Civo

La costellazione di borghi e colori al limite orientale della Costiera dei Cech

 

 

La chiesa di S. Andrea apostolo a Civo. Foto di M. Dei Cas Civo è un comune unico nella provincia di Sondrio. Non è costituito, infatti, da un nucleo centrale circondato da frazioni, ma da una costellazione, da un intarsio di centri, certamente non di uguale dimensione ed importanza, anche storica, ma privi di un vero e proprio baricentro.
Tredici campanili, potremmo dire, disseminati su un territorio di straordinaria varietà, suggestione storica e bellezza naturale, sul limite orientale della solare Costiera dei Cech. Partendo dal basso, Santa Croce, Civo, Serone (sede amministrativa), Vallate, Naguarido, Chempo, Caspano, Bedoglio, Cadelpicco, Cadelsasso e Regolido, a descrivere un arco ideale da ovest ad est, dai primi rialzi sopra la piana dell’Adda alla splendida conca di Dazio; ma poi, ancora, in posizione eccentrica rispetto a questo arco, verso nord-ovest, Roncaglia e Poira; ed, infine, oltre il limite orientale della Costiera dei Cech, sulla soglia occidentale della Val Masino, Cevo.
Tredici campanili e quattordici centri (Vallate non ha un campanile proprio). Ciascuno con una propria storia da raccontare, illustre o modesta che sia. Disseminati fra vigne, prati, castagneti, come, in antico, si disseminarono quei Franchi che, calati dallo Spluga intorno al 770 per combattere i Longobardi, diedero il nome alla Costiera che costituisce la porta di nord-ovest della Valtellina (anche se qualcuno vuole far derivare Cech da “ciechi”, con riferimento ad una certa resistenza alla conversione al Cristianesimo che le popolazioni di questa zona avrebbero mostrato). Del resto, il nome stesso, che Dipinto su un'abitazione di Civo. Foto di M. Dei Casprobabilmente deriva da “Clivio”, cioè declivio montano, testimonia che anche in passato questo comune identificava la propria essenza nell’essere ramificato sul versante montuoso che lo ospita.
Agli inizi dell’Ottocento, tanto per rendere l’idea, e precisamente nel 1807, esso risultava costituito da 1412 abitanti complessivi (più di ora: i dati ANCITEL per il 2005 gli attribuiscono 1059 abitanti), ma quel che colpisce è la loro distribuzione nelle diverse frazioni: Roncaglia ne contava 240, Caspano 150, San Carlo 100, San Rocco 100, Santa Croce 100, Cevo 120, Regolido 120, Desco 80, Casa del Sasso 90 e Civo 312. Facciamo un salto indietro ancora più consistente nel tempo: i documenti del secolo XIV (quando Civo era comune del Terziere inferiore della Valtellina, nella squadra di Traona, e rientrava, dal punto di vista religioso, nella Pieve di Ardenno, dalla quale si separò nel 1489) menzionano le contrade di Caspano, Bedolio, Casa del Pico, Casa del Sasso, Roncaglia di Sopra, Roncaglia di Sotto, Tovate, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, Cevo.
Un centro, però, si impose ben presto sugli altri, Caspano, che, nel medesimo secolo XIV già vedeva la presenza di due classi già ben distinte ed organizzate nella difesa dei propri interessi, nobiltà e plebe. Che vi fosse la plebe, non stupisce; molto interessante è invece la presenza di un significativo nucleo nobiliare, rappresentato dalle famiglie Paravicini e Malacrida, attorno alle quali si raccolsero, poi, altre famiglie nobiliari provenienti dal com’asco e dal milanese. Lo stesso podestà di Traona soggiornava a Caspano nel periodo estivo. Il motivo lo possiamo desumere dal diplomatico e uomo d’armi Antica dimora di Civo. Foto di M. Dei CasGiovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive: Durante la stagione estiva, quando avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i paesi giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi, divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno: in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”: Fra questi gentiluomini va annoverato anche il novelliere Matteo Bandello.
Ecco cosa scrive lo storico Enrico Besta: “A Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e com’aschi che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino” (citato dalla “Guida Turistica della Provincia di Sondrio”, edita dalla Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Un piccolo microcosmo rinascimentale, dunque, era quello che trovò la sua cornice nella ridente Caspano, dedito alle piacevoli occupazioni che preservavano il benessere ed il vigore del corpo e tenevan alto l’umore dello spirito. Lo visitò, insieme agli altri borghi di Civo, il severo vescovo di Como Feliciano Ninguarda, preoccupato soprattutto per il pericolo che la Valtellina venisse contagiata dal morbo della riforma La chiesa arcipretale di S. Bartolomeo a Caspano. Foto di M. Dei Cas. Foto di M. Dei Casprotestante, e vi contò 738 fuochi, di cui 200 solo a Caspano (calcoliamo, per ogni fuoco, o famiglia, circa 5 membri; è interessante notare che 25 delle 200 famiglia di Caspano erano di religione protestante, tanto che si trovava lì anche un pastore per il culto), mentre solo 30 dimoravano a Civo ed altrettante e Cevo. Una generazione dopo, nel 1624, quando già era scoppiata la terribile guerra dei Trent’anni, ma ancora non aveva portato in Valtellina i suoi lutti ed il terribile flagello della peste, Civo contava 400 abitanti e Caspano il triplo (1200).
Poi vi fu un lungo periodo di flessione demografica e di emigrazione, dal quale la comunità cominciò a riprendersi solo nel Settecento. Ma ancora alla fine di questo secolo essa contava, in tutto, 1500 abitanti, meno che agli inizi del Seicento. L’emigrazione, abbiamo detto: ebbe come meta soprattutto Roma, da cui, poi, tornò un tesoro di arredi sacri che arricchì molte delle chiese del comune.
Dal tempo allo spazio: diamo un’occhiata, ora, al territorio comunale, che si presenta molto variegato ed articolato. Si può dire che esso sfiori appena, e per breve tratto, la piana della bassa Valtellina: l’Adda fa da confine fra Civo e Morbegno nel tratto compreso fra l’antichissimo ponte di Ganda, ad est, ed il nuovo ponte, ad ovest, che, in uscita da Morbegno, immette sulla strada Provinciale Valeriana, che giunge fino a Dubino. A monte di questo tratto è Antica dimora di Caspano. Foto di M. Dei Cascompresa nel comune di Civo Santa Croce, mentre appartiene a Morbegno il piccolo borgo con la chiesetta di S. Bello. Ad ovest, il confine punta, quindi, a nord, passando per il dosso ad oriente della Valletta, che separa Civo da Mello. Saliamo, così, al bel pianoro che ospita il centro di Civo (m. 754).
Il confine prosegue verso nord, tagliando in due i prati del bel maggengo di Poira, una delle più apprezzate località di villeggiatura estiva della bassa Valtellina. Rientra nel comune di Civo Poira di Dentro, o Poira di Civo (m. 1070), mentre bella pineta che la separa da Poira di Mello, ad ovest, è già in comune di Mello. Procedendo ancora in direzione nord, il confine taglia in due l’ampio anfiteatro che comprende, ad ovest l’alpe Visogno (in territorio di Mello), passando per il crinale che scende verso sud dalla cima di Malvedello (m. 2636). Il bivacco Bottani Cornaggia, collocato a monte dell’alpe Visogno, rimane, così, poco ad ovest del confine, in territorio di Mello.
Raggiunta la cima di Malvedello, il confine segue il crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Valle di Ratti, verso nord-est, e passa per il valico quotato m. 2574 (non ha nome sulla carta IGM, viene denominato passo di Locino sulla carta Kompass), la quota 2676, il passo del Colino (o di Colino occidentale), a m. 2630) e la cima del Desenigo (m. 2854), massima elevazione del territorio comunale. Puntando di nuovo a nord, passa per le cime quotate 2777 e 2710, scendendo, poi, al passo di Primalpia: siamo nell’alta Valle di Spluga, ed il passo la congiunge con la Valle dei Ratti. Dal passo il confine volge ad est, scendendo fino al maggiore dei laghi di Spluga, una splendida gemma , tanto più preziosa quanto più rara, fra le montagne della Val Masino.
Una parte della Valle di Spluga, la prima laterale occidentale della Val Masino, appartiene, dunque, al comune di Civo: il confine segue, infatti, verso sud-est, Dipinto presso la chiesa di Roncaglia. Foto di M. Dei Cas. Foto di M. Dei Casil corso del torrente Cavrocco (o Cavrucco): a nord-est siamo in territorio del comune di Val Masino, a sud-ovest in quello del comune di Civo (nel quale rientra, quindi, Cevo, alle porte della valle). Per un buon tratto il confine corre, poi, verso sud, seguendo, dal punto di confluenza del Cavrocco nel torrente Masino, il corso di quest’ultimo. Quindi, in corrispondenza della gola che scende dalla piana di Dazio, piega a sud-ovest, raggiungendo il limite orientale della piana e proseguendo verso nord-ovest. Rientrano, così, nel territorio del comune di Civo le frazioni di Regolido, Cadelsasso, Cadelpicco e Caspano. Volgendo di nuovo verso sud-ovest, il confine passa appena a monte di Dazio, aggirandola con un arco. Segue per un tratto la val Toate e la strada Dazio-Morbegno, piegando, però, ben presto ad ovest, e passando quindi a monte di Cermeledo e Cerido (che appartengono al comune di Morbegno). Giunto appena sotto Serone, dove si trova il centro amministrativo del Comune, volge a sud, poi ad ovest ed infine di nuovo a sud, scendendo al ponte di Ganda e lasciando fuori la frazione di Selva Piana (anch’essa in territorio di Morbegno).
Si tratta di un territorio ricco, quindi, non solo di borghi, scorci, colori e profumi, ma anche di scenari alpestri e di alta montagna, con ben quattro passi di notevole interesse escursionistico (ai tre citati, che portano tutti Valle dei Ratti, si deve aggiungere il passo di Colino est, che congiunge l’alta val Toate con la Valle di Spluga).

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- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
A piedi o in mountain-bike nella costellazione di Civo

