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Cercino
Un angolo antico alle porte della
Valtellina

La Costiera dei Cech propone una serie di collocati su panoramici e
climaticamente felici terrazzi di media montagna. Cercìno (Scerscìn)
è il secondo di questi comuni, partendo da ovest, dopo Cino.
La sua collocazione favorevole, a 487 metri, giustifica l’origine
assai antica e la storia assai interessante. Il primo
documento in cui viene menzionato, nella forma di “Cerciuno”,
risale, infatti, all’anno 822: in quel periodo il paese apparteneva
ai monaci di S. Ambrogio, a Milano. Successivamente divenne possesso
del Vescovo di Pavia, ed infatti un documento, del 1049, riguarda la
vendita
di 43 appezzamenti del vescovo di Pavia Rainaldo al sacerdote Aldo dei
decumani, “in loco et fundo Cerzuni”, cioè, appunto,
a Cercino.
Nel basso medioevo Zerzuno (questa è la sua denominazione all’inizio
del Trecento) rientra fra i domini di Como, cui paga, fra l’altro,
il diritto di fodro. A quell’epoca i pastori di Cercino si erano
già spinti ben oltre gli alpeggi della Costiera dei Cech, raggiungendo,
in Val Masino, l’alpe dell’Oro, sopra i Bagni di Masino.
La forte vocazione contadina del borgo non fu intaccata dal soggiorno
estivo di alcune figure della nobiltà comasca, che salivano fin
qui per godere del clima favorevole. Nel XIV secolo Cercino si eresse
a libero comune, ma la libertà effettiva durò poco: al
dominio di Como si sostituì quello dei Visconti di Milano, ai
quali promise fedeltà, nel 1388, un deputato del comune di “Cerzuno”.
Cercino apparteneva allora alla squadra di Traona (che, insieme a quella
di Morbegno, costituiva la bassa Valtellina), mentre, dal punto di vista
religioso, dipendeva dalla pieve di Olonio, dalla quale, però,
la comunità di Cercino, raccolta intorno alla chiesa di S. Michele
Arcangelo, si staccò il 13 maggio del 1415.
Nella sua celebre visita pastorale del 1589 il vescovo di Como, di origine
morbegnese, Feliciano Ninguarda contò a Cercino (che era costituito,
oltre che dal nucleo centrale, dalle frazioni di Cresta e Piussogno)
100 fuochi, cioè 100 nuclei famigliari (diciamo 500 anime). Nel
medesimo periodo l’uomo d’armi e diplomatico della Lega
Grigia Giovanni Güler von Weineck ha
modo di visitare questa zona e così scrive, nella sua opera “Raetia”:
“…Cercino, notevole villaggio, situato in un fertile ripiano
della montagna. Al disotto, proprio alle falde della montagna, ma circa
mille passi a ponente di Traona, si vede il villaggio di Piussogno e
subito dopo sta quello di Soriate; ma sono ambedue di poco conto”.
Alla vigilia della più terribile tragedia che toccò, nell’epoca
moderna, la terra di Valtellina, e precisamente nel 1624, si contano
in Cercino 485 abitanti. L’anno successivo nel pianoro di Cercino
si scontrarono, nel contesto della Guerra dei Trent’Anni, truppe
imperiali del Pappenheim e truppe francesi del Coeuvres. Ma la tragedia
non fu questa battaglia, bensì quella catastrofica epidemia di
peste, causata dal forzato alloggiamento, per diversi mesi, fra il 1629
ed il 1630, dei Lanzichenecchi che, nel contesto della medesima guerra,
calarono nella valle dallo Spluga. La popolazione di Valtellina e Valchiavenna
fu ridotta a meno del 50% (secondo alcuni, a meno del 30%), e Cercino,
così come l’intera Costiera dei Cech, non fu affatto risparmiata
(la soldataglia la percorse interamente, alla ricerca di vettovaglie
e bottino).
Una lenta, ma costante ripresa si ebbe solo nel secolo XVIII. Alla fine
del Settecento, e precisamente nel 1797, il livello di inizio Seicento
è stato riguadagnato e superato: gli abitanti di Cercino sono
636. Un censimento del 1807 conta nel nucleo centrale di Cercino 290
abitanti, mentre nelle frazioni di Siro e Piassogno ce ne
sono rispettivamente 230 e 60. Pochi anni prima rispetto all’Unità
d’Italia, e precisamente nel 1853, Cercino, che contava 637 abitanti,
venne inserito, con la frazione di Piazzogno, nel III Distretto di Morbegno.
Venendo al secondo dopoguerra, si deve registrare a Cercino una triste
dinamiche comune a tutti i paesi di mezza costa, il progressivo spopolamento
in favore dei paesi del fondovalle. La tendenza, però, si è
invertita dal 1981, ed attualmente (2006) risiedono nel comune 695 abitanti.
Il territorio comunale non è molto ampio (5,1
km quadrati). Il confine settentrionale segue il crinale che separa
la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti, dalla cima del monte Brusada
(m. 2143, ad ovest) alla quota 2220, massima elevazione del territorio
comunale, ad est, passando per il passo della Piana (m. 2052), che consente
di scendere in Val Codogno, laterale della Valle dei Ratti. Il confine
orientale scende diritto, verso sud, dal crinale, per un ampio tratto,
passando ad ovest del Piazzo della Nave, dei Prati di Bioggio e di Bioggio
(che appartengono a Traona); poi piega a sud-ovest, comprendendo anche
una fascia di pianura a sud dell’Adda. Poi il confine piega a
nord-ovest segue per un breve tratto l’Adda e, puntando a nord,
sale l’intero versante fino al monte Brusada.
Rientrano nel comune di Cercino, quindi, sul fondovalle o poco sopra,
le frazioni di Piussogno, Era, Soriate, Brassedo e Fiesso, mentre ad
ovest
del nucleo centrale di Cercino si trova la frazione di Siro (che dà
il nome alla valle che scende dall’aspro versante della Bruscagna).
Appartengono a Cercino, infine, i maggenghi di Cuper di sotto (m. 1150)
e di sopra (m. 1311), ormai mangiati interamente dal bosco, ed i prati
della Brüsada, alpeggio ormai per metà mangiato dalla sterpaglia,
ma ancora frequentato d’estate, che si distende su una fascia
compresa fra i 1500 ed i 1584 metri.
Per raggiungere il centro di Cercino ci si deve portare sulla Strada
Provinciale Valeriana Occidentale, che, a sua volta, si raggiunge staccandosi
dalla ss. 38 al semaforo all’ingresso di Morbegno, sulla sinistra
– se si proviene da Milano – e seguendo le indicazioni per
la Costiera dei Cech: superato un cavalcavia ed una rotonda, si raggiunge
il ponte sull’Adda, oltrepassato il quale si prende a sinistra,
raggiungendo Traona e proseguendo fino a Piussogno, dove, sulla destra,
si trova la deviazione per Cercino (indicazione: Piussogno centro).
A Piussogno si può giungere anche dall’opposta direzione,
lasciando la ss. 38 sempre sulla sinistra a Rogolo, raggiungendo il
nuovo ponte sull’Adda di Mantello e prendendo a destra.
La salita da Piussogno a Cercino è breve (3 km). Nella salita
si trova anche, sulla destra, al quarto tornante sinistrorso, una deviazione
che permette di scendere a Traona (indicazioni per Pianezzo, Moncucco
alto e Moncucco basso, frazioni alte di Traona, presso una cappelletta
datata 1776 e restaurata nel 1994); una nuova deviazione sulla destra,
al successivo tornante sinistrorso, scende anch'essa a Moncucco (indicazione:
via per Traona); da qui la discesa può, ovviamente, proseguire
fino a Traona. Queste segnalazioni sono utili agli amanti della mountain-bike,
che le potrebbero sfruttare per percorrere facili ma piacevolissimi
anelli, consigliati soprattutto nei mesi invernali, partendo da Piussogno,
salendo verso Cercino, scendendo a Traona e tornando sulla Provinciale
Valeriana Occidentale
a Piussogno.
