La bocchetta che congunde Val Lunga
e Valmadre
Una
visita ai luoghi più belli del versante orientale della Val Lunga,
in Val di Tartano, una bocchetta che congiunge questa valle alla Valmadre:
ecco un'ottima idea per effettuare un'escursione insolita, ma sicuramente
affascinante, che ci offre la possibilità di scoprire angoli
insoliti e bellissimi.
II primo paese che si incontra, entrando in Val Tartano, è la
frazione di Campo, a 1050 metri. Dalle prime case della frazione è
ancora possibile raggiungere, con lo sguardo, la parte terminale del
lago di Como. La strada comincia, quindi, ad inoltrarsi nella valle,
allontanandosi da Campo Tartano. Dopo aver attraversato, su un impressionante
ponte, la forra terminale della laterale val Vicima, si giunge alle
prime case di Tartano (1210 metri), a sud ovest delle quali si apre
la val Corta, uno dei due rami in cui la Val di Tartano qui si divide.
Una strada si addentra, proseguendo a sinistra, nell’altro ramo,
la val Lunga. Qualche centinaio di metri oltre la frazione di Pila,
riconoscibile per l’evidente campanile, il tracciato è
protetto da una galleria paravalanghe. Lasciamo l’automobile appena
prima della galleria, e cerchiamo sul lato sinistro della strada, verso
monte, ad una quota approssimativa di 1300 metri, la partenza del sentierino
che sale all’alpeggio del Gerlo. Una diagonale verso sinistra
ci porta a dominare, con un bel colpo d’occhio, la frazione della
Piana (m. 1282), riconoscibile per il campanile della chiesetta: salendo
da Tartano in automobile, l’abbiamo oltrepassata, sulla nostra
destra. Alle sue spalle, verso nord-ovest, l’orizzonte è
chiuso dal versante che sovrasta l’imbocco della Val Corta: distinguiamo,
da sinistra, il monte Pisello ed il passo omonimo,
la
cima della Paglia, il monte Piscino e la Forcella, a monte dell’alpe
Postareccio.
Il sentiero, dopo un successivo tratto verso destra, si addentra nel
solco della valle del Gerlo, cominciando a salire all’ombra di
alcune singolari formazioni rocciose, che sembrano poste a guardia della
soglia che separa il fondo della Val Lunga dalla splendida fascia di
alpeggi che percorre il fianco più alto della sua costiera nord-orientale.
Per un buon tratto il tracciato descrive una fitta serpentina, quasi
giocando con un torrentello secondario che confluisce nella valle del
Gerlo, e superandolo in più punti, da destra a sinistra e da
sinistra a destra. Il sentiero è ancora in buono stato, e conserva,
in alcuni punti, traccia dei muretti di sostegno che garantivano condizioni
adeguate di transito alle mandrie che salivano, ad inizio estate, agli
alpeggi. Poi un traverso verso destra, le quale la traccia si fa più
debole, ci porta nel cuore del solco principale della valle, dove il
torrente del Gerlo sembra scaturire, in un vivace gioco di riflessi,
da una fascia di rocce nascoste, poco a monte del sentiero, dalla bassa
vegetazione. Lo attraversiamo verso destra, e riprendiamo a salire.
Il sentiero torna a farsi marcato, e serpeggia fra la bassa vegetazione,
fino a raggiungere la fascia più bassa di un bel bosco di conifere.
È come entrare in un mondo diverso. Ben presto ci ritroviamo
a valle di un lungo dosso di prati, di cui scorgiamo appena, sulla nostra
destra, il filo. Scorgiamo anche la baita di quota 1735. Alle sue spalle,
appare un bello spaccato della costiera che divide la Val Lunga dalla
Val Corta: si distinguono, da destra, l’affilata cima del pizzo
della Scala, che sovrasta la conca dell’alpe omonima, la sella
del passo del monte Moro, il poco pronunciato monte Moro, il monte Gavet
ed il dosso Tacher.
