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Buglio
Il paese denominato "giardino
della Valtellina"
Sull’estremo lembo estremo orientale della bassa Valtellina, al confine con la media Valtellina, si trova, nel versante retico, il paese di Buglio in Monte (m. 577), posto in posizione climatica felice, nella parte alta di un ampio terrazzo di prati e vigneti, che si innalza di circa trecento metri rispetto alla piana della Selvetta. Per la mitezza del clima invernale, l’aspetto ridente e la collocazione particolarmente panoramica il paese è stato denominato “giardino della Valtellina” .
Il suo nome (che, con voce dialettale, suona “böi”) deriva dal termine dialettale “bui”, che significa sorgente d’acqua, abbeveratoio o fontana, a motivo delle numerose sorgenti che sgorgano dal versante montuoso sottostante all’ampia alpe Scermendone. Il territorio comunale (2.784 ettari) presenta una curiosa particolarità: parte, a sud, dalla piana del fondovalle, dove si trovano, sulla pedemontana retica “Valeriana”, fra Ardenno e S. Pietro Berbenno, le frazioni di Villapinta e Ronco; comprende il bel versante boscoso compreso fra la valle del Gaggio e la valle della Làresa, che culmina nello splendido alpeggio di Scermendone; comprende anche il lembo più orientale della Val Masino, con l’intera Val Terzana, il lato meridionale della Valle di Sasso Bisòlo e quello sud-orientale della Valle di Preda Rossa; in sintesi, nel suo sviluppo da sud a nord, dal punto più basso (i 268 metri della località Ca’ Somaschini, in prossimità della ss. 38 in località Piani della Selvetta) aquello più alto (nientemeno che i 3678 metri della cima del monte Disgrazia, dove si incontrano i confini dei comuni di Buglio, Val Masino e Chiesa Valmalenco), il territorio comunale si innalza per un dislivello di ben 3410 metri, un record, fra i comuni della provincia di Sondrio!
Ma osserviamo con maggiore attenzione questo territorio. Nel piano, troviamo la frazione principale di Villapinta (m. 325; si tratta dell’antica Villa Picta, cioè villa dipinta), adagiata sul conoide di deiezione del torrente Primaverta, sulla strada provinciale Valeriana, subito dopo Ardenno. Nel centro del paese spicca, per la sua configurazione architettonica moderna, la chiesa parrocchiale di S. Cristoforo, edificata nel secolo scorso.
Se proseguiamo sulla provinciale in direzione di S. Pietro Berbenno, troviamo, poi, la frazione di Ronco (m. 295),ed infine quella di Ere (m. 340), a monte della strada, sul conoide di deiezione del torrente Maroggia. Se saliamo alle case di Ere, troviamo, nella sua parte alta, una stradina che si stacca, sulla sinistra, dalla strada principale, la quale prosegue per Monastero (che è già in territorio di Berbenno). La stradina sale, tagliando una bella fascia di vigneti, fino ad intercettare la strada che da Villapinta sale a Buglio. Nel primo tratto della stradina si incontra la graziosa chiesetta dedicata ai santi Pietro e Gregorio Magno, di origine medievale (risale almeno al XIV secolo).
Portiamoci dal piano al terrazzo di Buglio: entrando in paese, troviamo subito, alla nostra destra, un cartello che indica lo svincolo per il doppio sistema di maggenghi ed alpeggi a monte di Buglio. Prendendo a destra, imbocchiamo la stretta stradina che attraversa il torrente Primaverta e si porta sul filo del largo dosso che ospita i maggenghi del Prà (m. 1150), del Mele (m. 1290), del Calèc (m. 1450), e l’alpeggio di Verdel (m. 1716). Lacarrozzabile sale, con diversi tornanti, fino ai 1450 metri del maggengo più alto, il Cale. Seguendola, troviamo due agriturismi, il Lulòc (voce dialettale che significa “allocco”) e l’Edelweiss. Se, invece, a Buglio prendiamo a sinistra, ci portiamo alla parte alta del paese, dove parte, verso sinistra, la stradina che risale l’ampio dosso gemello, a monte del paese, che ospita i maggenghi di Our di Fondo (m. 1250) e Our di Cima (m. 1415), e l’alpe Merla (m. 1729). Con l’automobile possiamo raggiungere Our di Cima; fra Our di Fondo e Our di Cima si trova, ad una curva a destra, lo svincolo, sulla sinistra, rappresentato da una pista sterrata che, imboccata in discesa porta al maggengo di Erbolo, sopra Ardenno, imboccata, invece, in salita porta all’alpe Granda, sempre in territorio del comune di Ardenno. È da segnalare, infine, che al primo tornante destrorso della strada che da Buglio sale ad Our si stacca, sulla sinistra, una stradina che scende al solco del torrente Gaggio, lo scavalca su un ponte e si congiunge con la carrozzabile che da Gaggio (frazione sopra Ardenno) sale ad Erbolo.
Abbiamo parlato dei due dossi gemelli che scendono dalle alpi Merla (ad ovest) e Verdel (ad est): li separa la boscosa e stupenda val Primaverta, che sirestringe nella parte più bassa. È da segnalare che il territorio comunale comprende anche un terzo e più modesto dosso, ad est dei due, che ospita i maggenghi del Dos (m. 1250), non raggiunto da alcuna carrozzabile, e di Sessa (m. 1500), raggiunto da una recente pista che si stacca, sulla destra, da quella che sale dal Mele al Cale, valicando la selvaggia valle della Làresa. A monte di questi maggenghi è posta, a 1700 metri, l’alpe Oligna.
Al di sopra della fascia dei tre alpeggi situati a quota 1700, termina, intorno ai 1900 metri, la compatta compagine degli splendidi boschi di conifere, e si mostrano le più basse propaggini dell’amplissima e stupenda alpe Scermendone, che non ha eguali, per respiro, fascino e panoramicità, fra gli alpeggi di Valtellina. L’alpe si snoda, da sud-ovest a nord est, partendo dalla conca ad est del pizzo Mercantelli e raggiungendo la chiesetta di S. Quirico, a 2131 metri (nei cui pressi si trova il bivacco Scermendone).
Il confine del territorio comunale passa per la Croce dell’Olmo (m. 2342), modesta e suggestiva croce che si trova a monte (nord-est) dell’alpe Scermendone, al culmine dell’ampio dosso del Termine, e prosegue verso nord-est, seguendo il crinale Val Terzana – Valtellina, che passa dalle vette della cima di Pignone (m. 2608), della quota 2643 e del pizzo Bello (m. 2743). Poi volge a sinistra (nord), seguendo la testata della Val Terzana (sulla quale si trova il passo di Scermendone, a 2595 m., che immette nell’alta Valle di Postalesio), raggiungendo i Corni Bruciati(m. 3114 e 3097), il passo di Corna Rossa (m. 2830), dove si trova l’inagibile rifugio Desio, la cima di Corna Rossa (m. 3180) e la vetta del monte Disgrazia (m. 3678). Il confine nord-occidentale, infine, descrive una diagonale approssimativa che dal monte Disgrazia scende al pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi) (m. 2070). Restano, quindi, comprese nel territorio comunale l’intera Val Terzana e le sezioni sud-orientali delle Valli di Preda Rossa e di Sasso Bisòlo.
Dalla geografia alla storia. Gli abitanti, di Buglio, denominati “böiatèi”, hanno fama di essere persone argute, cordiali ma anche determinate nella difesa dei propri diritti ed interessi. Le prime testimonianze storiche dell’esistenza di questa comunità risalgono agli anni successivi al 1000 d.C. Tali testimonianze attestano dapprima l’esistenza di una corte di concessione imperiale, poi di un comune che faceva parte del terziere inferiore della Valtellina e della squadra di Traona (che si estendeva, di fronte a quella di Morbegno, sulla riva settentrionale dell’Adda), mentre, dal punto di vista religioso, apparteneva alla pieve di Ardenno. Nel XIV secolo sorse, a motivo della posizione strategica, un castello, possesso della famiglia Rusca di Como, poi distrutto nel corso del XVI secolo, quando i Grigioni, che avevano preso possesso della Valtellina, si diedero a smantellarne sistematicamente le infrastrutture militari, per meglio dominarla. Della fortificazione non è rimasta traccia alcuna.
Sempre al Trecento (1323) risalgono le prime notizie della chiesa di S. Fedele martire; nel secolo successivo, e precisamente nel 1437, Buglio si stacca dalla pieve di Ardenno. Sul finire del Cinquecento il vescovo di Como, Feliciano Ninguarda, compì, fra il 1589 ed il 1593, una celebre visita pastorale, di cui lasciò un ampio resoconto scritto. Da questo resoconto risultavano allora insediate in Buglio 140 famiglie (fuochi) locali, e 20 provenienti da fuori; la quasi totalità della popolazione era di fede cattolica, poiché i protestanti si riducevano a due unità. Giovanni Güler von Weineck, diplomatico e uomo d'armi, governatore della Valtellina per la Lega Grigia nel 1587-88, così scrive di Buglio nella sua opera intotolata “Raetia” (Zurigo, 1616): “…Buglio…sorge a breve distanza di qua dell’Adda, non nel piano, ma a circa mezz’ora di montagna sul versante della catena settentrionale, esposto quindi a mezzogiorno; un giorno fu celebre per i nobili suoi vini dolci. Ma la coltivazione della vite fu estesa a poco a poco sempre più in alto per la montagna, fin dove l’aria è alquanto rigida e si piantarono viti che producono molto vino invece di quelle che ne danno poco, ma buono; perciò il vino di queste posizioni è in genere peggiorato e decaduto un poco dalla sua antica fama. In questo paese fioriscono le famiglie Paravicini e Buttinalli”. I Parravicini, menzionati dal testo del von Weineck, si trapiantarono nel paese, insieme ai Malacrida, provenendo da Caspano.
Nell’anno 1624 la popolazione del comune assommava a circa 1.000 unità. Nonostante la felice posizione e la vivacità delle attività agricole, da Buglio dovettero partire, sempre nel Seicento, numerose famiglie, in cerca di fortuna fuori della Valtellina, ed in particolare a Roma, dove la comunità degli emigranti dal paese assunse una consistenza importante. Ed alcuni dei suoi rappresentanti si fecero onore: nel medesimo secolo due furono i cardinali della famiglia Parravicini del ramo di Buglio. Il Seicento fu, però, anche il secolo della nefasta guerra dei Trent’anni, che vide la Valtellina teatro conteso fra gli eserciti dei Grigioni, alleati dei Francesi, e degli Spagnoli, alleati degli Imperiali. Con la guerra venne anche una terribile pestilenza, che colpì, soprattutto nel biennio 1630-31, l’intera Valtellina, falcidiando anche Buglio.
Ci vollero quasi due secoli perché la comunità si riprendesse: alla fine del Settecento, infatti, la popolazione era leggermente inferiore rispetto a quella di inizio Seicento (900 unità), e rimase stazionaria per buona parte dell’Ottocento (nel 1861, anno in cui venne proclamata l’unità d’Italia, gli abitanti erano 893). La popolazione, poi, salì a 1483 unità alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il paese fu teatro di un fatto d’armi che si inscrisse nella lotta partigiana contro l’occupazione nazi-fascista (battaglia di Buglio, 16 giugno 1944). Nel secondo dopoguerra la popolazione andò ancora aumentando, fino ai 2094 abitanti dell’ultimo censimento.
L’accesso al centro di Buglio è facile. Percorrendo la ss. 38 dello Stelvio, superato il tirone di Ardenno (se si proviene da Morbegno-Milano), una semicurva a destra immette al tirone che porta a S. Pietro-Berbenno. Percorso un tratto di tale tirone, si trova, sulla sinistra, in località Piani di Selvetta, lo svincolo, segnalato, per Villapinta e Buglio. Percorso un rettilineo, ci si immette sulla provinciale Valeriana, dove si prende a sinistra. Dopo una breve salita ed una curva a destra, ci si stacca, sulla destra, dalla provinciale, imboccando la strada che, dopo 4 km, ci porta a Buglio, attraversando il solco della val Primaverta. È stata di recente tracciata una seconda carrozzabile, che sale a Buglio dal lato opposto (occidentale), partendo dal limite orientale di Ardenno, in corrispondenza del ponte sul torrente Gaggio, e sale al cimitero di Buglio.
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Nel corso dell’estate 2003 sono state completate due nuove
piste, quella che congiunge il maggengo di Erbolo all’alpe Granda,
sopra Ardenno, e quella che congiunge i maggenghi di Calec e Sessa,
sopra Buglio. Queste piste rendono possibili diversi interessanti, anche
se impegnativi, anelli di mountain-bike, che gli amanti del genere non
mancheranno di sperimentare.
Un primo grande anello può avere come
punto di partenza e di arrivo Ardenno o, per guadagnare qualcosa, data
la sua lunghezza, Gaggio, che si raggiunge facilmente
prendendo come riferimento la piazza principale di Ardenno, proseguendo
lungo la via Visconti-Venosta e staccandosene sulla sinistra quando
si incontra l’indicazione relativa, in corrispondenza di una casa
rossa.
Lasciata l’automobile a Gaggio (m. 570), montiamo in sella e cominciamo
a salire lungo una strada che parte nei pressi del ristorante Innocenti
e conduce dapprima alla località di San Giuseppe, a 645 metri,
poi, con fondo in cemento, al cuore della valle del torrente Gaggio,
che raggiunge dopo essere passata proprio sul ciglio dell’impressionante
fosso che costituisce una grande vasca di contenimento naturale dei
detriti che il torrente porta a valle nelle sue piene rabbiose. Siamo
a circa 700 metri: la pista, ora, scarta bruscamente a sinistra e si
allontana dalla valle, per riprendere a salire, con diversi tornanti,
sull’ampio dosso che sovrasta Gaggio. Passiamo, così, per
la località san Rocco (m. 841), dove una sosta ristoratrice (imposta
anche da alcuni strappi severi che incontriamo nel tratto Gaggio-San
Rocco) ci consente di ammirare la bella chiesetta quattrocentesca, prima
di raggiungere i prati di Èrbolo, le cui baite
più alte sono poste a circa 1174 metri. Il nome del
maggengo deriva dal termine dialettale “èrbul”, cioè
“castagno”, a sua volta derivato dal latino “arbor”,
“albero”: nella magra economia contadina di questi luoghi,
infatti, un tempo il castagno costituiva un supporto essenziale, tanto
da meritare la denominazione di albero per eccellenza.
Proprio al termine dei prati e della strada, sul lato di destra (orientale),
parte la nuova pista, che effettua dapprima una lunga diagonale verso
nord-est, tagliando lo scenario desolato dei boschi devastati dal rovinoso
incendio della primavera del 1998, causa scatenante della successiva
alluvione che colpì il paese di Ardenno fra la fine di giugno
ed i primi di luglio del medesimo anno. La diagonale le consente di
raggiungere la parte alta della valle del Gaggio, che ha un aspetto
assai meno impressionante: qui comincia una serie di tornanti che ci
portano dapprima a toccare la pista che, salendo sul dosso che sovrasta
Buglio, congiunge questo paese ai maggenghi di Our di Fondo e di Cima
(le due piste si toccano in un punto compreso fra i due maggenghi, ad
una quota approssimativa di 1340 metri), poi a guadagnare, seguendo
l’opposta direttrice di nord-nord-ovest, i 1700 metri dell’alpe
Granda. Ovviamente possiamo raggiungere l’alpe anche
partendo da Buglio (m. 577) e sfruttando la pista che sale ad Our di
Fondo, per poi lasciarla ed immetterci nella nuova pista (il dislivello,
fra l’altro, è pressoché identico).
L’alpe Granda riserva, a chi non l’ha mai visitata, una
notevole sorpresa panoramica: si affaccia, infatti, sulla Val Masino,
di cui regala un suggestivo scorcio che raggiunge, da sinistra, alcune
delle più famose cime della Val Porcellizzo (fra cui il pizzo
Badile), i pizzi del Ferro, le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo
e, anche se solo in una prospettiva parziale, il monte Disgrazia. Abbiamo
raggiunto l’alpe nel suo settore nord-orientale: proseguiamo verso
destra, in direzione del
limite del bosco che la chiude a nord-est. Superato un piccolo dosso
boscoso, raggiungiamo così il nuovo
rifugio Alpe Granda, costruito interamente in legno e quindi perfettamente
inserito nello scenario paesaggistico dei boschi di conifere che lo
circondano. Siamo al punto più alto del circuito, ma possiamo
dedicare qualche ultimo sforzo per raggiungere, procedendo in direzione
opposta (sud-ovest) e seguendo il tracciato appena abbozzato di una
pista che conduce ad un gruppo di baite, la cima dell’alpe, segnata
sulle carte come cima di Granda (1706 metri): da qui il panorama è
veramente ottimo, sia sul gruppo del Masino che sulla compagine delle
cime orobiche. Prima di raccontare la prosecuzione dell’anello,
segnalo che dal rifugio, proseguendo verso il limite di nord-est dell’alpe,
possiamo imboccare la pista, abbastanza larga ma con fondo in pessime
condizioni, che sale con una lunga diagonale (interrotta solo da una
doppia serie di due secchi tornantini) fino all’alpe Scermendone,
che, dal punto di vista panoramico, non ha eguali sul versante retico
mediovaltellinese. La pista raggiunge la baita di mezzo, collocata più
o meno a metà dell’alpe. Alcuni
appassionati di mountain-bike la sfruttano (percorrendola, però,
in genere, in discesa) per effettuare un grande anello che parte da
Cataeggio o dalla valle di Sasso Bisòlo: raggiungendo, infatti,
Scermendone basso su un sentiero (non ciclabile, ma piuttosto breve)
che parte dal limite della piana di Preda Rossa (lo si trova attraversando
il torrente su un ponte in legno che si trova sulla destra, nei pressi
del punto in cui termina la strada Sasso Bisolo-Preda Rossa), possono,
poi, salire a Scermendone
utilizzando una pista abbastanza marcata.