Se questo anello risultasse di sviluppo troppo modesto, eccone uno più
ampio. Saliamo sulla strada Piussogno-Cercino fino a Cercino ma, invece
di prendere a sinistra, verso il centro del paese, proseguiamo verso
destra, fino ad un bivio, al quale prendiamo di nuovo a destra. Terminata
la carrozzabile, troveremo la partenza di una pista-mulattiera che,
con andamento pianeggiante o in leggera salita, effettua una traversata,
verso est, raggiungendo, infine, la chiesa di S. Giovanni di Bioggio
(m. 697), dopo aver tagliato la mulattiera che dalla parte alta di Traona
sale a Bioggio.
La chiesa di S. Giovanni (nel comune di Mello, appena oltre il confine
con Traona), è considerata il centro spirituale della Costiera
dei Cech, ed ancora fino agli anni cinquanta del secolo scorso qui si
tenevano, agli inizi di maggio, le solenni rogazioni alle quali convenivano
i fedeli da tutta la Costiera. Dalla chiesa una carrozzabile prosegue
verso est e raggiunge Mello, dove inizia la discesa, su strada asfaltata,
che termina alla Provinciale Pedemontana Orobica.
Ecco, infine, un quarto anello di mountain-bike, il più lungo:
raggiunta Cercino salendo da Piussogno, proseguiamo a destra, senza
entrare nel centro
del paese e, al successivo bivio, continuiamo a salire, senza imboccare
la strada che porta alla pista per S. Giovanni: raggiungeremo, così,
la deviazione, sulla destra, per Bioggio (indicazioni per Bioggio e
S. Giovanni). Si tratta di una carrozzabile che alterna tratti sterrati
(non sempre in buone condizioni) a tratti con fondo in cemento, e che
porta, dopo 2 km di salita, all'antico nucleo di Bioggio, nel territorio
del comune di Traona (m. 771). Qui, passando sotto la bella chiesetta
di S. Maria, la carrozzabile prosegue verso est, fino ad intercettare,
ad un tornante, la carrozzabile sterrata che da S. Giovanni di Bioggio
sale ai prati di Aragno. Seguendo questa seconda carrozzabile in discesa
siamo, in breve, alla chiesa di S. Giovanni, e possiamo proseguire per
Mello, inziando poi la discesa finale che ci porta alla Provinciale
Pedemontana Orobica Occidentale, che utilizziamo per tornare a Piussogno.
Ecco, infine, per completezza, la descrizione di un anello di mountain-bike
che si sviluppa sul versante opposto, cioè ad occidenta di Cercino.
Saliamo da Piussogno, nel modo sopra descritto, fino al binio per Bioggio
e S. Giovanni, ma ignoriamo, questa volta, la pista per Bioggio, proseguendo
sulla strada asfaltata che, dopo 2 km, raggiunge Cino. Da Cino scendiamo
a Mantello e da qui, percorrendo la Pedemontana Orobica Occidentale
verso sinistra (est), torniamo a Piussogno. Anche questo anello è
godibilissimo e di impegno non eccessivo.
Concludiamo il racconto di questo splendido lembo di Valtellina descrivendo
una tranquilla passeggiata che si configura come ideale visita
al paese.
Raggiunto
il tornante destrorso al quale, sulla sinistra, si stacca la via che
entra nel centro del paese, lasciamo l’automobile al comodo parcheggio
che si trova proprio in corrispondenza del tornante, sulla destra. Iniziamo
la visita incamminandoci verso il centro del paese, sulla via Roma.
Sulla destra notiamo subito un rustico, sulla cui parete è segnata
l’indicazione “via Ligari”. Sulla facciata dell’antica
casa si vede un dipinto, datato 1796, che raffigura la Madonna con Bambino
ed i Santi Antonio e Domenico.
Subito dopo, sulla sinistra, dalla via principale si stacca la via San
Michele che, dopo una breve discesa, porta al sagrato della chiesa
parrocchiale (m. 487), dedicata appunto all’Arcangelo
Michele, ricostruita, nel secolo XVII, sulla base di una cappella quattrocentesca,
e consacrata nel 1690. Fronteggia la chiesa, ad ovest, un ossario sulla
cui facciata è dipinta una delle classiche raffigurazioni edificanti
della morte, che ci ricorda la fragilità e la finitezza della
nostra esistenza. La frase-monito pronunciata dall’immancabile
scheletro è in parte cancellata, ma si capisce che il suo significato
è di paragonare la brevità della vita umana a quella di
un fiore (…quasi flos egreditur). Sconsigliatissimo ai superstiziosi.
Per aprire la mente a più ameni pensieri, godiamoci lo spettacolare
panorama sulla bassa Valtellina e sull’alto Lario che si può
ammirare dal sagrato.
Torniamo, poi, sui nostri passi, in via Roma, raggiungiamo il parcheggio
dove abbiamo lasciato l’automobile e cominciamo a salire lungo
la strada. Superato il cartello che segnala il Municipio e l’Ambulatorio,
raggiungiamo un tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si
stacca, sulla destra, una carrozzabile sterrata. Ignoriamo la carrozzabile
e proseguiamo sulla strada asfaltata, incontrando, sul suo lato destro,
una cappelletta
votiva dedicata a S. Antonio ed un cippo dedicato alla memoria del partigiano
Athos, “caduto per la libertà” il 29 novembre del
1944.
Poco più avanti la strada volge a destra, e se ne stacca, sulla
sinistra, una strada che torna in direzione del paese (indicazione per
Cino Centro). A monte di questo tornante troviamo la bella chiesetta
dedicata alla Madonna della Pietà (m.
526), costruita fra il 1736 ed il 1774 e restaurata nel secolo scorso,
con interno ottagonale, sormontata da una cupola.
Proseguiamo sulla strada che sale a destra (indicazione per Cino, 2
km), fino al successivo tornante sinistrorso, in corrispondenza del
quale se ne stacca, sulla destra, una stradina asfaltata, che porta
alla già citata pista-mulattiera per S. Giovanni di Bioggio.
Ignorata anche questa deviazione, continuiamo la salita fino a trovare
la partenza, sulla destra, della carrozzabile per Bioggio (indicazioni:
Bioggio e S. Giovanni). Restiamo sulla strada (si tratta della Strada
provinciale 5), che passa a monte delle case alte del paese e comincia
a scendere, con una serie di semicurve. Oltrepassato un ponte sul torrente
Siro, proseguiamo la discesa, fino a trovare, sulla destra, una stradina
che si stacca dalla Strada provinciale e scende alla frazione Siro (indicazione
per Siro).
Lasciamo, ora, la strada principale, che prosegue verso Cino, e scendiamo
sulla stradina, incontrando subito, sulla nostra sinistra, una cappelletta
dedicata a Maria Madre della Divina Grazia, con, a lato, i santi Antonio
Abate (con l’immancabile porcellino) e Carlo Borromeo. Poco sotto,
troviamo un bel ponte a schiena d’asino sul torrente Siro, ma,
invece di impegnarlo, prendiamo a destra, seguendo la stradina asfaltata
che continua la discesa verso Siro (m. 467), un piccolo
nucleo di case che raggiungiamo ben presto. Qui la strada termina: poco
prima del termine troviamo, sulla sinistra, il cartello che indica la
via Madonna della Neve e, sulla parete di una casa, un dipinto che raffigura
la Madonna con bambino Regina del Cielo.
Scendiamo lungo questa via, fino ad uno spiazzo-parcheggio. Alla nostra
destra possiamo ammirare uno splendido rustico, oltre il quale parte
una pista-mulattiera, che subito si biforca: ignoriamo il ramo di destra,
che scende, e prendiamo a sinistra. Pochi metri, e siamo alla chiesetta
della Madonna della Neve. La venerazione per la Madonna della
Neve, cui sono dedicate diverse chiesette anche in Valtellina, è
legata ad un miracolo che risale ai primi secoli del Cristianesimo.
