Rasura

Alle porte della Val Gerola

 

 

Rasura. Foto di M. Dei CasRasura è, dopo Sacco, il secondo paese che si incontra inoltrandosi in Val Gerola sulla ex ss. 405, ora strada provinciale,. Per imboccarla, al semaforo all’entrata di Morbegno (per chi proviene da Milano) ci si stacca dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra; ci si porta, così, ad una rotonda ed al ponte sul Bitto, oltrepassato il quale si trova la partenza della ex ss. 405 (ora strada provinciale). Rasura, primo comune della Val Gerola, si trova a 9 km da Morbegno. Il suo nome deriva da "rasus", terreno disboscato, con riferimento a qualche antico disboscamento.
Guardato da Sacco, il paese si mostra in tutta la sua pittoresca bellezza: dalla fascia di boschi e prati emergono le case e, soprattutto, l'alto campanile della chiesa di S. Giacomo; sullo sfondo, a far da splendida cornice, le cime più belle della testata della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo ed il torrione della Mezzaluna, il pronunciato pizzo di Tronella ed il pizzo di Trona ("piz di vèspui").
Rasura non ha un territorio molto ampio (5,53 kmq). Sacco e Mellarolo ("menaröla") appartengono, infatti, ancora al comune di Cosio Valtellino. Il confine settentrionale è rappresentato, a monte della ex ss. 405, ora strada provinciale, dal solco della valle denominata il Fiume ("la val"), percorsa dal torrente Rio Fiume ("fiüm"). Questo confine giunge a lambire, a monte, l’alpe Olano (rientra nel territorio di Rasura, infatti, solo un piccolo spicchio dell’alta alpe, ai piedi dei versanti settentrionali della cima di Rosetta, "scima de la rusèta", e del monte Combana).
Rasura. Foto di M. Dei CasRaggiunta la cima del monte Combana ("munt de rusèta", m. 2327), esso piega a sud, toccando la cima quotata 2304 e quella del monte Rosetta (m. 2360, massima elevazione del territorio comunale), per poi piegare bruscamente ad est, seguendo il crinale che separa l’alpe Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino") dall’alta valle Combana. Scendendo di nuovo verso valle, esso segue per un tratto il solco dell’alta Valmala ("val màla", detta anche "val del pich"), per poi separarsene piegando ad est e correndo sul largo dosso che ospita l’alpe Ciof e le Foppe ("'l fòp"). A valle della ex ss. 405, ora strada provinciale, il confine scende fino al torrente Bitto, che separa il comune di Rasura da quello di Bema.
Un piccolo comune, dunque, con 301 abitanti nel 2005 (dati ANCITEL), raccolto intorno alla bella chiesa parrocchiale di S. Giacomo (m. 762), di origine medievale, ma rifatta e riconsacrata nel 1610. Un piccolo comune con uno splendido versante montuoso, che propone i luminosi alpeggi di Ciof e Culino, l’omonimo laghetto, la facile e panoramicissima cima della Rosetta (m. 2147), meta assai frequentata da escursionisti e sci-alpinisti.
Un piccolo comune con una grande storia. Nel medioevo esso viene citato per la prima volta nel 1244: rientrava nella squadra di Morbegno del Terziere Rasura. Foto di M. Dei Casinferiore della Valtellina, e, dal punto di vista religioso, apparteneva alla pieve di Olonio. La già citata chiesa di S. Giacomo divenne, nel secolo successivo vicecura (1368) e parrocchia autonoma (1376). Al tempo della famosa visita pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda (1589) vi si contavano 45 fuochi, e nel 1624 342 abitanti (più di ora!).
Il diplomatico e uomo d'armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, tracciò, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), il seguente quadro: “Da Morbegno si stende in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che la percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni; la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall’allevamento di bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che essi esercitano in diversi luoghi d’Italia….Dopo Sacco, più addentro nella vallata e sul medesimo versante, s’incontra il comune di Rasura, dove pure si lavorano molti panni di lana; la famiglia più cospicua del luogo è quella degli Amici, che si dicono pure Amigazzi (Migazzi). Più in alto sorge una frazione detta Mellarolo.”
Un quadro che, probabilmente, pecca alquanto di ottimismo, dal momento che egli aveva l'interesse ad evidenziare i frutti positivi del buongoverno dei grigioni: dobbiamo pensare che le condizioni della gente, allora, fossero meno prospere di quanto egli dice.
La chiesa di S. Giacomo a Rasura. Foto di M. Dei CasA quei tempi, dunque, Mellarolo apparteneva a Rasura; poi passò sotto l’amministrazione di Cosio Valtellino. Pochi decenni dopo le vicissitudini della guerra dei Trent’anni e della peste del 1629-30 colpirono anche Rasura. Risale proprio a quel biennio un episodio che ci aiuta a comprendere il clima di profonda paura che si impadronì della popolazione. Ecco come lo racconta Cirillo Ruffoni, nell'introduzione all'Inventario dei toponimi valtellinesei a valchiavennaschi - Rasura, edito a cura della Società Storica Valtellinese: "...nel 1629 tocca proprio a Rasura venire investita dal contagio. Come succesde in questi casi, il paese viene chiuso, gli abitanti vengono confinati, viene cioè proibito loro di circolare e di avere contatti con gli abitanti di altri paesi e viene istituito un lazzaretto nella località Foppa, un po' fuori delle abitazioni. Siccome poi l'antica via di valle attraversava l'abitato, gli abitanti dei paesi superiori e cioè Pedesina e Rasura, per evitare i pericoli di contagio, decidono di cambiare percorso e realizzano la strada del Pich, che passa più a valle della precedente e taglia fuori tutte le abitazioni".
Terribile esperienza per gli abitanti di Rasura, che proprio in quegli anni, fra il 1629 ed il 1631, si aggrapparono al santo protettore degli appestati, quel san Rocco al quale costruirono una chiesetta ancora oggi in buone condizioni. Dai registri anagrafici redatti in quegli anni dal curato don Bartolomeo Maxenti risultavano in Rasura, nel 1633, 245 abitanti: ad occhio e croce la peste si era portata via quasi il 30% della popolazione. Molti, in punto di morte, o come segno di riconoscenza per lo scampato pericolo, donarono, in quegli anni, beni alla chiesa, e ciò Dipinto su un'abitazione di Rasura. Foto di M. Dei Casconsentì di finanziare il rifacimento della chiesa di S. Giacomo, a partire dal 1633: la consacrazione avvenne nel 1640. Possiamo ancora vedere, su una delle sue pareti, una meridiana, che, come accade sempre con questi strumenti che misurano l'inesorabile scorrere del tempo, propone un monito sulla fragilità della condizione umana, con una citazione evangelica: "nescitis diem neque horam", cioè "non sapete il giorno né l'ora" nei quali la vostra vita vi sarà chiesta.
Il Settecento fu un secolo di decisa ripresa, ma a tenere basso il numero degli abitanti contribuì il flusso migratorio (già iniziato, peraltro, nel secolo XIV), tanto che alla fatidica data del 1797 la sua popolazione era ridotta a 200 abitanti.
Fatidica data, si è detto: è, infatti, quello l'anno che segna la fine del dominio delle Tre Leghe in Valtellina, conseguenza della bufera napoleonica che aveva investito l'Europa. Seguirono anni di frequenti mutamenti istituzionali. Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Rasura apparteneva al distretto di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Rasura era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario. Dalla repubblica si passò al regno d'Italia, nel 1805, e il comune di Rasura venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe con 290 abitanti.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto fu confermato nel 1815 e Rasura figurava (con 211 abitanti) comune aggregato al comune principale di Cosio, nel cantone V di Morbegno. Ccontro questa aggregazione si levò la protesta ufficiale dei rappresentanti di Rasura, che ottenne il ripristino dell'autonomia comunale: in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto, nel 1816 il comune di Rasura fu inserito nel distretto IV di Morbegno. Nel 1853 Rasura, comune con convocato generale e con una popolazione di 275 abitanti, fu Dipinto su un'abitazione di Rasura. Foto di M. Dei Casinserito nel distretto III di Morbegno.

Nonostante epidemie e difficoltà (da segnalare, per esempio, un'epidemia di colera del 1836 ed una di vaiolo nel 1845), la prima metà dell'Ottocento fece segnare un costante incremento della popolazione. Alla proclamazione del regno d'Italia, nel 1861, Rasura vivevano 298 abitanti. Nell’Ottocento l’economia del paese era centrata sulla tradizionale produzione del formaggio Bitto, assai conosciuto ed apprezzato nei territori del comasco ed anche del milanese, e sull’attività di una segheria che era stata costruita nel centro del paese.
Agli inizi del secolo successivo, però, iniziò un movimento emigratorio che interessò diverse famiglie. Il nuovo secolo portò anche la costruzione della nuova carrozzabile, fra il 1910 ed il 1920, che unì Morbegno a Rasura. Venne anche la Grande Guerra, ma, è interessante osservarlo, fece decisamente meno vittime fra gli abitanti di Rasura (4, per la precisione) di quante non ne avrebbe fatte, nell'immediato primo dopoguerra (fine del 1918), la terribile epidemia di influenza detta "spagnola", che si portò via 24 abitanti. Fu di dodici uomini, infine, il tributo che il paese dovette pagare alla Seconda Guerra Mondiale.
Dagli anni Sessanta del secolo scorso si è assistito ad un progressivo spopolamento dei comuni della Val Gerola, per un flusso migratorio che aveva come meta soprattutto il fondovalle. Rasura, però, ha resistito allo spopolamento, anche perché molti dei suoi abitanti hanno scelto la soluzione del pendolarismo, pur di non lasciare la terra alla quale erano legati. Si assiste addirittura ad un incremento, che porta gli abitanti da 298 nel 1961 a 361 nel 1971. Una successiva flessione ha portat al dato di 301 abitanti del 2005, che evidenzia una sostanziale tenuta, a riprova della volontà della comunità, di mantenere viva la propria identità, anche con il supporto della La meridiana sulla parete della chiesa di S. Giacomo. Foto di M. Dei Casvivace attività di animazione estiva della Pro Loco.