La bassa Valtellina presso il ponte di Ganda. Foto di M. Dei Cas Ecco la descrizione di un bel circuito di mountain-bike, interamente su fondo asfaltato, o, anche, di una lunga camminata, che ci porta a conoscere buona parte dei centri che costituiscono la costellazione di Civo. Lo effettueremo in compagnia di un personaggio illustre, il diplomatico ed uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina nel 1587-88, e che, nell’opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616, ne diede un’ampia descrizione, soffermandosi in particolar modo su questi luoghi, per i quali traspare la sua particolare predilezione. Daremo a lui la voce, via via che incontreremo i nove campanili compresi nel nostro circuito: con un po’ di immaginazione, non sarà difficile calarsi nell’atmosfera di quattro secoli fa, quando questi borghi fervevano di un’intensa vita ed esprimevano una civiltà contadina che ha modellato profondamente il territorio, e di cui resta ancora abbondanza di segni.
Punto di partenza è la strada Morbegno-Dazio: la si raggiunge staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi viene da Milano) sulla sinistra (indicazione per la Costiera dei Cech), varcando su un ponte il Bitto, superando una rotonda e percorrendo un rettilineo fino al ponte sull’Adda. Oltrepassato il ponte, dobbiamo prendere a destra, imboccando la strada citata, che sale verso Dazio. Appena prima del primo tornante sinistrorso (dove, prestiamo attenzione, vi è lo stop per dare la precedenza alle auto che La chiesa di Santa Croce. Foto di M. Dei Casvengono dalla stradina che sale dal ponte di Ganda), troviamo, sulla sinistra, uno spiazzo, e lì possiamo parcheggiare per dare inizio alla pedalata (o alla camminata), da una quota di 250 metri. Decisione sicuramente approvata dal nostro illustre compagno di viaggio, che non amerebbe di certo vedere le strade a lui care percorse da rumorose e puzzolenti scatole di metallo. Difficilmente pedalerà con noi, ma, montando un buon cavallo, non stenterà certo a seguirci.
Dopo un lungo tratto verso ovest, affrontiamo il primo tornante destrorso, e pedaliamo per un alto buon tratto in direzione nord-est, fino a trovare, sulla sinistra, lo svincolo per Santa Croce. Lasciamo, quindi, la strada per Dazio ed imbocchiamo quella che sale al primo dei borghi toccato dal nostro circuito, Santa Croce, appunto (m. 447, 128 abitanti), posto nel cuore di una fascia di vigneti, con ottima vista panoramica su Morbegno, la bassa Valtellina e le valli del Bitto. Sul sagrato della chiesa parrocchiale, di origine secentesca, restaurata nel 1933, si respira un intenso profumo d’antico, ed anche la caratteristica Trattoria di Santa Croce contribuisce a conservare l’atmosfera di paese, raccolta, un po’ sonnolenta, molto serena.
Ci attenderemmo qualche parola dal nostro illustre compagno di viaggio, ma questi ci sorprende, tacendo. Quando, però, gli chiediamo ragione del suo silenzio, è lui a stupirsi della nostra ignoranza: “Al tempo nel quale scrissi delle cose di questa parte della Rezia, codesto borgo ancora non esisteva”. Cappelletta sul sentiero Santa Croce-Civo. Foto di M. Dei CasBene, abbiamo perso una buona occasione per stare zitti.
Ora, per darci un po’ di tono, prospettiamo una duplice possibilità per salire alla prossima tappa, Civo, che da qui non si vede, posto, com’è, in un bel terrazzo di prati che si nasconde alle spalle del declivio a monte di Santa Croce. Se siamo su due ruote, dobbiamo proseguire sulla stradina asfaltata che parte dal lato orientale (di destra) del paese, mentre se siamo a piedi, ci conviene salire per via più diretta, nel bosco.
Nel primo caso, ci troviamo, ben presto, ad un bivio: la strada di destra prosegue verso est, fino alla frazione di Selva Piana (comune di Morbegno), mentre quella di sinistra sale verso Civo. Prendiamo, dunque, a sinistra, e, dopo otto tornanti, raggiungiamo il punto (m. 681) nel quale la stradina si immette nella strada che da Serone (alla nostra destra) sale a Civo (alla nostra sinistra, ovest). La stradina è molto bella, attraversa luoghi che testimoniano dell’antichissima civiltà contadina, come Prato Guido (m. 619), al penultimo tornante. Seguendo la strada che sale da Serone, verso sinistra, raggiungiamo, infine, in breve, il limite orientale di Civo, e ci ritroviamo proprio sotto la chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo.
Vediamo, invece, come fare per salire a piedi. In questo caso dobbiamo portarci verso la parte opposta (occidentale) del paese, superando una fontana; non imbocchiamo, però, la pista che sale verso Mello, ma rimaniamo sulla stradina che propone un tornante a destra e sale verso un gruppo di case alte. Appena dopo il tornante, troviamo, sulla sinistra, una mulattiera che sale fra le vigne, raggiungendo le baite alte della parte occidentale del paese. Passando in mezzo alle baite, la mulattiera prosegue, alle loro spalle, con un bel Cappelletta sulla mulattiera per Civo. Foto di M. Dei Castratto delimitato da due muretti a secco. Entrata in un bel castagneto, la mulattiera diventa sentiero. Alcune frecce bianche contornate di rosso ci aiutano a non perderlo. Il sentiero volge a destra, con un muretto a secco che lo delimita a monte, fino al rudere di una grande baita. Oltrepassato il rudere, saliamo ancora, fino ad una cappelletta isolata (che, almeno nei mesi invernali, si vede da Santa Croce), con un bel dipinto che rappresenta la Madonna secondo l’immagine dell’Apocalisse, cioè come Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi. Una freccia rossa ci indica che il sentiero, qui, volge a sinistra, fino ad un nuovo rudere, dove volge di nuovo a destra, uscendo dal bosco ed approdando ai prati che precedono un tornante sinistrorso della già citata strada asfaltata che da Santa Croce sale a Civo. Sulla sinistra della strada troviamo una grande baita e, appena oltre, sulla sinistra, una larga mulattiera che se ne stacca. Seguendola, incontreremo, sulla destra, due cappellette. La cornice è davvero bella, silenziosa, suggestiva: siamo circondati da castagni e betulle, e possiamo immaginare l’innumerevole transito, nelle stagioni ormai tramontate, di passi con il loro carico di fatiche, pensieri, preghiere. Dopo un buon tratto, la mulattiera esce dal bosco e volge a destra: incontriamo una terza cappelletta, sulla sinistra, e raggiungiamo, finalmente, le case sul limite meridionale di Civo (m. 743, 219 abitanti).
Ci immettiamo sulla strada asfaltata e, raggiunto il centro del paese, volgiamo a destra, verso la chiesa. E di fronte alla chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo ci fermiamo, stupiti dalla sua bellezza: se ne sta staccata, ad est del paese, con uno splendido sagrato dal quale si gode di un ottimo panorama. E, nella sosta, lasciamo che a parlare sia il nostro compagno di viaggio: “…Civo…sorge quasi a mezza montagna sopra il piano La chiesa di Civo. Foto di M. Dei Casdell’Adda in un’amena conca; ivi passa in un valloncello un piccolo rivo che serve per i mulini e per l’irrigazione. Questo villaggio è assai antico ed in buona posizione: venne così denominato dal suo fondatore Caio Livio, il quale, si dice, sia venuto dalla Grecia in Italia con l’imperatore Teodosio ed abbia in seguito combattuto contro i Goti sotto Silicone generale dell’impero romano; poi, varcato il passo di Bormio, sia capitato col suo seguito in questa località della Valtellina inferiore. E il luogo tanto gli piacque che egli e i suoi vi fissarono la propria dimora; tanto più che nessuno osava loro impedirlo, perché quel territorio era solo frequentato da pastori nomadi, che si aggiravano qua e là fra la valle del Tovate e il vallone di Bioggio, a seconda della opportunità dei pascoli. Il nome del paese così sorto venne col tempo a ridursi per brevità da due parole ad una sola, da Caio Livio trasformandosi in Clivio…poiché ordinariamente Caio si scrive…C.; e questo C., seguito da Livio, diede la forma Clivio. Fra i seguaci di Caio Livio vi dovettero essere alcuni Greci, dai quali si dice discesa la casata dei Greco, che ancora ai di nostri qui fiorisce, e numerosa, a Mello…Sotto Civo c’è Acqua Marcia, pi Pratogrosso, Civasca, Corlazzo e S. Agata, tutti in buona posizione vinifera”.
Quest’ultimo accenno ci fa sospettare che il nostro amico sia un particolare estimatore del prodotto della vite, ma non glielo facciamo notare. Gli facciamo notare, invece, un errore: non di S. Agata si tratta, ma di S. Apollonia; ed aggiungiamo che non possiamo scendere a vedere queste altre frazioni, anche perché sono in territorio di Mello, ma dobbiamo proseguire verso est. Si adombra un po’, ma ci segue.
Civo. Foto di M. Dei CasImbocchiamo la pista sterrata che corre appena a monte della chiesa, passando a sinistra del piccolo cimitero ed a destra di una bella cappelletta. Se guardiamo in alto, alle spalle della cappelletta, riconosceremo una sorta di corno, sul limite della val Toate: si tratta della cima che ospita la croce di Ledino, meta di un’interessante escursione. Poco oltre, ecco, sulla destra, la solitaria chiesetta di San Bernardo, dalla quale ottimo è il colpo d’occhio su Talamona e sulla bassa Val Tartano. La pista, poi, prosegue attraversando una fascia di prati pianeggiante ed entra in una selva, toccando una nuova cappelletta; ne esce di nuovo e di nuovo rientra nella selva, prima di intercettare dopo circa 1,2 km da Civo, la strada asfaltata che da Dazio sale a Caspano, passando per Serone.
Ci ritroviamo proprio nei pressi del centro di questo piccolo borgo, che pure, nonostante le sue ridotte dimensioni (59 abitanti, 719 metri) è centro amministrativo del comune. Ci accoglie la bella chiesetta dedicata a S. Rocco, che risale alla fine del Cinquecento. Ma non possiamo soffermarci più di tanto: dobbiamo seguire, ora, la strada asfaltata in salita.
Dopo 700 metri circa, ci accoglie, a valle della strada, sulla destra, Naguarido (774 m., 23 abitanti), con la sua bella chiesetta dedicata alla Beata Vergine, di origine settecentesca. Il nostro austero compagno ancora tace, ed allora siamo noi a fornirgli un curioso ragguaglio. Le donne di questo borgo, denominate La chiesa di Roncaglia. Foto di M. Dei Cas“Cecche di Naguarido”, si sono, in passato, conquistate, nella zona, una controversa fama di libertà di pensiero e di costumi, in quanto, stanche di grondare sudore durante le fienagioni al solleone di luglio, decisero, un bel giorno, di presentarsi nei campi…a gambe nude. Lavorare va bene, avran pensato, ma soffrire inutilmente la calura per un eccessivo senso della decenza e del decoro, questo no. L’aneddoto suscita la viva curiosità del nostro, che tuttavia non si scompone, e ci propone un breve fuori-programma: come non puntare all’illustre frazione di Roncaglia, anche se non si trova sul nostro cammino?
Lo accontentiamo volentieri e, oltrepassata Naguarido, appena prima di Chempo, ci stacchiamo, sulla sinistra, dalla strada per Caspano, imboccando quella per Poira di Civo. Dopo una breve salita, eccoci in vista della splendida chiesa prepositurale di S. Giacomo di Roncaglia di Sopra (m. 895), edificata nel 1654 e consacrata vent’anni più tardi. Una chiesa splendida, con un sagrato molto ampio, circondato da 14 cappellette nelle quali sono raffigurate scene della Via Crucis. Il nostro ci rivolge uno sguardo carico d’orgoglio, quasi a voler dire: guardate quali splendidi capolavori d’arte ha saputo creare quella civiltà di cui ebbi il privilegio di essere testimone diretto.
Quel che effettivamente dice è, invece, questo: “Al disopra del Dosso Visconte, a circa millecinquecento passi da Caspano, sorge il popoloso villaggio di Roncaglia, in un terreno pianeggiante cui sovrasta una foresta; al disotto poi di Roncaglia, fra il torrente Tovate e Cermeledo, s’incontrano sei frazioni: Tovate, Chempo, Naguarido, Sirone, Vallate, Cerido. In questo territorio si alleva molto bestiame e si produce un genere speciale di piccoli caci squisiti, i quali sono Serone. Foto di M. Dei Casassai rinomati e si esportano qua e là anche in paesi lontani. Fra Caspano e Roncaglia corre impetuoso il torrente Tovate per una forra del monte; e quivi si scava un marmo eccellente che viene condotto a Morbegno, a Traona e ad altri paesi circonvicini per adornare porte e finestre; è bello e piacevole alla vista, ma assai duro da scalpellare. Gli abitanti di Roncaglia, come i terrieri di Mello, discendono dagli abitatori di Civo, dai quali si sono separati, venendo a dissodare queste terre e dalla loro opera assunsero il nome attuale. Roncaglia, infatti, può provenire dal dialettale roncà (dissodare, liberare il terreno dal pietrame)”. Ci colpisce che egli usi il tempo presente, ma non gliene chiediamo ragione, supponendo che per lui tutto ciò di cui ci informa sia ancora una realtà viva.
Torniamo, ora, alla strada Serone-Caspano, e riprendiamo a salire. Ci si presenta subito Chempo (808 m., 40 abitanti, ad un chilometro da Serone), con la secentesca chiesetta di San Carlo. Facile intuire l’origine del suo nome: dalla voce dialettale “chemp”, che significa “campo”.
Oltre Chempo, la strada scavalca, su un ponte, il torrente Toate, e ci porta, alla fine, alle soglie di Caspano (875 m., 225 abitanti, a 2 km da Serone). Gli occhi del nostro si illuminano, si inumidiscono: si capisce che considera, e a buon diritto, Caspano come la perla di questo territorio. Quel che ne dice è di per sé Naguarido. Foto di M. Dei Caseloquente: “Il grande e rinomato borgo di Caspano…situato com’è a mezza altezza fra Dazio e la parte superiore della montagna, gode di una larga vista, così verso la Valtellina inferiore come verso la Valtellina di mezzo; di fronte ha sotto i suoi occhi la ridente piana di Dazio. Questo luogo era in origine abitato da pastori; ma verso il 1250, quando infierivano tremende le lotte fra i Guelfi e i Ghibellini, Domenico Paravicini figlio di Straccia, sopraffatto dal prevalere dei nemici, si rifugiò nella Valtellina con un servo e con tutto il denaro e i tesori che poteva trasportare, arrivando su questi monti che a lui non dispiacquero. E poiché la torre dei Paravicini, sua ordinaria residenza che sorgeva non lungi da Lecco, durante la sua assenza era stata abbattuta dai Ghibellini milanesi e tutti i suoi beni erano stati distrutti, si decise a passare la sua vita quassù, dove, edificandovi un palazzo, diede origine al borgo di Caspano. Dal suo matrimonio egli ebbe nel 1259 un figliuolo che egli chiamò Montanaro…da Domenico e Montanaro discendono adunque i Paravicini di Caspano, i quali per la benedizione avuta da Dio crebbero a dismisura di numero, propagandosi quassù ed in altri luoghi, così in Valtellina che fuori…
In Caspano risiede parecchia nobiltà: alcuni hanno conseguito il dottorato in entrambe le facoltà, altri sono valenti nella carriera delle armi e nella politica. Durante la stagione estiva, quando avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i Chempo. Foto di M. Dei Caspaesi giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi, divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno: in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”.
Siccome non vogliamo far la figura degli ignoranti, ci permettiamo di integrare le sue indicazioni citando lo storico Enrico Besta: “A Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e comaschi che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino” (citato dalla “Guida Turistica della Provincia di Sondrio”, edita dalla Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Annuisce, con convinzione. E sembra altrettanto convinto quando gli comunichiamo che la salita è terminata, e possiamo dedicare un po’ di tempo alla visita del paese.
Entriamo dal lato occidentale, e ci accoglie il palazzo dei Parravicini, ancora imponente. Poi, in breve, siamo alla piazza, dove fa splendida mostra di sé la chiesa La chiesa di Caspano. Foto di M. Dei Casarcipretale di S. Bartolomeo, che si staccò dalla pieve di Ardenno nella prima metà del Trecento e divenne chiesa prepositurale e collegiata nel 1664. Dal suo porticato, che guarda a sud, sostenuto da un imponente muraglione, si gode di un panorama davvero eccellente, soprattutto sulla Val Tartano e la Val Gerola. Il nostro vorrebbe fermarsi ancora. Beato lui. Gli è stato risparmiato il ritmo frenetico della vita contemporanea, scandito dalla diabolica invenzione degli orologi da polso. Glielo facciamo osservare, e sembra non capire. Ma si adegua e ci segue.
Usciamo dal lato opposto del paese (est), scendendo fino alla strada principale che corre tangente al paese, a sud, e prosegue per Bedoglio, entrando in Val Masino e scendendo a Cevo. Varrebbe la pena, avendo tempo, visitare anche questo campanile. Sarà per un’altra volta. Ora imbocchiamo, invece, la strada che scende verso Dazio, e che attraversa subito un nuovo borgo, Cadelpicco (m. 796). Il nostro è piuttosto laconico: “A metà fra Dazio e Bedoglio vi sono due frazioni; la una si chiama Ca’ del Picco e l’altra Ca’ del Sasso; questa è quasi sull’orlo della Valmasino, mentre la prima è sulla linea retta fra Dazio e Bedoglio.” Noi, intanto, ammiriamo la bella chiesetta dedicata a S. Pietro apostolo, edificata nel 1697, che domina, dall’alto, le case del paese.
Cadelpicco. Foto di M. Dei CasScendendo ancora, ci portiamo a Cadelsasso (747 m., 33 abitanti), passando proprio a lato della chiesetta dedicata a S. Pietro martire, ricostruita nel Seicento a partire da un nucleo di origine più antica (forse quattrocentesca). Scendendo ancora, cerchiamo, sulla sinistra, un tratturo in cemento che si stacca dalla strada ed imbocchiamolo: dopo aver superato un edificio con cartello indicatore “antico torchio”, ci immergiamo in un bel bosco di castagni.
Il tratturo diventa una mulattiera, con fondo discreto, che punta a sinistra e passa accanto ad un piccolo rudere di baita, nel cui interno si vede ancora un frammento di dipinto. Superati un secondo rudere di baita ed una cappelletta, concludiamo la discesa nei pressi della chiesetta di Regolido (m. 536), piccolo nucleo di case posto sul limite occidentale della piana di Dazio. È, questo, l’ultimo dei nove campanili (o dieci, includendo Roncaglia) toccati dal nostro circuito.
Imbocchiamo, ora, la stradina asfaltata che si congiunge con la strada Morbegno-Dazio, sul limite orientale di Dazio, e che, percorsa in discesa, dopo un lungo traverso in direzione sud-ovest ed un tornante sinistrorso, ci riporta alla piazzola nella quale abbiamo lasciato Cadelsasso. Foto di M. Dei Casl’automobile. Qui ci accorgiamo che il nostro illustre compagno non è più con noi: il suo compito si è esaurito. Al nostro, invece, manca ancora qualche indicazione sui tempi di percorrenza.
Dopo aver fissato il dislivello in salita a 625 metri (esclusa la diversione per Roncaglia, per effettuare la quale dobbiamo salire di altri 90 metri), diciamo che a piedi ci vogliono circa 5-6 ore per chiudere l’anello, mentre in mountain-bike ne occorrono poco più di 2.