Ma torniamo all’alpe Granda ed al nostro anello. Ritemprate le
forze, possiamo cominciare una bella traversata, che tocca due dei tre
alpeggi gemelli (anche se di dimensioni ben più ridotte) che
si trovano sul versante retico sopra Buglio, all’identica quota
di poco superiore ai 1700 metri, vale a dire la Merla ed il Vèrdel
(ad est del quale si trova Oligna, il terzo alpeggio). La traversata
sfrutta dapprima un sentiero che parte a poca distanza dal rifugio,
addentrandosi nella pineta che si trova ad est dello stesso: con un
po’ di attenzione, cercandolo al limite di una bella pianeta ad
oriente del rifugio, non possiamo mancare di trovarlo. Non è
molto largo, ed è ciclabile solo in alcuni punti, ma procede
con andamento sostanzialmente pianeggiante e ci porta, in poco più
di una decina di minuti, al limite inferiore occidentale del grande
prato della Merla (m. 1729), posto a monte dei maggenghi
di Our di Fondo e di Cima. Si tratta di un crocevia di grande interesse
escursionistico: qui, infatti, si incrociano il sentiero che congiunge
gli alpeggi Granda, Merla, Vèrdel e Oligna e quello che, staccandosi
(con segnalazione) sulla destra dalla pista Erbolo-Granda, sale deciso
fino ad intercettare la pista Granda-Scermendone, in corrispondenza
di un dosso e di una croce in legno. Noi seguiamo il primo, e per farlo
dobbiamo affrontare un breve tratto in salita, portandoci nella parte
più alta del prato, dove si trova una baita isolata con una bandiera
italiana, di proprietà del comune di Buglio.
Nei
pressi della baita un cartello segnala la duplice direttrice Merla-Scermendone
e Merla-Vérdel. Seguiamo questa seconda direttrice ed imbocchiamo,
sulla destra, il sentiero che, addentrandosi subito in una bellissima
pineta, congiunge le due alpi. Si tratta di un sentiero davvero eccellente,
pur non essendo segnato sulla carta IGM: ha un andamento pressoché
pianeggiante ed un fondo che, nonostante non sia molto largo, è
estremamente regolare (eccezion fatta per l’ultimo tratto, dove
si trova qualche irregolarità, lo si potrebbe percorrere a piedi
nudi). Nessuna difficoltà, quindi, per chi procede su due ruote.
Una pedalata di una decina di minuti ci porta al Vèrdel
(m. 1716), grande prato disseminato di alcune baite, per la maggior
parte semidiroccate. Ci troviamo a monte del grande sistema di maggenghi
che si stendono sul grande dosso Prà-Mele-Calec, che fronteggia,
sul lato orientale della valle del torrente Primaverta, il dosso gemello
Oldino-Our. Ed è proprio questo grande dosso che dobbiamo ora
scendere: esiste, infatti, un sentiero che congiunge il Vèrdel
ad Oligna, ma non è ciclabile. Anche il Vèrdel, infatti,
è un crocevia: il sentiero che congiunge gli alpeggi è
tagliato da quello che sale dal Calec e prosegue verso Scermendone (seguendo
questo sentiero, raggiungiamo l’alpe Scermendone sul suo limite
di nord-est, appena sotto la chiesetta di san Quirico, dopo aver intercettato
un sentiero che, dal lato opposto, sale a Scermendone da Oligna; il
sentiero Vèrdel-Scermendone, però, a differenza della
pista Granda-Scermendone, ha un andamento più irregolare e quindi
mal si presta ad essere percorso con la mountain-bike anche in discesa).
Torniamo
al Vèrdel ed al nostro anello: dobbiamo, ora, cercare la pista
che, tagliando il fianco orientale del lungo dosso che termina proprio
qui, scende ai prati alti del Calec. Per farlo, percorriamo un tratto
del sentiero che si dirige ad est, verso Oligna: troveremo la pista
che giunge dal basso, sulla nostra destra, ad intercettarlo. Segnalo,
per gli amanti dell’escursione, anche l’antico sentiero
che scende al Calec rimanendo sempre, più o meno, sul filo del
dosso, e che si trova portandosi alle ultime baite, nei pressi della
sommità del cocuzzolo boscoso ai piedi del quale si stende l’alpe.
La pista Vèrdel-Calec non ha un buon fondo, e, nella parte più
bassa, ha tratti piuttosto ripidi, ma con un po’ di attenzione
ci consente di affacciarci, a quota 1450 metri circa, sulla parte alta
della grande distesa di maggenghi sul dosso Prà-Mele-Calec.
L’anello si avvia alla sua conclusione: portandosi sulla parte
sinistra della sommità dei prati, infatti, raggiungiamo, nei
pressi di un ballatoio in legno e di una fontana, la pista sterrata
che li risale il fianco orientale del lungo dosso. Non ci resta che
percorrerla in discesa. Incontreremo, a 1300 metri circa, la nuova pista,
che se ne stacca sulla sinistra, attraversa la valle della Làresa
e conduce al maggengo della Sessa, e che può essere sfruttata
per un secondo interessante anello.
Prima di raccontarlo, però, chiudiamo l’anello Gaggio-Erbolo-Granda-Merla-Vèrdel-Calec-Buglio-Gaggio:
continuiamo a scendere, fino alla località Reval (dove si trova,
ampiamente segnalato, l’agriturismo
Lulòc), dove la pista, con un’ultima diagonale verso
destra, ci porta ad attraversare la val Primaverta ed a raggiungere
la parte orientale del paese di Buglio in Monte. Per
tornare a Gaggio dobbiamo, ora, salire per un tratto verso Oldino (seguiamo
le indicazioni per Our), fino ad incontrare, all’ultimo tornante
destrorso prima della località, la nuova stradina asfaltata che
ci porta ad un ponte sul torrente Gaggio, poco a monte del mulino Vismara:
valicato il ponte, ci ritroviamo sul primo tratto della pista Gaggio-Erbolo,
che abbiamo già percorso in salita. Un percorso alternativo ed
un po' più faticoso sfrutta l’antico sentiero che congiungeva
Buglio a Gaggio: lo troviamo portandoci sulla parte
alta ed occidentale del paese, dove parte una pista verso Gaggio, che
ben presto diventa sentiero (non ciclabile) che porta al Mulino Vismara,
sulla riva del torrente (m. 676) e, attraversato il torrente stesso,
alla pista Gaggio-Erbolo. Percorrendo il sentiero, ma anche la pista
Oldino-Gaggio, possiamo notare i segni dell’alluvione del novembre
2002.
Questo primo grande anello comporta un dislivello complessivo in salita
di circa 1300 metri, ed un tempo di percorrenza di circa 5-6 ore (ma
i tempi possono variare sensibilmente in funzione dell’allenamento).
Vediamo ora il secondo grande anello, che
ha come punto di partenza ed arrivo Buglio in Monte. Entrando in paese
sulla strada che si stacca dalla provinciale Valeriana all’altezza
di Villapinta, troviamo, sulla destra, una strada che si stacca da quella
principale (segnalazione per l’agriturismo Lulòc). Lasciata
l’automobile nel centro del paese, torniamo quindi indietro ed
imbocchiamola: dopo poche decine di metri, ci troveremo ad un bivio:
un cartello segnala a sinistra la pista per il dosso Oldino-Our-Merla,
a destra quella per il dosso Prà-Mele-Calec-Vèrdel,
dal quale si può anche effettuare una traversata al dosso Dòs-Sessa-Oligna,
posto ad est dei primi due. Dirigiamoci verso destra: stiamo percorrendo,
in senso opposto, la medesima pista sfruttata per chiudere il primo
anello proposto. Attraversata la val Primaverta, ci portiamo, quindi,
alla località Reval, raggiungiamo, poco sopra i 700 metri, la
bella pianetta sfruttata dagli alpini per le loro feste e cominciamo
a salire sulla pista con fondo in cemento, inanellando una serie di
tornanti e superando diversi strappi piuttosto severi. Intorno ai 1000
metri la pista esce dalla selva e troviamo il primo gruppo di baite,
quello del Prà. Notiamo subito, sulla sinistra, l’indicazione
per l’agriturismo Edelweiss, che si raggiunge staccandosi dalla
pista principale e portandosi ad un gruppo di baite che si affaccia,
verso ovest, al grande dosso Oldino- Our.
Proseguendo
nella salita, lasciamo alla nostra destra una pista che si stacca da
quella principale e scende fino al cuore della valle della Làresa,
dove termina (sul lato opposto si trova solo un sentierino che conduce,
con un tratto anche piuttosto esposto e servito da corrimano, al limite
inferiore del sistema di maggenghi Dos-Sessa). Intorno a quota 1300,
troviamo una seconda deviazione sulla destra, rappresentata dalla nuova
pista Calec-Sessa: questa volta la imbocchiamo, per
attraversare l’aspra valle della Làresa e portarci alla
parte alta del lungo dosso Dòs-Sessa. La pista attraversa luoghi
di selvaggia bellezza, caratterizzati da ombrose pinete. Il fondo è
discreto, ma la pendenza, in alcuni tratti, quasi proibitiva. La traversata
non è lunga: dopo 15-20 minuti, usciamo dal bosco ad una quota
di circa 1380 metri, nella parte alta del lungo sistema di prati che
dal Dòs sale a Sessa (qui, per gli amanti dell’escursione,
segnalo la partenza di un bel sentiero che porta all’alpe Oligna,
posta poco sopra i 1700 metri).
La pista prosegue verso est, in direzione del quarto grande dosso che
caratterizza il versante retico da Buglio a Berbenno, quello su cui
è posto il maggengo di Gaggio di Monastero.
Raggiungiamo la parte alta di questo maggengo dopo aver attraversato,
in leggera discesa, due valli (l’ultima, cioè la val Vignone,
richiede, essendo stato spazzato via da una valanga un ponte in legno,
una certa attenzione, perché dobbiamo scendere dalla bicicletta
per superare un muretto in cemento). Dai 1280 metri del maggengo di
Gaggio (splendido, per la collocazione, le belle baite e la chiesetta
che lo caratterizzano) inizia una comoda discesa, su una strada asfaltata,
che si conclude a Monastero di Berbenno, paese posto
a 636 metri, cioè, più o meno, alla medesima altezza di
Buglio, che si trova ad occidente.
Non è però possibile, purtroppo, una traversata diretta:
per chiudere l’anello, quindi, dobbiamo scendere di altri 300
metri circa, sulla strada che passa per la Maroggia e porta alla località
Ere, poco sopra la strada provinciale Valeriana che congiunge
Ardenno a San Pietro di Berbenno. Raggiunta la parte alta di Ere, dopo
aver lasciato la bella conca dei prati della Maroggia, imbocchiamo una
deviazione a destra (segnalazione per san Rocco): si tratta di una stradina
che, superata, sulla sinistra, la chiesetta di san Rocco, sale fino
ad intercettare, ad un tornante sinistrorso, la strada Villpinta-Buglio.
Con qualche ultimo sforzo torniamo così, dopo aver attraversato
di nuovo, questa volta da est ad ovest, la val Primaverta, a Buglio,
dove si chiude questo secondo grande anello.
Il dislivello superato in salita è di circa 1100 metri, ed il
tempo di percorrenza complessivo di circa 4 ore.
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
Vari |
| Tempo |
Vari |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
La
Val Primaverta, ricca di boschi che celano scorci dall’atmosfera
fiabesca, è la valle di Buglio: nasce, infatti, dalla confluenza
di numerosi valloni intagliati nel versante montuoso ai piedi del pizzo
Mercantelli, valloni che, a quota 1200 circa, originano il solco principale.
La valle separa i due grandi dossi che ospitano i più importanti
maggenghi sopra il paese, vale a dire, da ovest, il dosso di Our di
Fondo e di Cima e quello del Prà, del Mele e del Calèc.
Gli amanti delle camminate chiaroscurali nei boschi di conifere possono
sfruttare la rete di sentieri che la taglia, lungo 4 direttrici. La
più bassa è quella che dalla frazione di Oldino, poco
a monte di Buglio, porta al Prà, dove si trova l’agriturismo
Edelweiss. Più in alto, una pista forestale, a mezza strada fra
Oldino ed Our di Fondo, si inoltra nella valle e diventa un sentiero
che porta al Mele (o, biforcandosi, al Calec). Salendo ancora, da Our
di Fondo parte un terzo sentiero che si icontra, proprio nel cuore della
valle, con il precedente. Infine, da Our di Cima un quarto sentiero
sale in diagonale fino all’alpe Verdel, a monte del maggengo del
Calec.
Ma vediamo più da vicino queste diverse possibilità. Entrando
in Buglio, prima di raggiungere la piazza centrale del paese, troviamo
una deviazione, a destra, con l’indicazione per i maggenghi, deviazione
che, subito, si biforca: a sinistra si sale verso Our e l’alpe
Merla, a destra verso Prà, Calec e l’alpe Verdel.
Prendiamo a sinistra, salendo lungo una stretta stradina, che porta
alla parte alta del paese. Prendendo poi a sinistra, troviamo di partenza
della strada per il maggengo di Our (o, come si dovrebbe meglio scrivere,
l’Ur). Dopo una lunga diagonale verso nord-ovest, la strada volge
a destra (sulla curva si stacca una strada che permette di scendere
a Gaggio e di qui ad Ardenno. Nuova diagonale, questa volta verso nord-est,
prima del successivo tornante destrorso. Qui troviamo le baite di Oldino,
ed una strada che si stacca da quella principale sulla destra.
Lasciamo qui l’automobile, a 829 metri, ed incamminiamoci su questa
strada secondaria, passando a destra di un bar. Buono è il colpo
d’occhio, da qui, sulla media Valtellina fino ad Albosaggia. La
strada si restringe a pista, oltrepassa le ultime baite e diviene sentiero,
che si addentra nel bosco di faggi, in direzione nord-est, oltrepassando
un grande masso solitario. Superato un passaggio un po’ esposto,
troviamo, su una pianta, un primo cartello rosso, che segnala, nelle
due direzioni, il punto di partenza, Ure, e quello di arrivo, il Prato
(o Prà). Poi, proseguendo a salire molto gradualmente, troviamo
un punto nel quale il bosco si dirada e ci permette di raggiungere con
lo sguardo, in alto, l’intera valle, con il suo cuore verde cupo,
densa di abeti che sembrano serrarsi in un’antichissima e silente
comunità. Raggiungiamo, poi, il centro della valle, ad una quota
di 975 metri, e scavalchiamo il torrente su roccette che richiedono
un po’ di attenzione. Più avanti, sempre salendo molto
gradualmente, incontriamo un secondo cartello rosso con l’indicazione
Ure-Prato. Superato qualche passaggio in cui il sentiero si restringe
di molto, raggiungiamo un punto (a quota 1009) nel quale, sulla destra,
si stacca dal nostro sentiero un sentiero che scende deciso nel cuore
della valle.
Alla fine, il bosco si apre e raggiungiamo un gruppo di baite della
località Prà: fra queste, sulla destra, spicca l’edificio
dell’agriturismo Edelweiss (m. 1090). La traversata, che comporta
un dislivello di circa 270 metri, richiede approssimativamente 40-50
minuti di cammino. Se scegliamo di tornare a Buglio seguendo la carrozzabile
che troviamo poco oltre l’agriturismo, troveremo, scendendo, un
secondo agriturismo, il Lulòc.
Raccontiamo, ora, il secondo sentiero. Portiamoci con l’automobile,
questa volta, un po’ più in alto: superato Oldino, portiamoci
al successivo tornante destrorso, e poi a quello sinistrorso. Qui, sulla
destra, si stacca una pista sterrata. Lasciamo qui l’automobile,
a 975 metri, ed incamminiamoci su questa pista, che si addentra per
un buon tratto sul fianco occidentale della Val Primaverta, tagliando
un bel bosco di faggi. Poi la pista termina, lasciando il posto ad un
comodo sentiero che sale gradualmente, sempre circondato da grandi faggi,
che suscitano un’impressione di antichissima pacatezza e saggezza.
Eccoci,
quindi, proprio nel cuore della valle, nel suo centro, a 1206 metri.
Il bosco si apre, in una radura immersa in un’atmosfera sospesa,
magica. Da un masso ricoperto di muschio sembra sgorgare una sorgente,
ed un grande masso solitario sembra messo lì per indicare qualcosa
di arcano, o forse solo il baricentro della valle, il suo punto d’equilibrio,
intorno al quale ruota tutto il suo incanto. Converge qui anche il sentiero
più alto che andremo fra poco a raccontare, e che proviene da
Our di Fondo.