Nel IV secolo, sotto il pontificato di papa Liberio (352-366), un nobile
e ricco patrizio romano di nome Giovanni e la sua altrettanto nobile
moglie, non avendo figli, decisero di offrire i loro beni alla Beata
Vergine Maria, per la costruzione di una chiesa a lei dedicata.
La Madonna apparve, allora, in sogno ai coniugi, la notte fra il 4 e
il 5 agosto, tempo di gran caldo a Roma, preannunciando un miracolo
che avrebbe indicato il luogo nel quale sarebbe dovuta sorgere la chiesa.
Infatti la mattina dopo, i coniugi romani si recarono da papa Liberio
a raccontare il sogno fatto da entrambi, scoprirono che anche il papa
aveva fatto lo stesso sogno. Tutti si recarono, dunque, sul luogo indicato,
il colle Esquilino, e lo trovarono coperto di neve, in piena estate
romana. Qui, dunque, venne costruita la chiesa, a spese dei coniugi
devoti, chiesa denominata ‘Liberiana’, dal nome del pontefice,
ma chiamata popolarmente anche “ad Nives”, della Neve.
A questo miracolo si richiama, dunque, anche la chiesetta di Siro, che,
tuttavia, non è una chiesetta come molte altre, ma è legata
ad un mistero che, secondo la devozione popolare, richiama il miracolo
romano. Sulla destra della sua facciata, appena sotto il muraglione
del sagrato, si possono notare due grandi castagni. Ebbene, su un ramo
di questi castagni le foglie non hanno la normale coloritura verde,
ma sono bianche, come a richiamare l'antico miracolo della neve agostana.
Non è
facile vederle, ma se verrete qui nella prima settimana di agosto, quando
si festeggia la Madonna della Neve, troverete qualcuno che, con pazienza,
ve le indicherà.
Miracolo? Curiosità naturalistica? A voi la risposta. Mentre
riflettiamo sul mistero delle foglie candide, torniamo indietro, fino
al ponte a schiena d’asino, che ora oltrepassiamo. Poco oltre,
superiamo un secondo ponticello, e ci ritroviamo in via Roma. Percorrendola,
rientriamo nel centro di Cercino e ci ritroviamo alla piazza Tenente
Ambrosini, medaglia d’oro, caduto nel 1943. Proseguendo diritti,
verso est, incontriamo di nuovo, ora sulla destra, la deviazione che
scende alla chiesa di S. Michele. Pochi passi ancora, e siamo al parcheggio
dove abbiamo lasciato l’automobile, dopo circa 40 minuti di cammino:
l'incontro con la magia di questi luoghi sarà sicuramente un'esperienza
che serberemo nella memoria.
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| Difficoltà |
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Dislivello |
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| Tempo |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il passo della Piana, posto a 2050 metri sul crinale ad oriente del monte
Brusada (m. 2143), mette in comunicazione il versante alto della Costiera
dei Cech, a monte dei prati della Brusada, con l’alta Val Codogno,
la prima delle valli laterali di sud-est della Valle dei Ratti. La salita
al passo non è difficile, ma avviene su traccia di sentiero labile
o anche a vista. La successiva discesa in Val Codogno contente di chiudere
un elegante anello intorno al monte Brusada, in quanto si può
facilmente, poi, rientrare dall’alpe Codogno al versante dei Cech
per il passo della Piana, tornando, infine, dall’alpe Bassetta
ai prati della Brusada. Da ultimo vale la pena di osservare che allungando
di poco l’escursione al passo della Piana si può raggiungere,
senza eccessive difficoltà, il panoramicissimo monte Brusada,
dal quale, nelle giornate limpide, si può scorgere perfino il
massiccio del monte Rosa.
Vediamo, dunque, come salire al passo partendo dai prati Brusada, ed
in particolare dalla baita più alta (m. 1584), dove sventola
una bandiera italiana. Qui troviamo un sentiero, che, imboccato verso
destra, effettua una lunga traversata fino ai Prati di Bioggio, mentre
seguito nella direzione opposta conduce alle falde meridionali del monte
Brusada. Scegliamo, dunque, questa seconda direzione (ovest), raggiungendo
subito una cappelletta, il Cincet de la Brusada, nella quale è
raffigurata una Madonna con bambino, insieme ai santi Ambrogio, Michele
e Margherita.
Qui troviamo anche due cartelli. Il primo illustra l’importanza
dei prati della Brusada, “appartenenti un tempo alle famiglie
di Cercino. Erano un tempo i maggenghi con molte baite a cui appoggiavano
i pastori di Cercino per la monticazione degli aridi pascoli alti, strappando
alle rocce il duro fieno selvatico che le mucche non potevano raggiungere
e lasciando il resto all’intraprendenza delle pecore e delle capre”.
Il cartello illustra anche le caratteristiche panoramiche della cresta
che dalla cima della Brusada scende al passo della Piana: ma di questo
diremo più avanti. Un secondo cartello dà la cima Brusada
ad un’ora e mezza di cammino.
Proseguiamo, quindi, in questa direzione, entrando nel bosco. Si tratta
di percorrere un sentiero che entra nel bosco e sale gradualmente in
direzione nord-ovest. A quota 1630 troviamo un abbeveratoio in legno
e, poco oltre, un casello dell’acqua. Il sentiero prosegue con
traccia più stretta, scendendo per un breve tratto. Poi passiamo
a monte di un corpo franoso e proseguiamo nella salita con un tratto
all’aperto. A 1650 metri il sentiero attraversa un vallone che
costituisce la parte alta della valle di Siro. Sul lato opposto ci attende
una ripida salita, in una bella pineta, che ci porta, a quota 1700,
sul filo del dosso che scende dalla cima della Brusada verso sud. Il
sentiero si addentra, poi, in un mare di ginestre, proseguendo verso
ovest e raggiungendo, dopo una graduale salita ed una serie di saliscendi,
il limite orientale dell’alpe Bassetta, in corrispondenza di un
terrazzo dal quale si prosegue facilmente alla volta del baitone dell’alpe.
Noi, però, non lo seguiamo, ma pieghiamo decisamente a nord,
iniziando la salita al passo. Ora non troveremo altre indicazioni, per
cui dobbiamo stare attenti ai riferimenti naturali. La via più
semplice (ma non l'unica) per salire al passo è quella di staccarsi
a destra dal sentiero quanto questo raggiunge il dosso boscoso, a quota
1700. Siccome, però, non è facile trovare la deviazione,
risulta più semplice attaccare direttamente (se non c'è
neve) l'ampio ed evidente vallone erboso, che raggiunge il crinale che
separa la Valtellina dalla Val dei Ratti proprio in corrispondenza del
passo.
La risalita del vallone porta nei pressi del crinale, ad est della cima
del monte Brusada e ad ovest del passo della Piana; da qui saliamo,
infine, senza troppe difficoltà, con una diagonale verso destra,
ai 2052 metri del passo, dove si apre uno splendido panorama sulla Val
Codera (si distinguono il monte Matra ed il pizzo di Prata) e, soprattutto,
la Valle dei Ratti (si vede buona parte della testata, dal Sasso Manduino
alla cima del Calvo, passando per il pizzo Ligoncio). Dai prati della
Brusada al passo calcoliamo circa un’ora e mezza di cammino (il
dislivello è di 570 metri circa). Tenendo presente, però,
che ai prati non si giunge con l’automobile, l’escursione
effettiva è più lunga: se lasciamo l’automobile
alla fontana poco sotto Bioggio e saliamo da qui ai prati Brusada, l’escursione
complessiva avrà un livello di 1300 metri, superati in circa
4 ore di cammino.
