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Castione Andevenno
Il giardino
della Valtellina

Vi è un legame particolarissimo fra Castione Andevenno, comune
immediatamente ad ovest di Sondrio, sul versante retico mediovaltellinese,
ed il sole, il suo tepore, il suo calore. Il microclima felice, innanzitutto,
che mitiga i rigori dell’inverno, riveste i prati di un rinnovato
e vivace color verde quando ancora nei comuni vicini domina la tonalità
del giallo, favorendo la coltura della vite, da cui si trae quel buon
vino che, a sua volta, scalda i cuori, e che fu definito dal Güler
von Weineck, diplomatico della Lega Grigia e governatore della Valtellina
nel 1587-88, “il vino migliore e più squisito di tutta
la valle”, esportato oltralpe presso diverse corti europee. La
devozione a S. Martino, poi, patrono del paese, il cavaliere che divise
il proprio mantello per riscaldare un povero e che viene celebrato  l’undici
di novembre, data, a sua volta, legata alla cosiddetta “estate
di S. Martino”, quando il cammino della stagione verso il gelo
invernale sembra interrompersi e lasciare il posto ad un tepore quasi
tardo-estivo.
Per questo Castione contende a Buglio in Monte la denominazione di “Giardino
della Valtellina”. Ma i suoi abitanti non hanno dubbi su quale
dei due paesi meriti maggiormente questo titolo, e vanno ripetendo,
fieri: “Roma capo del mondo, Castione subito dopo, secondo”.
Secondo a Roma, appunto, non certo a Buglio!
Antichissime sono le radici di questo comune, che si collocò,
in passato, nel terziere di mezzo della Valtellina e, dal punto di vista
religioso, appartenne alla pieve di Sondrio. Fu la frazione di Andevenno
il suo nucleo originario: il suo nome, infatti, fino alla prima metà
del secolo XVI, fu, appunto, quello di Andevenno, di origine forse nord-etrusca,
oppure riconducibile al gentilizio romano “Andivius”, o,
ancora, all’illirico “Andenna”. Questo toponimo è
citato nel 992, nel Codice Diplomatico Longobardo, ed in un atto di
vendita di un campo “in loco et fundo Andaveno” , datato
1024. A causa del conflitto scoppiato fra Como e Milano nel decennio
1118-1127, diverse famiglie illustri comasche cercarono rifugio in Valtellina.
Due di queste, i Parravicini e soprattutto i Capitanei, segnarono la
storia di Andevenno: questi ultimi costituirono un complesso di possessi
feudali che comprendeva Sondrio e la Valmalenco, Andevenno ed Ardenno.
 Andevenno,
raccolto intorno alla chiesa di S. Pancrazio (di cui non restano oggi
più tracce) si costituì in libero comune nel 1276, per
privilegio concesso da Papa Giovanni XXI. In quel periodo il suo territorio
si estendeva anche sul versante sinistro dell’Adda, che successivamente
(1468) se ne staccò, costituendo il comune autonomo di Soltogio/Caiolo.
Ma ancora nel 1331 la presenza della potente famiglia si faceva sentire:
Egidio de Capitanei e Pomerio Azario edificarono un fortilizio cinto
da mura sulla Motta del Larice, a monte della zona di Balzarro, là
dove prima sorgeva un convento degli Umiliati, fondato nel 1080. Ed
i medesimi Capitanei eressero poi una fortezza anche nel luogo in cui
ora sorge la chiesa di S. Rocco, che forse ebbe nome di Castello del
Leone, forse di Castiglione (cioè piccolo castello, comparato
ad altri più grandi).
La posizione strategica del borgo giustifica l’esistenza delle
due fortezze, del Larice e del Leone: da Andevenno passava, infatti,
quella via Valeriana che era l’unica arteria che consentiva di
attraversare la bassa e media Valtellina. Per questo il borgo era esposto
al passaggio di eserciti che segnò la storia moderna della Valtellina,
a cominciare da quello della Lega Grigia, che effettuò le sue
prime incursioni in Valtellina sul finire del Quattrocento. I Grigioni,
di lì a poco (1512), entrarono in possesso della Valtellina e
delle contee di Valchiavenna e Bormio, dopo un periodo di dura dominazione
francese durato 12 anni.
Ma la più grave sciagura che ebbe a subire Andevenno risale all’inizio
del Cinquecento: si tratta della devastante esondazione del torrente
Boco (o Véndolo), del 1520, a seguito della quale il suo abitato
venne progressivamente abbandonato. Il fulcro della comunità
si spostò più in alto, ed assunse il nome con il quale
oggi viene conosciuto, Castione, appunto (citato anche nelle varianti
di Castiglione, dal nome della  fortezza
sopra menzionata, e Castione inferiore o di sotto, per distinguerlo
dall’altro Castione, contrada di Chiuro, oggi Castionetto di Chiuro).
In conseguenza di questo spostamento la chiesa principale divenne l’attuale
chiesa parrocchiale, dedicata a S. Martino, che era stata eretta almeno
un secolo prima. Da un atto notarile del 1563 risulta che il comune
era diviso in quattro quadre: Andevenno, Castione, Moroni, Del Monte.
In quel medesimo periodo, e precisamente nel 1566, in occasione dell’elezione
di un nuovo parroco di San Pancrazio e San Martino, si registrarono
in Castione 147 capifamiglia.
Negli atti della visita pastorale del vescovo di Como, di origine morbegnese,
Feliciano Ninguarda (1589), Castione risultava composto da 230 fuochi
(diciamo 1100-1200 abitanti), distribuiti in sedici contrade. Vale la
pena citare un estratto da tale resoconto, che testimonia dell’iniziale
infiltrazione della confessione riformata nel paese: “La comunità
di detto paese comprende sedici frazioni, chiamate contrade, che contano
duecentotrenta fuochi, tutte cattoliche eccetto la sola casa dei Moroni,
il cui capofamiglia è il signor Filippo, uno dei dodici cancellieri
del governatore di Valtellina: in questa famiglia vi sono sei persone
prese dall’eresia e cioè lo stesso capofamiglia, sua moglie,
due figli e due figlie”. Una generazione dopo lo Sprecher, nel
1617, ricordando Castione “olim Communitas Andevenni dicta”,
citava le seguenti quadre: 1. Castione, 2. Ville di Andevenno e Vendulo,
3. contrade Grisoni, Moroni e Piazza, 4. Del Monte, con le contrade
di Soverna e Perari; tale ripartizione continuò anche nel secolo
successivo.
Nel 1624, anno in cui il vescovo Sisto Carcano consacrò la rinnovata
ed abbellita chiesa di S. Martino, che si staccava allora definitivamente
 dalla
pieve di Sondrio, Castione contava 1.314 abitanti. Erano anni terribili.
Quattro anni prima era scoppiata, nel contesto della contrapposizione
fra cattolici e nuclei di riformati sostenuti dai dominatori delle Tre
Leghe in terra di Valtellina, la rivolta nota come “Sacro Macello”,
che portò alla strage di gran parte dei protestanti. A Castione,
dove si erano insediate diverse famiglie della nobiltà riformata,
si contarono tre vittime, della famiglia dei Moroni.
Poi vennero gli anni terribili dell’epidemia di peste che, portata
dai Lanzichenecchi nel contesto della Guerra dei Trent’Anni, flagellò
la Valtellina fra il 1629 ed il 1630, riducendone a meno della metà
la popolazione complessiva (secondo alcuni storici, a poco più
di un quarto, da 140.000 abitanti circa a 40.000). Castione non fu certo
risparmiata: una testimonianza, fra le altre, dello sgomento e del terrore
portati dalla peste è la donazione alla chiesa di S. Maria Maddalena,
in Bonetti, di un quadro raffigurante la medesima santa, affinché
intercedesse per i suoi abitanti e li risparmiasse “dal mal contagioso
che andava crescendo”. Ci vollero molte generazioni perché
Castione tornasse alle precedenti dimensioni: ancora nel 1797, infatti,
contava 1.300 abitanti, qualcuno in meno del 1624.
Il Settecento fu un secolo di lenta ripresa economica, frenata, però,
almeno in parte, nell’intera Valtellina dallo strapotere della
famiglia dei Salis, con la quale molte comunità, quella di Castione
compresa, erano pesantemente indebitate. Poi venne la bufera napoleonica,
che spazzò via, in quel medesimo anno 1797, la dominazione dei
Grigioni nella valle. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda
e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Castione fu compreso
nel distretto V di Sondrio. Nell’assetto definitivo della repubblica
cisalpina,  determinato
nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Castione era uno dei
settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento
del Lario.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno
d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Castione venne
ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava
1.100 abitanti. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni
del dipartimento dell’Adda, secondo il decreto 22 dicembre 1807,
figurava anche il comune di Castione, con 1.091 abitanti. Dopo l’assoggettamento
del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria
nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815), Castione figurava
(con 1.100 abitanti), insieme a Montagna, comune aggregato al comune
principale di Sondrio, nel cantone I di Sondrio.
Neppure la prima metà dell’ottocento fu avara di sciagure:
l’anno più nero fu il 1834, che vide anche Castione soffrire
per una terribile alluvione che colpi duramente la Valtellina. Poco
più di vent’anni dopo, nel 1856, fu il colera ad infierire
sulla popolazione. Nel 1853 Castione, con le frazioni Grisone, Vendolo
e Bonetti, era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e
con una popolazione di 1.281 abitanti, sempre inserito nel distretto
I di Sondrio.
Dopo l’unità d’Italia, nel 1861, esso contava 14
frazioni e 1335 abitanti, con una Guardia Nazionale di 86 iscritti e
64 riservisti. Fu in quegli anni che venne adottata la duplice denominazione
attuale di Castione-Andevenno, sia per rendere omaggio al nucleo originario
del comune, sia per evitare confusioni con altri comuni omonimi. Il
primo quarantennio post-unitario fece registrare una sorprendente crescita
demografica, che  portò
la popolazione fino alla cifra-record, mai più superata, di oltre
1800 abitanti, ma il nuovo secolo segnò una progressiva inversione
di tendenza.
Il XX secolo, infatti, non si aprì sotto i migliori auspici:
le rovinose alluvioni del 1907 e 1911 colpirono duramente la popolazione
di Castione, che dovette pagare un tribuno ancora più oneroso
ai due conflitti mondiali (32 caduti nella Grande Guerra del 1815-18,
su una popolazione di meno di 1500 abitanti, e quaranta fra morti e
dispersi nella Seconda Guerra Mondiale). Il secondo dopoguerra fu segnato
dal fenomeno migratorio comune a gran parte della valle e la popolazione,
fino agli anni Ottanta del secolo scorso, rimase bloccata ad una cifra
complessiva di poco superiore ai 1500 abitanti. La soglia dei 1600 abitanti
venne superata negli anni Ottanta, ma un successivo arretramento ha
portato la popolazione attuale (2005) ad un numero complessivo di 1556
abitanti.
Non sono variati, invece, i confini del territorio comunale, delimitato
a sud dal fiume Adda ed a nord dalla cresta che separa il versante retico
medio-valtellinese dalla bassa Valmalenco, dalla cima del Sasso Bianco
(m. 2490), ad ovest, all’anticima meridionale del monte Canale
(m. 2503), ad est, passando per la cima del monte Arcoglio (m. 2459).
Il confine occidentale scende dalla cima del Sasso Bianco verso sud,
seguendo per un tratto il solco dell’alta valle del Boco, o Bocco,
e passando appena ad est dell’alpe Colina (comune di Postalesio);
taglia, poi, parte del versante orientale della medesima valle, seguendo
il percorso della mulattiera che da Pra’  Lone
sale all’alpe Mangingasco. Più in basso, esso lascia ad
ovest Pra’ Lone e la frazione di Case Moroni (che appartiene a
Postalesio, ma fu abitata in passato da famiglie di Castione), prima
di scendere al fiume Adda. Rientrano nel territorio di Castione, appena
ad est di tale confine, le frazioni di Vendolo e di Balzarro. Il confine
orientale, infine, scende verso sud dall’anticima meridionale
del monte Canale, piegando poi ad est fino alla cima del monte Rolla
ed ancora decisamente a sud: divide, così (si fa per dire), la
frazione di Ligari (che ricade nel territorio del comune di Sondrio),
ad est, da quelle di Soverna, Barboni e Mangialdo, ad ovest (comune
di Castione).
Più a sud, esso passa ad est delle frazioni di Gatti e Piatta
(Castione) e ad ovest della Madonna della Sassella (Sondrio). Sono da
citare anche la frazione di Grigioni, cuore della già citata
pregiatissima zona vitivinicola, ed i bei alpeggi e maggenghi a monte
di Castione. Fra i primi, da est, Pra’ Piazzo, Pra’ Gaggio,
Pra’ Margei, La Paiosa e Pra’ Sterli; fra i secondi, l’alpe
Prato Secondo, il Pra’ della Piana, l’alpe Calchera, l’alpe
Ortica, l’alpe Gorlo e, più importante fra tutte, l’alpe
Morscenzo (Marscenzo sulla carta IGM).
Al paese, costruito sul terrazzo alluvionale del torrente Boco (o Vendolo),
si accede facilmente staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, verso nord,
a pochi km da Sondrio, in corrispondenza dell’ipermercato Iperal.
Risalendo la strada che conduce al centro del paese si rimane colpiti,
oltre che  dalla
luminosità dei luoghi, anche dalla presenza di due chiese quasi
gemelle. Quella più bassa ed antica è collocata sul dosso
delle Motte ed è dedicata a S. Rocco. La sua costruzione iniziò
nel Cinquecento, ma venne portata a termine, come testimonia la data
sul portale, solo nel 1722.
Più alta, al centro dell’abitato, è la chiesa parrocchiale
di S. Martino, la cui struttura attuale risale al 1624, anno nel quale
la parrocchia di Castione si staccò da quella di Sondrio. Poco
sopra la chiesa passa la bella strada di mezza costa che congiunge Berbenno
a Triangia e che costituisce un ottimo tracciato per chi voglia pedalare
in tutta tranquillità, godendosi le numerose suggestioni panoramiche
di questo lembo di Valtellina. Si tratta di una zona che riveste anche
un considerevole interesse geologico: a valle dei luoghi toccati dalla
strada, infatti, passa la linea del Tonale, o linea insubrica, che,
con andamento da est ad ovest, corre circa un chilometro e mezzo a nord
dell’alveo dell’Adda: si tratta di una fascia di rocce molto
frammentate, in corrispondenza di una profonda faglia che separa, geologicamente
parlando, l’Africa dal continente Europeo.
Per saperne di più su Castione è assai utile il pregevole
volumetto "Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura
della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema
Bibliotecario di Sondrio.
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Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
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Dei Cas |
La
valle del Boco (o, con nome più antico, Bogo) è il solco
che scende, ripido, dall’alto versante retico ai piedi del Sasso
Bianco e del monte Arcoglio fino al fondovalle valtellinese, immediatamente
ad ovest dell’abitato di Castione. Una valle densa di suggestione,
fascino e mistero. Ma anche di curiosità, a cominciare da quella
del nome. Sì, perché da Boco si passa a Bocco sulle carte
IGM ed a…Bosco su quelle Kompass! Non che di boschi non ce ne
siano, in questa valle, anzi: sono stupendi, ricchi di colori, atmosfere
e profumi intensi. Anche il torrente che la percorre ha una doppia denominazione,
Vendolo e Boco. Un torrente protagonista di momenti amarissimi della
storia del paese, segnando, nel 1520, una vera e propria svolta: la
sua esondazione segnò il declino di Andevenno, nucleo insediativi
originario, ed il progressivo sviluppo di Castione, insediamento posto
in luogo più sicuro.
Anche se dal fondovalle non si vedono, diversi sono i maggenghi e gli
alpeggi nascosti dietro il fitto manto dei boschi di castagno e delle
peccete. Gli amanti delle lunghe escursioni nei boschi troveranno di
che soddisfare la loro profonda sete di silenzio e di incanti chiaroscurali.
Proponiamo un lungo anello che tocca i suoi luoghi più belli,
ma le varianti sono davvero molteplici e tutte di sicuro impatto emotivo.
L’anello del Boco, così lo possiamo a giusto titolo chiamare,
parte dalla pista che congiunge i nuclei di Bonetti, ad est, e Piazzorgo,
ad ovest. Saliamo
in automobile, oltre Castione, sulla strada per Triangia, fino a trovare,
all’ultimo tornante destrorso prima di triangia, la deviazione,
a sinistra, per la frazione di Bonetti. Percorriamo la stradina che
scende fra le case di Bonetti, e termina alla chiesetta
di S. Maria Maddalena, sul limite del bosco, lasciando il posto ad una
pista sterrata, la quale prosegue, con un lungo traverso, fino a Piazzorgo,
piccolo nucleo di baite a monte di Castione.