Difficoltà
/
Dislivello
/
Tempo
/


Stemma di Rasura. Foto di M. Dei Cas
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il monte di Rasura

Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dal crinale a monte della cima della Rosetta.


La cima della Rosetta (m. 2147) è la montagna di Rasura, nonostante non rappresenti il punto di massima elevazione del territorio comunale (costituito dall’omonimo monte Rosetta, m. 2360). Facile da raggiungere, rappresenta, infatti, il punto nel quale gli abitanti del paese immaginano si raccolga il loro spirito ed il l’amore per la loro terra. È questo spirito che viene espresso in una targa di recente collocata sulla cima, nella quale, a firma degli “amici della cima Rosetta”, sta scritto: “1979-2004. Nel silenzio della montagna questa croce svetta nel cielo azzurro vegliando sulla vallata e sulla sua gente nel nome di Dio”. Per questo motivo se abbiamo una sola giornata da dedicare alla conoscenza di questi incantevoli luoghi, non possiamo non sceglierla come meta della nostra escursione, considerando anche il suo notevole valore come osservatorio panoramico.
La cima della Rosetta vista dal Bar Bianco. Foto di M. Dei CasSono possibili due vie di salita, una più diretta, l’altra più lunga e graduale. Ovviamente possono essre combinate ad anello, e come tali le raccontiamo, scegliendo la prima come via di salita, la seconda come via di discesa. Base di partenza è il rifugio Bar Bianco (m. 1506), dove possiamo parcheggiare l’automobile. Vediamo come raggiungerlo. Portiamoci nella parte alta di Rasura, dove troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per il rifugio Bar Bianco. Saliamo, così, lungo una strada asfaltata, che, dopo poche centinaia di metri, ci porta, oltrepassata l'edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi (a 890 metri, in località Piazza), ad un primo tornante destrorso.
Qui troviamo un cartello che indica la chiesetta di san Rocco: vale la pena di lasciare per una decina di minuti l'automobile e, seguendo un comodo sentiero in leggera salita, raggiungere la bella chiesetta, edificata nel 1613 e restaurata nel 1995. Alla chiesetta giunge anche una bella mulattiera che parte dal paese, e che è segnalata come percorso di mountain-bike. Torniamo, quindi, all'automobile. La strada, dopo altri 2 km circa, ci propone un secondo bivio, al quale ignoriamo la stradina che, verso destra, supera il torrente Il Fiume e raggiunge i maggenghi di Ronchi, Corte e Tagliate, dai quali si può salire all'alpe Olano; proseguiamo, invece, verso sinistra, incontrando, in successione, i cartelli che segnalano i maggenghi di Ova, Larice e Ciani.
Calec all'alpe Culino. Foto di M. Dei CasIn località Ciani termina la strada asfaltata, e troviamo un'ampia radura, dove possiamo lasciare l'automobile, per salire, seguendo un sentiero segnalato, alla volta del Bar Bianco. Prima di iniziare la salita, non possiamo, però, mancare di visitare il bellissimo prato, dove troviamo una cappelletta ed alcune panche in legno. La salita, nella splendida ornice di un bosco di larici, richiede circa 20-25 minuti, per superare poco più di 150 metri di dislivello; dopo pochi metri, incontriamo una fresca radura, dove una simpatica fontana può servire se la sete si fa già sentire.
Il sentiero porta proprio alle soglie del rifugio Bar Bianco (m. 1506), dove giunge anche la strada sterrata, che rappresenta la prosecuzione di quella asfaltata (il percorso complessivo dalle case alte di Rasura al rifugio è di circa 6 km, e rappresenta anche un ottimo itinerario di mountain-bike). Possiamo, dunque, portarci fin qui con l’automobile, se preferiamo accorciare un po’ l’escursione. Ora inizia la salita, ripida, su un tratturo che parte dai prati a monte del rifugio, e, superata una breve macchia di larici, sale ad intercettare un tratturo che corre quasi pianeggiante (nella salita, ignoriamo un sentiero secondario che si stacca sulla nostra sinistra). Prendiamo, ora, a destra, e raggiungiamo le baite quotate 1646, dove si trova anche una targa in memoria di Silvano Piganzoli, scomparso prematuramente nel 2002. Sul prato dietro la baita con la targa, a monte, scorgiamo un masso sul quale è riportata l’indicazione “Cima Rosetta 124 B”, con un segnavia rosso-bianco-rosso.
La cima della Rosetta vista dal sentiero diretto. Foto di M. Dei CasLasciamo ora il tratturo, che volge qui a sinistra ed inizia la salita verso l’alpe Culino (si tratta della seconda possibile via di salita) e rimontiamo il prato, su una traccia di sentiero molto debole, che ci porta ad un primo calec (edificio costituito dal solo abbozzo delle mura perimetrali: il tetto era costituito da un telo che i pastori portavano con sé) sul quale è segnato un secondo segnavia. Poco più in alto, intercettiamo la Gran Via delle Orobie (meglio, la sua sezione occidentale, il Sentiero Andrea Paniga), segnalata da un cartello, che indica la partenza, sulla nostra destra, del sentiero che in un’ora porta all’alpe Tagliata, in 2 all’alpe Piazza ed in 5 ore e 30 minuti all’alpe Legnone. Nella medesima direzione, seguendo il sentiero segnato 140, possiamo, invece, scendere al rifugio della Corte.
Lasciamo il sentiero che, alla nostra destra, entra nel bosco di larici e proseguiamo la salita all’aperto, sul filo del largo dosso erboso, guidati da una traccia molto labile, fino ad una fontana in cemento ed al rudere di un secondo calec. Dobbiamo affidarci, poi, a due tronconi monchi di larice, sui quali sono segnavi altrettanti segnavia. Piegando leggermente a sinistra, troviamo finalmente un sentiero marcato, che supera una sorta di gradino che, con una diagonale a sinistra, porta ad un largo dosso superiore. Qui incontriamo un nuovo troncone di larice ed un nuovo calec, con segnavia bianco-rosso. La traccia, qui, La cima della Rosetta: panorama invernale. Foto di M. Dei Casserpeggia fra i macereti, ed i segnavia sui tronchi di alcuni larici ci sono d’aiuto (siamo a non troppa distanza del crinale che ci separa dall’aspro versante nord-occidentale della cima della Rosetta.
Poi la traccia si fa di nuovo chiara e si approssima al crinale. Possiamo vedere, ora, le aspre rocce del versante di nord-ovest, che contrastano singolarmente con i verdi declivi del versante orientale. La croce della cima è ormai vicina, e la raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino dal rifugio Bar Bianco.
Particolarmente buono, dai suoi 2147 metri, è il colpo d'occhio, verso nord-ovest, sul pizzo di Olano (m. 2267) e, alla sua destra, sul meno pronunciato pizzo dei Galli (m. 2217). Eccellente, poi, è la visuale su Morbegno, sulla Costiera dei Cech e sui monti del versante retico, a nord, con in primo piano le cime del gruppo del Masino (dalla cima di Castello, passando per la punta di Rasica, i pizzi Torrone ed il monte Sissone, fino al monte Disgrazia), in secondo piano il gruppo Scalino-Painale e, in fondo, verso nord-est, la cima Piazzi.
La discesa, ora. Sfruttiamo il sentiero che viene comunemente utilizzato per la salita, e che lascia la cima in direzione sud-ovest, scendendo ad una boccettina che si affaccia su un ripido canalone il quale scende all’alta alpe Olano. Oltre la boccettina, il sentiero lascia il crinale fra le alpi Culino ed Olano La cima della Rosetta vista dal crinale a monte. Foto di M. Dei Cased inizia a scendere tagliando il fianco montuoso. Si tratta di una larga mulattiera, che taglia anche una fascia di rocce, prima di approdare alla parte alta dei pascoli che sovrastano il laghetto di Culino. Lo vediamo già bene, scendendo, in basso, sulla sinistra: una piccola perla, quando c’è sufficiente acqua, una grossa pozza senza particolare fascino, nei periodi di magra. Ora possiamo approssimarci alle sue rive, in uno scenario bucolico. D’estate sentiremo anche lo scampanio delle mucche, perché questa preziosa alpe, per fortuna, non è stata ancora abbandonata. Presso il laghetto si trova la baita di quota 1959.
Nei pressi della baita scorgeremo un largo sentiero che inizia a scendere, in direzione nord-est, e che, dopo una svolta a sinistra ed una a destra, conduce alla baita di quota. Qui troviamo tre cartelli. Il primo cartello dà, in salita, il lago di Culino a 30 minuti e la cima della Rosetta ad un’ora e 10 minuti; il secondo, che segnala il sentiero della Gran Via delle Orobie che passa per l’alpe Ciof, dà l’alpe Combana a 30 minuti e Laveggiolo a 2 ore e 20 minuti; il terzo, quello che ci interessa, segnala che, proseguendo nella discesa, ci si può portare all’alpe Olano in 50 minuti, all’alpe Tagliata in un’ora e 50 minuti ed all’alpe Piazza in 2 ore e 30 minuti. Si tratta di indicazioni che, però, non rientrano nei nostri progetti, ma riguardano coloro che percorrono la Gran Via delle Orobie, o Sentiero Andrea Paniga.
La croce sulla cima della Rosetta. Foto di M. Dei CasComunque ci incamminiamo in questa direzione, lasciamo alla nostra sinistra un calecc (ricovero per pastori senza tetto, che veniva sostituito da un telo che i pastori medesimi portavano con sé) ed entriamo in un bosco di larici. La pista ha un fondo molto bello, regolare, adatto anche per la mountain-bike (infatti, anche se con un po’ di fatica nel tratto terminale, si può salire fino al lago di Culino anche su 2 ruote). Usciti dal bosco, incontriamo, questa volta sulla destra, un nuovo calec e, dopo un’ultima traversata in compagnia di larici sempre più radi, approdiamo alla parte alta dell’alpe Culino inferiore. Guardando davanti a noi, non possiamo non ammirare, sul fondo, lo spettacolo sempre grandioso delle cime del gruppo del Masino (da sinistra, il pizzo del Ferro orientale, la Cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasega, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia), e, sulla destra, del pizzo Scalino e della punta Painale. Anche alla nostra destra il panorama è interessante: si aprono, di fronte al nostro sguardo, sul fondo della Val Gerola, la selvaggia ed ombrosa Valburga, la solare Valle di Bomino e l’ampia Valle di Pescegallo.
Oltrepassiamo un terzo calec e cominciamo la discesa di quest’ampia alpe. Ad un casello dell’acqua, ecco di nuovo i cartelli della Gran Via delle Orobie, che segnalano la direzione del sentiero per l’alpe Olano (20 minuti), l’alpe Tagliata (un’ora e 20 minuti) e l’alpe Piazza (2 ore). In direzione di chi sale la cima della Rosetta è, invece, data ad un’ora e 10 minuti. Oltrepassata la Baita del Prato, a 1715 metri, scendiamo alle due baite di quota 1646, dove ci siamo Il laghetto di Culino. Foto di M. Dei Casstaccati dal sentiero principale, ed, infine, al rifugio Bar Bianco (m. 1506), ai piedi dell’alpe. Qui possiamo recuperare l’automobile, dopo una camminata di circa 2 ore e mezza (il dislivello in salita è di 640 metri. Se abbiamo l’automobile al parcheggio della località Ciani, ricordiamoci che il sentiero parte sulla destra del rifugio, e scende, ripido, fino ai prati di Ciani.

