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Gerola Alta
Nel cuore del regno del Bitto
Nel cuore del regno del Bitto
Gerola Alta è uno dei centri orobici più conosciuti e belli. Posta, com’è, fra alta e bassa valle, a 1050 metri, rappresenta il baricentro della Valle del Bitto di Gerola, la più occidentale delle due grandi e celeberrime valli del Bitto (l’altra è quella di Albaredo).
Per salire a Gerola, bisogna imboccare, a Morbegno, la strada statale 405 della Val Gerola, staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni. Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno.
La strada porta direttamente alla piazza centrale del paese, dove ci accoglie l’antica trattoria Pizzo Tre Signori. Proseguendo, troviamo, sulla nostra destra, la bella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, che ha assunto l’attuale aspetto dopo i restauri del 1796 e del 1928.
Il territorio comunale è molto articolato. Il suo confine settentrionale segue il solco di due valli, la Val di Pai (“val de pài”), ad ovest, e la Val Bomino (“val de bumign”), ad ovest, che convergono, a poca distanza, confluendo nella Valle del Bitto, nel punto in cui il grande dosso che scende dal monte Motta (“piàa de la mota”) passando per Nasoncio (“nasunc’”) precipita, a sua volta, nel fondovalle, in corrispondenza della diga dei Panigai (m. 700). L’angolo di nord-ovest di questo territorio è presidiato dal monte Rotondo (“ul redont”, m. 2496, dove convergono anche i confini dei comuni di Rogolo e Pedesina), anche se sulle carte IGM è indicato un punto più a sud, la bocchetta di Stavello (“buchéta de stavèl”, m. 2201); sull’angolo di nord-est, invece, troviamo il pizzo Dosso Cavallo (“scìma de dòs cavàl”, m. 2066), al quale il confine sale, piegando ad est, dalla media Val Bomino, per poi seguire, assumendo l’andamento sud-sud-est, la parte alta del lungo dosso di Bema, che separa le due valli del Bitto (e, in questo tratto, i comuni di Gerola e di Bema), salendo, dunque, dal pizzo Dosso Cavallo al pizzo di Val Carnera (“piz de val carnèra”, m. 2113) ed al monte Verrobbio (“la scìma”, chiamata, invece, sul versante della Val Brembana “piz de véròbi”, m. 2139), dove si incontra con i confini dei comuni di Bema e di Averara (Val Brembana).
Piega, poi, verso sud-ovest, seguendo la linea del crinale e toccando il passo di Verrobbio (“buchéta de bumìgn”, m. 2026), le cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2370) ed il monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371). Con andamento est-ovest, tocca il passo di Salmurano (“buchéta de salmüràa”, m. 2017), che si affaccia sulla valle omonima, confluente nella Val Torta, ed il limite settentrionale dello splendido altopiano roccioso dei Piazzotti. Piegando a sud-sud-ovest, passa, quindi, per la cima dei Piazzotti (“piz dul mezdé”), la cima dei Piazzotti occidentale (m. 2349) ed il passo Bocca di Trona (o bocchetta di Val Pianella, “buchéta de la val pianèla”, m. 2324). Riprendendo l’andamento verso ovest, raggiunge la bocchetta dell’Inferno (“buchéta de la val l infèren”, m. 2306), che mette in comunicazione le due valli dal medesimo nome (quella in territorio bergamasco appartiene al comune di Ornica). Con due brevi tratti verso sud e verso ovest raggiunge l’angolo sud-occidentale del territorio comunale, suo punto di massima elevazione, la vetta del celebre Pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554), dove si incontrano i confini delle province di Sondrio, Bergamo e Lecco (dal Cinquecento al Settecento sotto il dominio rispettivamente delle Tre Leghe, della Repubblica di Venezia e del Ducato di Milano: di qui il suo nome).
Il lato occidentale del territorio comunale, infine, segue il crinale che separa la Val Gerola dall’alta Val Varrone e dell’alta Val di Fraina, passando per la bocchetta di Piazzocco (“buchetìgn dul bùgher”, m. 2252), la bocchetta di Varrone (m. 2126), la più importante bocchetta di Trona (“buchéta de truna”, m. 292, secolare porta di comunicazione fra Milanese-Valsassina e Valtellina), il pizzo Mellasc (“ul melàsc”, m. 2465), la cima Fraina (“piz de fòpa”, m. 2288), il “piz dul cumbàl”, (vetta non denominata sulle carte IGM, m. 2325), il monte Colombana (“ul pizzöl” m. 2385), la bocchetta di Stavello (“buchéta de stavèl”, m. 2201) ed, infine, il monte Rotondo (“ul redont”, m. 2496), dal quale siamo partiti circoscrivendo in senso orario il territorio comunale.
In tutto, 38,05 km quadrati, occupati da 4 grandi valli, che confluiscono nel solco principale della Val Gerola; da est, innanzitutto, la Val Bomino (“val de bumign”; poi la Val di Fenile (“val de fenìl”), che si apre, a sud, nelle splendide conche del lago di Pescegallo (“péscégàl dal làach”) e delle foppe di Pescegallo (“péscégàl li fòpi”) e nella val tornella (“trunèla”); quindi la Valle della Pietra (“val la préda”), che si apre, a sud, negli ampi alpeggi di Trona (“truna”) e nelle valli di Trona e dell’Inferno; infine, la Val Vedrano (“val vedràa”).