Percorriamo per un tratto la pista, fino ad un incrocio: da sinistra
sale una pista secondaria (che parte dalla strada Castione-Triangia)
che prosegue sulla destra. Lasciamo qui, in uno slargo, l’automobile
(siamo ad una quota di circa 700 metri) ed incamminiamoci sulla pista
che sale verso est-nord-est, in una bella pineta, restringendosi, dopo
il primo tratto, a mulattiera, fiancheggiata a monte da un grande muro
a secco. Usciti dalla selva, ci ritroviamo alle case di Gadoli,
piccolo nucleo fra Bonetti e Mangialdo.
La mulattiera prosegue alle spalle delle case più occidentali
(le prime che incontriamo), e sale fino a Mangialdo (m. 882). Se non
dovessimo trovarla, possiamo attraversare le case e giungere in vista
della stradina asfaltata che sale fin qui da Gatti; prima della stradina
troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata, che sale fino ad una casetta
isolata, dove termina. Oltre la casetta, ed a monte della stessa, si
trova una fascia di prati: saliamo a vista, tagliandola, ed intercettiamo,
ben presto, un sentierino che, percorso verso sinistra, ci porta alla
strada asfaltata che raggiunge Mangialdo. Fin qui potremmo
giungere anche in automobile (la strada asfaltata, infatti, si stacca
dalla strada che da Triangia sale a Ligari e Forcola, a primo tornante
destrorso sopra Triangia), ma poi avremmo il problema di chiudere l’anello
con un lungo tratto in salita. Il sentierino, dunque, intercetta la
pista appena prima del cartello “Mangialdo”, posto all’ingresso
del borgo.
In
corrispondenza del cartello, sulla destra (a monte della strada), vediamo
un nuovo sentiero che si stacca dalla strada e riprende a salire: imbocchiamolo.
Tagliamo, ben presto, un sentiero che sale da sinistra, da Mangialdo,
e prosegue alla nostra destra, verso Ligari: noi restiamo, però,
sul sentiero, che procede in direzione nord-ovest. Superato un roccione,
a destra del sentiero, pieghiamo leggermente a destra, procedendo verso
nord.
Dopo una nuova svolta a destra, intercettiamo una pista sterrata, che
però lasciamo subito: non appena, infatti, questa descrive un
tornante destrorso, la lasciamo, imboccando il sentiero che se ne stacca
sulla sinistra. Si tratta di una mulattiera che sale, verso ovest-nord-ovest,
con andamento abbastanza ripido. Dopo il primo tratto, troviamo, a monte,
un muretto a secco che la delimita. Poi la pendenza si fa meno severa,
compaiono i primi pini ed attraversiamo un tratto suggestivo, nel quale
la mulattiera è scavata nella viva roccia. Descriviamo, così,
un lungo traverso, prima di incontrare una coppia di tornanti, destrorso
e sinistrorso, che precedono di poco la conclusione della mulattiera
che, dopo una svolta a destra, intercetta la pista che sale al maggengo
di Piazzo ("Piazzòo", cioè
piccola spianata), sul suo limite orientale.
Il
maggengo, a 1240 metri, è raggiunto, infatti, da est da una pista
sterrata che parte da Ruvari, nucleo che si trova a monte di Mangialdo.
Ottimo il colpo d’occhio sulla parte occidentale della media Valtellina:
si distinguono i cupoloni gemelli del Crap del Mezzodì, a sinistra,
e del Culmine di Dazio, a destra, sopra i quali si erge l’inconfondibile
corno del monte Legnone, perentorio punto fermo della catena orobica
nel suo limite occidentale. Poi, a destra di un breve scorcio delle
cime della Mesolcina, il massiccio ed armonioso profilo della cima del
Desenigo, sul limite sud-occidentale della Val Masino. Ancora più
a destra, verso nord-ovest, si distinguono le cime erbose del monte
Colina, a sinistra dell’alpe omonima, e del monte Caldenno.
Dalla parte alta dei prati parte un sentiero che, seguendo il crinale
(direzione nord e nord-est) raggiunge il maggengo superiore dei prati
della Piana (m. 1694) e prosegue fino all’alpe Prato Secondo (m.
1928), per la quale passa la pista sterrata che proviene dall’alpe
Piastorba e prosegue, verso destra, fino all’alpe Morscenzo. Siccome
quest’alpe, che è l’alpeggio principe di Postalesio,
è il punto più alto del lungo anello, potremmo scegliere
anche questa via per raggiungerlo. Raccontiamo, però, il percorso
che ci porta nel cuore della valle del Boco. Esso sfrutta il sentiero
che parte dal limite orientale dei prati, allo slargo, con una fontanella
in legno, con il quale si interrompe la pista sterrata.
Percorriamo, dunque, il sentiero, che prosegue, con fondo regolare ed
andamento pianeggiante, verso nord, ignorando una deviazione che sale
alla nostra
destra. Dopo un tratto in discesa, riprende l’andamento pianeggiante;
ci raggiunge, da sinistra, un sentiero, mentre noi raggiungiamo e superiamo
un valloncello. Il sentiero, quindi, volge a destra e riprende a salire,
superando una porta nella roccia ed un secondo e più marcato
vallone, a quota 1300. Risaliamo, quindi, il dosso successivo, fino
ad un bivio: la traccia di sinistra, che prosegue pianeggiante (bollo
blu), conduce, dopo il superamento di due valloncelli, a Pra’
Sterli (m. 1480): potremmo seguirlo se desideriamo percorrere una variante
decisamente abbreviata dell’anello (da Pra’ Sterli, infatti,
passeremo anche al ritorno).
Raccontiamo, però, la variante più lunga. Questa sfrutta
la traccia di destra, che comincia a salire, con serrati tornantini,
sul crinale del dosso. La traccia si fa meno larga, ma è sempre
ben visibile. Intercettata una traccia che sale da destra, proseguiamo
nella salita, fino ad uscire, per un tratto, dal bosco di faggi e pini,
in corrispondenza di una fascia di roccette. Rientriamo nel bosco e
teniamo, con rapidi tornantini, il filo del dosso, finché questo
accentua la pendenza: il sentiero lo lascia, quindi, portandosi a destra,
per poi recuperarlo, dopo una svolta a sinistra, più in alto.
A quota 1450 circa ci portiamo leggermente a sinistra rispetto al filo
del dosso; la traccia non è sempre chiara, ma resta nei pressi
del filo del dosso, sul suo lato sinistro.
A quota 1530 metri circa il sentiero piega, quindi, a sinistra, allontanandosi
dal filo del dosso Nella salita verso sinistra, superiamo a monte un
corpo franoso di massi piuttosto piccoli. Poi la traccia, tagliando
un versante ripido, si fa piuttosto stretta, prima di impennarsi e proporre
un tratto ripido che conduce ad una sorta di porta fra le roccette (m.
1570 circa). Oltre la porta, ignoriamo una deviazione a sinistra che
procede pianeggiante e saliamo ancora, fino ad intercettare una traccia
che proviene da destra. Proseguendo verso sinistra, attraversiamo una
fascia di roccette, passando presso un curioso faggio dal tronco forato.
Superati altri due faggi con un segno blu, saliamo ancora, su traccia
sempre piuttosto stretta,
attraversiamo un tratto un po’ esposto e, dopo un’ultima
salitella, siamo al cuore di un vallone, che attraversiamo facilmente.
Poco dopo, attraversiamo un valloncello secondario e cominciamo a risalire
il fianco orientale del lungo dosso della Croce. Ai brevi strappi si
succedono tratti pianeggianti: superiamo, così, un nuovo modesto
valloncello, ed incontriamo anche, di tanto in tanto, segni blu sul
tronco di alcuni abeti.
A quota 1670 circa il sentierino sembra quasi soffocato dagli abeti,
ma è sempre ben visibile; dopo un breve scorcio panoramico sul
monte Colina, riprendiamo a salire, fino ad una serie di saliscendi
in una fitta pineta. Sembrano proprio, questi, i luoghi dove hanno posto
la loro segreta dimora i mostri di cui la fantasia della gente ha popolato
questa valle, lo sciatt basilìsk, mezzo rospo e mezzo basilisco,
e l’uomo verde, un mostro terribile che si mangia le sventurate
vittime sorprese nel cuore del bosco.
Ma finalmente, dopo un interminabile peregrinazione nel bosco, lasciamo
le ombre ed i timori e ci affacciamo alla luce intensa dell’alpe
Ortica, a quota 1700, sulla parte bassa dei prati e sul lato
opposto rispetto a quello sul quale è posta la baita inferiore.
Molto buono, anche se non molto ampio, è il panorama, soprattutto
verso nord-ovest e nord: distinguiamo, sul crinale che separa l’alta
valle del Boco, ad est, dalla valle di Postalesio, ad ovest, il monte
Colina (m. 2453) ed il monte Caldenno (m. 2669); sul crinale che separa
la media Valtellina dalla Valmalenco, invece, si distinguono il Sasso
Bianco (m. 2490) e le due cime, occidentale ed orientale, del monte
Arcoglio (m. 2451 e 2459), questa seconda appena accennata. Potremmo
cominciare da qui la discesa, sfruttando la mulattiera che parte sul
limite inferiore dei prati e che,
seguita ignorando qualche deviazione secondaria, conduce, senza problemi,
alla pista sterrata Piazzorgo-Bonetti, passando per l’alpe Calchera,
i prati della Paciosa e la parte alta di Pra’ Margei.
Ma la parte migliore dell’escursione inizia ora, per cui, anche
se la stanchezza si fa sentire, non possiamo arrenderci. Con una breve
quanto ripida salita, ci portiamo, dunque, al lungo baitone aperto che
serviva come ricovero per il bestiame, posto sul limite superiore dei
prati (m. 1740), a testimonianza dell’importanza passata di questo
alpeggio. Nel volume “la Patria – Geografia dell’Italia”,
a cura di Gustavo Stafforello (UTET, 1896), si legge, a proposito di
Castione: “Sonvi pure ottimi pascoli, che favoriscono l’allevamento
del bestiame e la fabbricazione di burro e formaggio, in quantità
rilevanti”. E qui ci troviamo nella fascia inferiore di questi
ottimi pascoli, anche se la sensazione di solitudine e di abbandono
ci invade. A sinistra del baitone parte la mulattiera che, con breve
e tranquilla salita, conduce alla successiva alpe, l’alpe Gorlo:
la utilizzeremo al ritorno.
Ora portiamoci sul lato opposto, cioè destro, del baitone, e
cominciamo a salire diritti verso il limite del bosco, cercando una
debole traccia di sentiero che sale, diritta, sul fianco di sinistra
del Dosso della Croce. Se non la troviamo, procediamo
a vista, senza allontanarci dal filo del dosso, ma rimanendo sempre
sulla sinistra. Dopo circa un quarto d’ora, ad una quota approssimativa
di 1840 metri, pieghiamo a destra e, con qualche tornantino, ci portiamo
sul filo del dosso, in corrispondenza di una pianetta quotata 1869 metri,
che si affaccia su un pericoloso salto di rocce. Stando alle carte IGM
e Kompass, ed anche alla Carta Tecnica Regionale, qui si dovrebbe trovare
una croce. Sono diventato matto a cercarla, senza trovarne l’ombra.
Poi ho chiesto a gente che conosce la zona, ricevendo due
risposte contrastanti: la croce c’era, una volta, ma ora non c’è
più; la croce non c’è mai stata. Sia come sia, ora
resta solo questa gentile radura, circondata dall’ombra del bosco.
Continuiamo a salire, seguendo un sentierino che corre sul filo del
Dosso della Croce, fino ad intercettare la pista sterrata Poverzone-Morscenzo-Colina
in corrispondenza dell’ultimo tornante destrorso (per
chi procede verso Morscenzo) prima del canalone che scende dalla bocchetta
del Valdone, ad una quota approssimativa di 2000 metri. Seguiamo, ora,
la pista verso sinistra, fino alla curva sinistrorsa in corrispondenza
del piede del vallone che scende dalla bocchetta del Valdone. Passiamo,
qui, a monte dell’isolata baita Vendül (m. 1997), alla quale
scende un sentiero che si stacca sulla sinistra della pista, proseguendo
poi la discesa fino all’alpe Gorlo. Presso questa baita si può
ancora osservare il resto del forno nel quale, sembra, sia stata cotta
la calce che venne poi usata per costruire la chiesa parrocchiale di
S. Martino.
Noi, però, restiamo sulla pista e, dopo un paio di semicurve,
raggiungiamo il baitone dell’alpe Morscenzo (Marscenzo,
sulle carte IGM), a 2042 metri. Lo raggiungiamo dopo quasi 4 ore di
cammino (il dislivello in salita è di circa 1400 metri): pensando
a quanto abbiamo dovuto faticare, ci farà sicuramente un singolare
effetto notare qualche fuoristrada parcheggiato magari nei pressi dell’alpe.
La faticaccia, però, è ampiamente ripagata dalla
luminosità e panoramicità del luogo. Questo è l’alpeggio
più alto del sistema di alpeggi di Castione, e da qui il colpo
d’occhio sulla catena orobica centro-orientale è ottimo.
Resta la seconda parte dell’anello, la discesa che ci porta a
conoscere altri luoghi caratteristici della valle del Boco. Percorriamo
il breve tratto di pista che si stacca da quella principale e scende
al baitone, prendendo subito a sinistra ed imboccando il sentiero che
passa per la baita isolata poco sotto il baitone (ad est). Proseguiamo
nella medesima direzione fino ad una rada selva di abeti, dove il sentiero
perde quota con alcuni tornanti, fino a raggiungere il limite superiore
di destra (per chi scende) dei prati dell’alpe Gorlo
(m. 1828).
Sotto le tre baite centrali dell’alpe, leggermente a sinistra,
troviamo la partenza della mulattiera che, in leggera e comoda discesa,
ci riporta al baitone dell’alpe Ortica. Scendiamo, quindi, alla
baite inferiore dell’alpe, passando alla sua sinistra: sul limite
inferiore dei prati troviamo facilmente la partenza della mulattiera
che scende, decisa, con diversi tornanti nel cuore di una bella pineta.
Al tornante destrorso quotato 1551 metri troviamo una pianetta ed un
bivio: appena oltre la pianetta, infatti, un sentiero si stacca, sulla
sinistra, dalla mulattiera, che scende verso destra. Dobbiamo, ora,
scegliere fra due alternative: passare per Pra’ Sterli (direzione
di sinistra) oppure per l’alpe
Calchera (direzione di destra). Raccontiamole entrambe.
Nel primo caso proseguiamo su un sentiero non molto largo, ma ben visibile,
che nel primo tratto procede con andamento quasi pianeggiante. Poi troviamo
una serie di saliscendi, in un bosco di abeti e faggi. Passiamo, quindi,
a monte di un corpo franoso, prima di piegare a destra e di cominciare
una discesa che ci porta al limite alto si sinistra (per chi scende)
di Pra’ Sterli (m. 1480). Qui giunge anche, da
sinistra, il già citato sentiero che parte dal Piazzo e che noi
abbiamo lasciato al bivio successivo all’attraversamento del vallone
di quota 1300 metri.
Tagliamo i prati in diagonale, scendendo verso destra e passando a sinistra
di alcuni ruderi di baita: sul limite opposto (inferiore di destra)
troviamo la ripartenza del sentiero, che prosegue a destra, fino ad
un bivio, in prossimità di un rudere: una traccia prosegue a
destra quasi pianeggiante, una seconda scende a sinistra. Imbocchiamo
quest’ultima e, attraversata una franetta ed un valloncello, proseguiamo
a scendere verso ovest, su sentiero non largo, ma ben visibile. Affrontiamo
qualche saliscendi ed ignoriamo alcune deviazioni che scendono sulla
sinistra, prima di intercettare, ad una quota di circa 1340 metri, la
mulattiera che dall’alpe Calchera scende ai prati della Paiosa.
Torniamo, ora, al bivio della pianetta sotto l’alpe Ortica: vediamo
ora cosa succede a proseguire sulla mulattiera che scende a destra.
Dopo alcuni tornanti, essa ci porta alla parte alta di sinistra dei
prati dell’alpe Calchera (m. 1450), dove si interrompe
bruscamente. Dobbiamo, per ritrovarla, scendere diritti. Non possiamo,
però, mancare di lasciare un attimo la discesa per puntare a
destra, in direzione della grande baita solitaria
fiancheggiata da alcuni larici imponenti. La bellezza e la grazia di
questo luogo, impreziosite da un silenzio denso e meditabondo, sono
difficilmente descrivibili.