Difficoltà
E
Dislivello
625 m
Tempo
2 h (o 5-6 h, a piedi)

Regolido. Foto di M. Dei Cas

- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Giro degli alpeggi di Civo

Prati sopra Poira di Civo. Foto di M. Dei CasCamminare fra alpeggi e maggenghi non significa solamente scegliere opportunità magari meno note per soddisfare il proprio amore per l’escursione, ma anche incontrare una civiltà. Meglio, i segni di una civiltà, segni oggi più incerti, consegnati spesso a solitudine ed abbandono. Qui parla il tempo, e racconta, per chi vuole ascoltarne la tenue voce, di fatiche e di orizzonti lontani da quelli che abitano la nostra quotidianità. Nella parte orientale della Costiera dei Cech l’incontro con questa civiltà non suscita, però, un senso di particolare desolazione. Il rapporto fra uomo e montagna sembra ancora esistere, ed è un rapporto di antica sapienza, un’antica alleanza che non si è ancora sciolta.
Proviamo a delineare un’escursione che, in una giornata, partendo da Poira di Dentro, ci porti a toccare i luoghi nei quali quest’alleanza sembra ancora viva. Si tratta di un’escursione interamente compresa nel territorio di Civo, singolare comune privo di un vero e proprio baricentro, e costituto da uno splendido arcipelago di borghi e frazioni, con una densità di storia e di testimonianze della civiltà rurale La baita di Busnardi. Foto di M. Dei Casche non possono non stupire profondamente.
Per salire a Poira di Dentro, o Poira di Civo, stacchiamoci, sulla sinistra, dalla ss. 38 all’altezza del primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi provenga da Milano), seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech. Dopo una rotonda, raggiungeremo così il ponte sull’Adda, attraversato il quale dobbiamo prendere a destra, iniziando la salita alla volta di Dazio. Dopo 5 chilometri, raggiungeremo la splendida piana che ospita il piccolo comune. La strada descrive una curva a sinistra, aggira sul lato orientale il centro di Dazio e prosegue in direzione sud-ovest. Ignorata, sulla destra, la deviazione che sale a Cadelpicco, Cadelsasso e Caspano, proseguiamo seguendo le indicazioni per Serone, Roncaglia e Poira.
Oltrepassata la frazione di Vallate, giungiamo così al centro amministrativo del comune di Civo, che non è a Civo, ma a Serone. Qui dobbiamo prendere a destra, seguendo le indicazioni per Caspano e Poira. Oltrepassiamo, salendo verso nord-est, la frazione di Naguarido e, prima di giungere a Chempo, dobbiamo lasciare la strada, che prosegue per Caspano, staccandocene sulla sinistra (indicazioni per Roncaglia e Poira). A questo punto non dobbiamo più effettuare deviazioni: I prati di Posci. Foto di M. Dei Casseguendo la strada fino alla sua conclusione, ci ritroviamo sul lato orientale della piana di Poira, a Poira di Dentro, a 5 km da Serone. La strada termina al piazzale della chiesetta (m. 1077), dove possiamo lasciare l’automobile (se, però, disponiamo di due autoveicoli, per rendere più breve l’escursione possiamo lasciarne uno a Caspano: questo ci eviterà, al ritorno, di dover percorrere a piedi il tratto Caspano-Poira).
Incamminiamoci, ora, sulla pista di destra, seguendo le indicazioni per la Croce di Ledino (e non quelle per il bivacco Bottani-Cornaggia, che segnalano una pista più a sinistra). La pista attraversa una splendida pineta, e comincia a salire in direzione nord-est, verso i maggenghi di Careggio (m. 1153) e Ledin, o Ledino (m. 1232), attraversando anche il torrentello che scende dall’alpe Visogno (a monte della quale è posto il bivacco Bottani-Cornaggia). Si tratta di luoghi molto ameni e gentili, che danno l’impressione di una montagna curata e viva. La pista, che in alcuni tratti ha un fondo in cemento, termina alla parte alta dei prati di Ledino, dopo essere passata a sinistra di un agriturismo.
All’inizio dell’ultimo tratto, pianeggiante e delimitato dalla rete di recinzione dei prati dell’agriturismo, parte, segnalato, il sentiero che se ne stacca sulla sinistra, I prati di Fontanili. Foto di M. Dei Cassi immerge nel bosco e sale verso l’alpeggio di Pesc (Peccio, sulla carta IGM), in Val Toate (si trova anche la scritta “Croce”, perché dall’alpeggio, prendendo a destra, si guadagna il crinale fra la Val Toate e la Val Visogno, sul quale, in posizione ben visibile, campeggia la croce di Ledino).
Noi dobbiamo, però, procedere per via diversa, e proseguire nel tratto pianeggiante sino al termine della pista, poco oltre il punto in cui parte il sentiero per Pesc. La pista lascia il posto ad un sentierino, che entra in un bosco ombroso e si avvicina, procedendo verso nord, al cuore della Val Toate. Giungiamo, così, al punto del facile guado del torrente Toate (o, con nome antico, Tovate), a circa 1325 metri, proseguendo, poi, sul boscoso versante opposto della valle, dove il sentiero assume la direzione nord-est ed attraversa un torrentello che confluisce, più in basso, nel Toate. Dopo un tratto di pendenza assai moderata, raggiungiamo la solitaria baita Busnardi (m. 1333), che conserva una singolare imponenza, a monte di una bella fascia di prati. Appena prima della baita, dal sentierino si stacca sulla destra da quello principale, e porta ai prati: attraversandoli in diagonale verso sinistra, raggiungiamo un gruppo di baite dove possiamo intercettare il sentiero che scende a Caspano.
Gonchi. Foto di M. Dei CasRestando sul sentiero principale, dobbiamo prestare attenzione, perché, oltre la baita, non è facile individuarne la traccia, che sale per un tratto, prima di proporre un nuovo tratto quasi pianeggiante, dove troviamo un cartello che segnala un bivio, indicando che veniamo da Ledino e dai Prati Ciresa, e stiamo proseguendo in direzione di Prà Mezzo, Fontanili e Gone (o Gonchi, come riportano le cartine, o anche, con termine dialettale, Gun).
Possiamo, però, scegliere una terza possibilità, quella di lasciare il sentiero principale e scendere verso destra, su traccia segnalata da bolli rossi, approdando ai prati già citati, dai quali la discesa prosegue fino a Caspano. Può essere, questa, una soluzione per ridurre di circa la metà l’escursione, tornando poi da Caspano a Poira. In questo caso, però, si presti attenzione ai bolli rossi, perché il sentiero non è sempre evidente. Dal gruppo di baite si scende dapprima verso sinistra, fino ad una baita posta sul limite di una radura a forma di conca, e poi si piega a destra, rientrando nel bosco, per uscirne, dopo una nuova svolta a sinistra, alla parte alta dei prati di Criagno (m. 1174).
La parte alta di Felegucc. Foto di M. Dei CasScesi di qui alla baita che si trova leggermente alla nostra destra, si prosegue verso sinistra, tornando a scendere nel bosco, con diversi tornanti, fino a due baite solitarie. Qui si trova un bivio, al quale dobbiamo prendere a sinistra (oltrepassando un cancelletto in legno). L’ultimo tratto del sentiero si snoda nella cornice di un bosco di castagni, attraversando anche una fascia di muretti a secco che testimoniano come anche il bosco fosse una componente essenziale nell’economia contadina del passato. Anche qui l’attenzione ai bolli si impone, per evitare inutili e faticose diversioni. Alla fine ci ritroviamo nella parte alta di Caspano (m. 875), in una zona che ci regala un bel colpo d’occhio panoramico su uno dei più nobili ed antichi borghi dell’arcipelago rurale di Civo. Il ritorno a Poira avviene seguendo la strada che scende verso Serone, che lasciamo, sulla destra, per imboccare la deviazione, segnalata, che sale verso Roncaglia e Poira.
Ma torniamo al cartello nel cuore della pineta, poco oltre la baita Busnardi: se, invece di scendere sulla destra, proseguiamo sul sentiero principali, approdiamo ai prati di Posci (Pusc), a 1445 metri. Il luogo è bellissimo: la fascia di prati, con qualche rudere di baita, si stende, in orizzontale, ai piedi di splendidi boschi. Rigorso. Foto di M. Dei CasLa solitudine regna sovrana, ma non ammanta i prati di un velo di malinconia, quanto piuttosto di un’aura di incantata sospensione.
Portiamoci al limite orientale dei prati: il panorama è ampio, lo sguardo raggiunge, a nord-est (sulla sinistra), i pizzi Torrone, nel gruppo del Masino, seguiti dal monte Arcanzo, dalla cima degli Alli e dalla punta della Remoluzza, sulla costiera che, in Val Masino, separa la Val di Mello dalla Valle di Preda Rossa. Poi, si impone l’inconfondibile e regale profilo del monte Disgrazia. Alla sua destra, i Corni Bruciati e, cima più modesta, ma riconoscibile, il pizzo Bello. Fra le due cime si riconosce il passo di Scermendone, che chiude la Val Terzana, la più orientale fra le laterali della Val Masino. Ancora più a destra, il versante retico medio-valtellinese fugge, in lontananza, mostrando il monte Canale ed il monte Rolla, sopra Sondrio. Sul fondo, ad est, il gruppo dell’Adamello chiude l’orizzonte. Verso sud-est e sud, la teoria della catena orobica, in una sequenza serrata di cime che solo l’occhio esperto riconosce, con in primo piano la bassa Val di Tartano.
Sul limite orientale dei prati troviamo un sentierino che si immerge nel solco ombroso della valle di S. Martino, portandoci al facile guado del torrentello che la solca. Il masso erratico di Rigorso. Foto di M. Dei CasPochi passi sul versante opposto, e siamo sul limite occidentale di una nuova fascia di prati, in corrispondenza di una grande baita semidiroccata. Si tratta dell’alpeggio di Fontanili (Funtanin), a 1375 metri. Seguendo una traccia di sentiero che corre sulla parte alta dei prati, vicino al limite della fascia di boschi, ci portiamo alla parte più alta dell’alpeggio, dove troviamo, a quota 1418, le baite più alte. I prati, a nord-est, terminano sulla soglia di una splendida pineta, nella quale possiamo addentrarci per un buon tratto, seguendo una traccia di sentiero con andamento quasi pianeggiante. Il luogo è incantevole.
Torniamo, poi, sui nostri passi, alle baite di quota 1375, dalle quali scendiamo alle baite di Pra’ Mezzo. Poco sotto una cappelletta con una simpatica campanella, troviamo, a quota 1240 metri circa, presso una baita, un cartello, che indica la partenza del sentiero per Rigorso (Regurs).
Abbiamo due possibilità: proseguire nella discesa, fino ai Gonchi (Gun, o Gone, m. 1178), dove troviamo una pista sterrata che scende fino al cimitero di Caspano, oppure, allungando l’escursione, imboccare, il sentiero per Rigorso, che punta in direzione nord. Vediamo questa seconda opzione.
Grande faggio solitario ai Fontanili. Foto di M. Dei CasDopo un primo tratto tranquillo, nel cuore di un bel bosco, il sentiero, segnalato da bolli rossi, si affaccia sul solco della val Portola. In questo tratto ci vuole un po’ di prudenza, soprattutto se c’è neve o ghiaccio. Guadato il torrentello del vallone, percorriamo un tratto sul versante opposto, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati di Felegücc. Portiamoci ora, con una traversata in piano, alle due baite più basse di quota 1229, che vediamo davanti a noi, sul lato opposto dei prati e sul limite del bosco.
Qui, seguendo le indicazioni, imbocchiamo il sentiero (che nel primo tratto richiede un po’ di attenzione per essere individuato, mentre poi diventa ben visibile e marcato) che scende in un bel bosco, raggiungendo i prati alti del maggengo di Rigorso. Bel maggengo, davvero, non solo per la posizione panoramica, ma anche per la suggestiva presenza di un enorme masso erratico (m. 1035), che non si sa davvero come sia potuto finire qui.
Dalla baita più bassa di Rigorso, la Müiaca, parte, anch’esso segnalato con un cartello e bolli rossi, un sentiero che, dopo un lungo tratto in un bosco tranquillo, La chiesetta di S. Martino sopra Caspano. Foto di M. Dei Cassi affaccia sul selvaggio versante meridionale della bassa valle di Spluga, l’ultima laterale di sud-ovest della Val Masino. Il sentiero scende, con tratti impegnativi, serviti da corde fisse, fino alla pista sterrata la quale, a sua volta, conduce a Ceresolo (m. 1040), sempre in valle di Spluga.
Noi, però scegliamo una soluzione assai più comoda e facile: scendiamo alla pista sterrata che giunge appena sotto le baite e, percorrendola in discesa, riattraversiamo l’impressionante solco della val Portola, prima di intercettare la già citata pista sterrata che scende dai Gonchi. Questa pista, attraversata la valle di S. Martino, raggiunge il cimitero di Caspano (nei cui pressi si trova la chiesetta di S. Martino), dal quale, in breve, proseguendo nella discesa, siamo alla parte alta del paese dal passato illustre, legato soprattutto alla nobile famiglia dei Parravicini.
Il ritorno a Poira di Civo avviene per la via sopra raccontata. Teniamo però presente questa interessante variante: raggiunta la deviazione per Roncaglia, invece di proseguire sulla strada per Poira, portiamoci alla parte alta di Roncaglia, dove parte un sentierino che conduce alla pineta di Poira. La chiesa di Roncaglia. Foto di M. Dei CasL’intero giro degli alpeggi di Civo, da Poira a Rigorso, richiede circa 5-6 ore, anche se il dislivello in altezza da superare non è eccessivo (circa 600 metri).

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 600
Tempo
5-6 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Mountain-bike nello splendido terrazzo sopra Roncaglia