Le più belle montagne della valle, famose per la loro conformazione che ricorda i profili dolomitici, sono poste nei crinali che separano la Val di Fenile dalla Valle della Pietra. Fra le foppe di Pescegallo e la val Tornella si innalza la Rocca di Pescegallo, conosciuta anche con la denominazione di Denti della Vecchia “filùn de la ròca” o “dénc’ de la végia”), un insieme di cinque torrioni il più alto dei quali viene chiamato localmente “la ròca” (m. 2125). Il crinale fra la val Tronella e la Valle di Trona si articola in una serie di cime che salgono dal pizzo del Mezzodì (m. 2116) e dal torrione di Tronella (“piich”, m. 2311) alle formazioni della Mezzaluna (“li mezzalüni”), cioè il torrione di Mezzaluna (m. 2247), la cima di Mezzo ed il pizzo Mezzaluna (m. 2333), per terminare nella cima dei Piazzotti (“piz dul mezdé”). Fra Valle di Trona e Valle dell’Inferno, infine, si erge l’elegante cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510).
Si tratta di cime oggi ben note ad alpinisti ed escursionisti; curioso è, però, notare che gli abitanti di Gerola (“Giaröi”) le consideravano sotto un profilo diverso, utilizzandole anche come rudimentale meridiana: di qui le denominazioni di “piz de la matina” (letteralmente, pizzo del mattino, riferito al profilo unitario che assume la rocca di Pescegallo vista da Gerola), “piz dul mezdé” (pizzo del mezzogiorno, la Cima dei Piazzotti) e “piz di véspui” (pizzo del vespro, il pizzo di Trona), assegnate alle cime dalle quali il sole passa in questi tre diversi momenti del giorno.
Dal punto di vista geologico le cime di Gerola appartengono all’anticlinare orobica; le sue rocce sono costituire da un nucleo di duro gneiss, rivestito da uno strato, invece, assai più tenero e quindi modellabile dall’azione di vento ed acqua, uno strato di rocce sedimentarie, in gran parte originate da ciottoli pressati e cementati nel corso di milioni di anni. Questi ciottoli, a loro volta, ci parlano di un passato vertiginosamente lontano nel tempo. Dobbiamo trasporci, con l’immaginazione, a circa 250 milioni di anni fa, nel periodo Permiano, quando questa zona di alta montagna era in buona parte il letto di grandi fiumi che difficilmente riusciamo a figurarci. Oggi, invece, ci propone il trionfo della fantasia creatrice degli agenti atmosferici, che ha dato vita ad una sequenza molto varia di piccole guglie e torrioni, accanto a cime dalla forma più regolare ed arrotondata. Queste rocce custodiscono anche il già citato minerale del ferro, che conferisce a molti luoghi quella tonalità rossastra così tipica e forse inquietante che spiega, per esempio, l’introduzione del toponimo “Inferno”.
Fra le bellezze naturali del territorio di Gerola non vi sono, però, solamente le cime, ma anche i laghi, alcuni dei quali, di origine naturale, sono stati sbarrati per costituire bacini artificiali dall’ENEL L’alta valle propone, infatti, da est il lago di Pescegallo (“làch de péscégàl”, m. 1865, oggi bacino artificiale), alle conche del lago di Pescegallo (“péscégàl dal làach”), il lago di Trona (“làc de trùna”, m. 1805, oggi bacino artificiale), in Valle di Trona, il loago Zancone (“làch sancùn”, m. 1856), poco a monte del precedente, nella medesima valle, il bellissimo lago Rotondo (“làch redont”, m. 2256), su un terrazzo glaciale della val Pianella (alta Val di Trona) ed il lago dell’Inferno (“làch l infèren”, oggi bacino artificiale, m. 2085), all’imbocco della valle omonima. Appena a sud dei confini di Gerola si pongono, infine, il lago dei Piazzotti ed alcuni microlaghetti vicini, nell’altipiano dei Piazzotti.
Una ricchezza di acque, non solo di laghetti, ma anche di torrenti (i “bit”) che giustifica il nome originario del paese, Santa Maria dell’Acqua Viva, mutato, poi, nel più triste Gerola (“giaröla”; triste in relazione all’etimo, da “gera”, deposito alluvionale; il nuovo nome derivò da un’alluvione del Bitto che distrusse il paese nel secolo XIII). Una ricchezza di acque anche piovane: per la sua posizione prossima al bacino del Lario la Val Gerola fa registrare le precipitazioni annue più abbondanti fra le valli orobiche.
La comunità di Gerola è distribuita in diversi nuclei, attorno a quello centrale, denominato “la piazza”: a sud Fenile (“fenìl”), nella valle omonima, e, dagli anni Sessanta del secolo scorso, il Villaggio Pescegallo (“Péscégàl”), legato agli impianti di risalita; a nord Valle; ad ovest la Foppa (“la fòpa”), Case di Sopra (“cà zzuri”), distrutte da una valanga nel 1836, Castello (“Castèl”) e Laveggiolo (“Lavegiöl”); ad est Nasoncio (“nasunc’”).