Sul limite basso di sinistra dell’alpe la mulattiera riparte e,
dopo diversi tornanti, viene intercettata dal già citato sentiero
che scende da Pra’ Sterli; poco sotto, costeggia la parte alta
dei prati della Paiosa e, dopo un tornante sinistrorso,
porta in prossimità delle baite dei prati, collocate nella loro
parte bassa (m. 1308). La successiva discesa, dopo un tratto a destra,
volge a sinistra ed assume la direzione sud-sud-est, passando a monte
dei prati del maggengo Scui (m. 1007), e proseguendo
verso sinistra.
Attraversiamo, quindi, un corpo franoso, prima di svoltare a destra
e di superare un breve tratto nel quale la mulattiera procede su una
sede rialzata rispetto al terreno. Poi volgiamo di nuovo a sinistra
e scendiamo per un tratto ripidi, svoltando ancora a sinistra e proseguendo
la discesa fino a raggiungere il solco della val Prunulas, oltrepassata
la quale, in breve, troviamo il punto nel quale si interrompe la pista
sterrata che sale da Piazzorgo. Questa pista proseguirà,
in futuro, scavalcando il solco principale della valle del Boco e ricongiungendosi
al troncone che è già stato tracciato, sul versante opposto,
da Pra’ Lone, sopra Postalesio, alla località Ginebrè.
Seguendo la pista, in leggera discesa, superiamo Piazzorgo e raggiungiamo,
dopo circa 7 ore di cammino, l’automobile, chiudendo uno stupendo
anello. Non abbiamo incontrato alcun segnavia (ad eccezione di qualche
rado segno blu), ed è un peccato che questi sentieri così
interessanti
e suggestivi non siano corredati di quelle indicazioni che consentono
un’escursione più tranquilla. Ma, se percorso nel senso
antiorario descritto, questo anello non pone seri problemi di orientamento.
|
|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
1400 |
| Tempo |
7 h |
| |
-
Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il
monte Rolla (m. 2277) rappresenta la prima elevazione che è
posta sul limite sud-occidentale della Valmalenco e la separa dal
versante retico mediovaltellinese. Si può dire che sia il monte
di Sondrio: dal capoluogo, infatti, è il suo profilo a dominare
il panorama in direzione nord-ovest; inoltre rappresenta il punto
di massima elevazione del territorio comunale. La facile salita alla
sua cima è un’escursione classica ed alla portata di
tutti.
Praticamente sconosciute, invece, sono le possibilità escursionistiche
offerte dagli splendidi boschi e dai solari maggenghi ed alpeggi che
ricoprono il suo ampio fronte meridionale, compreso fra lo sbocco
della Valmalenco, ad est, e la valle del Bocco (erroneamente denominata
del Bosco sulle carte IGM) ad ovest. Si tratta di un fronte assai
ampio, ma pochissimo frequentato dagli amanti dell’escursione.
A torto, perché, in ogni stagione, questi luoghi offrono più
di un motivo di interesse ed attrattiva. In particolare, primavera
ed autunno riservano profumi e colori impagabili, e la neve invernale
è occasione di bellissime ciaspolate.
Proponiamo
un anello escursionistico di un certo impegno, ma assolutamente remunerativo,
che ha come punti di partenza ed arrivo la località di Soverna,
sopra Ligari, e passa per il maggengo del Piazzo e per gli alpeggi
della Piana, di Prato Secondo, di Poverzone e di Piastorba. Questo
anello alterna lunghe traversate nella splendida cornice di boschi
e pinete ad uscite sui prati che regalano scorci panoramici davvero
ampi.
Portiamoci, dunque, a Soverna. Per farlo, da Sondrio dobbiamo imboccare
la strada per la Valmalenco, lasciandola, però, non appena,
sulla sinistra, troviamo lo svincolo per Triangia. Percorriamo, quindi,
la strada che ci porta sul pianoro terminale del colle di Triangia,
appena a monte del centro omonimo (m. 800). Lasciamo, quindi, anche
questa strada, prima che cominci a scendere verso Castione, staccandocene
sulla destra e passando per il centro di Triangia, proprio davanti
alla chiesa parrocchiale di S. Bernardo. Usciti dal paese, proseguiamo
sulla strada, che in diversi punti ha una carreggiata un po’
stretta, per Ligari (segnalazioni per Ligari e per il laghetto di
Triangia). Ignoriamo,
a quota 890, la deviazione a destra per il laghetto di Triangia, e
proseguiamo fino alla frazione di Ligari, che riconosciamo anche per
il caratteristico oratorio a pianta ottagonale che si trova appena
a sinistra della strada (m. 1092). Oltre Ligari, ignoriamo una prima
deviazione a sinistra per la località Barboni (un simpatico
cartello segnala un’immaginaria…Barbon City), per imboccare,
invece, ad un tornante destrorso, la seconda deviazione, sempre a
sinistra, per la località Soverna. Non troviamo, all’imbocco,
alcun cartello, se non quello che annuncia una strada senza sbocco.
Notiamo, però, sul ciglio della strada, un evidente segnavia
su un masso, una bandierina bianco-rosso-bianca.
Parcheggiamo l’automobile e cominciamo, da una quota di 1060
metri circa, la nostra lunga camminata. Raccontiamo l’anello
percorso in senso orario. Ovviamente, può anche essere percorso
in senso contrario. In tal caso, il punto di partenza è proprio
il limite del bosco nei pressi del segnavia, ed il sentiero da imboccare
non è quello, più evidente, che sale verso destra, ma
quello che, con andamento, all’inizio, quasi pianeggiante, punta
a sinistra. Si
tratta di un sentiero segnalato da segnavia bianco-rossi, che sale,
in uno splendido bosco, fino all’alpe Piastorba, con un primo
tratto in direzione nord-ovest, ed un secondo in direzione nord-est.
Lo sfrutteremo al ritorno.
Ora dobbiamo, invece, seguire la strada, fino alle baite di Soverna,
e poi la pista che, salendo molto gradualmente, taglia il fianco del
monte e conduce al maggengo del Piazzo (m. 1242),
i cui prati si distendono nel punto in cui il fianco del monte piega,
sul crinale che scende dalla cima del Rolla verso sud-ovest, in direzione
del solco della valle del Bocco. Splendida è, da qui, la visuale
sulla media e bassa Valtellina. Sul fondo, distinguiamo, da sinistra,
il versante occidentale della Val Gerola, la cima del monte Legnone,
le alpi Leonine e la cima del Desenigo. Più in basso, al centro,
il caratteristico panettone del Culmine di Dazio.
Comincia ora una salita abbastanza impegnativa (dal punto di vista
fisico), fino all’alpeggio della Piana. Per trovare l’imbocco
della mulattiera, ci conviene tornare indietro per un breve tratto
sulla pista ed imboccare una deviazione a sinistra (a destra, se ci
dirigiamo verso il maggengo). Si
tratta della prosecuzione della pista, che si addentra sul versante
orientale della valle del Bocco. Dopo un primo tornante sinistrorso,
prima che la pista svolti a destra per addentrarsi nella valle, troviamo,
sulla nostra destra, la mulattiera che sale, decisa, nel bosco. Imbocchiamola,
inanellando diversi tornanti e guadagnando quota rapidamente. La suggestione
del bosco che attraversiamo ripaga i nostri sforzi, ed alla fine,
dopo un ultimo tratto verso sinistra, raggiungiamo il limite basso
dell’ampia fascia di prati dell’alpe Piana,
ad una quota di 1550 metri.
Ci accoglie, prima delle baite, una fontana, che può essere
provvidenziale se non abbiamo una sufficiente scorta di liquidi. Una
sosta ci permette di ammirare un panorama assai simile a quello di
cui abbiamo già goduto al Piazzo. Molto bella è anche
la visuale sulla sezione centrale della catena orobica, che ci permette
di passare n rassegnate tutte le sue cime più significative.
I prati della Piana si stendono su una fascia compresa fra i 1550
ed i 1634 metri. Risalendoli, troviamo, a quota 1580 metri circa,
il sentiero che sale da Soverna: si tratta di una diramazione secondaria
del già citato sentiero che da Soverna sale all’alpe
Piastorba.
Portiamoci,
infine, sul limite superiore dei prati, dove troviamo una seconda
fontana: troviamo, sulla destra di un casello per l’acqua, la
partenza del sentiero che sale verso l’alpe Prato Secondo,
in una fantastica pineta. I giochi di luce, la sorpresa delle radure,
il fascino incantato di questa pineta ripaga ampiamente degli sforzi
imposti dalla pendenza, che è sempre sostenuta. Nell’ultimo
tratto della salita dobbiamo ignorare una deviazione a destra, prima
di approdare al limite inferiore dei prati, accolti da alcuni larici
solitari dalle forme bizzarre, arcane.
Siamo a quota 1920 metri circa. Salendo ancora, oltrepassiamo la croce
in legno dell’alpe ed intercettiamo la pista sterrata che, percorsa
verso sinistra, conduce all’alpe Colina ed all’omonimo
laghetto, mentre percorsa verso destra porta all’alpe Poverzone.
Una nuova sosta, presso una terza fontana, ci consente di gustare
uno scenario simile a quello che si è aperto di fronte ai nostri
occhi in quelle precedenti. Siamo al punto più alto dell’anello,
a 1950 metri. Abbiamo superato, quindi, un dislivello di circa 800
metri in altezza, in circa 2 ore e mezza di cammino.
Dirigiamoci,
ora, a destra, verso l’alpe Poverzone, posta
ad una quota leggermente più bassa. Giunti all’alpe,
lo sguardo è attratto, più che dalle baite, quasi nascoste
alla nostra sinistra, dalla grande croce metallica posta alla nostra
destra, a 1908 metri, sul ciglio di un salto roccioso che guarda direttamente
sulla piana di Sondrio. Portiamoci nei pressi della croce, per godere
di un panorama ancora più ampio, che raggiunge, ad est, il
gruppo dell’Adamello, e mostra, più vicine a noi, le
cime del monte Palino, del pizzo Scalino (seminascosto) e della punta
Painale. Appena prima della breve salita alla croce, una nuova fontana
e, alla sua destra, un cartello dell’Alpin-bike di Sondrio,
che indica che a 5,5 km, in direzione opposta a quella che stiamo
percorrendo, si trova il laghetto di Colina. La pista sterrata è,
infatti, parte di uno dei più classici anelli di alpin-bike
sul versante retico.
Riprendiamo la discesa. Dopo un breve tratto, raggiungiamo una piccola
conca. Guardiamo a sinistra, e restiamo senza fiato: improvvisa, inattesa,
maestosa, ecco
l’intera compagine delle più illustri cime di Valmalenco
presentarsi al nostro sguardo, dai pizzi Gemelli al piz Palü,
passando per la triade Roseg-Scerscen-Bernina e per i pizzi Argient
e Zupò. Molto bella, da qui, è anche la visuale, sulla
sinistra, sui monti Rolla e Canale, che presidiano il fianco occidentale
della bassa Valmalenco. Inizia ora un tratto un po’ noioso,
forse, della discesa, lungo la pista sterrata. Dopo qualche tornante,
prestiamo attenzione al ciglio della strada, alla nostra destra: non
appena troviamo un segnavia bianco-rosso, lasciamola, per imboccare
il sentiero che scende all’alpe Piastorba.
Se dovessimo perdere il sentiero, poco male: proseguiamo fino a trovare,
sempre sulla nostra destra, la pista sterrata che si stacca da quella
principale e porta all’alpe (m. 1609).
L’alpe Piastorba è costituita da ampi e luminosi prati,
che si stendono ai piedi di una fascia di boscaglia e roccette sovrastata
dalla croce dell’alpe Poverzone. Diverse baite, ben curate,
le conferiscono un aspetto gentile ed accogliente. Dobbiamo, ora,
seguire i segnavia bianco-rossi, che ci accompagnano fino alla chiusura
dell’anello. Poco prima che la pista termini, imbocchiamo
il sentierino che se ne stacca, sulla sinistra, passa nella strettoia
di due baite ravvicinate e raggiunge il limite di sud-ovest dei prati,
inoltrandosi in un bosco ricco di giochi chiaroscurali.
L’ultima, tranquilla e rilassante discesa non presenta particolari
problemi: prestiamo, però, attenzione ai segnavia, per non
imboccare qualche traccia secondaria. Poco sotto quota 1300 il sentiero
svolta a sinistra, in corrispondenza di un ometto, nel punto in cui
viene intercettato dal già citato sentiero che, da destra,
scende dall’alpe della Piana. Manca poco alla conclusione dell’anello:
pochi minuti ancora, e ci ritroviamo al cartello posto all’imbocco
dello svincolo per Soverna. Abbiamo camminato per circa 5 ore, superando
un dislivello in salita di 800 metri.
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|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
800 m |
| Tempo |
5 h |
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Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Castione
è uno dei comuni che offre maggiori possibilità di percorrere
ampi ed interessantissimi anelli di mountain-bike. Due sono i percorsi
principali, che si prestano, peraltro, a numerose varianti: il circuito
Grisùn-Sassella, ottimo in primavera ed autunno, ma anche in
inverno, che si snoda nel bellissimo scenario dei più pregiati
e rinomati vigneti di Valtellina, e l’anello Castione-Triangia-Colina-Postalesio-Castione,
probabilmente il più bello fra i circuiti di mountain-bike della
media Valtellina. Raccontiamo, dunque, il primo, premettendo alcune
note sull’importanza storica fondamentale della coltivazione della
vite in Valtellina.
La vitivinicoltura ha rappresentato un elemento di importanza strategica
nella storia economica della Valtellina, naturale punto di passaggio
dei commerci fra il bacino padano ed il mondo germanico: i vini valtellinesi,
infatti, furono, per secoli, preziosa merce di scambio, assai richiesta
nelle terre dell’Impero Germanico. Ma la Valtellina non aveva
una conformazione che, di per sé, favorisse la coltura della
vite. Ecco che,
allora, le zone climaticamente più favorevoli subirono una modificazione
morfologica, attraverso la lenta e paziente costruzione di terrazzamenti
con muri a secco e la realizzazione di zone di coltura con terra di
riporto, un lavoro minuzioso e certosino, che ha dato alla valle l’aspetto
ben noto e familiare, lasciandoci, però, anche, come eredità
storica, il compito di curarne la manutenzione, per evitare smottamenti,
il cui rischio è assai concreto laddove i terrazzamenti non sono
più coltivati.
Nelle zone più propizie alla produzione di un vino corposo e
pregiato, cioè sul versante retico mediovaltellinese da Monastero
di Berbenno a Teglio, che gode di una felice posizione climatica per
la sua esposizione a sud e per la conformazione del territorio, sono
oggi presenti cinque zone in cui si produce un vino a denominazione
di origine controllata (D.O.C.G.), la Maroggia, il Sassella, il Grumello,
l’Inferno ed il Valgella-Fracia. Le numerose piste tracciate per
agevolare l’opera dei vitivinicoltori consentono, in questa fascia,
interessanti e panoramici anelli di mountain-bike, qual è quello
che ora descriviamo.
Saliamo, dunque, verso Castione, staccandoci dalla ss. 38 dello Stelvio,
sulla sinistra, appena prima del centro commerciale Iperal Le Torri.
Dopo qualche
tornante, troviamo, sulla destra, la deviazione per la frazione dei
Grigioni. Imboccando la stradina, portiamoci fino al piccolo parcheggio
che si trova nel cuore delle case.
Siamo nella pregiata zona del Grisùn, uno dei più famosi
vini di Valtellina, anzi, stando a quanto scrive Giovanni Güler
von Weineck, diplomatico e governatore della Valtellina per la Lega
Grigia, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), il più
pregiato di tali vini: “Presso Castione, al di sopra del fondovalle,
s’innalza una collina rocciosa e soleggiata, ma fertile di vino,
detta Grisoni: essa produce il vino migliore e più squisito di
tutta la valle, vino che si può conservare dolce per lungo tempo
e che dai mercanti viene esportato per venderlo alla corte degli imperatori,
dei re, dei principi e dei più nobili signori”. Si tratta
di una testimonianza imparziale, quindi attendibile e lusinghiera per
l’intera zona. Non dobbiamo, comunque, pensare che la denominazione
della località si riferisca ai Grigioni, sotto la cui dominazione
Valtellina e Valchiavenna rimasero dal 1512 al 1797: essa è testimoniata,
infatti, già in epoca precedente all’inizio di tale dominio.
Per la felice posizione climatica, questi luoghi furono abitati fin
dai tempi più remoti: diverse, infatti, sono le testimonianze
di incisioni rupestri preistoriche, nella zona compresa fra la Ganda
e Triangia, e ciò rende queste zone, dal punto di vista dell’interesse
archeologico e storico, accostabile alla rupe magna di Grosio ed alla
rupe di Tresivio. La stessa fontanella del parcheggio ai Grigioni è
adornata con un sasso con incisioni di origine preistorica (coppelle),
ritrovato a poche centinaia di metri.
