Ardenno

Il primo paese della Bassa Valtellina

 

 

Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Ardenno è il primo paese della bassa Valtellina che si incontra procedendo in direzione di Colico (cioè da est ad ovest), ed è posto presso lo sbocco della Val Masino, sul versante retico, immediatamente ad est del punto nel quale il fondovalle valtellinese descrive una doppia curva, ad S, aggirando il caratteristico promontorio montuoso del Culmine di Dazio, o Colmen.
Il suo nome è molto probabilmente connesso con la radice del verbo latino “ardere”, e quindi con il fuoco, ma il significato di questo nesso non è chiaro. Il diplomatico e uomo d'armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive, in proposito:“Alcuni ritengono che il nome di questo borgo sia derivato in antico dalla parola latina ed italiana ardere, perché durante l’estate il paese è tormentato da un caldo terribile; infatti è tutto esposto a mezzodì, né vi spira vento di sorte, a cagione della montagna di Pilasco che sorge a ponente. Quindi il clima è insopportabile, e perciò la nobiltà e la gente facoltosa, finché dura il caldo, cioè fino La chiesa parrocchiale di S. Lorenzo ad Ardenno. Foto di M. Dei Casall’autunno, si trasferiscono in altri luoghi freschi e ventilati”. Le notazioni sul clima estivo sono, per la verità piuttosto esagerate, e l’ipotesi sul motivo della denominazione del paese non è l’unica. Il nome potrebbe, infatti, anche riferirsi al supplizio del santo patrono, S. Lorenzo, che fu martirizzato su una graticola, oppure alla presenza, nelle frazioni alte, di numerosi “piuàtt”, cataste particolari dalla cui lenta combustione interna si ricavava carbone di legna, o ancora, infine, da un episodio che risale ai tempi delle invasioni barbariche, quando una squadra di cavalieri che percorsero la valle tentò di dar fuoco alle case del paese, senza riuscirci, tanto che si udì gridare uno di loro “Arde-no, arde-no”.
Lo studioso Orsini, invece, ipotizza che "Ardenno" abbia la medesima origine del ben più celebre toponimo "Ardenne", in Belgio, e risalga ad "Arduinna", la dea celtica delle selve.
Se rimane incerto l'etimo di Ardenno, certo, invece, è il suo passato illustre. Sempre il von Weineck scrive: “ …Segue il borgo di Ardenno, dove sorge la chiesa prepositurale di S. Lorenzo, che un giorno estendeva la sua giurisdizione a quasi tutte le chiese sulla destra dell’Adda, dal torrente che bagna Pedemonte sino al torrente Acquàa presso Civo, e sulla sinistra dell’Adda dal comune di Forcola alla valle del Bitto…In Ardenno tengono la loro L'ingresso dell'edificio dell'antica gendarmeria austriaca in via Cavour. Foto di M. Dei Casordinaria residenza i Paravicini…”
Assai antica ed importante fu la pieve di Ardenno. A metà del secolo XIII, infatti, l'intero territorio della media e bassa Valtellina e della Valchiavenna era suddiviso nelle pievi di Sondrio, Berbenno, Ardenno, Olonio, Samolaco e Chiavenna. La pieve di Ardenno, in particolare, comprendeva, almeno fino al 1363, oltre ad Ardenno, anche Buglio, Forcola, Talamona, Morbegno, Albaredo, Bema, Campovico, Civo e Dazio: in sostanza l'intero Terziere inferiore della Valtellina (l'attuale bassa Valtellina) era suddivise fra le pievi di Ardenno ed Olonio. Ancora a metà del Quattrocento, dopo la defezione di Talamona e Morbegno, rimanevano legate alla pieve di Ardenno Biolo, Buglio, Dazio, Caspano (con Cevo, Civo e Cataeggio), Roncaglia, Campovico e Forcola (con la Val di Tartano). L’importanza della pieve di Ardenno si spiega alla luce della sua collocazione strategica: si trovava, infatti, non solo all’imbocco della Val Masino, ma anche nei pressi di un importante approdo per i traffici commerciali che sfruttavano il fiume Adda, vale a dire il traghetto di S. Gregorio (nucleo di poche case ad ovest della Sirta, sul versante orobico). Qui sorgeva, ancora in epoca secentesca, una torre episcopale, eretta nel Quattrocento, e qui il Vescovo di Como, alla cui Diocesi appartengono Valtellina e Valchiavenna, riscuoteva le rendite dei beni in terra di Valtellina.
La chiesa di san Lorenzo fu edificata, probabilmente prima del Mille, presso un'ansa dell'Adda vecchia, là dove questa piegava a sinistra per portarsi al porto di San Gregorio, sul lato opposto della piana. Non era al centro del nucleo abitato: nei suoi pressi sorgevano solamente un edificio fortificato con La chiesetta di S. Antonio Abate. Foto di M. Dei Castorri, che serviva come dimora ai nobili del casato dei Capitanei (o forse come residenza temporanea del Vescovo di Como), un rustico ed un edificio con il tetto in paglia. Le chiese di Ardenno e Berbenno dovevano versare alla mensa vescovile di Como 112 forme di cacio ogni anno.
Di un castello di San Lucio, menzionato da testimonianze storiche, che venne eretto, probabilmente dai De Capitanei, nel 1049 in località Castello (uno sperone chiuso ad ovest dal fosso del Gaggio), non restano ora, dopo la distruzione nel 1249, che scarsissime ed incerte tracce.
Due secoli dopo, cioè nel Quattrocento, due sono gli eventi che meritano di essere ricordati. Nel 1442 Ardenno passò dalla signoria dei Quadrio a quella dei Parravicini, originari di Caspano, che ricevettero dal Vescovo di Como l'investitura feudale su un terzo circa dei territorio del paese e che vi assumeranno un ruolo dominante per i successivi secoli, lasciando diversi segni della loro presenza, fra cui il bel palazzo Parravicini-Savini, nel quale si può ancora vedere il loro stemma, con un cigno bianco in campo rosso, ed il motto “Agitado sed semper firmo” (cioè “attivamente, ma sempre con fermezza”). Nell'ultimo quarto del secolo la storia di Ardenno si incrociò con quella delle Tre Leghe Grigie, costituitesi sul finire del Medio-Evo: la Lega Caddea, con capitale Coira (1367), la Lega Grigia, con capoluogo Ilanz (1395) e la Lega delle Dieci Giurisdizioni, con capoluogo Davos (1436). Le Tre Leghe si unirono nel 1471 in un’unica Repubblica indipendente (solo molto più tardi, all’inizio dell’Ottocento, confluirono nella Confederazione Piazza Roma e la chiesa di S. Lorenzo ad Ardenno. Foto di M. Dei CasElvetica).
Pochi anni dopo il loro sguardo cadde sul versante retico che guarda a meridione, cioè sulle valli della Mera e dell’Adda, possesso del Ducato di Milano. Era per loro di fondamentale importanza economica, oltre che militare, poter controllare quelle valli, e con esse i commerci fra la pianura Padana ed i territorio di lingua tedesca. Così si appigliarono ad un preteso lascito dei Visconti al vescovo di Coira e reclamarono per sé le valli, occupando militarmente la Valchiavenna e la Valtellina da Bormio a Sondrio, nel 1486. Vennero, però, sconfitte nella battaglia di Caiolo, dopo la quale, nel 1487, venne firmata, proprio ad Ardenno, la pace con il Ducato di Milano. Milano si riprese la Valtellina, pagando un forte indennizzo ai Grigioni. Le Tre Leghe Grigie, però, ben presto tornarono in possesso della valle, all’inizio del secolo successivo (nel 1512: iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina).
I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione La chiesa di S. Pietro a Màsino. Foto di M. Dei Caseconomica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Ardenni" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1263 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 4391 pertiche e sono valutati 2745 lire; campi e boschi occupano 3569 pertiche e sono valutati 2525 lire; gli alpeggi, che caricano 150 mucche, vengono valutati 30 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 1576 pertiche e sono stimati 2364 lire; vengono torchiate 66 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 66 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9140 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Pochi anni dopo le cronache del paese fecero registrare una tremenda tragedia: il 9 giugno del 1538, vigilia di Pentecoste, una grande frana investì il centro del paese, colpendo anche la chiesa parrocchiale. Ne riferisce anche il von Weineck: “Il 9 giugno del 1538 Ardenno acquistò una triste La chiesetta di San Giuseppe. Foto di M. Dei Casnominanza, perché molte case, sette persone e molti bei poderi, con grandissimo danno dei miseri abitanti, vennero travolti e rovinati da una frana”.
Ecco come viene descritto il tragico evento dallo storico Enrico Besta, nell'opera "Le valli dell'Adda e della Mera nel corso dei secoli - vol. II: "Il 9 maggio 1538 una tremenda frana travolse diverse case, disertò campi e vigne, uccise sette persone, e quella che si riteneva la terra dell'arsura subì il flagello dell'acqua torrenziale". La chiesa venne però ricostruita: la riedificazione ebbe termine nel 1584. Erano, quelli, anni di clima piuttosto perturbato per l'intera Valtellina: se piogge intensissime misero in modo la distruttiva frana del 1538, di lì a poco venne uno dei più lunghi periodi di siccità che la storia valtellinese ricordi: non cadde dal cielo goccia d'acqua o fiocco di neve per cinque interi mesi, dal 7 novembre 1539 al 7 aprile 1540 (e questo valga per chi si lamenta sempre che oggi il clima...non è più quello di una volta!).
Sul finire del secolo (1589) la Valtellina fu visitata dal Vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che diede della sua visita pastorale un'importante relazione. Il quadro che ne risulta, in riferimento ad Ardenno, è assai interessante. Il nucleo centrale del comune risultava piuttosto modesto (40 fuochi soltanto, vale a dire 200-240 anime). Ma attorno a questo nucleo si registrava un'importante costellazione di frazioni: Cavaleri (oggi Cavallari), Masino, Arsizio (oggi Gaggio), Scheneno, Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla), Pioda, Piazzalunga, Gaggio (oggi S. Rocco). Nel complesso, 2500 abitanti, tutti cattolici, affidati alla cura spirituale del prevosto don Vincenzo Paravicini: se consideriamo La chiesetta di San Rocco, sopra Gaggio. Foto di M. Dei Casche la popolazione attuale è di 3018 abitanti, possiamo concludere che, nei secoli successivi, non è aumentata di molto. In particolare, significativa risultava la vitalità dei nuclei di Biolo e Piazzalunga, entrambi con 60 fuochi (300-360 abitanti).
Ecco il dettaglio complessivo del numero delle famiglie registrate dal vescovo per ogni frazione: Ardenno (40), Cavaleri (16), Masino (20), Arsizio (l'attuale Gaggio, 8); Scheneno (40); Biolo (60; il Ninguarda annota anche la richiesta degli abitanti di Biolo di avere un prete che ne serva le esigenze); Pioda (25); Piazza Lunga (60); Gaggio (a monte dell'attuale Gaggio; 25).
Ma cediamo a lui la parola: "Ardenno, che si trova al di là dell’Adda, dista cinque miglia dall'acqua di Clivio dove finisce la pieve di Olonio. Si stende ai piedi del monte e il centro è piccolo non contando più di quaranta famiglie. Alla sua comunità spettano otto frazioni... In Ardenno c'è l'artistica chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo; benché ci sia il prevosto a memoria d'uomo non ci furono mai canonici, sebbene ci sia una prebenda canonicale, il cui provento annuo (come dicono) non supera i nove o dieci condi, che viene raccolto dalla comunità e destinato per i restauri della chiesa matrice. Attuale prevosto è il sac. Vincenzo Parravicini, nativo di lì...Nelle predette frazioni che contano più di 2500 anime non si contano eretici. Poiché le frazioni non hanno reddito annuo non viene mai celebrata la messa, se non qualche volta dal prevosto di Ardenno o dal suo cappellano, che vi è mantenuto saltuariamente".
Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero: la valle si trovò, infatti, coinvolta nella Guerra dei Trent’anni (1618-1648), percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra. Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici anche ad Ardenno, dove i Parravicini, i Cotta ed i Visconti Venosta si posero alla testa della rivolta contro i Grigioni. Anche qui vennero assassinati protestanti considerati empi e nemici della fede cattolica.
Baite in località San Rocco, sopra Gaggio. Foto di M. Dei CasPoi venne la “morte nera”, cioè la peste, portata in Valtellina, fra il 1629 ed il 1630, dai Lanzichenecchi, calati dal nord per intervenire nella guerra di successione per il Ducato di Mantova. Ad Ardenno il morbo comparve nell'ottobre del 1629, per poi diffondersi a Buglio, Biolo ed in Val Masino. Il paese dovette pagare un alto tributo al terribile morbo: molte frazioni furono decimate e diverse famiglie cambiarono la loro dimora, cercando luoghi più sicuri. Nel complesso possiamo dire che il terribile flagello forse dimezzò la popolazione, quando non la ridusse ad una percentuale ancora inferiore (le congetture più prudenti parlano, invece, di una riduzione del 35-40% della popolazione). La seconda metà del secolo e la prima di quello successivo furono segnati da una situazione di crisi economica accentuata, che fu all’origine di un ampio movimento emigratorio. La meta principale fu Roma, verso cui si diressero soprattutto le famiglie di Biolo.
Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall'opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, L'Istituto guanelliano S. Lorenzo (casa di riposo) ad Ardenno. Foto di M. Dei Casche ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni:: “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per La chiesa parrocchiale di San Lorenzo. Foto di M. Dei Cassostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo -squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo. Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, La chiesa di San Lorenzo ed il municipio di Ardenno. Foto di M. Dei Cassarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.); e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere… Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale bellezza”.
Torniamo a seguire il filo della storia ardennese. Alcuni riferimenti cartografici possono aiutarci a comprendere quali fossero, nel territorio di Ardenno, i nuclei più importanti nel Seicento.
Ardenno, vista da Alfaedo. Foto di M. Dei Cas
Mentre nella Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, sono menzionate Ardeno, Maseno, Biolo ed Arsizio (l’attuale Gaggio), nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, sono individuati Arden, Pelasco e Pioda. Nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, è menzionato solo Arden.
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. Il La parte orientale di Ardenno. Foto di M. Dei Casdominio austriaco promosse la bonifica della piana di Ardenno, che determinò il nuovo corso dell’Adda, rettilineo e vicino al versante orobico. Dell’antico sinuoso corso rimase traccia nel canale dell’Adda vecchia, che ancora oggi attraversa la piana. La bonifica fu all’origine del ripopolamento del piano, in quanto rese disponibili nuovi terreni per le attività agricole.
Nel Settecento il territorio di Ardenno risultava costituito dalle contrade di Gadio (oggi Gaggio), Piazzalonga (Piazzalunga), Plota (Pioda), Sceneno (Scheneno), Bioli (Biolo), La Fossa, Masino, Palazzo. Apparteneva ad Ardenno anche il piccolo nucleo di Campo Tartano, all'ingresso della Val di Tartano. Sul finire del secolo il quadro geopolitico europeo è sconvolto dalle folgoranti imprese napoleoniche; nel giugno del 1797, il consiglio della comunità di Ardenno chiese di aderire alla Repubblica Cisalpina. La comunità risultava costituita da 1133 abitanti complessivi, distribuiti nelle squadre di Ardenno, Scheneno, Pioda, Piazzalunga, Gaggio, Cavallari, Camero e Ciampini di Biolo. Nel dipartimento dell'Adda del Regno d'Italia, qualche anno più tardi (1805), Ardenno risultava inserito, come comune di terza classe, con 1500 abitanti, al V cantone di Morbegno. Da un documento di due anni successivo (1807) apprendiamo Piazza Roma ad Ardenno: nevicata del 27 gennaio 2006. Foto di M. Dei Casche ad Ardenno si contavano 1232 abitanti complessivi (ancora meno della metà rispetto alla popolazione di fine Cinquecento, prima della falcidia operata dalla peste!), con questa distribuzione: 100 a Gaggia (Gaggio), 80 a Piazzalonga (Piazzalunga), 452 a Biolo, 80 a Pioda, 90 a Schenone (Scheneno), 40 a Masino, 390 nel nucleo centrale di Ardenno. nel 1815, al comune di Ardenno risultavano aggregati quelli di Forcola e Buglio, con una popolazione totale di 2257 abitanti (Ardenno, da solo, ne contava 1232).
La popolazione, poi, crebbe nel corso del secolo: a metà dell'Ottocento, infatti, Ardenno, comune inserito nel III distretto di Morbegno, contava 1863 abitanti. Nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, Ardenno contava 2014 abitanti, che salirono a 2148 nel 1871, mentre ne contò 5 di meno (2143) il successivo censimento del 1881.
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: "Ardenno (2180 ab.)...sta alle falde del monte, nel versante aprico, in una bella e fertile insenatura. Più in alto, sui fianchi della montagna rivestiti di vigneti, sono i villaggi di Gaggio e Buglio (1162 ab.)... Fu ad Ardenno che visse gli ultimi anni della sua esistenza il celebre giureconsulto Alberto De Simoni, uno fra i legislatori della Repubblica Cisalpina, consigliere di Cassazione durante il primo Regno d'Italia e autore di parecchie opere altamente lodate, come il Diritto di natura delle genti, l'opera Sul furto e sua pena e il libro Delitti di mero affetto".
La chiesa della B. V. del Buon Consiglio di Gaggio. Foto di M. Dei CasArdenno si affacciò al nuovo secolo (1901) con 2342 abitanti, saliti a 2537 nel 1911. Pagato il tributo alla Grande Guerra, Ardenno contava 2849 abitanti nel 1921, scesi a 2597 nel 1931 e 2627 nel 1936.
Alle due guerre mondiali il paese pagò un importante tributo in vite umane, come si può verificare dall'elenco dei caduti sul monumento nel piazzale delle scuole elementari. Vi possiamo leggere i nomi dei caduti nella Grande Guerra, vale a dire il tenente Rodigari Giacomo, il caporal maggiore Fasoli Pio, i caporali Polini Paolino e Radaelli Cesare ed i soldati Bertinelli Pietro, Boiani Umberto, Bolini Gregorio, Bertolini Giuseppe, Bertinelli Giuseppe, Colmegna Giovanni, Corda Giovanni, Camero Giacomo, Civetta Giuseppe, Castelli Giuseppe, Della Vedova Domenico, Fasoli Mario, Folini Giacomo Silvio, Figoni Pietro Lorenzo, Folini Diego, Figoni Tomaso, Folini Antonio, Folini Giacomo Giuseppe, Futen Annunzio, Foppalli Giuseppe, Fioroni Pietro, Innocenti Giacomo, Innocenti Giuseppe, Mescia Santo, Mondora Pietro, Menesatti Giuseppe, Motta Emilio, Motta Anselmo, Pedruzzi Anselmo, Pradè Domenico, Ruffini Luigi, Raschetti Cesare, Raschetti Guido, Scottoni Anselmo e Salini Erminio.
Sono menzionati, poi, come caduti nella Seconda Guerra Mondiale il caporale Rota Tarcisio, il sergente maggiore Bianchi Dante, il Il monumento ai caduti nel piazzale della scuola elementare di Ardenno. Foto di M. Dei Cassergente Biasini Ennio, il caporale Rebuzzi Giovanni ed i soldati Bertolini Marco, Boiani Remo, Bracchi Guido, Camero Edoardo, Coppa Guerino, De Agostini Primo, Fopalli Giacomo, Fioroni Giuseppe, Fascendini Giovanni, Folini Vitale, Innocenti Pietro, Menesatti Giuseppe, Mescia Egidio, Orsingher Giacomo, Pedrola Luigi, Polini Giuliano, Pedruzzi Riccardo, Rosati Mario, Rossi Valentino, Simonetti Giacomo, Simonetti Silvio, Salini Osvaldo, Songini Giuseppe e Camero Guido. Sono ricordati anche i partigiani Reda Pietro e Valeni Clemente.
La curva demografica riprese a salire nel secondo dopoguerra, segnando 2770 abitanti nel 1951 e 2861 nel 1961; poi vi fu una lieve flessione che riportò la popolazione a 2774 abitanti nel 1971. Gli anni Ottanta si aprirono con un saldo di 2937 abitanti (1981) e furono segnati dalla disastrosa alluvione del 1987.
L’Adda, interessata dalla citata bonifica settecentesca, fu, nel 900, all’origine di rovinose alluvioni, di cui ancor viva nella memoria è quella più recente, quando, nella notte fra sabato 17 e domenica 18 luglio 1987 la rottura degli argini presso San Pietro di Berbenno determinò l’allagamento della piana della Selvetta e di Ardenno. Non vi furono morti, ma i danni economici furono ingentissimi. Gli anni Novanta, infine, si aprono con lo sfondamento della soglia dei 3000 abitanti (3018 nel 1991, 3122 nel 2001).
Questi, in sintesi, gli eventi che hanno scandito, nei secoli, la vita di una comunità le cui sorti sono sempre state legate alle alterne vicende ed opportunità legate al versante montuoso, che culmina nello splendido terrazzo dell’Alpe Granda, ed alla piana, sulla quale periodicamente il fiume Adda ha rivendicato un’antichissima signoria.
Ardenno. Foto di M. Dei Cas
Oggi Ardenno è un comune di circa 3.181 abitanti (dati Istat del 2005), la cui parte più bassa (stazione ferroviaria) è posta a 266 m. s.l.m. Ha una superficie di 17,01 km quadrati.
Il confine meridionale descrive, sul suo lato est, una diagonale che lascia fuori la località dei Piani (comune di Buglio in Monte) raggiungendo la strada che si stacca dalla ss. 38 dello Stelvio e porta al ponte sull'Adda di fronte all'abitato di Sirta. Segue questa strada verso sud fino al ponte, poi volge ad ovest seguendo il corso dell'Adda, fino al punto in cui il fiume, poco dopo il punto di confluenza del torrente Masino, piega a sud-ovest. Qui il confine volge a nord, e si ritaglia una piccola fetta del basso versante Case della frazione Motta, sotto Gaggio. Foto di M. Dei Casorientale del Culmine di Dazio, nella quale rientra la frazione di Pilasco. Raggiunto il torrente Masino, lo segue per un lungo tratto, verso nord, passando nei pressi delle località Ponte del Baffo e S. Antonio.
Un km circa prima di Cataeggio lascia il torrente Masino e volge ad est-sud-est, tagliando l'aspro versante orientale della bassa Val Masino e passando più o meno a metà strada fra le località di Ruschedo di Sotto (comune di Val Masino) e Ruschedo di Sopra (comune di Ardenno). A quota 1225 piega a nord-est, salendo fino al limite nord-occidentale dell'alpe Granda, l'unico alpeggio nel territorio comunale di Ardenno. Proseguendo verso est segue il crinale che sale alla cima del pizzo Mercantelli (m. 2070), ma, curiosamente, si ferma appena sotto, all'anticima denominata dei Camosci (è questa, a quota 2060 circa, il punto più alto del territorio comunale). Qui inverte l'andamento e comincia a scendere, in direzione sud-ovest.prima, sud, poi, rimanendo leggermente ad est dell'aspro Fosso del Gaggio. Passa, così, appena ad est del Mulino Vismara e lascia ad est l'ampio terrazzo di Buglio in Monte. Passa, quindi, appena ad ovest del cimitero di S. Agata di Buglio in Monte e comincia a piegare leggermente a sud-est, giungendo al piano appena ad est della frazione Bagnera. Taglia, quindi, in diagonale la piana della Selvetta e l'Adda Vecchia, puntando alla ss. 38. Prima di raggiungerla, però, piega a sud-ovest, lasciando fuori, come già La frazione S. Giuseppe, sopra Gaggio. Foto di M. Dei Casdetto, la località dei Piani.