Difficoltà
E
Dislivello
640
Tempo
1 h e 30 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il giro degli alpeggi di Rasura La pista per la Valmala. Foto di M. Dei Cas La Valmala è la valle cattiva, e deve il suo nome poco accattivante all’orrido che scava nella viva roccia del fianco della valle nella sua parte più bassa: lo possiamo osservare, percorrendo la ss. 405 della Val Gerola, in direzione di Gerola, poco oltre il paese di Rasura. Ma è anche una valle che, nella parte alta, propone un aspetto assai più rassicurante, dividendo appena i pascoli che per secoli hanno ospitato mandrie e pastori del piccolo paese di Val Gerola.
Ecco un itinerario escursionistico di medio impegno che consente di esplorarne entrambi i fianchi, effettuando anche un giro completo degli alpeggi sopra Rasura. Portiamoci, con l’automobile, alla parte alta di Rasura, e precisamente al bivio che segnala, a sinistra, la partenza della strada per l’alpe Culino (data a 6 km), il rifugio Bar Bianco, dato a 15 minuti, il rifugio della Corte ed il ristorante-baita al Ronco, dato a 50 metri, in località Piazza.
Proseguiamo nella salita, verso sinistra; dopo un traverso verso sud, incontriamo un tornante destrorso; appena oltre il successivo tornante, sinistrorso, possiamo lasciare l’automobile, ad uno slargo sulla sinistra, per iniziare, da una quota di circa 960 metri, la camminata. Poco oltre lo slargo, troviamo, sulla nostra destra, infatti, la partenza di una bella mulattiera, che sale all’ombra di un fresco bosco, con ripidi tornanti, fino a tornare ad intercettare la strada asfaltata, ad una quota approssimativa di 1100 metri, poco prima che questa raggiunga lo svincolo, sulla destra, per la La Madonna del Lares. Foto di M. Dei Cas Corte (dove si trova l’omonimo rifugio) e le Tagliate.
Sul lato opposto della strada la mulattiera, segnalata con segnavia rosso-bianco-rosso come sentiero 124, prosegue superando il muraglione di contenimento. Possiamo seguirlo, oppure imboccare una pista sterrata appena più in basso. Meglio questa seconda soluzione, tutto sommato. Passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Lares, o Larice (denominato così perché un tempo circondato da una fascia di larici): sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona, una delle più significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo, volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così l’impegno dell’escursione); appena prima dello slargo, sulla destra, la Baita alle Foppe. Foto di M. Dei Casmulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista. Alzando gli occhi, sul versante alla nostra destra, vedremo la cappelletta dedicata alla Madonna del Lares o del Larice (che la mulattiera tocca, salendo).
Il tracciato serpeggia, salendo gradualmente, lungo il fianco della valle, segnato ora da severe rocce in cima alle quali si affaccia un fitto bosco. Dopo aver superato un primo vallone, che confluisce, più in basso, nel solco della Valmala, eccoci al cuore della valle, che, per la verità, non suscita, in questo tratto, una particolare impressione. Passiamo, su una passerella di cemento, sul suo lato opposto (meridionale), dove, ad una quota di circa 1300 metri, la pista lascia il posto ad un sentiero ben marcato, che descrive, salendo, una diagonale in un bel bosco di abeti, prima di affacciarsi ai prati delle Foppe (m. 1338). Dobbiamo, ora, risalire i prati, sfruttando un sentierino che parte a destra della prima baita, toccando quelle superiori. Nella salita, ignoriamo una deviazione a destra: si tratta del sentiero, non segnalato, che attraversa di nuovo la Valmala e raggiunge la località Ciani, sopra il Lares.
Raggiunta la sommità dei prati, la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, seguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, dove, un po’ più in alto, alla nostra sinistra, vediamo le baite quotate 1519 metri. Sulla destra delle baite, e sul versante opposto della valle, si mostra, elegante, la cima della Rosetta. Sulle carte, quest'alpe solitaria non ha nome; si tratta dell'alpe Combanina.
Raggiunte le due baite, proseguiamo sulla sinistra, dove troviamo una traccia di sentiero che sale in una selva, passando a sinistra di una radura e L'alpe Combanina. Foto di M. Dei Casraggiungendo un gruppo di cartelli. Da questi apprendiamo che, proseguendo la salita, potremo raggiungere in 50 minuti l’alpe Ciof e l’incrocio con la Gran Via delle Orobie, ed in un’ora e 10 minuti l’alpe Combana. I cartelli danno, invece, per la via di discesa, la località Masoncelli a 40 minuti, le Foppe a 10 minuti e la località Ciani a 40 minuti. Possiamo proseguire sul largo sentiero, oppure procedere per via più diretta. Nel primo caso, dopo un traverso in direzione sud-ovest, giungiamo ad intercettare la mulattiera che congiunge l’alpe Combana (alla nostra sinistra) all’alpe Ciof (alla nostra destra). Raggiungiamo, così, un tratto dell’Alta Via delle Orobie.
All’incrocio ci attendono nuovi cartelli, che danno, per la discesa lungo la via che abbiamo utilizzato salendo, le Foppe a 50 minuti ed i Masoncelli ad un’ora e 20 minuti. La direzione alla nostra sinistra, invece, porta in un’ora all’alpe Stavello ed in 4 ore e 40 minuti al lago di Trona. La direzione alla nostra destra, infine, conduce in 40 minuti all’alpe Culino, in un’ora e 20 minuti all’alpe Olano ed in 2 ore e 40 minuti all’alpe Piazza. Si tratta di indicazioni pensate per chi percorre la Gran Via delle Orobie. Non è, quindi, menzionata l’alpe Ciof, che si trova, però, solo a pochi minuti dal punto che abbiamo raggiunto, La casera di Ciof (o Giuf) . Foto di M. Dei Cassulla nostra destra. A quest’alpe, però, possiamo giungere anche per via più diretta, in questo modo. Dal primo gruppo di cartello pieghiamo a destra, cercando un sasso sul quale è segnalata, all’interno di un segnavia rosso-bianco-rosso, la scritta “Alpe Combanina”. Nei pressi del sasso parte una labile traccia di sentiero che sale diretta, dapprima nel bosco, poi lungo un dosso di prati, e porta proprio in faccia alla luminosa e panoramica baita dell’alpe Ciof, o Giuf (m. 1732).
Sulla facciata della baita, troviamo due cartelli della Comunità Montana di Morbegno: il primo dà, verso sinistra, l’alpe Combina a 30 minuti e l’alpe Stavello ad un’ora, mentre il secondo dà, sulla destra, il Bar Bianco a 40 minuti ed il lago di Culino a 45 minuti.
Dobbiamo, ora, sciogliere il dilemma: come proseguire? Abbiamo tre possibilità per chiudere l’anello. La più breve prevede una calata diretta al Bar Bianco, sfruttando il sentiero che parte proprio dalla baita, sulla destra (direzione ovest), entra nel bosco, attraversa il solco della valle, piega a destra e, dopo un lungo traverso in direzione nord-nord-est, esce dal bosco ad una quota approssimativa di 1750 metri, a monte della Baita del Prato (m. 1715). Da qui, per facile e diretta discesa, raggiungiamo la parte più bassa dell’alpe, dove Il sentiero "medio" per l'alpe Culino. Foto di M. Dei Cassi trova il Bar Bianco.