Dalla località Grisùn, dunque, (m. 481) può partire
il circuito Grisùn-Sassella: montiamo in sella
e, lasciando alle nostre spalle le case (nelle cui
cantine antiche si vinificava ancora fino alla metà del Novecento),
cominciamo a salire lungo il tratturo con fondo in cemento ed asfalto
(riservato al transito dei veicoli ad uso agricolo) in direzione est,
tagliando la costiera del Sassella, splendida e panoramicissima, fino
ad incontrare un bivio: prendendo a destra si scende a Triasso (m. 450),
piccolo nucleo di case riposto in una conca che si apre sull’aspro
versante roccioso che sovrasta la Sassella. Riserviamo, però,
la visita a Triasso alla seconda parte del circuito (nulla vieta, ovviamente,
di scendere subito, percorrendo un circuito molto più breve:
del resto le varianti possibili offerte da questa zona sono molteplici).
Al bivio, quindi, prendiamo a sinistra, e proseguiamo la salita in direzione
della frazione di Moroni (da non confondere con l’omonimo borgo
posto a valle rispetto a Triangia, in direzione di Sondrio). Percorrendo
questo tratto, possiamo mettere in programma un breve ma interessantissima
visita alle iscrizioni rupestri della località Ganda.
Prestiamo attenzione, sulla nostra destra, ad una deviazione che troviamo
in corrispondenza di uno slargo con il quale termina il fondo in asfalto.
Si tratta di una stradina sterrata che si stacca da quella che stiamo
percorrendo e sale verso destra, in una selva, superando una casa (attenzione
a due cani oltre la staccionata) e terminando ad un piccolo slargo,
dal quale parte una pista secondaria che sale ancora per breve tratto,
ai vigneti superiori.
Non percorriamo questa seconda pista, ma scendiamo di sella allo slargo,
immediatamente a valle del quale è posto un rustico. Sulla destra
troviamo un passaggio che ci introduce alle roccette ed ai vigneti che
stanno proprio di fronte alla facciata del rustico. Sulla destra del
primo tratto del sentiero che scende, verso sinistra, ai vigneti sottostanti
sono poste due rocce sulle quali è facile individuare le già
citate iscrizioni rupestri, scoperte recentemente,
negli anni novanta del Novecento. Si tratta di 80 figure antropomorfe,
di armati e di donne oranti, oltre a numerose coppelle e cataletti,
risalenti all’Età del Bronzo medio-tarda.
Torniamo
sulla strada per Moroni: al fondo in asfalto si sostituisce quello in
terra battuta, ed il tratturo, sempre eccezionalmente panoramico, passa
a monte di un bel terrazzo prativo, prima di raggiungere le case della
frazione di Moroni, a 530 metri. Qui tutto sembra essere
rimasto come mezzo secolo fa, quando il tempo era scandito dalla solerte
operosità legata alle attività agricole. Attraversato
il torrente Soverna, continuiamo a salire fino al termine della stradina,
che confluisce nella più ampia strada che da Castione sale a
Triangia.
Percorriamo, ora, questa strada salendo verso il corridoio di Triangia,
cogliendo anche l’occasione per qualche interessante fuori-programma.
Poco prima di entrare nel corridoio, infatti, incontriamo, sulla sinistra,
la deviazione per le frazioni di Gatti (m. 760) e di Bonetti. La stradina
termina in corrispondenza della secentesca chiesetta di S. Maria Maddalena,
posta a monte di una bella conca di prati, sul limite del bosco. Questo
breve fuori-programma permette di gustare diversi scorci di abitazioni
rurali che hanno conservato l’antico aspetto. Teniamo presente
anche che proprio sotto la chiesetta parte una pista che attraversa,
scendendo leggermente e poi salendo, tutto il versante di mezza costa
sopra Castione, fino alla località Piazzorgo (m. 760), all’imbocco
della valle del Boco: può essere, questa, un’interessante
variante. Ma torniamo al circuito principale.
Raggiungiamo,
dunque, Triangia, il paese dei tre angeli: una leggenda
racconta, infatti, che tre angeli siano apparsi proprio in questi luoghi.
Siamo poco al di sotto degli 800 metri: alla nostra destra non è
facile capire dove sia la massima elevazione del colle di Triangia (m.
800), che si eleva di poco rispetto al piano di Triangia. La particolarità
del colle, oltre all’estrema panoramicità (imbocchiamo
la pista che ci porta fra i prati del colle: potremo ammirare un panorama
indimenticabile sulla media Valtellina orientale ed occidentale), è
anche quella di riunire i segni del passato più antico a quelli
del presente tecnologico. Questi secondi sono immediatamente individuabili:
si tratta dei ripetitori della RAI che segnano il limite orientale del
colle. I primi, invece, vanno cercati con più attenzione: si
tratta delle incisioni (coppelle) sul masso di Triangia, collocato in
posizione isolata, nella parte occidentale del colle, ad ovest di Triangia.
Dopo una visita alla chiesa parrocchiale di S. Bernardo, torniamo indietro,
verso Castione, lasciando, però, la strada principale alla prima
deviazione a sinistra, in corrispondenza del piccolo cimitero: una stradina
ci porta alla frazione di Piatta (700 metri), dove
troviamo la chiesetta di S. Luigi, di probabile origine seicentesca,
arroccata sul limite superiore di una rupe che precipita nel crinale
sottostante. La sua posizione la rende ben visibile anche dal piano:
alzando gli
occhi, nella prima parte della salita da Grigioni a Moroni, la distinguiamo
facilmente.
Potremmo, ora, prendere a destra e tornare sulla strada per Castione;
scegliamo, invece, una variante assai più interessante e dirigiamoci
a sinistra, oltrepassando la chiesetta e raggiungendo le ultime case
della frazione, dove una pista scende decisamente verso est, verso la
fascia di vigneti. Ad un bivio, prendiamo a destra, raggiungendo il
punto in cui la pista termina. Imbocchiamo, quindi, il sentierino sulla
destra, che effettua una breve traversata fino alla località
del Poz. Il fondo è ciclabile, ma alcune piante
ad altezza d’uomo ci impongono di scendere di sella per qualche
decina di metri. Il Poz è un gruppo di baite, con una fontana,
davvero suggestivo. Proseguiamo sulla pista, che sale leggermente, ma
stacchiamocene quando, sulla nostra sinistra, troviamo la partenza di
una mulattiera che scende, decisa, alle case alte di Moroni. Il fondo
impone una velocità moderata, ma la mulattiera, con qualche cautela,
è interamente ciclabile. Al termine della discesa ci ritroviamo
ai piedi di una suggestiva cascata che le acque del torrente Soverna
formano per superare un salto roccioso. Poco sotto, eccoci al limite
orientale di Moroni.
Scendiamo ora verso sinistra, sulla pista già percorsa in salita,
fino al bivio, al quale prendiamo a sinistra, scendendo a Triasso.
Raggiunto il limite orientale del paese, lasciamo la strada, che prosegue
la discesa fino a Sondrio, ed imbocchiamo la stradina che se ne stacca
sulla sinistra,
tagliando la fascia dei terrazzamenti del Sassella, sopra la via Valeriana
che corre nella parte occidentale di Sondrio. Dopo un primo tratto in
leggera salita, iniziamo una discesa, gustando un panorama di rara bellezza
su Sondrio e la parte orientale della media Valtellina.
Ci portiamo, così, sotto la frazione di Colombera, in vista dell’inconfondibile
edificio del convento di S. Lorenzo, ma, invece di procedere in direzione
della frazione, lasciamo la stradina asfaltata per proseguire la discesa
su una larga mulattiera che se ne stacca sulla destra. Scendiamo, così,
alla strada che da Sondrio sale in Valmalenco. Seguendola, raggiungiamo
il piano, all’imbocco della via Bernina. Senza
percorrerla, prendiamo a destra, percorrendo interamente la via Valeriana
e passando alle spalle dello stadio di calcio, fino al punto di partenza
della stradina che sale verso Triasso.
Dopo una breve salita, lasciamo la stradina per impegnare la mulattiera
che se ne stacca sulla sinistra e porta al santuario della Madonna
della Sassella. Questo santuario, cui i sondriesi sono molto
devoti, ha una storia assai antica, altomedievale, che rimanda all’apparizione
del 932, all’arciprete di Sondrio, della Vergine, che gli chiese
che venisse eretta una chiesetta in suo onore. L’edificio che
vediamo oggi è più recente di qualche secolo (risale al
XV secolo): dal suo sagrato dominiamo con lo sguardo il conoide di Albosaggia
e la città di Sondrio. Poco oltre il santuario, troviamo la Torre
della Sassella, oggi ristrutturata ed adibita a ristorante.
Ci accingiamo, ora, a percorrere l’ultimo tratto del circuito:
dal santuario, su una stradina asfaltata, scendiamo verso ovest, passando
accanto ad una parete attrezzata come palestra di roccia, e, piegando
a sinistra, ci affacciamo alla ss. 38. Non è necessario impegnarne
la carreggiata: possiamo procedere sulla fascia sterrata che la delimita
a destra (nord), fino a staccarcene sulla destra, procedendo sulla strada
asfaltata che corre alle spalle della zona industriale e commerciale
di Castione-Andevenno, fino ad intercettare la strada che sale a Castione.
Percorriamola fino a trovare, sulla destra, la partenza della strada
per Grigioni, che ci riporta all’automobile, dopo circa tre ore
e mezza. Il dislivello superato in altezza è di circa 650 metri.
Giova ricordare, in conclusione, che la fantasia di ciascuno potrà
trovare molteplici varianti, ricombinando o selezionando i diversi segmenti
del circuito, che sono, ovviamente, percorribili anche a piedi.
Vediamo, ora, il più classico percorso di mountain-bike della
media Valtellina, l’anello Castione-Triangia-Colina-Postalesio-Castione.
Lasciata
l’automobile nel centro di Castione (m. 468),
saliamo ad intercettare la strada che, percorsa verso destra, dopo diversi
tornanti conduce a Triangia, dopo circa 5,5 km di salita.
Qui prendiamo a sinistra, lasciando la strada principale che inizia
la discesa che la porterà ad intercettare la strada per la Valmalenco,
e ci portiamo alla piazzetta che sta di fronte alla chiesa di S. Bernardo.
Dagli 800 metri di Triangia, posta in una bella conca a ridosso del
grande sperone roccioso che domina da ovest Sondrio, la salita prosegue
su una strada nel primo tratto asfaltata, poi sterrata. Non mancano
le occasioni per rompere, con interessanti soste, il ritmo della salita.
Innanzitutto il bel laghetto di Triangia, assai conosciuto dai pescatori,
che si trova a poca distanza dalla strada, poco sotto i 900 metri, in
un'area di sosta attrezzata. Poi, a 3,5 km da Triangia, l'interessante
frazione di Ligari (m. 1092), al cui ingresso troviamo
un caratteristico oratorio, forse edificato su progetto del celebre
pittore Pietro Ligari, e collocato in una posizione dalla quale il colpo
d'occhio sulla media e bassa Valtellina, fino all'inconfondibile piramide
del monte Legnone, è già assai buono.
Infine gli alpeggi di Forcola (m. 1518) e Poverzone
(m. 1908). I prati di Forcola rappresentano un momento di sosta obbligata,
non solo per riprendere
fiato, ma anche per ammirare l'inatteso scorcio che da qui si apre sull'intera
testata della Valmalenco. L'alpe Poverzone, invece, a 12,5 km da Triangia,
è caratterizzata da una grande croce, posta sul dosso erboso
a sinistra della strada: anche qui vale la pena di scendere di sella
per ammirare lo scenario orobico che si dispiega di fronte ai nostri
occhi: da questo osservatorio, infatti, possiamo dominarlo interamente,
godendo di una visuale particolarmente felice sulle valli delle Orobie
centrali (Val Cervia, Valle del Livrio e valli di Venina, Ambria e Caronno).
La parte più dura del percorso è alle nostre spalle: ci
attendono, ora, circa cinque chilometri che si snodano sul bel terrazzo
del versante retico, fra Castione e Postalesio, con una strada che sale
molto più gradualmente e dolcemente. Aggiriamo il grande dosso
che scende dal fianco occidentale del monte Rolla (m. 2277), rientrando
nel territorio del comune di Castione e passando a monte dell’alpe
Prato Secondo. Poi, volgendo a destra, raggiungiamo
il piede di un ampio vallone, che scende dalla bel visibile sella della
bocchetta del Valdone (m. 2176).
Non sarebbe una cattiva idea quella di lasciare qui per circa mezzora
la bicicletta, il tempo di raggiungere la bocchetta e tornare. Dalla
bocchetta, infatti, possiamo ammirare il gruppo dello Scalino-Painale,
posto fra Valmalenco, Val di Togno e Val Fontana. La bocchetta dà
sulla val Valdone, la prima
laterale che si incontra sulla propria sinistra salendo in Valmalenco.
Rimettiamoci, quindi, in sella e passiamo a monte del baitone dell'alpe
Morscenzo (m. 2009), il più importante degli
alpeggi di Castione. Proseguiamo verso nord-ovest, lasciando il territorio
del comune di Castione ed entrando in quello del comune di Postalesio,
quando ormai siamo in prossimità delle prime baite dell’alpe
Colina.
E' questo il punto più suggestivo dell'anello: gli ampi prati
dell'alpe, in una bella giornata, restituiscono un grandioso effetto
di luminosità meridiana. Data la felice esposizione a sud, inoltre,
queste zone sono sgombre dalla neve per gran parte dell'anno, per cui
possiamo salire all'alpe anche per scoprire la solarità dell'autunno
avanzato o di un inverno che attende la prima decisa nevicata (eventualità
non infrequente). Non possiamo mancare di visitare il laghetto di Colina
(m. 2076), più alto del circuito. Non lo vediamo subito, perché
è posto in una conca che lo nasconde allo sguardo. Si trova sul
lato occidentale dell'alpe, poco più di cento metri più
in alto rispetto al nucleo più consistente di baite. Le sue acque,
in una giornata limpida, regalano un suggestivo gioco di riflessi e
specchi. Teniamo però presente che già a novembre probabilmente
lo troveremo, almeno in parte, ghiacciato.
Se abbiamo un'ora a disposizione, possiamo salire a piedi, seguendo
un sentiero che parte poco sotto il laghetto e taglia il fianco occidentale
della
valle verso sud-ovest, per poi piegare verso ovest-nord-ovest, alla
croce Capin, piccola croce di legno posta a 2278 metri, poco sopra la
sommità dell'imponente dirupo franoso che scende fino alla riserva
naturale delle Piramidi di Postalesio, sul lato orientale della valle
di Postalesio. E' del tutto sconsigliabile salire però fin qui
con la bicicletta, e soprattutto tentare la discesa sul versante opposto,
cioè verso la valle di Postalesio e l'alpe Caldenno (il sentiero
è infatti, su questo versante, esposto e difficile da trovare).
Questo tentativo è costato la vita, alcuni anni fa, ad un appassionato
della mountain bike. Dopo aver gustato l'ampio panorama che dalla croce
si gode sulla media e bassa Valtellina, ma anche un interessante scorcio
sui Corni Bruciati, torniamo al laghetto e da qui scendiamo alle numerose
baite dell'alpe (m. 1947), sul cui limite occidentale è collocata
una bella fontana.
Questo può essere il luogo ideale per guardare con attenzione
le cime che dominano l'ampio terrazzo retico che abbiamo percorso dall'alpe
Poverzone fino a qui, vale a dire, da est, il Monte Canale (m. 2522),
il Sasso Bianco (m. 2490, riconoscibile per il caratteristico colore
delle sue roccette terminali) ed il monte Caldenno (m. 2669), che chiude,
a nord-nord-ovest, la testata del versante.
Ci attende ora una lunga discesa, anch'essa interamente servita da una
carrozzabile. Ci portiamo sul lato occidentale della valle che dall'alpe
scende
a Castione (cioè della Valle del Bocco, percorsa dal torrente
Vendolo) e perdiamo rapidamente quota, inanellando tornante su tornante
sull'ampio dosso che separa la Valle del Bocco dalla Valle di Postalesio,
raggiungendo il bel maggengo di Pra' Lone (m. 1028)
e, più in basso, il parcheggio dove parte il sentiero che percorre
la riserva naturale delle Piramidi di Postalesio. Qualche tornante ancora
e siamo al centro di Postalesio (m. 516). All'uscita
del paese, invece di proseguire verso la piana della Media Valtellina,
imbocchiamo, a sinistra, la strada panoramica che giunge da Polaggia
di Berbenno e prosegue, verso est, in direzione di Castione
Andevenno, che raggiungiamo dopo aver di nuovo attraversato il torrente
Vendolo.