Prima di raccontare come chiudere l’anello della Brusada scendendo
in Val Codogno e raggiungendo l’alpe Bassetta, vediamo una seconda
elegante possibilità per coronare questa escursione, la salita
alla cima del monte Brusada. Torniamo indietro dal passo al versante
sotto la cima, e procediamo, ora, verso ovest, sfruttando una sorta
di ampio corridoio costituito da massi e sfasciumi. Raggiunto l’ometto
della cima (m. 2143), possiamo godere dell’eccellente panorama
che si apre a 360 gradi. In lontananza, ad ovest, oltre la compagine
delle Alpi Lepontine, si può scorgere il massiccio del Monte
Rosa, mentre il panorama è chiuso, a sud e sud-est, dalla catena
orobica e dal gruppo Ortles-Adamello. In primo piano, invece, ad est
campeggiano i monti Erbea (m. 2430) e Sciesa (m. 2487), che chiudono,
ad est, la Val Codogno. Alla loro sinistra si distingue la testata della
Valle dei Ratti, che propone, da destra, la cima del Calvo (m. 2967),
il pizzo Ligoncio (m. 3038) e l’inconfondibile Sasso Manduino
(m. 2888). Proseguendo verso sinistra (quindi in direzione nord-ovest)
si distinguono alcune cime del fianco occidentale della bassa Val Codera,
con il pizzo di Prata, a destra (m. 2727) ed il monte Matra, sulla sinistra
(m. 2206).
Torniamo, ora al passo della Piana: di qui si scende, a vista, con un
po’ di attenzione, alle baite dell’alpe, poste quasi duecento
metri più in basso (m. 1878), a nord-ovest del passo. Sul lato
sinistro (ovest) delle baite parte il sentiero che attraversa il torrente
Codogno e raggiunge le
baite più basse (m. 1804), dalle quali parte, in direzione ovest,
la mulattiera, segnalata da segnavia bianco-rossi, che, tagliando il
fianco settentrionale ed occidentale del monte Brusada, con andamento
pressoché pianeggiante, ci riporta nella Costiera dei Cech, attraverso
il passo del Culmine (m. 1818). Si tratta di una mulattiera un tempo
assai frequentata dalle mandrie, in quanto univa due alpeggi molto importanti,
quello di Codogno e quello della Bassetta. L’attraversamento del
selvaggio versante occidentale del monte Brusada è sicuramente
un’esperienza di grande fascino (da evitare, però, con
versante innevato, per il pericolo di slavine).
Raggiunto il passo del Culmine, procediamo per un breve tratto in discesa,
piegando, poi, a sinistra e raggiungendo una evidente pianetta, delimitata
anche da filo spinato (perché da su un salto roccioso). Ora,
invece di proseguire verso destra, in direzione del baitone dell’alpe
Bassetta (anche se una visita a questa splendida alpe non ci starebbe
affatto male), cerchiamo, a sinistra, la partenza del sentiero che effettua
la traversata ai prati della Brusada. Il sentiero, non largo, ma abbastanza
marcato, inizia una serie di saliscendi, fra qualche macchia iniziale
di pini ed il successivo terreno scoperto di sterpaglie ed arbusti,
sul versante alto e ripido sotto il crinale della Costiera, mantenendosi
per un buon tratto ad una quota di poco superiore ai 1750 metri e tagliando
alcuni dossi.
Comincia,
quindi, una graduale discesa, che da quota 1750 circa porta a quota
1700, superando una fascia di ginestre che sembrano sempre lì
lì per mangiarsi l’esile ma tenace traccia (e se la sono
mangiata, di fatto, tempi addietro, finché, da pochi anni, i
cacciatori non hanno provveduto a ripulirla. A quota 1700 raggiungiamo
il filo del dosso che scende verso sud dalla cima del monte Brusada,
e che segna anche il confine fra il territorio del comune di Cino e
quello del comune di Cercino, nel quale rientriamo. Proseguendo nella
discesa, giungiamo al canalone in corrispondenza del quale abbiamo lasciato
questo stesso sentiero per salire al passo della Piana, tornando, infine,
ai prati della Brusada. L’intero anello della Brusada, con partenza
e ritorno alla fontana sotto Bioggio, richiede circa 8-9 ore di cammino
(il dislivello in salita è di 1320 metri).
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1320 |
| Tempo |
8-9 h (anello completo
del monte Brusada) |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
I prati della Brusada sono l’alpeggio di Cercino, ed anche un importante
crocevia: alla loro parte bassa giungono, infatti, sentieri che salgono
dai prati Nestrelli, da Cercino e dai prati di Bioggio, mentre dalla
loro parte alta partono sentieri per l’alpe Bassetta, l’Oratorio
dei Sette Fratelli ed i prati di Bioggio. Si tratta di sentieri ben
tracciati, nessuno dei quali, però, è segnalato da segnavia.
Come troviamo scritto in un cartello che si trova nella loro parte alta,
i prati appartenevano, un tempo, alle famiglie di Cercino, ed alle loro
baite si appoggiavano i pastori di Cercino “per la monticazione
degli aridi pascoli alti, strappando alle rocce il duro fieno selvatico
che le mucche non potevano raggiungere e lasciando il resto all’intraprendenza
delle pecore e delle capre”. Durante gli anni 1944 e 1945 furono
anche rifugio di un importante nucleo di Partigiani, che ripiegò
qui dopo la battaglia di Buglio (16 giugno 1944) e che costruì,
oltre 300 metri più in alto, anche un rifugio di emergenza in
caso di rastrellamenti, la Barac(h)ia di Partigian. Oggi questi prati
sono per metà occupati da sterpaglia, e suscitano, quindi, un
mesto senso di abbandono, anche se nella bella stagione sono ancora
frequentati da chi vi cerca momenti di tranquillo riposo e stacco dagli
affanni del tempo.
Vediamo
le diverse possibilità di salita. Dai prati Nestrelli,
innanzitutto (i prati a monte di Cino). Portiamoci sul limite alto di
destra (nord-est) dei prati. Superato un casello dell'acqua, cominciamo
a salire nel bosco, attraversando la valle Scemola (che confluisce,
più in basso, nella valle di Siro) e proseguendo fino ad intercettare
un sentiero che sale da destra (partendo dalla pista tagliafuoco): siamo
passati, così, dal territorio del comune di Cino a quello del
comune di Cercino. Poco oltre, troviamo un cartello giallo, che segnala
le baite (ben nascoste dal bosco che se le è letteralmente mangiate)
di Coper Volt (Cuper di sopra, sulle carte IGM, a 1311 metri).
Il cartello è posto in prossimità del rudere della più
visibile delle baite, e riporta un gustoso aneddoto che la riguarda:
"Si narra che in questo luogo la Ca' d'Ambrusin era l'unica intonacata
a calce, perché il Bernardino, dopo aver dato caparra ad uno
di Rogolo per l'acquisto di un becco - cioè di un caprone -,
avesse intonacato la baita affinché il venditore potesse distinguere
il posto dove l'animale sarebbe stato portato". Due pensieri: l'epoca
della proliferazione dei mezzi di comunicazione era ancora di là
da venire, mentre non era ancora tramontata quella in cui un caprone
contava pure qualcosa! Ed un pensiero aggiuntivo (visto che non c’è
due senza tre): dove sono le 6 baite che mancano all’appello?
Se le è interamente mangiate il bosco. Questi pensieri ci accompagnano
nella successiva salita, che tiene, per un tratto, il filo di un bel
dosso (direzione nord), nella cornice di un chiaroscurale bosco di pini.
Poco sopra, ci intercetta, da sinistra, un sentiero che proviene da
una pianetta a monte dei Prati Nestrelli. Proseguendo nella salita,
pieghiamo, descrivendo un arco, verso est-nord-est, raggiungendo, infine,
il limite sud-occidentale dei prati della Brusada, dopo circa 50 minuti
di cammino.