Per trovare la seconda via, che segue il percorso della Gran Via delle Orobie, dobbiamo risalire per un tratto il prato a monte della baita. Incontriamo, subito, un cartello dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che commemora la straordinaria traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, effettuata nell’inverno del 1944, da Bondo, in Val Bregaglia (Svizzera), ad Introbio, in Valsassina, passando per la bocchetta della seggiola e Codera, in Val Codera, Casten e Frasnedo, in Valle dei Ratti, il passo di Malvedello, fra Valle dei Ratti e Costiera dei Cech, Poira di Dentro, Morbegno, e poi, sulla Via del Bitto, passando per Gerola Alta, la bocchetta di Trona, l’alta Val Varrone e l’alta Valle della Troggia. Portiamoci, poi, sul versante destro del prato, proseguendo nella salita, fino a trovare, in corrispondenza del cadavere di un larice colpito da un fulmine, la traccia di sentiero che piega a destra e, attraversata una breve fascia di larici, conduce ad una baita solitaria, nel mezzo di ampi prati. Oltrepassata la baita, incontriamo ancora pochi larici, prima di raggiungere il solco della Valmala, che, qui, appare modesto, appena accennato, percorso da una piccola roggia: che differenza rispetto alla forra della parte bassa! Un ponticello di legno ci permette di tenere i piedi all’asciutto.
Il laghetto di Culino. Foto di M. Dei CasSempre seguendo il sentiero (segnalato da qualche segnavia bianco-rosso) affrontiamo un tratto in modesta salita, fino ad una nuova baita, quotata 1801, dove si trova un gruppo di cartelli. Su un masso è apposta anche la targa del Sentiero Andrea Paniga, cioè della parte occidentale della Gran Via delle Orobie. Prendendo a destra, iniziamo, infine, una tranquilla discesa che conduce alla parte alta dell’alpeggio a monte del Bar Bianco.
Vale la pena, però, di scegliere la terza e più lunga variante, che ha il notevole vantaggio di consentire la visita all’alpe Culino, dove si trova il laghetto omonimo. Per farlo, riportiamoci ai prati sopra la baita dell’alpe Ciof: dobbiamo, ora, risalirli interamente, fino al punto in cui il dosso, che segna anche il confine fra i comuni di Rasura e Pedesina, si restringe ed i prati lasciano il posto ad un bosco di larici. Qui troviamo una traccia di sentiero che rimane approssimativamente sul filo del dosso ed entra nel bosco, facendosi più marcata e piegando a destra. Il sentiero diventa ancora più largo, e taglia il fianco del crinale, salendo molto gradualmente, fino ad uscire dal bosco presso un casello dell’acqua. Oltre il casello, la traccia, bruscamente, si interrompe fra i prati, ma non c’è problema.
Passiamo appena a valle della baita isolata quotata 1940, attraversiamo da sinistra a destra un torrentello e lasciamo alla nostra sinistra una pianeta paludosa. Lo scenario è davvero affascinante: siamo in una sorta di conca, raccolta, tranquilla, bucolica. Cominciamo, poi, a risalire un cocuzzolo che sta alla L'alpe Culino. Foto di M. Dei Casnostra destra, superando una fascia di macereti e guadagnando i pascoli soprastanti, che sembrano sorvegliati da alcuni larici isolati. In breve, siamo alla cima del modesto rilievo che domina l’alpe ed il laghetto di Culino. Il panorama da qui è davvero bello.
Possiamo, quindi, scendere facilmente al laghetto, che purtroppo in diversi momenti dell’anno è ridotto a poco più di una grande pozza, ed iniziare a percorrere la via del ritorno (anche se, qualora non lo avessimo mai fatto, non perdiamo l’occasione per prolungare l’escursione fino alla cima della Rosetta). Nei pressi della baita quotata 1959 metri troviamo il largo sentiero che scende alla baita di quota 1801 (quella cui giunge anche la variante media, sopra raccontata). Qui troviamo tre cartelli. Il primo cartello dà, in salita, il lago di Culino a 30 minuti e la cima della Rosetta ad un’ora e 10 minuti; il secondo, che segnala il sentiero della Gran Via delle Orobie che passa per l’alpe Ciof, dà l’alpe Combana a 30 minuti e Laveggiolo a 2 ore e 20 minuti; il terzo, quello che ci interessa, segnala che, proseguendo nella discesa, ci si può portare all’alpe Olano in 50 minuti, all’alpe Tagliata in un’ora e 50 minuti ed all’alpe Piazza in 2 ore e 30 minuti. Si tratta di indicazioni che, però, non rientrano nei nostri progetti, ma riguardano coloro che percorrono la Gran Via delle Orobie, o Sentiero Andrea Paniga.
Comunque ci incamminiamo in questa direzione, lasciamo alla nostra sinistra un calecc (ricovero per pastori senza tetto, che veniva sostituito da un telo che i L'alpe Culino. Foto di M. Dei Caspastori medesimi portavano con sé) ed entriamo in un bosco di larici. La pista ha un fondo molto bello, regolare, adatto anche per la mountain-bike (infatti, anche se con un po’ di fatica nel tratto terminale, si può salire fino al lago di Culino anche su 2 ruote). Usciti dal bosco, incontriamo, questa volta sulla destra, un nuovo calec e, dopo un’ultima traversata in compagnia di larici sempre più radi, approdiamo alla parte alta dell’alpe Culino inferiore. Guardando davanti a noi, non possiamo non ammirare, sul fondo, lo spettacolo sempre grandioso delle cime del gruppo del Masino (da sinistra, il pizzo del Ferro orientale, la Cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasega, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia), e, sulla destra, del pizzo Scalino e della punta Painale. Anche alla nostra destra il panorama è interessante: si aprono, di fronte al nostro sguardo, sul fondo della Val Gerola, la selvaggia ed ombrosa Valburga, la solare Valle di Bomino e l’ampia Valle di Pescegallo.
Oltrepassiamo un terzo calec e cominciamo la discesa di quest’ampia alpe. Ad un casello dell’acqua, ecco di nuovo i cartelli della Gran Via delle Orobie, che segnalano la direzione del sentiero per l’alpe Olano (20 minuti), l’alpe Tagliata (un’ora e 20 minuti) e l’alpe Piazza (2 ore). In direzione di chi sale la cima della Rosetta è, invece, data ad un’ora e 10 minuti. Oltrepassata la Baita del Prato, a 1715 metri, scendiamo alle due baite di quota 1646, dove una targa ricorda il giovane Silvano Piganzoli, ed, infine, al rifugio Bar Bianco (m. 1506), ai piedi dell’alpe. Qui giunge anche la strada che sale da Rasura.
Le baite di quota 1646. Foto di M. Dei CasPer abbreviare la discesa, cerchiamo, però, il sentiero, che parte sulla destra del rifugio, e scende, ripido, fino ai prati della località Ciani (dove giunge anche la sopra menzionata variante bassa dell’anello, per il sentiero Ciof-Ciani). Raggiunti i prati, non portiamoci verso il centro, ma restiamo sul limite di destra: raggiunta la parte bassa, troveremo il sentiero che, in breve, scende alla pista sterrata del Lares, passando per la cappelletta votiva della Madonna del Lares. Ci ricongiungiamo, così, all’itinerario percorso in salita. Tornati alla strada asfaltata, la lasciamo, quindi, subito per imboccare la mulattiera che scende, diretta, a tagliare di nuovo la strada, in prossimità dello slargo nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Qualche indicazione sui tempi. La variante bassa dell’anello comporta un dislivello di circa 780 metri di dislivello e 4 ore di cammino. La variante media, invece, comporta 840 metri di dislivello e 4 ore di cammino. La variante alta, infine, comporta 1020 metri di dialivello e 5 ore di cammino.