Si chiude, quindi, questo splendido anello, che ha uno sviluppo di circa
38,5 km (dislivello in salita: 1600 metri circa) e richiede approssimativamente
6 ore e mezza per essere percorso.
|
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| Difficoltà |
E (anello Castione-triangia-Colina-Postalesio-Castione) |
Dislivello |
1600 m |
| Tempo |
6 h e 30 min |
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-
Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |

Il monte Rolla è considerato il monte di Sondrio: con la sua
cima poco pronunciata e quasi sfuggente, incontra il nostro sguardo
quando, da Sondrio, ci volgiamo verso nord-ovest, in direzione del fianco
montuoso che segna il confine fra Valmalenco e versante retico della
media Valtellina. Sulla sua cima si incontrano i confini dei comuni
di Sondrio (cui appartiene il versante orientale), Torre di S. Maria,
in Valmalenco (cui appartiene il versante settentrionale) e Castione,
cui appartiene il versante occidentale.
Raggiungerlo è assai facile: si tratta di un'escursione di grande
interesse panoramico, alla portata di tutti, particolarmente suggestiva
nei mesi autunnali, quando ancora la prima neve non ne ha imbiancato
il profilo. Non a caso la “Guida della Valtellina”, edita,
nell’agosto del 1884, a cura del CAI, raccomanda questa escursione:
“La cima del Rolla, segnata sulla carta dello stato maggiore austriaco
col nome di Monte Sterile, nonostante la sua poca altitudine ha vastissimo
panorama. Tutto il gruppo del Bernina coi suoi mari di ghiaccio si vede
di lassù, e il pizzo Scalino e i gruppi di Corna Mara, dell’Ortler
e dell’Adamello, e tutte le Prealpi, e tutta la Valtellina da
Mazzo alle montagne del
Lago. Aggiungasi che la salita può farsi lungo una via sempre
amena e ricca anch’essa di splendide vedute…Per tutto ciò
ne pare che questa salita, così facile anche alle signore, sia
veramente raccomandabile.”
Per effettuarla partendo da Castione dobbiamo raggiungere Triangia (m.
800), percorrendo la strada provinciale che si imbocca, poco sopra la
chiesa di S. Martino, svoltando a destra. Dopo una strettoia, la strada
si fa larga e comoda e, con diversi tornanti, porta al paesino, posto
a nord dell'omonimo colle. Invece di proseguire sulla strada principale,
che scende ad intercettare la strada Sondrio-Valmalenco, prendiamo a
sinistra, attraversiamo le case del paese, passando davanti alla facciata
candida della chiesetta di S. Bernardo, e proseguiamo nella salita,
incontrando ben presto la deviazione, a destra, per il caratteristico
laghetto artificiale di Triangia (m. 890), che merita una visita. La
strada prosegue nella salita e raggiunge la località Ligari,
a 1092 metri, collocata in una posizione molto felice: in particolare
suggestivo è, da qui, lo scorcio sulla bassa Valtellina, dominata
dal profilo inconfondibile del monte Legnone.
Poco oltre, i tratti asfaltati si alternano a tratti in terra battuta.
La strada effettua un lungo traverso in direzione nord-est (destra),
raggiungendo i prati Rolla (m. 1304), presso l’ampio dosso che
segna il confine fra Valmalenco e Media Valtellina. Possiamo gustare,
da qui,
un primo assaggio del panorama sulla testata della Valmalenco: si mostrano,
per ora, i pizzi di Tremogge e di Entova. Segue una lunga serie di tornanti,
che ci fanno guadagnare circa duecento metri di quota, fino alle case
di Forcola, poste, ad 8 km da Triangia, su uno stupendo poggio panoramico,
a 1518 metri. Questo alpeggio è fra i più panoramici della
media Valtellina, sia in direzione della media Valtellina, da Sondrio
a Tirano, sia in quella della Valmalenco, che mostra, da qui, l'intera
sua testata.
La strada riprende, quindi, la sua salita con ampi tornanti (il fondo
è però, in alcuni tratti, molto sconnesso e la percorribilità
a rischio nei mesi più freddi, a causa di placche di ghiaccio)
e conduce all’alpe Poverzone, a 1900 metri circa. Per evitare
di mettere a dura prova ammortizzatori e gomme, e non rischiare di “pattinare”
sul ghiaccio, possiamo lasciare l’automobile alla Forcola. In
questo caso la salita alla croce di Poverzone può avvenire in
modo tranquillo e un po’ monotono sulla carrozzabile oppure seguire
un sentierino incerto, che taglia il boscoso versante sud-orientale
del monte Rolla.
Raccontiamo questa seconda possibilità, riservata ad escursionisti
esperti. Portiamoci, con l’automobile, al primo tornante sinistrorso
che la strada (ancora asfaltata) imbocca oltrepassati i prati. Troviamo,
qui, un sentierino che se ne stacca sulla destra, in corrispondenza
di una fontana, inoltrandosi nel bosco. Lo imbocchiamo, trovando, dopo
pochi passi, un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Il sentiero comincia
a salire, dapprima verso destra, poi con una serie di tornantini, guadagnando
quota 1700. Qui la traccia tende a perdersi: proseguendo verso destra,
dopo una breve discesa ci troviamo in un’ampia radura, con ottimo
colpo d'occhio panoramico sulla testata della Valmalenco. Ora, invece
di proseguire verso destra, pieghiamo a sinistra, su labile traccia,
risalendo il versante montuoso fino ad una bella conca, a quota 1740,
con un piccolo promontorio, nel bosco: qui pieghiamo di nuovo a destra
e riprendiamo a salire, su traccia abbastanza visibile. Superata una
roccetta sul sentiero, troviamo un paio di tornantini, e proseguiamo
a salire verso destra. La salita ci porta nel cuore di una sorta di
corridoio, nel cuore di una splendida macchia di larici, fino ad una
sorta di pianoro, a quota 1800, dove la traccia si perde. Qui si trova,
ben nascosta, anche una sorgente.
Invece di prendere a destra, in direzione del fianco del versante, portiamoci,
sulla sinistra, al centro di un largo corridoio, e saliamo gradualmente,
finché il bosco tende a chiudersi davanti a noi. Troviamo, però,
una traccia che ci permette di districarci fra le fitte piante, verso
sinistra e che, in breve, ci porta fuori dal bosco, sul limite inferiore
di un’ampia fascia di prati che sale verso ovest: si tratta della
parte più bassa dell’alpe Poverzone. Risalendo i prati,
su debole traccia, raggiungiamo le baite dell’alpe (quota 1900),
dopo circa tre quarti d’ora di cammino dall’alpe Forcola.
Giunti fin qui a piedi o con l’automobile, prima di proseguire
nella salita alla cima del monte Rolla portiamoci sul dossetto a sud
dei prati dell’alpe, dove si trova la grande croce in metallo,
sul limite di un ciglio che precipita in un salto roccioso. L’alpe
e la croce
sono ancora in territorio del comune di Sondrio. Dalla croce lo sguardo
incontra, a nord, i monti Rolla (in primo piano) e Canale. Il panorama
sulla media Valtellina si apre in tutta la sua ampiezza, fino al gruppo
dell’Adamello. Ben visibili sono, in direzione est, il pizzo Canino
e la punta Painale, mentre il pizzo Scalino rimane un po' defilato,
sulla sinistra. Tornati sulla strada, vediamo un cartello che indica
la direzione di salita al monte Rolla, dato ad un’ora e mezza
di cammino.
Saliamo, quindi, di nuovo ai prati dell’alpe, in direzione nord,
lasciando alla nostra destra le baite e puntando verso nord-ovest. Incontriamo,
così, il ben visibile muretto a secco che delimita l’alpe
ad ovest, e lo oltrepassiamo. Sul lato opposto troviamo, segnalato da
segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, un sentiero che sale, dapprima
verso sinistra, poi, dopo alcuni rapidi tornanti, verso destra, nel
bosco che ricopre il fianco meridionale del monte Rolla. Poi, a quota
2050 circa, prima di raggiungere un corpo franoso, il sentiero piega
di nuovo a sinistra, proponendo poi una serie di tornantini, prima di
uscire, a quota 2100 metri, dal bosco ed effettuare un lungo traverso
a sinistra. Nella prima parte del traverso, quasi pianeggiante, procediamo
all’aperto, poi riprendiamo a salire, in una macchia, prima di
uscire definitivamente, a quota 2160, in corrispondenza di un ometto,
dal bosco sul limite della fascia terminali di prati che scende dalla
cima del monte Rolla. La traccia si fa ora assai debole, e sale a zig-zag:
una serie di paletti con segnavia bianco-rossi detta la direzione del
sentierino, che però non è affatto obbligatoria.
Dopo l’ultimo quarto d’ora di salita, eccoci, finalmente,
all’ometto della cima a quota 2277 metri: abbiamo superato, dall’alpe
Poverzone, circa 370 metri di dislivello, in poco più di un’ora
di cammino. La cima del monte Rolla (m. 2277) è una delle più
panoramiche della media Valtellina: verso ovest si scorgono le alpi
Lepontine e si intravedono anche le cime delle Alpi più occidentali.
Un po’ più a nord sono ben visibili i passi di Primalpia
e Talamucca, in valle di Spluga, ed i Corni Bruciati (m. 3114 e m. 3097),
posti fra la valle di Preda Rossa e la val Terzana. A destra dei Corni
Bruciati, appare un profilo insolitamente slanciato e piramidale del
monte Disgrazia (m. 3678), che mostra il suo fianco orientale. A nord
si impone il vicino monte Canale (m. 2522, chiamato monte Erbera dai
pastori, perché i pascoli raggiungono la sua cima), separato
dal monte Rolla dalla bocchetta del Valdone (m. 2176). A destra del
monte Rolla la giornata limpida mostra in tutto il loro splendore le
più alte cime della Valmalenco: distinguiamo, da sinistra (ovest),
il Sasso d’Entova (m. 3329), il pizzo Glüschaint (m. 3594),
i caratteristici pizzi Gemelli (m. 3500 e 3501), il pizzo Sella (m.
3511), l’elegante profilo del pizzo Roseg (m. 3937), i ravvicinati
pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049, il “quattromila”
più orientale della catena alpina), la Cresta Güzza (m.
3869), i ravvicinati pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995),
il piz Palü (m. 3905) e, un po’ isolato, sull’estrema
destra, il piz Varuna (m. 3453). Più a destra, cioè a
nord-est, si distinguono le tre cime principali del pizzo Scalino (m.
3323), della punta Painale (m. 3248) e della vetta di Rhon (m. 3136).
Verso est si dominano con lo sguardo la media Valtellina e la parte
centrale ed orientale della catena orobica. A sud est sono ben visibili
le cime più alte della catena. A sud ovest, infine, si scorgono
anche le cime della val Gerola.
Il ritorno può avvenire, senza troppe difficoltà, seguendo
il crinale che scende, verso nord-ovest, alla bocchetta del Valdone
e, di qui, proseguendo a sinistra, con facile discesa, fino alla pista
che, percorsa in direzione est (sinistra), riconduce all’alpe
Poverzone. Su questo crinale corre anche il confine fra i comuni di
Castione (a sud-ovest) e Torre S. Maria (a nord-est). Ecco come si sviluppa
il ritorno per questa via. Il primo tratto di discesa dalla cima, verso
ovest-nord-ovest, conduce ad una cunetta, dalla quale si risale in breve
alla sommità di un dosso. Mentre
camminiamo, splendido è il panorama che ci accompagna verso nord:
suggestivo, in particolare, il profilo del monte Disgrazia, che si mostra,
da qui, nella forma insolita di uno slanciato quanto imponente torrione.
Dal dosso scendiamo ad una seconda cunetta, seguita da un secondo dosso,
di cui, però, non seguiamo il crinale, perché il sentiero,
sempre ben visibile, ne taglia il fianco sulla destra. Ci affacciamo,
quindi, all’ultima parte della discesa, che, in direzione nord,
ci porta ai 2176 metri della bocchetta del Valdone, dalla quale, prendendo
a destra, si scende all’alpe omonima , in Val Valdone, mentre
prendendo a sinistra, per un facile ed ampio canalone, si scende alla
pista carrozzabile che dall’alpe Poverzone conduce all’alpe
Colina, passando per l’alpe Prato Secondo e l’alpe Marscenzo.
Percorrendo la pista verso sinistra raggiungiamo, quindi, dapprima i
prati dell’alpe Prato Secondo (che sono ancora in territorio del
comune di Castione), poi quelli dell’alpe Poverzone, dove abbiamo
lasciato l’automobile. Questo semplice e gradevolissimo anello
escursionistico, che potremmo chiamare anello del monte Rolla, richiede
solo due ore ed un quarto circa di cammino, e comporta un dislivello
in salita che è alla portata di tutti (400 metri circa). Troppo
poco, però, per un incallito camminatore.
Teniamo presente, allora, che l’escursione può essere prolungata
attaccando, all’altezza della bocchetta del Valdone, il crinale
che dalla cima del monte Canale (m. 2523) scende verso sud: seguendolo,
la raggiungiamo, senza eccessive difficoltà, in circa un’ora
di cammino (solo il primo tratto è un po’ ripido, ma primo
di autentiche difficoltà e non esposto). Per tornare all’automobile,
in questo caso, possiamo seguire una via più lunga
tagliando, nella discesa, verso destra non appena troviamo alcuni segnavia
bianco-rossi: dopo una breve traversata su una sorta di corridoio erboso,
ci portiamo, così, sul crinale che dalla cime del monte scende
verso nord-ovest, e, percorrendolo in discesa raggiungiamo una sella
che si affaccia, sulla destra, all’ampia alpe Arcoglio. Siamo
sempre sul confine fra comune di Castione (versante retico alla nostra
sinistra) e comune di Torre S. Maria (versante dell’alpe Arcoglio,
alla nostra destra). Segue una breve risalita, che culmina nel superamento
di una fascia di roccette quotata m. 2368 (attenzione a superarle, seguendo
i segnavia bosco-rossi, nella sezione centrale, con modesto appoggio
a destra, evitando l’appoggio sulla sinistra, dove una traccia
di sentiero supera un passaggino esposto su un salto pericoloso), scendiamo
di nuovo alla colma di Arcoglio (m. 2313), alla quale giunge, da destra,
un sentiero marcato che sale dall’alpe di Arcoglio.
Ora dobbiamo lasciare il sentierino che prosegue sul crinale e seguire
la traccia più marcata che scende verso sinistra (non, però,
quella altrettanto marcata che prosegue quasi pianeggiante). Dopo un
lungo traverso, il sentiero piega a sinistra e scende per un buon ratto,
prima di piegare di nuovo a destra ed intercettare la pista Poverzone-Colina
proprio sopra il baitone dell’alpe Marscenzo. Seguendola verso
sinistra, torniamo all’alpe Poverzone, dopo circa 4 ore di cammino
(il dislivello, in questo anello dei monti Rolla e Canale, sale a circa
780 metri).
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
370 |
| Tempo |
1 h e 10 min |
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Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |

Clicca qui se vuoi aprire una splendida panoramica dalla
cima del monte Canale.
L'anticima meridionale (m. 2503) del monte Canale (m. 2522) rappresenta
il punto di massima elevazione del territorio del comune di Castione,
oltre che un osservatorio panoramico eccellente sul gruppo del Disgrazia,
sulla testata della Valmalenco, sul gruppo Scalino-Painale, sul gruppo
dell’Adamello e su buona parte della catena orobica. Il monte,
in passato chiamato anche dai pastori dell’alpe Morscenzo “Erbera”
perché è quasi interamente ricoperto di pascoli, è
posto quasi a guardia del fianco sud-occidentale della Valmalenco: il
suo versante nord-orientale si affaccia sull’alpe Canale, mentre
quello nord-occidentale domina l’alpe Arcoglio, entrambi nel territorio
del comune di Torre S. Maria. Il versante sud-orientale scende ripido
nell’ombrosa Val Valdone, mentre quello sud-orientale, che appartiene
al comune di Castione, guarda ai
solari alpeggi a monte della valle del Bocco, ed in particolare all’alpe
Morscenzo.
La salita alla sua cima non è affatto difficile, ed anzi rappresenta
un’escursione godibilissima, per il suo impegno contenuto e per
il pregio panoramico. Punto di partenza della salita, che sfrutta il
crinale meridionale, è la bocchetta del Valdone (m. 2176), facilmente
raggiungibile, a sua volta, dalla pista che congiunge l’alpe Poverzone
all’alpe Colina. Vediamo, dunque, come procedere.