Le origini della comunità di Gerola risalgono probabilmente al secolo XII (la prima attestazione sicura dell’esistenza della comunità di Gerola si trova in un atto rogato a Cosio del 1238), e sono legate all’arrivo nell’alta Valle del Bitto di abitanti dal versante orobico bergamasco, cioè dalla Valsassina, e soprattutto da Premana. Per questo motivo il paese è sempre stato un nodo di congiunzione importantissimo fra i due versanti orobici. Come scrive Cirillo Ruffoni, “la tradizione orale vuole che i primi abitanti di Gerola siano venuti dagli opposti versanti della Val Brembana e della Valsassina, per l’estrazione e la lavorazione del ferro e per dedicarsi all’attività dell’allevamento. I legami con i paesi d’origine sarebbero stati saldi per parecchio tempo, tanto che i morti venivano portati là per la sepoltura…va ricordato anzitutto che mentre per noi le montagne dividono, in passato non costituivano una barriera ed era frequente il fiorire di comunità che occupavano i versanti opposti. Nel caso specifico di Gerola…certamente i pascoli d’alta quota hanno costituito da sempre un’invitante risorsa e sono stati frequentati dalle comunità vicine”. (da: Cirillo Ruffoni - a cura di -, Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Gerola Alta, Sondrio, Società storica valtellinese, 1986; cfr. anche Cirillo Ruffoni, Gerola. La sua gente, le sue chiese, Monza, Moralese, 1995).
Il legame era, peraltro, favorito dall’antichissima via del Bitto, fondamentale nodo di transito fra la bassa Valtellina ed il lecchese, attraverso, appunto, la Val Gerola e la Valsassina: di qui, forse, passarono, in epoche molto più antiche, i popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo lembo della catena orobica, anche se non in modo permanente. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.
Poi venne il Medio-Evo, e, con esso, la colonizzazione duratura dei pastori di Val Brembana e Val Varrone, alla ricerca di pascoli e di ferro (nel territorio di Gerola numerosi sono i resti delle miniere di ferro, ai piedi delle cime di Ponteranica e nella zona compresa fra il pizzo di Trona, i laghi di Trona e dell’Inferno e l’alpe Trona Vaga; del resto il toponimo “truna” significa “cavità”, “galleria”). Non furono, costoro, probabilmente gli unici colonizzatori: si unirono a loro fuggiaschi dalla pianura per effetto delle invasioni germaniche e dei disordini e conflitti dei secoli successivi. Un elemento che spiega il potere attrattivo di queste zone d’alta montagna è quello climatico: il clima fu, nel medio Evo e nell’Età Moderna fino al 1600, più caldo rispetto all’attuale, il che favoriva gli insediamenti e le attività a quote relativamente alte.
Bastarono poche generazioni per trasformare un modesto villaggio di pastori in uno dei centri economicamente più vivaci dell’intera Valtellina. Già nel 1368, per la sua importanza, Gerola, che fino ad allora era stata soggetta alla giurisdizione della parrocchia di Cosio, se ne staccò. In quel secolo l’estensione dei terreni coltivati era già pressoché corrispondente all’attuale, e già erano abitati gran parte dei nuclei rurali.
La comunità di Gerola, con una popolazione complessiva che poteva aggirarsi intorno ai 400 abitanti, era istituzionalmente organizzata come Comune, al cui interno le famiglie dei Ruffoni e dei Curtoni primeggiavano per l’estensione dei possessi. L’organo principale del comune era l’assemblea dei capi-famiglia che si riuniva di norma una volta all’anno, nel mese di giugno, per discutere e decidere gli affari più importanti nella vita della comunità ed eleggere gli amministratori. L’amministrazione comunale era retta da tre consoli, estratti a sorte da una rosa di diciotto persone ritenute idonee dalla comunità. I consoli sbrigavano gli affari correnti, rappresentavano il comune nelle riunioni della squadra di Morbegno, curavano i beni del comune. La gestione dei consoli era controllata da tre consiglieri o ragionatti, che avevano il compito di tenere la contabilità e stila-re il bilancio di ogni anno. Gli stimatori, in numero di due, dovevano valutare i beni immobili e tenevano aggiornati i libri dell’estimo; ogni anno venivano nominati anche due campari.
Tra i compiti dell’assemblea rientrava quello di ratificare la nomina dei sindaci della chiesa, di fissare le feste e di eleggere il parroco.
L’economia era incardinata nelle attività agricole (allevamento e coltivazione di orzo, miglio, segale e canapa), ma vi svolgeva un ruolo non secondario l’estrazione e la lavorazione del ferro, che poi, nelle fucine di Milano, veniva utilizzato per forgiare spade, picche, alabarde e corazze. Un supporto importante all’economia era offerto anche dal taglio della legna, che alimentava le fornaci e veniva portato anche sul fondovalle, e dalle attività di tessitura, che riguardava i pezzetti, i panni di lana, le tele di canapa e le tele di lino.
Nei due secoli successivi, Quattrocento e Cinquecento, iniziò una significativa corrente migratoria da Gerola verso la Val di Sole e Verona, e più tardi verso Ancona, Livorno e Napoli. Il 1512 è un anno da ricordare: l’inizio della dominazione delle Tre Leghe sulla Valtellina fece di Gerola territorio di confine fra questa signoria e due altre importanti signorie, quella della Repubblica di Venezia, sul versante orobico della bergamasca, e quella del ducato di Milano, che raggiungeva la Val Varrone e la Val Fraina.