Difficoltà
E
Dislivello
1020
Tempo
5 h
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Da Rasura a Pedesina, passando per l'alpe Combanina

La pista per la Valmala. Foto di M. Dei Cas Rasura e Pedesina sono, nell’ordine, i primi due comuni che si incontrano risalendo la Val Gerola. Proponiamo un’interessante camminata che consente di partire da Rasura, raggiungere Pedesina e tornare, per via diversa, a Rasura, seguendo un percorso che tocca maggenghi poco conosciuti e si snoda per buona parte nella riposante ombra dei boschi.
Può essere un’ottima idea per una passeggiata tardo-primaverile, o autunnale, all’insegna del silenzio e della tranquillità. Portiamoci, con l’automobile, a Rasura, parcheggiando nella piazza del paese (m. 780). Imbocchiamo, quindi, il passaggio pedonale che ci consente di salire alla parte alta del paese senza seguire la strada asfaltata, passando proprio davanti ad una cappelletta dedicata alla Beata Vergine Maria. Il percorso si ricongiunge alla strada asfaltata, che, però, possiamo lasciare di nuovo, sfruttando un secondo sentiero che sale fra alcune baite e prati. Raggiunta per la seconda volta la strada asfaltata, la seguiamo verso destra, fino al tornante sinistrorso. Poco oltre il tornante, troviamo, sulla nostra destra, la partenza di una bella mulattiera, che sale all’ombra di un fresco bosco, con ripidi tornanti, fino a tornare ad intercettare la strada asfaltata, ad una quota approssimativa di 1100 metri, poco prima che questa raggiunga lo svincolo, sulla destra, per la Corte (dove si trova l’omonimo rifugio) e le Tagliate.
Le Foppe. Foto di M. Dei CasSul lato opposto della strada la mulattiera, segnalata con segnavia rosso-bianco-rosso come sentiero 124, prosegue superando il muraglione di contenimento. Possiamo seguirlo, oppure imboccare una pista sterrata appena più in basso. Meglio questa seconda soluzione, tutto sommato. Passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Lares, o Larice (denominato così perché un tempo circondato da una fascia di larici): sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona, una delle più significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo, volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così l’impegno dell’escursione); appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista. Alzando gli occhi, sul versante alla nostra destra, vedremo la cappelletta dedicata alla Madonna del Lares o del Larice (che la mulattiera tocca, salendo).
La baita all'alpe Combanina. Foto di M. Dei CasIl tracciato serpeggia, salendo gradualmente, lungo il fianco della valle, segnato ora da severe rocce in cima alle quali si affaccia un fitto bosco. Dopo aver superato un primo vallone, che confluisce, più in basso, nel solco della Valmala, eccoci al cuore della valle, che, per la verità, non suscita, in questo tratto, una particolare impressione. Passiamo, su una passerella di cemento, sul suo lato opposto (meridionale), dove, ad una quota di circa 1300 metri, la pista lascia il posto ad un sentiero ben marcato, che descrive, salendo, una diagonale in un bel bosco di abeti, prima di affacciarsi ai prati delle Foppe (m. 1338). Dobbiamo, ora, risalire i prati, sfruttando un sentierino che parte a destra della prima baita, toccando quelle superiori. Prima di farlo, ricordiamo anche una diversa possibilità: nella parte bassa dei prati, verso il centro, si può trovare, cercandola sul limite del bosco, la partenza di un sentierino, non segnalato neppure sulla carta IGM, che scende, ripido e deciso, fino alle baite a monte della strada ss. 405 della Val Gerola, raggiungendola, infine, in un punto fra Pedesina e Rasura, a sud (cioè a monte) del ponte che scavalca l’orrido della Valmala. Se vogliamo abbreviare la camminata, possiamo cercarlo: non affidiamoci, comunque, a discese a vista, fuori sentiero. Ma torniamo al nostro percorso. Nella salita, ignoriamo una deviazione a destra: si tratta del sentiero, non segnalato, che attraversa di nuovo la Valmala e raggiunge la località Ciani, sopra il Lares.
Raggiunta la sommità dei prati, la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, Baita sul sentiero che scende a Pedesina. Foto di M. Dei Casseguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, dove, un po’ più in alto, alla nostra sinistra, vediamo le due baite quotate 1519 metri. Sulla destra delle baite, e sul versante opposto della valle, si mostra, elegante, la cima della Rosetta.
L'alpe solitaria che abbiamo raggiunto non è nominata dalle carte; si tratta dell'alpe Combanina. È, questo, il punto di massima elevazione raggiunto dall’escursione. Un punto non molto alto, ma di eccellente valore panoramico. Guardando a nord, in particolare, distinguiamo molte delle più famose cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo ai pizzi del Ferro, dalla cima di Zocca alla cima di Castello, dalla punta Rasica ai pizzi Torrone, dal monte Sissone al monte Disgrazia.
Le due baite, poste quasi a ridosso di una formazione rocciosa che sembra sorreggere sulle sue spalle un’intera macchia di larici, appartengono già al territorio del comune di Pedesina, dal momento che si trovano sulla parte sinistra dei prati, ed il confine passa, più o meno, nel mezzo (l’abbiamo attraversato salendo dalle Foppe, ma, sicuramente, nulla ce l’avrà fatto sospettare). Da quest’alpe la salita potrebbe proseguire con due diverse mete: l’alpe Ciof, o Combanina, dalla quale si può, successivamente, raggiungere l’alpe ed il laghetto di Culino, oppure l’alpe Combana, dalla quale si prosegue per l’alpe Stavello e la Val di Pai. Seguendo il sentiero che prosegue, a sinistra delle baite (ci sono cartelli indicatori), si sale ad intercettare la Gran Via delle Orobie, dopodiché prendendo a destra si sfrutta la prima possibilità, prendendo a sinistra la seconda. Ma questo sarà per un altro giorno.
La cappella di S. Rocco a Pedesina. Foto di M. Dei CasNoi, dopo aver abbeverato ed appagato gli occhi nello splendore di questa solitudine di un verde intenso, ci accingiamo a scendere direttamente a Pedesina. Per farlo, dobbiamo trovare la partenza del sentiero, sul limite del bosco, partenza che si trova più a sud rispetto al punto dal quale siamo saliti (cioè, se guardiamo a valle, più a destra). Partiamo dalle baite a guardiamo diritti al limite del bosco: noteremo, fra i verdi larici, anche uno scheletro di larice colpito da un fulmine; sul prato, appena a destra, il rudere (poche pietre che accennano alle quattro mura perimetrali) di un calec, cioè di un ricovero privo di tetto (fungeva da tetto un telo che i pastori portavano con sé). Dirigiamoci in direzione del calec, e proseguiamo veros il limite del bosco: osservando con un po’ di attenzione, vedremo, sul tronco di una pianta, un segnavia rosso-bianco-rosso, che indica la partenza del sentiero.
Una volta trovato, il sentiero non lo perdiamo più, non solo perché incontriamo qualche altro segnavia, ma anche e soprattutto perché la traccia è larga e sempre netta. Scendiamo, quindi, decisi, con molti tornanti, nel cuore del bosco, fino ad incontrare un segnavia nel quale è indicato che stiamo percorrendo il sentiero numero 115. Poco oltre, su un baitello, troviamo un cartello della Comunità Montana di Morbegno, che dà, per chi sale, l’alpe Combanina ad un’ora e 10 minuti. Proseguiamo, nella discesa, Pedesina. Foto di M. Dei Casaccompagnati da segnavia bianco-rossi (e da qualche freccia che indica il sentiero per chi sale), fino alle baite della località Masoncelli (m. 1200), presso un bel prato: sul suo limite di sinistra il sentiero, che è ormai una larga mulattiera delimitata da un muretto a secco, riprende a scendere, biforcandosi: un ramo, a destra, porta direttamente alle case alte del paese, il secondo, a sinistra, intercetta la strada asfaltata che sale a monte di queste case.
In entrambi i casi, eccoci a Pedesina, paesino che merita attenzione, anche perché, non molti lo sanno, detiene un record a livello nazionale: nel 2005, con i suoi 37 abitanti, è risultato il comune più piccolo d’Italia, seguito, a ruota, dal comune di Morterone. Scendendo verso la parte bassa del paese (se seguiamo la strada asfaltata), abbiamo modo di ammirare il bell’oratorio settecentesco di San Rocco, sulla cui facciata è dipinto il santo protettore degli appestati, a testimonianza di un tempo passato nel quale questo paese era assai più popolato e vivace in una valle tutto sommato felice, ma nel quale, anche, non era risparmiato neppure questi luoghi ameni e riparati il flagello del male più temuto, la peste, appunto. Molto bella è anche la chiesa parrocchiale di S. Croce e di S. Antonio (m. 991), di origine quattrocentesca: se ne sta, quasi sospesa, sul ripido versante del paese di prati e case. Un paese davvero simpatico, dal quale dobbiamo, però, ora staccarci per intraprendere l’ultimo tratto dell’anello, il ritorno a Rasura.
Invece di camminare seguendo la ss. 405, stacchiamocene, sulla destra, scendendo su una carrozzabile ad alcune case sottostanti, dove troviamo la Madonna con Bambino al Gisol del Pic. Foto di M. Dei Cascomoda mulattiera che ci ricondurrà a Rasura. Si tratta dell’antichissima Via del Bitto, che partiva da Morbegno, risalita l’intera Val Gerola fino alla bocchetta di Trona e scendeva poi ad Introbio, in Valsassina. Percorriamola verso nord (sinistra): dopo un primo tratto nel bosco, attraversiamo una fascia di ripidi prati, che sembrano precipitare nell’oscuro fondovalle dove corre rabbioso il Bitto.
Attraversata una pista carrozzabile, proseguiamo fino a trovare un cartello che segnala il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta della roccia. Si tratta di una bella cappelletta, recentemente restaurata e dedicata alla Madonna, che se ne sta arroccata su una roccia affiorante sul margine del bosco a sinistra della mulattiera (cioè a monte). All’interno, un bel dipinto di madonna con Bambino. Cappellette di questo genere non sono rare fra i luoghi più esposti e dirupati delle nostre montagne, ed avevano la duplice funzione di consentire una pausa di preghiera e meditazione nella fatica del cammino e di proteggere i viandanti dai massi che il versante poteva scaricare o da qualche malefica presenza che poteva insidiarli venendo su dagli oscuri recessi della valle, soprattutto sul far del tramonto, quando il suono dell’Ave Maria annunciava che era bene non avventurarsi in luoghi solitari.
Poco oltre, eccoci al bel ponte sulla Valmala, che qui, però, non mostra il volto orrido che invece esibisce al ponte che sta a monte, quello sulla ss. Della Val Gerola. Nel tratto successivo camminiamo a ridosso dell’aspro fianco roccioso, che sembra incombere alla nostra sinistra. Volgendo lo sguardo alle nostre spalle, riconosciamo il solco profondo della bassa Val Bomino, mentre, sulla destra, occhieggia appena il pizzo di Tornella, sulla testata della Val Gerola. Poi raggiungiamo luoghi meno selvaggi, e la mulattiera torna a farsi pista carrozzabile, che si snoda fra prati e baite, finché, dopo un’ultima curva, eccoci di nuovo in vista delle case di Rasura.
Il ponte sulla Valmala. Foto di M. Dei CasAppena oltre il cartello che segnala il sentiero che si stacca sulla destra per scendere al Punt de la Sort e risalire a Bema, ci troviamo proprio sotto l’imponente chiesa parrocchiale di San Giacomo: in pochi minuti possiamo, quindi, risalire alla strada statale, attraversarla e recuperare l’automobile. L’intero anello è stato chiuso in circa 3 ore e mezza di cammino. Il dislivello in altezza superato è di circa 740 metri.

