dalla quale la visuale
su Traona, sulla bassa Valtellina e sull’alto Lario è davvero
sorprendente. Prendiamo, quindi, a sinistra, rimanendo nella parte alta
del paese: in breve, intercettiamo la strada per Mello, poco sopra il
punto nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Torniamo, però, ora a S. Giovanni di Bioggio, per raccontare
come si possono chiudere anello più ampi. Un secondo anello,
godibilissimo sia in mountain-bike che a piedi, sfrutta la bella mulattiera
che sempre da Pianezzo sale a Bioggio. Bioggio, si badi, non è
S. Giovanni di Bioggio, ma un piccolo nucleo di case, con una chiesetta
dedicata a S. Maria, che si trova un po’ più in alto, ad
occidente. Lasciamo, dunque, la chiesa di S. Giovanni, salendo lungo
la pista sterrata che conduce ai prati di Aragno (m. 1146). Al secondo
tornante destrorso, lasciamo questa pista per imboccare, sulla sinistra,
una pista che sale da ovest. Seguendo questa seconda pista, dopo un
breve tratto in leggera discesa, raggiungiamo il nucleo di Bioggio
(m. 771), dove si trova la già citata chiesetta di S. Maria.
Chiesetta assai umile, all’aspetto, ma di grande importanza storica,
in quanto fino al Quattrocento fu la chiesa più importante di
Traona, prima di essere sostituita dall’imponente chiesa di S.
Alessandro. Tornò, più tardi, ad assumere un ruolo importante
in quanto i cattolici tornarono ad esercitarvi il culto quando la chiesa
di S. Alessandro fu occupata dai protestanti. Oggi di queste contese
religione non resta neppure più l’eco, ed il silenzio del
luogo suggerisce pensieri di armonia e concordia.
La pista prosegue, nella discesa, per altri due km, fino a Cercino,
ma noi possiamo sfruttare un’interessante alternativa, soprattutto
se siamo a piedi: la già menzionata mulattiera che scende a Pianezzo.
Per trovarne la partenza dobbiamo lasciare la pista appena prima della
chiesetta, sulla sinistra, attraversando un prato, sul cui limite inferiore
inizia la traccia marcata della mulattiera, che scende con diversi ornanti
e con andamento regolare e non troppo ripido. Il fondo è buono,
in grisc, e la cornice è quella di un fiabesco bosco di castagni,
intervallato da qualche radura. Durante la discesa la mulattiera viene
intercettata da un sentiero e da una pista che provengono da destra
e proseguono sulla sinistra, e che noi ignoriamo. Superiamo, scendendo,
un masso troviamo anche un segnavia rosso-bianco-rosso con il numero
“25” ed una bella fontanella, sulla nostra destra.
Poi usciamo per un tratto dal bosco, per rientrarvi e raggiungere il
cuore del vallone del torrentello che attraversa il centro di Traona.
Superato il modesto corso d’acqua, raggiungiamo una pista sterrata
che, ben presto propone il fondo in asfalto. Siamo alle case alte di
Pianezzo, al punto raggiunto anche dal sentiero che scende diretto da
S. Giovanni di Bioggio. Dopo un tornante destrorso, raggiungiamo il
ponte sul torrentello, oltre il quale, sulla sinistra, si trova il già
citato parcheggio.
Ora, se siamo a piedi concludiamo la discesa lasciando, sulla sinistra,
la strada, attraversando le case e sfruttando la mulattiera che porta
alla chiesa di S. Alessandro, di cui sopra abbiamo parlato (ma possiamo,
ovviamente, sfruttarla anche sulle due ruote); se, invece siamo in sella,
possiamo prolungare un po’ l’anello scendendo lungo la strada
asfaltata. Scendendo, ignoriamo una deviazione, segnalata, sulla destra,
che porta a Moncucco, ed una seconda deviazione, sulla sinistra, che
porta a Moncucco basso.