Ed è proprio un governatore di Valtellina per le Tre Leghe, Giovanni Guler von Weineck (1587-88), a descrivere la felice situazione delle Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616. “Da Morbegno si estende, in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall’allevamento del bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che essi esercitano in diversi luoghi d’Italia. In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”
Di Gerola, in particolare, dice che è costituita da 12 frazioni, Piazza (il nucleo centrale), Ravizza, Castello, Laveggiolo, La Foppa, Teggiola, Case dei Mazzi, La Roia, Nasonchio, La Corna, Cassinelle e Fenile, e che le più antiche ed illustri famiglie sono quelle dei Ruffoni e degli Stella, immigrati da Verona, dei Foppa e dei Curti, detti anche Curtoni, dei Mazzi e dei Re, di origine francese. Molte famiglie illustri per uno dei centri più prosperi della Valtellina.
Una seconda testimonianza illustre è quella che ci è giunta dalla relazione che il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, fece della sua visita pastorale in Valtellina del 1589. Di Gerola scrive di avervi trovato 140 famiglie, tutte cattoliche (il che corrisponde ad un totale di circa 700 abitanti).
Vennero poi tempi assai più foschi, quando la Guerra dei Trent’Anni fece della Valtellina un campo di battaglia di importanza strategica sullo scacchiere europeo, portandovi eserciti spesso avidi di saccheggio e, soprattutto, la terribile peste del 1629-30, che ridusse la popolazione valtellinese a poco più di un quarto e non risparmiò la Val Gerola: ci volle quasi un secolo per tornare a livelli di popolazione vicini a quelli precedenti (gli abitanti di Gerola erano, nel 1690, 618).
La ripresa vera e propria ebbe come scenario il Settecento, ma non impedì l’inizio di un flusso emigratorio di breve raggio, indirizzato, cioè, ai paesi del fondovalle (Cosio e Piantedo), che godevano dei benefici della bonifica dei loro territori di pianura. Alla fine del secolo (1797) gli abitanti di Gerola assommavano ad 850, quando arrivò la bufera napoleonica, che portò non pochi rivolgimenti istituzionali, primo fra tutti la fine ufficiale della dominazione delle Tre Leghe.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di “Girala” apparteneva al distretto di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Gerola era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Gerola venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe, con 905 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune di Gerola, con 865 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Gerola (365), Valle (100), Nasuncio (150), Case di Sopra (150), Ravisciano (100).
La piazza della chiesa ci offre un curioso segno lasciato da quel periodo. Anche qui giunse lo spirito dei tempi nuovi, cioè il soffio della storia e delle innovazioni conseguenti alla rivoluzione francese, diffuse in Europa, agli inizi dell’Ottocento, dalle armate napoleoniche. In particolare, il sistema metrico decimale: questo spiega l’esemplare di metro, inciso nel sasso, che si può osservare sulla facciata di una casa. La nuova unità di misura, cui la popolazione doveva familiarizzarsi, sostituiva la precedente, costituita dal braccio, di circa 76 centimetri (una traccia di questa trasformazione è rimasta nell’espressione “andare a braccio”, o “parlare a braccio”, cioè con una certa approssimazione). Anche Napoleone cadde; il metro, invece, rimase.
Nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto, Gerola figurava (con 987 abitanti totali, 863 da solo) comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente al comune aggregato di Pedesina.
Al 1836 risale la più nefasta tragedia che si abbattè sulla comunità, come conseguenza dei massicci esboschi consentiti dalla legislazione del periodo napoleonico, contro le leggi di tutela dei boschi “tensi” in vigore nei secoli precedenti. Ecco cosa riferisce, al proposito, la Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884: "Gerola subì nel 1836 una spaventosa catastrofe: essendosi in una notte di febbraio rovesciata sull'abitato una immensa valanga, la quale distrusse tre quarti del villaggio, e seppellì settantacinque persone. L'improvvido taglio di un bosco, collocato sopra il paese, fu la causa di questo sfascio di nevi".
L’ossario ottocentesco che si trova nei pressi della chiesa (oggi santuario in memoria dei caduti del lavoro) sembra evocare quella tragedia, e ci invita a meditare sul tempo che fugge e ci trascina con sé in questa fuga, approssimandoci inesorabilmente alla morte. Ecco, allora, gli immancabili teschi, che ricordavano e ricordano a tutti la fragilità e provvisorietà della vita umana. Ma la vita continuava, e Gerola, nel 1853, con le frazioni Castellaveggiolo, Piazza con Fenile e Nasuccio, contava una popolazione di 1.000 abitanti, ed apparteneva al distretto III di Morbegno.
Cadde anche la casa d’Austria, e venne il Regno d’Italia, nel 1861: con esso il nome ufficiale del comune, che contava 1074 abitanti, divenne “Gerola Alta”, per evitare omonimie. La fine del secolo fu segnata, come in buona parte del resto della Valtellina, da un intensificarsi del flusso migratorio, diretto non solo al fondovalle, ma anche verso Stati Uniti ed Argentina.