Vediamo, ora, come raggiungere i prati della Brusada dai prati
di Bioggio, che si trovano sopra S. Giovanni di Bioggio, in
territorio del comune
di Traona. Portiamoci alla pista tagliafuoco sopra le baite occidentali
dei prati, cercando il sentierino che sale, ripido, tagliando una fascia
di prati a monte della pista, e raggiunge una ben visibile cisterna
in plastica per la raccolta dell’acqua. Questa è collocata
nei pressi di una sorgente, a valle di una fascia occupata da materiale
franoso. A sinistra della sorgente il sentiero prosegue (inizialmente
segnalato da una serie di nastri di plastica), con traccia ben visibile,
iniziando una lunga diagonale verso nord-ovest e salendo con pendenza
graduale. Si tratta davvero di un buon sentiero, che tuttavia non è
segnato su alcuna carta.
Dopo aver oltrepassato il rudere di due baite isolate in una radura,
il sentiero conduce al limite sud-orientale dei prati Brusada, in territorio
del comune di Cino. Per la verità non possiamo salire subito
ai prati, perché incontriamo un cartello che ci ammonisce che
il sentiero che vi accede è privato. È un cartello che
celebra anche un misterioso San Rastelé, rappresentato con tanto
di rastrello in mano e celebrato il 3 gennaio. Parrebbe un gioco di
parole, visto che un altro cartello ammonisce a starsene lontani (Rastelé
= rasté lé, cioè state lì?); ma si tratta
del
nome del gruppo di baite più basso dell’alpe. Qui giunge
anche, come vedremo (ma è poco visibile) il sentiero che sale
da Cercino, o meglio, dalla pista Cercino-Bioggio.
Noi proseguiamo sul sentiero di destra, che non raggiunge i prati, ma
sale, nella selva, sul loro lato orientale; più in alto li raggiunge
e li risale, in diagonale, piegando leggermente a sinistra, e poi a
destra, fino alla baita più alta (m. 1584).
Infine, il sentiero che più ci interessa, quello che parte dalla
pista che da Cercino sale a Bioggio. Raggiunta Cercino salendo lungo
la Strada Provinciale 5 da Piussogno, non portiamoci al centro del paese,
ma proseguiamo salendo: dopo due tornanti sinistrorsi, troviamo, sulla
destra, la partenza della carrozzabile che sale a Bioggio (indicazioni:
Bioggio e S. Giovanni).
Saliamo per un buon tratto (il fondo, in cemento e sterrato, non è
sempre in buone condizioni), affrontando diversi tornanti e trovando
due piste secondarie che si staccano dalla carrozzabile, una a destra
e una, in cemento, a sinistra, ignorandole entrambe, finché,
poco prima di Bioggio, nella cornice di una pineta davvero splendida,
troviamo uno slargo con una fontana, in corrispondenza di una pista
secondaria che si stacca, sulla sinistra, dalla carrozzabile. Lasciamo
l’automobile in questo slargo (m. 750 circa) e ci incamminiamo
sulla pista secondaria, trovando, ben presto, sulla destra, un cartello
che segnala una nuova deviazione (indicazione: Brusada).
Seguiamola: dopo pochi passi ci ritroviamo al punto di partenza di un
sentiero ben marcato, ma senza segnavia, che sale nel bosco, proponendoci
quasi subito un bivio, al quale prendiamo a sinistra, proseguendo nella
salita. Il sentiero piega per un breve tratto a destra, torna a
salire per un tratto più lungo a sinistra e propone, poi, una
serie di serrati tornantini. Ad una quota approssimativa di 940 il sentiero
riprende l’andamento a sinistra e passa sotto un masso erratico,
raggiungendo poi la cappelletta quotata m. 959, nella quale i dipinti
sono ormai quasi interamente cancellati. Proseguendo, usciamo per un
tratto dal bosco, con un bel colpo d’occhio sulla bassa Valtellina,
per poi rientrare, trovando un bivio, al quale prendiamo a destra.
Il sentiero continua a salire zigzagando, finché, a circa 1150
metri, raggiunge una piccola radura, ingentilita da alcune betulle e
denominata Fraceta: un cartello spiega che questo era un luogo nel quale
i contadini che salivano per portare vettovaglie ai maggenghi si fermavano
per riposare. Un successivo cartello dà la località di
Coper Volt a mezz’ora di cammino (ma non non passeremo da questa
località). Poco sopra, a circa 1180 metri, intercettiamo la pista
tagliafuoco che dall’alpe Piazza raggiunge i prati di Bioggio.
Siamo ad est (destra) di un’impressionante formazione rocciosa,
ben visibile a monte della pista.
Percorriamo qualche metro verso destra, sulla pista, prima di trovare,
sul suo lato opposto, la ripartenza del sentiero, segnalata da un bollo
rosso su un sasso. Nel primo tratto saliamo sul terreno smosso dai lavori
di tracciamento della pista, poi rientriamo nel bosco. A quota 1280
troviamo una radura panoramica, con un ottimo colpo d’occhio sulla
Val Gerola e sul monte Legnone. Poco sopra, il bosco comincia ad aprirsi
e, alzando lo sguardo, possiamo scorgere la baita più alta dei
prati della Brusada. La traccia diventa, ora, meno netta: troviamo un
tratto in leggera discesa in cui sembra quasi perdersi, ma poi, superato
un masso liscio, torna a farsi visibile e, attraversando una specie
di conca, riprende a salire, fino ad intercettare un sentiero ben più
marcato che proviene da sinistra: si tratta del già menzionato
sentiero che sale alla Brusada dai prati di Bioggio. Siamo alle già
menzionate baite del Restelée, e la salita alle baite più
alte della Brusada prosegue facilmente, nel modo sopra illustrato. Un’avvertenza:
se scegliamo di tornare
a Cercino per il sentiero descritto, prestiamo molta attenzione a questo
tratto poco evidente, per evitare di scendere su falsa traccia (in particolare,
ricordiamoci del tratto in leggera discesa, che, al ritorno, è,
ovviamente, in leggera salita).
Vediamo, ora, i sentieri che partono dalla parte alta dei prati. Quello
per l’alpe Bassetta, innanzitutto. Portiamoci
nella parte alta di sinistra (occidentale), dove si trova una cappelletta,
il Cincet de la Brusada, nella quale è raffigurata una Madonna
con bambino, insieme ai santi Ambrogio, Michele e Margherita. Qui troviamo
anche due cartelli. Il primo illustra l’importanza dei prati della
Brusada, Il cartello illustra anche le caratteristiche panoramiche della
cresta che dalla cima della Brusada scende al passo della Piana. Un
secondo cartello dà la cima Brusada ad un’ora e mezza di
cammino. Proseguiamo, quindi, in questa direzione, entrando nel bosco.
Si tratta di percorrere un sentiero che entra nel bosco e sale gradualmente
in direzione nord-ovest. A quota 1630 troviamo un abbeveratoio in legno
e, poco oltre, un casello dell’acqua. Il sentiero prosegue con
traccia più stretta, scendendo per un breve tratto. Poi passiamo
a monte di un corpo franoso e proseguiamo nella salita con un tratto
all’aperto.
A 1650 metri il sentiero attraversa un vallone che costituisce la parte
alta della valle di Siro. Sul lato opposto ci attende una ripida salita,
in una bella
pineta, che ci porta, a quota 1700, sul filo del dosso che scende dalla
cima della Brusada verso sud. Il sentiero si addentra, poi, in un mare
di ginestre, proseguendo verso ovest e raggiungendo una zona più
pulita, in cui alle sterpaglie si alternano gli ultimi magri pascoli.
Dopo una graduale salita ed una serie di saliscendi, raggiunge, infine,
il limite orientale dell’alpe Bassetta, in corrispondenza di un
terrazzo recintato verso sud (c’è un salto roccioso che
può essere pericoloso per il bestiame), dal quale si prosegue
facilmente alla volta del baitone dell’alpe, panoramicissima,
davvero stupenda.