Siamo nel mezzo del cammino: riprendiamo a salire con molta gradualità,
incontrando un bivio: un sentiero più alto si stacca dal nostro,
e conduce al Calec (m. 1400): nulla vieta, ovviamente, di seguirlo (ovviamente
possiamo sfruttare le due varianti per tornare, con un percorso ad anello,
al centro della valle). Se restiamo sul sentiero basso, concludiamo,
invece, la traversata al Mele (m. 1250), dopo circa 40-50 minuti (il
dislivello approssimativo è di 275 metri). Da qui il colpo d’occhio
sulla bassa Valtellina è davvero bello, e propone, in primo piano,
la piana di Ardenno, poi i due bastioni del Crap del Mezzodì,
a sinistra, e del Culmine di Dazio, a destra, ed, infine, sulle Orobie
occidentali, con le cime del versante occidentale della Val Gerola (con
il pizzo Mellasc, il monte Rotondo, il monte Stavello, il monte Colombana,
i pizzi Olano e dei Galli), la testata della Val Lèsina e l’inconfondibile
corno del monte Legnone. Se ci portiamo sul lato opposto del Maggengo,
troviamo la pista che sale dal Prà: risalendola per un tratto,
si trova, a destra, la deviazione per il maggengo di Sessa, sul dosso
posto immediatamente ad oriente di quello
su cui siamo.
Vediamo ora la terza direttrice, che, nel cuore della valle, converge
con questa seconda. La partenza è da Our di Fondo, a quota 1275,
in corrispondenza del tornante destrorso che si trova subito dopo il
tratto pianeggiante sul quale si affacciano alcune baite. Fino a qui
possiamo salire con l’automobile, ed un cartello segnala la partenza.
Questo sentiero, scendendo molto gradualmente, attraversa una fascia
di boschi in cui comincia a prevalere l’abete, superando alcuni
valloncelli, prima di raggiungere il baricentro della valle, di cui
sopra abbiamo detto. La sua naturale prosecuzione è, poi, la
variante alta già menzionata, che conduce, ad una quota di circa
1400 metri, alle baite del Calec. Anche in questo caso il tempo da calcolare
è di 40-50 minuti; il dislivello è di circa 200 metri.
Il sentiero più alto, infine, che non è segnato sulle
carte IGM né su quelle Kompass. Questa volta partiamo da un maggengo,
quello di Our di Cima, ed approdiamo ad un’alpe, quella del Verdel.
Saliamo con l’automobile ai 1400 metri di Our di cima, ed incamminiamoci
sul sentiero che conduce alle baite più alte orientali (ignorando
quello, sulla sinistra, che porta all’alpe Granda). Lasciata alle
spalle l’ultima baita, ci addentriamo nel bosco, fino a raggiungere
il cuore della valle, dove superiamo tre valloncelli. Poi il sentiero
comincia a salire più deciso, piegando a sinistra (nord-est),
e, dopo gli ultimi serrati tornantini, raggiunge la parte bassa dei
prati del Verdel (m. 1716), che raggiungiamo dopo circa 50 minuti di
cammino
(300 metri è il dislivello da superare). Per tornare ad Our,
possiamo scegliere due possibilità.
La prima prevede la bella e riposante traversata all’alpe Merla,
verso ovest, sfruttando un sentiero dal fondo regolare e dall’andamento
pianeggiante. Dopo circa 45-50 minuti, siamo all’alpe Merla (m.
1279): cerchiamo, ora, a destra della baita collocata su un caratteristico
cocuzzolo erboso, sul limite basso dei prati, il sentiero che scende
ad intercettare la pista per l’alpe Granda (il sentiero si trova
a sinistra rispetto a quello che, pianeggiante, si dirige all’alpe
Granda ed all’omonimo rifugio). La discesa, ripida, ci porta,
dunque, alla pista che, percorsa in discesa (sinistra), conduce al punto
in cui la pista stessa tocca la carrozzabile che sale ad Our di Cima,
in corrispondenza dell’ultimo tornante prima del maggengo. Pochi
passi ancora, e siamo tornati all’automobile.
La seconda possibilità prevede la discesa dall’alpe Verdel
al maggengo del Calec, su un sentiero allargato a tratturo che si trova
sul lato sinistro (per chi scende, cioè quello orientale) dei
prati dell’alpe. Al Calec cerchiamo, portandoci sul lato opposto
del maggengo (quello occidentale), la partenza, segnalata da un cartello,
del sentiero che porta ad Our di Fondo, e che sopra abbiamo raccontato.
Una ventina di minuti di cammino ci riportano, alla fine, all’automobile.
Le possibilità di camminate ad anello non si esauriscono qui:
sta alla fantasia dell’escursionista trovarle. Fantasia
che sarà ripagata da questi luoghi nei quali antichissime fiabe
non sono ancora morte.
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
Vari |
| Tempo |
Vari |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |

Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Bello
Al pizzo Bello è legata un’antichissima e conosciuta leggenda, detta del monte Disgrazia o dei Corni Bruciati. Anticamente il pizzo Bello non aveva nome; questa denominazione era, invece, attribuita all’attuale monte Disgrazia, per onorarne la superba bellezza.
Bellissimo era il monte Disgrazia, ma non meno belli erano i ricchi alpeggi che si stendevano ai suoi piedi, per l’intera valle di Preda Rossa. I pastori, che venivano da Buglio, vi conducevano al pascolo le pingui mandrie, e tutto quanto di più generoso poteva offrire il buon Dio, sembrava loro elargito. Ma tanta floridezza non li indusse a rendere grazie all’Onnipotente, bensì inaridì molti dei loro cuori. Venne, dunque, un giorno, fra loro un umile mendicante, chiedendo ospitalità a due pastori. Uno lo cacciò, deridendolo, l’altro, invece, ebbe compassione di lui e gli fornì cibo ed alloggio.
Congedandosi dal pastore buono, il mendicante gli disse di lasciare al più presto l’alpe senza mai volgersi indietro, perché qualcosa di terribile sarebbe accaduto di lì a poco. Questi obbedì, lasciò Preda Rossa alla volta di Scermendone basso e poi Scermendone alto. Qui giunto, udì un fragore immane, e vide sinistri bagliori dipingere il cielo di un rosso fuoco. Non seppe resistere, si voltò, e per un attimo vide gli alpeggi bruciare, seppelliti da un torrente di massi infuocati (quei massi di un rosso così caratteristico che hanno poi dato il nome alla valle, Preda Rossa). Una scintilla lo raggiunse e lo accecò, perché aveva disobbedito.
Pentito, chiese a Dio di perdonare la sua colpa, e fu esaudito: una voce gli disse di bagnare gli occhi presso una fonte che avrebbe trovato nei suoi pressi. L’acqua operò il miracolo (ancora oggi la fonte dell’”acqua di öcc” è segnalata, nei pressi del baitone dell’alpe Scermendone, non lontano dalla chiesetta di Scermendone). Da allora i pastori di Buglio scampati alla catastrofe si spostarono negli alpeggi di Scermendone e dell’alpe di Spini, in Val Terzana, e, per ricordare la tremenda punizione divina, mutarono il nome del pizzo Bello in monte Disgrazia. Ma non vollero che quel nome andasse interamente perso, e lo assegnarono alla cima che fa da corona alla Val Terzana, cima più umile ma non insignificante, quasi a voler dire che nell’umiltà c’è una profonda bellezza che solo l’occhio della fede sa cogliere.
L'ascensione al Pizzo Bello (piz Béla) non presenta grosse difficoltà, anche se, nell'ultimo tratto, richiede molta attenzione e cautela. Avviene sfruttando il crinale occidentale, al quale si accede da una sella sul crinale fra Val Terzana e Valtellina, raggiungibile per due vie.
La prima e più frequentata parte da Berbenno, supera la frazione di Regoledo (deviazione a destra dopo la frazione) ed imbocca la strada che, dopo numerosi tornanti, raggiunge i 1650 metri del Prato Maslino, dove si trova anche il rifugio Marinella. Lasciata l'automobile nella piazzola dove termina la strada (sterrata nell'ultimo tratto), ci portiamo al vertice opposto del prato (nord-ovest, a sinistra), dove parte una bella mulattiera che sale, con un primo tratto nel bosco, all'alpe Vignone (m. 1991).
Dobbiamo quindi risalire l'alpe, seguendo il sentiero che procede con ripidi tornanti. Superato il recinto del bestiame, procediamo con ampie diagonali, superando una formazione rocciosa e piegando, alla fine, a destra, per raggiungere una bella conca superiore, l'alpe Baric, dove troviamo, ad accoglierci, un piccolo specchio d'acqua, posto prima delle baite.
Lasciando le baite alla nostra destra, procediamo, sotto il fianco meridionale della bella e regolare cima quotata 2634, seguendo il sentiero (segnalato da segnavia bianco-rossi) che, per un tratto, si fa ancora marcato e ci conduce nella parte terminale della valle, chiusa ad est dal Dosso Cavallo, a nord dal fianco meridionale del Pizzo Bello e ad ovest dal fianco orientale della cima 2634.
A questo punto saliamo, senza percorso obbligato, puntando all'evidente sella posta fra la cima 2634 ed il Pizzo Bello: il percorso più facile è quello che si snoda sul fianco erboso del pizzo, per poi tagliare a sinistra e guadagnare la sella. Dalla sella si dominano già la val Terzana (la più orientale fra le valli della Val Masino, che confluisce, insieme alla valle di Preda Rossa, nella valle di Sasso Bisolo) e le cime della Valle dell'Oro. Qui troviamo un cartello del C.A.I. che dà la cima del pizzo Bello a 30 minuti ed il laghetto di Scermendone a 45. Mentre per questa seconda meta dobbiamo ora scendere lungo il largo vallone che si apre di fronte a noi in Val Terzana, per il pizzo dobbiamo prendere a destra e salire, sempre seguendo i segnavia-bianco-rossi.
Prima di raccontare l'ultimo tratto della salita, vediamo, però, come giungere fin qui salendo dalla Val Terzana. In questo caso ci portiamo con l'automobile da Buglio ad Our di Cima, ed imbocchiamo, a piedi, la pista per l'alpe ed il rifugio Granda (si tratta di una carrozzabile, quasi sempre aperta, ma val la pena di camminare un po' di più, anche per godere l'ottimo panorama). Giunti all'alpe, volgiamo a destra, raggiungendo, in pochi minuti, il rifugio, nascosto dietro una macchia. Di qui proseguiamo imboccando il sentiero (ora allargato a tratturo) per l'alpe Scermendone, che raggiungiamo poco ad ovest del lungo baitone (nei cui pressi vi è la sorgente menzionata: è consuetudine bagnarsi gli occhi alla sua acqua, quando c'è, per assirurarsi la protezione da qualunque malattia li possa colpire). Proseguiamo alla volta della chiesetta di San Quirico, alle cui spalle parte il sentiero che si addentra nella solitaria e stupenda Val Terzana.
Seguendo il largo sentiero, raggiungiamo l'alpe Piano di Spini, oltrepassata la quale ci portiamo presso la riva del grazioso laghetto di Scermendone. Il sentiero, che si fa labile traccia, prosegue, deviando a sinistra, alla volta del passo di Scermendone, che immette nell'alta Valle di Postalesio. Noi, invece, ci teniamo sulla destra, risaliamo alcune facili balze erbose e raggiungiamo il piede di un largo e poco ripido canalone di sfasciumi, che raggiunge una marcata sella, che si affaccia sulla Valtellina. A questa sella possiamo giungere anche così: proseguiamo oltre l'alpe Piano di Spini sul sentiero che, dopo uno strappo severo, si affaccia, percorso un curioso corridoio fra roccette, alla splendida conca del laghetto di Scermendone, incorniciato dal fondo della valle su cui si distingue il passo omonimo. Proseguiamo sul sentiero e raggiungiamo, in breve, una grande conca erbos: qui, lasciato il sentiero che prosegue, verso il passo, alla nostra sinistra, pieghiamo a destra e risaliamo il largo canalone che, con pendenza mite, porta alla prima sella.
A sinistra di questa prima sella è situata la già citata cima quotata, sulla carta IGM, 2634 metri. Ancora più a sinistra, la seconda sella, quella che dobbiamo raggiungere. Per farlo, prendiamo a sinistra, tagliando, in leggera salita e senza percorso obbligato, il piede della cima quotata 2634 metri.
Una volta raggiunta questa seconda sella, per salire alla vetta basta seguire il crinale occidentale del pizzo, fra erbe e roccette. Saliamo calcando il confine fra i comuni di Buglio e Berbenno: tale confine, infatti, segue il crinale che dal pizzo Bello scende alla Croce dell'Olmo, passando per la cima 2643 e la cima di Vignone. Salendo seguiamo un sentierino, e, dopo un primo strappo, porta ad un tratto in falsopiano, dove possiamo tirare il fiato, in vista di un secondo strappo, non meno severo, che ci porta poco sotto la cima. Una modesta pianetta precede l'ultimo strappo, che ci porta alla parte sommitale del crinale: qui si trova un'anticima sormontata da un grande ometto, ed il crinale si restringe parecchio. La cima ci sta di fronte (la riconosciamo per la piccola croce metallica che la sormonta), ma il passaggio più delicato ed esposto è proprio quello che ci separa da essa: prestiamo attenzione soprattutto sul lato alla nostra sinistra, più esposto. Eccoci, infine, ai 2743 metri della vetta, dove si trova la già citata croce, collocata qui dalla sezione C.A.I. di berbenno nel 2005.
Non sapremmo dire se il pizzo sia bello: certamente lo è il panorama. Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra, da una prospettiva cursiosamente defilata, i pizzi del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267) e centrale (m. 3287), chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”.
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla costiera che separa la Val Terzana, che si apre, solitaria e bellissima, sotto di noi, e la Valle di Preda Rossa, che resta, invece, interamente nascosta ai nostri occhi. Su questa costiera, dominata dalle tonalità rossastre, si distinguono, da sinistra, il Sasso Arso (m. 2314) e le tre punte dei Corni Bruciati, meridionale, m. 2958, centrale, m. 3114, e settentrionale, m. 3097, seminascosta, a destra della seconda. A destra di quest'ultima cima si affaccia il profilo regale del monte Disgrazia (m. 3678), seguito dal pizzo Cassandra (m. 3226: il nome rimanda alla profetessa che nell'antichità ebbe la triste sorte di preannunciare disgrazie - che poi sarebbero accadute - senza essere creduta da nessuno). In basso, fra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, il passo di Scermendone (m. 2953).
A destra del pizzo Cassandra si vede, lontana, la sezione orientale della testata della Valmalenco: da sinistra si distinguono i pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453).
Più a destra, molto lontane, si intravedono due celebri cime dell'alta Valtellina, la cima Viola (m 3347) e la cima Piazzi (m. 3439). Proseguendo in questo giro in senso orario, ecco, dietro l'ometto di una seconda anticima, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, sul fondo, il gruppo dell'Adamello, mentre il panorama di sud-est. sud e sud-ovest è interamente occupato dalla catena orovica, che si mostra in tutta la sua ampiezza, chiusa, a destra, dall'inconfondibile corno del monte Legnone.
Un'occhiata ai tempi. La salita da Prato Maslino si effettua in circa 3 ore e mezza (il dislivello è di circa 1100 metri), mentre quella da Our di Cima richiede 4 ore e mezza (il dislivello sale a circa 1380 metri).
Un'ultima notazione: se abbiamo sufficiente tempo a disposizione, possiamo sfruttare l'escursione anche per effettuare una puntata alla panoramica cima quotata 2643 metri. Per farlo, portiamoci nella parte alta del canalone, tagliamo a sinistra e guadagnamo la cima, con un po' di fatica, fra massi smossi. Dalla cima possiamo poi scendere, con un po' di attenzione, alla sella dalla quale parte la salita al pizzo Bello.

Clicca qui per aprire una panoramica settentrionale dalla cima del pizzo Bello
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
1100 (1380) m |
| Tempo |
3 h e 30 min (4 h e 30
min) |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Clicca qui per aprire una panoramica dall'alpe Granda.
Ecco una proposta escursionistica sicuramente poco nota, ma assai interessante, anche perché si tratta, per buona parte, di una lunga traversata che si mantiene, con scarse oscillazioni, ad una quota di poco superiore ai 1700 metri, nello scenario affascinante di splendidi boschi di conifere. Si tratta della traversata degli alpeggi retici del versante a monte di Buglio, che va dall’alpe Granda (m. 1680) all’alpe Oligna (m. 1701), passando per la Merla (m. 1734) ed il Verdel (m. 1716). Traversata agevole, riposante, di sicuro impatto, che può, tuttavia, avere una coda per escursionisti esperti: l’avventurosa traversata da Oligna all’alpe Vignone, su traccia di sentiero assai malcerta, in una solitudine sublime.