Il Novecento portò la nuova carrozzabile che risaliva la valle da Morbegno, tracciata dal 1910 al 1927, e la costruzione dei grandi impianti idroelettrici che ancora oggi sono in funzione, promossa dalla Società Elettrica Orobica negli Anni Trenta. Nel secondo dopoguerra anche Gerola va, però, incontro al destino degli altri centri di media montagna, vale a dire al progressivo spopolamento in favore dei centri del fondovalle: la sua popolazione, che nel 1951 conta ben 1400 abitanti, decresce a 431 nel 1971, 320 nel 1986 fino ai 237 del 2006.
Oggi l’identità e la vitalità di questo centro sono legati al turismo ed all’attività zootecnica di qualità. Ecco, dunque, il nuovo villaggio turistico di Pescegallo, gli impianti di risalita, le molteplici proposte escursionistiche legate alla particolare bellezza dei luoghi e ad una tradizione ancora viva che attrae un turismo attento alla riscoperta degli aspetti di un passato che non deve tramontare.
Ecco, dunque, la zootecnia di qualità negli alpeggi nei quali la vita dei pastori non è più così dura come un tempo, pur rimanendo un’attività fatta di grande passione e di grandi sacrifici. Ecco perché è così interessante visitare questi alpeggi, anche quelli abbandonati, soffermandosi, magari, presso le baite semidiroccate ed i calècc (termine composto da “cà”, cioè “casa”, e “lecc”, cioè “letto”), costituiti da una base di muri a secco, che venivano coperti da un telone quando il pastore, seguendo il giro della mandria, vi soggiornava temporaneamente, utilizzandoli anche come strutture nelle quali appendere il calderone (“culdera”) utilizzato per lavorare il latte e produrre il formaggio.
I molteplici alpeggi che fanno da corona al centro di Gerola descrivono un arco che, da nord-ovest a sud-est, comprende l'alpe Stavello, sopra Case di Sopra e San Giovanni, l’alpe Vedrano, sopra Laveggiolo, l’alpe Trona Soliva, in fondo alla valle della Pietra, le alpi di Pescegallo, sopra l’omonimo centro turistico invernale ed estivo, l’alpe Bomino, nella valle omonima.
Si tratta dei luoghi nei quali si produceva e si produce ancora il più famoso prodotto caseario della Valtellina, il formaggio grasso Bitto, con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 25 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Sono le particolari proprietà organolettiche delle erbe degli alpeggi (a loro volta legate al clima della valle ed all’abbondanza delle precipitazioni di cui gode: 1796 millimetri di pioggia media in un anno a Gerola, contro i 1242 a Morbegno, tanto per rendere l'idea) a conferire quel gusto particolarmente pregiato che ha fatto la fortuna di tale prodotto. Un prodotto cui gerola dedica, ogni anno, una sagra che ne rinnova meritatamente i fasti.
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Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Fra val di Pai (Val Gerola)
e Val di Fràina
La
bocchetta di Stavello, sulla testata della Val di Pai, rappresenta una
delle più facili porte di passaggio dalla Val Gerola al versante
orobico bergamasco. Dalla bocchetta è poi facile e relativamente
breve la salita al monte Rotondo, che non ha un vero e proprio rilievo
alpinistico, essendo alla portata di tutti, ma riveste un notevole interesse,
naturalistico (perché ci permette di attraversare una delle più
belle e selvagge valli della Val Gerola, la val di Pai), storico (perché
tocca luoghi ritenuti di importanza strategica durante la prima guerra
mondiale) e panoramico (perché dalla cima del monte si gode di
un’ottima visuale, sia sul versante orobico che su quello retico).
I punti di partenza possono essere due, Ravizze e San Giovanni.
Imbocchiamo, dunque, a Morbegno la ss 405 della Val Gerola, deviando
a sinistra all’ultimo semaforo per chi esce dalla cittadina in
direzione di Colico. Salendo nella valle oltrepassiamo i paesi di Sacco,
Rasura e Pedesina. Poco prima di Gerola prestiamo attenzione, per individuare,
sulla destra, la deviazione per Ravizze: si tratta di una stradina all’inizio
asfaltata, poi sterrata. Percorrendola, si giunge ad un piccolo parcheggio
(m. 1214), dal quale parte un sentiero che sale nel bosco. Il
sentiero, individuato dai segnavia di colore rosso-bianco-rosso, percorre
il fianco destro orografico della val di Pai, passando poi sul versante
opposto in corrispondenza di un ponte pericolante, a 1487 metri. Due
avvertenze: siccome il ponte è pericolante, è necessario
attraversare il torrentello (senza troppa difficoltà) un po’
più a monte; poi bisogna prestare attenzione nel piegare a sinistra
ed iniziare la salita, perché la traccia di sentiero è,
inizialmente, poco visibile.
La seconda possibilità, che ci fa guadagnare quasi duecento metri
di dislivello, prevede che si raggiunga Gerola Alta (m. 1053) per poi
imboccare, all’uscita dal paese, la strada che, a destra, sale
alla frazione di Castello. Oltrepassata la frazione, proseguiamo verso
Laveggiolo, ma, prima di raggiungerlo, stacchiamoci dalla strada sterrata,
ad un tornante sinistrorso, sulla destra, percorrendo una pista che
si dirige alle case di San Giovanni (m. 1420). Qui, presso un nuovo
tornante, troviamo la partenza di un sentiero che percorre, con qualche
saliscendi, il fianco sinistro (per chi sale) della val di Pai, portandoci
a superare il torrente leggermente più a monte rispetto al ponticello
sopra menzionato. In entrambi i casi, siamo passati dal territorio del
comune di Gerola a quello del comune di Pedesina (il confine è,
appunto, segnato dal torrente), e ci troviamo a salire sul fianco destro
(per noi) della valle, giungendo ad incontrare alcuni ruderi di baita,
in un rado bosco di larici che costituisce una cornice incantevole.