Una curiosità, per finire. Ardenno si ritaglia uno spazio, per quanto modesto, nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie ad una poesia di salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), qui di seguito riportata.

La dolce collina

Lontani uccelli aperti nella sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di saggina.

Il Culmine di Dazio, la 'dolce collina di Ardenno'. Foto di M. Dei CasForse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.

Salvatore Quasimodo - nuove poesie
Dipinto di san Pasquale di Baylon nell'Oratorio dei Confratelli della chiesa S. Lorenzo di Ardenno. Foto di M: Dei Cas
Che ebbe a che fare il poeta siciliano con questa sperduta landa retica? Quasimodo fu assunto come geometra al Genio Civile e trasferito nel 1934 a Milano; di qui, un po’ per punizione, venne assegnato per qualche tempo all’ufficio di Sondrio e dimorò anche ad Ardenno. La poesia fa riferimento ad un ricordo femminile legato ad Ardenno. Impossibile sapere chi, difficile capire quale sia esattamente il luogo nel quale il ricordo prende corpo. Un luogo sicuramente vicino al fiume Adda, in vista del Culmine di Dazio (questa è con tutta probabilità la “dolce collina”, così qualificata per il suo aspetto arrotondato). Il resto è legato alla suggestione poetica, che si anima dell’indeterminato e trae vita dall’indefinito.

Chi desiderasse trovare ulteriori informazioni sulla storia di Ardenno ed i suoi luoghi, può consultare due belle pubblicazioni: il volumetto "Ardenno- Strade e contrade", dalla cooperativa "L'Involt" di Sondrio e pubblicato per iniziativa dell'Amministrazione comunale, ed il fascicolo "La strada dei Cincett", curato da Adima ed Albertina Della Maddalena e da Renata Mossini per la Biblioteca comunale di Ardenno (Tipografia Polaris, Sondrio, 2000).




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- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

La chiesetta della Madonna del Buon Consiglio a Gaggio. Foto di M. Dei CasGaggio è un topònimo molto diffuso in Valtellina: tanto per non andare troppo lontano dalla frazione ardennese, un po’ più ad est, sul versante retico ed in comune di Berbenno, si trova il bel maggengo di Gaggio di Monastero. Tuttavia la frazione di Ardenno merita, probabilmente, la denominazione di Gaggio per eccellenza, sia per la bellezza del luogo, sia per aver dato i natali, nel 1786, al genio poliedrico di Pietro Ligari, considerato il più grande fra i pittori valtellinesi.
Il suo nome originario è Arsizio, che significa arso, bruciato, mentre Gaggio era allora la denominazione della località più in alto, S. Rocco: nessuno, però, ricorda più, oggi, l'antico nome.
A Gaggio sale una comoda strada asfaltata che parte dalla via Visconti, ma sarebbe un delitto non cogliere, almeno qualche volta, l’occasione per raggiungerla a piedi, sfruttando la bella mulattiera
Il tempietto di Sant'Antonio. Foto di M. Dei Casche, in circa tre quarti d’ora, ci porta dal centro di Ardenno alla chiesa della Madonna del Buon Consiglio. Dalla piazza Roma di Ardenno proseguiamo, oltrepassando la scuola materna e l’ingresso dell’Istituto san Lorenzo, tagliando poi a sinistra e salendo lungo la via Guasto, fino ad intercettare la strada per Gaggio. Invece di seguirne il tracciato, possiamo sfruttare le brevi scorciatoie che ci portano fino alla contrada Cavallari.
Qui, ignorata la deviazione sulla sinistra per la località Pesc, proseguiamo per un breve tratto, fino ad incontrare la mulattiera che sale al sacrario di S. Antonio, dedicato alla memoria dei soldati caduti nelle due guerre mondiali e restaurato a cura del Gruppo Alpini di Ardenno. Dal tranquillo sagrato del tempietto l’ottimo colpo d’occhio sulla media Valtellina accompagna le meditazioni che la mestizia del luogo suggerisce.
La frazione Motta, salendo verso Gaggio. Foto di M. Dei CasLa mulattiera prosegue verso destra, taglia la strada per Gaggio e riprende a salire attraversando la contrada Fascendini, fino a guadagnare la bella piana della Motta. È poi la volta della contrada Ere, attraversata la quale rimane solo un ultimo breve strappo prima di raggiungere Gaggio: superato un lavatoio, eccoci proprio sul sagrato della chiesetta settecentesca, a 570 metri.
D’inverno potremo godere qui, oltre che della bellezza e dell’armonia del paesaggio, anche di una particolare mitezza del clima, che stempera i rigori del piano. Gaggio può diventare punto di partenza per interessanti escursioni che hanno come meta Piazzalunga ed Erbolo (vedi le schede relative).
C’è una terza interessante possibilità, quella relativa ad un anello che ci porta a toccare Buglio in Monte ed a tornare alla piazza di Ardenno.
I bei prati sul lato occidentale della piana di Gaggio. Foto di M. Dei CasProseguiamo sulla strada che, passando alle spalle del Ristorante Innocenti, raggiunge la bella contrada di san Giuseppe, passa a monte dell’impressionante fosso del torrente Gaggio e, effettuata una curva verso sinistra, si addentra sul fianco occidentale della valle, fino a lambire il torrente.
Appena prima di questa curva dalla strada si stacca un sentirono, sulla destra: bisogna prestare un po’ di attenzione per non perderlo. Il sentierino porta alla riva del torrente Gaggio, in corrispondenza del Mulino Vismara (m. 676), il cui edificio è stato circondato da materiale alluvionale dopo le eccezionali piogge del novembre 2002, senza però riportare lesioni. Da qui è possibile osservare il fronte dello smottamento che, partito dai sovrastanti prati, ha interessato il letto del torrente. Siamo vicini ai confini del territorio del comune di Ardenno: un centinaio di metri più ad est, infatti, inizia quello del comune di Buglio in Monte.
Il mulino Vismara, circondato da materiale alluvionale, nel novembre 2002. Foto di M. Dei CasNon c’è alcun ponte, ma, se il torrente non è ingrossato da piogge recenti, non è difficile guadarlo. Sul lato opposto il sentierino riprende e conduce a monte di un caratteristico ed interessantissimo sperone boscoso, posto ad oriente della parte terminale della valle del Gaggio.
Lo sperone è denominato “Il Castello”, ed è assai interessante anche dal punto di vista naturalistico. Se abbiamo tempo, lasciamo per un po’ il sentiero e scendiamo nell’ampia sella che lo separa il fianco montuoso dalla cima boscosa del Castello, per poi raggiungerla, seguendo una traccia di sentiero. Il versante meridionale dello sperone è occupato da una bellissima selva: siamo ancora nel territorio del comune di Ardenno. Un esperto di questi luoghi potrebbe scendere (con molta cautela ed affrontando qualche passaggio insidioso)
Il nuovo ponte sul torrente Gaggio. Foto di M. Dei Casfino a trovare una traccia di sentiero che sale da Bagnera e che, volgendo a destra (nord-ovest), taglia il ripido versante dello sperone a cala proprio nel cuore dell’ombrosa ed inquietante valle del Gaggio, ai piedi del grande fosso. Qui giunto, potrebbe attraversare il torrente e trovare un sentiero che, risalendo il versante opposto, raggiunge la strada per Gaggio, in località Motta. Questa variante è però sconsigliabile non solo in caso di scarsa conoscenza dei luoghi, ma anche in caso di abbondanti precipitazioni. A chi fosse interessato a questi luoghi conviene esplorare questo percorso in senso contrario, cioè scendendo per il più tranquillo sentiero che parte dalla Motta (ma che si può raggiungere anche partendo dalla parte più orientale delle case di Gaggio) fino al torrente, per poi esplorare l’agibilità del più pericoloso sentierino sul versante del Castello.
La chiesa parrocchiale di Buglio in Monte. Foto di M. Dei CasTorniamo, però, ora al sentierino che abbiamo lasciato: proseguendo tranquillamente verso sud-est, diventa una pista che, in breve, ci porta al limite di nord-ovest di Buglio in Monte. Possiamo raggiungere Buglio da Gaggio anche con una leggera variante.
Invece di imboccare il sentierino che porta al mulino Vismara, possiamo proseguire sulla strada per Erbolo fino al successivo e vicino brusco tornante sinistrorso. Qui è stato recentemente costruito un ponte sul torrente, che conduce ad una pista sul lato opposto della valle. La pista ci porta ad intercettare la strada che da Buglio sale verso Oldino ed i maggenghi di Our di Fondo ed Our di Cima. Percorrendo la strada in discesa, raggiungiamo il centro di Buglio.
Dopo una visita al centro del paese (m. 577), scendiamo nella sua parte bassa, dove troviamo la strada che, in direzione sud-ovest, porta al suo cimitero (m. 500).
La selva di Bagnera. Foto di M. Dei CasSotto il cimitero troviamo un sentiero che, con qualche tornante, cala nella parte terminale valle del Gaggio. Qui prosegue sulla sinistra del torrente, attraversa un bel prato ed una selva dove si trovano i ruderi di una baita, immettendosi, infine, in una pista sterrata.
Siamo in località Bagnera, e la pista porta in breve ad una strada asfaltata che, percorsa verso destra, ci permette di raggiungere la via Visconti, in corrispondenza della curva a gomito che la fa piegare verso il centro del paese. Percorrendola, possiamo tornare in Piazza Roma.
Questo interessante anello, che richiede, complessivamente, due-tre ore di cammino (con un dislivello di circa 400 metri), può essere effettuato anche in mountain-bike: in tal caso, però, l’attraversamento del torrente Gaggio risulta molto più agevole sfruttando il ponte a monte del Mulino Vismara.
Ardenno, visto da Bagnera. Foto di M. Dei CasGli amanti della mountain-bike possono scegliere Gaggio come base per un secondo interessante anello, che sfrutta la recente pista tracciata dai prati di Erbolo, sopra Gaggio, fino al limite dell'alpe Granda, nei pressi dell'omonimo rifugio.
Da Gaggio imbocchiamo la pista per Erbolo e, superata San Giuseppe, portiamoci nei pressi del torrente Gaggio, alla brusca curva sinistrorsa in corrispondenza della quale la pista torna ad allontanarsi dal torrente stesso. Siamo ad una quota approssimativa di 700 metri, e dobbiamo staccarci sulla destra dalla pista, per imboccare quella recente che, dopo un breve tratto, ci porta al ponte in cemento che scavalca il torrente, per poi proseguire sul lato opposto della valle del Gaggio, fino ad intercettare la strada che da Buglio sale ai maggenghi di Our. Ci troviamo, così, al tornante destrorso (per chi sale) di quota 750, ed iniziamo la salita verso Our, incontrando, a quota 960, un bivio, al quale dobbiamo prendere a destra.
Al fondo in asfalto si sostituisce quello in cemento, nel lungo traverso in direzione nord,
La pista Erbolo-Alpe Granda. Foto di M. Dei Casche ci riavvicina all'alta valle del Gaggio, prima di piegare di nuovo a destra e raggiungere, dopo quattro tornanti, le belle baite di Our di Fondo (m. 1262). Oltrepassate le baite, la pista piega di nuovo a sinistra, e prosegue per un buon tratto, fino ad un tornante destrorso, a quota 1364: qui tocca la pista gemella, in terra battuta, che congiunge Erbolo all'alpe Granda. Lasciamo, quindi, alla nostra destra la pista che prosegue per Our di Cima e, se non vogliamo approfittare della situazione per proseguire salendo all'alpe Granda (m. 1700), cominciamo subito a scendere sulla nuova pista, in direzione di Erbolo, che raggiungiamo dopo alcuni tornanti ed un lungo traverso in direzione sud-ovest.
Dalla parte alta di Erbolo (m. 1150) inizia la facile discesa conclusiva che ci riconduce a Gaggio, dove l'anello, che comporta un dislivello in salita di circa 800 metri ed un tempo approssimativo di 2 ore, si chiude.
Gaggio può costituire la base per un'interessante passeggiata, che ha come meta la suggestiva formazione montuosa denominata "Il Castello". Si tratta di uno sperone di rocce e boscaglia delimitato, ad ovest, dalla parte terminale della valle del torrente Gaggio, e ad est da un valloncello minore.
La sommità del Castello. Foto di M. Dei CasIl nome rimanda all'edificazione, nel 1049, sulla sua sommità, di un castello dei potenti feudatari della famiglia De Capitanei. Il castello venne poi distrutto nel 1249, a duecento anni esatti dalla sua edificazione, e di esso restò solo il nome. Ma il luogo conserva intatto il fascino dei luoghi che evocano un passato arcano ed eroico. La sua stessa forma ricorda una fortezza naturale, cui sembra difficile accedere.
Pochi, in effetti, vi si recano, nonostante basti una modesta passeggiata per raggiungerlo da Gaggio. Per visitarlo, dobbiamo salire per un buon tratto sulla pista per Erbolo e, superata la località di San Giuseppe, proseguire fino al primo tornante destrorso, poco oltre il quale la pista passa a monte dell'impressionante fosso del Gaggio. Prima di imboccare una curva poco accentuata a sinistra, cerchiamo il sentierino che se ne stacca. Non è di immediata visibilità,, ma con un po' di attenzione non mancheremo di trovarlo. Si tratta del medesimo sentierino descritto sopra, che consente di effettuare l'anello escursionistico Morano-Gaggio-Buglio-Morano.
Il bosco del Castello. Foto di M. Dei CasDopo un primo tratto, ci porta al torrente Gaggio, che dobbiamo guadare, portandoci nei pressi del mulino Vismara.
Proseguendo verso est, cioè in direzione di Buglio, troviamo ben presto, alla nostra destra, cioè a sud, un'evidente sella boscosa, alla quale scende una traccia di sentiero che si stacca sulla destra dal sentiero che stiamo percorrendo. Seguendola, ci troviamo subito sul fondo della sella, circondati da una splendida cornice di castagni. Ora il sentierino torna a salire, e ci porta ad una piccola raduna che costituisce la sommità del Castello, a 674 metri. Il luogo è di grande fascino: circondati dal silenzio, siamo presi dalle onde del tempo, che sembrano condurci ad una deriva ignota. Possiamo, poi, scendere per un tratto sul largo crinale che guarda a sud. Il sentierino è, in questo tratto, seminascosto dagli arbusti, ma non fatichiamo a trovarlo. Il primo tratto della discesa, abbastanza ripido, passa sullo stretto crinale circondato da due movimenti franosi, per poi approdare ad una fascia di castagni e betulle, dove si perde. Chi conosce bene questi luoghi, può scendere fino ad intercettare il sentierino che, proseguendo a destra, porta nel cuore del fosso del Gaggio (superando, però, un tratto esposto), mentre verso sinistra porta alla selva di Bagnera.
Il dosso di Gaggio. Foto di M. Dei CasNoi, invece, dopo essere scesi per un tratto a vista, torniamo sui nostri passi, in direzione di Gaggio. La passeggiata richiede poco più di un'ora di cammino, fra andata e ritorno.
Chi, però volesse scendere nel cuore del fosso del Gaggio può farlo agevolmente sfruttando un sentiero che si stacca, sulla destra, dalla strada Ardenno-Gaggio. Salendo verso Gaggio, infatti, troviamo, sul tornante sinistrorso dopo la frazione Motta, la partenza di una prima larga mulattiera, che scende alla selva di Bagnera, e, più in alto, sempre sulla destra, il sentiero che, passando alle spalle (est) di alcune case, dopo un primo tratto in salita comincia a scendere fino al cuore ombroso del torrente.