Da Castione imbocchiamo la strada provinciale che sale verso Triangia;
qui giunti, ce ne stacchiamo, sulla sinistra, e, passando proprio davanti
alla chiesetta di S. Bernardo, proseguiamo sulla strada che sale alle
frazioni alte a monte di Triangia, passando per l’omonimo laghetto
e per la frazione di Ligari (m. 1092). Oltrepassata Ligari, effettuiamo
un lungo traverso in direzione nord-est, che ci porta ai prati Rolla
(m. 1336): al fondo in asfalto si sostituisce quello in terra battuta
(anche se più avanti ritroviamo l’asfalto), comunque in
buone condizioni. Una serie di tornanti ci porta, poi, ai prati della
località Forcola (m. 1610), dove vale la pena di fermarsi per
ammirare l’ampia veduta che si apre, improvvisa, sulla testata
della Valmalenco. Potremmo anche lasciare qui l'automobile, allungando
di un'ora circa la salita, ma godendoci, in compenso, l'ulteriore salita
in un bel bosco e risparmiando parecchio sull'usura degli ammortizzatori
(il fondo, infatti, della pista sterrata peggiora sensibilmente nel
tratto seguente). Se invece continuiamo, raggiungeremo l'alpe
Poverzone, dove, su un piccolo dosso a sinistra della pista,
è posta, a 1908 metri, una grande croce che si affaccia su un
salto roccioso e domina Sondrio. Raggiungiamola
e gustiamo il superbo scenario orobico: la parte centrale della catena
si apre infatti davanti ai nostri occhi. Se siamo giunti fin qui con
l’automobile, possiamo anche proseguire, oppure optare per un
primo tratto di camminata che scaldi i muscoli prima della vera e propria
salita.
In ogni caso, proseguiamo sulla sterrata per l’alpe Colina, fino
all'alpe Prato Secondo (m. 1928), dove invece è lo scenario della
bassa Valtellina ad aprirsi davanti ai nostri occhi. Stiamo aggirando
il fianco sud-orientale del monte Rolla e, dopo una curva a destra,
ben presto giungiamo in vista dell'alpe Morscenzo, il principale alpeggio
di Castione.
Non ci portiamo, però, fino al lungo baitone dell’alpe,
ma, in corrispondenza della successiva curva a sinistra, ci stacchiamo
dalla strada (o lasciamo l’automobile) ed iniziamo a salire, sulla
destra, nell’ampio e dolce vallone che scende alla pista dalla
bocchetta del Valdone, posta fra il crinale nord-occidentale
del monte Rolla, a destra, e quello meridionale del monte Canale, a
sinistra. La salita alla bocchetta è assai semplice, ed avviene
seguendo un'incerta traccia di sentiero. Se dovessimo perderla, non
dobbiamo preoccuparci: la bocchetta (m. 2176) è facilmente raggiungibile
anche salendo a vista, perché la pendenza del canalone è
moderata. Abbiamo raggiunto il punto di confine fra il territorio del
comune di Castione e quello del comune di Torre S. Maria, e sul versante
opposto ci appare il solco ben più scosceso della Val Valdone,
prima laterale di destra (occidentale) della Valmalenco.
Prima di descrivere la salita dalla bocchetta alla cima del monte Canale,
raccontiamo un’interessante variante. Alla bocchetta
possiamo anche
giungere scendendo, su traccia di sentiero che non presenta particolari
problemi, dalla cima del monte Rolla, seguendone il crinale nord-occidentale,
su traccia di sentiero non segnalata (ovviamente possiamo anche fare
il contrario, cioè salire sulla sua cima – m. 2277 –
dalla bocchetta procedendo sul crinale verso sud-est). Alla cima del
monte Rolla, poi, si sale facilmente dalla già
citata alpe Poverzone (un cartello, presso una fontana in cemento sul
lato sinistro della pista, indica la partenza del sentiero, che sale,
sulla destra, al limite occidentale dei prati dell’alpe, supera,
verso sinistra, il limite inferiore di un muretto a secco e comincia
a salire nel bosco, segnalato da segnavia bianco-rossi, fino a raggiungere
la fascia di prati che si stende sotto la cima): potremmo, quindi, aumentare
leggermente l’impegno dell’escursione salendo al monte Rolla
dall’alpe Poverzone, scendendo poi alla bocchetta del Valdone
ed affrontando da qui la salita al monte Canale. Un’osservazione:
nella discesa sul crinale alla bocchetta del Valdone abbiamo modo di
osservare, proprio avanti a noi, il crinale che sfrutteremo, poi, per
salire al monte Canale, con effetto ottico, però, di schiacciamento,
tanto che ci parrà troppo ripido per essere affrontato. In realtà
non è così, e possiamo rendercene conto una volta raggiunta
la bocchetta.
A questo punto inizia, dunque, la salita al monte Canale, in direzione
nord, su debole traccia di sentiero, seguendo il confine fra i comuni
di Castione e Torre S. Maria (non troviamo segnavia, se non una freccia
proprio all’inizio della salita e segnali bianco-rossi nell’ultimo
tratto prima della cima). Il punto più faticoso è proprio
il primo, perché ha la pendenza maggiore; in qualche punto dobbiamo
mettere le mani a terra, ma, a parte la fatica, non ci sono particolari
problemi. Raggiungiamo, così, una prima pianetta, a quota 2280
metri: da qui si riprende a salire con andamento leggermente meno ripido.
A quota 2315 troviamo una più modesta pianetta, che precede un
ulteriore tratto di salita su terreno disseminato di massi, in direzione
di un ben visibile sasso a forma di spuntone. Splendido, sulla nostra
sinistra, il colpo d’occhio sui Corni Bruciati
e, alla loro destra, sul monte Disgrazia, che si mostra, da qui, nell’insolito
profilo di un massiccio torrione.
Raggiunto l’ometto a forma di spuntone, ne troviamo un secondo,
poco oltre, che ci introduce ad un modesto avvallamento erboso, a quota
2340, in corrispondenza di un canalone che sale da sinistra. Poco sopra,
a quota 2390, troviamo un secondo modesto avvallamento. Ad una pianetta
posta a 2420 metri circa incontriamo il primo di una serie di segnavia
bianco-rossi: qui giunge, infatti, dalla nostra sinistra una debolissima
traccia di sentiero che si stacca dal crinale nord-occidentale del monte
Canale, salendo dalla bocchetta che separa l'alpe Morscenzo dall'ampia
conca che sovrasta l'alpe d'Arcoglio: ci servirà come variante
per il ritorno.
Poco sopra, a quota 2480 metri circa, la traccia di sentiero lascia
il crinale verso destra e taglia, rimanendo leggermente più bassa,
il fianco erboso del monte, appoggiandosi al versante orientale, mentre
quello occidentale è un po' esposto. Raggiungiamo, quindi, un’ultima
sella, che segue l'anticima meridionale quotata 2503 metri (che abbiamo
aggirato stando più bassi: si tratta, come già detto,
del punto più alto del territorio del comune di Castione) e precede
l’ultimo tratto di leggera salita ai 2522 metri della cima, su
terreno rappresentato da terriccio smosso. Raggiunta la vetta,
dove troviamo un modesto ometto, non abbiamo che da contemplare l’eccellente
panorama che da qui possiamo dominare.
Nella Guida alla Valtellina edita, a cura del CAI di Sondrio, nel 1873,
leggiamo: “Il suo panorama supera in bellezza e in estensione,
è facile immaginarlo, quello del Rolla. La Disgrazia, col sottoposto
ghiacciaio di Cassandra, da qui appare veramente imponente; da qui la
Valmalenco si vede tutta e forma il fondo verde d’un quadro grandioso
contornato di ghiacciai e di cime superbe.” Ecco una rassegna
delle cime che possiamo distinguere nella meritata sosta che segue quasi
due ore di cammino (se siamo partiti dall’alpe Poverzone, superando
circa 630 metri di dislivello).
Partiamo da sinistra (ovest): sul fondo si distingue il profilo largo
e regolare della cima del Desenigo, o monte Spluga, sull’angolo
sud- occidentale
della Val Masino (m. 2845); procedendo verso destra, si riconoscono,
più vicini e quasi gemelli, i due Corni Bruciati, sul lato orientale
della medesima Val Masino (m. 3114 e 3097). Alla loro destra si mostra
l’imponente versante sud-orientale del monte Disgrazia (m. 3678),
dal quale scende, ormai ridotto ad esile lingua, il ghiacciaio della
Cassandra. Poi, più modesto ma riconoscibile per la forma affilata
e regolare, il pizzo Rachele (m. 2998), che si affaccia sulla Val Ventina,
in alta Valmalenco. E ancora, più difficili da distinguere, la
cima del Duca (m. 2953) ed il monte Braccia (m. 2909), fra Vasl Ventina
e vallone di Sassersa. Alle loro spalle, sul fondo, il monte del Forno
(m. 3214), sull’angolo di nord-ovest della Valle del Muretto.
Segue la caratteristica triade del pizzo Tre Mogge (m. 3441, riconoscibile
per le chiare rocce calcaree della cima), pizzo Malenco (m. 3438) e
della Sassa d’Entova (m. 3329). Alle loro spalle inizia la teoria
delle cime della testata della Valmalenco: il pizzo Gluschaint (3594),
le caratteristiche cime gemelle della Sella occidentale ed orientale
(m. 3564), i meno pronunciati pizzi Gemelli (m. 3501) e pizzo Sella
(m. 3511), i giganti della testata, pizzo Roseg (m. 3936), monte Scerscen
(m. 3971), pizzo Bernina (m. 4050), Cresta Güzza (m. 3869), pizzo
Argient (m. 3945), pizzo Zupò (m. 3996), chiudendo con il pizzo
Palù (m. 3906). Chiude la testata della Valmalenco, più
defilato, sulla destra, il pizzo Veruna (m. 3453).
Procedendo verso nord-est, ecco l’inconfondibile piramide del
pizzo Scalino (m. 3323), seguita dalla punta Painale (m. 3248) e dalla
vetta di Ron (m. 3136), sulla cresta di confine fra l’alta Val
di Togno (Val Painale) e la Val Fontana. Poi lo sguardo è proiettato
lontano, ad est, e raggiunge il gruppo dell’Adamello. Infine,
a sud-est e a sud, possiamo ammirare tutte le cime della catena orobica
orientale e centrale. Un panorama davvero eccellente, che ripaga ampiamente
della fatica sostenuta.
La discesa ora. Ecco come effettuare due interessantissime varianti
per tornare per via parzialmente diversa all’alpe Poverzone. Della
prima in realtà già si è detto: ridiscesi alla
bocchetta del Valdone, possiamo salire di qui alla cima del monte Rolla
e scendere, seguendo i segnavia bianco-rossi posti su paletti, sul suo
versante sud-orientale, fino al limite del bosco, dove troviamo un sentiero
che, effettuato un lungo traverso a sinistra, prosegue nella discesa
con diversi tornanti, fino a raggiungere il limite occidentale dei prati
dell’alpe Poverzone.
La seconda variante volge invece in direzione opposta e passa per la
colma d’Arcoglio. Scendendo verso la bocchetta del Valdone, abbandoniamo
ben presto il crinale, volgendo a destra, ad una quota compresa fra
2440 e 2420 metri. Due sono le possibilità: alla quota più
alta troviamo una traccia di sentiero, che conduce ad una minuscola
porta, la quale, a sua volta, introduce, ad una quota approssimativa
di 2420 metri, al facile crinale che dalla cima del monte Canale scende
verso ovest-nord-ovest. Più in basso, in corrispondenza del punto
nel quale, salendo, abbiamo trovato i primi segnavia bianco-rossi, un
largo corridoio (costituito a una fascia di versante di pendenza più
modesta) conduce, anch’esso, senza difficoltà, al medesimo
crinale, ad una quota approssimativa di 2400 metri.
Una volta raggiunto il crinale, la discesa prosegue, senza difficoltà,
su una larga traccia costituita da terriccio smosso (ci sono alcuni
segnavia bianco-rossi), in direzione di una ben visibile depressione
che separa l’alta alpe d’Arcoglio, alla nostra destra, dal
versante a monte dell’alpe Morscenzo, alla nostra sinistra. Siamo
sempre sul confine fra comune di Castione (versante retico alla nostra
sinistra) e comune di Torre S. Maria (versante dell’alpe Arcoglio,
alla nostra destra).
Raggiunta la depressione, proseguiamo in direzione di uno speroncino
sormontato da alcuni grandi massi. Qui dobbiamo prestare attenzione,
ed evitare di seguire una traccia di sentiero che lascia il crinale
sulla sinistra, aggirando lo speroncino sul fianco meridionale: si tratta,
infatti, di una traccia che supera un punto esposto su un salto di rocce
pericoloso. Seguiamo, dunque, i segnavia bianco-rossi, che ci indicano
di rimanere sul crinale, affrontando alcuni facili massi ed appoggiandoci
leggermente sulla destra per aggirare il masso più alto. Superato
l’ostacolo, riprendiamo a scendere senza difficoltà, fino
alla colma d’Arcoglio (m. 2313), una più
ampia depressione alla quale giunge, da destra, un marcato sentiero
che sale dall’alta alpe d’Arcoglio. Visto da qui il monte
Canale mostra un volto diverso: il suo versante nord-occidentale, infatti,
è percorso da fasce di rocce che salgono alla cima, come poderosi
e severi contrafforti.
Il sentierino prosegue la salita sul crinale, conducendo ad una più
modesta depressione, sulla quale è posta un’antenna della
Protezione Civile e dalla quale un ultimo breve strappo conduce alla
cima del monte Arcoglio (m. 2459), anch’essa
molto panoramica. Dalla colma d’Arcoglio all’omonima cima
non ci vogliono più di venti minuti di cammino, per cui, giunti
fin qui, vale davvero la pena di allungare l’escursione.
Per tornare all’automobile, scendiamo di nuovo alla colma d’Arcoglio
e qui imbocchiamo il sentiero, ben marcato, che scende sul versante
meridionale a monte dell’alpe Morscenzo (segnavia bianco-rossi).
Attenzione, però, a non seguire la traccia, altrettanto marcata,
che prosegue quasi pianeggiante verso ovest. Dopo un lungo traverso
a destra, il sentiero piega a sinistra e scende per un buon ratto. Raggiungiamo,
così, un sasso sul quale è segnalato un trivio: nella
direzione dalla quale scendiamo sono indicate l’alpe Arcoglio
e la capanna Bosio,
nella direzione verso cui procediamo è indicato TR. (che sta
per Triangia) ed infine nella direzione alla nostra sinistra (dove si
stacca un sentiero secondario) sono indicati la bocchetta del Valdone
ed il monte Canale. Proseguiamo nella direzione TR., fino ad un versante
segnato dalle slavine, dove la traccia si perde: lo tagliamo scendendo
in diagonale da destra a sinistra. Sul suo limite inferiore, ritroviamo
il sentiero, che piega a destra ed effettua il tratto conclusivo della
discesa, fino ad intercettare la pista Poverzone-Colina, pochi metri
sopra il lungo baitone dell’alpe Morscenzo.
Ora non ci resta che incamminarci, sulla pista, verso sinistra. Incontriamo
quasi subito, sulla sinistra, un cartello che ci invita a tenere un
comportamento rispettoso nei confronti dei cervi, soprattutto nel periodo
dell'accoppiamento (dalla metà di settembre alla metà
di ottobre, periodo, fra l'altro, ottimo per escursioni in queste zone):
l'invito è ad evitare di distrurbarli inutilmente, quindi a tenere
i cani al guinzaglio e ad evitare di uscire dai sentieri. Meditando
sull'importanza del rispetto a tutte le forme di vita, ripassiamo, dunque,
ai piedi del canalone che scende dalla bocchetta del Valdone e tornando,
superata l’alpe Prato Secondo, all’alpe Poverzone, dopo
circa 4 ore di cammino (il dislivello complessivo è di circa
770 metri).
Raccontiamo un’ultima possibilità di ritorno all’alpe
Poverzone, una variante che passa per il versante
degli alpeggi di Torre S. Maria, in Valmalenco. Si tratta di
un giro più lungo, che richiede attenzione e capacità
di orientamento. Dalla colma d’Arcoglio scendiamo verso destra,
sulla larga traccia di sentiero, che però, dopo un tornante sinistrorso,
lasciamo, piegando a destra e scendendo a vista sui dossi erbosi dell’alta
alpe
di Arcoglio. Teniamoci sul lato sinistro, raggiungendo un panoramico
poggio erboso, dove troviamo, sulla destra, una traccia di sentiero
che prosegue nella discesa. Senza troppe difficoltà, evitando
di portarci nel solco del torrentello che scende dall’alta alpe,
raggiungiamo, così, il baitone di quota 1976, che sta a monte
delle baite dell’alpe di Arcoglio inferiore. Al baitone giunge
anche una pista, che però non seguiamo: tagliamo, invece, verso
destra, proseguendo nella discesa fino ad intercettare il sentiero che
si stacca dalle baite dell’alpe e, proseguendo verso sud-est,
raggiunge il limite orientale dei prati ed entra nel bosco, effettuando
una traversata che aggira il largo dosso che scende verso nord dal monte
Canale e raggiunge l’alpe Canale (m. 1990).