Difficoltà
E
Dislivello
740
Tempo
3 h e 30 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Da Rasura al Bar Bianco; gli anelli Rasura-Mellarolo e Rasura-Sacco

Dipinto su una casa di Rasura. Foto di M. Dei Cas Il Dosso di Sant’Sntonio, “Dos de sant’Antùni” è il dosso boscoso che si trova immediatamente a monte di Rasura. È teatro di una corsa-camminata che si tiene annualmente, su una distanza di poco più di 5 km, partendo da Mellarolo, il paesino che si trova immediatamente a nord del dosso, sul versante opposto della valle percorsa dal Rio Fiume. Può anche essere teatro di diverse rilassanti camminate, che hanno come punto di partenza e di arrivo Rasura. Ecco alcune proposte, fra le quali ciascuno potrà scegliere a seconda dei suoi gusti e delle sue…gambe.
L’anello del Dos. La più semplice fra le camminate propone una salita lungo il dosso ed un ritorno a rasura sulla bella mulattiera per l’alpe Culino. Portiamoci, con l’automobile, alla parte alta di Rasura ed imbocchiamo, al bivio, la strada di sinistra, che sale al rifugio Bar Bianco ed all’alpe Culino. Dopo aver affrontato un tornante destrorso, incontriamo, in prossimità del successivo tornante sinistrorso, un cartello giallo della Pro Loco di Rasura, che indica la partenza del sentiero del Dosso di Sant’Antonio, dato a 20 minuti.
Parcheggiata l’automobile, incamminiamoci, ad una quota approssimativa di 940 metri, sul sentiero, che si stacca sulla destra dalla strada asfaltata, scende per un tratto, passa a monte di alcuni prati e baite ed entra in un bel bosco. Superata una nuova baita, percorriamo un buon tratto, salendo Dipinto su una casa di Rasura. Foto di M. Dei Casgradualmente, in una fresca abetaia, fino ad un ponticello in cemento, che ci permette di superare il torrente della valle. Ancora un tratto in salita, ed alla fine giungiamo ad intercettare una pista che si stacca, sulla destra, dalla strada Rasura-Bar Bianco (indicazione per Rasega, Fontane e Ronchi di Sotto). Percorrendola in salita, ci portiamo sulla strada principale, ad una quota approssimativa di 1100 metri (la più alta di questa passeggiata).
Per chiudere l’anello, ora, dobbiamo solo scendere per un breve tratto, fino a trovare, sulla nostra sinistra, la bella mulattiera che scende, diretta, in un bel bosco, fino ad intercettare la medesima strada più in basso, poco a monte del tornante in prossimità del quale abbiamo parcheggiato l’automobile. La passeggiata richiede circa 50-60 minuti di cammino; il dislivello approssimativo in salita è di 160 metri.
Dal Dos all’alpe Culino. La passeggiata sopra descritta può essere ampliata significativamente, fino a raggiungere la base della splendida alpe Culino, dove si trova il rifugio Bar Bianco (m. 1506). E ciò è possibile in due modi. Il più classico è questo. Dopo aver raggiunto, dal Dos, la strada principale Rasura-Bar Bianco, scendiamo per un breve tratto, ma, invece di guardare a sinistra, guardiamo a destra: sull’alto muraglione di cemento a lato della strada vedremo l’indicazione (segnavia rosso-bianco-rosso numerato 124, con la scritta “Bar Bianco L. Culino C. Rosetta”) della ripartenza della mulattiera per il Bar Bianco. Passiamo ai piedi di un ampio prato, alla Meridiana sulla chiesa di Rasura. Foto di M. Dei Cascui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Lares, o Larice (denominato così perché un tempo circondato da una fascia di larici): sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona, una delle più significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo, volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così l’impegno dell’escursione); appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera, con una bella salinatura di pioli di legno, riprende a salire.
Seguendola, troviamo il cartello che segnala la “Madonna della Larice”, che se ne sta, a vegliare il maggengo, in una bella edicola che sovrasta una formazione rocciosa rossastra. Guardando a sud, riconosceremo, nell’alta Val Gerola, quattro solchi vallivi: si tratta, da sinistra, della selvaggia e boscosa Valburga, della Val Bomino, della Valle di Pescegallo e della Val Tronella; sulla testata di quest’ultima riconosceremo il pizzo ed il torrione della Mezzaluna e Il rifugio Bar Bianco. Foto di M. Dei Casl’affilato pizzo di Tronella. Riprendiamo a salire: il sentiero, sempre elegantemente scalinato, volge a destra, e ci porta sul limite meridionale dei prati della bella località Ciani. Saliamo ancora, senza portarci al centro dei prati (dove si trova anche una bella cappelletta), ma rimanendo sul limite di sinistra (ci guidano i segnavia bianco-rossi). Guardando a sinistra, ora, vedremo comparire, a destra del pizzo di Tronella, anche il pizzo di Trona, una delle più importanti cime della testata della Val Gerola.
Rimanendo a sinistra dei prati, superiamo alcune invitanti panchine e ci infiliamo di nuovo nel bosco, in una bella selva di larici, dove troviamo, ben presto un bivio, segnalato da alcuni cartelli appesi ad un tronco. Il sentiero di sinistra, numerato 139, porta all’alpe Combanina (o Ciof), mentre quello di destra (sentiero 124) prosegue la salita verso la località Pesciadello (o Pesciadèl, cioè piccolo larice), dove si trova il rifugio Bar Bianco. Poco oltre, la segnalazione ufficiale della Gran Via delle Orobie: l’alpe Combana è data ad un’ora e 10 minuti, mentre la cima della Rosetta, nella direzione della nostra salita, è data a 2 ore (il Bar Bianco è, appunto, il classico punto di partenza per l’ancor più classica salita alla cima della Rosetta). Dopo tre cippi in legno (con indicazione 12°, 12B e 13), la salita, e con essa le nostre fatiche, hanno termine quando il sentiero esce dal bosco, proprio sullo spiazzo che funge da parcheggio del Bar Bianco (m. 1506). Diciamo che siamo in cammino da un paio d’ore o poco più; il dislivello superato è di 570 metri.
Il sentiero rifugio Corte-rifugio Bar Bianco. Foto di M. Dei CasVediamo, ora, un itinerario alternativo, più lungo e meno noto, ma con diversi elementi di interesse, per raggiungere il Bar Bianco, passando per il rifugio della Corte. Dopo aver intercettato, salendo dal Dos, la pista che si stacca dalla strada principale in discesa, invece di risalire a quest’ultima, cerchiamo, a monte della pista, il punto di partenza di un sentiero che sale, deciso, nella splendida abetaia, fino ad intercettare la strada asfaltata per la Corte e le Tagliate (strada che, a sua volta, si stacca sulla destra dalla strada principale Rasura-Bar Bianco, ad un bivio segnalato). Percorriamo, ora, la strada per la Corte verso destra, fino a trovare, sulla sinistra, la partenza di una bella e larga mulattiera (indicazione per il monte Olano, dato ad un’ora e 15 minuti di cammino). Attraversiamo, così, gli splendidi prati della Corte. Siamo nei pressi della chiesetta e del rifugio della Corte, al quale, se lo riteniamo, possiamo fare sosta.
Al termine della salita sulla mulattiera incontriamo un cartello che segnala, sulla sinistra, la partenza di un sentiero secondario per l’alpe Culino, data ad un’ora di cammino (si tratta del sentiero 141). Il sentiero, attraversata una radura (la traccia qui è debole), entra in una bella abetaia (la traccia si fa più marcata), e poi in una macchia di faggi, salendo sempre gradualmente. Dopo un buon tratto, giungiamo ad un bivio, segnalato su un masso: proseguendo verso sinistra seguiamo la direzione per il bar Bianco, mentre prendendo a destra torniamo al rifugio Corte.
Passo dopo passo, ci portiamo fino al solco della valle del Rio Fiume, che attraversiamo su un ponticello in legno. Il sentiero, non segnalato sulla carta IGM, Dipinto quattrocentesco in località Dosso. Foto di M. Dei Caspassa, quindi, sul versante opposto della valle, dove incontriamo di nuovo la magia sempre affascinante del bosco di abeti. Alla fine della salita ci ritroviamo all’ultimo tornante sinistrorso (per chi sale) della pista sterrata che porta al Bar Bianco (si tratta sempre della strada Rasura-Bar Bianco, che, oltre la località Ciani, si fa sterrata). Pochi passi ancora, e siamo al Bar Bianco, dopo circa due ore e 40 minuti di cammino (il dislivello in salita è sempre di 570 metri). Ovviamente, possiamo combinare questo itinerario ed il precedente ad anello.
Dal Dos a Mellarolo. Nei secoli passati Mellarolo, il paesino a nord di Rasura, sul versante opposto della valle del Rio Fiume, era frazione di Rasura; poi venne assegnato al comune di Cosio Valtellino. Ma, al di là delle vicende amministrative, i due centri hanno sempre conservato un forte legame. Una camminata che li stringa ad anello, quindi, ci sta davvero bene, e ripercorre, in buona parte, il tracciato della camminata-corsa che anima Rasura nel cuore del mese di agosto.
Prendiamo come riferimento, di nuovo, il punto nel quale il sentiero del Dos giunge ad intercettare la pista che si stacca, sulla destra, dalla strada principale Rasura-Bar Bianco. Ora, , però, invece di proseguire sulla sinistra, in salita, prendiamo a destra, in discesa. La pista sterrata, dopo pochi tornante, scende fino ai prati degli splendidi maggenghi a monte di Mellarolo, con le località Rasega, Fontane e Dosso di Sopra. Alla strada si sostituisce, poi, un largo sentiero, che I prati di Fontane. Foto di M. Dei Casprosegue nella lunga diagonale della discesa fra prati e baite ben curate, proponendo alcuni suggestivi scorci panoramici sulla bassa Valtellina e sulle cime del gruppo del Masino.
Alla fine raggiungiamo il punto terminale di una pista sterrata che sale fin qui da Sacco. La seguiamo per un tratto, fino a trovare, sulla destra, la partenza di un largo sentiero, che imbocchiamo. Il sentiero piega subito a destra, entra nel bosco e, dopo aver toccato una baita isolata ed attraversato un ruscello, torna ad uscire all’aperto nella parte alta di una fascia di prati posta immediatamente a monte di Mellarolo. La successiva discesa ci porta alla parte alta del paese, dove arriva la stradina asfaltata che, staccandosi, sulla destra, dalla ss. 405 della Val Gerola poco prima di Rasura, permette di salire al paese. È, questo, un paese che profuma ancora d’antico: un profumo che si respira soprattutto sostando sul piccolo sagrato della chiesa dedicata alla Beata Vergine dell’Assunta (m. 816).
Per chiudere l’anello, dobbiamo, ora, scendere per un tratto lungo la strada asfaltata, staccandocene, poi, sulla destra in corrispondenza dell’ultimo tornante che immette in paese. Troveremo, dopo una breve discesa, un lavatoio, sul margine meridionale del paese, alle spalle del quale parte il sentiero che riporta a Rasura. Il sentiero entra in una fresca selva e, dopo una nuova breve discesa, raggiunge ancora il cuore della valle del Rio Fiume (che segna il confine fra i comuni di Rasura e Cosio Valtellino), varcandolo su un ponte il legno, in un punto nel quale le acque gorgogliano giocando nel disegno di rocce arrotondate.
La chiesa della B. Vergine Assunta di Mellarolo. Foto di M. Dei CasDopo una salita, sempre nel bosco, usciamo all’aperto ai prati della località Dosso, raggiungendo, in breve, il gruppo delle baite poste a circa 850 metri di altezza. Sulla destra incontriamo anche un interessantissimo dipinto che risale al 1426 e che raffigura una Madonna incoronata con Bambino. Al termine della traversata ci immettiamo sulla strada asfaltata che scende al bivio della parte alta di Rasura; imboccando l’altro ramo del bivio, quello per il Bar Bianco (o meglio, un sentiero che permette di tagliare per via più diretta una fascia di prati e baite), ci riportiamo, alla fine, al primo tornante sinistrorso, nei cui pressi abbiamo lasciato l’automobile. Questo tranquillo anello Rasura-Mellarolo-Rasura richiede circa 2 ore e 15 minuti di cammino; il dislivello in salita è di circa 200 metri.
Dal Dos a Sacco. Quest’ultima proposta di camminata rappresenta una semplice variante più ampia della precedente. In questo caso, una volta scesi dai maggenghi di Fontane e Ronchi di Sopra alla strada sterrata che sale da Sacco, invece di lasciarla per imboccare il sentiero che se ne stacca sulla destra e scende a Mellarolo, la percorriamo interamente, fino a raggiungere la parte alta di Sacco. La discesa propone qualche tratto un po’ ripido, ma nel complesso è riposante e panoramica (oltre ai begli scorci sulla bassa e media Valtellina, alcuni tratti propongono suggestivi scorci su Mellarolo e Rasura). Scendendo, raggiungiamo anche il punto nel quale alla pista si congiunge, da sinistra, la bella e ripida mulattiera che da Sacco sale alla Corte. Per abbreviare la discesa, possiamo anche lasciare la pista quando troviamo, sulla destra, un sentiero che se ne stacca. Se, invece, seguiamo la pista fino al suo termine, passiamo per la chiesetta di S. Bernardo e, attraversata una splendida conca di Scorcio di Mellarolo. Foto di M. Dei Casprati, raggiungiamo le case alte di Sacco e scendiamo alla splendida piazza del paese, con la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo (m. 700).
Per tornare a Rasura, risaliamo dalla chiesa lungo la strada per la parte alta e, al primo bivio, prendiamo a sinistra, imboccando una strada sterrata che passa a monte di una grande baita, sulla cui facciata è dipinta una splendida Madonna con Bambino il cui stile rivela un’origine assai antica. La strada si fa, quindi, sentiero, attraversa una fascia di prati e supera, su un ponticello in cemento, una valle minore, prima di raggiungere una nuova fascia di prati, ai quali stanno aggrappate le baite della Sponda. Qui troviamo un divertente cartello che invita a tenere una velocità massima di 10 km orari, per il pericolo di attraversamento…galline. Pochi passi ancora, ed abbiamo raggiunto la parte settentrionale di Mellarolo e la sua chiesa. Non ci resta che seguire l’itinerario sopra descritto per compiere l’ultima traversata da Mellarolo a Rasura. Questo più ampio anello richiede circa 3 ore di cammino e comporta un dislivello approssimativo di 320 metri.