Raggiungiamo,
così, una bella radura, che attraversiamo in diagonale, per poi
riprendere a salire, fino ad un bivio. Le indicazioni ci indirizzano
a destra, mentre il sentiero di sinistra porta direttamente all’alpe
Svanollino, a m. 1852. Ben presto incontriamo delle corde fisse, che
aiutano a superare in maggiore sicurezza un tratto di sentiero con il
fondo abbastanza largo, ma esposto sul lato destro. Superato un fianco
roccioso, il sentiero sbuca all’alpe Stavello (m. 1944), dove
ci accoglie un baitone ben curato. A questo punto, ignorando il sentiero
che prosegue verso destra (est-nord-est), in direzione dell’alpe
Combana, cerchiamo quello che piega decisamente a sinistra: si tratta
di una mulattiera scavata nella roccia, che aggira uno sperone roccioso
e conduce in alta Val di Pai. Possiamo, ora, vedere la testata della
valle, sulla quale si individua subito l’intaglio della bocchetta
di Stavello.
Superata un’ultima baita, a quota 2095, puntiamo decisamente alle
bocchetta, descrivendo un arco verso sud-est, che ci porta ai piedi
dell’intaglio, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto che descrive
qualche ripida serpentina. Questa bocchetta, a quota 2201, separa la
Val di Pai dalla Val di Fraina, laterale della Val Varrone. Dalla
bocchetta è visibile, sulla destra, la meta finale dell’escursione,
la cima del monte Rotondo, che si raggiunge percorrendo un sentierino
che si snoda poco sotto il crinale, appoggiandosi sul lato della Val
di Fràina. Possiamo anche comprendere il motivo del nome attribuito
al monte: la cima, da qualunque punto di vista la si guardi, mostra
un caratteristico profilo tondeggiante. Questi luoghi hanno anche un
grande storico, perché sono visibili numerosi resti di fortificazioni
militari risalenti alla prima guerra mondiale. Il più importante
manufatto è una cavità scavata nella montagna, per dominare,
da posizione sicura, l’alta Val di Pai, che sarebbe diventata
strategica in caso di sfondamento dell’esercito austriaco sul
fronte dell’Ortles-Cevedale. L’importanza strategica del
luogo è testimoniata anche dal sentiero Cadorna, che, salendo
dalla Val di Fraina, giunge fino alla bocchetta. Il sentiero, che, per
fortuna, non dovette mai essere utilizzato, avrebbe permesso di portare
fino alla bocchetta i pezzi di artiglieria necessari per contrastare
l’eventuale avanzata austriaca. Salendo verso la cima del monte
Rotondo, lo sguardo sul crinale della Val di Pai si allarga: appare
così, in tutta la sua selvaggia bellezza, il suo ampio circo
terminale.
Dopo
tre-quattro ore dalla partenza da Ravizze (calcoliamo mezzora in meno
se partiamo da San Giovanni), la cime del monte, a 2496 metri, è
raggiunta. Qui troviamo una statua della Madonna, collocata dagli Alpini
di Premana in occasione dell’anno mariano 1987. Dalla cima si
domina il crinale fra la Val Gerola e la Val Lesina. La visuale abbraccia
anche una buona parte della Val Lesina, giungendo fino alla bassa Valtellina.
Particolarmente suggestivo è il panorama in direzione delle cime
del gruppo Masino-Bregaglia, che l’occhio attento non manca di
riconoscere una per una. Accade però spesso, nelle giornate estive
in cui il tempo non è limpido, che dalla Val di Fràina
salgano vere e proprie ondate di foschia, che guastano la visuale, limitando
a volte la visuale a poche decine di metri, ma conferiscono ai luoghi
un’atmosfera surreale difficilmente dimenticabile.
|

| Dislivello: |
1282 metri da Ravizze o 1076 metri da San Giovanni |
| Tempi: |
4 ore da Ravizze e 3 ore
da San Giovanni |
| |
Cartina
Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi, settore 1-2 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Facile salita a 2269 metri di un eccellente
terrazzo panoramico

Clicca qui se vuoi aprire una panoramica dalla cima del Piazzo
Il monte Piazzo (“Piaz”, m. 2269) è uno dei
più panoramici ed insieme facilmente raggiungibili dell’intera
Val Gerola: due ottimi motivi per salirci. Aggiungiamone un terzo: fino
a quota 1865 possiamo salire in mountain-bike, sfruttando una pista
sterrata tracciata di recente, e quindi unire il piacere della camminata
a quello della pedalata ad alta quota. Base per l’ascensione è
Gerola Alta, nel cuore della Val Gerola. La si raggiunge sfruttando
la strada statale 405 della Val Gerola, che si imbocca a Morbegno, staccandosi
dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso
della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni.
Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e
dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo
anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda galleria nei pressi della val
di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno.