Attraversata l’alpe verso sud, il sentiero scende fino ad una
sorgente d’acqua, quotata m. 1847. Qui troviamo un bivio: il sentiero
che scende a sinistra raggiunge i prati Fontani (m. 1714), mentre quello
che ci interessa prosegue in leggera salita, fino ad una postazione-osservatorio
utilizzata dai cacciatori, collocata presso uno spuntone di roccia.
Qui dobbiamo prestare attenzione a non perdere la traccia (ci sono segnavia
rosso-bianco-rossi, ma in numero ridotto), che ci porta, salendo in
una macchia di larici, fino al suo limite superiore, ad una quota approssimativa
di 1900.
La traccia, sempre debole, prende qui a salire, decisa, sul largo dosso
erboso che scende dalla cima del monte Canale verso nord-est. Poi il
sentierino piega a sinistra, iniziando una lunga diagonale verso sud-ovest,
che taglia il ripido versante dell’alta Val Valdone. Ci raggiunge,
da sinistra, il sentiero che sale dal cuore della valle. Superato un
valloncello, ci approssimiamo, infine, alla bocchetta, passando a monte
delle poche baite dell’alpe Valdone (m. 1996),
che rimangono in basso, sulla nostra sinistra. Alla fine ci riaffacciamo,
raggiunti i 2176 metri della bocchetta del Valdone,
al versante retico e rientriamo nel territorio del comune di Castione,
scendendo il facile vallone che dalla bocchetta conduce alla pista Poverzone-Colina.
Percorrendola verso sinistra, chiudiamo l’anello tornando all’alpe
Poverzone. Questo anello, che possiamo a buon diritto chiamare
anello del monte Canale, richiede esperienza escursionistica
e 4 ore e mezza/5 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita
è di 880 metri).
|
|
| Difficoltà |
E (anello del monte Canale) |
Dislivello |
880 |
| Tempo |
5 h |
| |
-
Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
 Il
monte Arcoglio (m. 2459), dal profilo poco pronunciato, quasi sfuggente,
si colloca più o meno al centro del crinale che separa la parte
più alta del territorio di Castione dall’alpe di Arcoglio,
nel territorio del comune di Torre S. Maria (Valmalenco), e domina l’alpe
Morscenzo (Marscenzo, sulle carte IGM), la più importante di
Castione. La salita a questa cima è poco più che una passeggiata:
bisogna superare, nell’ultimo tratto, una pendenza abbastanza
ripida, ma lo sforzo è contenuto in poco più di un’ora
di cammino (il dislivello è di circa 420 metri), ed è,
comunque, ampiamente ripagato dall’eccellente panorama che da
essa si gode, sul gruppo del Disgrazia, sulla testata della Valmalenco,
sul gruppo Scalino-Paniale-Ron e sulla catena orobica centro-orientale.
Quando, nella stagione autunnale, le giornate si accorciano, il freddo
non ha ancora soffocato la fantasmagoria dei colori più accesi
e la neve non ha ancora ammantato i versanti più alti, la salita
a questo monte è, dunque, un’eccellente idea, anche perché
il ritorno può avvenire descrivendo un interessante anello che
ci porta a visitare la stupenda alpe di Arcoglio, oppure l’escursione
si può concludere con una facile e bellissima traversata alla
capanna Bosio, in Val Torreggio.
Oltretutto, si tratta di risolvere un piccolo, ma non indifferente mistero.
Dov’è, esattamente, la sua cima? Le carte IGM e Kompass
la quotano m.
2459 e la collocano alla sommità del pronunciato dosso che divide
in due l’alpe di Arcoglio superiore, mentre alla sua sinistra
(ovest), a breve distanza, collocano una cima senza nome, quotata m.
2451, che, a sua volta, sta alla sommità del largo dosso che
scende ad ovest dell’alpe Morscienzo e divide in due rami l’alta
valle del Boco. Sulla Carta Tecnica Regionale, invece, le cose stanno
a rovescio: il monte Arcoglio è la cima più occidentale,
quotata 2453 metri, mentre la seconda cima non ha nome, ed è
quotata m. 2447. Questione di pochi metri ed anche di prospettiva. Dal
punto di vista dell’alpe di Arcoglio, la collocazione, diciamo
così, più tradizionale appare ampiamente giustificata.
Dal punto di vista dell’alpe Morscenzo, invece, questa seconda
collocazione sembra la più naturale. Ma poi, alla fin fine, qual
è la cima più alta? A mio avviso quella segnalata dalla
Carta Tecnica Regionale, ma, altimetro alla mano, ciascuno potrà
verificare di persona, visto che si possono toccare entrambe, facilmente,
a distanza di pochi minuti.
Dopo quest’ampio preambolo, che susciterà la gioia dei
pignoli e la noia un po’ insofferente dei camminatori che non
amano troppo le questioni di sottile definizione geografica, vediamo
come raggiungere il luogo del mistero. Da Castione
imbocchiamo, in automobile, la strada provinciale che sale verso Triangia;
qui giunti, ce ne stacchiamo, sulla sinistra, e, passando proprio davanti
alla chiesetta di S. Bernardo, proseguiamo sulla strada che sale alle
frazioni alte a monte di Triangia, passando per l’omonimo laghetto
e per la frazione di Ligari (m. 1092). Oltrepassata Ligari, effettuiamo
un lungo traverso in direzione nord-est, che ci porta ai prati Rolla
(m. 1336): al fondo in asfalto si sostituisce quello in terra battuta
(anche se più avanti ritroviamo l’asfalto),
comunque in buone condizioni. Una serie di tornanti ci porta, poi, ai
prati della località Forcola (m. 1610), dove
vale la pena di fermarsi per ammirare l’ampia veduta che si apre,
improvvisa, sulla testata della Valmalenco.
Potremmo anche lasciare qui l'automobile, allungando di un'ora ed un
quarto circa la salita, ma godendoci, in compenso, l'ulteriore salita
in un bel bosco e risparmiando parecchio sull'usura degli ammortizzatori
(il fondo, infatti, della pista sterrata peggiora sensibilmente nel
tratto seguente). Se invece continuiamo, raggiungeremo l'alpe
Poverzone, dove, su un piccolo dosso a sinistra della pista,
è posta, a 1908 metri, una grande croce che si affaccia su un
salto roccioso e domina Sondrio. Raggiungiamola e gustiamo il superbo
scenario orobico: la parte centrale della catena si apre infatti davanti
ai nostri occhi. Se siamo giunti fin qui con l’automobile, possiamo
anche proseguire, oppure optare per un primo tratto di camminata che
scaldi i muscoli prima della vera e propria salita.
In ogni caso, proseguiamo sulla sterrata per l’alpe Colina, fino
all'alpe Prato Secondo (m. 1928), dove invece è lo scenario della
bassa Valtellina ad aprirsi davanti ai nostri occhi. Stiamo aggirando
il fianco sud-orientale del monte Rolla e, dopo una curva a destra,
ben presto giungiamo in vista dell'alpe Morscenzo, il principale alpeggio
di Castione. Dopo un’ampia curva a sinistra, in corrispondenza
del piede dell’ampio canalone che scende, da destra, dalla bocchetta
del Valdone, ed alcune curve meno pronunciate, ci ritroviamo immediatamente
a monte del baitone dell’alpe Morscenzo (m. 2042).
Poco prima del baitone, sulla destra, è collocato un cartello
che ci invita a tenere un comportamento rispettoso nei confronti dei
cervi, soprattutto nel periodo dell'accoppiamento (dalla metà
di settembre alla metà di ottobre, periodo, come già segnalato,
ottimo per escursioni in queste zone), evitando di distrurbarli inutilmente,
tenendo i cani al guinzaglio e rimanendo sulla traccia dei sentieri.
Parcheggiamo, dunque, l’automobile, al primo slargo utile, e cerchiamo,
sul lato opposto della strada (destra) rispetto al punto da cui parte
il sentiero che scende al baitone, la partenza di del sentiero che sale
al crinale, nei pressi di una fontana di cemento (qualche rado segnavia
rosso-bianco-rosso accompagnerà questa salita). Il sentiero,
ben marcato, effettua una prima diagonale verso destra (direzione est),
passando appena sotto il limite di una boschetto di abeti, e raggiunge
un largo dosso sul quale sono evidenti i segni di diverse slavine. Qui
la traccia si perde, e dobbiamo risalire il dosso piegando a sinistra
ed effettuando una diagonale che ci porta al suo limite superiore di
destra, dove, su un sasso, troviamo l’indicazione di un trivio:
nella direzione nella quale stiamo salendo sono indicate l’alpe
Arcoglio e la capanna Bosio, nella direzione dalla quale proveniamo
è indicato TR. (che sta per Triangia) ed infine nella direzione
alla nostra destra (dove si stacca un sentiero secondario) sono indicati
la bocchetta del Valdone ed il monte Canale.
Proseguiamo
a salire verso sinistra, finché la traccia, sempre buona, volge
nuovamente a destra e, dopo un ultimo traverso, ci porta alla colma
di Arcoglio (m. 2313), la sella erbosa che, a metà strada
fra il monte Arcoglio, ad ovest, ed il monte Canale, ad est, congiunge
i più alti pascoli di Morscenzo con l’alta alpe d’Arcoglio.
Alla bocchetta giunge anche una marcata mulattiera che sale dal versante
dell’alpe di Arcoglio, e che potremo sfruttare al ritorno. Concentriamoci,
per ora, sull’ultimo tratto di salita alla cima del monte Arcoglio,
che inizia attaccando il sentierino sul crinale alla nostra sinistra,
che parte alle spalle di un paletto con una freccia in legno puntata
nella direzione dalla quale siamo saliti (procediamo verso ovest-nord-ovest,
ignorando una marcata traccia che corre, verso ovest, appena sopra quella
che abbiamo sfruttato salendo).
Raggiungiamo, in breve, una prima elevazione erbosa, per poi scendere
ad una marcata sella sulla quale è posta un’antenna per
le trasmissioni della Protezione Civile. La salita riprende, in direzione
dell’ampio cupolone erboso che la carta IGM individua come monte
Arcoglio: nell’ultimo tratto la traccia di sentiero lascia il
crinale portandosi leggermente a sinistra, sul versante a monte dell’alpe
Morscenzo, e poi, piegando ancora leggermente a destra, descrive una
serie di ripidi tornantini, che ci portano ai 2459 metri della larga
cima erbosa del monte Arcoglio.
Davvero emozionante l’ampio panorama che da qui si gode. Partendo
da nord-ovest e procedendo verso destra, si riconoscono i due Corni
Bruciati, sul lato orientale della medesima Val Masino (m. 3114 e 3097).
Alla loro destra si mostra l’imponente versante sud-orientale
del monte Disgrazia (m. 3678), dal quale scende, ormai ridotto ad esile
lingua, il ghiacciaio della Cassandra. Poi, più modesto ma riconoscibile
per la forma affilata e regolare, il pizzo Rachele (m. 2998), che si
affaccia sulla Val Ventina, in alta Valmalenco. E ancora, più
difficili da distinguere,
la cima del Duca (m. 2953) ed il monte Braccia (m. 2909), fra Vasl Ventina
e vallone di Sassersa. Segue la caratteristica triade del pizzo Tre
Mogge (m. 3441, riconoscibile per le chiare rocce calcaree della cima),
pizzo Malenco (m. 3438) e della Sassa d’Entova (m. 3329). Alle
loro spalle inizia la teoria delle cime della testata della Valmalenco:
il pizzo Gluschaint (3594), le caratteristiche cime gemelle della Sella
occidentale ed orientale (m. 3564), i meno pronunciati pizzi Gemelli
(m. 3501) e pizzo Sella (m. 3511), i giganti della testata, pizzo Roseg
(m. 3936), monte Scerscen (m. 3971), pizzo Bernina (m. 4050), Cresta
Güzza (m. 3869), pizzo Argient (m. 3945), pizzo Zupò (m.
3996), e pizzo Palù (m. 3906). Chiude la testata della Valmalenco,
più defilato, sulla destra, il pizzo Veruna (m. 3453). Procedendo
verso nord-est, ecco l’inconfondibile piramide del pizzo Scalino
(m. 3323), seguita dalla punta Painale (m. 3248) e dalla vetta di Ron
(m. 3136), sulla cresta di confine fra l’alta Val di Togno (Val
Painale) e la Val Fontana.
Poi lo sguardo è proiettato lontano, ad est, e raggiunge il gruppo
dell’Adamello, seminascosto dalla grande mole del monte Canale,
che mostra, in primo piano, il suo roccioso versante nord-occidentale.
Infine, a sud-est e a sud, possiamo ammirare tutte le cime della catena
orobica orientale e centrale. Ma altrettanto bello è il colpo
d’occhio sull’alpe di Arcoglio, che si distende sotto di
noi, a nord.
Guardando, infine, alla linea del crinale che prosegue verso ovest,
notiamo l’altra cima candidata a fregiarsi del nome di monte Arcoglio,
appena oltre una marcata depressione. Non è difficile raggiungerla:
scesi alla depressione, riprendiamo a salire per qualche minuto, fino
alla sommità di questa seconda elevazione, decisamente più
stretta. Sotto la cima, a sud, scende un largo dosso erboso, con andamento
non eccessivamente ripido, che termina al limite del bosco, dove il
versante si fa più ripido.
Il
panorama, da questa cima, è altrettanto suggestivo; in particolare,
guardando in basso, alla distesa dell’alpe di Arcoglio, distinguiamo
lo stupendo laghetto di Arcoglio, per il quale possiamo passare se decidiamo
di allungare la via del ritorno oppure di effettuare la traversata al
rifugio Bosio.
Il ritorno, dunque. Dobbiamo innanzitutto scegliere fra due possibilità:
ripassare per la colma di Arcoglio oppure scendere
all’alpe di Arcoglio. Nel primo caso ripercorriamo in direzione
opposta il crinale e, giunti alla bocchetta, scegliamo se tornare direttamente
all’automobile per la medesima via di salita oppure allungare
l’escursione con la salita, non difficile, al monte Canale,
che è appena lì, ad est, e sembra sfidarci (da qui sono
poco più di duecento metri aggiuntivi di dislivello in salita:
ne vale davvero la pena).
In questo secondo caso, dobbiamo proseguire sul crinale, in direzione
di uno speroncino che ci sbarra la strada, e che va superato appoggiandosi
leggermente sulla sinistra, cioè sul versante dell’alpe
di Arcoglio, mentre si sormontano alcuni grandi massi che richiedono
un po’ di attenzione (seguiamo i segnavia bianco-rossi, per la
verità radi e sbiaditi). Anche nel primo tratto della successiva
breve discesa c’è qualche masso da superare, prima di tornare
su terreno sicuro, ad una breve pianetta che precede l’inizio
della salita alla cima del monte. Questa salita sfrutta, nel primo tratto,
il versante che sale proprio diritto davanti a noi, cioè verso
sud-est, e che è percorso da una larga traccia di terriccio smosso.
Poi, approssimativamente a 2400 metri di quota, i segnavia ci indicano
il punto nel quale dobbiamo lasciare il crinale e prendere a destra,
seguendo una traccia che taglia, con andamento quasi pianeggiante, il
fianco sud-occidentale del monte Canale e porta al suo crinale meridionale.
Possiamo portarci dal crinale nord-occidentale a quello meridionale
anche una ventina di metri sopra, lasciando il primo, sempre verso destra,
là dove si incontrano le prime roccette, sempre su traccia di
sentiero. In entrambi i casi, una volta raggiunto il crinale meridionale,
lo seguiamo, nella salita, per un tratto, fino alla quota di 2480 metri
circa, dove la traccia di sentiero lascia il crinale sulla sinistra
e taglia a destra, rimanendo leggermente più bassa, il fianco
erboso del monte, appoggiandosi al versante orientale, mentre quello
occidentale è un po' esposto. Raggiungiamo, quindi, un’ultima
sella, che segue una sorta di anticima (che abbiamo aggirato stando
più bassi, e che rappresenta il punto d massima elevazione del
territorio del comune di Castione – m. 2503) e precede l’ultimo
tratto di leggera salita ai 2522 metri della cima, su terreno rappresentato
da terriccio smosso.