Dalla Brusada partono, poi, due sentieri (che, nel primo tratto, nel
quale sono effettivamente tali, coincidono), per la Cunvula
(Oratorio dei Sette Fratelli) e per la Barac(hia) di Partigian,
il già menzionato rudere di rifugio costruito nel luglio del
1944 da un gruppo di partigiani. Prendiamo, ora, come punto di riferimento
la baita più alta, di destra, dei prati della Brüsada, quotata
m. 1584 (la distinguiamo anche per la bandiera italiana): da essa parte,
sulla destra, il sentiero che, procedendo in direzione nord-est, attraversa
la valle di Siro e si porta sul suo versante opposto, proseguendo in
direzione dei prati di Bioggio.
Qui troviamo, ben presto, un sentiero che se ne stacca, sulla sinistra,
con una duplice segnalazione: Cunvula (1 ora) e Barac(h)ia di Partigian
(1 ora). Stacchiamoci, dunque, dal sentiero per i Prati di Bioggio ed
imbocchiamo questo nuovo sentiero, che sale ad una baita, anch’essa
con la bandiera italiana, a quota 1600. Nel prato sotto la baita vediamo
un sentiero che prende a sinistra ed entra nel bosco, ma non è
quello che ci interessa. Dobbiamo cercare, invece, il sentiero che parte
alle spalle della baita e comincia a salire, diritto e piuttosto ripido,
sul largo dosso boscoso a monte della baita (direzione nord), nella
splendida cornice di una delle pinete che si sono salvate dai disastrosi
incendi che, nel 1948, 1952
e 1965, hanno martoriato la parte occidentale della costiera.
Raggiunto, a quota 1820 metri circa, il limite superiore della pineta,
il sentiero vero e proprio ci lascia, e gli itinerari si dividono: prendendo
a destra ed attraversando, con graduale salita, il vallone erboso ad
oriente del dosso risalito si guadagna un dosso gemello, tagliando il
quale si intercetta il sentierino che dal Piazzo della Nave sale all’Oratorio
dei Sette Fratelli; proseguendo, invece, sul dosso, superando due pianette,
deviando leggermente a sinistra e, a quota 1980 prendendo decisamente
a sinistra, con un ultimo traverso pianeggiante si raggiunge il rudere
del rifugio dei Partigiani.
Torniamo, infine, indietro, al cartello sopra citato, che indica la
direzione per la Cunvula e la Barac(h)ia di Partigian: se ignoriamo
la deviazione segnalata e proseguiamo sul sentiero principale, oltrepassiamo
alcune baite ed effettuiamo una lunga traversata, su traccia in qualche
punto stretta ma sempre ben visibile, a monte dei prati di Bioggio,
sulla loro verticale: qui intercettiamo il sentiero che dai prati sale
verso il Piazzo della Nave; seguendolo in discesa, raggiungiamo, infine,
i prati di Bioggio, dai quali si scende ai prati di
Aragno e, su carrozzabile sterrata, a S. Giovanni di Bioggio.
|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
800 (dalla pista Cercino-Bioggio) |
| Tempo |
2 h |
| |
-
Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
La Cunvula è la parte alta del più occidentale dei valloni
che confluiscono e quasi precipitano nel selvaggio vallone di S. Giovanni.
Una parte alta caratterizzata da versanti abbastanza ripidi, ma aperti
e solari, fra i quali si annida, quasi, la solitaria chiesetta dedicata
a S. Eufemia, più conosciuta come Oratorio dei Sette Fratelli
(m. 2010), nel territorio del comune di Mello.
L’escursione che la raggiunge può seguire l’itinerario
più battuto che sale da S. Giovanni di Bioggio, passando per
i prati di Aragno, i prati di Bioggio ed il Piazzo della Nave. Ne esiste
però uno alternativo e non meno interessante, che parte dai prati
della Brüsada (ai quali si sale per diversi sentieri, dai prati
Nestrelli, da Cercino, dai prati di Bioggio), e si sviluppa, in gran
parte, nel territorio del comune di Cercino.
Prendiamo come punto di riferimento la baita più alta, di destra,
dei prati della Brüsada, quotata m. 1584 (la distinguiamo anche
per la bandiera italiana): da essa parte, sulla destra, il sentiero
che, procedendo in direzione nord-est, attraversa la valle di Siro e
si porta sul suo versante opposto, proseguendo in direzione dei prati
di Bioggio. Qui troviamo, ben presto, un sentiero che si stacca, sulla
sinistra, da quello che
stiamo percorrendo, con una duplice segnalazione: Cunvula (1 ora) e
Barac(h)ia di Partigian (1 ora).
Stacchiamoci, dunque, dal sentiero per i Prati di Bioggio ed Imbocchiamo
questo nuovo sentiero, che sale ad una baita, anch’essa con la
bandiera italiana, a quota 1600. Nel prato sotto la baita vediamo un
sentiero che prende a sinistra ed entra nel bosco, ma non è quello
che ci interessa. Dobbiamo cercare, invece, il sentiero che parte alle
spalle della baita e comincia a salire, diritto e piuttosto ripido,
sul largo dosso boscoso a monte della baita (direzione nord), nella
splendida cornice di una delle pinete che si sono salvate dai disastrosi
incendi che, nel 1948, 1952 e 1965, hanno martoriato la parte occidentale
della costiera.
Nella salita, passiamo a sinistra di una radura, ed incontriamo anche
qualche scheletro d’albero che non è scampato al fuoco.
Ma lo scenario è davvero bello: il bosco, aperto e luminoso,
ha qualcosa di fiabesco. La traccia si fa più marcata e visibile,
e, piegando leggermente a destra, raggiunge, a quota 1780 circa, una
fascia di massi, proseguendo sul suo limite sinistro (attenzione, qui,
a non perderla proseguendo a salire diritti; anche in questo caso, però,
si può salire a vista, in direzione del limite del bosco, che
già si intravede). Ad una quota approssimativa di 1830 metri
raggiungiamo il limite superiore destro della pineta.
Alla
nostra destra vediamo il solco dell’alta val Cespedello: ora dobbiamo
attraversarlo e portarci sull’erboso versante opposto. Procediamo,
quindi, in terreno aperto. Il bel sentiero marcato ci abbandona, e dobbiamo
cercare la debole traccia che descrive una diagonale, in leggera salita,
verso il centro del vallone, il quale ci appare, nel suo insieme, come
una sorta di deserto verde, punteggiato, qua e là, da qualche
rado scheletro d’albero. Raggiungiamo il suo centro a quota 1860
(se non troviamo la traccia, possiamo procedere anche a vista: la pendenza
del versante non è eccessiva, ma attenzione all’erba, scivolosa)
e proseguiamo la leggera salita sul versante opposto, fino ad approdare,
superata una porta costituita da due pini, ad una sorta di riposante
corridoio, molto bello, costituito da una fascia nella quale la pendenza
si fa più modesta; lo percorriamo, quindi, in direzione est,
senza guadagnare quota. Una curiosità: questo corridoio corrisponde,
approssimativamente, all'ampiezza della fascia di territorio del comune
di Traona che si incunea, salendo fino al crinale, fra i comuni di Cercino
e di Mello.
La breve traversata si conclude in prossimità di una nuova pineta,
sul cui limite intercettiamo un sentierino che sale da destra. Si tratta
del sentierino, sopra menzionato, che proviene dal Piazzo della Nave:
percorrendolo, verso sinistra, in salita raggiungiamo, dopo circa un
quarto d’ora, l’Oratorio, a 2010 metri (calcoliamo, dai
prati della Brüsada, un’ora ed un quarto circa di cammino,
per superare un dislivello approssimativo di 430 metri).
L’oratorio è una sorta di eremo, un luogo appartato, lontano
dal mondo. In Valtellina pochi luoghi hanno caratteristiche analoghe.
È un luogo dove la solitudine ti circonda da ogni lato, e le
finestre del tempo sembrano schiudersi su prospettive inattese, lasciando
filtrare, come lame di luce,
le atmosfere di un passato di cui si è persa la voce. Un piccolo
luogo di preghiera perso in un oceano di prati alti, appena sopra i
duemila metri, ai piedi delle guglie di granito che separano la Costiera
dei Cech dalla Valle dei Ratti.