La chiesa di Mello. Foto di M. Dei CasLa piana di Poira, posta sul limite orientale della media Costiera dei Cech, ne rappresenta la perla, il luogo più gentile ed ameno. Di qui possono passare diversi anelli di mountain-bike e diversi percorsi escursionistici. Ecco alcune proposte, che partono dal piano, cioè da Traona.
Diverse sono le possibilità per raggiungere Traona: possiamo, ad esempio, staccarci dalla ss. 38 dello Stelvio al primo svincolo per Talamona (per chi viene da Sondrio), imboccando subito, a destra, un sottopasso che ci porta al ponte di Paniga (dove un semaforo regolamenta la circolazione a senso unico alternato). Superato il ponte, prendiamo a sinistra, attraversiamo Campovico e, ad una strettoia, passiamo a destra del bel ponte di Ganda, alla periferia di Morbegno. Superata la strettoia, dopo una breve salita raggiungiamo la strada che da Morbegno sale a Dazio; percorrendola in discesa, lasciamo alla nostra sinistra il ponte sull'Adda che porta a Morbegno e proseguiamo fino a Traona.
S. Caterina di Corlezzo. Foto di M. Dei CasQui possiamo cominciare la salita in mountain-bike. Torniamo indietro, dalla rotonda in centro al paese, per un tratto, e lasciamo la strada provinciale Valeriana, staccandocene sulla sinistra appena dopo un ponte sul torrente Vallone: ci ritroviamo sulla strada che sale a Mello. Salendo, incontriamo ben presto il Convento, che ospitò, dal secolo XVIII, frati francescani, e che rappresenta un punto di osservazione eccezionalmente panoramico sulla bassa Valtellina e sull'alto Lario. Superato il Convento, proseguiamo fino al tornante sinistrorso (a circa 800 metri da Traona), dove una pista si stacca, sulla destra, dalla strada, e prosegue per circa mezzo chilometro, con andamento quasi pianeggiante, fino alla località Manescia, piccolo nucleo di case circondate da bei vigneti.
Se proseguiamo ancora, sempre in direzione est, incontriamo una cappelletta e, subito dopo, la chiesetta quattrocentesca di Santa Caterina di Corlezzo (o Corlazzo): lasciamo per qualche minuto la mountain-bike e sendiamo sulla destra, sfruttando un sentierino, alla vicina chiesetta secentesca di Santa Apollonia, circondata da alcuni ruderi di baite e posta in una posizione panoramicamente assai felice: di qui, infatti, dominiamo la parte orientale di Morbegno e l'imbocco della Val Gerola.
Poira di Mello. Foto di M. Dei CasTorniamo sulla strada che sale a Mello: poco oltre un tornante destrorso, troveremo un cartello che segnala il castello di Domòfole. Per raggiungerlo, ci stacchiamo, sulla sinistra, dalla strada, percorrendo una breve pista ed un sentiero, che ci porta a ridosso del rudere, al quale non si può accedere perché è pericolante. Il castello subì due distruzioni: la prima, nel 1292, ad opera dei Vitani, la seconda, nel Cinquecento, ad opera dei Grigioni, cui era stata assegnata la Valtellina. Torniamo, quindi, sulla strada e riprendiamo a pedalare verso Mello (m. 681), dove ci accoglie la chiesa parrocchiale di San fedele, che si staccò da Traona nel 1441. Imbocchiamo, ora, la strada per Civo, sulla destra: sul limite del paese troviamo la partenza, a sinistra, della pista, con fondo sterrato ed in cemento, che sale fino a Poira di Mello, o Poira di Fuori (m. 1118), dove termina. All'altezza dell'ultimo tornante sinistrorso dobbiamo ignorare una seconda pista, che se ne stacca sulla destra, e che sale a Poira di Civo (e che può essere sfruttata al ritorno, per chiudere l'anello più corto).
Chi volesse salire al maggengo a piedi, può percorrere un'interessante variante: a Mello, invece di portarsi sulla parte alta del paese, può dirigersi verso il suo limite occidentale, dove parta una pista sterrata che attraversa la valle di San Giovanni e porta alla bellissima chiesa di San Giovanni di Bioggio (m. 691). Pegola. Foto di M. Dei CasNon raggiungiamo, però, il cuore della valle, perché, in corrispondenza della cappella di S. Antonio, ci stacchiamo dalla pista sulla destra, e seguiamo un sentiero, non molto evidente, che sale, ripido e diritto, nel bosco, fino ad alcuni ruderi di baita.
Pieghiamo, quindi, a destra, seguendo una traccia di sentiero, che ci porta nel cuore di una vallecola: ci portiamo, così, sul suo lato opposto (orientale), dove troviamo una nuova traccia di sentiero, che ci porta, dopo una ripida e breve salita, al limite inferiore dei prati di Poira di Mello. Davanti a noi, in alto, il frastagliato crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti. Dai prati del maggengo si gode di un bello scorcio sull'alto Lario. Portiamoci ora sul lato opposto dei prati, verso est, per effettuare una bella traversata a Poira di Civo, o Poira di Dentro. La traversata va effettuata con la bike in spalla, e può seguire due itinerari: il primo passa per le baite di Pegola (dove ci viene regalata anche una perla di saggezza popolare), che raggiungiamo risalendo i prati verso est-nord-est: poco sopra le baite, troviamo una poco pronunciata sella, valicata la quale ci affacciamo alla splendida piana di Poira di Civo.
La seconda possibilità di porta nel cuore della bellissima pineta, che ricopre il modesto dosso (m. 1148) che separa Poira di Mello da Poira di Civo. In questo secondo caso, dobbiamo rimanere più sulla destra (direzione est), risalendo i prati fino a trovare la pista, ciclabile, che attraversa la pineta.
 La chiesetta di S. Margherita. Foto di M. Dei CasSul lato opposto scendiamo leggermente, fino a raggiungere la graziosa e recente (2000) chiesetta di Santa Margherita. Il panorama sul versante delle Orobie occidentali è eccellente, soprattutto in direzione delle valli del Bitto. Se torniamo indietro, in direzione della bocchetta di Pegola, troviamo la partenza di una pista, tracciata di recente, che, dopo un primo tratto verso nord est, piega ad ovest-nord-ovest, passa per la località Poncio (m. 1263), piega a destra e, poco oltre, si interrompe: il progetto è quello di completarla fino all'alpeggio di Fontanili.
Per gli amanti delle escursioni con mete inusuali, segnalo che nei pressi del punto di interruzione, sulla sinistra, si può trovare, guardando con attenzione, un sentierino poco marcato, che, dopo una serie di ripidi tornantini, piega a destra, procede per un tratto in piano e porta ad una macchia di conifere. Qui la traccia tende a perdersi, ma possiamo facilmente procedere a vista, in direzione del limite settentrionale della macchia, tracciando una diagonale che ci porta al limite inferiore dei Prati Ovest, poco al di sopra dei 1400 metri. Le diverse baite abbandonate dei prati conferiscono al luogo il fascino straordinario di una solitudine arcana. Tornando alla pista, prestiamo attenzione a non scendere diritti, per non finire sul limite di un largo dirupo, ma ricordiamoci di piegare a destra.
Torniamo a Poira, dove diverse sono le possibilità per chiudere l'anello di mountain-bike. La più breve è quella di scendere sulla pista che scende dalla bocchetta di Pegola, e che porta alle baite occidentali di Poira di Civo. Poira di Civo. Foto di M. Dei CasProseguendo nella discesa, la pista volge a destra (sud-est), scendendo ad intercettare la pista Mello-Poira di Mello, che abbiamo sfruttato per la salita, all'altezza dell'ultimo tornante sinistrorso (per chi sale). Un secondo e più lungo percorso richiede la traversata della piana, in direzione est, per raggiungere la strada asfaltata che sale da Roncaglia. Scendendo per questa strada, oltre Roncaglia, intercettiamo la strada che congiunge Serone a Caspano; prendendo a destra, scendiamo a Serone e, prendendo poi a destra, torniamo a Mello. Se, invece, poco sotto Roncaglia prendiamo a sinistra, saliamo a Caspano e possiamo proseguire verso est: se, poi, ad un bivio, prendiamo a destra, possiamo scendere, passando per Cadelpicco e Cadelsasso, a Dazio, e di qui al ponte sull'Adda a nord di Morbegno; se, infine, al bivio prendiamo a sinistra, ci affacciamo sulla bassa Val Masino, scendendo a Civo e, di qui, al Ponte del Baffo, dove intercettiamo la ss. 404 della Val Masino, che, percorsa in discesa, ci porta a Màsino. Ci dobbiamo, ora, portare sulla ss. 38 dello Stelvio, procedendo in direzione di Morbegno, per tornare a Traona.
Nel ritorno ci conviene lasciare la ss. 38 all'altezza del ponte di Paniga, sfruttando lo svincolo sulla sinistra, per poi passare sul lato opposto, rispetto alla statale, svoltando a destra ed utilizzando un sottopassaggio. Il ponte di Ganda. Foto di M. Dei CasCi portiamo così al ponte di Paniga, il cui accesso è regolato da un semaforo. Oltre il ponte, pieghiamo a sinistra, raggiungendo Campovico e proseguendo fino al ponte di Ganda. Si tratta di uno dei più interessanti ponti di Valtellina, costruito nel secolo XV e ristrutturato nel 1778 dopo la rovinosa alluvione del 1772. Passiamo alla sua destra e, dopo un tratto in salita nel quale la carreggiata si restringe, ci immettiamo sulla strada che da Morbegno sale a Dazio. Seguendola in direzione est, passiamo a destra del ponte sull'Adda alla periferia settentrionale di Morbegno e, in breve, torniamo a Traona, chiudendo l'anello più lungo, che richiede circa 4 ore di pedalata.
Ora, però, scriviamo qualche riga riservata agli escursionisti, raccontando la via più breve per salire a Poira partendo dal piano. Punto di partenza è la strada Morbegno-Dazio: la si raggiunge staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi viene da Milano) sulla sinistra (indicazione per la Costiera dei Cech), varcando su un ponte il Bitto, superando una rotonda e percorrendo un rettilineo fino al ponte sull’Adda. Oltrepassato il ponte, dobbiamo prendere a destra, imboccando la strada citata, che sale verso Dazio. Appena prima del primo tornante sinistrorso (dove, prestiamo attenzione, vi è lo stop per dare la precedenza alle auto che vengono dalla stradina che sale dal ponte di Ganda), troviamo, sulla sinistra, uno spiazzo, e lì possiamo parcheggiare per dare inizio alla camminata, da una quota di 250 metri.
Dopo un lungo tratto verso ovest, affrontiamo il primo tornante destrorso, e pedaliamo per un alto buon tratto in direzione nord-est, fino a trovare, sulla Prato sopra la chiesa di Civo. Foto di M. Dei Cassinistra, lo svincolo per Santa Croce. Lasciamo, quindi, la strada per Dazio ed imbocchiamo quella che sale al primo dei borghi toccato dal nostro circuito, Santa Croce, appunto (m. 447), posto nel cuore di una fascia di vigneti, con ottima vista panoramica su Morbegno, la bassa Valtellina e le valli del Bitto. Sul sagrato della chiesa parrocchiale, di origine secentesca, restaurata nel 1933, si respira un intenso profumo d’antico, ed anche la caratteristica Trattoria di Santa Croce contribuisce a conservare l’atmosfera di paese, raccolta, un po’ sonnolenta, molto serena.
Portiamoci, ora, verso la parte occidentale (di sinistra, per chi sale) del paese, superando una fontana; non imbocchiamo, però, la pista che sale verso Mello, ma rimaniamo sulla stradina che propone un tornante a destra e sale verso un gruppo di case alte. Appena dopo il tornante, troviamo, sulla sinistra, una mulattiera che sale fra le vigne, raggiungendo le baite alte della parte occidentale del paese. Passando in mezzo alle baite, la mulattiera prosegue, alle loro spalle, con un bel tratto delimitato da due muretti a secco.
Entrata in un bel castagneto, la mulattiera diventa sentiero. Alcune frecce bianche contornate di rosso ci aiutano a non perderlo. Il sentiero volge a destra, con un muretto a secco che lo delimita a monte, fino al rudere di una grande baita. Oltrepassato il rudere, saliamo ancora, fino ad una cappelletta isolata Cascata sopra Civo. Foto di M. Dei Cas(che, almeno nei mesi invernali, si vede da Santa Croce), con un bel dipinto che rappresenta la Madonna secondo l’immagine dell’Apocalisse, cioè come Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi. Una freccia rossa ci indica che il sentiero, qui, volge a sinistra, fino ad un nuovo rudere, dove volge di nuovo a destra, uscendo dal bosco ed approdando ai prati che precedono un tornante sinistrorso della già citata strada asfaltata che da Santa Croce sale a Civo. Sulla sinistra della strada troviamo una grande baita e, appena oltre, sulla sinistra, una larga mulattiera che se ne stacca. Seguendola, incontreremo, sulla destra, due cappellette. La cornice è davvero bella, silenziosa, suggestiva: siamo circondati da castagni e betulle, e possiamo immaginare l’innumerevole transito, nelle stagioni ormai tramontate, di passi con il loro carico di fatiche, pensieri, preghiere.
Dopo un buon tratto, la mulattiera esce dal bosco e volge a destra: incontriamo una terza cappelletta, sulla sinistra, e raggiungiamo, finalmente, le case sul limite meridionale di Civo (m. 743). Portiamoci, ora, nella zona della chiesa, cioè verso destra. A monte della chiesa si stende una bella fascia di prati. Se osserviamo, vedremo, un po' a sinistra rispetto alla chiesa, alle spalle di alcune case di recente costruzione, una mulattiera che prende a salire tagliando i prati, circondata, da ambo i lati, da un muricciolo. Dopo un primo tratto verso destra, la mulattiera volge a sinistra e si avvicina ad un bosco di castagni, giungendo nei pressi del torrentello che scende a Civo dalla piana di Poira, confluendo, più in basso, nel torrente Toate, e formando anche un’interessante cascata da un saltino di roccia. Prendiamo, ora, a sinistra, seguendo un sentiero che si inerpica su un dosso occupato da una selva di castagni. Ad un certo punto troviamo un sentiero che scende, verso destra, nel solco della valle alla nostra destra, proprio in corrispondenza della cascata, passando sul lato opposto. Passiamo, quindi, su questo versante (ma potremmo salire anche rimanendo sul versante di sinistra) e, proseguendo nella salita, giungiamo alla parte inferiore di una pista che si perde fra i prati.
Baita solitaria nei prati bassi di Poira. Foto di M. Dei CasSalendo verso destra, raggiungiamo il grande ripetitore televisivo, a cui giunge una pista sterrata che, percorsa verso destra, si congiunge con la strada asfaltata che sale da Roncaglia. Se, invece, prendiamo a sinistra, ci portiamo nel cuore delle baite di Poira di Dentro. Alla fine abbiamo superato circa 800 metri di dislivello, in 2 ore e mezzo di cammino.

Difficoltà
E
Dislivello
Vari
Tempo
Vari



- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Tre traversate dai Cech alla valle di Spluga