Alla fine, dopo aver superato, sulla nostra destra, una bella dimora
con un dipinto sulla facciata, intercettiamo la strada asfaltata che
proviene da Cercino, o meglio, dal terzo tornante della strada che sale
dalla provinciale Valeriana, sul fondovalle, a Cercino. Seguiamo questa
strada, verso sinistra, e la nostra discesa si conclude ad un secondo
ponte sul torrente
di Traona, superato il quale possiamo immetterci nella mulattiera che
da Pianezzo scende a S. Alessandro, e chiudere, così, quello
che potremmo chiamare l’anello di S. Giovanni.
Anello che può essere ulteriormente allargato in due modi: da
Bioggio possiamo ignorare la mulattiera, proseguire sulla pista che
scende a Cercino e da Cercino scendere alla via provinciale
Valeriana occidentale: qui prendiamo a sinistra e torniamo
a Traona, chiudendo l’anello; possiamo anche scendere per la mulattiera
a Pianezzo, proseguire fino ad intercettare la strada che proviene da
Cercino e, invece di continuare la discesa diretta a S. Alessandro di
Traona, seguire quest’ultima verso destra, fino ad intercettare
la strada che sale a Cercino, seguendola, poi, in discesa fino alla
provinciale Valeriana, per la quale torniamo a Traona. I
nsomma, le possibilità sono diverse, e possono anche essere diversamente
ricombinate. Senza dimenticare un’ulteriore possibilità,
per bikers dai muscoli d’acciaio: da S. Giovanni di Bioggio possiamo
salire ai prati di Aragno, scendere di sella per un
breve tratto, sul sentiero che sale ai prati di Bioggio
(m. 1348), e qui intercettare l’ultimo segmento occidentale della
pista tagliafuoco che percorre l’intera media costiera dei Cech,
dall’alpe Bassetta fino ai prati di Bioggio. Risaliti in sella,
possiamo percorrere la pista fino all’alpe Piazza,
dalla quale, per una comoda pista sterrata, scendiamo a Cino.
Da Cino, seguendo una strada asfaltata, possiamo, poi, portarci a Cercino,
e di qui tornare a Traona per una delle vie sopra descritte.
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| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il terrazzo panoramico sopra Mello
La piana di Poira, posta sul limite orientale della media
Costiera dei Cech, ad un’altezza media che supera di poco i 1000
metri, ne rappresenta la perla, il luogo più gentile ed ameno.
Poira è, in realtà, un insieme di maggenghi, anche se
oggi la fisionomia contadina ha lasciato il posto ad un volto assai
più legato alla villeggiatura, poiché la quota ideale
anche per anziani e bambini e la cornice naturale assai gradevole e
tranquilla ne fanno una meta conosciuta ed ambita.
Dal punto di vista amministrativo è divisa in due, Poira di Dentro,
o Pira di Civo, ad est, e Poira di Fuori, o Poira di Mello, ad ovest.
Anche dal punto di vista della conformazione appare divisa in due: la
parte orientale è costituita da un ripiano più ampio,
una bella conca di prati, divisa fra i comuni di Civo,
ad est, e di Mello, ad ovest. La parte occidentale, invece, interamente
in comune di Mello, è costituita da una fascia di prati disposti
su un declivio non troppo ripido. Fra le due parti, una splendida pineta,
che occupa interamente un cocuzzolo poco pronunciato (m. 1118), luogo
ideale per passeggiate tranquille e meditazioni raccolte.
Si sale a Poira da Mello sfruttando una carrozzabile che si stacca,
sulla sinistra, dalla strada Mello-Civo, nella parte alta del paese
(località Ca’ Molinari), e che è in buona parte
asfaltata. La strada effettua un primo traverso in direzione nord-ovest,
poi, ad un tornante destrorso, volge ad est, fino al successivo tornante
sinistrorso, dove da essa si stacca, sulla destra, una carrozzabile
secondaria. Entrambi le piste conducono a Poira, ma la principale, che
prosegue verso nord-ovest, conduce a Poira di Fuori, cioè alla
parte più occidentale dei prati, ad ovest della pineta, mentre
il ramo secondario sale verso est-nord-est, e, dopo un paio di tornanti,
conduce ai prati che stanno ad est della pineta, sempre, però,
in territorio del comune di Mello.