La chiesetta è affiancata da una grande croce lignea tridimensionale,
con una campanella che ogni visitatore può far risuonare, per
dar voce alla gioia che si libera, dopo tanta fatica. Purtroppo non
possiamo entrare nell’oratorio, che, per impedire l’ingresso
degli animali, è sbarrato da assi di legno.
Nulla ci impedisce, invece, di ammirare il panorama, che, per la verità,
è meno ampio di quello che si apre più in basso, perché
le due costiere ad oriente e ad occidente chiudono un po' la visuale.
Ad est, cioè alla nostra sinistra, osserviamo il lungo dosso
che ospita, ad una quota pressoché identica a quella dell'oratorio,
i Tre Cornini, e che chiude la visuale sulla media Valtellina. Si mostra,
invece, quasi interamente la catena orobica, dalle sue propaggini orientali
a metà circa della Val Lesina. Il dosso che abbiamo risalito,
infine, chiude a destra la visuale, sottraendo ai nostri occhi il monte
Legnone, la bassa Valtellina e l'alto Lario. Guardando verso il basso,
vediamo, alla nostra sinistra, il solco che, da modesto avvallamento,
si approfondisce gradualmente, man mano che scende, nell'oscuro vallone
di S. Giovanni. A sinistra del vallone, vediamo tutta la bella piana
di Poira, con Poira di Dentro e di Fuori. Sul fondovalle, infine, ottimo
è il colpo d'occhio su Talamona e Morbegno, alle cui spalle si
aprono le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.
Alle spalle dell'oratorio (est), sul crinale erboso, riusciamo a distinguere
una traccia di sentiero, che scende per un buon tratto prima di scomparire
alla nostra vista. Si tratta del sentiero che effettua una lunga traversata,
intercettando il sentiero per l'alpe Visogno poco sopra il Pre
Soccio, ad una quota, cioè di circa 1750 metri. Un sentiero,
però, non segnalato, dalla traccia incerta, sconsigliabile, quindi,
anche perché, se lo perdiamo, non abbiamo la possibilità
di scendere a vista, dal momento che passiamo a monte dei dirupi che
convergono nel vallone di S. Giovanni.
Se amiamo i luoghi abbandonati, però, possiamo percorrerne il
primo tratto, che ci porta sul dosso che fronteggia, ad est, quello
che abbiamo risalito, e poi comincia a scendere, sempre in terreno aperto
o fra qualche modesta macchia di pini, diritto, fino ai numerosi ruderi
delle baite della località Le Baracche (m. 1855), poste ad est
di una spettrale fascia di scheletri di albero. Ma qui fermiamoci.
All'Oratorio dei Sette Fratelli scende (ma non lo si distingue) anche
un secondo sentiero, che effettua una traversata alta (2100-2200 metri)
fra gli ultimi pascoli e le formazioni rocciose della Costiera, fino
al dosso a monte dei Tre Cornini. Si tratta di un sentiero altrettanto
sconsigliabile, perché non segnato, incerto ed esposto.
E' tempo, però di dar voce ad una domanda, finora inespressa:
perché questo nome? Chi sono i sette fratelli? L’oratorio,
eretto nel 1761, è dedicato a S. Felicita, madre di sette figli,
tutti martirizzati e canonizzati, quindi santi come lei, nei primi secoli
dell’era cristiana. Ecco chi sono i sette fratelli: Gennaro, Felice,
Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, martirizzati al tempo
dell'Imperatore Antonino. Gennaro, dopo essere stato percosso con verghe
nel carcere, fu ucciso con flagelli piombati; Felice e Filippo furono
uccisi con bastoni; Silvano fu gettato in un precipizio; Alessandro,
Vitale e Marziale furono puniti con sentenza capitale. Un dipinto li
raffigura, insieme alla madre, sul fondo dell’oratorio. Costei
fu l'ultima ad essere uccisa, decapitata, dopo
aver provato l'immenso dolore per il supplizio dei figli, ma anche la
consolazione di averli visti tanto saldi nella fede da dare la vita
per essa. La sua festa viene celebrata il 23 novembre, ma possiamo comunque
rivolgerle una preghiera, tenendo anche presente che la devozione per
questa santa è particolarmente viva fra le donne che non riescono
ad avere figli e da lei implorano questa grazia.
Ma non c’è solo il riferimento alla storia della chiesa.
Esiste anche un’antichissima leggenda, curiosa, un po’ enigmatica,
assai meno tragica. E parla di una madre che aveva sette figli, inquieti,
monelli. Una madre, intenta, in una baita dell’alta alpe, a “tarare”
la polenta che stava cuocendo nel paiolo, ad un certo punto si spazientì,
perché i suoi sette figli, intorno a lei, facevano troppo chiasso,
non sapendo attendere tranquilli che la polenta fosse servita. Sembra
che la donna sia sbottata gridando: “Via poch de bun, vün
per cantùn”, cioè: “Via, poco di buono, uno
per ogni angolo”, sottinteso di queste montagne. Ed in effetti
i figli se ne andarono, proprio in sette angoli diversi della bassa
Valtellina, tutti visibili dal luogo della dispersione, che poi divenne
luogo di preghiera, l’Oratorio, da allora chiamato “dei
Sette Fratelli”. La sfuriata della madre, oltre a regalarle un
po’ di pace, ebbe l’effetto di trasformare i figli indisciplinati
in altrettanti eremiti devoti, che fondarono sette chiese: S. Antonio,
S. Pietro in Vallate, San Giuliano sopra Dubino, S. Domenica a Delebio,
S. Esfrà sull’alto versante retico sopra Mello, S. Maria
in val Gerola e S. Giovanni di Bioggio. I sette fratelli non ebbero
più modo di ritrovarsi, né di vedere la madre, ma un segno
li legò sempre, un fuoco, acceso la sera, con il quale segnalavano
ciascuno agli altri che erano ancora in vita. Ma venne per ciascuno
il giorno della morte: e la sera di quel giorno non vide il fuoco consueto,
ma una nuova stella accendersi in cielo.
|
| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1230 (dalla pista Cercino-Bioggio) |
| Tempo |
3 h e 15 min |
| |
-
Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Giugno
1944. La formazione partigiana che faceva capo a Nicola (200 uomini
circa) mise in atto due audaci azioni, impossessandosi di armi e munizioni
sottratte alla caserma di Ardenno e di armi e viveri conquistati sequestrando,
la mattina del giorno 11, il treno Milano-Sondrio nel tratto Ardenno-S.Pietro.
La reazione nazifascista non si fece attendere: la sera del 15 giugno
la zona di Buglio, dove si concentrava buona parte della forza partigiana,
venne isolata, e la mattina del giorno successivo iniziò, dalla
piana della Selvetta, il cannoneggiamento contro Buglio (furono distrutte
o danneggiate 58 case coloniche, e si contarono diverse vittime fra
i civili). Era l’inizio della battaglia di Buglio, che costrinse
Nicola e la sua formazione partigiana a ripiegare. La ritirata, attraverso
la Val Masino, riuscì a stento, e non fu priva di perdite.
La riorganizzazione delle forze partigiane assunse come baricentro i
prati della Brusada, sopra Cercino. Ma, per evitare di essere sorpresi
da rastrellamenti o, peggio ancora, accerchiati, nel luglio 1944 alcuni
partigiani costruirono, più in alto, in una zona impervia e di
non facile accesso, poco sotto il crinale fra Costiera dei Cech e Valle
dei Ratti, un piccolo rifugio in sassi (meno di venti metri quadrati),
dove rimanere nei momenti più critici. Questo rifugio venne denominato
barac(h)ia di Partigian, cioè baracca dei Partigiani.