Le baite di Ca' ai Moi. Foto di M. Dei Cas Appartiene al territorio di Civo anche una metà circa della Valle di Spluga, la prima laterale occidentale della Val Masino, e precisamente tutta la destra orografica della valle, cioè la parte posta a sud-ovest del torrente Cavrocco. Effettuare una traversata dalla Costiera dei Cech a questo avamposto della Val Masino significa, quindi, percorrere sentieri in passato molto battuti e di grande significato per quella straordinaria civiltà contadina che costituisce l’intarsio dei borghi di Civo. Ma significa, anche, poter raggiungere uno dei più straordinari e meno noti angoli della Val Masino, il lago di Spluga superiore.
Tre sono le vie percorribili (anche se quella mediana è piuttosto difficile). La prima e più bassa parte da Caspano, la seconda e la terza partono da Poira di Civo, o Poira di Dentro. Portiamoci a Caspano, salendo da Dazio. Entrati in paese, portiamoci nella parte alta sul lato orientale, salendo in direzione del cimitero.
Parcheggiata l’automobile nei pressi del cimitero e della chiesetta di S. Antonio (m. 940), proseguiamo sulla pista che supera il torrente della valle di S. Martino e ci porta ad un bivio: prendendo a sinistra si sale al maggengo di Gonchi (Gune o Gun), mentre prendendo a sinistra ci si porta al maggengo di Rigorso (Regurs). Scegliamo questa seconda via. La pista bassa, dopo un primo tratto pianeggiante, scende un po’, fino a raggiungere il solco della cupa Val Pòrtola, per poi risalire sul lato opposto e raggiungere, in breve, il limite inferiore dei prati di Rigorso. La pista termina proprio La Scaleta. Foto di M. Dei Casnei pressi delle baite della Müiàca, che sono più in basso rispetto alle vicine baite di Rigorso.
Dalla Müiàca (m. 985) parte un sentiero che si addentra nel bosco, tagliando il fianco montuoso che segna il confine fra Costiera dei Cech e Val Masino. Si tratta di un sentiero caduto quasi nell’oblio, e recuperato di recente: iniziativa encomiabile, che rende onore ad un’antichissima via sfruttata dalla pastorizia e dalla transumanza. Nel primo tratto il sentiero (ignoriamo una deviazione che scende a destra verso Cevo) corre quasi pianeggiante, raggiungendo i ruderi delle baite della località denominata “Ca’ ai Moi”. Poi si affaccia all’ombroso fianco sud-occidentale della Valle di Spluga: sentiamo, sul fondovalle, nel quale il ripido bosco sembra precipitare, l’insistente mormorio del torrente Cavrocco.
Il sentiero ci porta, quindi, alla cosiddetta “Scaleta”, un passaggio nel quale scende, ripido, superando, a zig-zag, un’insidiosa fascia di roccette, opportunamente attrezzata con corde fisse (prestiamo molta attenzione se le roccette sono bagnate). La discesa ripida prosegue, più in basso, sempre nel bosco, con diversi tornantini, finché, con un’ultima ripida scivolata, ci ritroviamo sulla recente pista tracciata sul lato di sud-ovest della valle per servire gli impianti della centralina idroelettrica della Sem. La pista ha cancellato l’antico tracciato, che superava audacemente l’orrida Val del Crap Bianc. Percorrendo, per un buon tratto, la pista in salita raggiungiamo, infine, il ponticello sul Cavrocco che ci porta sul lato destro (per noi) della Verso Ledino. Foto di M. Dei Casvalle, dove troviamo le baite del maggengo di Cerèsolo (m. 1041). Qui giunge, anche, la bella mulattiera della Valle di Spluga, che sale da Cevo.
La nostra escursione potrebbe anche terminare qui (volendo, si può scende a Cevo, per poi risalire, lungo la strada asfaltata di Val Portola, a Bedoglio ed a Caspano). Ma, se abbiamo sufficienti energie e volontà, non possiamo non puntare ai laghi, risalendo la valle lungo il sentiero, un po’ monotono e faticoso, che passa per la Corte del Dosso (m. 1400), la corte di Cevo (m. 1748) e la casera di Spluga (m. 1939). Qui il tracciato esce dal bosco: dobbiamo proseguire guidati dai segnavia, in diagonale verso sinistra, fra balze e dossi, in un paesaggio di selvaggia ed incontaminata bellezza, fino alla baita superiore a 2110 metri, a che si trova a monte dei due laghetti inferiori di Spluga, alla sua sinistra. Un ultimo tratto, ed eccolo, improvviso, straordinario nel cupo silenzio delle sue acque, il lago superiore, a 2160 metri. Siamo in cammino da circa 5 ore, ed abbiamo superato 1200 metri di dislivello.
Vediamo, ora, come giungere fin qui per altra due vie. Entrambe partono dall’alpeggio di Pesc, a cui si sale da Poira di Civo. Portiamoci, dunque, a Poira, seguendo la strada che da Dazio sale verso Caspano, e staccandocene sulla sinistra a Chempo, seguendo le indicazioni per Roncaglia e Poira.
La strada termina nel piazzale della chiesetta di Poira (m. 1077), dove possiamo lasciare l'automobile. Dopo aver letto le indicazioni riportate su un cartello, che offre informazioni interessanti sulle possibilità escursionistiche della zona e sulle sue caratteristiche, ci incamminiamo, verso destra (nord-est), su una Pesc. Foto di M. Dei Caslarga pista che attraversa, nel primo tratto, uno splendido bosco di pini silvestri (il piazzale è anche il punto di partenza delle escursioni che passano per il maggengo Pra' Sücc, e che hanno come meta i Tre Cornini, il bivacco Bottani-Cornaggia o la croce GAM; in questo caso, però, non si imbocca la pista che attraversa la pineta, ma la stradina che si trova appena prima della conclusione della strada asfaltata).
La pista, che alterna tratti in terra battuta a tratti in cemento, sale verso il maggengo di Ledino, attraversando luoghi veramente ameni, di grande suggestione paesaggistica. Un quarto d'ora circa di cammino ci permette di raggiungere il punto più alto del maggengo, a 1181 metri, dove la pista piega a destra (est-nord-est), in direzione del cuore della Val Toate.
Noi dobbiamo, invece, proprio lì dobbiamo abbandonarla, per imboccare un sentiero che se ne stacca sulla sinistra. Lo troviamo in corrispondenza della semicurva a destra, dove la pista assume un andamento pianeggiante. La traccia è ben visibile e non si rischia di perderla, anche se i segnavia rosso-bianco-rossi non abbondano. Dopo un primo tratto della salita, ci ritroviamo ad un bivio, in corrispondenza di una cappelletta: entrambi i rami del sentiero conducono all'alpe Pesc, ma quello destro porta al suo versante orientale, quello sinistro al versante occidentale.
Salita in alta Val Toate. Foto di M. Dei CasPer la via intermedia si prende a destra, si raggiunge la parte inferiore dell’alpeggio, e, senza salire alle baite, si cerca, sulla destra, la partenza del sentiero segnalato con bolli blu. Questo sentiero supera diversi valloncelli e conduce alla baita solitaria della Corte di Roncaglia; poi attraversa la cupa valle di San Martino e raggiunge una seconda grande baita isolata, con una grande cisterna di fronte alla facciata. Sulla sinistra di questa seconda baita il sentiero riprende a salire, in direzione dell’orrido vallone che costituisce la parte alta della val Manonera. Qui l’erba alta, la natura selvaggia dei luoghi e l’esposizione di certi passaggi sconsigliano la prosecuzione; la traccia di sentiero, comunque, supera il vallone, taglia un versante ripido e si affaccia alla Valle di Spluga, raggiungendo, alla fine, la casera di Desenigo (m. 1749). Dalla casera, con salita a vista non difficile, ci si porta, infine, nella zona dei laghi. Vediamo, ora, la via più alta, più faticosa ma molto più sicura.
Torniamo alla cappelletta nel bosco sopra Ledino, cioè al bivio di quota 1400: prendiamo a sinistra, seguendo la freccia e la scritta "Croce". La salita prosegue nello scenario di un bellissimo bosco di betulle, dove, nelle luminose giornate autunnali, la luce del sole ricama trame preziose, che esaltano lo splendore dei colori nascosti nello scrigno di questo angolo della Costiera dei Cech.
Il passo di Colino est. Foto di M. Dei CasA quota 1600 metri circa, oltrepassata una fascia di conifere, usciamo dal bosco e ci ritroviamo sul limite inferiore del versante occidentale dell'alpe Pesc (toponimo abbastanza comune in Valtellina, usato per indicare abeti e pini), dove troviamo un paio di baite. Davanti a noi si apre il suggestivo scorcio della parte orientale dell'alta val Toate, chiusa, ad est, dal Corno del Colino (m. 2504) e dalla Torre di Bering.
Il sentiero prosegue, attraversando, in verticale, i prati dell'alpe, in direzione dell'alta valle, dove si trovano tre passi che consentono altrettante direttrici escursionistiche di notevole interesse: ad est, poco a monte della Torre di Bering, il passo del Colino orientale (m. 2412: i segnavia conducono a questo passo), che permette di scendere ai laghetti dell'alta valle di Spluga (in Val Masino, sopra Cevo); a nord-ovest il passo del Colino orientale (m. 2630), che permette di scendere all'alpe Primalpia, in Valle dei Ratti, sopra Verceia; ad ovest, infine, il canalone che conduce alla bocchetta che congiunge la val Toate all'alta val Visogno, dalla quale si raggiunge, con un tratto in piano, il bivacco Bottani-Cornaggia, per poi tornare, passando per Pra' Sücc, a Poira.
Torniamo al sentiero, che, superati i prati alti di Pesc, attraversa una breve pineta, alcuni prati più alti ed una fascia di ontani, e torna ad uscire all’aperto dei Sperone di roccia a sud del passo di Colino est. Foto di M. Dei Caspascoli presso la baita del Colino (m. 1937). Qui termina, secondo le indicazioni della carta IGM. In realtà una traccia di sentiero prosegue alle spalle della baita (l’erba alta la rende poco visibile, ma cercando con attenzione i segnavia lo troviamo.
Il sentierino sale ripido su un piccolo dosso, poi piega a destra e si porta sul lato destro della valle, in direzione di un largo dosso che si trova a sinistra della morena che, a sua volta, è ai piedi dell’imponente Corno del Colino e della Torre di Bering. Nella salita, possiamo prendere come riferimento un grosso masso, sul quale è visibile, anche da una certa distanza, il segnavia rosso-bianco-rosso. Raggiunto il largo dosso, non possiamo più sbagliare: alcune ampie diagonali ci portano, oltrepassato il limite superiore dei pascoli (segnalato da un filo di ferro arrugginito) ed una breve fascia di massi, all’ultimo tratto, abbastanza marcato, che sale, zigzagando, al passo del Colino orientale.
Nella salita possiamo ammirare, sulla destra, i contrafforti della poderosa Torre di Bering. Non è, con i suoi 2403 metri, la più alta cima del fianco orientale della valle (rappresentata, invece, dal cono a base larga del Corno di Colino, m. 2504), ma sicuramente, con la sua caratteristica forma a corno, la più bella. Le formazioni rocciose che dalla torre proseguono verso nord-ovest nascondono il passo, per cui il suo intaglio comincia a farsi visibile solo quando ci troviamo ai La media Valtellina vista dal passo di Colino est. Foto di M. Dei Caspiedi del conoide che scende da esso. Lo vediamo quando ormai dista pochi minuti di cammino, e lo raggiungiamo sfruttando un ben visibile sentiero.
Dal passo, posto a quota 2414, si apre un ampio scorcio sulla media Valtellina, mentre nella complessa conformazione dell’alta Val Toate si distingue, sul suo lato opposto, il più alto e già citato passo di Colino ovest (m. 2630); alla sua destra, la vetta più alta di questo gruppo montuoso, la Cima del Desenigo, o monte Spluga (m. 2845). Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro, tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto: la piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione, oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi.
Torniamo al passo, che immette nell’alta valle di Spluga (prima laterale occidentale della Val Masino, sopra Cevo), e precisamente nel lato sud-occidentale dell’alta valle. La discesa non presenta problemi: i segnavia sono numerosi e ben visibili, e ci portano dapprima ad effettuare un semicerchio verso sinistra (dalla Discesa in Valle di Spluga. Foto di M. Dei Casdirezione est a quella nord), poi ad attraversare un valloncello, finché ci affacciamo, a quota 1320 metri circa, su quella che ci appare come un’ampia spianata nell’alta valle, dove scorgiamo una baita isolata. Nella prima parte di questa discesa, fermiamoci per osservare le cime alle nostre spalle: il corno di Colino si mostra come un impressionante conglomerato di massi, la torre di Bering quasi non si riconosce più, il sistema di rocce alla sua destra presenta spuntoni dalle forme più bizzarre.
Scendiamo, quindi, verso il pianoro, in direzione nord e, passando a monte della baita, superiamo una fascia caratterizzata da qualche boccetta, a quota 2240 circa, piegando poi gradualmente ad ovest (sinistra). Ci portiamo, così, in vista del bellissimo lago superiore di Spluga (m. 2160), alle cui acque scure fanno da corona i due passi di Primalpia (a sinistra) e Talamucca (o bocchetta di Spluga, a destra), facili porte di accesso alla valle dei Ratti, e la tozza cima del Calvo (o, su alcune carte, monte Spluga, 2967 metri). Un gioiello, tanto più prezioso quanto più raro, in una valle, quale la Val Masino, che all’abbondanza di superbi scenari di granito non unisce il più classico corollario dei laghetti alpini (al di là del sistema dei laghetti di Spluga, di un microlaghetto al centro della val Cameraccio e del laghetto di Scermendone, nulla).
Poco prima di raggiungere le rive del lago, dall’itinerario disegnato dai segnavia si stacca, sulla sinistra, la traccia di sentiero che sale al passo di Primalpia (m. Il lago superiore di Spluga. Foto di M. Dei Cas2476), oltre il quale si trova un sistema analogo, costituito da due laghetti (dove però quello più grande è ad una quota più bassa). Scendendo dal passo, potremmo, poi, scegliere di raggiungere il rifugio Volta (percorrendo un tratto del Sentiero Italia) o di piegare a sinistra per il bivacco Primalpia.
Noi raggiungiamo, invece, la riva orientale del lago: sul lato opposto, a destra, vedremo la casera più alta di Spluga. Da Poira al lago superiore di Spluga, per la via più alta, occorrono circa 5-6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello in salita approssimativo di 1350 metri. Un consiglio per il ritorno: scendiamo, seguendo i segnavia, sul versante di sinistra della valle, fino a trovare il sentiero (che più in basso diventa mulattiera) che porta fino a Cevo, dove possiamo farci venire a prendere. La seconda possibilità, più faticosa, è quella di portarsi, a Ceresolo, sul lato opposto della valle, scender sulla pista e, all'indicazione per Regurs, salire sul sentierino che porta al maggengo (vale a dire: seguira le via bassa per tornare a Caspano, e da qui risalire a Poira).

Difficoltà
EE
Dislivello
1200 o 1350 m
Tempo
5 h o 5-6 h

L'alta Valle di Spluga. Foto di M. Dei Cas

- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
L'anello Val Visogno-Val Toate