Difficoltà
T (turistica)
Dislivello
mt. 400
Tempo
2h e 30 min


- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

La media Valtellina vista da Piazzaluna. Foto di M. Dei Cas
Piazzalunga è il più del terrazzo panoramico sulla media Valtellina che si trovi nel territorio del comune di Ardenno: dalla frazione, a 676 metri di altezza, si domina, infatti, l’intera piana fino alle porte di Sondrio, raggiungendo con lo sguardo anche il gruppo dell’Adamello.
L'ampio scenario della media Valtellina visto dal terrazzo panoramco di Piazzalunga. Si vedono ancora i segni dell'alluvione del novembre 2002. Foto di M. Dei CasIl borgo, la cui esistenza è già attestata nel 1301, ebbe sempre stretti rapporti con Ardenno ed in passato fu, per la sua felice posizione climatica, assai più abitato rispetto al presente. Ai tempi della visita pastorale di Feliciano Ninguarda, nel 1589, contava 60 fuochi, cioè 60 nuclei familiari (300-360 anime). Ma cediamo a lui la parola: "Su un lato dello stesso monte c'è Piazza Longa, con 60 famiglie, distante dalla matrice due miglia, dove c'è la chiesa dedicata a S. Abbondio". Per meglio apprezzare questo dato, si tenga presente che il nucleo centrale di Ardenno contava allora 40 famiglie, cioè i due terzi di Piazzalunga.
Nei secoli successivi, però, la frazione subì un processo di spopolamento legato a diversi fattori: le conseguenze tragiche della peste del 1630 (che ridusse a meno della metà la popolazione) e l'inizio della discesa al piano successivo alla bonifica San Lucio. Foto di M. Dei Casoperata nel Settecento dal governo asburgico. All'inizio dell'Ottocento gli abitanti risultano, così, ridotti ad 80, cifra comunque niente affatto trascurabile.
Si può salie a Piazzalunga in automobile percorrendo per un tratto la statale della Val Màsino, staccandosene sulla destra seguendo le indicazioni per Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) e deviando nuovamente a destra quando si giunge in vista della chiesa del paese (7 km da Ardenno).
Se, però, camminare non ci spaventa, non perdiamo l’occasione per farne una meta di una bella escursione che, anche in periodo invernale, regala soddisfazioni ed ottimi scorci panoramici.
Gli itinerari possibili sono due, ed entrambi passano per san Lucio, piccolo nucleo di case arroccate su un bellissimo poggio cui si accede dalla località Pesc, che, a sua volta, si raggiunge staccandosi dalla strada per Gaggio, sulla sinistra, poco oltre la cappella Pomoli, in contrada Cavallari.
Piazzalunga. Foto di M. Dei Cas
La località Pesc, nella parte alta di Ardenno, mostra ancora i segni evidenti delle alluvioni del 1998 e del 2002: una frana sul versante dei terrazzamenti del dosso di san Lucio, la gran massa di materiale alluvionale sceso dalle valli che qui confluiscono, le grandi briglie di sbarramento e le vasche di contenimento realizzate dopo il 1998. Nonostante queste ferite, la bella conca rimane fra i luoghi più ameni del paese.
Seguendo la strada asfaltata che la percorre, superiamo le Case Maròli e raggiungiamo, dunque, il piccolo nucleo di san Lucio (m. 491), protetto dalla La Ca' Bianca. Foto di M. Dei Casbella chiesetta. La sua posizione dominante sull’abitato di Ardenno ne fece in passato la sede di un castello, di cui però non ci è conservata più alcuna traccia. Dal limite nord-occidentale delle poche case, parte la mulattiera che sale verso Piazzalunga.
Appena sotto il punto di partenza della mulattiera, però, parte anche un sentiero, con andamento inizialmente pianeggiante, che conduce ad un grazioso ponticello in legno, taglia il fianco della bassa montagna, fra selve e vigne, raggiunge il cincèt (cappelletta, nel dialetto locale) della Madonna del Rosario, eretto nel 1840 da Pomòli Pietro, e, a breve distanza, l’isolato rudere della Ca' Bianca (o Casa Bruciata). Oltrepassato il rudere, che rimane alla nostra destra, si trova un ponticello che permette di scavalcare le condutture che dal bacino idroelettrico di Lotto scendono alla sottostante centrale di Ardenno. Oltre il ponticello, il sentiero prosegue, fino ad un secondo cincèt, detto "de la Mort" (perchè vi è dipinta una deposizione di Cristo dalla croce) o "de Fund", dove svolta decisamente a destra, proseguendo per Piazzalunga.
Il cincet de la Mort. Foto di M. Dei CasQui dobbiamo ignorare un sentierino che si stacca, sulla sinistra, e conduce a Biolo: continuiamo a seguire il sentiero principale, effettando una svolta a destra, poi una seconda a sinistra, e salendo decisamente verso i prati più bassi di Piazzalunga. Raggiunto un terzo cincèt, il sentiero piega a destra e raggiunge le case più basse della frazione. Questo terzo cincèt, detto della Crocifissione, merita una particolare menzione, per la storia ad esso legata. Spesso queste cappellette venivano edificate in segno di ringraziamento per una grazia ricevuta. Accadde così anche per questa, eretta nel 1892 da Martino Gianoli e Giuseppe Gianoli Genero. La moglie di Martino Gianoli, infatti, incinta di una figlia, era caduta, proprio lì, sotto il peso di una brenta che conteneva 50 litri di acqua per irrorare le vigne e preservarle dall'attacco dei parassiti. Una caduta rovinosa, che avrebbe, senza dubbio, compromesso la gravidanza, se l'intervento miracoloso del Signore non avesse preservato madre e figlia. Il crocifisso nella cappelletta, donato dal parroco di Ardenno, rimase, da allora, come segno della dinina presenza protettrice.
Vediamo, ora, il secondo itinerario per raggiungere Piazzalunga. Se, da san Lucio, invece di imboccare il La cappelletta Pomoli, in frazione Cavallari. Foto di M. Dei Cassentierino, seguiamo la mulattiera, dopo un severo strappo iniziale, incontriamo la cappelletta del crocifisso. Anche questo cincet è legato ad una storia che ha un risvolto edificante. Ne è protagonista una tale, soprannominata "la Peveta", appassionata amante del ballo. Costei si trovò a passare per questo cincet mentre scendeva da Biolo per recarsi a Gaggio, per partecipare ad una serata danzante. Nell'immaginario religioso tradizionale, però, il ballo è parente prossimo della tentazione e del peccato. La giovane donna, infatti, non se ne scendeva da Piazzalunga sola, ma era accompagnata da due avvenenti giovanotti. Ma, proprio transitando davanti alla figura del Cristo sofferente sulla croce, ebbe come un sussulto nella coscienza, comprese la leggerezza del suo comportamento e se ne pentì. Chiese, quindi, ai due di attendenderla un attimo e si inoltrò nella vicina selva, a monte del cincet, nascondendosi nell'incavo di un grande castagno. I due la attesero invano, ed alla fine, scrollando le spalle, proseguirono soli. La donna, invece, tornò sui suoi passi, ripromettendosi, per il futuro, di tenere un comportamento più prudente ed assennato.
La cappella del crocifisso, nel primo tratto della mulattiera che da san Lucio sale a Piazzalunga. Foto di M. Dei CasPensando agli scrupoli della Pevéta, proseguiamo sulla mulattiera, che inizia un tratto assai ripido. Poco oltre il cincet, si presenta il triste scenario di uno dei numerosi dissesti causati dalle eccezionali precipitazioni del novembre 2002, che ha interessato soprattutto le vallecole Scalini ed Olgello. Proseguendo sulla comoda mulattiera, ne troviamo un secondo, in corrispondenza di una vallecola che la taglia. La mulattiera, che mantiene una pendenza sempre piuttosto severa, termina sul limite orientale dell’abitato di Piazzalunga (m. 672), dopo aver oltrepassato una seconda cappelletta, detta “de la posa”, ed aver attraversato, grazie ad un ponte in cemento, le tubature che convogliano l’acqua del bacino di Lotto nella sottostante centrale. Il cincet "de la Posa" era denominato così perché qui si fermavano a riposare, ed a chiedere con una preghiera l'intercessione della Madonna del Carmine, coloro che salivano a Piazzalunga gravati del peso del carico che portavano.
La Madonna del Carmine, dipinta sul Cincet de la Posa. Foto di M. Dei CasDa San Lucio a Piazzalunga il dislivello è di circa duecento metri, ed il tempo necessario è compreso fra i 30 ed i 45 minuti.
Se, invece di dirigerci verso ovest, in direzione del centro del paese, ci dirigiamo ad est, cioè a destra, troviamo quel che resta di un'antichissima chiesetta (la Gesa Vegia), vale a dire tre pareti coperte da una tettoia. Vi si può osservare un affresco quattrocentesco che raffigura la Crocifissione.
Raggiunto il centro del paese, possiamo riposarci sul sagrato della bella chiesetta secentesca di sant’Abbondio: pochi metri oltre, ecco la strada che sale da Biolo e prosegue verso Lotto (per questa strada asfaltata si può salire da Ardenno a Piazzalunga in automobile o mountain-bike, percorrendo 7 km). Se guardiamo più in basso, non mancheremo di notare il bel lavatoio coperto. La conca che ospita Piazzalunga si stempera, a monte, in un dolce declivio, che ospita prati e piccole selve, in una cornice caratterizzata da una forte aura bucolica.
Se vogliamo tornare effettuando un piccolo anello, scendiamo lungo la strada a Biolo e, invece di dirigerci verso la chiesa, proseguiamo la discesa sulla sinistra, La chiesetta di sant'Abbondio a Piazzalunga. Foto di M. Dei Casfino a trovare, ad un tornante, il sentierino che effettua la traversata fino al cincèt sopra la casa bianca. Qui ci immettiamo nel sentiero che, percorso con le avvertenze sopra ricordate, ci riporta a san Lucio.
Piazzalunga è punto di partenza per una bella camminata che conduce versante montuoso che sovrasta Gaggio. Per effettuarla, torniamo al limite orientale del paese e, invece di scendere verso il ponte in cemento, proseguiamo in piano verso un secondo ponte, posto poco più in alto rispetto al primo, in un bel pianoro erboso. Ignorata una deviazione a sinistra, attraversiamolo, imboccando subito dopo una pista, tracciata dopo gli eventi alluvionali del 1998. La pista entra nel bosco e si dirige verso nord est, superando le vallecole Scalini e Olgello e regalando alcuni scorci suggestivi sulla piana di Ardenno e della Selvetta, in uno scenario, che, però, reca i segni desolanti dell’incendio del 1998.
Da questa pista (che prima era sentiero) ci si poteva, prima dell’incendio, staccare e salire, sfruttando alcuni bei sentierini, al margine orientale dei prati di Lotto; Ecco come appare la media Valtellina osservandola dal tornante sinistrorso della strada per Lotto, sul limite occidentale di Piazzalunga. Foto di M. Dei Casora incendio e smottamenti hanno reso molto problematica questa salita.
Ma torniamo alla nostra pista, che, dopo aver percorso un buon tratto, raggiunge un tornante sinistrorso, dal quale si stacca, sulla destra, un sentierino insidiato dalla boscaglia, che taglia il fianco montuoso, dominato dal caos delle ginestre, in direzione della località san Rocco, sopra Gaggio. Dobbiamo superare, con molta attenzione, un valloncello, con un passaggio un po' esposto, prima di raggiungere, alla fine, una breve pista, che sale rapidamente alla strada che da Gaggio conduce ad Erbolo: la intercettiamo ad un tornante destrorso poco sopra la località di san Rocco (m. 841).
Lo scenario torna a farsi gentile e la strada, dopo qualche tornante, conduce alle baite di Èrbolo (m. 1174). Se abbiamo una buona gamba, possiamo raggiungere il maggengo, imboccare, alle spalle delle baite più alte, il sentiero che, scendendo gradualmente verso sud-ovest (sinistra), porta ad una pista incompiuta che poi scende ai prati di Lotto e, raggiunti questi ultimi, tornare, utilizzando la strada asfaltata, a Piazzalunga.
Madonna con Bambino nella chiesa di Piazzalunga. Foto di M. Dei CasMa torniamo alla pista che parte dal limite orientale dei prati di Piazzalunga: essa conduce fino al limute orientale dei Prati di Lotto, e può quindi essere sfruttata per un interessante anello di mountain-bike con partenza ed arrivo a Piazzalunga: dal paesino, infatti, si può salire a Lotto seguendo la strada asfaltata che conduce al bacino idroelettrico, lasciandolo a sinistra e proseguendo vesod estra, fino a trovare l'imbocco della pista che ci riporta a Piazzalunga.
Vale la pena di segnalare, in chiusura, che Piazzalunga può diventare punto di passaggio di un secondo bell'anello di mountain-bike, questa volta con partenza ed arrivo ad Ardenno. Se, infatti, la raggiungiamo sfruttando la statale della Val Màsino e passando per Biolo, possiamo poi tornare ad Ardenno scendendo lungo la mulattiera che parte sul limute orientale dell'abitato di Piazzalunga e scende a san Lucio. Prima dell'alluvione del novembre 2002 la si poteva percorrere interamente, anche se a freni tirati, mentre ora in diversi punti si deve condurre a mano, con prudenza, la bicicletta.
Ovviamente, i due anelli si possono sommare: da Ardenno, si percorre la ex strada statale della Val Masino, per staccarsene, sulla La pista che da Piazzalunga si dirige verso san Rocco. Foto di M. Dei Casdestra, poco prima del Ponte del Batto, e salire a Biolo e Piazzalunga, proseguendo poi per Lotto. Da Lotto si ridiscende a Piazzalunga per la recente pista sterrata, proseguendo nella discesa fino ad Ardenno sulla mulattiera che conduce a San Lucio, nella parte alta del paese.
Se, infine, ciò che ci interessa è una semplice passeggiata, i bellissimi boschi di castagni a monte del paese ci offriranno una cornice di grande suggestione. Percorrendoli, seguendo il filo di qualche sentierino, immaginiamo lo scenario della triste sorte dell'ultima strega di Valtellina.
Sì, perché, come racconta un'antica leggenda, l'ultima strega di Valtellina, nel Settecento, morì proprio in questi boschi. Era una vecchia che dimorava in Piazzalunga. Non pareva particolarmente pericolosa, ma incuteva ugualmente timore per il suo aspetto emaciato e trasandato: era pallida, magrissima, con i capelli lunghi, sporchi e scarmigliati ed uno sguardo perso in chissà quali visioni. Viveva sola, campando di elemosina, e vendendo, a coloro che, in segreto, le acquistavano, certe erbe prodigiose, che, diceva, potevano conquistare amori, guarire malattie, ma anche suscitarle. A chi li Crocifissione dipinta nella Gesa Vegia. Foto di M. Dei Caschiedeva, formulava anche oroscopi, leggeva la mano, prediceva il futuro. Tutte cose severamente condannate dalla Chiesa. Ed in chiesa non metteva piede, in tempi nei quali l'assenza alla messa domenicale era segno di particolare empietà.
Per tutti questi motivi, alla fine, fu scomunicata dal parroco. Da allora, temendo il peggio, lasciò il paese, si ritirò nei boschi vicini, non si sa bene dove, e lì fu trovata, morta nella più triste solitudine. Con lei moriva la cupa stagione delle streghe in Valtellina. Ancora oggi il vento, nelle fredde giornate invernali o nelle ventose giornate primaverili, sembra portare il lamento della sua angoscia e la voce della sua maledizione.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 840 o 920
Tempo
4h e 45 min; 5h e 30 min