Punto di partenza, dunque, l’alpe Granda. La raggiungiamo salendo da Buglio ad Our di fondo e proseguendo fino all’ultimo tornante destrorso prima di Our di Cima (quota approssimativa: 1300 metri). Qui la carrozzabile tocca la pista sterrata che da Erbolo, sopra Ardenno, sale all’alpe Granda. Possiamo imboccare questa pista con l’automobile (c’è una sbarra, ma è sempre aperta), oppure, tenuto anche conto che il fondo è dissestato, lasciarla allo slargo del tornante ed incamminarci (la salita all’alpe richiede poco meno di un’ora di cammino). Salendo, passiamo dal comune di Buglio a quello di Ardenno (nel quale rientra l'alpe Granda). Al termine, raggiungiamo il settore nord-orientale dell’alpe, nei pressi di una baita solitaria.
Emozionante il panorama che si apre, improvviso: a destra della cima del Desenigo (m. 2845) e della selvaggia costiera Cavislone-Lobbia, lo scorcio della Val Porcellizzo, della valle del Ferro, della val Qualido e della Valle di Zocca, con il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') (m. 3075), la cima di Cavalcorto (m. 2763), il pizzo Cengalo (m. 3370), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199) e la cima di Zocca (m. 3174). Più a destra ancora, la costiera Arcanzo-Remoluzza ed il monte Disgrazia (m. 3678). Prendiamo, ora, a destra, in direzione del rifugio Granda (m. 1688), che ancora non vediamo, perché è nascosto da una macchia. Da rifugio parte la nostra traversata.
Non dobbiamo imboccare il sentiero (recentemente allargato a tratturo) che sale, ripido, verso il bosco, alla volta di Scermendone, ma un sentiero che procede quasi in piano, in direzione est-sud-est. Si tratta di un sentiero ben marcato, con fondo buono, che si immerge nel bosco, attraversa il vallone che scende verso sud-ovest dal pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi), ci riporta nel territorio del comune di Buglio e, dopo un ultimo tratto nel quale la vegetazione progressivamente si dirada, approda alla parte bassa del prato dell’alpe Merla, riconoscibile per la baita ristrutturata, sulla sommità di un cocuzzolo erboso (m. 1729).
L’alpe Merla è un crocevia, nel quale si intersecano due direttrici, quella ovest-est, che stiamo percorrendo nella traversata, e quella sud-nord: esiste, infatti, un sentiero segnalato che si stacca, sulla destra, dalla pista sterrata Our-Granda e sale, diretto, all’alpe, proseguendo, poi, con andamento sempre piuttosto ripido, fino ad intercettare, in corrispondenza di una croce di legno su un dosso, il tratturo che dall’alpe Granda sale a Scermendone. Ignoriamo questo sentiero (segnalato da un cartello che dà l’alpe Scermendone ad un’ora e 30 min.), e proseguiamo verso nord-est (imboccando il sentiero segnalato da un secondo cartello, che indica il Verdel), rientrando nel bosco, alla volta del terzo alpeggio, quello del Verdel. È, questo, il tratto più ripostante della traversata: il fondo del sentiero (che, singolarmente, non è segnalato sulla carta IGM) è ottimo, tanto che, per la maggior parte della traversata, potremmo percorrerlo a piedi nudi. L’andamento, poi, è molto regolare, con pochi saliscendi. Alla fine, dopo aver oltrepassato alcuni valloncelli che confluiscono, più in basso, nella Val Primaverta, raggiungiamo un singolare “crotto”, ricavato alla base di un grande masso: pochi passi ancora, e riemergiamo alla luce dell’alpe Verdel (m. 1716), dove si trovano diverse baite, divise in due gruppi.
Anche quest’alpe è un crocevia di sentieri lungo le direttrici ovest-est e sud-nord. Infatti dal maggengo di Our di Cima parte un sentiero che risale il dosso a monte dei prati, fino al punto in cui questo si restringe (si trova, qui, un passaggino che richiede attenzione, per superare un gruppo di roccette), per poi raggiungere il bel bosco di conifere che ricopre il caratteristico cocuzzolo che precede l’alpe, fino a portare alle baite più basse di questa. Il sentiero prosegue, poi, verso nord, piegando poi in direzione nord-est ed intercettando, dopo una lunga traversata, il sentiero che sale da Oligna verso Scermendone. Anche in questo caso, ignoriamo la direttrice sud-nord e proseguiamo verso nord-est, seguendo le indicazioni per l’alpe Oligna. La partenza del sentiero non è molto evidente: nel primo tratto, ancora all’aperto, passiamo nei pressi di una vasca per l’acqua. Anche il primo tratto nel bosco non è molto evidente, poi la traccia si fa più chiara. Il sentiero è meno riposante di quello Merla-Verdel, ma non presenta difficoltà: dopo aver raggiungo la quota 1770, attraversa la selvaggia parte alta della Valle della Làresa, per poi perdere leggermente quota, fino ai 1750 metri delle baite alte dell’alpe Oligna (o Olegna), più ampia delle due precedenti.
Terza alpe, terzo crocevia. Questa volta il sentiero che sale da sud proviene dal maggengo di Sessa, e prosegue, con debole traccia, in direzione nord-nord-est (non è segnalato né sulla carta IGM, né su quella Kompass), seguendo il filo del dosso a monte dell’alpe, fino ad uscire dal bosco di larici ad una quota di circa 1900 metri. Un’ulteriore breve salita sul ripido versante di prati ci porta ad intercettare il sentiero che, seguito verso sinistra, porta alla chiesetta di S. Quirico (m. 2131), sul limite nord-orientale dell’alpe Scermendone. La traversata con difficoltà appena escursionistica termina qui: il sentiero che prosegue verso nord-est, infatti, ha una traccia evidente solo nella prima parte della traversata, poi tende a perdersi. Ma di ciò diremo più avanti. Intanto preoccupiamoci del ritorno da Oligna all’alpe Granda.
Se non vogliamo tornare sui nostri passi, ci si offrono tre possibilità. Consiglio quella più bella e panoramica: la salita all’alpe Scermendone, che comporta circa un’ora di cammino. Avendo, finora, camminato senza affrontare significativi dislivelli in salita, non dovremmo accusare un’eccessiva fatica. Il sentiero per Scermendone entra nel bosco sul lato alto di sinistra dell’alpe (direzione nord). Dopo aver attraversato un valloncello, intercetta, poi, dopo alcuni serrati tornantini, a quota 1900 il più largo sentiero che sale dall’alpe Verdel. Proseguiamo, quindi, per un tratto verso ovest, poi, piegando a destra (direzione nord-nord-ovest), affrontiamo gli ultimi rapidi tornantini che ci portano, risalito un ripido versante di prati, all’edificio che serviva per il ricovero del bestiame all’alpe Scermendone (m. 2070). Intercettiamo, così, il più largo sentiero che sale dall’alpe Granda. Alla nostra destra è già ben visibile la chiesetta di S. Quirico. Presso il baitone, sulla destra, si trova anche, appena segnalata da una scritta malcerta, la sorgente legata all’acqua miracolosa che ridonò la vista al pastore disobbediente, che volle vedere l’immane incendio che incenerì i bellissimi pascoli ai piedi del Disgrazia, riducendoli ad un deserto di pietre rosse (Preda Rossa): si tratta della ben nota leggenda del monte Disgrazia o dei Corni Bruciati.
Dobbiamo, ora, incamminarci in direzione dell’alpe Granda (verso sinistra): prima, però, non può mancare una visita alla chiesetta, che, con la sua caratteristica campanella, sorveglia, nel silenzio secolare questi ultimi presidi della fatica e della meditazione umana. La discesa all’alpe Granda avviene seguendo il sentiero-tratturo che dal baitone punta verso sud-ovest, percorrendo un buon tratto di alpe, prima di immergersi nel bosco. È una discesa diretta: incontriamo solo una doppia coppia di brevissimi tornantini, prima di uscire dal bosco poco a monte del rifugio alpe Granda. Seguendo la pista sterrata, torniamo, infine all’automobile. Scorciatoia: se vogliamo abbreviare di una quarantina di minuti il cammino, una volta raggiunta la croce di legno sul tratturo, lasciamolo per prendere a sinistra il ripido sentiero che scende, per via direttissima, all’alpe Merla, e qui imbocchiamo di nuovo il sentiero che scende, diretto, fino ad intercettare la pista sterrata Our-Granda (attenzione, però, in questo caso, alle ginocchia!). Se siamo partiti da Our di Cima, calcoliamo di poter tornare all’automobile dopo circa 6 ore di cammino (il dislivello superato è di circa 950 metri).
La seconda via per la quale possiamo riguadagnare l’automobile è, invece, meno panoramica, ma anche meno faticosa. Dall’alpe Oligna torniamo all’alpe Verdel e qui, invece di imboccare il sentiero per la Merla, imbocchiamo quello che, alla sua sinistra, sulla parte bassa del prato, a destra della baita, si immerge nel bosco, iniziando la discesa in direzione sud-est. La traccia è sempre ben visibile (nonostante il sentiero non sia segnalato né sulla carta IGM, né su quella Kompass), e, superati diversi valloncelli, esce dal bosco in prossimità delle baite orientali più alte di Our di Cima (m. 1415). Non ci resta che percorrere un ultimo breve tratto in discesa sulla carrozzabile, e ci ritroviamo all’automobile. In questo caso il giro richiede circa 4 ore e mezza di cammino. Ulteriore possibilità: dall’alpe Oligna scendiamo, imboccando il marcato sentiero che parte nella parte inferiore dei prati (casello dell’acqua e cancelletto), al maggengo di Sessa (m. 1450), incontrando, anche, una curioso volto umano scolpito in un tronco. Da Sessa imbocchiamo, poi, verso destra la pista sterrata che attraversa la valle della Làresa e giunge ad intercettare la pista che sale dal Mele al Calec. Scendiamo per un tratto sulla pista, lasciandola al primo tornante sinistrorso, per salire alle baite del Mele, ad una quota approssimativa di 1290 metri. Portiamoci sul lato opposto del dosso: troveremo, segnalata da un cartello, la partenza di un sentiero che entra nel bosco e comincia una traversata in direzione nord-ovest. Oltrepassato il solco della Val Primaverta, il sentiero prosegue fino ad intercettare la carrozzabile che da Our di Fondo sale ad Our di Cima, al primo tornante sinistrorso dopo le baite di Our di Fondo (m. 1200). Seguendo la carrozzabile in salita, dopo circa un quarto d’ora raggiungiamo l’automobile.
Ora, però, torniamo all’alpe Oligna, per raccontare l’avventurosa traversata all’alpe Vignone. Avventurosa per i motivi già detti: il sentiero tende a perdersi, e, in un dedalo di valloncelli, vagare fuori sentiero non è il massimo della vita. Se capitasse, comunque, di perderlo, è meglio salire, puntando a raggiungere il limite superiore del bosco, dove passa il Sentiero Italia, da Scermendone all’alpe Oligna. È un peccato, comunque, che il sentiero Oligna-Vignone non sia ripulito e segnalato. Speriamo che qualcuno raccolga l’appello e lo renda disponibile per gli escursionisti: i luoghi attraversati sono davvero incantevoli. Mi è capitato di percorrerlo due volte. La prima ho imboccato, nella seconda parte, un falso sentiero che sedeva, prima di salire a recuperare il sentiero corretto. La seconda volta ho avuto più volte l’impressione di aver perso il sentiero. Mi sono annotato luoghi e sensazioni, e qui riporto queste annotazioni così come le ho perse.
Dalla parte alta dei prati di Oligna si prende a destra (non ci sono segnalazioni). Il sentiero scende di una ventina di metri, ed intercetta un secondo sentiero che proviene da destra, anch’esso da Oligna. Poco oltre, il sentiero ne intercetta un secondo, anch’esso da destra, a quota 1690 circa, in vista del primo vallone da attraversare. Prima del vallone c’è un passaggio un po’ esposto. Il vallone, a quota 1680, ha un ramo principale ed uno secondario. Oltre il vallone, c’è una leggera salita, un po’ esposta, prima che il sentiero rientri nel bosco. Attenzione: nel bosco si trova un bivio, al quale si prosegue prendendo il sentiero che sale, non quello che scende. Ci si riporta a quota 1720, poi il sentiero ridiventa pianeggiante e supera un valloncello nel cuore del bosco. Appena prima del valloncello c’è una grossa pianta sradicata. Poi il sentiero riprende a salire. La traccia è poco visibile; si incontra una nuova pianta sradicata sul sentiero e su un tronco sono segnati due segmenti verticali blu. Si guadagna quota 1740 e si alternano tratti pianeggianti e tratti in leggera salita; la traccia a tratti è visibile, a tratti si perde.
Poi il bosco si apre un po’, ed a quota 1770 si raggiunge una sorta di cunetta, con due massi a destra ed una fascia di roccette a monte (sinistra); di qui si vede bene, verso est, Prato Maslino. Poi si rientra nel bosco, si scende leggermente e si riprende a salire (c’è anche un masso che fa da scalino sul sentiero), fino ad un valloncello (m. 1760), che è anche una stupenda radura: in alto si vede una bella pineta. Poi la traccia sembra perdersi, ma, alzandosi di qualche metro, la si ritrova ad una nuova radura. Il sentiero torna a salire ed a quota 1780 sembra di nuovo perdersi. Siamo nella parte centrale dello stupendo dosso del Termine (dosso del Termen, detto così perché segna il confine fra i comuni di Buglio e Berbenno). Il bosco è bellissimo, la traccia assai meno: in diversi punti sembra perdersi. È bene rimanere su quota 1780, senza scendere. Si apre, per la prima volta, uno spiraglio sull’alpe Vignone, la meta. Si sale un po’, fino a quota 1770, fino ad una radura, e la traccia si fa più visibile. Si apre uno scorcio sulla baita più bassa dell’alpe Vignone (rispetto alla quale siamo più bassi). Il sentiero supera un tratto un po’ esposto e conduce ad un nuovo vallone di quota 1780. Poi sale ancora. Si incontra una fascia di tronchi sul sentiero; la traccia sembra perdersi, ma a quota 1800, lieta sorpresa, ecco una radura ed un bel muretto a secco, segno inequivocabile che il sentiero è quello giusto. Si scende, quindi, all’aperto, fino a quota 1780 (tratto un po’ esposto), per poi tornare a salire, rientrando nel bosco. La traccia, ora, è molto chiara e sale con regolarità; a quota 1820 taglia due valloncelli, in successione. Uscito all’aperto, il sentiero attraversa, a quota 1880, il torrente che scende dall’alpe Vignone. Alla fine raggiunge la baita quotata 1925.
La traversata è conclusa: davanti ai nostri occhi si apre, a monte, lo splendido scenario dell’amplissima alpe. Scesi alla baita più bassa dell’alpe (m. 1881), imbocchiamo il largo sentiero che scende a Prato Maslino. Qui dovremmo trovare un’automobile ad attenderci. Calcoliamo, per la traversata Oligna-Vignone (tenendo conto che dobbiamo procedere con occhiuta cautela), un’ora e mezza circa di cammino (scarso è il dislivello: 170 metri circa). Speriamo che queste note inducano qualcuno a rendere più fruibile un percorso di alto significato e suggestione.

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| Difficoltà |
E (EE) |
Dislivello |
960 |
| Tempo |
6 h |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |

Accendi le casse: sentirai il suono della campanella della chiesetta di S. Quirico.
Clicca qui: si aprirà una splendida panoramica dall'alpe Scermendone.
L’alpe Scermendone è compresa nel territorio del comune di Buglio in Monte, e può essere agevolmente raggiunta partendo dall’alpe Granda.
La sua posizione eccezionalmente felice la rende, probabilmente, il più bel terrazzo panoramico d’alta quota dell’intera Valtellina. In passato, però, il valore di questa alpe consisteva nella sua ampiezza: vi si potevano caricare, infatti, 200 capi di bestiame.
Diverse sono le ipotesi sull'origine del nome: forse è da ricercarsi in un nome personale o soprannome, cui è premesso "Scer" da "ser" o "scior", cioè "signore". Alcuni ipotizzano, invece, una derivazione etrusca da "cer", "cerro", o dal germanico "schirm", che significa ricovero per il bestiame. Non è da escludere, infine, la voce del dialetto bergamasco "scérem", che significa soccida, un particolare contratto fra il proprietario di alpeggi ed un prestatore d'opera che vi conduceva anche alcuni capi di bestiame propri. L'importanza storica di quest'alpeggio, infine, si riconduce anche ad una probabile antichissima via di comunicazione fra la bassa Valtellina e la Valmalenco, che passava dalla chiesetta di San Quirico, forse antichissimo xenodochio, la Val Terzana, il passo di Scermendone, l'alta Valle di Postalesio e la Val Torreggio.
Molti, dunque, i motovi di interesse che ci possono indurre ad un’escursione che, in una giornata particolarmente limpida, non può mancare di rivelarsi un’esperienza densa di suggestione e fascino.
Il percorso più breve per raggiungerla parte dal maggengo di Our di cima (m. 1415), cui si può salire in automobile da Buglio in Monte. Dal tornante destrorso che precede Our parte, verso nord-ovest (sinistra), una pista sterrata che si stacca, sulla sinistra, dalla strada, attraversa anche sezioni di bosco devastate dall’incendio del 1998 e che, salendo gradualmente, raggiunge, poco sotto i 1700 metri, l’alpe Granda, nei pressi del suo limite nord-orientale, vicino ad una baita isolata.