Pra Succ. Foto di M. Dei Cas Nella parte alta del territorio dei comune di Civo, sul versante della Costiera dei Cech, si trovano due grandi anfiteatri alpini, l’alpe Visogno, ad ovest (che appartiene a Civo solo nella sua parte orientale) e l’alta Val Toate, ad est.
Sono possibili due interessantissimi itinerari escursionistici, ad anello, che consentono di passare dall’una all’altra, toccando luoghi di grande fascino, anche perché poco battuti, suggestivi ed estremamente panoramici. Entrambi prevedono la salita, da Poira di Civo (m. 1071), al bivacco Bottani-Cornaggia (m. 2327), a monte dell’alpe Visogno; dal bivacco le strade si dividono, perché l’anello basso effettua una traversata sostanzialmente pianeggiante ad una bocchetta-canalone che immette nell’alta Val Toate, mentre quello alto sale al passo di Visogno (o Locino, o Malvedello: la toponomastica è controversa; m. 2574), che immette in un vallone a monte dell’alpe Primalpia, in Valle dei Ratti; risalito il vallone verso nord-est, si raggiunge il passo di Colino ovest (m. 2630) dal quale si scende nell’alta Val Toate.
In entrambi i casi, dall’alta Val Toate si scende, infine, all’alpeggio di pesc (m. 1613) e di qui il ritorno a Poira. Dalle indicazioni altimetriche si sarà intuito che si tratta di escursioni impegnative (soprattutto quella alta, che ha un dislivello complessivo di circa 1580 metri). L’impegno, però, può essere di molto ridotto se decidiamo di destinare due giornate all’escursione, sfruttando il bivacco.
L'alpe Visogno. Foto di M. Dei CasVediamo, innanzitutto, come salire al bivacco, sfruttando un itinerario che si svolge in gran parte nel territorio del comune di Mello. Al primo semaforo di Morbegno (per chi proviene da Milano) imbocchiamo, dunque, lo svincolo a sinistra, per la Costiera dei Cech; superato il ponte sul Bitto e quello sull’Adda, prendiamo a destra e saliamo a Dazio, proseguendo per Caspano e Roncaglia (non per Cadelsasso e Cadelpicco). All’altezza di Chempo, prendiamo a sinistra per Roncaglia e Poira. Oltrepassata Roncaglia, la strada termina al piazzale della chiesetta di Poira (m. 1071). Lasciamo qui l’automobile e procuriamoci le chiavi del bivacco, se non l’abbiamo già fatto a Morbegno presso Oscar Scheffer del GAM di Morbegno (tel.: 0342 611022): le troveremo agli alberghi Scaloni o Ville di Poira, a Poira, o da Anselmo Tarca, all’alpe Visogno o al Pra’ Succ.
Non dobbiamo imboccare, ora, la più invitante pista che attraversa un bellissimo bosco di pini silvestri, verso nord-est (alla nostra destra, segnavia n. 22: è la pista che sfrutteremo al ritorno), ma quella che parte più a sinistra, e precisamente a sinistra di due cartelli, sul tronco di un pino, che offrono alcune informazioni sul bivacco e che ci informano della denominazione del sentiero (Sentiero Tre Cornini: Pra Succ è dato ad un'ora, la croce G.A.M. a 4 ore, il bivacco Bottani Cornaggia a 3 ore ed il passo di Vesogno e la Val dei Ratti a 4 ore). Un unteriore cartello segnala la presenza di vipere nella zona: teniamone conto e procediamo con la dovuta attenzione. La pista si porta alle spalle di alcune belle villette e, trasformandosi presto in sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi, n. 23), sale per un buon tratto nel bosco, in direzione nord-ovest, piegando poi a sinistra ed Il bivacco Bottani-Cornaggia. Foto di M. Dei Casiniziando una serie di serrati tornantini. Ad un certo punto troviamo, sulla destra, l'indicazione di un sentierino minore che si stacca dal nostro e raggiunge il torrentello che scende dal lato orientale dell'alpe Visogno. L'indicazione segnala la presenza di acqua, in luoghi nei quali essa è assai scarsa. Teniamone conto e portiamocene una buona scorsa da casa. Alla fine della salita, il sentiero, dopo una svolta a sinistra, esce dal bosco ed effettua, fra betulle, salici e ginestre (ma anche qualche triste scheletro di albero bruciato), un lungo traverso a sinistra; dopo un’ultima svolta a destra, eccoci alle baite inferiori del Pra’ Succ (m. 1647, comune di Mello), la cui denominazione fa riferimento alla scarsità di acqua che caratterizza spesso questi luoghi.
In cima ai prati (molto panoramici: verso ovest dominiamo buona parte della media Valtellina, sullo sfondo dell’Adamello), nei pressi di alcune baite, c’è un cartello (m. 1727) che indica la ripartenza del sentiero: quindi, ignorando il sentiero che dalla parte bassa dei prati prosegue verso nord-est, effettuando una traversata fino al già citato alpeggio di Pesc, saliamo alle baite alte e cerchiamo il cartello con un po’ di pazienza.
Il sentiero rientra nel bosco e, con andamento nord e nord-est, attraversa il torrentello che scende dalla Val Visogno, superando anche una macchia che reca ancora i segni desolanti di un incendio. Dopo un tratto verso destra, raggiungiamo una bella radura, ai piedi di un canalone occupato da grandi massi, che costituisce il ramo orientale della Val Visogno. Attraversata la radura, saliamo, quindi, per un tratto, tendendo leggermente a destra, per poi piegare a sinistra e portarci sul fianco di un largo dosso. La traccia qui è assai debole, per cui dobbiamo prestare molta attenzione ai segnavia.
Il pianoro ad est del bivacco Bottani-Cornaggia. Foto di M. Dei CasSeguendo per un tratto il crinale del dosso, ci affacciamo, alla fine, ai prati dell’alpe Visogno, un ampio pianoro sorvegliato dalla baita di quota 2003 (comune di Mello). Prima di raggiungere questa baita, incontriamo un cartello che dà il bivacco Bottani-Cornaggia ad un’ora ed il rifugio Volta a 5 ore. Alla nostra sinistra sono visibili i celebri Tre Cornini, massi erratici misteriosamente fermi sul ciglio di un ripido crinale.
Attraversata la piana, con una diagonale verso il limite sinistro, ritroviamo il sentiero che, inizialmente, sale verso sinistra, poi piega a destra (ignoriamo la traccia che punta a sinistra, in direzione del cinale che scende ai Tre Cornini) ed effettua una lunga diagonale che ci porta allo speroncino di roccia su cui è posto il bivacco, in territorio del comune di Mello. La salita richiede circa 3 ore e mezza, per superare 1250 metri circa di dislivello, nello scenario di grande bellezza delle guglie gotiche della testata della valle, che culmina nella cima di Malvedello (m. 2640). Pernottare in questo luogo solitario, vero regno delle aquile, che guarda dal suo lontano silenzio al brulicare di vita del fondovalle, è sicuramente un’esperienza di forte impatto emotivo. Superbo è il panorama: verso sud, in particolare, le valli del Bitto di Albaredo e di Gerola si aprono, in tutta la loro ampiezza, al nostro sguardo.
Vediamo, ora, come proseguire per la variante alta dell’anello. Alle spalle del bivacco parte un percorso segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (gli stessi che Salita al passo di Visogno. Foto di M. Dei Casguidano ad esso) e che, come si trova indicato su un grande masso, porta ai rifugi Volta ed Omio. L’itinerario, infatti, punta a nord-est, districandosi fra gli ultimi magri pascoli ed una fascia di massi che occupa il piede di un intaglio sul crinale fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti (intaglio che non è visibile dal bivacco, ma che cominciamo a vedere salendo). Più o meno a metà della salita, rientriamo nel territorio del comune di Civo.
L’intaglio sul crinale è il passo di Locino o Visogno (m. 2574), da cui si gode di un ottimo colpo d’occhio sulla testata della Valle dei Ratti: distinguiamo, da sinistra, l’affilato profilo del sasso Manduino (m. 2888), la cima quotata m. 2846, la punta Magnaghi (m. 2871), le cime di Gaiazzo (m. 2920 e 2895), il pizzo Ligoncio, la maggiore elevazione di questa testata, con i suoi 3038 metri, i pizzi delle Vedretta (m. 2925) e Ratti (m. 2907) ed, infine, il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), che, da qui, sembra la cima più alta.
Raggiunto il passo, ci affacciamo ad un ampio e desolato vallone, dal quale si può scendere all’alpe Primalpia ed al bivacco omonimo (m. 1980), in Valle dei Ratti, seguendo i segnavia; dal bivacco, poi, si può traversare al rifugio Volta (m. 2212), punto di partenza del sentiero attrezzato Dario Di Paolo che, per il passo della Vedretta Meridionale, conduce in valle dell’Oro ed al rifugio Omio (presentando, tuttavia, un piccolo passaggio che richiede attrezzatura alpinistica).
Ma questo non rientra nei nostri progetti. Noi dobbiamo, invece, portarci sul fondo del canalone e, prendendo a destra, risalirlo con molta cautela, fra massi e La testata della Valle dei Ratti vista dal passo di Visogno. Foto di M. Dei Cassfasciumi, puntando verso nord-est, cioè verso il passo del Colino ovest (m. 2630), per il quale si torna nella Costiera dei Cech, e precisamente in alta Val Toate. La discesa nel cuore del canalone e la successiva risalita richiedono prudenza ed attenzione, perché ci si muove su un terreno ingombro di massi che possono rivelarsi meno stabili di quel che appare. Non ci sono segnavia che ci possano aiutare. Sulla nostra sinistra possiamo ammirare l’ampio versante sud-occidentale della cima del Desenigo (m. 2845), una costellazione di massi di tutte le dimensioni.
Raggiunta la soglia del passo, si apre un orizzonte che definire emozionante è poco: non solo l’alta Val Toate, sotto di noi, ma, in una splendida fuga verso l’orizzonte, la media Valtellina e la catena orobica. Inizia, ora, la discesa: su traccia di sentiero, zigzagando, scendiamo ad un pianoro sottostante, caratterizzato dalla presenza di due grandi massi dalla forma curiosa, che sembrano fronteggiarsi, quasi a delimitare una simbolica ed enigmatica porta. Raggiunto il pianoro, non volgiamo a sinistra, ma lo attraversiamo diritti, cominciando, poi, a scendere su traccia di sentiero, verso est; tagliato, poi, un dosso erboso, proseguiamo la discesa, in diagonale, fino ad intercettare i segnavia rosso-bianco-rossi che indicano la traccia di sentiero che dai pascoli dell’alta valle conduce al passo di Colino est (m. 2412), porta naturale fra l’alta Val Toate e la Valle di Spluga.
Salita al passo di Colino ovest. Foto di M. Dei CasRaggiunto il primo segnavia, seguiamo la traccia di sentiero in discesa, districandoci fra grandi dossi erbosi. Non perdiamo di vista i segnavia, per evitare inutili giri. Il terreno non è difficile, ma va affrontato con un po’ di cautela, anche perché l’erba può nascondere buchi insidiosi per le nostre caviglie. Fermiamoci, ora, nel racconto della discesa, perché fin qui giunge anche la seconda variante, più bassa dell’anello. Torniamo, dunque, al bivacco Bottani-Cornaggia: ora, però, invece di seguire i segnavia, dobbiamo dirigerci verso est, tagliando un ampio pianoro erboso ed un successivo altopiano più irregolare, fra pascoli, balze e rocce, e rimanendo approssimativamente alla stessa quota, e comunque a sinistra di modeste formazioni rocciose arrotondate, sulle quali sono posti alcuni grandi ometti. Questo segmento della traversata, fino all’alta Val Toate, è segnalato da diverse frecce di color blu, che si fanno più frequenti alla bocchetta di Toate.
Si tratta, in realtà, di un facile canalone che, dal pianoro dell’alta Val Visogno, scende in alta Val Toate. Non è difficile trovarne il largo imbocco, a quota 2340 circa, anche se, prima di raggiungerlo, dobbiamo attraversare una fascia di balze che lo nascondono alla vista. Il canalone è occupato da massi, anche malfermi, ma, seguendo le frecce, possiamo individuare una traiettoria di discesa che, percorrendone prima il lato sinistro, poi portandosi verso il centro ed infine leggermente a destra, li evita quasi interamente, per approdare ai pascoli della valle, approssimativamente cento metri più in basso rispetto all’imbocco. Per un buon tratto continuiamo a seguire le frecce che ci fanno tagliare, senza perdere quota, un dosso erboso, su traccia di Pianoro sotto il passo di Colino ovest. Foto di M. Dei Cassentiero, per poi iniziare a scendere in diagonale, fino ad intercettare sul lato sinistro (per chi scende) della valle il sentiero per il passo di Colino est (segnavia rosso-bianco-rossi); poi pieghiamo bruscamente a destra, portandoci sul lato destro della valle, pero poi scendere, con un’ultima diagonale verso destra, alla visibile baita del Colino (m. 1937). La discesa dall’alta valle è dominata, sulla nostra sinistra, dagli imponenti contrafforti della Torre di Bering (m. 2403) e del Corno di Colino (m. 2504).
L’ulteriore discesa dalla baita all’alpe Pesc non è difficile: incontriamo una traccia di sentiero più marcata, che supera una fascia di ontani e porta alla parte alta dei prati di Pesc (o, come si trova con discutibile italianizzazione sulle carte, Peccio). Dalla limite di destra delle baite di Pesc il sentiero riparte e, dopo una tranquilla discesa in un bel bosco, raggiunge il maggengo di Ledino (m. 1232), dal quale, su comoda pista, scendendo verso destra, torniamo, alla fine, alla chiesetta di Poira, dove abbiamo lasciato l’automobile.
L’anello alto, se effettuato in un solo giorno, comporta un dislivello di 1580 metri, e richiede un tempo approssimativo di 8-9 ore. L’anello più basso comporta, invece, un dislivello di 1270 metri, e richiede un tempo approssimativo di 6-7 ore. Concludiamo ricordando che il primo, oltre che essere più faticoso, richiede una Il canalone che scende in alta Val Toate. Foto di M. Dei Casbuona esperienza escursionistica, mentre il secondo è più “tranquillo”.

Difficoltà
E (EE)
Dislivello
1270 (1580)
Tempo
6-7 h (8-9 h)

La torre di Bering. Foto di M. Dei Cas

- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
La croce che sorveglia Poira

La Croce di Ledino. Foto di M. Dei CasIl bellissimo maggengo di Poira di Civo (o Poira di Dentro) è dominato da un lungo dosso, che scende dal crinale che separa la val Toate, ad est, dalla val Visogno, ad ovest. Su un poggio panoramicissimo, a 2093 metri di quota, nel punto in cui il crinale si fa più largo e scende all'ampia fascia boscosa che sovrasta Poira, è collocata una grande croce, detta Croce di Ledino o Croce di Roncaglia. Possiamo sceglierla come meta di un'escursione che, soprattutto nel periodo autunnale, ma anche all'inizio dell'inverno, offre diversi elementi di interesse, legati alla bellezza ed alla panoramicità dei luoghi.
Per raggiungere Poira di Civo (sul lato orientale della stupenda conca adagiata poco sopra i 1000 metri, fra i comuni di Civo e Mello), dobbiamo uscire da Morbegno, all'altezza del primo semaforo (per chi viene da Lecco), staccandoci sulla sinistra dalla ss. 38 dello Stelvio e seguendo le indicazioni per Traona e la Costiera dei Cech. Superato un cavalcavia ed un semaforo, raggiungiamo, così, il ponte sul fiume Adda, quasi a ridosso del versante settentrionale della Valtellina. Oltrepassato il ponte, svoltiamo a destra, imboccando la strada che, dopo alcuni tornanti, ci porta alla piana di Dazio. Qui, senza entrare nel centro del paesino, dobbiamo cercare la strada che sale verso Roncaglia (se, per sbaglio, imbocchiamo quella per Cadelsasso e Cadelpicco, dobbiamo alla fine volgere a sinistra, passando sotto Caspano). Raggiunta Roncaglia, vale la pena di lasciare la strada principale ed imboccare, sulla destra, la stradina che porta alla bellissima chiesa di San Giacomo (un cartello segnala la deviazione), sostando nell'ampio sagrato circondato da numerose cappellette. Da Poira a Ledino. Foto di M. Dei CasRipresa la salita, raggiungiamo, in breve, Poira di Civo, che fronteggia Poira di Mello, posta sul lato opposto dei prati del maggengo.
La strada termina nel piazzale della chiesetta di Poira (m. 1077), dove possiamo lasciare l'automobile. Dopo aver letto le indicazioni riportate su un cartello, che offre informazioni interessanti sulle possibilità escursionistiche della zona e sulle sue caratteristiche, ci incamminiamo, verso destra (nord-est), su una larga pista che attraversa, nel primo tratto, una bella pineta (il piazzale è anche il punto di partenza delle escursioni che passano per il maggengo Pra' Sücc, e che hanno come meta i Tre Cornini, il bivacco Bottani-Cornaggia o la croce GAM; in questo caso, però, non si imbocca la pista che attraversa la pineta, ma la stradina che si trova appena prima della conclusione della strada asfaltata).
La pista, che alterna tratti in terra battuta a tratti in cemento, sale verso il maggengo di Ledino, attraversando luoghi veramente ameni, di grande suggestione paesaggistica. Mentre camminiamo, possiamo già vedere la meta: si può scorgere, infatti, la croce guardando alla sommità del dosso che si trova sulla verticale dei prati. Un quarto d'ora circa di cammino ci permette di raggiungere il punto più alto del maggengo, a 1181 metri, dove la pista piega a destra (est-nord-est), in direzione del cuore della val Toate.
Noi dobbiamo, invece, imboccare un sentiero che se ne stacca sulla sinistra. Lo troviamo in corrispondenza della semicurva a destra, dove la pista assume un andamento pianeggiante. La traccia è ben visibile e non si rischia di perderla, anche se i segnavia rosso-bianco-rossi non abbondano. Dopo un primo tratto della salita, ci ritroviamo ad un bivio, in corrispondenza di una cappelletta: entrambi i rami del sentiero conducono all'alpe Pesc, ma quello destro porta al suo versante orientale, quello sinistro al versante occidentale. La cappelletta sul sentiero per Pesc. Foto di M. Dei CasE' quest'ultimo che dobbiamo seguire: la freccia e la scritta "Croce" lo segnalano.
La salita prosegue nello scenario di un bellissimo bosco di betulle, dove, nelle luminose giornate autunnali, la luce del sole ricama trame preziose, che esaltano lo splendore dei colori nascosti nello scrigno di questo angolo della Costiera dei Cech.
A quota 1600 metri circa, oltrepassata una fascia di conifere, usciamo dal bosco e ci ritroviamo sul limite inferiore del versante occidentale dell'alpe Pesc (toponimo abbastanza comune in Valtellina, usato per indicare abeti e pini), dove troviamo un paio di baite. Davanti a noi si apre il suggestivo scorcio della parte orientale dell'alta val Toate, chiusa, ad est, dal Corno del Colino (m. 2504) e dalla Torre di Bering.
Il sentiero prosegue, attraversando, in verticale, i prati dell'alpe, in direzione dell'alta valle, dove si trovano tre passi che consentono altrettante direttrici escursionistiche di notevole interesse: ad est, poco a monte della Torre di Bering, il passo del Colino orientale (m. 2412: i segnavia conducono a questo passo), che permette di scendere ai laghetti dell'alta valle di Spluga (in Val Masino, sopra Cevo); a nord-ovest il passo del Colino orientale (m. 2630), che permette di scendere all'alpe Primalpia, in Valle dei Ratti, sopra Verceia; ad ovest, infine, il canalone che conduce alla bocchetta che congiunge la val Toate all'alta val Visogno, dalla quale si raggiunge, con un tratto in piano, il bivacco Bottani-Cornaggia, per poi tornare, passando per Pra' Sücc, a Poira. Si tratta di possibilità escursionistiche di straordinario interesse, ma anche di notevole fatica, in quanto due di esse richiedono di poter disporre di due automobili (a Poira e Cevo la prima, a Poira e Verceia la seconda), e tutte e tre comportano tempi di percorrenza considerevoli: 6-7 ore l'anello di Poira passando dal bivacco Bottani-Cornaggia, 8-9 ore la traversata Poira-Cevo e 10 ore circa la traversata Poira-Verceia (in questo caso, però, ci si può appoggiare al bivacco Primalpia - m. 1980 -, in Valle dei Ratti).
L'alpe Pesc. Foto di M. Dei CasChi non ha tanto tempo e tante energie a disposizione, può invece sostare all'alpe Pesc, per godere dell'ottimo colpo d'occhio sulla media Valtellina (lo sguardo raggiunge il gruppo dell'Adamello), riprendendo poi il cammino, senza però seguire i segnavia (che portano al passo del Colino orientale), ma cercando, sul limite sinistro dei prati, un piccolo ometto che segnala una traccia incerta che si stacca, verso sinistra, da quella principale, salendo in direzione di un canalone poco marcato, occupato da rada boscaglia, sul fianco occidentale della val Toate.
La traccia di sentiero non risale, però, il canalone, ma, dopo un primo tratto di salita, piega a sinistra ed entra nel bosco che ricopre il fianco orientale del dosso, proseguendo verso il crinale. In questo tratto superiamo due fonti d'acqua, spesso prosciugate (l'intera Costiera dei Cech pone spesso all'escursionista il problema della scarsità d'acqua), mentre alcuni squarci panoramici ci permettono di dominare con lo sguardo la media Valtellina e, in primo piano, il Culmine di Dazio e la bassa Val di Tartano, che si apre alle sue spalle. Il sentiero passa monte di alcune gande, prima di raggiungere, sul crinale del dosso, una deviazione a destra, segnalata con una freccia bianco-rossa dipinta su un masso.
Dobbiamo, ora, imboccare la deviazione, lasciando la traccia che prosegue verso ovest-sud-ovest, in direzione del Pra' Sücc, dal quale, poi, si può salire all'alpe Visogno o scendere a Poira. La deviazione a destra è costituita da un sentierino che punta decisamente verso est-nord-est, ritornando verso la val Toate: dobbiamo però seguirlo solo per un breve tratto, cercando, poco oltre la deviazione, una seconda deviazione a sinistra, che risale con ripidi tornantini il filo del dosso, in direzione nord. Non è facile trovare questa seconda deviazione, perché il sentierino, nel primo tratto, è appena visibile. Solo Il crinale che conduce alla croce. Foto di M. Dei Casdopo che abbiamo superato uno scheletro d'albero che la ostruisce, la traccia diventa più visibile, per cui non possiamo più sbagliare.
La salita, ripida e diretta, ci porta ad uscire dal bosco in corrispondenza di un terrazzo, che precede l'ultimo tratto della salita alla croce, che ora vediamo chiaramente là, in alto, davanti al nostro sguardo. A questo punto, dopo aver memorizzato il punto in cui il sentiero esce dal bosco (cosa da fare sempre, quando si deve tornare per la medesima via di salita), possiamo accingerci all'ultimo sforzo: la salita può avvenire seguendo l'indicazione dei segnavia, ma se li dovessimo perdere, possiamo procedere anche a vista, passando a destra di alucni larici solitari, un po' mesti, un po' meditabondi.
Il terreno non è difficile, anche se l'erba scivolosa e qualche masso malfermo possono costituire insidie da non sottovalutare. Alla fine ci ritroviamo proprio ai piedi della grande croce metallica, a 2093 metri di quota: siamo in cammino da circa tre ore, ed abbiamo superato poco più di 1000 metri di dislivello.
Il panorama ripaga ampiamente i nostri sforzi: alla nostra sinistra (nord-est) il profilo regolare del Corno del Colino affianca la seminascosta Torre di Bering; volgendo lo sguardo verso destra, scorgiamo i Corni Bruciati, che fanno capolino dietro il fianco montuoso che segna il confine orientale della val Toate e della Costiera dei Cech. Dietro i Corni Bruciati si individua il profilo assai più agile del Pizzo Bello, e, ancora più dietro, la punta Painale. La media Valtellina si apre interamente d fronte al nostro sguardo, mentre, verso sud, possiamo dominare con lo sguardo buona parte delle valli del Bitto di Albaredo e di Gerola. A sud-ovest, infine, possiamo scorgere uno scorcio della val Lèsina, chiusa dall'inconfondibile corno del monte Legnone. La media Valtellina, vista dalla croce. Foto di M. Dei CasAd ovest della croce, sulla Costiera dei Cech, si apre l'anfiteatro dell'alta val Visogno, dove è collocato il bivacco Bottani-Cornaggia. A nord della croce, infine, il crinale che separa la val Visogno dalla val Toate riprende a salire, e propone un terreno più aspro ed accidentato.
Il ritorno dalla Croce a Poira richiede circa un'ora e mezza di cammino, per cui l'intera escursione, che comporta un dislivello in salita di circa 1020 metri, si può effettuare nell'arco di quattro ore e mezza.