Raggiunta la vetta, dove troviamo un modesto ometto, non abbiamo che
da contemplare l’eccellente panorama che da qui possiamo dominare.
Nella Guida alla Valtellina edita, a cura del CAI di Sondrio, nel 1873,
leggiamo: “Il suo panorama supera in bellezza e in estensione,
è facile immaginarlo, quello del Rolla. La Disgrazia, col sottoposto
ghiacciaio di Cassandra, da qui appare veramente imponente; da qui la
Valmalenco si vede tutta e forma il fondo verde d’un quadro grandioso
contornato di ghiacciai e di cime superbe.”
Per tornare all’automobile, se non vogliamo passare per la terza
volta dalla colma di Arcoglio, possiamo scendere dalla cima seguendo
interamente il crinale meridionale (non presenta difficoltà,
anche se l’ultimo tratto è un po’ ripido e richiede
attenzione), fino alla bocchetta del Valdone (m. 2176),
dove, seguendo l’ampio e facile canalone alla nostra destra, iniziamo
l’ultima discesa che ci riporta alla pista sterrata Poverzone-Morscenzo-Canale,
la quale, percorsa verso destra, ci riporta all’automobile.
Variante
della variante: dalla bocchetta del Valdone possiamo anche attaccare,
sfruttando una traccia di sentiero sempre abbastanza visibile, il crinale
che, con qualche saliscendi, sale, con direzione sud prima, sud-est
poi, al monte Rolla (m. 2277). Dalla cima del Rolla
è, poi, facile scendere, verso est e sud-est, all’alpe
Poverzone seguendo i segnavia bianco-rossi (li troviamo dapprima su
paletti in terreno aperto, poi, raggiunto il limite del bosco, dove
parte anche il sentiero, su alcuni sassi). Questa seconda variante è
consigliabilissima qualora abbiamo deciso di lasciare l’automobile
all’alpe Poverzone: l’intero anello delle tre cime Arcoglio-Canale-Rolla,
assai suggestivo, non richiede un eccessivo impegno (4 ore e mezzo/5
ore di cammino circa, per superare un dislivello approssimativo di 750
metri).
Ma torniamo alla cima del monte Arcoglio, o meglio, alla sella che separa
le due cime che si disputano tale denominazione: proprio da questa sella
parte la seconda variante di fondo, che, a sua volta, prevede due opzioni:
il ritorno alla colma di Arcoglio e quindi all’alpe Morscenzo,
dopo un ampio giro dell’alpe di Arcoglio (anello del monte
Arcoglio), e la traversata al rifugio Bosio, in Val Torreggio,
dove ci si ferma a pernottare.
Alla sella sale, dall’alpe di Arcoglio, un largo canalone che
può essere disceso con un po’ di attenzione, ma senza eccessive
difficoltà, in direzione del lago di Arcoglio, che da qui si
vede chiaramente (direzione nord). Inizialmente seguiamo, sulla sinistra,
una traccia di sentiero assai incerta, su terreno smosso e ripido; con
molta attenzione ci portiamo, quindi, ad una lingua erbosa, che termina
ad una fascia di massi, non difficile da attraversare. Oltrepassata
questa fascia, procediamo su terreno più tranquillo, sempre in
direzione del lago di Arcoglio (ora non si vede più,
ma, se abbiamo prestato attenzione alla sua collocazione, ne raggiungiamo
facilmente la riva sud-orientale – di destra – dopo aver
sormontato un dosso erboso).
Il lago, a 2234 metri, è una piccola perla alpina, incorniciato,
ad est, dal pizzo Scalino, dalla punta Painale e dalla vetta di Ron.
Portiamoci, ora, sul
lato opposto del lago, e riprendiamo la discesa, su una larga traccia,
tendendo verso sinistra (nord-est) e raggiungendo le baite dell’alpe
di Arcoglio superiore (m. 2132). Qui le due opzioni si dividono:
il ritorno all’alpe Morscenzo passa per l’alpe di Arcoglio
inferiore, mentre la traversata al rifugio Bosio sfrutta un sentiero
che dall’alpe superiore si addentra direttamente in Val Torreggio.
Vediamo la prima opzione.
Continuando a scendere, verso est, raggiungiamo il limite di un dosso
erboso e prendiamo a destra, raggiungendo le numerose baite dell’alpe
di Arcoglio inferiore (m. 1916). Qui, intercettata la pista
che sale dal bivio Piasci-Arcoglio, la percorriamo verso destra (sud),
salendo fino al suo punto conclusivo, dove si trova il baitone dell’alpe,
quotato 1976 metri. Da qui inizia la salita del ramo sud-orientale dell’alta
alpe di Arcoglio, gemello rispetto a quello nord-occidentale, per il
quale siamo scesi. I due rami, come già detto, sono divisi dal
crinale che scende, verso nord-est, proprio dalla cime del monte Arcoglio
(cima est): per questo l’anello che stiamo chiudendo può
essere detto anello del monte Arcoglio.
La salita si conclude alla colma d’Arcoglio, ed avviene senza
direzione obbligata. Ci conviene, comunque, stare sul lato destro, senza
avvicinarci al centro del solco tracciato dal torrente che scende dall’alta
alpe. Saliamo, dunque, dal baitone verso sud-sud-ovest, ignorando il
sentiero che punta a sinistra e rimanendo sul filo del ripido dosso
erboso alle spalle del baitone stesso. Ci ritroveremo ad una piana,
sul cui limite è posta una croce di legno. Qui troviamo anche
due baite (m. 2080), ed un sentiero che prosegue verso sinistra. Raggiunto
un versante erboso, non proseguiamo verso il centro del vallone, ma
pieghiamo ancora a destra, salendo ad un pianoro più alto (quota
2200), dove cominciamo una facile traversata in leggera salita verso
sinistra, in direzione della depressione sul crinale, la colma d’Arcoglio,
che si distingue facilmente. A quota
2240 incontriamo i segnavia che provengono da destra, e che ci guidano
alla larga mulattiera che, dopo una svolta a destra, porta facilmente
alla sella, dalla quale, infine, ridiscendiamo, per la via già
percorsa, all’alpe Morscenzo.
Questo anello del monte Arcoglio richiede circa 4 ore/4 ore e mezza
di cammino, e comporta il superamento di un dislivello approssimativo
in salita di 840 metri.
Ecco, infine, il racconto della bellissima traversata Morscenzo-rifugio
Bosio, passando per i laghi di Arcoglio e Zana. La prima metà
l’abbiamo già vista: dalla sella fra le due cime di Arcoglio
siamo scesi al lago di Arcoglio e di qui all’alpe di Arcoglio
superiore. Ora, invece di proseguire la discesa all’alpe di Arcoglio
inferiore, portiamoci alla chiesetta che si trova, isolata dalle baite,
alla loro sinistra (m. 2123). Qui troviamo, su un sasso, l’indicazione
della partenza del sentierino, segnalato da segnavia bianco-rossi, per
il rifugio Bosio, che punta a nord, tagliando, in leggera salita, i
pascoli dell’alpe, fino a raggiungere il filo del crinale che
segna il confine sud-orientale della Val Torreggio.
Qui, in posizione panoramicissima, è posta, a 2168 metri di quota,
una croce di legno. Ottimo il colpo d’occhio: alla nostra sinistra
si apre, improvvisa e stupenda, la Val Torreggio, incorniciata dai Corni
Bruciati e, alla loro destra, dalla cima del monte Disgrazia che occhieggia
alle spalle dei Corni di Airale e mostra, da qui, l’insolito profilo
di uno slanciato torrione. A destra, un ampio spaccato della Valmalenco,
incorniciata dalle cime più importanti della sua testata, dal
pizzo Roseg, ad ovest, al piz Varuna, ad est. Più a destra ancora,
la triade Scalino-Painale-Ron.
Il sentiero, sempre ben marcato, piega ora a sinistra (ovest), e comincia
una graduale discesa che taglia il fianco ombroso della Val Torreggio
e conduce alla già visibile alpe di Zana (m.
2089). Attraversati i prati dell’alpe da est ad ovest, troviamo
un bivio: il sentiero segnalato da segnavia bianco-rossi
è quello di destra, che comincia una discesa fino al rifugio
Bosio.
Suggerisco, però, di prendere il sentiero di sinistra, che sale
in direzione sud-est, fino ad alcuni ruderi di baita, quotati 2143 metri.
Ci troviamo ora, in terreno aperto, nella parte bassa di un ampio canalone,
il cui solco sta alla nostra destra. Saliamo, quindi, a vista, in direzione
sud (senza portarci a sinistra), fino ad intercettare visivamente un
grande ometto posto su un sentiero che taglia, da sinistra a destra,
il versante, ad una quota approssimativa di 2300 metri. Seguendo la
traccia verso destra (ovest), dopo qualche saliscendi ci affacciamo
alla splendida conca che ospita il laghetto di Zana
(m. 2280), una perla nascosta non facile da trovare fra le balze del
fianco meridionale della Val Torreggio. Vi si specchia, superbo e compiaciuto,
il monte Disgrazia. Nei pressi del lato occidentale del laghetto ritroviamo
il sentiero che prosegue, verso ovest, perdendo gradualmente quota e
portando al baitone di quota 2191, dal quale, su sentiero segnalato
che piega a destra (nord-est) scendiamo, infine, al rifugio Bosio.
Questa stupenda traversata, che può essere considerato un modo
originale di percorrere la prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco,
richiede circa 4 ore, e comporta un dislivello in salita abbastanza
contenuto (600 metri circa).
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| Difficoltà |
E (anello Arcoglio-Canale-Rolla) |
Dislivello |
750 m |
| Tempo |
5 h |
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-
Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
I
volti della paura, in quel di Castione, prendono forma e corpo fra le
ombre ed i chiaroscuri della valle del Boco, densa di boschi e di atmosfere
magiche. Niente streghe, né diavoli, però, ma qualcosa
di più originale.
Lo sciatt-basilisk, innanzitutto, animale curioso che pare abbia eletto
i boschi sopra Castione come proprio territorio. Un animale che è
parente stretto del misterioso e temibile basalesk, mostro dalle radici
assai antiche. Nel bestiario immaginario con cui la fantasia popolare
ha animato boschi, selve e foreste il basilisco, infatti, ha sicuramente
un posto di rilievo, fin dal Medio Evo. Il termine deriva dal greco
“basileus”, che significa re, e non si riferisce al rettile
dei sauri diffuso nell’America tropicale (e chiamato con lo stesso
nome per via della cresta che, a mo’ di corona, porta sul capo
e sul dorso): si tratta, invece, di un animale fantastico, strettamente
imparentato, come la salamandra, ai draghi, di cui ripropone alcune
caratteristiche tipiche.
Nell’antichità lo scrittore latino Plinio il Vecchio presenta
il basilisco come serpente con una macchia a forma di corona sulla testa,
ma nel Medio Evo l’animale fantastico assume una forma più
complessa: l’inglese Chaucer attribuisce al nome il significato
di gallo-re (basilicock), e da allora venne rappresentato come tipo
particolare di drago, con elementi del corpo di un gallo, o come gallo
quadrupede con una lunga coda da serpente.
Se ne immaginarono due diverse versioni, quella alata e volante e quella
solamente terrestre. In ogni caso il basilisco aveva caratteristiche
malefiche peculiari, legate al veleno della sua lingua (con il quale
poteva uccidere, ma più spesso avvelenava le fonti cui si abbeverava
o faceva marcire frutti e pascoli), ai poteri terrificanti del suo sguardo
(capace di stordire o impietrire le persone, ma anche di frantumare
pietre) ed quelli altrettanto temibili del suo fischio (capace di stordire
o uccidere). Questo famigerato mostro venne ben presto accolto nell’arco
alpino (fino al secolo XVIII si sconsigliava di valicare alcuni passi
alpini perché particolarmente infestati da draghi; famoso, fra
questi, il drago della val Bregaglia, che infestava il passo del Maloja).
Giunse, quindi, anche in terra di Valtellina e Valchiavenna, dove diverse
sono le sue denominazioni dialettali (“basalèsk”,
“baselèsk”, “basalìsk”), oltre
che le rappresentazioni: spesso, infatti, viene presentato come animale
di dimensioni più ridotte rispetto a quelle canoniche dei draghi
(qualcosa di simile ad un geko, o anche ad un grosso rospo), ma non
per questo meno temibile, anzi, più insidioso perché capace
di mimetizzarsi e nascondersi negli anfratti ombrosi dei boschi. La
sua azione malefica si esercita solo raramente sugli uomini: più
spesso, infatti, inquina fonti d'acqua o avvelena frutti e raccolti.
La sua presenza viene segnalata in diversi luoghi.
Fra questi, la valle del Boco, sopra Castione. Qui sembra, però,
che quest’animale si sia incrociato con un rospo, animale anch’esso
dalla fama pessima. Ecco, dunque, lo “sciatt basalisk”:
il suo corpo è simile a quello di un grande rospo, con una lunga
coda, o, secondo altri, è il corpo di un serpente con una testa
di rospo. Un tempo molte persone raccontavano di aver udito il suo verso
raccapricciante, poche, invece, potevano
dire di averlo visto; in ogni caso, si assicurava ai bambini che, avventurandosi
da soli nel bosco, sarebbero stati facile preda del mostro, che li avrebbe
paralizzati con il suo fischio tremendo, oppure uccisi con il suo veleno
implacabile.
Che se, poi, fossero riusciti a sfuggirgli, c’era un altro mostro
pronto a ghermirli, il terribile “uomo verde”. L’espressione,
di per sé, non appare granché inquietante, ma la realtà
di questo essere mostruoso, a quanto raccontano, era veramente tale
da incutere terrore. Chi l’aveva visto ed era sfuggito alla sua
ferocia (davvero pochi, in verità), stentava a descriverlo, tanto
era brutto, orribile. Sembrava una metamorfosi fra l’uomo e l’animale,
metamorfosi però, a differenza di quella celeberrima di cui racconta
Kafka, interrotta a metà. Era enorme, e di color verde, come
se avesse una pelle di rospo. Ma conservava le fattezze umane, un volto
cattivo, un ghigno crudele, uno sguardo di fuoco. Fin qui i testimoni
concordavano: poi ciascuno ci aggiungeva qualcosa di suo, e non li si
poteva biasimare, visto lo spavento corso. Per qualcuno era il diavolo
in persona, per altri, invece, uno stregone che era rimasto vittima
dei suoi stessi incantesimi ed ora vagava nei boschi intrappolato in
quelle sembianze da mostro. Una cosa era certa: se qualcuno, uomo o
donna, vecchio o bambino che fosse, si addentrava nei boschi per cercar
legna e non faceva più ritorno, era finito nelle sue fauci. L’uomo
verde, infatti, mangiava ogni essere umano che incontrava sul suo cammino.
Particolare pietà e commozione suscitò, una volta, la
disgraziata fine di un vecchierello che, con grande fatica, vista l’età
avanzata e le forze sempre più deboli, si era recato nel bosco
per portarsi a casa, su una carriola, un po’ di legna da ardere.
Non si addentrò molto nel bosco, ma quel
tanto bastò per decretare la sua fine. Mentre era chino per raccogliere
della legna fine, vide un’ombra che si sovrapponeva alla sua.
Lasciò legna e carriola per fuggire in direzione opposta, ma
l’ombra lo seguì, facendosi sempre più grande. Percorse
poche decine di metri, inciampò, e l’ombra gli fu addosso.
Non osò voltarsi. Fu ghermito dalle manacce orrende e verdi del
mostro del bosco, che lo divorò intero. Di lui rimasero solo
il cappello, la carriola rovesciata e la poca legna sparsa sul sentiero.
Una fine ben misera.
E forse una fine ugualmente misera fecero quelle anime in pena che,
si dice sempre a Castione, infestano diverse case. In contrada Gatti,
in particolare, c’è un gruppo di case addossate, quasi,
l’una all’altra, che hanno conservato l’aspetto rustico,
antico. Le vediamo, a sinistra della strada, salendo verso Triangia.
Ebbene, sembra che abbiano ospitato fantasmi: diverse persone raccontavano,
un tempo, di averli sentiti, con quei gemiti lugubri che non puoi non
riconoscere; alcuni, addirittura, dicono di averne visto il pallido
profilo contro il cielo nero come la pece.
Queste, ed altre storia di paura si raccontano in quel di Castione.
Ma quando splende quel bel sole che sembra baciare quest’isola
felice di Valtellina, anche le ombre delle paure più antiche
si dileguano e gli anziani sorridono, sornioni, con quell’aria
di chi sciatt-basilisk, uomini verdi e fantasmi se li mangia a colazione.
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Cartina Kompass n. 93 - Bernina - Sondrio |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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