Possiamo cominciare da qui la salita, a piedi o in mountain-bike, ma,
volendo, è possibile anche proseguire in automobile. In ogni
caso dobbiamo imboccare la stradina che sale a Castello e Laveggiolo:
la troviamo sulla nostra destra, all’uscita dal paese, appena
prima del cimitero. Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa,
prima di incontrare il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si
precipita con tutta la sua furia da roccioni impressionanti. Poco
oltre, troviamo, sulla nostra sinistra, un cartello che indica Laveggiolo
a 50 minuti di cammino, in corrispondenza della partenza di un sentiero:
se siamo a piedi, possiamo sfruttarlo. Dopo un primo tratto verso sinistra,
volge a destra, oltrepassa una baita solitaria ed effettua una lunga
diagonale in una splendida pineta, prima di tornare ad intercettare
la strada asfaltata più in alto. L’unico problema è
rappresentato dall’attraversamento di una vallecola che, dopo
un recente smottamento, richiede attenzione.
Tornati sulla strada asfaltata, proseguiamo fino al bivio per Castello;
due stradine che portano alla piccola frazione si staccano dalla strada
principale sulla sinistra, in corrispondenza di un tornante destrorso.
La frazione è posta a 1300. Da qui, guardando verso sud-ovest,
possiamo già vedere distintamente la meta, cioè la cima
del Piaz, che sembra ancora assai lontana. Ripresa la salita, troviamo,
sulla destra, la deviazione che, come segnala un cartello, scende verso
la località Case di Sopra: se siamo in mountain-bike, potremo
sfruttarla per chiudere un bell’anello, scendendo da Case di Sopra
a Ravizze, di qui alla statale 405 e tornando infine a Gerola. Lo racconteremo
più avanti.
Per ora ignoriamo la deviazione, proseguendo sulla strada il cui fondo,
da asfaltato, si fa sterrato. Dopo un tornante sinistrorso e appena
prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della strada,
il bell’oratorio di S. Rocco, edificato nel 1632 e restaurato
nel 1959. Sulla
facciata possiamo leggere quest’iscrizione in lingua latina: “Ora
pro nobis beate Roche ut mereatum preservari varia peste et epidemie”,
cioè “Prega per noi, beato Rocco, perché meritiamo
di essere preservati dalle diverse forme di peste ed epidemia”.
In queste parole si esprime tutta la paura per un flagello che per secoli,
e soprattutto nel Seicento, ha decimato le popolazioni contadine anche
nelle nostre valli. Molto bello è il panorama che si apre di
fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza
del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla
località di S. Giovanni. Ignorata la deviazione, eccoci finalmente
alla bellissima frazione di Laveggiolo (m. 1471), dopo circa un’ora
di cammino da Gerola (o 30-40 minuti se siamo saliti in mountain-bike).
Fino a qui, però possiamo giungere anche in automobile, che lasciamo
nel parcheggio nei pressi dell’edicola del parco delle Orobie
Valtellinesi.
La pista prosegue anche oltre il paese, in direzione della val Vedrano,
ma è chiusa al traffico veicolare. Se siamo in mountain-bike,
la seguiamo, fino all’imbocco della valle, dove pieghiamo a sinistra
ed attraversiamo il torrente, per proseguire sul suo lato opposto. Se,
invece, siamo a piedi ci conviene lasciarla alla prima deviazione segnalata
sulla nostra sinistra, per imboccare un sentiero che scende ad un gruppo
di baite, supera una bella fontana e conduce ad un ponticello in legno,
sul quale passiamo superando il torrente Vedrano. Oltrepassato il torrente,
troviamo sulla nostra sinistra una splendida radura, con un tavolo e
due panche, un luogo ideale per una sosta all’insegna della quiete
più profonda. Ignoriamo, poi, il sentiero che scende verso sinistra
e cominciamo a salire, con diversi tornanti, fino ad intercettare la
pista sterrata, che lascia l’imbocco della val Vedrano.
Superata la baita di quota 1725, inanelliamo alcuni tornanti, prima
di raggiungere lo spiazzo dove si trova la casera quotata 1865 metri,
dove la pista termina. In questo tratto la monotonia della salita è
attenuata dal panorama, davvero splendido, soprattutto in direzione
nord: si mostra gran parte del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo
ai pizzi Torrone, dal monte Sissone al monte Disgrazia. Guardando verso
sud ovest dalla casera, vediamo, ormai vicina, la cima del Piazzo, ma
il versante che scende da essa appare, da qui, aspro e difficilmente
abbordabile. Lasciamo qui la bici, se siamo saliti con questo mezzo,
ed imbocchiamo un sentierino che prosegue in direzione sud-est, per
aggirare il dosso che scende, in direzione nord-est, proprio dal Piazzo.
Dopo
aver oltrepassato alcune barriere paravalanghe, dove è segnala
l’indicazione per il rifugio
Trona (cui, infatti, si giunge seguendo il sentiero), dobbiamo fare
attenzione: più o meno sul filo del dosso, troviamo, su un sasso
alla destra del sentiero, un segnavia bianco-rosso-bianco (che si distingue,
quindi, da alcuni precedenti, nei classici colori rosso-bianco-rosso).