Un devastante incendio nel secondo dopoguerra ebbe conseguenze disastrose
non solo sulla splendida pineta di questa parte alta del versante occidentale
dei Cech, ma anche sulla baracca, che cadde in rovina. Ora resta solamente
la parte più bassa delle mura perimetrali. Per
questo, nonostante il rudere della baracca sia su terreno scoperto,
non è meno difficile trovarlo oggi di quanto non fosse più
di sessant’anni fa. Una sfida, dunque, andare a scovarlo. Un’emozione
trovarlo e ripensare ai tragici momenti della storia nazionale che esso
evoca.
Il rudere è segnato, ma non nominato, sulla carta IGM, a quota
1981 (est-sud-est rispetto al passo della Piana). L’indicazione
è preziosa, perché altri riferimenti non sono più
precisi (se chiediamo, per esempio, a chi la conosce l’ubicazione
della baracca, ci sentiremo rispondere che si trova sul dosso gemello
rispetto a quello dell’Oratorio dei Sette Fratelli, ad ovest di
quest’ultimo, un po’ più in basso rispetto all’Oratorio).
Il racconto dell’escursione alla baracca potrà servire,
spero, per trovarla senza troppa fatica. Punto di partenza sono i prati
della Brusada, e precisamente la baita più alta, di destra (est),
sormontata da una bandiera italiana (m. 1584). Il primo tratto dell’escursione
coincide con quella che porta dalla Brusada all’Oratorio dei Sette
Fratelli.
Dalla baita parte, sulla destra, il sentiero che, procedendo in direzione
nord-est, attraversa la valle di Siro e si porta sul suo versante opposto,
proseguendo in direzione dei prati di Bioggio. Qui troviamo, ben presto,
un sentiero che si stacca, sulla sinistra, da quello che stiamo percorrendo,
con una duplice segnalazione: Cunvula (1 ora) e Barac(h)ia di Partigian
(1 ora). È questa l’unica segnalazione che fa riferimento
alla baracca.
Non troveremo, infatti, alcun segnavia. Stacchiamoci, dunque, dal sentiero
per i Prati di Bioggio ed imbocchiamo questo nuovo sentiero, che sale
ad una baita, anch’essa con la bandiera italiana, a quota 1600.
Nel prato sotto la baita vediamo un sentiero che prende a sinistra ed
entra nel bosco, ma non è quello che ci interessa. Dobbiamo cercare,
invece, il sentiero che parte alle spalle della baita e comincia a salire,
diritto e piuttosto ripido, sul largo dosso boscoso a monte della baita
(direzione nord), nella splendida cornice di una delle pinete che si
sono salvate dai disastrosi incendi che, nel 1948, 1952 e 1965, hanno
martoriato la parte occidentale della costiera. Nella salita, passiamo
a sinistra di una radura, ed incontriamo anche qualche scheletro d’albero
che non è scampato al fuoco. Ma lo scenario è davvero
bello: il bosco, aperto e luminoso, ha qualcosa di fiabesco. La traccia
si fa più marcata e visibile, e, piegando leggermente a destra,
raggiunge, a quota 1780 circa, una fascia di massi, proseguendo sul
suo limite sinistro (attenzione, qui, a non perderla proseguendo a salire
diritti; anche in questo caso, però, si può salire a vista,
in direzione del limite del bosco, che già si intravede).
Ad una quota approssimativa di 1820 metri raggiungiamo il limite superiore
destro della pineta. Alla nostra destra vediamo il solco dell’alta
val Cespedello. Qui i percorsi per l’Oratorio dei Sette Fratelli
e per la baracca si separano: il primo, infatti, piega a destra, attraversa
il vallone salendo gradualmente e prosegue sul dosso successivo, fino
ad intercettare il sentierino che sale all’Oratorio dal Piazzo
della Nave. Noi, invece, dobbiamo muoverci per buona parte senza neppure
il riferimento di una traccia di sentiero.
Proseguiamo diritti, portandoci sul filo del dosso a monte della pineta
(in questo tratto piuttosto ripido) e guadagnando una prima pianetta
(quota approssimativa: 1840 metri), dove, sopra alcune roccette e massi,
troviamo una debole traccia di sentiero che proviene da destra e prosegue
verso sinistra, scendendo in un vallone e tagliando la parte alta del
versante montuoso (passa sotto una curiosa formazione rocciosa, caratterizzata
da uno sperone uncinato), a monte di una fascia occupata da materiale
franoso. Non dobbiamo, però, seguire questa traccia, ma continuare
a salire sul filo del dosso (un po’ meno ripido), fino ad una
seconda pianetta, caratterizzata da alcune roccette e da scheletri di
alberi bruciati. Ora dobbiamo assumere come punto di riferimento un
grande larice solitario che troviamo più in alto, leggermente
a sinistra: lo raggiungiamo e proseguiamo salendo in direzione di un
piccolo larice isolato e guadagnando quota 1980, dove intercettiamo
una debole traccia di sentiero che taglia, da destra a sinistra, il
versante.
La salita sul dosso ci impone qualche sosta per riprendere fiato. Guardiamo,
durante le soste, a sinistra: riconosceremo un piccolo crinale roccioso
che, perpendicolare al crinale principale Cech-Valle dei Ratti, scende
verso sud, alternando formazioni rocciose a modeste selle erbose. Su
una di queste selle, a sinistra di alcuni scheletri di larice ed a pochi
larici ancora in vita, si può scorgere quel che resta del muro
orientale della baracca.
Seguendo la traccia di sentiero a quota 1980 prendiamo, ora, a destra
(ovest), tagliando il versante senza guadagnare quota. Passiamo, così,
sotto una piccola fascia di massi e raggiungiamo una terza pianetta,
appena oltre la quale siamo alla sella erbosa sulla quale è letteralmente
appollaiata
la baracca. Un cartello ci conferma che abbiamo raggiunto la meta. Sotto
e soprattutto sopra il rudere i tristi resti degli alberi colpiti dall’incendio;
pochi i larici scampati, fra massi e lembi erbosi. Ottimo è il
colpo d’occhio: a sud est la confluenza delle Valli del Bitto
sul fondovalle valtellinese, a sud la Val Lesina, presidiata, sul lato
sud-occidentale, dall’inconfondibile corno del monte Legnone,
a sud-ovest l’alto Lario, dove, sul lato occidentale, lo sguardo
raggiunge Gravedona e Dongo, il paese nel quale la vicenda di Mussolini
terminò tragicamente. Fa un singolare effetto pensare questo
da qui, dal luogo nel quale dovettero trovare precario rifugio coloro
che scelsero di opporsi al suo regime ed a quello hitleriano mettendo
a repentaglio la loro stessa vita.
È un pensiero che ci accompagna anche nella discesa, che avviene
per la medesima via di salita (la tentazione di scendere per il ripido
canalone erboso che si trova immediatamente a valle della baracca, verso
destra (est) è forte, ma tutto sommato si guadagnerebbe poco
tempo a prezzo di fatiche aggiuntive; se, comunque, si opta per questa
soluzione, ci si ritrova sul sentierino che dalla prima pianetta, sopra
menzionata, prosegue verso ovest; percorrendolo verso sinistra, dopo
una breve salita, ci si riporta a questa pianetta, dalla quale si raggiunge,
in breve, il limite del bosco.
La salita dalla Brusada alla baracca dei Partigiani richiede circa un’ora
ed un quarto di cammino, per superare un dislivello approssimativo di
400 metri. Siccome, però, alla Brusada non possiamo salire in
automobile, il tempo complessivo e l’impegno dell’escursione
sono decisamente superiori: calcoliamo 3 ore e mezza/4 ore partendo
dalla fontana che precede Bioggio, sopra Cercino (il dislivello, in
questo caso, è di circa 1130 metri) e 3 ore e mezza partendo
dall’alpe Piazza (che possiamo raggiungere in automobile da Cino
acquistando il relativo permesso; il dislivello è, in al caso,
di poco più di 1000 metri).
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1130 |
| Tempo |
3 h e 20 min |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Bregaglia e Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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