- Cartina Kompass 1:35.000 Val masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Nel cuore antico di Biolo. Foto di M. Dei CasPosta in una felice posizione sul dosso boscoso che segna il confine fra Val Masino e versante retico medio-valtellinese, Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) è una delle più belle frazioni di Ardenno. Il nome deriva dal latino "betulleus", per la presenza di numerose betulle, oppure dal latino medievale "buiolum", sorgente, per la presenza di acque di sorgente.
Si trova ad una quota di 608 metri ed è raggiungibile, in automobile, staccandosi dalla ex strada strada statale della Val Masino sulla destra, a 4 km da Ardenno, poco prima della località di Ponte del Baffo, in corrispondenza della segnalazione per Biolo e Lotto. La strada, dopo altri due chilometri circa, che si snodano fra alcuni tornanti nella bellissima cornice di boschi di castagno, porta all'ingresso del paese, dove ci accoglie la chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria Assunta.
L'edificio sacro fu consacrato nel 1543, e divenne chiesa parrocchiale nel 1592. Il nucleo di Biolo, per la sua felice collocazione sul versante di mezza montagna, fu, almeno fino al 1600, uno dei più vitali nel territorio del comune di Ardenno: Feliciano Ninguarda, vescovo di Como, nella sua visita pastorale del 1589, registrava a Biolo 60 fuochi (300-360 anime), mentre nel nucleo centrale di Ardenno ve n'erano La chiesa di Màsino: da qui, proseguendo per un tratto verso Ardenno, troviamo, sulla sinistra, la deviazione per la via Calchera alta, che conduce al trattuto per Scheneno e Biolo. Foto di M. Dei Cassolo 40.
Ma cediamo a lui la parola: "Sul declivio del monte vi è Scheneno con 40 famiglie ed un'altra chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo, distante due miglia dalla matrice. Sullo stesso monte trovasi Biolo con 60 famiglie, con la chiesa dedicata all'Assunzione della B. Vergine Maria, distante dalla matrice due miglia e mezzo. Sempre sul monte c'è Pioda con 25 famiglie, dove, distante tre miglia dalla matrice, trovasi la chiesa dedicata a S. Gottardo". Il Ninguarda parla anche dell'aspirazione di Biolo ad una figura di pastore che potesse permanentemente occuparsi della popolazione locale: "Durante la visita pastorale gli uomini di Biolo chiesero umilmente al vescovo di dar loro un cappellano e si offrirono di mantenerlo a loro spese. Per questo motivo, vagliate le ragioni da loro addotte, fu loro concesso, senza pregiudizio dei diritti del prevosto di Ardenno loro pastore."
Biolo ha sempre intrattenuto, nei secoli, rapporti più stretti con quelli della parte orientale della Costiera dei Cech che con Ardenno. Da Biolo, soprattutto dopo il difficile periodo seguito alla tremenda peste portata in Valtellina dalla Guerra dei Trent'anni nel 1630, sono partiti numerosi emigranti verso Roma, dove hanno impiantato attività commerciali spesso coronate da successo. Ed a Biolo molti dei loro Il primo tratto della salita verso san Giovanni in Val Mala. Foto di M. Dei Casdiscendenti tornano, nel periodo estivo, conferendo al paese una vita che si rinnova nella vivace coloritura linguitica di una parlata unica, che mescola espressioni dialettali ad espressioni romanesche.
Una storia merita di essere raccontata, per esemplificare lo spirito di iniziativa di questi emigranti, la storia della famiglia dei Ciampini. Costoro, emigrati a Roma da Biolo, si diedero al commercio di farine e generi alimentari. Il successo arrise loro, tanto che acquistarono una bella tenuta agricola nell'Agro Pontino, denominata "Vigna delli Ciampini". Qualche secolo dopo proprio sul terreno di questi fondi venne costruito quell'aeroporto che conserva, nel nome, il ricordo di questi intraprendenti emigranti l'aeroporto di Ciampino.
Nonostante questo importante flusso migratorio, nel 600 e nel 700, agli inizi dell'800 il nucleo di Biolo comprendeva ben 452 abitanti (nel computo non rientrano gli abitanti delle vicine Pioda e Scheneno).
Una passeggiata fino a Biòlo? Ottima idea, in tutte le stagioni: nelle belle giornate invernali la salita alle quote della media montagna attenua il rigore del freddo, in quelle estive la frescura dei boschi mitiga la calura.
Tre sono le possibili soluzioni per raggiungere questo paese, che se ne sta adagiato su un ampio dosso, proprio sul crinale che separa la piana di Ardenno dall’imbocco della Val Màsino.
Vediamo la prima, che parte dalla frazione Masino (di cui scrive il Ninguarda: "Discendendo il piano verso l'acqua di Clivio e Traona si trova Masino con circa 20 famiglie, distante dalla matrice un miglio, dove è un'altra chiesa dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo"). Se ci stacchiamo, sulla destra, dalla strada che congiunge Ardenno a Màsino (via Duca D’Aosta) nei pressi di una ben visibile cappelletta, possiamo guadagnare, percorsa la breve via Ca’ del Pozz, il piede del versante retico e lasciare l’automobile in via Calchera alta (280 metri circa). Percorsa la via verso ovest (sinistra), imbocchiamo un ripido tratturo, con fondo in cemento, che risale il fianco del monte. Molti, qui, sono i segni di un passato non troppo lontano, quando queste zone, per la felice situazione climatica, erano ancora abitate per tutto l’anno: oltrepassiamo vigne ancora molto ben tenute, e, nelle pause per riprendere fiato (la pendenza, nel primo tratto, è severa), possiamo godere di un’ottima visuale su Ardenno e la media Valtellina, fino al Colle di Triangia.
Aggirato il dosso, raggiungiamo la chiesetta di S. Giovanni in Val Mala (m. 430), nella quale si celebra, ogni anno, una Santa Messa il 24 di giugno (s. Giovanni Battista). Il toponimo “Val Mala” è abbastanza diffuso in Valtellina (c’è, per esempio, una Val Mala anche in Val Gerola, fra Rasura e Pedesina), e rimanda all’aspetto aspro e pauroso che queste valli laterali assumono quando precipitano verso il fondovalle. Ma proseguiamo: poco oltre, ecco un’altra chiesa, più grande, ma abbandonata, in corrispondenza della frazione di Scheneno (m. 510). Si tratta della chiesa dedicata ai SS. Bernardo, Sebastiano e Rocco, di origine secentesca.
Fermiamoci un attimo per spendere alcune parole sul nucleo di Scheneno, che, così come appare oggi, non dà l'idea della sua vitalità passata. Si tratta di uno dei nuclei che sono sempre menzionati fra le frazioni costitutive del territorio del comune di Ardenno (nelle varianti toponomastiche di Sceneno e Schenone), e che, all'inizio dell'800, contava la non trascurabile cifra di 90 abitanti.
Continuando nella salita, intercettiamo, infine, la strada asfaltata che, staccandosi dalla statale della La chiesa di Biolo. Foto di M. Dei CasVal Masino, sale a Biòlo. Dopo un tornante destrorso, eccoci proprio sotto la chiesa parrocchiale dedicata alla Beata Vergine Assunta e posta sul limite orientale del paese, con la facciata rivolta ad ovest (m. 608). Proseguiamo lungo la via principale del paese, stretta e circondata da case che, in parte, conservano l’antico aspetto e restituiscono quel senso di protezione legato alla loro raccogliersi quasi in un comune abbraccio. 
La strada asfaltata prosegue verso le case della Pioda: un sentiero se ne stacca e porta direttamente alla chiesa di San Gottardo (m. 694), eretta a santuario dal Vescovo di Como, mons. Macchi, nel 1946. Particolarmente interessante è, da qui, il colpo d’occhio sul versante orobico centro-occidentale. Dal santuario, se abbiamo tempo ed energie, possiamo guadagnare, proseguendo verso destra, la strada asfaltata che da Piazzalunga sale ai Prati di Lotto.
Ma torniamo al piano e vediamo la seconda possibilità di salita a Biolo, che parte dalle frazioni alte di Ardenno. Salendo lungo la parte centrale del paese, superate le contrade Calgheroli e Cavallari, stacchiamoci sulla sinistra dalla strada per Gaggio e percorriamo interamente la via Pesci (l’italianizzazione ha un sapore un po’ ittico e cela il significato originario del dialettale “Pesc”). Da san Lucio, il bel nucleo di case arroccate su un poggio che, anticamente, ospitava un castello (m. 420), partono, rispettivamente verso ovest e verso nord ovest, un sentierino ed una più larga mulattiera.
Il primo, dall’andamento più tranquillo, taglia il fianco della bassa montagna, fra selve e vigne, Dipinto rinascimentale sulla facciata della chiesa di Biolo. Foto di M. Dei Casraggiunge il cincèt (cappelletta, nel dialetto locale) della Madonna del Rosario, eretto nel 1840 da Pomòli Pietro, e, a breve distanza, l’isolato rudere della Casa Bianca (o Casa Bruciata), oltrepassata la quale si trova un ponticello che permette di scavalcare le condutture che dal bacino idroelettrico di Lotto scendono alla sottostante centrale di Ardenno. Oltre il ponticello, il sentiero prosegue, fino ad un secondo cincèt, detto "de la Mort" (perchè vi è dipinta una deposizione di Cristo dalla croce) o "de Fund", dove svolta decisamente a destra, proseguendo per Piazzalunga.
Invece di seguirlo, imbocchiamo qui un secondo sentiero che se ne stacca sulla sinistra e, compiuta una breve traversata, ci porta a Biolo. Questo itinerario richiede però attenzione, perché ci si può imbattere in micro-smottamenti. Per il medesimo motivo è sconsigliabile sceglierlo dopo un periodo di precipitazioni intense. Inoltre, il primo tratto è invaso da vegetazione disordinata, per cui va percorso con una buona dose di pazienza. Il secondo, invece, ripaga di tutte le fatiche, perché attraversa una solare fascia di vigneti, con ottima visuale sulla piana di Ardenno e sulla media Valtellina fino al colle di Triangia. Poco prima di raggiungere la strada asfaltata che dà accesso a Biolo, troviamo, sulla nostra destra, un terzo cincèt, dedicato a San Giuseppe ed eretto nel 1880 dalla famiglia Prandini. Questi segni della devozione popolare sono piccoli scorci di storia, che parlano di una fede antica e semplice.
Il terzo e più lungo itinerario parte sempre dalle frazioni alte di Ardenno, ma passa per Piazzalunga (che possiamo comodamente raggiungere seguendo, da san Lucio, la bella – e purtroppo parzialmente Il santuario di San Gottardo alla Pioda. Foto di M. Dei Casrovinata, dopo l’alluvione del novembre 2000 – mulattiera, oppure proseguendo sul sentiero sopra citato che da San Lucio, passando per la Ca' Bianca, conduce al bivio del cincèt de la Mort, dove dobbiamo proseguire seguendo la svolta a destra ed una successiva a sinistra): dalla frazione, seguendo in discesa la strada per Lotto, ci portiamo, in poco tempo, alle porte di Biolo.
Il primo itinerario, che comporta un dislivello di circa 320 metri, richiede un’oretta di cammino. Il secondo ed il terzo comportano, da san Lucio, un dislivello rispettivamente di 180 metri e 260 metri circa. Il tempo calcolabile è, a sua volta, di una quarantina di minuti e di un’oretta.
Ovviamente le tre possibilità possono essere scelte, in modo interscambiabile, per la salita e per la discesa, realizzando così un piacevole anello. Per chi desiderasse effettuare qualche interessante e rilassante passeggiata nei dintorni del paese può risultare molto interessante la cosiddetta via panoramica dei giardini, che si stacca dalla strada per Biolo prima che questa raggiunga il paese ed effettua una bella traversata scendendo verso est.
Pioda: il Cincet della Beata Vergine del Carmine. Foto di M. Dei CasBiolo è un’interessante meta (o punto di passaggio) anche per i cultori della mountain-bike. Salendo al paese per il primo itinerario, possiamo, infatti, poi scendere per il terzo (la mulattiera Piazzalunga-san Lucio era, prima dell’alluvione del 2000, interamente percorribile, in discesa, anche se a freni tirati; ora, invece, ci sono diversi punti in cui dobbiamo condurre a mano la bicicletta, procedendo con prudenza).
Da Biolo, seguendo la strada asfaltata, possiamo salire alla località denominata Pioda (che significa lastra di pietra dalla forma piatta, usata per coprire tetti o per cuocervi sopra carni), posta a 694 metri, a circa un chilometro da Biolo. La strada, oltrepassate le case della Pioda, passa accanto al piccolo cimitero e si congiunge con quella che da Piazzalunga sale ai prati di Lotto.
Il nucleo della Pioda ha sempre conservato una propria forte identità, radicata in una vicenda storica che ne testimonia la vitalità nei secoli. La contrada viene sempre menzionata nei diversi documenti che parlano della suddivisione del territorio comunale di Ardenno (talora nella variante di Plota), e contava, agli inizi dell'Ottocento, la non trascurabile cifra di 80 abitanti.
Il cincet della Madonna delle Grazie, sul sentiero Pioda-Baffo. Foto di M. Dei CasDiversi sono gli elementi di interesse che vi possiamo trovare. Innanzitutto la presenza del santuario di San Gottardo, di origine cinquecentesca. Interessante è anche una tipica testimonianza di casa-torre, di origine medievale, ed il cincet (o ciancet, cioè, in dialetto, la cappelletta) dedicato alla Beata Vergine del Carmine e posto presso la bella fontana. Nei pressi di una casa intonacata in rosso, che reca sulla facciata anche una meridiana, si trova, infine, la partenza del sentiero che scende alla località Ponte del Baffo, in Val Masino. Si tratta della via per il Baffo, come segnala una scritta che si trova al suo inizio. Percorrendola, troviamo altri due interessanti cincet, quello dedicato alla Madonna delle Grazie e, più in basso, quello denominato "cincet del Spadùn".
Il sentiero Pioda-Baffo, un tempo assai frequentato, offre la possibilità di un secondo interessante anello. Esso scende sul fondovalle della bassa Val Masino, raggiungendo la strada statale proprio in corrispondenza della vecchia Osteria del Baffo, in località Ponte del Baffo (m. 571). Il cincet o ciancet del Spadun, sul sentiero Pioda-Baffo. Foto di M. Dei CasLa bicicletta va portata a mano per diversi tratti, ma poi è possibile tornare ad Ardenno seguendo la strada statale della Val Masino (ovviamente, è anche possibile percorrere l’anello a rovescio, così come è possibile, senza mai scendere di sella, raggiungere Biolo utilizzando la strada asfaltata che si stacca dalla statale sulla destra e che viene utilizzata da chi vi si reca in automobile). Qualunque sia la soluzione che alla fine sceglierete, buona camminata (o pedalata)!