Se vogliamo effettuare una bella passeggiata (godibilissima soprattutto
in autunno, ma anche nel periodo invernale) da Mello a Poira, possiamo,
però, sfruttare alcuni sentieri, che ci consentono di salire
più rapidamente, nel cuore dei boschi a monte di Mello. Propongo
un anello in senso orario, che si sviluppa così. Parcheggiamo
l’automobile presso la chiesa di S. Fedele, a Mello,
e, invece di portarci sulla parte alta del paese, dirigiamoci verso
il suo limite occidentale, cioè alla frazione di Bernedo,
dove parta una pista sterrata che attraversa il vallone di San Giovanni
e porta alla bellissima chiesa di San Giovanni di Bioggio (m. 691).
Non raggiungiamo, però, il cuore del vallone, perché,
in corrispondenza della cappella di S. Antonio (m.
660), ci stacchiamo dalla
pista sulla destra, e seguiamo un sentiero, non molto evidente, che
sale, ripido e diritto (con l’andamento tipico dei sentieri utilizzati
per lo strascico del legname), nel bosco, fino ad alcuni ruderi di baita.
Pieghiamo, quindi, a destra, seguendo una traccia di sentiero, che ci
porta nel cuore di una vallecola, che scavalchiamo, portandoci sul suo
lato opposto (orientale, di destra, per noi). Qui troviamo una nuova
traccia di sentiero, che ci porta, dopo una ripida e breve salita, alle
baite poste sul limite inferiore dei prati di Poira di Fuori
(m. 928), cioè dei prati più occidentali. Levando
in alto lo sguardo, vediamo il frastagliato crinale che separa la Costiera
dei Cech dalla Valle dei Ratti.
Risalendo i prati, raggiungiamo la pista che sale da Mello. Eccoci,
ora, di fronte ad un primo dilemma: tornare per la via più diretta
a Mello, magari dopo una visita ai prati superiori, o prolungare l’anello?
Nel primo caso sfruttiamo un sentiero che scende, diretto, alla parte
alta del paese. Della seconda possibilità diremo più avanti.
Troviamo il sentiero scendendo per un breve tratto lungo la carrozzabile
Mello-Poira: se ne stacca, sulla destra, e scende diretto nel bosco.
Più in basso intercetta di nuovo la pista, ripartendo sul lato
opposto, e ci porta alla contrada Pusterla, dalla quale scendiamo rapidamente
alla chiesa, recuperando l’automobile. Ovviamente potremmo sfruttare
questo sentiero anche per salire a Poira.
Vediamo, ora, la seconda possibilità. Raggiunta, dalla parte
bassa dei prati di Poira di Fuori, la pista che sale da Mello, dobbiamo
cercare una traccia di sentiero (poco evidente, per la verità),
che taglia, in direzione est, i prati a monte della pista, per effettuare
la traversata alla parte orientale dei prati di Poira. La traversata
può seguire due itinerari: il primo, più alto, passa per
le baite di Pegola (m. 1103), poste nei pressi di una sorta di porta
collocata fra la modesta elevazione interamente occupata dalla pineta,
a destra, ed il versante montuoso, a sinistra. La seconda possibilità,
invece passa per il cuore stesso della pineta.
Vediamo come regolarci se scegliamo la prima. Dobbiamo seguire l’ultimo
tratto, in salita, della carrozzabile, prendendo a destra e cercando,
alle spalle delle baite più alte, una traccia di sentiero che
risale i prati in diagonale, in direzione del nucleo di Pégola.