Alcune fra le più famose cime della testata della Val Masino si presentano di fronte ai nostri occhi. Guardando verso il cuore della Val Masino, distinguiamo la cima di Cavalcorto e, alla sua destra, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Verso ovest si distinguono, da sinistra, il corno di Colino, l’elegante profilo della cima del Desenigo e, sulla selvaggia costiera che sembra incombere sopra Cataeggio, la cima di Cavislone (sciöma dò caveslùn) ed il monte Lobbia (lòlbia). Dirigiamoci versa destra, in direzione di una grande vasca per la raccolta dell’acqua, dove troviamo anche alcuni cartelli. A destra appare, improvviso e bellissimo, il nuovo rifugio Alpe Granda.
Possiamo giungere all'Alpe Granda, però, per altra via, percorrendo, cioè, la pista che parte dai Prati di Erbolo, sopra Gaggio.
Per salire a Scermendone, dobbiamo procedere in direzione del rifugio e salire verso il margine del bosco, dove si individua facilmente una pista che vi si inoltra e comincia a salire decisa, descrivendo una lunga diagonale, in direzione dell’alpe (nord-est). Alla piccola radura di quota 1892 si trova una croce in legno, collocata in occasione del Giubileo del 2000: qui la pista intercetta un sentiero che sale dall’alpe della Merla (m. 1729).
Possiamo giungere fin qui anche con una via più breve e ripida, che taglia fuori l’alpe Granda, staccandoci dal sentiero Our-Granda ad una deviazione segnalata, sulla destra, per la Merla; dai prati dell’alpe il sentiero riprende a salire ripido, fino a questa croce.
Ma riprendiamo la marcia verso Scermendone. Poco oltre gli unici due tornanti, posti in rapida successione, bisogna prestare attenzione ad deviazione poco evidente verso sinistra: dopo averla imboccata saliamo rapidamente, con tornanti secchi, raggiungendo l’estremità sud-occidentale dell’alpe Scermendone, in corrispondenza di una baita semidiroccata (m. 2060). Anche la pista, però, conduce all’alpe Scermendone: ci porta, però, più o meno a metà dell'alpe, ad ovest rispetto al baitone ed alla chiesetta di San Quirico, posti sul suo limite nord-orientale.
Torniamo al suo limite opposto Proseguendo verso nord-est si giunge sul crinale, dove si apre un panorama superbo, dominato dalla mole regale del monte Disgrazia. Se abbiamo molto tempo a disposizione, possiamo dirigerci verso sinistra, al limite estremo dell’alpe, dove si trova un sentierino che corre sul versante valtellinese, appena sotto il crinale. Dal primo tratto del sentierino possiamo facilmente salire alla cima quotata 2127, dalla quale il panorama è davvero incomparabile.
Se abbiamo sufficiente esperienza e prudenza, possiamo poi tornare al sentierino e proseguire verso sud-sud-ovest, tenendoci sempre in prossimità del crinale, fino a raggiungere, superata un’ultima conca erbosa, il pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi) (m. 2070), caratterizzato da una bandierina tricolore metallica. Il pizzo domina, dall’alto, l’alpe Granda. Questo percorso esige molta accortezza, perché il versante montuoso è, su entrambi i lati del crinale, molto ripido.
Se non abbiamo ambizioni avventuristiche, dal rudere di quota 2060 procediamo verso nord-est (destra). Il sentiero passa accanto alla casera dell’alpe (m. 2103), regalando un’ottima visuale anche sulla costiera Remoluzza-Arcanzo, dove spiccano, da sinistra, la cima di Arcanzo, la cima degli Alli (sciöma dei äl) e la punta Vicima. A destra della costiera, la piana di Preda Rossa, dominata dal monte Disgrazia. Verso sud-ovest si scorgono, invece, il monte Spluga, il pizzo Ligoncio, i pizzi dell’Oro e la punta del Barbacan. Bellissimo è anche il colpo d’occhio sulla Valtellina medio-bassa, fino al monte Legnone. Il sentiero passa poi accanto ad un picco specchio d’acqua, e ad una seconda baita, recentemente ristrutturata, per poi puntare, aggirato a destra un dosso, alla chiesetta di san Quirico (m. 2131), piccola perla posta a protezione dell’alpe.
Lo scenario della chiesetta, sullo sfondo della remota e poco conosciuta Val Terzana, è davvero indimenticabile. La sua campanella risuona quando, la seconda domenica di luglio, si festeggia il santo (san Cères), e la piana di Scermendone si riempie di tende e sacchi a pelo. Qualche parola su questa chiesetta merita di essere ancora spesa. Ci sono pochi altri esempi di chiesette alpine poste ad una quota così alta. La sua collocazione testimonia due cose: innanzitutto l'importanza di questo ampio alpeggio, in secondo luogo la sua posizione strategica come luogo di transito.
Molto probabilmente la chiesetta fu, in antico, uno xenodochio, cioè un luogo deputato al ricovero di pellegrini e viandanti che transitavano di qui. Non dovevano essere pochi: in tempi nei quali il passaggio sul fondovalle era disagevole e pericoloso, per l'alpe Scermendone passava, infatti, un'importante via che collegava la bassa Valtellina alla Valmalenco, lungo l'asse Ardenno - Buglio- Alpe Granda - Alpe Scermendone - Val Terzana - Valle di Postalesio - Val Torreggio. Purtroppo questa via è oggi quasi dimenticata: anche il Sentiero Italia l'ha ignorata. Ma a chi la sa riscoprire regala un tesoro di emozioni e scenari insospettati.
Appena sotto la chiesetta, a destra del grande e ben visibile baitone, c'è una piccola sorgente, con una scritta in dialetto che segnala che si tratta dell'acqua degli occhi, dell'acqua, cioè, legata alla leggenda dei Corni Bruciati, l'acqua che avrebbe ridato la vista al pastore buono ma disobbediente.
Alle spalle della chiesetta raggiungiamo rapidamente la baita del bivacco Scermendone, recentemente attrezzata (1999) come punto di appoggio importantissimo sul tracciato del Sentiero Italia Lombardia nord. Il bivacco ha una parte sempre aperta, dove si può pernottare o trovare ricovero in caso di improvviso maltempo. Alle spalle del rifugio il Sentiero Italia prosegue verso il Dosso del Termine.
Se ci si stacca dal sentiero verso sinistra, seguendo una traccia all’inizio molto evidente, si può salire sul crinale, verso la croce dell’Olmo, posta a 2342 metri, in una posizione estremamente suggestiva e panoramica. Vicino alla piccola croce si trova un grande ometto, assai importante come punto di riferimento in caso di scarsa visibilità. La salita potrebbe agevolmente continuare e concludersi alla cima di Vignone (m. 2608), nella quale culmina il lungo dosso-crinale che separa la Val Masino dalla media Valtellina. Da Our alla cima di Vignone sono necessarie quattro buone ore di cammino, per superare i circa 1200 metri di dislivello.
Se non vogliamo sobbarcarci tanta fatica, dal bivacco Scermendone possiamo optare per una seconda interessante possibilità: dirigiamoci a sinistra, sul lato opposto dell’alpe, dove troviamo un ben marcato sentiero che subito si biforca. Il ramo di sinistra scende all’alpe di Scermendone basso, dalla quale, attraversata la frana del fianco del Sasso Arso, possiamo raggiungere la piana di Preda Rossa, uno dei luoghi più belli della Val Masino.
Il ramo di destra, invece, si addentra in Val Terzana, e ci porta dapprima all’alpe Piano di Spini (m. 2198), poi al suggestivo laghetto di Scermendone (m. 2339), unico, insieme ai laghetti della valle di Spluga, nell’intera Val Masino. La Val Terzana ha una bellezza del tutto particolare: pochi la conoscono, ed è un peccato. Guardando in direzione della testata della valle, riconosciamo facilmente il passo di Scermendone (m. 2595), dal quale si scende nell’alta valle di Postalesio, percorrendo la quale e valicando il passo di Caldenno, ci si ritrova in val Torreggio, laterale della Valmalenco, e si può scendere al rifugio Bosio.
Ma è tempo di tornare. Per farlo, possiamo scegliere un interessante itinerario alternativo. Dal baitone posto poco sotto la chiesetta di san Quirico, un sentierino scende, con qualche zig-zag, al limite del bosco, dove ritroviamo la pista che parte dall’alpe Granda. Invece di imboccarla, scendiamo ancora, fino ad un bivio. Il ramo di sinistra scende all’alpe Oligna, quello di destra all’alpe Verdel. Percorriamo quest’ultimo e, raggiunta l’alpe Verdel (m. 1716), prendiamo il sentiero che, partendo dal suo limite occidentale, effettua una bella traversata, quasi in piano, fino all’alpe Merla. Si tratta di un sentiero molto riposante, con un fondo ottimo: pochissimi sono i sassi che disturbano il piede. Inoltre la traversata avviene nel cuore di un bosco stupendo. Dalla Merla, infine, possiamo tornare a l’Our, o per la via più diretta che scende ripida nel bosco. Se però la nostra base di partenza è l’alpe Granda, teniamo presente che dalla Merla parte anche un sentiero facilmente individuabile (direzione ovest), che raggiunge il limite nord-orientale dell’alpe Granda.
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
720 m. (da Our di Cima) |
| Tempo |
3 h |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |

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C'è un lungo crinale, probabilmente il più panoramico in Valtellina, che scende dal pizzo Bello e dalla cima di Vignone, sopra Berbenno di Valtellina, all'alpe Scermendone, all'alpe Granda e, infine, ai prati di Lotto, sopra Ardenno. Questo crinale separa il tratto della bassa-media Valtellina compreso fra questi due paesi dalla Val Màsino. La sua parte orientale, quella compresa fra il pizzo Bello e la Croce dell'Olmo, passa anche il confine fra i comuni di Berbenno, a sud, e di Buglio, a nord Val Terzana).
Gli itinerari possibili sono numerosi. Il più ampio è quello che parte dalla località di Our di cima, sopra Buglio in Monte, raggiunge il limite orientale dell'alpe Scermendone, sale alla cima di Vignore, scende di nuovo all'alpe e la percorre interamente, proseguendo la discesa fino all'alpe Granda, dalla quale si torna al punto di partenza. Per salire al maggengo di Our di cima (m. 1415) dobbiamo raggiungere Buglio: prima della piazza del paese si trova una deviazione, con un cartello che segnala la strada per i maggenghi. Seguendo, al bivio, la direzione di sinistra imbocchiamo la strada che, dapprima asfaltata, poi con fondo in cemento, porta ad Our di fondo e di cima. Lasciamo l'automobile nello spiazzo sull'ultimo tornante (destrorso) e imbocchiamo la pista carrozzabile verso l'alpe Granda, che si incontra proprio in corrispondenza di questo tornante con la strada che abbiamo eprcorso. Lasciamo la pista quando incontriamo una deviazione segnalata, sulla destra, per l'alpeggio della Merla (m. 1734), che raggiungiamo dopo un tratto piuttosto ripido. Il tratto successivo, invece, è pressoché pianeggiante e molto rilassante (il fondo del sentiero è ottimo, tanto che d'estate, per buona parte, lo si potrebbe percorrere a piedi nudi): si tratta del sentiero che, dalla Merla, conduce, piegando verso est (destra) all'alpeggio di Verdel (m. 1716), con una bellissima traversata (non segnalata dalle carte) in pineta. Dal Verdel si riprende a salire, verso nord-est, fino ad incontrare, nel punto più alto del sentiero, un bivio: mentre il ramo di destra comincia a scendere verso l'alpeggio di Oligna, quello di sinistra sale per un lungo tratto, verso nord-ovest, uscendo poi dal bosco con ripidi tornanti, raggiungendo il limite orientale di Scermendone, in prossimità della chiesetta di san Quirico (m. 2131). Poco distante si trova il bivacco Scermendone, sempre aperto, dove possiamo concederci una sosta ristoratrice.
A questo punto imbocchiamo un largo sentiero e, ad un bivio, ignoriamo i paletti del Sentiero Italia, che scende, a destra, verso l'alpe Vignone, e cominciamo a salire lungo il fianco meridionale del dosso, qui un po' ripido, verso nord-est, senza percorso obbligato, fino a raggiungerne la sommità. Nella salita incontreremo, a quota, 2342, la piccola croce dell'Olmo, vicino ad un grande ometto. Si tratta della croce posta in cima al grande dosso del Termine (o del Termen), denominato così perché segna il confine fra i comuni di Buglio e di Berbenno. Questo confine prosegue, in direzione nord-est, seguendo il filo del crinale, cioè seguendo il nostro stesso percorso, fino alla cima di Vignone.
Poco oltre, un grazioso microlaghetto (d'inverno nascosto dalla neve). La presenza di questo specchio d'acqua proprio sul crinale non deve stupire: il crinale è, qui, molto largo, tanto che, nel suo punto centrale, ospita un'ampia conca. Avanzando ancora, d'estate scorgeremo, sulla destra, un piccolo ometto con un sasso che sporge, a mo' di lancia, ed un vicino cartello che segnala, poco distante, la partenza, sulla nostra destra, del sentiero che, dopo un traverso in direzione est, scende all'alpe Baric e, di qui, a quella di Vignone, da cui si può raggiungere facilmente Prato Maslino, sopra Berbenno. Il cartello segnala anche che, prendendo in direzione opposta, cioè verso sinistra, possiamo facilmente scollinare in Val Terzana, scendendo all'alpe Piano di Spini, dalla quale poi, prendendo a destra, raggiungiamo il bel laghetto di Scermendone.
Noi, invece, proseguiamo diritti, in direzione dell'arrotondata ed erbosa cima di Vignone (m. 2608). Un sentierino sale in direzione di un grande ometto, e prosegue poi serpeggiando in una fascia di massi. Superata questa fascia, percorriamo l'ultimo tratto in salita sul facile e largo crinale erboso, che ci porta alla cima, cui giungiamo, senza troppi problemi, dopo circa 4 ore di cammino (il dislivello è di 1300 metri circa).
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La cima è molto panoramica: dominiamo, da qui, la val Terzana, il Corno Bruciato meridionale, la Valle dell'Oro e parte della testata della Val Porcellizzo, in Val Masino, l'intera catena orobica, buona parte della media e bassa Valtellina. Appare, infine, molto vicina, ad est, la cima del pizzo Bello.
Vediamo, in dettaglio, la splendida teoria di cime che possiamo osservare dal grande ometto della cima. Guardando ad ovest, distinguiamo, dietro il lungo serpente dell'alpe Scermendone, la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti.

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I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), che sono, però, nascoste dalla cima di Arcanzo e dalla cima degli Alli, sulla costiera Remoulzza-Arcanzo (fra Val di Mello e Valle di Sasso Bisolo), che si propone in primo piano. Più a destra si vede appena il pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075). Si riconoscono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra, da una prospettiva cursiosamente defilata, il pizzo del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), il pizzo del Ferro centrale (m. 3287), il torrione del Ferro (m. 3070) ed il pizzo del Ferro orientale (m. 3200), che costituiscono la testata della Valle del Ferro (laterale della Val di Mello) e sono chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”.
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla costiera che separa la Val Terzana, che si apre, solitaria e bellissima, sotto di noi, e la Valle di Preda Rossa, che resta, invece, interamente nascosta ai nostri occhi. Su questa costiera, che si innalza gradualmente appena a destra del pizzo dell'Averta (sulla costiera Remoluzza-Arcanzo), dominata dalle tonalità rossastre, si distinguono, da sinistra, il Sasso Arso (m. 2314) e due delle tre punte dei Corni Bruciati, meridionale, m. 2958, e centrale, m. 3114: resta nascosta quella settentrionale (m. 3097). A destra della punta centrale si scorge un piccolissimo segmento del crinale terlinale del monte Disgrazia (m. 3678), seguito dal pizzo Cassandra (m. 3226: il nome rimanda alla profetessa che nell'antichità ebbe la triste sorte di preannunciare disgrazie - che poi sarebbero accadute - senza essere creduta da nessuno). In basso, fra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, il passo di Scermendone (m. 2953).
A destra del pizzo Cassandra si vede, lontana, una porzione della sezione orientale della testata della Valmalenco: si distinguono i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995) e la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882). Poi il pizzo Bello (m. 2743) chiude l'orizzonte nord-orientale.
Ad est, sul fondo, il gruppo dell'Adamello, mentre il panorama di sud-est, sud e sud-ovest è interamente occupato dalla catena orovica, che si mostra in tutta la sua ampiezza, chiusa, a destra, dall'inconfondibile corno del monte Legnone.
È tempo di scendere: per la medesima via di salita torniamo al bivacco Scermendone. Possiamo, per la verità, anche scendere per il crinale opposto, su un ripido sentierino, ad una bocchetta dalla quale, piegando a sinistra, si raggiunge facilmente, percorrendo un largo canalone, la parte alta della Val Terzana; anche da qui, scendendo sul sentiero verso sinistra, possiamo tornare al bivacco Scermendone.
Appena prima del bivacco, sulla destra del punto terminale della pista che dalla Val Terzana ragigunge l'alpe Scermendone, troviamo un sentieroche scende all'alpe di Scermendone basso (dalla quale, tagliando il fianco della frana scesa dal Sasso Arso, si può traversare alla piana di Preda Rossa).