Il
sentiero resta sempre sotto il margine dei prati, poi volge a sinistra
ed attraversa una bella fascia di radi larici, prima di raggiungere
il limite inferiore dello splendido anfiteatro dell’alpe del Gerlo,
dove ci accoglie la singolarissima formazione delle baite del Gerlo
(m. 1897), disposte in una doppia file di tre, con le tre superiori
leggermente sfalsate sulla destra. A monte delle sei baite, l’ampia
distesa dell’alpeggio, che raggiunte il piede della costiera che
separa la Val Lunga dalla Val Vicima (la prima laterale sud-orientale
della Val di Tartano). Riprendiamo la salita, su una traccia discontinua
di sentiero che parte alle spalle delle baite, salendo il ripido versante
dei pascoli. Alla nostra sinistra, sul lato opposto dell’alta
valle del Gerlo, possiamo vedere bene il lungo baitone dell’alpe,
a quota 2050. Incontriamo, nella salita, altre tre baite isolate, prima
di raggiungere il modesto ripiano che ospita il recinto delle baita
Matarone (m. 2215). Il luogo è davvero suggestivo, soprattutto
per la presenza dei tre grandi ometti che stanno sul muricciolo di fronte
alle baite. Sicuramente la loro collocazione non è casuale, così
come non è casuale che solo uno di essi è sormontato da
una pietra a forma di tronco di piramide, ma il significato di tutto
ciò resta un enigma. Mentre questo interrogativo si fa strada
nelle nostre menti, possiamo osservare il panorama che si apre dalle
baite. Possiamo di nuovo osservare la costiera che fronteggia la nostra,
dal pizzo della Scala al dosso Tacher. Guardando in direzione opposta,
verso est, possiamo distinguere il tormentato crinale che congiunge
il pizzo Gerlo, a sinistra, al monte Seleron (m. 2519), a destra.
Alla
nostra destra (se guardiamo a monte, in direzione del crinale Val Tartano-Valmadre),
vediamo un sentiero che raggiunge il dosso che separa l’alpe del
Gerlo dall’alpe Canale. Seguendolo, raggiungiamo il filo del dosso,
segnato da alcuni grandi ometti: qui si apre l’ampio scenario
dell’alpe Canale. Proseguiamo sulla traccia di sentiero, che lascia
il filo del dosso ed effettua una diagonale sopra una fascia di roccette.
La traversata ci porta alla parte alta dell’alpe Canale; qui,
dopo essere passati qualche decina di metri a monte di una baita, ricominciamo
a salire, piegando leggermente a sinistra e seguendo una traccia dapprima
ben marcata, poi meno evidente. Non è comunque possibile sbagliare:
si tratta di risalire l'ampio canalone erboso, per poi piegare verso
destra, giungendo, alla fine, in vista della meta, la bocchetta Cògola,
a sinistra di una modesta cima senza nome. Neppure la bocchetta ha,
sulle carte, un nome: utilizzo, per comodità, questa denominazione
perché immette, sul versante della Valmadre, nella val di Cògola.
Qualche sforzo ancora e la bocchetta, a 2410 metri è raggiunta.
Lo scenario che si apre è ampio e sorprendente: se la giornata
è bella, è difficile dimenticare lo spettacolo delle cime
orobiche che si offre allo sguardo. Un ripido sentierino permette di
scendere, sul versante orientale, in val Cògola, laterale della
Valmadre. A sinistra (nord) della bocchetta o sguardo incontra dapprima
la cima del monte Seleron, quindi i pizzi Gerlo e Torrenzuolo, sul crinale
che separa l’alpe Gerlo dalla val Vicima. Emozionante è
il panorama che si apre ad oriente: una fuga di cime e costiere che
offre al nostro sguardo le
cime
più importanti delle Orobie centrali. Molto ampio è anche
il panorama verso sud ovest. La salita alla bocchetta (che comporta
circa 3 ore e mezza di cammino, per superare oltre 1100 metri di dislivello)
rappresenta un’escursione facile ed emozionante, in uno scenario
luminoso e difficilmente dimenticabile.