Difficoltà
T (turistica)
Dislivello
mt. 320 (Calchera-Biolo)
Tempo
1 h
- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Ultime luci sulle baite di Erbolo, mentre nella piana è già calato il freddo della sera autunnale. Foto di M. Dei CasÈrbolo è il più importante maggengo sul versante montuoso che sovrasta Ardenno. Il suo nome, in dialetto, è “Erbul”, cioè castagno; è interessante osservare come tale termine derivi dal latino “arbor”, albero, in quanto il castagno era, nella magra economia contadina di un tempo, l’albero per eccellenza, fonte preziosissima di legna, ma, anche e soprattutto, attraverso le castagne e la farina che se ne ricavava, di un essenziale supporto alimentare. Oggi una carrozzabile che parte dalla frazione di Gaggio (quando non è interrotta per qualche smottamento) consente di accedere alle baite del maggengo utilizzando l’automobile, ma vale la pena dedicare tempo e sudore ad una salita a piedi, per gustare, attraverso una bella escursione, scenari e profumi tipici della media montagna del versante retico. L’escursione, di solito, parte da Gaggio, ma un buon camminatore la può effettuare, in meno di tre ore, da Ardenno. Raccontiamola, dunque, da qui.
San Giuseppe, sopra Gaggio. Foto di M. Dei CasSalendo dal centro (m. 280 circa) verso la parte alta del paese, seguiamo le belle scorciatoie che attraversano le frazioni di Calgheroli e Cavallari, fino al bel Cincèt (cappelletta) Pomoli, dove percorriamo per un breve tratto, verso destra, la strada che sale a Gaggio. Incontriamo, così, una larga mulattiera che si stacca, sulla sinistra, dalla strada per la frazione Gaggio, portando al tempietto di sant’Antonio, sacrario dedicato ai soldati caduti nelle due guerre mondiali. L’obice posto a ricordo delle sofferenze arrecate dalla guerra e dal prezzo di dolore pagato dai soldati non fa più sentire da tempo la sua voce, ma il suo richiamo al ricordo è molto forte. Sopra il tempietto ci si ricongiunge con la strada, per poi lasciarla nuovamente, sulla destra, e seguire una bella mulattiera. La salita verso Gaggio sembra uno sprofondare in un tempo la cui voce è troppo dimessa per farsi sentire. La chiesetta di san Giuseppe. Foto di M. Dei CasBen presto si raggiunge la località Motta e, nell’ultimo tratto prima della chiesa, un antico lavatoio.
La mulattiera porta proprio al sagrato della settecentesca chiesa di Gaggio, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, a 570 metri. La strada prosegue oltre la frazione, alle spalle del Ristorante Innocenti, portando in breve alla località san Giuseppe, dove si trova la chiesetta dedicata al santo, a 645 metri. Nell’incantevole piana alle spalle della chiesetta si possono spesso gustare, soprattutto d’inverno, suggestivi giochi di luce fra le fronde dei castagni.
A questo punto (e fin qui possiamo essere giunti anche con l’automobile), dobbiamo decidere se seguire la carrozzabile, oppure un sentiero che abbrevia un po’ i tempi di salita. Nel secondo caso imbocchiamo la mulattiera che lascia, sulla sinistra, la strada, appena sotto il nucleo di case di san Giuseppe. Ad un bivio, prendiamo a destra.
La chiesetta di san Rocco. Foto di M. Dei CasDopo una bella traversata, intercetteremo la carrozzabile in corrispondenza della chiesetta di san Rocco.
Se invece seguiamo sempre la strada, passiamo propria sopra l’impressionante fosso del torrente Gaggio, ci addentriamo nel cuore della valle fino a raggiungere il torrente e, con una brusca svolta a sinistra, ricominciamo a salire. Dopo alcuni tornanti, a 841 metri, eccoci alla località di san Rocco, con l’omonima chiesetta. I tornanti proseguono, e nella salita sul fianco meridionale del monte Granda, segnato da un recente rovinoso incendio, superiamo diverse baite.
È però anche possibile accorciare l’itinerario imboccando il vecchio sentiero (in diversi punti un po’ sporco o non ben visibile), che, attraversando diverse selve, taglia in più punti la strada. Alcune soste permettono interessanti osservazioni panoramiche: verso est si vede bene il maggengo di Our, sopra Buglio in Monte, con le baite di Our di Cima e Our di Fondo.
Un grande albero solitario a lato della strada che porta ad Erbolo. Foto di M. Dei CasVerso sud, invece, si scorgono la cima della Zocca (nella verticale sopra l’abitato della Sirta) e, più a destra, l’elegante pizzo della Scala, in val di Tartano. Ancora più ad ovest, si riconoscono, al culmine dei monti che sovrastano Talamona, le cime gemelle dei monti Pisello e Culino.
Eccoci, infine, alle prime baite dei prati di Erbolo, i cui prati raggiungono, nella parte più alta, i 1174 metri. Se siamo partiti da Gaggio, abbiamo superato 600 metri di dislivello, in un tempo di poco inferiore alle due ore. È ovvio che la salita ad Erbolo può essere anche un bel percorso per gli amanti della mountain-bike. Erbolo, poi, può essere punto di partenza per altre interessanti escursioni. Le direttrici sono due.
Quella verso sud-ovest (sinistra), conduce ai Prati di Lotto.
Erbolo è vicina, ma anche la notte, nei tardi pomeriggi d'inverno, incalza. Foto di M. Dei CasPer trovare la partenza del sentiero dobbiamo risalire il breve ma ripido prato che si trova appena prima che la strada termini, in corrispondenza del solco di un valloncello. Il sentiero passa a monte delle baite più alte, prima di addentrarsi nel bosco, o meglio, di quello che resta di un bellissimo bosco. La traversata che, facendoci perdere gradualmente quota, conduce alla pista forestale incompiuta che sale da Lotto è, infatti, una specie di via crucis per chi, conoscendo questi scenari prima del rovinoso incendio della primavera del 1998, si ritrova a dover percorrere una sorta di landa desolata ed inselvatichita dal proliferare della bassa vegetazione.
La seconda direttrice, verso nord-est (destra), è costituita da una pista appena meno desolante: anche qui le piaghe lasciate dall’incendio sono ben visibili, anche se non hanno determinato la totale scomparsa delle piante ad alto fusto. Essa permette di salire, in circa un’ora e mezza, all’alpe Granda, oppure di raggiungere, in un tempo leggermente superiore, il maggengo di Our di cima.
Alcune baite del maggengo di Erbolo. Foto di M. Dei CasFino a qualche tempo fa si doveva imboccare un marcato sentiero che partiva dall’estremità di nord-est dei prati, descrivendo una lunga diagonale lungo il fianco ferito della montagna. Superati alcuni valloncelli, si doveva prestare attenzione, a quota 1280 circa, a non perdere la deviazione a sinistra che lasciava la traccia principale (la quale, peraltro, dopo essere passata poco sopra le baite Campione - m. 1394 -, si perdeva nei boschi nei quali passa il confine fra i comuni di Ardenno e Buglio in Monte). Oggi, al posto del sentiero si trova una larga pista sterrata, che descrive una lunga diagonale, giunge a toccare la strada che da Buglio sale al maggendo di Our di Cima (nel tratto compreso fra questo ed il sottostante maggendo di Our di Fondo) e, dopo alcuni tornanti, raggiunge il limite dell'alpe Granda.
Il vecchio sentiero per Granda, invece, dopo un tornante destrorso iniziava una lunga diagonale verso destra, che lo portava ad intercettare il più marcato sentiero che congiungeva il maggengo di Our di Cima all’alpe Granda, in corrispondenza di un casello dell’acqua.
La cima di Granda, raggiungibile da Erbolo in circa due ore di cammino. Foto di M. Dei CasPercorso per un breve tratto verso nord-ovest (sinistra) il sentiero, si usciva dal bosco, raggiungendo l’alpe Granda presso baita solitaria, nello stesso punto raggiunto ora dalla nuova pista. Alle spalle della baita una traccia di sentiero permette di salire, verso sinistra, alla cima di Granda, a 1708 metri. Se, invece, ci si dirige verso destra, in direzione del limite del bosco nel quale si inoltra il sentiero per l'alpe Scermendone, si trova il nuovo rifugio Alpe Granda, posto sul limite nord-orientale dell'alpe.
Vale la pena di ricordare che la nuova pista permette una bellissima, anche se faticosa, salita in mountain-bike da Ardenno (o, per risparmiare circa 300 metri di dislivello, da Gaggio) fino all'Alpe Granda. Se, poi, non vogliamo scendere per la medesima via di salita, possiamo lasciare la pista per Erbolo, staccandoci da esso sulla sinistra, laddove questa tocca la strada Buglio-Our di Cima, e sfruttando quest'ultima per una comoda discesa a Buglio. Il ritorno ad Ardenno avviene facilmente sulla strada asfaltata che scende ad intercettare la provinciale Valeriana Ardenno-San Pietro.
Il sentiero che dal torrente Gaggio sale verso Ruina. Foto di M. Dei Cas Se, però, abbiamo lasciato l'automobile a Gaggio possiamo portarci al limite alto occidentale di Buglio, imboccando un sentiero, parzialmente ciclabile, che scende al torrente Gaggio in corrispondenza del Mulino Vismara, risalendo sul versante opposto fino ad intercettare la pista Gaggio-Erbolo, poco a monte di Gaggio.
Raccontiamo, infine, un'interessante quanto poco noto itinerario alternativo per salire ad Erbolo da Gaggio. Imboccata la pista per Erbolo, saliamo fino al punto in cui questa passa vicino al torrente Gaggio, nei pressi del nuovo ponte in cemento e della pista che porta a Buglio. In corrispondenza della brusca svolta con la quale la pista per Erbolo piega a sinistra, lasciamola, senza però seguire la pista per Buglio, ma seguendo una pista secondaria che sale parallela all'alveo del torrente, rimanendo alla sua sinistra.
Dopo un primo tratto, dobbiamo prestare attenzione, alla nostra sinistra, per scorgere la partenza di un sentierino che sale, ripido, fino a guadagnare il filo del dosso che si trova alla nostra sinistra (ovest). Non è facile trovarlo, ma l'occhio esperto non si farà trarre in inganno.
La solitaria baita di Ruina. Foto di M. Dei CasIl sentiero, che nel primissimo tratto supera anche un passaggio reso un po' difficoltoso da un piccolo smottamento, corre all'inizio verso sinistra, poi, raggiunto il filo del dosso, piega a destra e sale diritto, seguendolo, fino ad intersecare, a quota 980 circa (quindi dopo aver guadagnato approssimativamente 250 metri di quota), un secondo sentiero che corre con direzione perpendicolare, da nord-est a sud-ovest.
Dobbiamo ora seguire questo secondo sentiero verso sinistra: dopo aver attraversato un valloncello, raggiungeremo, così, il limite nord-orientale dei prati di Rüìna (cioè di Rovina). Il nome del luogo si spiega tenendo presente che è circondato da valloncelli scoscesi ed interessati da movimenti franosi. Una baita solitaria, a quota 960, sembra persa, qui, alla deriva in qualche spiaggia dimenticata dal tempo.
A questi prati possiamo giungere anche per altra via, cioè seguendo la pista Gaggio-Erbolo e lasciandola, a quota 880 metri, quando incontriamo, ad un tornante sinistrorso, un largo sentiero che se ne stacca sulla destra e comincia a salire gradualmente, tagliando il fianco boscoso e ripido del monte.
Una baita di Erbolo. Foto di M. Dei CasIl sentiero, che nell'ultima parte si restringe e supera un punto un po' esposto ed uno smottamento, ci porta nel cuore di un vallone, in corrispondenza di una griglia in cemento. Oltrepassata la griglia e percorso un breve tratto sul lato opposto del vallone, raggiungiamo il limite sud-occidentale dei prati. Ovviamente questo percorso può essere sfruttato, in senso contrario, per scendere dai prati alla strada Gaggio-Erbolo e salire lungo essa fino ad Erbolo.
Se amiamo l'avventura, invece, possiamo iniziare una salita a vista, partendo dalla parte superiore dei prati, verso nord-est. Prima del rovinoso incendio del 1998 la salita tagliava uno splendido bosco di faggi e pini. Ora attraversa una boscaglia selvaggia e disordinata, che offre uno spettacolo ben triste e desolante. Oltrepassata, con un po' di fatica, la fascia boscosa, usciamo in un terreno più aperto. Proseguiamo, ora, la salita, rimanendo più o meno al centro del largo dosso. Alla fine intercettiamo la pista Erbolo-Granda, ad una quota approssimativa di 1180 metri, poco sopra il punto di partenza.
Erbolo. Foto di M. Dei CasUna breve discesa verso sinistra ci conduce alla meta, cioè al limite nord-orientale dei prati di Erbolo.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 600 (da Ardenno)
Tempo
2h


- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Le baite più alte dei prati di Lotto. Foto di M. Dei CasFra i piccoli gioielli montani che il comune di Ardenno, nonostante la sua estensione relativamente modesta, serba nel suo scrigno, i prati di Lotto (m. 962, dal termine che significa "zolla") occupano una posizione di privilegio, sia per la felice collocazione, sia per le possibilità escursionistiche offerte. Da decenni il bacino idroelettrico che serve la centrale di Ardenno è parte integrante di questo scenario.
È possibile raggiungerli comodamente in automobile: basta staccarsi dalla statale di Val Masino poco prima della località Ponte del Baffo, seguendo le indicazioni per Biolo e Lotto; giunti alle porte di Biolo, in vista della chiesa parrocchiale, si svolta a destra, salendo a Piazzalunga, per poi proseguire, con ampi tornanti, fino alla meta.
Se, invece, vogliamo salire a piedi, le possibilità sono fondamentalmente due: raggiungere Piazzalunga (vedi scheda relativa) e poi proseguire lungo la strada asfaltata
Il bacino idroelettico ENEL di Lotto. Foto di M. Dei Cas(i sentieri nel bosco, dopo l’incendio del 1998, si sono quasi totalmente persi), oppure salire al maggengo di Erbolo e, individuato il sentiero che parte dalle baite più alte, verso sinistra (sud-ovest), percorrerlo (trattenendo le lacrime, se ci si ricorda la bellezza di questi luoghi prima dello scempio operato dalle fiamme) fino ad intercettare una pista incompiuta che parte dal limite orientale dei prati. Il sentiero, infatti, termina in corrispondenza di alcune roccette che, superate con un po’ di attenzione, ci permettono di scendere ad uno spiazzo, dove la pista termina: percorrendola comodamente in discesa, dopo qualche tornante ci ritroviamo nei pressi dei prati collocati immediatamente a nord-est del bacino idroelettrico.
Ma consideriamo, ora, i prati non più come punto di arrivo, ma come punto di partenza. Le possibilità offerte sono varie.
Per chi non vuole fare più di una rilassante passeggiata si possono suggerire quattro passi fino alla sorgente del Poz Feràa:
La strada sterrata che porta al bivio per le baite più alte o per i prati più bassi di Lotto. Foto di M. Dei Casci si porta, seguendo la comoda strada sterrata che si stacca da quella asfaltata sulla sinistra (appena prima che questa termini) ad un bivio, prendendo poi a destra, aggirando a sud ovest il bacino dell’Enel e raggiungendo le baite superiori, collocate a nord ovest dei prati. Alle spalle dell’ultima baita partono tre sentieri; ignorati quello di sinistra e quello che sale diritto, si imbocca quello di destra, che in breve porta alla sorgente. Il ritorno può essere effettuato proseguendo verso destra (nord-est), fino ad intercettare la pista forestale sopra citata.
Ma torniamo al bivio sulla strada sterrata: se, invece di prendere a destra, scendiamo verso sinistra, raggiungiamo in breve gli ultimi prati. Vagare senza meta precisa nella fascia quasi pianeggiante dei boschi che circondano, in questa zona, i prati è un’esperienza suggestiva e rilassante.
Accontentati gli amanti del relax, rivolgiamoci ora agli escursionisti più esigenti. Da Lotto possiamo effettuare una traversata ad Erbolo (percorrendo a rovescio il sentiero sopra menzionato), oppure salire all’alpe Granda (vedi la relativa scheda).
Dalle baite più alte di Lotto ottima è la visuale sul versante occidentale della Val Gerola. Alle sue spalle, a destra, l'inconfondibile profilo del monte Legnone. Foto di M. Dei CasSi tratta di possibilità ben conosciute; ciò che ben pochi sanno, invece, è che esiste una terza ed interessante possibilità, quella di raggiungere il prato Tabiate. Torniamo, quindi, alla baita più alta ed ai tre sentieri che partono da qui: si imbocca quello che sale, diritto, nella folta vegetazione, passando accanto ad una baita diroccata. La salita prosegue per un buon tratto in una zona più aperta e suggestiva, dove la traccia del sentiero è larga, ma spesso ostruita da foglie secche.
Poi si incontra una nuova fastidiosa fascia di ginestre, entro la quale il sentiero si inoltra, permettendoci di superarla e conducendo alla sommità del dosso che sovrasta i prati di Lotto, il cosiddetto Sas del Tii (a 1283 metri). Bisogna prestare attenzione a non perdere il sentiero nella fascia di ginestre, badando anche al fatto che la supera piegando verso destra.
Torniamo ora al crinale, cui si accede dopo aver superato un ultimo corridoio dove spesso si deposita una gran quantità di foglie. Fin qui il percorso è identico a quello da effettuare per salire all’alpe Granda, ma ora dobbiamo prestare molta attenzione per non perdere la deviazione per il prato Tabiate.
Il tratto mediano del sentiero che sale verso Sas del Tii, prima della fascia di ginestre. Foto di M. Dei CasDopo circa trecento metri, infatti, si incontra, sulla sinistra, una freccia incisa sul tronco di un albero: da qui parte, sulla sinistra, una deviazione che percorre, con tracciato quasi pianeggiante, il fianco del monte, sul versante della Val Masino. La traccia, all’inizio, è poco marcata, ma poi si fa più evidente. Il sentiero aggira alcuni dossi e varca facilmente qualche vallone, rimanendo molte decine di metri al di sotto della crinale.
Dopo un percorso non lungo, in uno scenario reso estremamente suggestivo da una fortissima sensazione di solitudine e mistero, la vista di alcuni muri a secco preannuncia la presenza di un gruppo di baite, alle quali si sale con alcuni tornanti: si tratta del prato Tabiate (m. 1468), collocato su un bel poggio che sovrasta il versante montuoso che immediatamente sotto precipita, con vertiginosi canaloni, sul primo tratto della Val Masino (ovviamente, vale in questo caso, come ed anche più che in ogni altro, l’avvertimento: mai avventurarsi in problematiche e pericolose traversate a vista, soprattutto in discesa, per evitare luoghi insidiosi e per non finire “incrapelati”, cioè intrappolati fra rocce dalle quali non ci si riesce più a districare).
Il prato rappresenta una sorta di oasi sottratta al tempo.
La salita sul crinale Lotto-Granda regala ottimi scorci sulla valle di Spluga, laterale della bassa Val Masino. Foto di M. Dei CasIl panorama verso la Val Masino non è ampio, ma regala un bello scorcio della valle di Spluga, al cui centro sono ben visibili i passi gemelli di Primalpia e Talamucca.
Dal prato partono due sentieri. Uno prosegue verso nord-nord-est, inoltrandosi nella pineta, e cominciando a scendere leggermente. Se si conoscono bene i luoghi (e sottolineo se, per rubare le parole ad una famosa canzone di Mina), dopo qualche centinaio di metri si può scendere, sulla sinistra, incontrando, poco sotto, un sentiero non molto evidente, che conduce, scendendo quasi in verticale e superando due pianette, all’ultima baita di Ruschedo di sopra (m. 1221), che si trova ancora nel territorio del comune di Ardenno. Dalla baita lo sguardo raggiunge i pizzi del Ferro, la cima del Cavalcorto ed il paese di Cataeggio. A sinistra della cima del Cavalcorto è ben visibile la selvaggia costiera che separa la valle Merdarola dalla Val Masino.
Una baita del prato Tabiate, sullo sfondo della valle di Spluga. Foto di M. Dei CasQuesta digressione è però del tutto sconsigliabile a chi non abbia una buona conoscenza dei luoghi: la zona a sinistra (per chi scende) del sentierino è infatti dirupata e pericolosa. Segnalo, infine, che da Ruschedo di sopra, passando per Ruschedo di sotto, si può scendere fino a Cataeggio.
Torniando al prato Tabiate, cerchiamo il secondo sentiero, che ci offre una possibilità escursionistica ben più tranquilla: alle spalle delle baite del prato Tabiate (alla nostra destra) sale verso est-sud-est, deciso, un sentiero che porta, in breve, al crinale che separa la Valtellina dalla Val Masino, a quota 1530 metri. Ci si ritrova poco sopra un evidente masso solitario, in un panorama desolato, quasi spettrale, per le cicatrici immani provocate dall’incendio del 1998.
Ci si presentano, ora, due possibilità: salire, seguendo il crinale, verso la cima di Granda, oppure iniziare la discesa, sempre seguendo il crinale panoramico, verso il Sas del Tii. Se scegliamo questa seconda, dobbiamo prestare attenzione nel superare una fascia di roccette dove anche la traccia di sentiero si perde.
Uno dei diversi cursiosi ed un po' misteriosi massi solitari sul crinale Lotto-Granda. Foto di M. Dei CasCiò fatto, si guadagnano luoghi più tranquilli e si torna al Sas del Tii, per poi scendere ai prati di Lotto (facendo attenzione, però, all’imbocco del corridoio con il quale inizia la discesa: è facile infatti sbagliare, portandosi troppo a destra).
Questo anello richiede, per essere percorso interamente, dalle tre alle quattro ore di cammino. Il dislivello superato è, complessivamente, di circa 600 metri.
Una nota conclusiva per gli amanti della mountain-bike: i prati di Lotto possono essere il punto più alto di un bell'anello che sfrutta, in salita, la strada asfaltata che si stacca sulla destra, prima del ponte del Baffo, dalla statale della Val Masino per salire a Biolo e Piazzalunga, ed in discesa la recente pista in terra battuta che dal limite orientale dei prati torna a Piazzalunga. Da qui, poi, si può scendere ad Ardenno sfruttando la vecchia mulattiera; un secondo itinerario alternativo di discesa può, invece, passare dalla pista che, nei pressi del cimitero di Biolo, scende fino alla frazione di Calchera, fra il centro di Ardenno e la frazione di Masino.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 600
Tempo
3h e 30 min


- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Ardenno si ritaglia uno spazio, per quanto modesto, nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie ad una poesia di salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), qui di seguito riportata.

La dolce collina


Lontani uccelli aperti nella   sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi   illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde   lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove   s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di   saggina.

Forse   in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso   ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di   dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che   non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e   la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle   rive.

Salvatore Quasimodo - nuove poesie
          
Il Culmine di Dazio fra bassa Valtellina, a sinistra, ed imbococ della Val Masino, a destra. Foto di M. Dei Cas
Che ebbe a che fare il poeta siciliano con questa sperduta landa retica? Quasimodo fu assunto come geometra al Genio Civile e trasferito nel 1934 a Milano; di qui, un po’ per punizione, venne assegnato per qualche tempo all’ufficio di Sondrio. La poesia fa riferimento ad un ricordo femminile legato ad Ardenno. Impossibile sapere chi, difficile capire quale sia esattamente il luogo nel quale il ricordo prende corpo. Un luogo sicuramente vicino al fiume Adda, in vista del Culmine di Dazio (questa è con tutta probabilità la “dolce collina”, così qualificata per il suo aspetto arrotondato). Il resto è legato Il lègunc', sul crinale della Colmen. Foto di M. Dei Casalla suggestione poetica, che si anima dell’indeterminato e trae vita dall’indefinito.
Il Culmine di Dazio, meglio conosciuto come Còlmen, è, effettivamente, uno degli elementi più caratteristici del paesaggio che da sempre chi abita ad Ardenno è abituato a vedere. Il suo panettone boscoso, da sempre, chiude la visuale verso la bassa Valtellina, regalando, forse, l’impressione che la piana di Ardenno sia protetta, almeno verso ovest, da un abbraccio materno, anche se, d’inverno, è proprio la sua mole che le sottrae qualche ultimo raggio di sole al tramonto.
Di essa scrive il Guler von Weineck, già governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata nel 1616: “All’estremo di questa pianura (di Dazio), verso mezzodì, sorge un piccolo monte, detto Colma di Dazio: è dirupato, sterile e roccioso, ma sulla cima ha una piccola pianura; ivi La chiesetta di san Giuseppe di Pilasco. Foto di M. Dei Cassi notano le rovine di un antico castello e parimenti cisterne, cunicoli sotterranei e miniere di ferro abbandonate.”
Purtroppo non rimangono tracce né del castello, né dei misteriosi cunicoli. Resta invece il segno ben visibile, da sud, della miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (miniéra d'òor); di oro si parla ancora in un documento ottocentesco, nel quale si menzionano tracce del prezioso metallo rinvenute nei pressi di Porcido, sempre sul versante sud della Culmen. Una montagna decisamente intrigante e misteriosa. Curiosa è la natura geologica del monte: le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico, il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si fosse formata. Il monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora giovani pivellini.
L’azione erosiva dei ghiacciai che nel quaternario scesero dalla Val Masino e dall’alta Valtellina fino alla bassa La mulattiera Pilasco-dazio. Foto di M. Dei Casvalle non riuscì, quindi, ad aver ragione di questo monte dal cuore di granito, che rimase, al centro della valle, come segno di tempi remotissimi. Tale azione, però, lo modellò, conferendogli la caratteristica forma arrotondata per la quale è facilmente riconoscibile dai più diversi angoli di visuale della media e bassa Valtellina. Aggiunge pregio alla zona la costituzione di un'area naturalistica protetta. La sua singolarità è legata anche alla profonda differenza dei versanti: quello rivolto a sud è arido, aspro e ripido, mentre quello che guarda a nord ed alla piana di Dazio ha caratteristiche molto simili ai versanti obobici, essendo decisamente più umido ed umbratile. La Culmen ospita fiori d'alta montagna, e vi scorazzano molte specie di animali, anche d'alta quota, come camosci, cervi, lepri, coturnici. Non mancano presenze meno rassicuranti, serpi e vipere.
Non si trova nel territorio del comune di Ardenno, ma proprio da qui può partire un’interessante escursione ad Dipinto nella cappelletta sulla mulattiera Pilasco-Dazio. Foto di M. Dei Casanello che permette di visitarne la cima, in uno scenario che le ha meritato l’elezione ad oasi naturalistica protetta.
Punto di partenza ed arrivo è la frazione di Pilasco, raggiungibile direttamente dalla ss 38 staccandosene all’altezza dell’albergo-ristorante Isola, oppure da Màsino, attraversando, su una passerella, l’omonimo torrente. Il termine è un aggettivo in "asco" dalla radice "pila", che significa "vaso per l'olio", come suppone l'Olivieri, o, più probabilmente, "macina", "mulino" (cfr. la voce lombarda "pilà", "macinare"). Risalendo la strada che porta alla frazione fino al suo termine, se ci siamo staccati dalla ss 38, oppure appena oltre il ponte sul Màsino, ci ritroviamo all’imbocco di una stradina sale alla chiesetta di san Giuseppe, a 304 metri.
A destra della chiesetta parte una larga mulattiera: si tratta della "strada del pìil", cioè "strada del pelo", perché sui rovi ai suoi lati spesso si trovava il pelo invernale delle volpi, assai numerose. Partiva dal limite orientale di desco (dove si trova il piccolo cimitero; oggi è chiusa al transito per alcuni movimenti franosi che l'hanno interessata), tagliava la parte bassa del selvaggio fianco orientale del Culmine di Dazio e della Val Fìria ed era anche chiamata la strada dei morti, perché raggiungeva Pilasco e di qui saliva alla piana di Dazio, portandosi, infine, a Caspano, dove venivano spolti i defunti di Desco, che apparteneva, appunto, alla parrocchia di Caspano.
Nel primo tratto si tratta di una pista con fondo in cemento, che, dopo qualche tornante con ripida pendenza, si addentra nel bosco, diventa vera e propria mulattiera ed inizia una lunga traversata che taglia il fianco settentrionale che dalla Colmen scende alla parte terminale della Val Masino. Giunti ad un bivio, dobbiamo scendere leggermente verso destra. Dal sentiero si vede bene, guardando verso nord, il paese di Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla), all’imbocco della Val Masino. Il sentiero prosegue con tracciato diritto, poi si immette in una pista sterrata; seguendola, oltrepassiamo una cappelletta, dove possiamo osservare una Madonna con banbino in precarie condizioni. Alla fine passiamo a sinistra della chiesetta sconsacrata di Sant'Antonio e di un grande traliccio, e ci ritroviamo sul limite orientale della grande piana di Dazio, frutto dell'azione erosiva della colata di ghiacciaio della Val Masino, che non è riuscita ad aver ragione della resistenza del granito del Culmine. La pista diventa stradina in asfalto, che si immette nella strada Dazio-Regolido.
Percorriamo la strada in direzione di Dazio (m. 568), passando accanto ad una seconda cappelletta. Raggiunta la strada provinciale n. 10 dei Cech orientale, proseguiamo verso ovest, in direzione della chiesa parrocchiale Cappelletta sulla strada Dazio-Gegolido. Foto di M. Dei Casdi San provino, fino al cimitero, che si trova a sinistra della strada.
La salita al Culmine di Dazio da Dazio inizia, infatti, nei pressi del cimitero, dove parte, in direzione sud, una pista sterrata di origine militare che porta fino alla cima. Sul Culmine, per la sua posizione e la sua panoramicità, era un posto di osservazione strategicamente importantissimo: di qui l’esigenza di edificare una casermetta ed una torretta di osservazione sulla cima, servite da una comoda carrozzabile, che ora è rimasta a disposizione di escursionisti e bikers che vogliano portarsi sul punto più alto del gigante di granito.
La pista parte proprio alla sinistra del cimitero: un cartello segnala il Crotto di Dazio a 500 metri. Raggiunto un bivio (segnalazione a destra per Pra di Scett e Aquate), restiamo sulla pista principale, di sinistra, che passa a destra dei prati del Crotto di Dazio. La pista (di cui, oltre il Crotto, non c’è tratta sulla carta IGM) prosegue piegando leggermente a sinistra: si immerge in un bel bosco di pini silvestri e di castagni e procede con pendenza abbastanza marcata, ma regolare; il fondo è sempre Il paese di Dazio. Foto di M. Dei Casbuono, il che agevola chi sale in mountain-bike. Dopo un lungo traverso a sinistra (direzione est), troviamo il primo tornante destrorso, ed iniziamo un traverso in direzione sud-ovest; ogni tanto troviamo, su alcune tronchi, segnavia rosso-bianco-rossi. Al successivo traverso a sinistra il bosco si apre un po’ e vediamo, alla nostra destra, il boscoso crinale terminale del Culmine. Il traverso ci porta ad una pianetta, che ci introduce ad una sorta di terrazzo inclinato che precede l’impennata del versante prima della cima.
Piegando a destra, la pista procede per un tratto diritta verso il crinale, poi propone una serrata serie di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, nella quale alcuni tratti hanno il fondo in cemento. Al successivo traverso verso destra la pendenza, per la prima volta, si addolcisce e per un tratto procediamo in falsopiano, fino al tornante sx, al quale ci raggiunge un sentiero che sale da sinistra. La pendenza torna a farsi marcata e passiamo a monte di alcune conche nel bosco, che si aprono alla nostra sinistra. Giunti al tornante dx, vediamo un sentiero che si stacca sulla sinistra dalla pista, e lo ignoriamo. La media Valtellina vista dalla cima della Colmen. Foto di M. Dei CasDopo il successivo tornante sx, il bosco comincia ad aprirsi gradualmente e vediamo alcuni punti nei quali la pista è stata tracciata aprendo una breccia fra le rocce affioranti dal cuore della montagna ed altri in cui il fondo corre rialzato rispetto al fondo del bosco. L’andamento sud-est ci porta nei pressi dello spigolo orientale del Culmine, ed in alcuni tratti la vegetazione si apre, regalando un ottimo colpo d’occhio sulla Media Valtellina (chiuso dal gruppo dell’Adamello) e sullo sbocco della Val Tartano. Poi pieghiamo gradualmente a destra, descrivendo un arco di cerchio verso sud-ovest, fra rocce levigate, piante di rovere e ginestre, dietro le quali si apre, a nord, un ottimo colpo d’occhio sulla Val Masino.
Alla fine siamo alla pianetta sommitale (m. 913), dove troviamo un tavolo con panche in legno ed una bandiera italiana. Siamo giunti alla cima dopo circa un’ora di cammino (il dislivello approssimativo è di 345 metri). Poco oltre, sulla sinistra, scendiamo ad una pianetta che costituisce un bel balcone panoramico verso nord: sulla sinistra vediamo la sezione orientale della Costiera dei Cech, solcata dalla Val Toate ed incoronata dalla cima di Malvedello (m. I pizzi del Ferro, la cima di Zocca e la cima di Castello visti dalla cima della Colmen. Foto di M. Dei Cas2640) e del Desenigo (m. 2845), con i paesi di Dazio, Cadelpicco, Cadelsasso, Chempo, Naguarido, Caspano e Roncaglia. Al centro la bassa Val Masino, nella quale confluisce da sinistra la valle di Spluga, sul cui fondo vediamo una sezione delle cime del gruppo del Masino, con i pizzi del Ferro (chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”, pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca, m. 3267, pizzo del Ferro centrale, m. 3287, il torrione del Ferro, m. 3070 ed il pizzo del Ferro orientale, m. 3200), la poderosa cima di Zocca (m. 3175), la cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri) e la punta Rasica (rèsga, m. 3305). Più a destra, dietro il crinale che dai Prati di Lotto sale all’alpe Granda, la costiera Arcanzo-Alli-Remoluzza, che separa la Val di Mello dalla Valle di Preda Rossa (che però da qui non si vedono); seguono il monte Disgrazia (m. 3678) ed i Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114), che emergono dalla lunga striscia verde dell’alpe Scermendone. Con l’esile profilo del pizzo Bello (m. 2743) torniamo sul crinale della media Valtellina.
Nei pressi del tavolino della cima ci sono anche due cartelli, entrambi rivolti alla direzione nella quale procede La Val Masino vista dalla cima del Culmine. Foto di M. Dei Casil sentiero che si sostituisce alla pista (ovest), che danno Dazio a 45 minuti, Porcido a 40 minuti e Paniga ad un’ora e 10 minuti.
Il pianoro della cima, dove troviamo anche un tavolino, sembra immerso, soprattutto in autunno ed in inverno, in un’atmosfera magica.
Non possiamo, infine, non allungare l'escursione percorrendo, su sentiero segnalato da segnavia bianco-rossi, il crinale, verso ovest, con qualche saliscendi, fino ad incontrare, annunciato da un cartello, una splendida pozza-laghetto, cirondata dal bosco, il lègùunc', letteralmente "lago unto", per il colore oleoso delle sue acque stagnanti. Una piccola perla, inattesa, splendida. Se saremo fortunati, potremo scorgere anche il volo dell'acquila, che nidifica fra le aspre e solitarie rocce dell'alto versante meridionale.
Giunto il momento del ritorno, possiamo optare per la medesima via di salita, oppure per un largo giro che passa per Campovico, Paniga e Desco. In La cima della Colmen. Foto di M. Dei Casquesto caso dobbiamo, però, preventivare altre due-tre ore di cammino. Torniamo comunque, nell’un caso e nell’altro, al cimitero di Dazio, tornando sulla strada principale. Mentre se vogliamo ripercorrere la via della salita dobbiamo volgere a destra, per completare l’anello dobbiamo dirigerci a sinistra, seguendo per un lungo tratto la strada che, percorsa la parte occidentale della piana, comincia a scendere verso Morbegno.
Abbiamo ignorato la deviazione, sulla sinistra, per l’agriturismo di Categno ed oltrepassato il torrente Toate; ora, però, dobbiamo prestare attenzione alla deviazione, sempre sulla sinistra, per Cermeledo, un bel gruppo di case immerso nella frescura dei castagni. Dal lato occidentale del nucleo di case parte una bella mulattiera, che scende con numerosi tornanti e che, più in basso, muta il suo fondo in asfalto, terminando proprio sul sagrato della chiesa di Campovico (m. 257).
Dalla chiesa, passando per il cimitero, scendiamo al centro del paese e, armandoci di grande pazienza, cominciamo la parte più noiosa dell’escursione: seguendo la strada, dobbiamo infatti raggiungere Panìga e proseguire fino al bel paesino di Desco (m. 290), raccolto su una rocca naturale che precipita su un’ansa dell’Adda. Sembra un paese insignificante, ma la sua posizione naturale, un tempo strategica, giustifica la sua importanza storica.
Il gruppo del Masino visto dalla cima della Colmen. Foto di M. Dei Cas 
Dal paese parte la già citata strada del pìil (attualmente, però, chiusa al transito; speriamo nella riapertura) che, seguendo il fianco sud-orientale della Colmen, raggiunge la piazzola del Chiosco del Ponte, nei pressi del viadotto del Tàrtano. Non manca molto alla conclusione delle nostre fatiche: seguendo per un tratto la ss 38 in direzione di Ardenno, ci ritroviamo allo svincolo per Pilasco, dove l’anello si chiude.
Giova ricordare che questo anello può anche essere un ottimo percorso di mountain-bike: in questo caso, però, conviene percorrerlo a rovescio.
Segnalo, in conclusione, un’interessantissima variante per chi lo percorre a piedi, destinata però ad escursionisti con un po’ di esperienza. Torniamo La chiesa di Campovico. Foto di M. Dei Casalla piana di Dazio: percorrendo la strada principale verso sud-ovest, prima ancora della deviazione per il crotto di Categno, troviamo una pista sterrata, seguendo la quale ci ritroviamo ad un sentiero che porta al bellissimo e nascosto nucleo di Porcido, dove si trova anche un’incantevole chiesetta. Attraversato il paese, cerchiamo con attenzione i segnavia rossi-bianco-rossi che indicano un sentiero poco evidente: il sentiero, superato un terrazzamento, piega a sinistra e si cala arditamente fra le rocce di un vallone, perdendo rapidamente quota e conducendo, dopo una nuova svolta a sinistra, a Desco. Chi volesse sfruttare questa interessante variante dovrebbe, prudentemente, prima percorrerla in salita.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 600
Tempo
2h e 30 min


- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

La lunga piana quietamente distesa fra Selvetta ed Ardenno. Foto di M. Dei CasGli abitanti di Ardenno sono soprannominati "ranée", perchè la parte bassa del paese si stende ai margini di una piana che, almeno un tempo, era ricca di rane. Oggi i simpatici anfibi sono assai ridotti di numero, ma rimangono un po' il simbolo del paese e ricordano che la sua identità è legata non solo a boschi e selve, ma anche alla piana.
Infatti ciò che Ardenno può offrire agli amanti della camminata o della pedalata non sono solo le montagne, ma è anche, appunto, la piana, luogo ideale, oltretutto, per la pratica di un salutare jogging.
Da Ardenno fino a San Pietro di Berbenno si stende una piana che rappresenta un’ideale meta per gli amanti della corsa o della pedalata fra i campi. Portiamoci al ponte sul canale dell’Adda vecchia, che si raggiunge percorrendo la via Empio dal centro di Ardenno verso la ss 38 ed imbocchiamo la lunga striscia della stradina in terra battuta che taglia la piana di Ardenno, in direzione della piana della Selvetta.
L'Adda vecchia presso la via Empio. Foto di M. Dei CasGiunti ad un bivio, prendiamo a destra e, dopo una seconda curva a gomito verso sinistra, raggiungiamo le case della località Prada. Abbiamo, così, superato il confine del territorio del comune di Ardenno, ma sicuramente non ce ne siamo accorti.
La pista raggiunge la strada asfaltata che congiunge la ss 38 a Villapinta: attraversiamola con cautela, imboccando una stradina secondaria che, dopo un primo tratto in asfalto, ridiventa di terra battuta. Intanto, volgendo lo sguardo a nord, possiamo ammirare Buglio in Monte.
Avanti, ancora, fino ad una curva a sinistra e ad una seconda curva a destra; una terza curva a sinistra ci porta ad un ponte che scavalca l’Adda vecchia. Fiancheggiamo poi un campo di granoturco ed aggiriamo una seconda roggia piegando a sinistra e di nuovo a destra, fino all’argine orientale, in cemento.
Ardenno, visto dalla piana. Foto di M. Dei CasSfruttando l’argine, ci riportiamo su una stradina che raggiunge una stradina asfaltata, la quale, a sua volta, congiunge la via Valeriana alla ss 38; seguiamola per un breve tratto verso destra, lasciandola ad un ponticello, sulla sinistra, che conduce ad una nuova strada sterrata. Poco oltre una cascina isolata, raggiungiamo il campo di prova del Club di Aeromodellismo Valtellinese.
Proseguendo ancora, intercettiamo una seconda stradina asfaltata, che possiamo seguire per un tratto, per poi lasciarla alla prima deviazione utile a destra, che ci porta di nuovo nel cuore dei campi, oppure alla prima deviazione a sinistra, in direzione di San Pietro, che appare ormai non lontana, verso est. Il ritorno ad Ardenno può avvenire per la medesima via, oppure sfruttando la strada provinciale Valeriana.
Per gli amanti di jogging o passeggiate tranquille e magari un po’ malinconiche anche l’argine dell’Adda da Ardenno a
la piana di Ardenno, vista in prossimità delle case della Prada. Foto di M. Dei CasFusine rappresenta un’occasione interessante. Incamminiamoci, allora, sulla stradina sterrata che parte alle spalle della stazione ferroviaria di Ardenno e punta verso l’argine dell’Adda. Possiamo seguirla fino in fondo oppure, alla curva a destra, imboccare un sentierino fra due campi di granoturco.
In entrambi i casi potremo facilmente salire sul largo argine, che raggiunge, dopo una curva appena accennata a destra, il ponte sull’Adda di Sirta. Il paese di Sirta gode del non invidiabile primato di essere il meno esposto al sole in Italia: eppure il respiro del grande fiume comunica anche a questi luoghi un’impressione di grande vitalità.
Attraversata la strada, eccoci di nuovo sull’argine, per un nuovo lungo tratto diritto che ad un secondo ponte, quello di Selvetta. Pochi metri sull'asfalto, e siamo di nuovo sull'argine settentrionale, per un terzo tratto che conduce ad una piccola strettoia, dove il fondo è un po’ sconnesso (è l’unico tratto che può presentare qualche insidia per i piedi di un corridore: il resto del fondo è regolare).
La parte terminale dell'argine dell'Adda, in direzione dello sbarramento di Ardenno. Foto di M. Dei CasOltre la strettoia, un ultimo lunghissimo tratto diritto, prima dell’ultima semicurva a destra che precede la fine dell’argine, nei pressi del passaggio a livello di S. Pietro di Berbenno (a circa 8 chilometri dal suo inizio).
E’ possibile percorre l’argine anche in bicicletta; per gli amanti delle due ruote, tuttavia, le piste in terra battuta che corrono appena sotto l’argine, su un lato e sull’altro, offrono un fondo meno faticoso.

Difficoltà
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Dislivello
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Tempo
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- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas


Clicca qui per aprire una panoramica invernale dall'alpe Granda.

Ogni paese valtellinese ha il suo alpeggio. L’alpe Granda ("alp grènda") è l’alpe di Ardenno, ed il suo punto di massima elevazione è la cima di Granda, quotata 1708 metri (o, secondo alcune carte, 1705 metri). Fino a qualche decennio fa era sfruttata intensamente, e permetteva di caricare 60 capi di bestiame.
Nell'estimo generale della Valtellina del 1531 la valutazione dell'alpeggio è ancora maggiore: 150 mucche caricate, per un valore di 30 lire (una lira corrispondeva a 20 soldi ed a 240 denari).
Il rifugio Granda. Foto di M. Dei Cas
I suoi prati disegnano una lunga striscia, lungo la direttrice sud-ovest – nord-est, adagiata sul lungo e splendido crinale che, dalla cima di Vignone, passando per l’alpe Scermendone, l’alpe Granda, il Sas del Tii ed i prati di Lotto, scende a dividere l’imbocco della Val Masino dalla piana di Ardenno. Sul limite sud-occidentale dell’alpe si trova anche il rifugio Alpe Granda (che ha subito due incendi), anche se è in progetto il suo spostamento sul limite opposto.
Una pista tagliafuoco, che sale dalla strada Our di Fondo-Our di Cima, sopra Buglio, permette oggi di salirvi con mezzi motorizzati, anche se vale la pena percorrere almeno 45 minuti di cammino (dal punto nel quale la pista si stacca sulla sinistra, ad un tornante dx, dalla strada per Our di Cima) per raggiungerne il limite orientale. Il vecchio e glorioso sentiero che saliva dai Prati di Erbolo, sopra Ardenno (e che si stacca dalla Salendo verso Lotto, si lascia alla propria sinistra la chiesa di Biolo. Foto di M. Dei Casnuova pista tagliafuoco Erbolo-Granda poco dopo la sua partenza, sulla sinistra) è invece, purtroppo, oggi ridotto in condizioni pessime: invaso da una vegetazione debordante, è praticamente impossibile da percorrere (buona parte della splendida pecceta nel quale saliva, oltretutto, è stata letteralmente mandata in fumo dal rovinoso incendio del 2003, che ha conferito a tutto il versante fra Erbolo e Granda un aspetto che definire desolato è dir poco).
L’escursione che ha come meta l’alpe può seguire, dunque, oggi solo due diversi itinerari. Il primo ha come punto di partenza i prati di Lotto, ai quali si può salire in automobile. Prima della località Ponte del Baffo si incontra, sulla statale di Val Masino, la deviazione a destra per Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) e Lotto. Seguendola, si raggiunge, dopo pochi tornanti, Biolo. Dopo l’ultimo tornante si giunge in vista della chiesa, ma, invece di proseguire nella sua direzione, si imbocca una deviazione che sale, a destra, verso la frazione di Piazzalunga. La strada è molto panoramica e porta in breve alla frazione, che, posta a 676 metri, rappresenta una sorta di belvedere sulla media Valtellina.
Lasciata alle spalle la sua chiesetta di S. Abbondio, la strada riprende a salire, con alcuni tornanti, verso la Superato il Sas del Tii, ci districhiamo nella disordinata fascia di ginestre e massi. Foto di M. Dei Caslocalità Prati di Lotto, dove si può lasciare l’automobile, per seguire una stradina che, fiancheggiando il lato meridionale di un bacino Enel, conduce alle baite collocate sul limite di nord ovest dei prati, a 978 metri.
Il bacino rimane alle spalle, quando si raggiungono e superano le ultime baite, imboccando poi un sentierino che si dirige a nord-est (destra), portando al Poz Feràa, una sorgente segnalata da un cartello. Dalla sorgente si imbocca, sulla sinistra, un nuovo sentiero, segnalato da un cartello, che si dirige ad ovest, fino ad intercettare il sentiero che dalle ultime baite di Lotto sale direttamente verso il monte (si potrebbe sfruttare anche quest’ultimo, ma è più sporco e, in alcuni tratti, meno visibile).
Comincia, così, una salita più decisa, verso nord est, sul largo dosso che conduce al Sas del Tìi. Nel primo tratto la salita avviene in un rado bosco, che crea un’atmosfera quasi fiabesca. Poi si incontra una fastidiosa fascia di ginestre, nella quale il sentiero si inoltra sul lato destro (attenzione a non perderlo, perché la salita La fascia di rocce da superare sul crinale che porta all'alpe. Foto di M. Dei Casa vista nella macchia di ginestre sarebbe oltremodo difficoltosa; ginestre ed ontani sono specie nemiche, da sempre, degli escursionisti). Superata la fastidiosa fascia di ginestre, il sentiero, con qualche ripido e secco tornante, guadagna un ultimo corridoio, spesso riempito da foglie secche, che adduce alla pianeta terminale del dosso: si tratta del Sas del Tii, a quota 1283, dove il bel panorama di cui si gode sulla media Valtellina è, almeno in parte, rovinato dagli evidenti segni della devastazione provocata dal rovinoso incendio del 1998. Sul lato opposto (alla nostra sinistra), incorniciata dagli scheletri di alcuni alberi, è ben visibile la valle di Spluga, laterale della bassa Val Masino, che culmina con i passi gemelli di Primalpia e Talamucca.
Il sentiero prosegue sul desolato crinale che separa la Valtellina dalla Val Masino. Dopo un primo tratto quasi pianeggiante (dove si incontra, prestando attenzione, la segnalazione, su un albero, della deviazione a sinistra per il prato Tabiate), si giunge ad una fascia caratterizzata da alcune formazioni rocciose, che debbono essere sormontate, anche con qualche passaggio che, pur non essendo pericoloso, richiede un certo impegno e molta attenzione. Sul versante orientale il panorama della Val Masino raggiunge ora la cima del Cavalcorto (il famoso e caratteristico cannone del Cavalcorto), il pizzo Cengalo ed i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Prima di entrare nella pineta, è già visibile, il percorso supera il punto più stretto e suggestivo del crinale, esposto su entrambi i versanti: qui solo pochi decimetri di crinale separano la Val Masino dalla media Valtellina.
Superato il punto più stretto, il crinale si allarga ed il sentiero lascia lo scenario un po’ spettrale, caratterizzato da scheletri d’alberi, bassa vegetazioni e massi, per entrare in una riposante pineta, dalla quale esce, alla fine, nei pressi del vecchio rifugio dell’alpe Granda, a 1630 metri.
Salendo oltre l'ex-rifugio, si raggiunge, in breve, la cima di Granda (1705 o 1708 metri). Dai prati di Lotto alla cima dobbiamo calcolare circa 750 metri di dislivello e due ore e mezza-tre di cammino. Dalla cima si gode di una bella visuale sul gruppo del Masino: si individuano bene, da sinistra, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la cima del Cavalcorto (che nasconde il pizzo Badile), il pizzo Cengalo, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e la cima di Zocca. Oltre la cima di Granda, compaiono le baite dell'alpe. Foto di M. Dei CasVerso nord est si vedono, invece, la costiera Remoluzza-Arcanzo ed il monte Disgrazia. In direzione ovest sono sempre ben visibili la cime del Desenigo, in valle di Spluga, e l’aspra costiera che separa la Val Masino dalla valle Merdarola. A nord-est della cima si stende l’alpe Granda, che termina ai piedi del boscoso versante sud-occidentale del pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi, m. 2070), a destra del quale si intravede, in lontananza, il pizzo Bello. Verso sud-est lo sguardo si perde nella teoria delle cime orobiche e, sullo sfondo, nel gruppo dell’Adamello. Proseguendo verso nord-est, si incontrano alcune due baite; nell’ultimo tratto dell’alpe, prima dell’ultima baita, si trovano cartelli indicatori che segnalano un trivio: verso nord-est si imbocca il sentiero che porta all’alpe Scermendone, verso est quello che porta alla Merla e infine, verso sud-ovest, quello che scende alle baite Taiada. Proseguendo, poi, in direzione dei boschi nei quali si addentra il sentiero per Scermendone, raggiungiamo una vasca per la raccolta dell'acqua e, poco oltre, troviamo, seminascosto dietro una macchia, il L'alpe Granda. Foto di M. Dei Casnuovo e bellissimo rifugio. Esso si trova sul percorso del Sentiero Italia, che sale all'alpe Granda dalla località Valbiore (valbiórch), in Valle di Sasso Bisolo, e dalle baite Taiada, proseguendo, poi, nella salita all'alpe Scermendone, dove si trova l'omonimo bivacco.
C’è una quarta possibilità, non segnalata: portandosi verso il lato opposto del crinale dell’alpe, in direzione di una baita isolata, dove si trovava, un po’ più in basso, sul limite del bosco, alla sua sinistra, il largo sentiero che effettuava la traversata fino al maggengo di Our di Cima, sopra Buglio. Nel primo tratto del sentiero, in corrispondenza di un casello dell’acqua, si trovava la deviazione a destra che scende ad intercettare il sentiero che sale da Erbolo (il sentiero versa ora in condizioni pessime). Ora si trova, invece, una larga pista sterrata, che scende, con qualche tornante, fino ai prati di Erbolo, toccando la pista gemella che da Buglio sale al maggengo di Our di Cima in un punto approssimativamente a metà fra questo ed il maggendo di Our di Fondo. Questo itinerario può essere sfruttato per chiudere un Le baite Taiada. Foto di M. Dei Casbell’anello: scesi ad Erbolo, infatti, si può percorrere il sentiero che parte dalla baite più alte e scende gradualmente fino ad una pista forestale incompiuta, percorrendo la quale si torna ai prati di Lotto.
Ma anche scendendo alle baite Taiada si potrebbe, in teoria, chiudere un anello, anche se più modesto. Il sentiero si trova sul limite del bosco, sul versante della Val Masino, non lontano dalla ben visibile vasca di raccolta dell’acqua posta sul limite di nord-est dell’alpe.Lo si trova, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, prestando attenzione e seguendo i fili metallici posti per evitare lo sconfinamento del bestiame (se non lo si trova, si eviti di scendere a vista ne, bosco). Il tracciato, segnalato da qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso, scende deciso ai ripidi prati sul cui limite inferiore sono poste le baite (m. 1494). Dalle baite partono due sentieri: il primo, a destra, scende alla strada che, dalla località Valbiore (valbiórch), sale all’alpe di Sasso Bisòlo; il Se percorriamo l'anello Lotto-Granda-Lotto, ci può capitare di tornare all'imbrunire. Foto di M. Dei Cassecondo, a sinistra, effettua una lunga traversata fino al prato Tabiate, dal quale si può proseguire fino a riguadagnare il crinale poco sopra il Sas del Tìi. Il problema è che questo sentiero, poco oltre le baite, finisce per perdersi per un buon tratto, per cui solo se si è esperti dei boschi si riesce a ritrovarne, più avanti, la traccia: se non lo si è, è del tutto sconsigliabile avventurarsi in traversate a vista.
Torniamo al trivio dell’alpe Granda: restano da individuare due sentieri. Il più facile è la pista che sale verso Scermendone, addentrandosi in un bellissimo bosco di conifere, in direzione nord-est. Il secondo, che conduce all’alpe Merla (posta sulla verticale sopra Our di Cima), richiede un po’ più di pazienza per essere trovato: parte poco oltre una marcata conca, in prossimità del limite del bosco, più in basso rispetto al primo.
Queste, quindi, sono le quattro possibilità che si offrono a chi, dall’alpe, volesse proseguire la sua escursione. Se I pizzi del Ferro Visti dall'alpe Granda. Foto di M. Dei Casperò si optasse per la soluzione più semplice, quella cioè di tornare sui proprio passi, non si dimentichi di prestare attenzione, al Sas del Tìi, per ritrovare il corridoio che si restringe nel sentiero per i prati di Lotto: è facile, infatti, se non si osserva bene, sbagliare direzione, il che espone a problematiche discese a vista su versanti non agevoli.
Ricordiamo, in conclusione, che all'alpe si può anche salire da Erbolo, anche in mountain-bike, sfruttando la nuova pista, o, ancor più brevemente, dalla strada per Our di Cima, raggiungibile anche in automobile partendo da Buglio in Monte.


Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 750 (dai prati di Lotto)
Tempo
2h e 45 min


- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Panorama dal bivacco Scermendone. Foto di M. Dei Cas
L'alpe Scermendone, naturale belvedere sul monte Disgrazia e sui Corni Bruciati. Foto di M. Dei Cas
L’alpe Scermendone è compresa nel territorio del comune di Buglio in Monte, ma non può non essere menzionata in questa carrellata di percorsi escursionistici che interessano Ardenno, sia perché può essere agevolmente raggiunta partendo dall’alpe Granda o, più in basso, da Erbolo, sia perché la sua posizione eccezionalmente felice lo rende, probabilmente, il più bel terrazzo panoramico d’alta quota dell’intera Valtellina. Un’escursione che sfrutti una giornata particolarmente limpida, quindi, è un’esperienza che non si può mancare di compiere, prima o poi.
Il percorso più breve per raggiungerla parte dal maggengo di Our di cima (m. 1415), cui si può salire in automobile da Buglio in Monte. Da Our parte, verso nord-ovest (sinistra), un sentiero che attraversa anche sezioni di bosco devastate dall’incendio del 1998 e che, salendo gradualmente, raggiunge, poco sotto i 1700 metri, l’alpe Granda, nei pressi del suo limite nord-orientale, vicino ad una baita isolata.
Dall'alpe Scermendone ecco lo splendido scenario del monte Disgrazia, dei Corni Bruciati e, a destra del passo di Scermendone, del pizzo Bello. Foto di M. Dei CasAlcune fra le più famose cime della testata della Val Masino si presentano di fronte ai nostri occhi. Guardando verso il cuore della Val Masino, distinguiamo la cima di Cavalcorto e, alla sua destra, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Verso ovest si distinguono, da sinistra, il corno di Colino, l’elegante profilo della cima del Desenigo e, sulla selvaggia costiera che sembra incombere sopra Cataeggio, la cima di Cavislone (sciöma dò caveslùn) ed il monte Lobbia (lòlbia). Dirigiamoci versa destra, in direzione di una grande vasca per la raccolta dell’acqua, dove troviamo anche alcuni cartelli.
 A destra appare, improvviso e bellissimo, il nuovo rifugio Alpe Granda.
Possiamo giungere all'Alpe Granda, però, per altra via, percorrendo, cioè, la pista che parte dai Prati di Erbolo, sopra Gaggio.
Per salire a Scermendone, dobbiamo procedere in direzione del rifugio e salire verso il margine del bosco, dove si individua facilmente una pista che vi si inoltra e comincia a salire decisa, La chiesetta di san Quirico e, sullo sfondo, la val Terzana. Foto di M. Dei Casdescrivendo una lunga diagonale, in direzione dell’alpe (nord-est). Alla piccola radura di quota 1892 si trova una croce in legno, collocata in occasione del Giubileo del 2000: qui la pista intercetta un sentiero che sale dall’alpe della Merla (m. 1729).
Possiamo giungere fin qui anche con una via più breve e ripida, che taglia fuori l’alpe Granda, staccandoci dal sentiero Our-Granda ad una deviazione segnalata, sulla destra, per la Merla; dai prati dell’alpe il sentiero riprende a salire ripido, fino a questa croce.
Ma riprendiamo la marcia verso Scermendone. Poco oltre gli unici due tornanti, posti in rapida successione, bisogna prestare attenzione ad deviazione poco evidente verso sinistra: dopo averla imboccata saliamo rapidamente, con tornanti secchi, raggiungendo l’estremità sud-occidentale dell’alpe Scermendone, in corrispondenza di una baita semidiroccata (m. 2060). Il laghetto di Scermendone. Foto dfi M. Dei CasAnche la pista, però, conduce all’alpe Scermendone: ci porta, però, più o meno a metà dell'alpe, ad ovest rispetto al baitone ed alla chiesetta di San Quirico, posti sul suo limite nord-orientale.
Torniamo al suo limite opposto Proseguendo verso nord-est si giunge sul crinale, dove si apre un panorama superbo, dominato dalla mole regale del monte Disgrazia. Se abbiamo molto tempo a disposizione, possiamo dirigerci verso sinistra, al limite estremo dell’alpe, dove si trova un sentierino che corre sul versante valtellinese, appena sotto il crinale. Dal primo tratto del sentierino possiamo facilmente salire alla cima quotata 2127, dalla quale il panorama è davvero incomparabile.
Se abbiamo sufficiente esperienza e prudenza, possiamo poi tornare al sentierino e proseguire verso sud-sud-ovest, tenendoci sempre in prossimità del crinale, fino a raggiungere, superata un’ultima conca erbosa, il pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi, m. 2070), caratterizzato da una bandierina tricolore metallica. 
L'ingresso alla piana di Preda Rossa, alla quale si scende facilmente da Scermendone, passando per Scermendone basso. Foto di M. Dei CasIl pizzo domina, dall’alto, l’alpe Granda. Questo percorso esige molta accortezza, perché il versante montuoso è, su entrambi i lati del crinale, molto ripido.
Se non abbiamo ambizioni avventuristiche, dal rudere di quota 2060 procediamo verso nord-est (destra). Il sentiero passa accanto alla casera dell’alpe (m. 2103), regalando un’ottima visuale anche sulla costiera Remoluzza-Arcanzo, dove spiccano, da sinistra, la cima di Arcanzo, la cima degli Alli (sciöma dei äl) e la punta Vicima. A destra della costiera, la piana di Preda Rossa, dominata dal monte Disgrazia. Verso sud-ovest si scorgono, invece, il monte Spluga, il pizzo Ligoncio, i pizzi dell’Oro e la punta del Barbacan. Bellissimo è anche il colpo d’occhio sulla Valtellina medio-bassa, fino al monte Legnone. Il sentiero passa poi accanto ad un picco specchio d’acqua, e ad una seconda baita, recentemente ristrutturata, per poi puntare, La croce di legno sulla pista per Scermendone. Foto di M. Dei Casaggirato a destra un dosso, alla chiesetta di san Quirico (m. 2131), piccola perla posta a protezione dell’alpe.
Lo scenario della chiesetta, sullo sfondo della remota e poco conosciuta Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882) è davvero indimenticabile. La sua campanella risuona quando, la seconda domenica di luglio, si festeggia il santo (san Cères), e la piana di Scermendone si riempie di tende e sacchi a pelo. Forse anticamente essa fungeva anche da xenodochio, cioè da ricovero di viandanti, mercanti o pellegrini, che, percorsa poi l’intera Val Terzana, valicavano il passo di Scermendone, attraversavano l’alta valle di Postalesio e, per il passo di Caldenno, scendevano in Val Torreggio e di qui in Valmalenco.
Data la natura dei luoghi, vien fatto di pensare al santo come ad un vegliardo dalla lunga ed austera barba. Pochi sanno, invece, che si tratta di uno dei più giovani martiri cristiani, un bambino ucciso in tenera età, insieme alla madre, il 15 luglio del 304 (o 305). Una versione della morte del piccolo e della madre narra che furono entrambi arsi vivi, ma le fiamme non alterarono i loro corpi, che furono ritrovati L'alpe Scermendone, naturale belvedere sul monte Disgrazia e sui Corni Bruciati. Foto di M. Dei Casmiracolosamente intatti: una storia che conferma il misterioso legame di questi luoghi con il fuoco, il flagello dal quale scampano solo coloro che conservano una fede autentica. Ma il mistero non finisce qui: anche se si potrebbe pensare il contrario, la figura di San Ceres non coincide con quella di San Quirico: si tratta, infatti, di un santo eremita, di cui non sappiamo quasi nulla, se non che viene legato, dalla tradizione popolare, alla leggenda dei sette santi eremiti che si sparsero sulle montagne della bassa Valtellina partendo da una matrice comune (di ciò vi è un'eco nella leggenda deu Sette Fratelli, legata all'oratorio alpestre sul versante alto dei monti sopra Traone e Mello).
Misteriosa, infine, anche l’origine del nome dall’amplissimo alpeggio sul quale veglia la chiesetta. Diverse le ipotesi in merito: forse è da ricercarsi in un nome personale o soprannome, cui è premesso "Scer" da "ser" o "scior", cioè "signore". Alcuni ipotizzano, invece, una derivazione etrusca da "cer", "cerro", o dal germanico "schirm", che significa ricovero per il bestiame. Non è da escludere, poi, la voce del dialetto bergamasco "scérem", che significa soccida, un particolare contratto fra il proprietario di alpeggi ed un prestatore d'opera che vi conduceva anche alcuni capi di bestiame propri. Don Ezio Presazzi, già parroco di Buglio, sostiene, invece, che il nome derivi da Cermenate: da qui, infatti, già fin dal 1308, provenivano i pastori che caricavano l'alpe, con l'impegno di consegnare il latte di una giornata alla parrocchia di S. Fedele di Buglio.Anche oggi l’alpe è caricata, anche se non si raggiunge più il considerevole numero dei 200 capi che venivano censiti fino a qualche decennio fa.
Specchio d'acqua all'alpe Scermendone. Foto di M. Dei Cas 
Appena sotto la chiesetta, a destra del grande e ben visibile baitone, c'è una piccola sorgente, con una scritta in dialetto che segnala che si tratta dell'acqua degli occhi (acqua di oc), dell'acqua, cioè, legata alla leggenda dei Corni Bruciati, l'acqua che avrebbe ridato la vista al pastore buono ma disobbediente, che si volse, curioso, ad osservare l'immane rogo che bruciò i bellissimi pascoli ai piedi del monte Disgrazie e dei Corni Bruciati.
Alle spalle della chiesetta raggiungiamo rapidamente la baita del bivacco Scermendone, recentemente attrezzata (1999) come punto di appoggio importantissimo sul tracciato del Sentiero Italia Lombardia nord. Il bivacco ha una parte sempre aperta, dove si può pernottare o trovare ricovero in caso di improvviso maltempo. Alle spalle del rifugio il Sentiero Italia prosegue verso il Dosso del Termine.
Se ci si stacca dal sentiero verso sinistra, seguendo una traccia all’inizio molto evidente, si può salire sul Il bivacco Scermendone, nei pressi della chiesetta di san Quirico. Foto di M. Dei Cascrinale, verso la croce dell’Olmo, posta a 2342 metri, in una posizione estremamente suggestiva e panoramica. Ecco la descrizione del percorso. Percorso il primo tratto del Sentiero Italia, lo lasciamo seguendo una marcata traccia che se ne stacca sulla sinistra e risale in diagonale il ripido fianco erboso. La traccia va perdendosi, ma possiamo procedere a vista, sempre in diagonale, puntando ad un evidente speroncino che vediamo davanti a noi, sulla destra. Rimanendo più o meno a metà fra il limite inferiore del versante, alla nostra destra, ed il crinale, a sinistra, puntiamo la croce, che si fa via via più visibile, ragigungendola facilmente.
E' posta su uno speroncino di roccette nel punto culminante dell’ampio Dosso del Termine che, come indica la denominazione stessa (da “tèrmen”, confine), fa da confine fra i comuni di Buglio in Monte e Berbenno di Valtellina. Si tratta di una modesta croce in legno (qualche anno fa ce n’era una ancora più modesta e malridotta, che però, nella sua povertà, con quel braccio orizzontale mestamente reclinato, sembrava perfetta per questo luogo ascetico). Nel suo nome nasconde un mistero: il riferimento diretto all’albero, data la quota, è da escludersi; c’entra, forse, un riferimento indiretto, in quanto l’olmo era rappresentato nello stemma della famiglia degli Olmo, che venne dalla bergamasca in Valtellina nei secoli scorsi, ed alla quale si riconduce anche il paesino di Olmo, in Valchiavenna. E', però, anche possibile spiegare il nome come deformazione di "om": a Buglio, infatti, molti La nuova Croce dell'Olmo. Foto di M. Dei Cassono perplessi su quale sia la sua autentica denominazione, "crus de l'olm" o "crus de l'om". Se fosse vera la seconda possibilità, la spiegazione sarebbe assai facile: si tratterebbe della croce presso un "om", un grande ometto: vicino alla piccola croce, infatti, si trova un grande ometto, assai importante come punto di riferimento in caso di scarsa visibilità. Ultimo mistero: una croce venne effettivamente posta in questo luogsolo nel secondo dopoguerra (recentemente ne è stata piantata una nuova): prima non c'era (o forse vi fu solo in tempi molto più antichi).
Proseguiamo ancora per un breve tratto, portandoci ad una splendida conca dove si trova un microlaghetto (denominato anch'esso laghetto Scermendone), ridotto ormai a pozza. Il luogo è bellissimo, raccolto ed aperto insieme.
La salita potrebbe agevolmente continuare e concludersi alla cima di Vignone (m. 2608), nella quale culmina il lungo dosso-crinale che separa la Val Masino La vecchia Croce dell'Olmo, sul crinale sopra l'alpe Scermendone. Foto di M. Dei Casdalla media Valtellina. Da Our alla cima di Vignone sono necessarie quattro buone ore di cammino, per superare i circa 1200 metri di dislivello.
Se non vogliamo sobbarcarci tanta fatica, dal bivacco Scermendone possiamo optare per una seconda interessante possibilità: dirigiamoci a sinistra, sul lato opposto dell’alpe, dove troviamo un ben marcato sentiero che subito si biforca. Il ramo di sinistra scende all’alpe di Scermendone basso, dalla quale, attraversata la frana del fianco del Sasso Arso, possiamo raggiungere la piana di Preda Rossa, uno dei luoghi più belli della Val Masino.
Il ramo di destra, invece, si addentra in Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882, che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino), e ci porta dapprima all’alpe Piano di Spini (m. 2198; guardando da qui il versante opposto della Val Terzana scorgiamo la fascia di rocce dove si narra abbia vissuto la sua vita di eremitica solitudine, in una grotta, San Ceres), poi al suggestivo laghetto di Scermendone (m. 2339), unico, insieme ai laghetti della valle di Spluga, nell’intera Val Masino. La Val Terzana ha una bellezza del tutto particolare: pochi la conoscono, ed è un peccato. Il laghetto di Scermendone. Foto di M. Dei CasGuardando in direzione della testata della valle, riconosciamo facilmente il passo di Scermendone (m. 2595), dal quale si scende nell’alta valle di Postalesio, percorrendo la quale e valicando il passo di Caldenno, ci si ritrova in Val Torreggio, laterale della Valmalenco, e si può scendere al rifugio Bosio.
Ma è tempo di tornare. L'uscita dalla Val Terzana avviene comodamente per il sentiero sfruttato salendo al laghetto, oppure (variante più lunga ma bellissima), salendo, su traccia di sentiero segnalato che parte dall'alpe di Spini, lungo il versante meridionale della valle, fino alla bocchetta posta poco a monte della Croce dell'Olmo, alla quale scendiamo poi facilmente, per tornare a Scermendone percorrendo a rovescio l'itinerario sopra descritto. Dall'alpe, poi, possiamo scegliere un interessante itinerario alternativo per tornare a Granda. Dal baitone posto poco sotto la chiesetta di san Quirico, un sentierino scende, con qualche zig-zag, al limite del bosco, dove ritroviamo la pista che parte dall’alpe Granda. Invece di imboccarla, scendiamo ancora, fino ad un bivio. Il ramo di sinistra scende all’alpe Oligna, quello di destra all’alpe Verdel. 
Percorriamo quest’ultimo e, raggiunta l’alpe Verdel (m. 1716), prendiamo il sentiero che, partendo dal suo limite occidentale, effettua una bella traversata, Baita all'alpe Granda. Foto di M. Dei Casquasi in piano, fino all’alpe Merla. Si tratta di un sentiero molto riposante, con un fondo ottimo: pochissimi sono i sassi che disturbano il piede. Inoltre la traversata avviene nel cuore di un bosco stupendo. Dalla Merla, infine, possiamo tornare a l’Our, o per la via più diretta che scende ripida nel bosco. Se però la nostra base di partenza è l’alpe Granda, teniamo presente che dalla Merla parte anche un sentiero facilmente individuabile (direzione ovest), che raggiunge il limite nord-orientale dell’alpe Granda.

Difficoltà
E (escursionistica)
Dislivello
mt. 715 (Our - Granda - S. Quirico)
Tempo
3h


- Cartina Kompass 1:35.000 Val Masino, Val Codera, Costiera dei Cech
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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