 

Difficoltà
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Dislivello
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Tempo
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- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sul limite fra Costiera dei Cech e Val Masino

La cappelletta al bivio sul sentiero per Pesc. Foto di M. Dei Cas Fra escursioni che interessano il territorio a monte di Poira, questa è senza dubbio la meno nota, il che non significa, ovviamente, la meno interessante. Meta è la corte di Roncaglia, un tempo alpeggio di una certa importanza, su una delle vie di transito fra la Costiera dei Cech e la Valle di Spluga, oggi ridotto a luogo solitario, nei pressi della parte alta della valle, o vallone di S. Martino.
Punto di partenza, come detto, è il piazzale della chiesetta di Poira (m. 1077), dove parcheggiamo l’automobile. Imbocchiamo la pista alla nostra destra (segnavia n. 22), che entra in un bellissimo bosco di pini silvestri, procedendo in direzione nord-est. La pista attraversa una fascia di stupendi maggenghi, varcando il torrentello che scende dalla parte orientale dell’alpe Visogno e raggiungendo i prati di Careggio (Carecc) e Ledino (Ledin), a 1232 metri.
Al termine della salita, la pista procede, per un tratto, in piano, a monte dei prati più alti; in questo tratto troviamo, sulla sinistra, la partenza del sentiero per l’alpeggio di Pesc (Peccio, sulle carte IGM). Imboccando il sentiero, cominciamo a salire, decisi, in un bel bosco, fino a raggiungere un bivio, in corrispondenza di una cappelletta (m. 1400): non dobbiamo prendere a destra, mentre la direzione di sinistra, come indica la scritta “croce” sulla cappelletta, è quella da prendere nell’itinerario che porta alla croce di ledino (o di Roncaglia). In realtà entrambi i sentieri Pesc. Foto di M. Dei Casportano all’alpeggio di Pesc, ma quello di sinistra conduce al suo lato occidentale, quello di destra, che non è segnato sulle carte IGM, al versante orientale. Prediamo dunque a destra (segnavia rosso-bianco-rossi n. 22), cominciando una diagonale in direzione nord-nord-est. In alcuni punti il bosco si apre un po’, regalando un suggestivo scorcio sul Culmine di Dazio e sulle Orobie centro-occidentali.
Alla fine, raggiungiamo un secondo bivio, al quale dobbiamo prendere a sinistra: dopo un breve ed ultimo tratto, il sentiero ci porta, così, al limite inferiore della parte orientale dei prati dell’alpe Pesc (m. 1600). Dai prati, guardando verso nord-nord-ovest, scorgiamo uno scorcio dell’alta Val Toate. A nord domina la scena il corno del Colino (m. 2504), alla cui sinistra occhieggia appena la Torre di Bering (m. 2403). Nella parte mediana ed alta dei prati vediamo alcune baite, ma, non dobbiamo salire in quella direzione, bensì, rimanendo nella parte bassa, prendere a destra, cercando la partenza di un sentiero che si addentra nel bosco, in direzione est-nord-est.
Il sentiero è segnalato da una serrata sequenza di bolli e strisce blu, su sassi o tronchi d’albero: non perdiamoli, perché la traccia di sentiero non è sempre La corte di Roncaglia. Foto di M. Dei Casevidente, e da essa si staccando diverse tracce secondaria, sia verso monte che verso valle. Il sentiero effettua una traversata che taglia il largo dosso boscoso che scende, verso sud-est, dal Corno del Colino. Nel primo tratto attraversiamo il corso d’acqua che scende dall’alta Val Toate, poi attraversiamo alcuni valloncelli, sempre salendo gradualmente.
Alla fine incontriamo la baita solitaria della corte di Roncaglia (m. 1827), sulla quale, accanto a diversi bolli blu e ad una freccia, è posta la scritta “Laghi Spluga”. Una scritta che sicuramente sorprende, perché non ci aspetteremmo che questo modesto sentiero, che sembra sempre lì lì per perdersi, o per farsi mangiare dai boschi che sembrano circondarci da ogni lato, conduce così lontano. In realtà, come già detto, in altri tempi era assai battuto, essendo la via di comunicazione più diretta fra l’alpeggio di Pesc e quello della Valle di Spluga (nella parte sud-occidentale della valle, quella in territorio di Civo). È, questo, un esempio tipico di sentieri illustri caduti in un triste oblio, anche se l’iniziativa, che risale al 1998, di segnalarlo può contribuire alla sua riscoperta. Poco oltre la baita, un’apertura del bosco ci regala uno scorcio inatteso, e molto bello. Sull’altro versante dell’alta valle di San Martino scorgiamo, sul ripido crinale occupato dal Colpo d'occhio sul monte Disgrazia. Foto di M. Dei Casbosco, una modesta radura con una grande baita, solitaria, misteriosa. Alle sue spalle, sul fondo, il monte Disgrazia, i Corni Bruciati ed il pizzo Bello, che coronano le valli di Preda Rossa e Terzana, sul limite orientale della Val Masino. Molto bello è anche il colpo d’occhio sul lungo crinale che dall’alpe Scermendone scende all’alpe Granda ed ai prati di Lotto: impressionante è, in particolare, il versante che da tale crinale precipita, in un salto orrido ed impressionante, sulla bassa Val Masino. Proseguendo, ci portiamo nel cuore ombroso dell’alta valle di San Martino. Lo spiraglio che si apre fra le due ali di fitti boschi che precipitano ripidi nel vallone mostra un ampio scorcio della Val Tartano, che raggiunge la testata della Val Lunga.
Raggiunto il lato opposto della valle, in breve raggiungiamo la radura con la grande baita solitaria: ci colpisce la grande cisterna cilindrica posta proprio davanti alla sua facciata ed il bel ballatoio in legno che corre lungo l’intero primo piano. Il luogo è davvero misterioso: questo baitone, così grande ed in condizioni ancora così buone, produce un singolare effetto di contrasto con il senso di profondissima solitudine che pervade questa fascia di boschi. Appena prima del baitone, sulla sinistra, troviamo un senterino che sale nel bosco alle sue spalle, tagliando una fascia caratterizzata da piccole radure e da qualche scheletro d’albero.
La corte di Roncaglia. Foto di M. Dei CasLa traccia, in più punti, si perde, ma i segnavia blu permettono di orientarsi. Termina qui, però, la nostra escursione: proseguire nel sentiero per la Valle di Spluga non è consigliabile, perché in diversi punti, più avanti, quando si tratta di tagliare il ripido e selvaggio vallone che scende verso est dal Corno del Colino (si tratta della valle Maronera, dal nome significativamente evocativo), la vegetazione disordinata rende molto difficile seguire la traccia, e perdersi in questi luoghi rappresenta davvero un problema. Meglio è, dunque, tornare a Poira per la medesima via di salita.
Calcoliamo, da Poira al baitone, un dislivello di 830 metri, superabile in un tempo approssimativo di 2 ore e 45 minuti.
Se però a qualcuno questa escursione sembrasse troppo breve, ecco un interessante suggerimento per prolungarla: partire da Roncaglia e salire a Ledino sfruttando un bel sentiero che taglia il versante montuoso sopra Roncaglia. In questo caso, dunque, non saliamo con l’automobile fino a Poira, ma ci fermiamo prima, a Roncaglia, parcheggiando nei pressi della superba chiesa prepositurale di S. Giacomo (m. 887).
Il baitone. Foto di M. Dei CasPortiamoci a piedi nella parte alta del paese, a sinistra (ovest): alle spalle delle ultime case troviamo la partenza di una mulattiera, che taglia gli ultimi prati e si inoltra nel bosco. Superato un torrentello, proseguiamo la salita, sempre nel bosco, piegando poi a destra ed uscendo dalla pineta in corrispondenza dei prati a monte di Poira (m. 1059), quegli stessi prati che sono attraversati dalla pista Poira-Ledino (che qui ha fondo in cemento). Raggiungiamo, ora, il limite destro dei prati (cioè portiamoci ad est), cercando, alle spalle di alcune belle baite ristrutturate, la partenza di un sentierino che procede, in piano, fra alcune betulle, e ci porta al prato sul quale è collocata una croce, ben visibile anche da Roncaglia (è posta sulla sommità del dosso brullo che sovrasta Roncaglia). La croce è stata collocata qui il 15 luglio 1978, e reca la scritta latina “per signum crucis de inimicis nostris libera nos, Deus noster, alleluia”, cioè:”per il segno della croce liberaci dai nostri nemici, o Dio nostro, alleluia”.
Proseguiamo sul sentiero, che si fa più largo, e conduce ad un nuovo prato, con una baita. Pieghiamo, poi, a sinistra e rientriamo nella pineta, uscendone, infine, nella parte bassa dei prati di Ledino (m. 1175). Risalendo i prati, ci ritroviamo alle spalle dell’agriturismo “la Cascina del Piero” (tel.: 3332644457), nella Tramonto ai prati di Ledino. Foto di M. Dei Casparte alta di Ledino (m. 1232). Poco sopra l’agriturismo, intercettiamo la pista che sale da Poira, nei pressi della partenza del sentiero per l’alpe Pesc. Calcoliamo, per la salita da Roncaglia a Ledino, circa 50 minuti di cammino (il dislivello approssimativo è di 330 metri).
La salita a piedi da Roncaglia alla Corte di Roncaglia, dunque, richiede complessivamente circa 3 ore e 40 minuti di cammino, per un dislivello in salita di 1160 metri.

Difficoltà
E
Dislivello
830
Tempo
2 h e 45 min.
La croce sopra Roncaglia. Foto di M. Dei Cas
- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il belvedere sulle cime della Val Masino