Noi, invece, cominciamo una lunga e, nelle giornate limpide, memorabile traversata dell'alpe, fino al suo limite sud-occidentale. Se amiamo la compagnia, dobbiamo effettuare questa escursione la seconda domenica di luglio, quanto la piana si popola di tende e sacchi a pelo: si festeggia, infatti, san Quirico, con una messa nella chiesetta. Potremmo anche approfittarne per sperimentare le proprietà terapeutiche dell'acqua di una piccola sorgente che scaturisce nei pressi del lungo ricovero posto poco ad ovest della chiesetta: si tratta di un'acqua che la tradizione e la devozione al santo vogliono benefica per gli occhi. Mettiamoci, dunque, in cammino, godendo della vista superba che si apre verso nord-est: la piana di Preda Rossa ci si presenta, infatti, in tutta la sua bellezza, dominata dalla mole regale del monte Disgrazia e contornata dai Corni Bruciati, a destra, e della punta d'Averta, a sinistra. Più a destra lo sguardo può dominare la nascosta e misteriosa val Terzana, fino al visibile intaglio del passo di Scermendone.
Superati una baita ed un piccolo specchio d'acqua, giungiamo alla casera dell'alpe; proseguendo ancora, eccoci ai resti di un'ultima baita, alla sommità di un prato. Segnalo un'interessante variante, che parte proprio da qui. Invece di scendere al prato, proseguiamo verso il lembo estremo dell'alpe, dove il crinale si stringe, in corrispondenza della cima quotata 2127 metri. Un sentierino permette di salire facilmente da sud alla cima, anch'essa estremamente panoramica. Lo stesso sentierino, non sempre molto visibile, percorre poi il brullo crinale, fino al pizzo Mercantelli (m. 2070), alla cui bandierina tricolore saliamo dopo essere scesi ad una piccola sella erbosa. Il pizzo è, dopo la cima di Granda, la seconda elevazione del lungo crinale Granda-Scermendone.
Torniamo ora ai resti dell'ultima baita dell'alpe: scendiamo al limite inferiore del prato, dove scorgeremo la partenza di un sentierino, che ci fa perdere rapidamente quota, con brevi e ripidi tornanti nel bosco. Ben presto intercettiamo una comoda pista tracciata di recente, in occasione della costruzione dell'acquedotto di Buglio: scendendo verso destra, guadagniamo un piccolo poggio, con una croce di legno, dove possiamo staccarci dalla pista per scendere, verso sinistra, all'alpe Merla e di qui all'automobile. Vale però la pena proseguire sulla pista fino al limite di nord-est dell'alpe Granda, meno ampia di quella di Scermendone, ma non meno suggestiva. Dopo un breve tratto, siamo alla cima di Granda (m. 1705), ottimo belvedere sulla cima di Cavalcorto e sui pizzi del Ferro (sciöma dò fèr).
Se vogliamo pernottare qui, durante l'estate, dobbiamo proseguire verso il limite sud-occidentale dell'alpe, dove si trova il rifugio Alpe Granda, sul limite del bosco che occupa una parte del crinale residuo. In caso contrario, torniamo dalla cima sui nostri passi, dirigendoci però verso destra (sud-est) e raggiungendo una piccola baita solitaria. Proseguendo verso sud-est, in direzione del limite del bosco, troveremo la partenza di un marcato sentiero che, tagliando il fianco del monte, ci riporta ad Our di Cima (si tratta dello stesso sentiero che, all'andata, abbiamo ad un certo punto lasciato per salire all'alpe Merla).
Termina così, dopo circa sette ore di cammino, oppure otto con la puntata al pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi), ed un dislivello in salita di circa 1200 metri, un'escursione di raro valore panoramico, che si presta, peraltro, a diverse varianti e che non presenta difficoltà particolari (a parte la lunghezza).
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
1300 m |
| Tempo |
4 h |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Gli amanti dell’escursionismo sono sempre alla ricerca di percorsi un po’ fuori dai circuiti maggiormente battuti, che offrano scenari inconsueti, selvaggi e nel contempo di grande fascino ed impatto visivo. La Val Terzana riunisce in sé tutti questi elementi di interesse. Si tratta della valle che chiude, a nord-est, l’ampio arco delle valli tributarie della Val Màsino, e che costituisce il ramo di destra nel quale si divide la valle di Sasso Bisòlo (il ramo di sinistra, più ampio, è la Valle di Preda Rossa). La valle, che si apre con l’alpe di Scermendone basso (m. 2032) e si chiude con il passo di Scermendone (m. 2595), ha un orientamento da ovest ad est; è chiusa a sud da un largo versante, erboso sul crinale, disseminato di pascoli e roccette sul fianco che guarda alla valle stessa, che la separa dalla piana della media Valtellina fra Ardenno e Berbenno, a nord, invece, dal tormentato ed aspro crinale che, con un’impressionante susseguirsi di spigoli e rocce rossastre, scende dai Corni Bruciati (m. 3097, cima settentrionale, e m. 3114, cima meridionale), fino al Sasso Arso (m. 2314), per poi concludersi fra i massi di una grande frana. L’aspetto della valle, infine, è davvero curioso: fin dall’ingresso si presenta come una successione di pianori, avvallamenti, gobbe, dossi, che conferiscono al suo aspetto complessivo una configurazione non aspra, ma piuttosto atipica, simile a quella di qualche altipiano asiatico.
L’accesso alla valle avviene mediante un comodo sentiero, che si imbocca nei pressi della chiesetta di san Quirico (m. 2131) e del bivacco Scermendone. Per raggiungerlo, sono possibili tre percorsi.
Il più breve parte da Preda Rossa, anche se ha l’inconveniente di imporre circa tre chilometri di una pista non collaudata e dal fondo piuttosto dissestato (soprattutto nel tratto successivo al ponte sul torrente della valle di Sasso Bisolo). Si raggiunge la pista staccandosi sulla destra, a Filorera (subito dopo Cataeggio), e salendo lungo una bella strada che raggiunge la località Valbiore (valbiórch), caratterizzata da un’enorme frana. La pista sale sul versante opposto della valle (il destro, per noi), torna su quello sinistro dopo un tratto in galleria e si ricongiunge con la strada asfaltata dopo il tratto sepolto dalla frana, proprio all’ingresso della bellissima piana di Sasso Bisolo.

Attraversata la piana, la strada sale, con diversi tornanti, fino ai presso del limite della bellissima piana di Preda Rossa (m. 1908). Qui, invece di seguire le indicazioni per il rifugio Ponti, cerchiamo, sulla sinistra, un ponticello che attraversa il torrente e, valicato un valloncello, effettua una traversata che taglia la frana scesa dal Sasso Arso e porta a Scermendone Basso (m. 2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, puntiamo a sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo una larga mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico, dopo poco più di un’ora di cammino e 230 metri di dislivello superati. Chi volesse evitare di percorrere la pista dissestata, può lasciare l’automobile a Valbiore (valbiórch), salire all’ingresso della piana di Sasso Bisolo, percorrerla per un buon tratto e cercare, scendendo sulla destra verso il torrente, un ponte che permette di superare il torrente; sul lato opposto un sentiero che sale verso le baite della località Corticelle e, attraversando qualche prato ed alcune macchie, conduce al limite inferiore dell’alpe di Scermendone basso. In questo caso le ore di cammino necessarie salgono a due, ed il dislivello ad 850 metri circa.
Il secondo percorso, quello panoramicamente più interessante, parte da Our di cima, maggengo sopra Buglio, che si raggiunge imboccando, all’ingresso del paese, la strada segnalata “Per i maggenghi” e prendendo subito a sinistra (indicazioni per Our e Merla); si sale su una strada assai stretta verso la parte alta del paese (incrociamo le dita per non incrociare altri veicoli…), fino a raggiungere, dopo una svolta a sinistra, la strada che si stacca da quella principale sulla destra e, ignorata una deviazione a destra, porta ai maggenghi di Our di fondo e di cima (m. 1415). Qui ci si offrono diverse possibilità: il percorso più lungo passa per l’alpe Granda (seguiamo le indicazioni e la raggiungiamo in una quarantina di minuti), per poi piegare a destra, passando per il nuovo rifugio ed iniziare una lunga diagonale fino a Scermendone (ci sono due doppi tornantini; poco oltre il secondo un sentiero si stacca sulla sinistra dalla pista e porta al limite di sud-ovest dell’alpe, mentre la pista esce dal bosco più o meno al suo centro, dove si trova una baita ed una pozza d’acqua); quello intermedio taglia fuori Granda, lasciando la nuova pista sterrata che la raggiunge in corrispondenza di un cartello per la Merla, e che segnala l’inizio di un sentiero che sale diritto all’alpe Merla (m. 1729) e di qui ad una croce sulla pista Granda-Scermendone; quello più breve, infine, si trova portandosi al limite orientale di Our di cima: il sentiero, superate le ultime baite, si addentra nel bosco (rimaniamo sul sentiero principale, con andamento quasi pianeggiante, evitando un paio di deviazioni che salgono a sinistra), raggiunge il cuore della val Primaverta e comincia gradualmente a salire, con un ultimo ripido tratto, fino all’alpe Verdel (m. 1716), dove, seguendo le indicazioni, imbocchiamo, nella parte alta e di destra dei prati, un sentiero che effettua una lunga traversata verso destra (nord-est) e, intercettato a quota 1900 un sentiero gemello che sale dall’alpe Oligna, volge a sinistra e sale al baitone dell’alpe Scermendone, poco a sinistra (est) di san Quirico. Teniamo presente che il tratto Our-Verdel non è segnato sulla carta IGM, né su quella Kompass, né sul terreno con segnavia, ma, ignorate le prime deviazioni, non presenta ulteriori problemi, perché è sempre ben visibile.
Il terzo percorso parte da Prato Maslino, incantevole terrazzo panoramico posto a 1650 metri circa, sopra Berbenno. Lo si raggiunge facilmente dalla parte alta del paese prendendo a sinistra ed attraversando la frazione di Regoledo; invece di proseguire verso Monastero, ci si stacca poi dalla strada sulla destra (indicazione per Prato Maslino) e, con una lunga salita, si raggiunge il limite inferiore dei prati, nei pressi del rifugio Marinella. Dal limite superiore di sinistra del terrazzo parte una mulattiera che sale, verso nord-ovest, all’alpe Vignone, il cui limite inferiore è posto a circa 1881 metri. Dobbiamo poi cercare, nelle baite poste più in alto, a circa 2000 metri, l’indicazione del Sentiero Italia, che si stacca sulla sinistra da quello che sale all’alpe Baric, si inoltra in una macchia, sale ripido per un tratto, esce dal bosco sul suo limite superiore e, attraversando alcuni valloni con qualche passaggio un po’ esposto (qui la traccia è anche piuttosto debole), raggiunge il bivacco Scermendone e a chiesetta di san Quirico, dopo circa un’ora e tre quarti di cammino (con un dislivello in salita di circa 530 metri). Una variante interessante, che ha il pregio di proporre un percorso più sicuro, ma che taglia fuori San Quirico, è la seguente. Dall’alpe Vignone continuiamo a salire, con qualche diagonale, fino all’alpe Baric, nascosta dietro una balza (m. 2261). Alle spalle della baita parte, salendo verso sinistra (nord-ovest, prima, ovest poi) un evidente sentiero che taglia il ripido fianco che scende a sud-ovest dalla cima di Vignone (m. 2608) e raggiunge il crinale Val Terzana-Valtellina, in corrispondenza di un caratteristico ometto che ha come vertice un sasso a forma di punta di lancia, poco sopra quota 2400. Ora dobbiamo scendere verso sinistra, senza percorso obbligato, all’ampia e bella conca che si apre davanti ai nostri occhi (evitiamo la più problematica traversata verso destra); qui troviamo una larga traccia di sentiero che, superata un breve gradino, porta all’alpe Piano di Spini (m. 2198), posta nel primo tratto della valle (la traccia di sentiero non è continua, ma la discesa non presenta problemi). Questa variante richiede circa due ore e mezza di cammino (dislivello in salita: 800 metri circa).
Bene: in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto San Quirico. Vale la pena, se non l’abbiamo già fatto salendo da Granda, percorrere il lungo alpeggio, di una panoramicità più unica che rara. Il colpo d’occhio sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia, in particolare, è di incomparabile bellezza. La chiesetta, poi, è un piccolo ed antichissimo gioiello, non a caso posta qui, a testimonianza non solo dell’importanza primaria dell’alpe, ma anche della sua posizione strategica, come punto di passaggio dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco. Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più a sud di quella del Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa, e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto di vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire. Alle spalle della chiesetta, la Val Terzana ci appare già in tutta la sua apertura, fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione. Scendendo da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in una nicchia, una sorgente, con una scritta non facile da leggere. Si tratta della celebre “Acqua degli occhi”, una sorgente di acqua che la tradizione popolare vuole terapeutica per i malanni che toccano la vista. Per capire perché, dobbiamo però risalire al bivacco Scermendone, dove, sulla porta, è affisso un articolo di giornale nel quale si racconta la leggenda cui quest’acqua è legata. Vale la pena di raccontarla anche in questa sede, perché ci aiuta ad entrare meglio nello spirito dell’aspro scenario settentrionale della valle, con la sua sofferta compagine di rocce dalla tonalità rossastra.
È la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi, qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio. Lasciata Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore, grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva a scendere verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e quello settentrionale della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità. Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia, prima, si chiamava Pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima che, con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della Val Terzana.
In cammino, ora: a noi sarà, però, concessa la libertà di volgerci indietro, talora per ammirare ottimi scorci panoramici sulle cime della Valle dell’Oro (dove spicca, con il suo profilo tondeggiante e un po’ tozzo, il pizzo Ligoncio). A poche decine di metri da San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana, tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano di Spini (m. 2198).
Sulla nostra destra il facile crinale è percorso da un sentiero che sale ad un'ampia sella che si affaccia sulla Valtellina: proseguendo verso destra possiamo ridiscendere a San Quirico passando per un bellissimo microlaghetto e per la Croce dell'Olmo (più avanti, prendiamo a destra e scendiamo un largo canalone erboso che scende ad un sentiero che, percorso verso destra, ci riporta al limite orientale dell'alpe). Se, invece, dalla sella proseguiamo verso sinistra troveremo un cartello che indica il punto nel quale parte un sentiero che scende all'alpe Baric; di qui si prosegue scendendo all'alpe Vignone ed a Prato Maslino. Se, infine, proseguiamo salendo lungo il crinale saliamo facilmente all'arrotondata, erbosa e panoramica cima di Vignone (m. 2609).
Ma torniamo all'alpe Piano di Spini. Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.

Il sentiero comincia, poi, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un ampio pianoro erboso, che lasciamo alla nostra destra (ma, volendo, potremmo staccarci, qui, dal sentiero, attraversare il pianoro e risalire un largo e facile canalone che ci porta ad un bocchetta che si affaccia sul versante valtellinese; qui, prendendo a destra, per traccia di sentiero ripida ma non difficile, possiamo salire alla cima di Vignone, m. 2609, mentre prendendo a sinistra possiamo portarci ad una seconda bocchetta, con un cartello che ci indica che risalendo il crinale alla nostra sinistra in mezzora siamo alla cima del pizzo Bello, m. 2743).
Torniamo, però, ora al sentiero principale: superta qualche modesta roccetta, oltrepassiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura.
Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai suoi 2595 metri ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico (460 metri di dislivello in salita), all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci verso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.
Se siamo partiti da Prato Maslino, o se disponiamo di due automobili, vale la pena di chiudere l’escursione scendendo in alta Valle di Postalesio, su un bel sentierino, ripido e molto marcato, che scende diritto per un tratto, piega a sinistra, scende di nuovo diritto prima di puntare a destra, verso il pianoro dell’alta valle, duecento metri circa più in basso rispetto al passo. Dal passo in poi i segnavia sono bolli rossi con bordo giallo. Nell’ultima parte della discesa, lasciamo alla nostra sinistra una grande ganda, costituita da massi rossatri, così come rossastre sono le cime che, sulla testata della valle, ci nascondono la vista del monte Disgrazia. L’incendio di Preda Rossa è giunto fin qui? La leggenda non lo dice. C’è però un’altra leggenda, che parla dei “cunfinàa”, cioè delle anime che, per le loro colpe, sono state condannate a scalpellare eternamente questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione, ne vediamo, effettivamente, di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro lavoro disperato inizia solo sul far del tramonto: solo allora si possono udire i colpi sordi e sconsolati del metallo sulla pietra. Prima che ciò accada, portiamoci al solco del torrente e valichiamolo, lasciando poi alla nostra sinistra i segnavia che indicano il sentiero, il quale riprende quota e, dopo un traverso a sinistra, punta a destra, in direzione del passo di Caldenno; noi dobbiamo, invece, passare vicino ad un masso ciclopico e sfruttare il sentiero che scende all’alpe Palù (m. 1099), tagliando il ripido fianco erboso dell’ultimo gradino della valle. Al termine del pianoro dell’alpe Palù, sulla sinistra (per noi) del torrente troviamo, poi, un largo sentiero che conduce alle numerose baite dell’alpe Caldenno (m. 1811), dove, sulla nostra destra, giunge una pista che parte da Prato Isio. Raggiunto quest’ultimo alpeggio, lo attraversiamo verso ovest, cioè ci portiamo sul limite alto dei prati, al lato opposto rispetto a quello cui giunge la pista: qui, presso una fontana, troviamo il sentiero che si inoltra in una bella pineta. Ad un bivio, prendiamo la traccia che scende e, con qualche saliscendi, rimanendo sempre intorno a quota 1700, varca l’ombrosa val Finale: raggiungiamo così il limite orientale di Prato Maslino, nei pressi del rifugio Marinella, chiudendo un anello che richiede 6-7 ore di cammino (dislivello in salita: 1000 metri circa seguendo il Sentiero Italia per raggiungere Scermendone, 1200 circa passando per la sella dell’alpe Baric).