Difficoltà
T ed E
Dislivello
Vari
Tempo
Vari
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
L'anello Rasura-Sacco-Rasura e le sue varianti

La chiesetta di San Rocco sopra Rasura. Foto di M. Dei Cas Nel 2005 Rasura, con la XV edizione del trofeo “Memorial Sandro Piganzoli”, è stata teatro della sesta prova del circuito interprovinciale lombardo di Mountain-bike denominato “Circuito Tre Province”, il che testimonia come sentieri, mulattiere e piste che descrivono un fitto reticolo nelle sue montagne costituiscano un ottimo terreno per gli amanti della pedalata negli scenari montani. I percorsi possibili sono davvero diversi. Descriviamo l’anello maggiore Rasura-Sacco-Rasura, menzionando poi alcune delle possibili varianti.
Partiamo dal centro di Rasura (m. 780), e cominciamo a pedalare verso la parte alta del paese, fino al bivio, segnalato, al quale dobbiamo prendere a sinistra, seguendo le indicazioni per il Bar Bianco, del Rifugio della Corte e del lago di Culino. dopo poche centinaia di metri, ci porta, oltrepassata l'edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi (a 890 metri, in località Piazza), ad un primo tornante destrorso.
Qui troviamo un cartello che indica la chiesetta di san Rocco: vale la pena di lasciare per qualche minuto l’itinerario principale e, seguendo un comodo sentiero in leggera salita, raggiungere la bella chiesetta, edificata nel 1613 e restaurata nel 1995. Alla chiesetta giunge anche una bella mulattiera che parte dal paese, e che è segnalata come percorso di mountain-bike.
Torniamo, poi, sulla strada asfaltata, che, dopo altri 2 km circa, prima del secondo tornante sinistrorso, ci propone due bivi, a distanza ravvicinata. Al primo Prati sopra Rasura. Foto di M. Dei Cassi stacca, sulla destra, una pista che scende alle località Rasega, Fontane e Ronchi di sopra, mentre al secondo parte, sulla destra, la stradina asfaltata che, superato il torrente Rio Fiume, raggiunge i maggenghi di Ronchi, Corte e Tagliate, dove si trova il rifugio Della Corte; proseguiamo, invece, verso sinistra, incontrando, in successione, i cartelli che segnalano i maggenghi di Ova, Larice e Ciani.
In località Ciani termina la strada asfaltata. La successiva salita su pista sterrata conduce, in breve, al rifugio Bar Bianco (m. 1506). Per gli amanti del bike duro segnaliamo che il classicissimo itinerario per l’alpe ed il laghetto di Culino ha un fondo buono, anche se propone, nel primo tratto, pendenze quasi proibitive: perché non provare a salire fino ai 1959 metri del laghetto, per gustare poi una discesa emozionante nello scenario luminoso di uno dei più begli alpeggi di Val Gerola?
Ma torniamo al nostro anello. Per proseguirlo dobbiamo lasciare la strada Rasura-Bar Bianco alla prima delle due deviazioni a destra sopra menzionate, quella per Rasega, Fontane e Dosso di Sopra. Imbocchiamo, così, una pista sterrata, con qualche tratto in cemento, nella splendida cornice di un bosco di abeti, scavalca il torrente Rio Fiume su un ponte e scende fino ai prati degli splendidi maggenghi a monte di Mellarolo, con le località Rasega, Fontane e Dosso di Sopra. Un luogo davvero splendido, tranquillo, panoramico. Poi alla strada si sostituisce un largo sentiero, che prosegue nella lunga diagonale della discesa fra prati e baite ben curate, proponendo alcuni L'alpe Culino. Foto di M. Dei Cassuggestivi scorci panoramici sulla bassa Valtellina e sulle cime del gruppo del Masino. Il fondo non è del tutto regolare, per cui prestiamo attenzione e moderiamo la velocità.
Alla fine raggiungiamo il punto terminale di una pista sterrata che sale fin qui da Sacco. La discesa propone qualche tratto un po’ ripido, ma nel complesso è riposante e panoramica (oltre ai begli scorci sulla bassa e media Valtellina, alcuni tratti propongono suggestivi scorci su Mellarolo e Rasura). Scendendo, raggiungiamo anche il punto nel quale alla pista si congiunge, da sinistra, la bella e ripida mulattiera che da Sacco sale alla Corte. Seguiamo la pista fino al suo termine, passando per la chiesetta di S. Bernardo e, attraversata una splendida conca di prati, raggiungiamo le case alte di Sacco e scendiamo alla splendida piazza del paese, con la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo (m. 700).
A Sacco possiamo scendere anche per una via diversa, non priva di interesse. Invece di seguire la pista che scende a Sacco fino in fondo, poco dopo il suo inizio, nel tratto alto, la lasciamo, staccandocene sulla destra alla prima mulattiera incontrata. Questa piega subito a destra, entra nel bosco e, dopo aver toccato una baita isolata ed attraversato un ruscello, torna ad uscire all’aperto nella parte alta di una fascia di prati posta immediatamente a monte di Mellarolo. La successiva discesa ci porta alla parte alta del paese, dove arriva la stradina asfaltata che, staccandosi, sulla destra, dalla ss. 405 della Val Gerola poco prima di Rasura, permette di salire al paese. È, questo, un paese Dipinto in località Fontane. Foto di M. Dei Casche profuma ancora d’antico: un profumo che si respira soprattutto sostando sul piccolo sagrato della chiesa dedicata alla Beata Vergine dell’Assunta (m. 816).
Possiamo, ora scegliere se tornare direttamente a Rasura, scendendo sulla strada asfaltata fino alla ss. 405 s proseguendo in salita, oppure portarci a Sacco. Nel secondo caso, dobbiamo raggiungere la parte settentrionale del paese (cioè dirigerci, dalla chiesa, verso sinistra, se scendiamo): lì troveremo la partenza del sentierino che raggiunge le baite della località Sponda (dove un divertente segnale ci invita a non superare i 10 km/h per…attraversamento pedonale di galline), per poi proseguire la discesa entrando in una selva e scavalcando il torrentello di una valle minore su un ponte in cemento. La sede è in qualche tratto stretta, ma il fondo è discreto. Il sentiero diventa poi una pista sterrata che, dopo essere passata a valle di una casa sulla cui facciata è ben visibile un pregevole dipinto assai antico, raggiunge le prime case di Sacco.
Vediamo, ora, come tornare da Sacco a Rasura. Si potrebbe sfruttare la ss. 405 della Val Gerola, ma è molto meglio utilizzare la pista che corre più in basso, nelle frazioni a valle della strada. Per imboccarla, dobbiamo scendere alla ss. 405, percorrere un breve tratto in salita e cercare, alla nostra sinistra, il cartello con l’indicazione del Mulino del Dosso e del Museo etnografico Vanseraf. La stradina asfaltata, dopo un gruppo di case, termina nei pressi di una fontana, diventando una pista che porta al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico da Serafino Vaninetti (di qui la denominazione di museo Vanseraf), aperto il sabato e la domenica, dalle 14.00 alle 18.00 (o anche in altri giorni, previa prenotazione). Il mulino è posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle La cascata della Pula. Foto di M. Dei Casdenominata “Il Fiume”.
Proseguendo sulla pista, raggiungiamo, infine, la parte bassa di Rasura, portandoci proprio sotto la bella chiesa parrocchiale di san Giacomo, dalla quale risaliamo facilmente alla ss. 405 che attraversiamo per riportarci alla piazza centrale del paese, dove abbiamo lasciato l’automobile.
Segnaliamo, infine, una variante molto tecnica, adatta solo ad atleti molto preparati e da affrontare con un mezzo in perfette condizioni. Si tratta della variante che passa per il rifugio Della Corte. Si tratta di salire da Rasura al bivio per la Corte e le Tagliate, imboccare la stradina e portarci fino alla zona del rifugio e della chiesetta. Poi, torniamo per un tratto indietro, fino a trovare, sulla destra, la partenza della mulattiera che scende a Sacco. Si tratta di una mulattiera ben conservata, con fondo lastricato in pietre, che però, per buona parte, ha una pendenza molto ripida (per questo richiede una sicura preparazione tecnica e freni in ottime condizioni). Al termine della discesa, intercettiamo la già citata pista che sale da Sacco; seguendola in discesa, raggiungiamo Sacco e torniamo a Rasura per la via sopra descritta.