Dazio (foto M.Dei Cas)L'alpeggio di Fontanili (Funtanìn), sopra Caspano, rappresenta, insieme ai due alpeggi inferiori dei Prati di mezzo e di Gonchi (Gone) uno splendido belvedere su una sezione importante del gruppo del Masino, che comprende la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Ottimo è anche il panorama sulla media Valtellina, incorniciata dal massiccio dell'Adamello. Oltre che per il suo valore panoramico, Funtanìn si fa raccomandare come meta per una gradevole escursione anche per la bellezza intrinseca e la tranquillità dei luoghi.
Ad aggiungere fascino ai luoghi contribuisce la posizione singolare: siamo in una sorta di terra di mezzo, o di confine, fra l'estremo lembo orientale della Costiera dei Cech e le porte occidentali della Val Masino. E, last but not least: fino a Gonchi possiamo salire facilmente con la mountain-bike, sfruttando una pista sterrata che sale dalla località Gioch, sopra Caspano.
Portiamoci, dunque, con l'automobile a Caspano, sfruttando la carrozzabile che sale da Dazio a Caspano, passando per Cadelsasso e Cadelpicco.
Alla fine ci ritroviamo sotto la bella chiesa di Caspano (m. 875), che sembra troneggiare sulla sommità del poderoso muraglione sulla quale è posta.
Invece di entrare in paese, però, ci dirigiamo verso destra e, parcheggiata l'automobile, proseguiamo a piedi, salendo al cimitero (nei cui pressi sorge la Cadelsasso (foto M.Dei Cas)bella chiesetta di S. Martino) ed imboccando una strada sterrata che varca l'alta valle di S. Martino e porta ad un bivio. La stradina che scende verso destra conduce a Rigorso (Regurs), gruppo di baite nel cuore del bosco.
Quella che sale a sinistra, invece, raggiunge i prati di Gonchi, ed è proprio questa che dobbiamo percorrere. Fino a qualche anno fa la strada terminava in corrispondenza di una piazzola, dalla quale partiva un sentiero che saliva, abbastanza ripido, nel bosco, fino a sbucare a Gonchi (m. 1178). La pista è stata, poi, prolungata, ed ora raggiunge direttamente Gonchi.
Qui lo scenario bucolico sembra invitare ad un sosta, non solo per riprendere le forze e ristorare il corpo, ma anche per meditare. I prati sono posti sull'ampio dosso con il quale il versante montuoso piega in direzione nord-est, per seguire il solco della bassa Val Masino. Questa particolarità fa della località un osservatorio privilegiato non solo sulla bassa e media Valtellina, ma anche sulla Val Masino.
Infatti da qui possiamo scorgere, se la giornata è limpida, la cima di Castello, i pizzi Torrone, la costiera Remoluzza-Arcanzo ed il monte Disgrazia, ma vediamo bene anche parte del fondovalle della Val Masino ed il paese di Cataeggio.
La chiesa di Caspano. Foto M. Dei CasDa Gonchi un sentiero sale ai prati collocati più in alto, i Prati di Mezzo, e prosegue fino a Fontanili, alpeggio che, nella sua parte terminale, raggiunge i 1418 metri di quota ed è collocato in una posizione ancora più panoramica. Da qui si possono infatti osservare non solo la media Valtellina e la valle di Preda Rossa, ma anche aspetti meno noti della Val Masino, come la Val Terzana, la più orientale e meno conosciuta delle sue convalli; si distinguono chiaramente il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati, che chiudono la valle di Preda Rossa, ma anche il passo di Scermendone ed il Pizzo Bello, che chiudono la Val Terzana.
La salita da Caspano a Funtanìn richiede approssimativamente un'ora e tre quarti di cammino, necessaria per superare un dislivello di circa 540 metri.
Dopo aver goduto di questo raro panorama, risaliamo, un po' a vista, un po' su traccia di sentiero, i boschi a nord dei prati, per gustarne l'atmosfera magica ed il silenzio irreale. Facciamo però attenzione a no allontanarci dalla verticale dei prati, per non avere problemi nella discesa.
Se ci piace passeggiare nei boschi, possiamo anche addentrarci nella splendida pineta che si trova a destra (nord-est) della parte più alta di detsra dei Fontanili (foto M.Dei Cas)prati. Possiamo per un buon tratto proseguire con andamento quasi pianeggiante in uno scenario di rara bellezza.
Presentiamo, ora, due alternative al ritorno per la medesima via di salita. E' innanziautto, possibile possibile proseguire l'escursione verso ovest, toccando l'alpeggio di Posci (Pusc) e tornando da qui a Caspano, oppure raggiungendo Poira di Civo, o Poira di Dentro.
Per farlo dobbiamo trovare un sentierino che parte in prossimità della più alta delle baite occidentali dell'alpe (alla nostra sinistra, presso il rudere di una baita), attraversa un vallone (si tratta, di nuovo, dell'alta valle di S. Martino), sale leggermente fino ai prati di Posci (m. 1445), entra nel bosco e torna a scendere per raggiungere Busnardi (m. 1333); se, ora, proseguiamo sul sentiero, attraversiamo la val Toate e scendiamo a Ledino (m. 1232), dove una carrozzabile ci permette di raggiungere Poira (m. 1077), dalla quale, poi, sfruttando la strada asfaltata, torniamo a Caspano, passando per Roncaglia.
Ai prati di Busnardi possiamo, però, anche iniziare una discesa in diagonale verso sinistra, a tagliare i prati sottostanti. In questo caso, però, si presti attenzione ai bolli rossi, perché il sentiero non è sempre evidente. Dal gruppo di baite dei prati sottostanti si scende dapprima verso sinistra, fino ad una baita posta sul limite di una radura a forma di conca, e poi si piega a destra, rientrando nel bosco, per uscirne, dopo una nuova svolta a sinistra, alla parte I pizzi Torrone visti da Gonchi. Foto di M. Dei Casalta dei prati di Criagno (m. 1174).
Scesi di qui alla baita che si trova leggermente alla nostra destra, si prosegue verso sinistra, tornando a scendere nel bosco, con diversi tornanti, fino a due baite solitarie. Qui si trova un bivio, al quale dobbiamo prendere a sinistra (oltrepassando un cancelletto in legno). L’ultimo tratto del sentiero si snoda nella cornice di un bosco di castagni, attraversando anche una fascia di muretti a secco che testimoniano come anche il bosco fosse una componente essenziale nell’economia contadina del passato. Anche qui l’attenzione ai bolli si impone, per evitare inutili e faticose diversioni. Alla fine ci ritroviamo nella parte alta di Caspano (m. 875), in una zona che ci regala un bel colpo d’occhio panoramico su uno dei più nobili ed antichi borghi dell’arcipelago rurale di Civo.
La seconda possibilità di percorso ad anello prevede di proseguire da Funtanin descrivendo un arco verso sud-est (destra). Torniamo, dunque, da Funtanin sui nostri passi, scendendo alle baite di quota 1375, dalle quali proseguiamo la discesa fino alle baite di Pra’ Mezzo. Poco sotto una cappelletta con una simpatica campanella, troviamo, a quota 1240 metri circa, presso una baita, un cartello, che indica la partenza, verso sinistra, del sentiero per Rigorso (Regurs).
Imbocchiamo questo sentiero che, dopo un primo tratto tranquillo, nel cuore di un bel bosco, il sentiero, segnalato da bolli rossi, si affaccia sul solco della val Pòrtola. In questo tratto ci vuole un po’ di prudenza, soprattutto se c’è neve o ghiaccio. Guadato il torrentello del vallone, percorriamo un tratto sul versante Il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati visti da Fontanili. Foto M. Dei Casopposto, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati di Felegücc. Portiamoci ora, con una traversata in piano, alle due baite più basse di quota 1229, che vediamo davanti a noi, sul lato opposto dei prati e sul limite del bosco.
Qui, seguendo le indicazioni, imbocchiamo il sentiero (che nel primo tratto richiede un po’ di attenzione per essere individuato, mentre poi diventa ben visibile e marcato) che scende in un bel bosco, raggiungendo i prati alti del maggengo di Rigorso. Bel maggengo, davvero, non solo per la posizione panoramica, ma anche per la suggestiva presenza di un enorme masso erratico (m. 1035), che non si sa davvero come sia potuto finire qui.
Dalla baita più bassa di Rigorso, la Müiaca, parte, anch’esso segnalato con un cartello e bolli rossi, un sentiero che, dopo un lungo tratto in un bosco tranquillo, si affaccia sul selvaggio versante meridionale della bassa valle di Spluga, l’ultima laterale di sud-ovest della Val Masino. Il sentiero scende, con tratti impegnativi, serviti da corde fisse, fino alla pista sterrata la quale, a sua volta, conduce a Ceresolo (m. 1040), sempre in valle di Spluga.
Noi, però scegliamo una soluzione assai più comoda e facile: scendiamo alla pista sterrata che giunge appena sotto le baite e, percorrendola in discesa, riattraversiamo l’impressionante solco della val Portola, prima di intercettare la già citata pista sterrata che scende dai Gonchi e porta al cimitero di Caspano.
Tramonto alla chiesetta di S. Martina. Foto di M. Dei CasEsiste anche una variante alta di questo anello, che richiede un po' di esperienza e senso dell'orientamento. Dalla parte più alta dei prati di Funtanin scendiamo su un dosso piuttosto ripido, fino ad incontrare, sulla sinistra, un grande faggio solitario. Guardando alla sua sinistra, troviamo una traccia di sentiero che taglia una selva e scende ai prati di Felegücc (m. 1300). Scendiamo, ora, alla baita sul limite inferiore di sinistra dei prati: qui inizia un nuovo sentiero che scende, nel bosco, fino a sbucare ai prati del maggengo Rigorso, dal quale raggiungiamo la già citata pista sterrata che si congiunge con la pista che sale dal cimitero di Caspano.
Variante: chi volesse salire a Regurs per una via diversa, di maggiore interesse storico, può partire non da Caspano, ma dalla strada di Val Pòrtola, poco oltre, in direzione di Cevo, rispetto alle case di Bedoglio.
Ma spieghiamo, prima, che cos’è Bedoglio. Si tratta di una piccola frazione che si trova ad est di Caspano, sulla strada che da Caspano porta a Cevo (la strada di Val Portola, appunto). Un tempo questa modesta frazione aveva un’importanza assai maggiore di oggi, tanto che il diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, ne parla nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), in questi termini: “Dopo un miglio di strada da S. Martino si giunge a Bedoglio, paese che sorge elevato sulla montagna, lungo la via del Masino; deriva il suo nome dalle betulle, che si chiamano in dialetto bedòle ovvero bedogli, e che crescono numerose in questi posti. A Bedoglio e sulla montagna di Caspano, nel territorio compreso fra i due torrenti, Masino e Tovate, si trovano qua e là alcune cave di bella pietra color verde-mare, che viene impiegata per davanzali di finestre e stipiti di porta nelle chiese e La cappelletta sulla mulattiera per Regurs. Foto M. Dei Casnei palazzi: la sua varietà più bella e pregiata si trova al di sotto di Bedoglio, presso la Ca’ del Sasso; né si trova nelle nostre regioni una pietra più pregevole di questa. A Bedoglio abitano alcuni rami della nobile casa Paravicini, ornamento e lustro del paese.”
Poco oltre Bedoglio, la strada per Cevo attraversa un bel corridoio pianeggiante, chiudo a sinistra dal versante montuoso, a destra dal modesto rialzo boscoso della quota 878. Percorrendola, troviamo, sulla nostra destra, una cappelletta e, sulla sinistra, la partenza dell’antica mulattiera per Regurs. Parcheggiamo, quindi, qui l’automobile e cominciamo a salire. Questa mulattiera passa nei pressi delle baite della Coda di S. Agostino (m. 865), incontrando, nel primo tratto, anche una seconda cappelletta. Dopo un lungo traverso sul fianco montuoso, intercetta, ad una quota approssimativa di 950 metri, la pista sterrata per Regurs.

Difficoltà
T (Caspano-Funtanin); E (anello orientale od occ.)
Dislivello
540 m
Tempo
1 h e 45 min
- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Cose che si raccontano in quel di Civo

La chiesa di Cadelsasso. Foto di M. Dei Cas Nella zona orientale della Costiera dei Cech il tema predominante delle leggende sembra essere legato ad esseri fantastici, bizzarri, inafferrabili.
La palma del primato spetta al celebre Gigiàt, di cui molti parlano, anche se ben pochi possono avere l’ardire di averlo visto. Pare proprio che di Gigiàt ne esistano due specie: l’una, più nota, è quella della Val Masino, l’altra quella che ha attecchito fra i monti della Costiera dei Cech. Il primo Gigiàt è un essere esageratamente grande, un incrocio fra un caprone ed un camoscio (o stambecco), dal pelo lunghissimo (che si fa tosare ogni primavera) e dalle dimensioni gigantesche, tanto da poter attraversare un’intera valle con pochi balzi.
Il secondo Gigiàt, invece, è esageratamente piccolo. Molti dicono che si nasconda anche sotto le foglie di castagno e di lì osservi, curioso ed impertinente, i faticosi passi dei contadini. Lo si sente, più che vedere, fra i Cech: se senti, d’improvviso, uno zufolo che ricama una melodia allegra, o una risata argentina ed impertinente, è lui. Ma, quando volgi lo sguardo per vedere dov’è, lui è già scomparso, come uno gnomo, un folletto. Eppure non è né gnomo, né folletto. È più simile al bagliore, che guizza, repentino, nel cuore del meriggio, e quando te ne accorgi, è già passato.
Bisogna avere rispetto per lui, perché, per quanto dispettosa, la sua presenza è legata alla buona sorte, agli abbondanti raccolti, alla vitalità che prorompe gioiosa. Per tenerselo buono, i contadini gli offrono dei doni: in autunno lasciano i grappoli migliori fra i filari ed in inverno portano nelle selve forme di Cavallo sulla mulattiera per la valle di Spluga. Foto di M. Dei Casmatusc e mucchietti di castagne, perché non se ne vada in posti più caldi e non lasci quella terra nella quale inventa sempre nuovi ed inaccessibili nascondigli.
Uguale mistero circonda la figura dell’”umetìn de pesolda”, l’ometto della pineta, che, raccontano, di prima mattina, quando tutti ancora dormono e la luce del giorno ammicca appena, incerta, si affaccia alla piazzetta che sta di fronte alla chiesa di Cadelsasso, si assicura che nessuno possa vederlo e beve alla fontana. Chi riesce a sorprenderlo (ma ben pochi ci riescono) potrà godere di buona sorte.
Ma non tutti i misteriosi esseri dei Cech sono benevoli. Ecco una storia più inquietante. Si tratta della storia dell’”om cui pè de caval”, l’uomo con i piedi da cavallo, raccontata da Renzo Passerini nel numero di febbraio 1995 del Gazetin. L’ambientazione è rappresentata dai boschi del Culmine di Dazio, o Colmen. Viveva qui, in un tempo di cui appena si conserva la memoria, un uomo che aveva avuto in sorte, al posto dei piedi, un paio di grossi zoccoli in tutto e per tutto identici a quelli dei cavalli. Con estremità di quel genere, non c’era calzatura che potesse indossare, per cui era costretto ad andarsene in giro mostrando quei rumorosi e comici zoccoli. In breve era diventato lo zimbello di tutti, e ciò l’aveva indotto a nascondersi nei boschi, a fuggire la gente.
La solitudine l’aveva inselvatichito ed incattivito. Si era fatto anche brutto a vedersi, ricoperto di un pelo ispido e di una barba incolta. Alla fine, per tutti fu semplicemente lo stregone. Uno stregone cattivo, che lanciava occhiatacce sinistre a chiunque si imbattesse sul suo cammino, e che si aggirava, senza fissa dimora, non solo nei boschi della Colmen, ma anche in quelli sopra Dazio e nella Valle di Spluga, la bellissima e selvaggia valle che si apre sopra Cevo, Il lago maggiore di Spluga. Foto di M. Dei Casall’ingresso della Val Masino. Aveva preso di mira soprattutto le donne, probabilmente per il risentimento che nutriva nei loro confronti, lui che, a causa dell’aspetto, non ne aveva mai trovata una che l’avesse degnato di uno sguardo. Si appostava, quindi, per cercare di sorprenderne qualcuna sola, e la spaventava con parole e scherzi volgari, scurrili. Ben presto divenne il terrore del gentil sesso in tutta la zona.
D’estate, in particolare, imperversava negli alpeggi della Valle di Spluga, all’alpe Cavislone, all’alpe Desenigo ed a quella di Spluga, prendendo di mira ragazze e donne che, da Biolo, Piazzalunga e Cevo vi si recavano, soprattutto alla fine della stagione, quando dovevano andare in cerca delle capre, per recuperarle. Non se ne poteva più.
Per porre fine a questo tormento, alcune donne decisero di recarsi da un santo eremita, che da molti anni viveva di rinunce e preghiere al “Purscelin”, la località Porcellino, posta e mezza costa sul fianco meridionale della Colmen. Lo trovarono intento alla preghiera, e non osarono rivolgergli la parola prima che l’avesse terminata. Esposero, quindi, il motivo della loro angoscia. Il santo eremita stette qualche istante come immerso in una profonda meditazione, poi disse: “L’uomo con il quale avete a che fare non è un uomo comune, ma si è votato al male e la sua anima è del Maligno. Non potrete liberarvi di lui se non con la forza della fede, e per farlo dovrete recitare un rosario quando passerete nei luoghi dove può sorprendervi. E se lo vedrete, gli mostrerete la corona ed il crocifisso che porterete sempre con voi. In questo modo non potrà farvi alcun male”.
Così fecero. Armate di corona e crocifisso, salirono agli alpeggi, attendendo lo stregone con i piedi di cavallo. Quando costui balzò fuori per oltraggiare una di La cappelletta sulla strada per Cevo. Foto di M. Dei Casloro, che, recitando Ave Marie, saliva su una balza alla ricerca delle sue capre, costei gli mostrò corona e crocifisso, che teneva nell’una e nell’altra mano. L’effetto fu immediato: come folgorato, lo stregone fu scosso da un tremito, indietreggiò, bestemmiò, fuggì nel cuore dei boschi, che parvero inghiottirlo. Da allora, infatti, non fu più visto.
In segno di ringraziamento fu allora edificata, nei pressi del Ponte del Baffo, in Val Masino, ad un tornante della strada che sale da questa località a Cevo, una cappelletta. Il timore dello stregone si conservò per molto tempo, e, con esso, la consuetudine, ancora viva fra le donne fino a non molto tempo fa, di recitare il rosario alla cappelletta e di salire agli alpeggi della Valle di Spluga con il rosario a portata di mano.

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Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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