Un consiglio, per finire: data la posizione della Val Terzana, dalle prime nevicate fino a tarda primavera la neve costituisce un ostacolo da tener presente se si vuole programmare l'escursione.
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
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Dei Cas |

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Il pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi) è la seconda elevazione (dopo la cima di Granda) sul grande crinale che separa Valtellina e Val Masino, e che culmina nell'alpe Scermendone e nella cima di Vignone. La via più semplice per raggiungerlo parte dalla strada che congiunge i maggenghi di Our di Fondo e Our di Cima, sopra Buglio: all'ultimo tornante destrorso prima di Our di Cima possiamo lasciare l'automobile e percorrere la nuova pista che conduce all'alpe Granda. Una volta raggiunta l'alpe (possiamo salirvi anche con l'automobile, ma lo slargo al termine della pista è piuttosto ridotto, per cui potremmo trovare problemi di parcheggio), prendiamo a destra (nord-est), raggiungendo il nuovo rifugio Alpe Granda (non lo vediamo subito, in quanto è nascosto da una macchia di abeti) ed imboccando il tratturo per l'alpe Scermendone, che sale dal rifugio verso nord-est, immergendosi subito nel bosco.
Descriviamo, così, una lunga diagonale, che ci porta, superata una croce in legno, ad una doppia serie di due brevi tornantini, gli unici della pista. Poco oltre il secondo, dobbiamo prestare attenzione ad un sentierino (segnalato da un segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso) che se ne stacca, sulla sinistra, risale con qualche tornante il ripido il fianco boscoso e porta sul limite sud-occidentale dell'alpe Scermendone, nei pressi del rudere di una baita. Salendo sul crinale dell'alpe, ci appare lo splendido scenario del monte Disgrazia e dei Corni Bruciati. Per raggiungere il pizzo, dobbiamo procedere non verso l'alpe (alla nostra destra), ma verso sinistra (sud-ovest), salendo oltre una conca, fino a trovare, sulla sinistra, un sentierino che percorre il crinale che separa la Val Masino dalla media Valtellina. Fermiamoci, per ora, qui, raccontando come possiamo raggiungere questo punto per una diversa e più avventurosa via.
Un secondo interessante itinerario per raggiungere questo crinale, che però richiede esperienza escursionistica, parte, infatti, dalla località Valbiore (valbiórch, m. 1234), di fronte alla grande frana (alla quale si sale in automobile sulla strada che, da Filorera, appena oltre Cataeggio, si stacca sulla destra dalla ex ss. 404, ora strada provinciale, della Val Masino - indicazioni per i rifugi Scotti e Ponti). Incamminiamoci, dunque, sulla pista sterrata che sale verso la valle di Sasso Bisolo, sul lato destro (per noi) della valle. Dopo un buon tratto, raggiungeremo una galleria, che dovremo percorrere munendoci di una torcia elettrica, perché nel punto centrale la visibilità è azzerata, e di un casco, perché parte della copertura della volta è, in alcuni punti, caduta.
Poco oltre l’uscita dalla galleria, attraversiamo su un ponte il torrente che scende dalla valle, e ci portiamo sul suo lato sinistro (per noi). Poi la strada sterrata intercetta la strada asfaltata (interrotta più a valle dalla frana): seguendola, raggiungiamo la bellissima piana della valle di Sasso Bisòlo, uno degli angoli più gentili della severa ed aspra Val Masino. All’inizio della piana troveremo, sulla sinistra della strada, il rifugio Scotti (m. 1500). Qui la valle mostra un volto gentile, bucolico.
Senza addentrarci nella piana, scendiamo, ora, dalla strada verso destra, cioè verso il suo lato opposto, raggiungendo, in breve, un ponte che ci porta ai piedi dell'ombroso fianco di sud-est della valle: qui troviamo una baita, alla cui destra parte il ben visibile sentiero che sale in un bel bosco di abeti, in direzione sud-ovest, fino al prato di Prada ("prèda", m. 1710), suggestivo e solitario terrazzo panoramico sulla selvaggia costiera Cavislone-Lobbia, che separa la Val Masino dalle valli della Merdarola e di Spluga. Alla nostra destra, appare un breve scorcio della più estesa alpe Granda, posta più o meno alla stessa quota.
Raggiungiamo, ora, la sommità del prato, dominato da una surreale solitudine (solo i resti di un calec testimoniamo di una vita consegnata da un lontano passato): superata una fascia boscosa, troviamo un secondo prato, quello dell’Acquafredda. Dal suo limite superiore di sinistra inizia, quindi, una salita a vista: raggiunta, infatti, una piccola pianetta superiore (sopra il limite superiore sinistro del prato), dobbiamo cercare la via meno impervia per guadagnare il crinale dell’alpe Scermendone (presso il suo limite sud-occidentale), rimanendo leggermente a sinistra del ripido crinale che scende all’Acquafredda. L'ultimo tratto della salita è il più ripido e sfrutta un piccolo canalino, che conduce al crinale, a sinistra della cima quotata 2127 metri: dobbiamo prestare, quindi, un po' di attenzione, ed evitare di effettuare questa escursione in presenza di ghiaccio, neve e terreno bagnato.
Come già detto, possiamo raggiungere agevolmente questo punto salendo a Scermendone dall'alpe Granda.
Ora procediamo così. Pieghiamo per un breve tratto a sinistra (cioè verso l'alpe, nord-est) ed affacciamoci sul versante che guarda alla media Valtellina. Cerchiamo, a destra, il sentiero (marcato, ma non segnalato da segnavia) che, rimanendo leggermente più basso rispetto alla linea del crinale, procede verso destra (sud-ovest) e si addentra, quasi pianeggiante, nella fascia boscosa che guarda al versante valtellinese. Raggiungiamo, così, in breve una prima radura: qui, con breve fuori-programma, possiamo lasciare il sentiero per attaccare il ripido versante erboso che sta alla nostra destra, raggiungendo, in breve, il crinale in corrispondenza della cima di quota 2127 metri: si tratta di un punto di osservazione di eccezionale valore panoramico. Verso ovest e nord-ovest, possiamo distinguere, da sinistra, il corno di Colino e la cima del Desenigo, in valle di Spluga, la severa ed impressionante costiera Cavislone-Lobbia, che incombe sopra Cataeggio, le cime della Merdarola (sciöme da merdaröla), testata della valle omonima, il monte Spluga, il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge ed i pizzi dell'Oro, testata delle valli Ligoncio e dell'Oro, la costiera del Barbacan, le cime d'Averta ed i pizzi Badile, Cangelo e Gemelli, nella testata della val Porcellizzo. Verso est e nord-est possiamo, invece, ammirare, da destra, le valli Terzana e di Preda Rossa, il pizzo Bello, il passo di Scermendone, i Corni Bruciati, il monte Disgrazia e le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la valle di Preda Rossa dalla Val di Mello. Per non parlare dell'eccellente panorama orobico verso sud. Insomma, uno scenario che non dobbiamo esitare a definire superbo.
Scendiamo, quindi, di nuovo al sentiero e seguiamolo verso sinistra; questo prosegue, appena sotto il crinale, in direzione sud-ovest. Scendiamo, leggermente, perché il pizzo si trova ad una quota più bassa rispetto al limite dell'alpe Scermendone. Ad un certo punto vediamo, alla nostra destra, pochi metri più in alto, un curioso spuntone di roccia, dalla forma di fiamma. Subito dopo il sentiero, piegando leggermente a destra, ci conduce ad una porta erbosa che si apre fra le roccette del crinale. Guardando sul versante opposto, quello di Val Masino, abbiamo l'impressione che si debba proseguire appoggiandosi ad esso, perché scorgiamo una debole traccia di sentiero che corre poco più in basso, parallela al crinale. Invece dobbiamo rimanere sul crinale e, sormontato un masso con un breve ed elementare passo di arrampicata, portarci ad una curiosissima conca scavata proprio nel mezzo del crinale. Pochi metri più avanti giungiamo ad una splendida piazzola erbosa, che ci invita irresistibilmente ad una sosta.

Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima quotata 2127 metri.
Procediamo ancora per un breve tratto, fino ad un roccione che ci sbarra la strada; qui dobbiamo scendere sulla sinistra, appoggiandoci di nuovo al versante valtellinese e seguendo una debole traccia che corre su una lingua d'erba e passa appena sotto una parete di roccia che scende dal crinale, aggirandola ai piedi. La traccia si fa, quindi, più marcata, sale per un tratto e di nuovo scende, attraversando poi in piano (e qui si fa di nuovo debole) la parte alta di un ripido versante erboso. Giungiamo, così, in vista del cocuzzolo sul quale è posta la bandierina tricolore metallica che sormonta il pizzo Mercantelli. La traccia scende, ora, alla parte alta di un ripido canalone erboso, per poi risalire ad una selletta posta appena sotto la cima, che raggiungiamo, infine, senza difficoltà.
Il panorama che si apre è simile a quello della cima quotata 2127 metri. Sotto di noi, verso sud-ovest, il crinale scende ripido per un tratto, passando per la cima di roccette denominata "sas dal camosc", appena più bassa, che costituisce il punto di incontro dei confini dei comuni di Val Masino, Ardenno e Buglio. Poi si fa boscoso e si addolcisce, allargandosi infine ai prati dell'alpe Granda. L'intero crinale percorso, così come l'alpe Scermendone, rientrano nel comune di Buglio in Monte. Così come rientra nel territorio di Buglio l'ampio solco della Val Primaverta, che si può osservare bene dalla cima guardando verso sud (a sinistra dell'alpe Granda). Uno sguardo, ora, alle cime osservabili dal pizzo.
Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367).
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla lunga costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val di Mello dalla valle di Sasso Bisolo-Preda Rossa, e che presenta, da sinistra (limite di sud-ovest) il massiccio monte Piezza (sciöma da pièsa, m. 2287), la cima d’Arcanzo (m. sciöma dè narchènz, m. 2715), cima degli Alli (sciöma dei äl, m. 2758), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2853), dietro cui restano nascosti il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814) e la bocchetta Roma (m. 2898), che congiunge l’alta Val Cameraccio all’alta Valle di Preda Rossa. Segue, in questa carrellata in senso orario, il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che chiude la Valle di Preda Rossa. Le due cime, pur così vicine, sono geologicamente separate, in quanto appartengono a mondi diversi: dal grigio granito del monte Pioda si passa al rosseggiante serpentino del monte Disgrazia. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114). Alla loro destra si apre la Val Terzana, sul cui fondo si individua il passo di Scermendone (m. 2593) e, alla sua destra, il pizzo Bello (m. 2743).
Ad est, sud e sud-ovest si mostra nella sua interezza la catena orobico, sulla quale l'occhio esperto può distinguere le più importanti cime: la chiude, a sud-ovest, l'inconfondibile corno del monte Legnone. Un panorama che ripaga certamente le tre ore circa necessarie per ragigungere il pizzo da Valbiorch (il dislivello approssimativo è di 840 metri).
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| Difficoltà |
EE |
Dislivello |
700 m |
| Tempo |
3 h e 30 min. |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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Valle di Preda Rossa
La
Val Masino, nel suo tratto superiore, si divide in tre grandi rami:
la valle dei Bagni di Masino, a nord-ovest, la Valle di Mello, al centro,
e la valle di Sasso Bisolo, a sud-est. Quest'ultima, a sua volta, si
biforca, a quota 1900 metri, nella valle di Preda Rossa, ad ovest, e
nella val Terzana, ad est.
Mentre la Val Terzana ricade interamente nel territorio del comune di
Buglio, l'alpe di Sasso Bisòlo e la Valle di Preda Rossa appartengono
a tale territorio solo per metà, o poco meno, in quanto il loro
lato occidentale rientra nel territorio del comune di Val Masino.
Se ci interessa qualche indicazione più precisa sui confini,
teniamo presente quanto segue. Il confine del comune di Buglio passa
appena sotto la cima del pizzo Mercantelli (la prima elevazione significativa,
con in suoi 2070 metri, sul crinale che dall'alpe Granda sale all'alpe
Scermendone ed alla cima di Vignone), segue il selvaggio vallone che
da tale cima scende verso nord-ovest, fino alla località di Valbiore
(m. 1225), raggiungendo il fondo della Valle di Sasso
Bisolo più o meno in corrispondenza della galleria che la nuova
pista Valbiore-sasso Bisolo utilizza per superare uno sperone di roccia.
Se vogliamo raggiungere Valbiore non possiamo, ovviamente, seguire questo
vallone, ma dobbiamo salire dalla Val Masino. Ecco come.
A Cataeggio, centro amministrativo del comune di Val Masino (m. 787),
proprio al termine della via centrale, che oltrepassa la chiesa ed il
municipio, si trova, in prossimità del Centro Polifunzionale della Montagna,
una deviazione a destra, per i rifugi Scotti e Ponti. Oltrepassato il
torrente Masino su un largo ponte (che, per fortuna, non ha cancellato
quello antico, ben visibile appena più a valle), la strada comincia
a salire verso la valle, tagliando il piede del selvaggio monte Piezza.
Si tratta di una strada dalla carreggiata ampia e comoda, costruita
dall'ENEL negli anni Sessanta, quando era stato elaborato il progetto
di sfruttare la piana di Preda Rossa per costruire un grande bacino
artificiale. Il progetto venne poi abbandonato, anche in seguito alle
proteste di quegli ambientalisti che, fra il 1966 e 1967, diedero vita
ad una campagna di stampa che sottolineava il danno paesistico enorme
che una diga in questo scenario naturale di incomparabile bellezza avrebbe
comportato.
Se prestiamo attenzione al primo tornante sinistrorso, vedremo, accanto
ad una deviazione a destra, la partenza del vecchio sentiero (con il
cartello del Sentiero
Italia) che, per buoni camminatori, costituisce un'ottima alternativa
alla strada asfaltata (segnavia rosso-bianco-rossi). In ogni caso, con
l'automobile o a piedi, ci ritroveremo alla citata localit� Valbiore
(m. 1225), appena a valle del punto in cui la valle si restringe, accennando
ad una gola. Lo scenario � qui dominato dagli impressionanti segni di
due enormi frane (la prima scesa nel 1976), che si sono staccate dai
fianchi occidentali della valle, lasciando una ben visibile ferita nella
roccia. Sui massi ciclopici disseminati in questo tratto della valle
lavorano i cavatori di marmo, per cui ci potr� capitare di sobbalzare
per lo scoppio di qualche mina. La strada asfaltata � qui interrotta
dalla frana.
È stata di recente costruita la sopra menzionata pista alternativa,
sul fianco orientale (destro, per noi) della valle, con un breve tratto
in galleria, ma l'accesso � vietato perch� il tracciato non � ancora
stato messo in sicurezza ed il versante � instabile per alcuni smottamenti.
Per la verit� molti, soprattutto d'estate, non si curano n� del divieto,
n� delle sospensioni delle proprie automobili, e procedono sulla pista
il cui fondo, oltretutto, � molto accidentato. Il risultato � che, nei
fine settimana estivi, la piana di Preda Rossa gareggia con la Val di
Mello quanto a brulicare di turisti tutti intenti a farsi lentamente
arrostire dal sole (che qui non scherza) o a cercare refrigerio nelle
acque sempre fredde del torrente.
Il
tratto più accidentato della pista si trova dopo la galleria,
dove il tracciato scavalca, con un ponte, il torrente di Preda Rossa,
portandosi dal lato destro (per noi) a quello sinistro della valle,
e salendo ad intercettare la vecchia strada asfaltata.
Torniamo ai confini del territorio di Buglio: dalla località
Valbiore all'alpe di Sasso Bisolo, e per tutta l'alpe, fa da confine
il torrente di Preda Rossa. Per salire all'alpe di Sasso Bisolo possiamo
anche seguire il tracciato del vecchio sentiero, che passa dal lato
orientale a quello occidentale della valle, per salire alla piana dell'alpe,
dove ritroviamo la strada asfaltata (se, invece, seguiamo, a piedi,
la pista, dobbiamo essere muniti di torcia, perch� nella galleria la
visibilit�, per un breve tratto, si azzera; ci vorrebbe anche un casco,
perch� il rivestimento delle pareti, a causa di infiltrazioni d�acqua,
� in parte crollato). All�ingresso della piana � posto, sulla sinistra
per chi sale, il rifugio
Scotti (m. 1500), che può costituire un ottimo punto di appoggio
per il ristoro. Sulla destra, invece, ci capiterà certamente di vedere,
fino al primo autunno, le mucche al pascolo.