Difficoltà
E ed EE
Dislivello
Vari
Tempo
Vari
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Discesa nel cuore oscuro del Bitto e risalita alla luce

Rasura. Foto di M. Dei Cas I paesi di Rasura e Bema, per certi aspetti, sembrano gemelli. Sono posti quasi alla medesima altezza (762 metri Rasura, 793 Bema), ed entrambi si affacciano sul profondo ed oscuro solco della valle del Bitto. Entrambi sembrano arroccati, quasi aggrappati al versante montuoso che li sostiene ed alimenta. Entrambi profumano d'antico, ed ospitano gente laboriosa, attaccata al passato ed alle tradizioni, che non considera una lontananza da far rivivere di tanto in tanto, ma una radice vitale che alimenta il presente. Fin qui le analogie. Ma ci sono anche differenze. Mentre a Rasura giungiamo facilmente per la comoda ss. 405 della Val Gerola, il problema dell'accesso a Bema, servita da una strada esposta a versanti franosi, è uno dei nodi irrisolti della viabilità in Valtellina.
Anticamente fra i due paesi il transito era frequente, e sfruttava una via di cui si è poi quasi persa la memoria. Una via ardita, che scende nel cuore ombroso del Bitto, a respirarne il freddo alito, fra rocce strapiombanti, e risale vincendo ripidi versanti. Vale la pena di percorrere ancora questa via e di lasciarsi pervadere dal suo fascino ed anche dal suo brivido: i luoghi attraversati furono per secoli considerati recessi del demonio e delle streghe, tanto che i viandanti mettevano nel conto di potersi anche imbattere in qualche pericolosa e sulfurea apparizione.
Raccontiamo questo percorso, che potrebbe partire direttamente dalla chiesa di S. Giacomo, proponendo una variante più lunga, che sfrutta anche un tratto dell'antichissima via del Bitto, e che parte da Sacco. Imbocchiamo, dunque, la statale 405 della Val Gerola, lasciando la ss 38 dello Stelvio, sulla sinistra, Il Punt de la Sort. Foto di M.  Dei Casall’ultimo semaforo all’uscita di Morbegno (per chi proceda in direzione di Milano), fino a raggiungere, dopo 7 km., il primo paese della valle, Sacco. Svoltiamo all’altezza della strada che si stacca, sulla destra, per salire in paese, e parcheggiamo l’automobile. Tornati sulla statale 405, imbocchiamo subito la stradina (la strada “del Picc”) che se ne stacca sulla sinistra e, correndo più a valle, conduce alla località il Dosso (m. 677), dove, poco sotto la stradina e le case, troviamo la bella chiesetta di San Giuseppe, che sembra messa lì, sul punto in cui il crinale si fa più ripido e pare sprofondare nel cuore oscuro della valle, a difesa delle forze del male che potrebbero emergere dal suo fondo.
Proseguiamo, poi, in direzione del solco della valle del torrente Il Fiume, che viene superato su un ponte in corrispondenza della cascata della Püla. Subito dopo il ponte, sulla sinistra, troviamo il Museo etnografico Vanseraf, ricavato dalla ristrutturazione dell’antico Mulino del Dosso. Superato un tratto di più marcata salita, raggiungiamo, quindi, Rasura, passando proprio sotto il cimitero e l’imponente campanile della chiesa parrocchiale di S. Giacomo (m. 762), di origine medievale (anche se l’attuale edificio è l’esito di una ristrutturazione iniziata nel 1610). Se preferiamo partire da Rasura, ci basta, dunque, parcheggiare l'automobile nella piazza del paese e scendere sotto la chiesa.
Proprio sotto la chiesa, infatti, troviamo, sulla pista che prosegue verso Pedesina, un cartello che indica la partenza, sulla sinistra, del sentiero che scende al Ponte della Sorte. Imbocchiamo il sentiero e cominciamo a scendere, in un ombroso bosco di castagni, superando qualche rudere di baita ed inanellando Bema. Foto di M.  Dei Casdiversi tornantini. Intercettiamo anche, sulla sinistra, il sentiero che parte dal Dosso (e che non è facile da trovare, per cui è meglio iniziare la discesa da Rasura). Dobbiamo perdere quasi 300 metri di quota, e, nell’ultimo tratto, cominciamo a sentire il rumore delle acque del Bitto, che corrono nella profonda gola del fondovalle.
Al termine della discesa, ecco il ponte, a 475 metri, gettato proprio nel punto in cui le due sponde della valle, rinserrata fra orride muraglie di roccia, si avvicinano. Lo spettacolo è davvero affascinante: non solo il nome del ponte, ma anche l’aspetto dei luoghi evoca gli arcani e misteriosi dettami del fato, nascosti agli uomini come è nascosto lo spettacolo del cuore oscuro di questa valle. In passato, per la verità, questo ponte era assai più frequentato, mentre oggi ben difficilmente incroceremo qualcuno.
Pochi passi, e siamo sul fianco occidentale del dosso: il sentiero prosegue con un tratto un po’ esposto verso destra (attenzione, in caso di neve o ghiaccio), cui segue un ultimo tratto verso sinistra. Al termine la traccia confluisce nella nuova strada asfaltata, ancora chiusa al traffico, tracciata dopo la rovinosa alluvione del 2000, per sostituire quella che raggiunge Bema correndo sul lato opposto (orientale) del dosso. Seguendola (oppure seguendo il sentiero, di cui troviamo, poco sopra, la ripartenza) cominciamo la salita che si conclude alle prime case di Bema (m. 793).
Salendo, sostiamo, di quando in quando, per ammirare gli scenari unici che ci si offrono al nostro sguardo. Se guardiamo verso sud, cioè in direzione della La chiesa di Bema. Foto di M.  Dei Casmedia ed alta Val Gerola, vedremo apparire una parte della testata, con l’inconfondibile profilo del pizzo di Tornella e, alla sua destra, le forme simmetriche del pizzo di Trona. Ma ancor più interessante è quello che appare in direzione ovest e sud-ovest: si mostra il pauroso e scuro fianco della valle (e ci domandiamo come abbiamo potuto scenderlo interamente), mentre alla sua sommità fa capolino, come sentinella posta ai limiti di questo regno delle ombre, il campanile della chiesa di Rasura.
Spostiamo lo sguardo a sinistra, in direzione sud-ovest: distingueremo, sull’aspro fianco della valle, alcuni prati che scendono arditamente verso la sua forra, con qualche baita che sembra sospesa sulla vertigine: si tratta dei prati della località Scacciadiavoli (m. 630), a valle della pista che congiunge Rasura a Pedesina. Di nuovo il diavolo, dunque. La denominazione dei prati ha un significato inequivocabile, ed esorcizza la paura di quegli spiriti maligni che la valle del Bitto sembra sempre poter vomitare dal suo cuore tenebroso. Se guardiamo a nord, infine, ci appaiono, sulla solare Costiera dei Cech (che genera un singolare contrasto con la valle del Bitto), le sue più importanti cime, vale a dire la cima di Malvedello e, alla sua sinistra, il monte Sciesa.
Ma è tempo di riprendere il cammino, alla volta di Bema, paese quasi unico per la sua posizione isolata, di difficile accesso, ma anche per la sua collocazione La piazza di Bema. Foto di M.  Dei Casclimaticamente e panoramicamente assai felice, che giustifica l’antichità dell’insediamento. Ci accoglie, dopo circa un’ora e tre quarti di cammino, la bella chiesa di San Bartolomeo (m. 793), di origine medievale, ma profondamente ristrutturata a partire dal secolo XVII. Il centro del paese, con le case l’una a ridosso dell’altra, ci regala quell’inesprimibile sapore d’antico che contribuire a cacciare dalla mente i tetri pensieri legati alle forze oscure ed alla loro permanente minaccia.
Da Bema partono due piste che percorrono entrambi i fianchi del lungo dosso; è anche possibile salire alla vetta del pizzo Berro, la cima che domina il paese. Se vogliamo farci venire a prendere a Bema, per non tornare per la medesima via, teniamo presente che la strada è aperta solo nelle fasce orarie 7.00-8.30, 12.00-14.30 e 17.30-19.00).

Difficoltà
E
Dislivello
300 m
Tempo
1 h e 45 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Per procedere occorre essere utenti registrati, inserisci i tuoi dati:

Oppure Registrati.