È possibile raggiungere Pegola anche su una traccia di sentiero
che resta più bassa, più o meno al centro della fascia
di prati, e che passa per un grande masso solitario, cui fa compagnia
una tenera betulla. A Pegola troviamo anche una simpatica perla di saggezza
popolare, scritta sulla parete di una baita: “El sùu s’è
da ciapàl quent ch’al ghè, la geent s’è
da tegnéla coma l’è”, vale a dire: “Il
sole bisogna prenderlo quando c’è, la gente bisogna tenerla
così com’è”. Un chiaro invito alla tolleranza
reciproca nei rapporti interpersonali, da raccogliere e meditare.
Oltre le baite, troviamo la poco pronunciata sella, valicata la quale
troviamo una pista sterrata: seguendola verso destra, raggiungiamo la
parte orientale dei prati di Poira, e troviamo un bivio: prendendo a
sinistra ci portiamo alla splendida chiesetta di S. Margherita,
edificata nel 2000, mentre prendendo a destra passiamo per la località
le Città ed alla fine raggiungiamo il punto
in cui la pista comincia a scendere verso Mello (si tratta, infatti,
del ramo secondario, orientale, che si stacca dalla pista Mello-Poira
all’ultimo tornante sinistrorso).
Ma vediamo la seconda possibilità di traversata ovest-est dei
prati di Poira di Mello. Questa seconda possibilità ci porta
nel cuore della bellissima pineta, che ricopre il modesto dosso (m.
1118) a sud di Pegola. In questo secondo caso, dobbiamo rimanere più
sulla destra (direzione est), risalendo i prati fino a trovare la partenza
di una pista che attraversa la pineta. Si tratta della stessa pista
che raggiungiamo passando per Pegola: seguendola, dunque, possiamo visitare
S. Margherita o portarci alle Città.
Come tornare a Mello? Se vogliamo evitare una noiosa discesa che sfrutta
interamente la pista, teniamo presente che, poco oltre il punto in cui
questa si congiunge con la pista principale Mello-Poira troviamo, sulla
sinistra della carreggiata, la partenza di una mulattiera che scende
nel bosco. Si tratta della strada vecchia per Poira, che seguiamo per
un tratto, per poi piegare a sinistra e scendere, sfruttando un sentiero,
al nucleo di baite di Rampione. Qui troviamo una pista
che rimane nel bosco e scende ad intercettare la carrozzabile Mello-Poira
a poca distanza dalla sua partenza.
Dopo aver illustrato i diversi modi di chiudere l’anello escursionistico
Mello-Poira, accenniamo ad alcune possibilità di prosecuzione
dell’escursione partendo da Poira. Prendiamo come riferimento
la pista che corre sotto la bocchetta di Pegola. Abbiamo
visto che seguendola in discesa ci porta a S. Margherita ed alle Città.
Se, invece, la seguiamo in salita, ci porta al punto di partenza di
una nuova pista tagliafuoco, tracciata di recente, che, dopo un primo
tratto verso nord est, piega ad ovest-nord-ovest, passa per la località
Poncio (m. 1263), piega a destra e prosegue nella salita,
raggiungendo la parte bassa dei prati Ovest (m. 1420)
e proseguendo verso est.
Ai prati Ovest possiamo anche giungere staccandoci dalla pista tagliafuoco,
sulla destra, poco dopo il secondo tornante sinistrorso, quando troviamo
la partenza di un sentierino, piuttosto ripido, che sale nel bosco per
un buon tratto, ed intercetta, alla fine, la pista proprio in corrispondenza
dei prati. La pista prosegue in direzione est, mantenendo la quota 1430-1450
e quindi passando più in basso rispetto all’alpe Pre Soccio.
Se la seguiamo per un buon tratto, raggiungeremo il punto in cui sulla
sinistra si stacca, ed è ben visibile, il sentiero che sale proprio
a Pre Soccio. Guardando invece a destra, vedremo il medesimo sentiero
che scende, diretto, nel bosco. Se lo seguiamo, dopo una ripida discesa
ci ritroveremo alla splendida radura della Zocca del Lupo, che tagliamo
da sinistra a destra, per riprendere la discesa che termina non lontano
dalla chiesetta di S. Margherita.
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