L'ambiente è gentile ed ameno: quando, in tarda primavera o primo
autunno, la solitudine la fa ancora da padrona camminare lungo la piana,
protetta da imponenti versanti boscosi sui due lati, suscita un incomparabile
senso di pace.
La particolare bellezza di questi luoghi è stata riconosciuta
anche ufficialmente: siamo, infatti, nel Sito di Importanza Comunitaria
IT 2040020). Unico neo: la scarsa panoramicità. L'alpe è,
infatti, chiusa dai ripidi versanti montuosi che incombono a nord e
sud, mentre ad est ed ovest la soglia glaciale che la separa da Preda
Rossa e una strozzatura chiudono l'orizzonte.
Dall'alpe di Sasso Bisolo è possibile salire alla piana di Preda
Rossa, oppure all'alpe di Scermendone basso. Nel primo caso si può,
ovviamente, seguire la strada asfaltata: dopo un lungo rettilineo, questa,
superata una sbarra (sempre aperta), comincia ad inanellare i tornanti
che le permettono di superare il gradino roccioso che separa la piana
di Sasso Bisolo da quella di Preda Rossa. Se vogliamo camminare, però,
ci ci conviene seguire il sentiero, segnalato, che sale, ripido, in
un bellissimo bosco di conifere, tagliando in più punti la strada.
L'ultimo tratto è particolarmente suggestivo: dopo essere passato
vicino alla cascina Zecca (m. 1830), il sentiero attraversa una sorta
di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la
più ampia piana di Preda Rossa.
Prima di raccontare come si accede alla bellissima piana, vediamo la
seconda possibilità escursionistica, la salita da Sasso Bisolo
all'alpe di Scermendone basso (che avviene interamente nel territorio
del comune di Buglio). Seguiamo, in questo caso, per un tratto la strada
asfaltata, dal rifugio Scotti fino al gruppo di baite, con la casera,
che si trovano alla nostra destra. Imboccando una pista appena marcata,
lasciamo ora la strada, superiamo le baite e puntiamo verso est (diagonale
verso destra), in direzione del torrente, che scorre a ridosso del fianco
meridionale della valle (cioè alla nostra destra). Raggiunta
la sua riva, la seguiamo, sempre verso est (monte), fino a trovare un
ponticello che ci permette di passare sul versante opposto, dove troviamo
il sentierino che sale all'alpe di Scermendone basso, tenendosi sul
versante meridionale dell'estrema propaggine della Val Terzana (alla
nostra sinistra, infatti, è scavata la gola terminale che precede
il punto in cui la Val Terzana confluisce nella Valle di Sasso Bisolo).
Dopo qualche tornantino, il sentiero (segnalato da qualche raro segnavia
rosso-bianco-rosso) raggiunge le baite della località Corticelle
(Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in
una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e
superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota
1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in
bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati
immediatamente a valle dell'alpe. Teniamo presente che la traccia non
è continua, e tende a perdersi nei prati attraversati: per ritrovarlo,
immaginiamo quindi di effettuare una diagonale che li tagli dal limite
inferiore raggiunto a quello superiore. Dai prati raggiunti saliamo,
puntando la baita solitaria che sta sulla nostra verticale, fino a raggiungere,
attraversato un breve corridoio, la soglia del pianoro di Scermendone
basso (un'alpe ancora utilizzata nel periodo estivo), dove raggiungiamo
la casera, a quota 2050 metri. Davanti ai nostri occhi si apre un suggestivo
scorcio dell'alta Val Terzana, dove è facilmente riconoscibile
il passo di Scermendone, che porta in alta Valle di Postalesio.
Le possibilità di proseguire l'escursione sono, ora, due: la
salita all'alpe Scermendone alto e la traversata alla piana di Preda
Rossa. Nel primo caso, dobbiamo procedere per un tratto sul limite destro
dell'alpe, ignorando un primo sentiero che, alla nostra destra, comincia
a risalire il fianco montuoso; troveremo
un secondo e più marcato sentiero, che affronta il versante montuoso
alla nostra destra, con un primo tratto in diagonale verso sinistra,
ed un secondo più lungo tratto verso destra. La salita, non lunga,
ci porta alla fine sul limite nord-orientale della splendida ed amplissima
alpe di Scermendone alto, nei pressi della chiesetta di San Quirico.
Purtroppo non è possibile, dall'alpe, una discesa che riporti
direttamente a Sasso Bisolo (o meglio, lo sarebbe, passando per i prati
di Acquafredda e Prada, ma bisogna essere molto esperti dei luoghi).
Volendo, però, si può scendere all'alpe Granda e da qui,
non lontanto dal rifugio omonimo, imboccare il sentiero che porta alle
baite Taiada; sulla destra di queste si trova, infine, il sentiero che
scende alla pista sterrata Valbiore-Sasso Bisolo, a valle della galleria.
Da Scermendone basso possiamo anche effettuare una facile traversata
a Preda Rossa, In questo caso alla casera dell'alpe pieghiamo a sinistra,
raggiunendo, in breve, il ponticello che ci permette di attraversare
il torrente della Val Terzana. Troviamo, sul lato opposto, il sentiero
segnalato che taglia l'aspro versante franoso che scende verso sud-ovest
dal Sasso Arso (m. 2314). Una traversata non lunga, che, con qualche
saliscendi, ci porta al ponticello in legno che scavalca il torrente
di Preda Rossa. Tornando a Sasso Bisolo per il sentiero che scende dal
medesimo lato della strada asfaltata, possiamo chiudere un breve anello,
poco impegnativo ed assai interessante.
Eccoci, dunque, di nuovo al pianoro che precede la piana di Preda Rossa.
Quel che vediamo ci fa capire il motivo del nome ("preda"
significa grande masso). Se
guardiamo alla nostra destra, cioè il fianco di nord-ovest del
Sasso Arso, vediamo un'impressionante colata di massi di colore rossastro,
che scende fino al limite superiore di un verdissimo bosco di larici,
e pare, quasi, essere lì lì per mangiarselo. Non stupisce
che un tale spettacolo abbia sollecitato la fantasia degli uomini, dando
origine alla celebre leggenda
del monte Disgrazia e dei Corni Bruciati.
Un tempo, narra la leggenda, l'intera valle era occupara da pascoli
rigogliosi e da boschi bellissimi, ma l'egoismo dei pastori, che non
vollero accogliere Cristo che si presentò loro nelle vesti di
un umile mendicande, attirò su di loro la terribile punizione
divina: dal fianco del Sasso Arso e dei Corni Bruciati cadde sugli sventurati
una pioggia di massi infuocati, e da allora la valle assunse l'aspetto
attuale, dominato dalla tonalità rossastra, che ricorda l'immane
incendio. A memoria della punizione divina, alla quale un solo pastore
scampò, il nome del monte che domina la valle fu mutato da pizzo
Bello a monte Disgrazia.
Dalla leggenda alla geografia. Immaginiamo una linea retta che ci congiunga
alla cima del monte Disgrazia, che mostra, proprio di fronte a noi,
il suo bellissimo e davvero regale versante sud-occidentale: tutto ciò
che sta a destra di questa linea ricade entro il territorio del comune
di Buglio, mentre ciò che sta a sinistra è territorio
del comune di Val Masino.
Proseguiamo,
ora, alla volta della piana (m. 1900 circa), che si apre, gentile, ampia,
splendida, nella cornice imponente del versante sud-occidentale del
monte Disgrazia e, alla sua destra, dei Corni Bruciati. Fin qui, vale
la pena di ricordarlo, possiamo giungere anche con una bellissima salita
in alpin-bike.
Dalla piana possono partire diversi itinerari escursionistici. Il più
classico ha come meta il rifugio
Ponti.
Lo si raggiunge, seguendo i segnavia, in un'ora e mezza-due. Raggiunto
il limite di sinistra della piana, il sentiero guadagna un secondo pianoro,
prima di inerpicarsi, piegando leggermente a sinistra, su un gradino
roccioso. �, questo, il tratto più faticoso della salita. Poi il tracciato
si fa via via meno ripido e, piegando di nuovo leggermente a destra,
taglia gli ultimi magri pascoli che precedono il rifugio (m. 2559).
La capanna � di propriet� del CAI di Milano ed � stata edificata nel
1928, nei pressi dei ruderi della più antica capanna Cecilia, fatta
costruire nel 1881 dal conte Lurani come base di appoggio per le ascensioni
al monte Disgrazia.
Per chi volesse prolungare l'escursione, si offrono due possibilità:
la salita alla celeberrima bocchetta Roma, a 2890 metri (uno dei punti
pi� alti del Sentiero Roma) o al rifugio Desio (inagiibile, al passo
di Corna Rossa, m. 2836). Nel primo caso si seguono i segnavia che descrivono
un ampio arco verso nord (sinistra) e che ci aiutano a districarci fra
un vero e proprio groviglio di grandi massi; nel secondo ci si dirige
a destra, si scende al vallone del torrente, si sale sul filo della
bellissima morena centrale, si ignorano le indicazioni per il monte
Disgrazia e si prosegue verso est, guadagnando il filo di una seconda
e pi� piccola morena ed
attaccando un nevaio che porta ai piedi del ripido canale ai piedi del
passo di Corna Rossa (il rifugio � collocato proprio sul passo, che
separa la Val Masino dalla Valmalenco � e pi� precisamente dalla val
Airale). Dal passo � possibile scendere, seguendo i segnavia, al rifugio
Bosio, in val Torreggio.
La valle di Preda Rossa �, in inverno, un�ottima meta anche per chi
ama lo sci-alpinismo. In particolare, raggiunto il rifugio Ponti, si
possono effettuare bellissime discese verso la piana, sfruttando la
morena centrale. � per� necessario controllare lo stato della neve,
perch� non dobbiamo dimenticare di essere ai piedi del ghiacciaio di
Preda Rossa, dal quale la scarica di slavine, in condizioni di precario
assestamento del manto nevoso, � frequente.
Qualche ultima nota per un bellissimo anello di alpin-bike, da percorrere
in due giorni, partendo da Ardenno. Il primo giorno ci permette di raggiungere,
seguendo il percorso gi� indicato, il rifugio Scotti. Il secondo giorno
saliamo a Preda Rossa, scendiamo dalla sella per raggiungere gli alpeggi
di Scermendone basso (m. 2030) e Scermendone alto (m. 2131), dove potremo
effettuare una sosta al bivacco Scermendone, non lontano dalla bellissima
chiesetta di san Quirico (il sentiero che congiunge i due alpeggi �
per� percorribile, anche se con fatica, in bicicletta). Con la bicicletta
possiamo percorrere il bellissimo e largo crinale dell'alpe, fino al
limite occidentale. Superata la casera, ci ritroveremo presso il rudere
dell'ultima baita. Scendiamo
di nuovo di sella e, raggiunto il limite inferiore del prato sottostante,
scendiamo per un breve tratto su un sentierino segnalato, fino ad intercettare
una pista che ci permette di inforcare di nuovo la bicicletta e di scendere
all'alpe Granda (m. 1680). Poco oltre una vasca di raccolta dell'acqua
e nei pressi della baita più orientale, troveremo, verso sud, l'inizio
del sentiero che scende al maggengo di Our di sopra (m. 1420). Da Our
una strada con fondo in cemento ed in asfalto ci porta a Buglio in Monte.
L'ulteriore discesa da Buglio ad Ardenno, passando da Villapinta, conclude
questo inusuale ma bellissimo anello.
Il miglior modo di concludere questa presentazione delle possibilità
escursionistiche offerte dalla Vall di Preda Rossa, però, è
quello di raccontare un percorso che si sviluppa interamente nel territorio
di Buglio: la salita al passo di Corna Rossa per la grande morena centrale.
Per effettuarla, dobbiamo attraversare la piana, ma non al centro, come
fanno coloro che salgono al rifugio Ponti, bensì sul suo lato
destro, su una strada sterrata che lo percorre interamente. La strada
ci consente, poi, di salire ad un secondo e più piccolo pianoro,
che costituisce una piccola perla: nelle giornate limpide lo scenario
è di un'incredibile solarità. Nella salita possiamo, inoltre,
ammirare da vicino il poderoso fianco rossastro dei Corni Bruciati,
che avremo modo di osservare, durante il cammino, da diversi profili.
La strada termina, per lasciare il posto ad una traccia di sentiero
che ben presto, però si perde. Dobbiamo tagliare il pianoro fino
al suo lato terminale sinistro, per cercare una nuova traccia che sale
ad una seconda pianetta: ci ritroviamo così ai piedi dell'impressionante
grande morena della Valle di Preda Rossa.
Un
sentierino ne percorre il filo, salendo ripido fino a raggiungere più
o meno la quota del rifugio Ponti, intercettando il sentiero che da
esso si stacca per il monte Disgrazia e per il passo di Corna Rossa.
Deviando a sinistra, potremmo raggiungere il rifugio; proseguendo sul
filo della morena, giungeremmo invece ai piedi del ghiacciaio di Preda
Rossa, che viene risalito, in direzione della sella di Pioda, da quanti
scalano il monte Disgrazia. Noi invece scendiamo a destra, superiamo
un torrente che scende dal ghiacciao, risalendo poi a superare una seconda
morena e seguendo i segnavia che ci fanno avvicinare al fianco orientale
della valle. La traccia ci porta presso un grande masso, sul quale è
scritta, in caratteri molto grandi, l'indicazione del rifugio Desio.
Dobbiamo oltrepassare un pianoro occupato spesso, anche a stagione avanzata,
da un nevaio, prima di giungere ai piedi della costiera, che attacchiamo
in corrispondenza di un nevaio. Questo va risalito in direzione del
vertice di sinistra, oppure in parte fiancheggiato a destra, salendo
per gande, ed alla fine tagliato verso sinistra. Nell'ultima parte la
pendenza è significativa, per cui sono consigliabili i ramponi.
Tocchiamo poi un terreno misto costituito da sassi mobili e terriccio,
che rende piuttosto faticosa l'ulteriore salita al passo di Corna Rossa.
In alcuni punti questa
è agevolata da corde fisse; bisogna prestare comunque molta attenzione,
perchè alcuni passaggi sono esposti. Il passo non è facilmente
riconoscibile sulla costiera, e non possiamo neppure sperare di vedere
il rifugio Desio prima di raggiungerlo, perchè questo è
nascosto pochi metri oltre il valico. L'unico indizio del fatto che
ormai la salita è terminata è il parafulmine, posto non
a caso nei pressi del rifugio: questa zona è estremamente bersagliata
dai fulmini, per il contenuto ferroso delle rocce che la costituiscono
(e che le conferiscono il caratteristico colore rossastro, che spiega
anche il nome della valle, che significa "Pietra rossa").
E' dunque imprudente affrontare la salita con tempo incerto, anche perché
non ci si può poi appoggiare al rifugio, dichiarato inagibile
dopo le eccezionali nevicate dell'inverno 2000-2001.
Se abbiamo due giorni a disposizione, possiamo scendere al rifugio
Bosio, in Val Torreggio, ed utilizzare la seconda giornata per chiudere
uno spettacolare anello intorno ai Corni Bruciati. Scendiamo, dunque,
entrando nel territorio del comune di Torre S. Maria. Seguendo le indicazioni
ed i segnavia, procediamo prima per sfasciumi, lungo la valle Airale
(attenzione a non prendere a sinistra per il lago della Cassandra),
poi su terreno meno faticoso, nell'alta val Torreggio, dove, in una
bella piana disseminata di larici, raggiungiamo alla fine la meta della
prima giornata, il rifugio Bosio (m. 2086), dopo aver varcato il torrente
Torreggio su un bel ponte, collocato recentemente dai cacciatori.
Dopo
il pernottamento al rifugio, ricominciamo a salire, in direzione sud-ovest,
seguendo le indicazioni per il passo di Caldenno (m. 2517), che ci immette
all’alta Valle di Postalesio. Dobbiamo, ora, portarci al passo
collocato sul lato opposto dell’alta valle, il passo di Scermendone,
ma per farlo non possiamo effettuare una traversata in quota: seguendo
il sentiero, scendiamo, quindi, fino all’alpeggio di quota 2360,
e poi, lasciata sulla sinistra la traccia di sentiero che scende all’alpe
Palù, descriviamo un semicerchio che piega a destra e ci porta
ai piedi del versante montuoso, che comincia a risalire con andamento
abbastanza ripido. Dopo aver piegato a sinistra, affrontiamo gli ultimi
faticosi tornantini e ci affacciamo, sui 2595 metri del passo, alla
Val Terzana. La successiva discesa, su sentiero segnalato, è
tranquilla e riposante, e passa per il laghetto di Scermendone e l’alpe
Piano di Spini, prima di terminare alla chiesetta di S. Quirico (alpe
Scermendone). Appena prima che il sentiero raggiunga l’alpe, troviamo,
sulla destra, il marcato sentiero che scende all’alpe Scermendone
basso, dalla quale, per l’itinerario già descritto, torniamo
a Preda Rossa. Chi avesse una tempra non comune potrebbe completare
questo anello in una sola giornata, impiegando dalle 10 alle 12 ore.
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
Vari |
| Tempo |
Vari |
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Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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