C’è anche una scritta, piuttosto sbiadita ma ancora decifrabile:
“Piaz”. È qui, dunque, che dobbiamo lasciare il sentirino
per cominciare la salita, che segue la facile cresta di sud-est. Non
affatichiamoci troppo a cercare una traccia di sentiero: in realtà
se ne trova qualche scampolo qua e là, ma in questo tratto si
sale quasi a vista, puntando verso il grande traliccio dell’energia
elettrica che supera di molto in altezza, nella sua alterigia d’acciaio,
i miti e radi larici.
Questo primo tratto è abbastanza ripido, ma, raggiunto il traliccio,
la pendenza si fa alquanto più mite. Dobbiamo proprio passare
sotto il gigante d’acciaio, che, visto dal basso, suscita una
stranissima impressione. Poi, dopo un tratto quasi pianeggiante, riprende
la salita, sempre sul filo del dosso, che ci porta ad un secondo grande
traliccio. Fermiamoci un attimo: il panorama lascia senza fiato. Verso
sud, ecco davanti a noi, bellissima, la parte occidentale della testata
della Val Gerola, dal pizzo di Tronella, a sinistra, al pizzo di Trona
(m. 2510), che, scusate il gioco di parole, davvero troneggia, al centro
di questa possente sequenza di cime. Alla sua destra, arrotondato e
meno appariscente, il più famoso ed alto (ma da qui non si direbbe)
pizzo dei Tre Signori (m. 2585). Chiude la sequenza, sulla destra, il
pizzo Varrone (m. 2325), che mostra soprattutto il caratteristico Dente
del Marrone (che, visto da qui, si confonde con la cima del pizzo).
Ai piedi della testata, l’invaso di Trona.
Ci attende, ora, l’ultimo tratto della salita, in direzione della
croce, già ben visibile. Oltrepassato un grande ometto, versiamo
le ultime gocce di sudore, prima di raggiungerla. La croce, in realtà,
non è proprio sulla cima, ma leggermente più in basso:
qualche minuto di ulteriore cammino ci porta alla sommità erbosa
del Piaz, a 2269 metri. Guardiamo a nord, ora, e lustriamoci gli occhi.
Cominciamo da sinistra. Fra le molte cime, una spicca per il profilo
affilato: è il Sasso Manduino (m. 2888), fra Valle dei Ratti
e Val Codera. Alla sua sinistra, assai meno pronunciato, il non meno
celebre pizzo di Prata (m. 2727), che sovrasta Prata Camportaccio, presso
Chiavenna. A destra del Sasso Manduino, si vede l’intera testata
della Valle dei Ratti, con le meno evidenti cime di Gavazzo (m. 2920)
e, al centro, il ben visibile pizzo Ligoncio (m. 3033), dove si incontra
lo spartiacque di tre valli, quella dei Ratti, la Val Codera e la Val
Ligoncio, in Val Masino. Proseguendo verso destra, vediamo il monte
Spluga (m. 2927) e la cima del Desenigo (m. 2845). Ecco, poi, le celeberrime
cime del gruppo del Masino: il pizzo Badile (m. 3308), seminascosto
dalla cima del Desenigo, il pizzo Cengalo (m. 3367), i pizzi Gemelli
(m. 3261) ed il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m.
3267), sulla testata della Val Porcellizzo. Ancora, i pizzi del Ferro
centrale ed orientale, sulla testata della Valle del Ferro e della Val
Qualìdo. Quindi la cima di Zocca (m. 3175) e, ben visibile ed
imponente, la cima di Castello, la più elevata del gruppo, con
i suoi 3386 metri; insieme alla punta Rasica (m. 3305) ed al pizzo Torrone
occidentale (m. 3349), queste cime costituiscono la testata della valle
di Zocca; ancora, i pizzi Torrone centrale e orientale (m. 3333), sulla
testata della val Torrone, il monte Sissone (m. 3331), le cime di Chiareggio
ed il monte Disgrazia (m. 3678), sulla testata della val Cameraccio.
Proseguendo verso destra, appaiono alcune cime della testata della Val
Malenco, cioè la Cresta Güzza, i pizzi Argient e Zupò,
il piz Palù ed il pizzo Varuna. Ancora più a destra, sono
ben visibili il pizzo Scalino, la punta Painale e la vetta di Ron. Verso
ovest, invece, ci si propone in primo piano il crinale fra val Vedrano
e valle della Pietra, che, dalla cima del Piazzo, scende bruscamente
con un gruppo di rocce che ci impediscono di percorrerlo, prima di risalire
fino alla cima del pizzo Mellasc (m. 2465), che
si mostra in tutta la sua bellezza in primo piano, togliendoci, però,
la visuale sulle Orobie occidentali. Dominiamo, più a destra,
anche la val Vedrano, e le cime del suo fianco occidentale, cioè
la cima di Fraina (m. 2288) e il monte Colombana (m. 2835).
In direzione opposta, cioè verso est, si mstra un bello spaccato
delle Orobie centrali, dal quale emergono la cima ed il passo di Pedena,
fra Valle del Bitto di Albaredo e val Budria (Val Tartano). Verso sud-est
possiamo ammirare la sezione orientale della testata della Val Gerola,
con i monti Ponteranica (m. 2378) e Valletto (m. 2371). Verso sud, infine,
ecco di nuovo la sezione occidentale della medesima testata, con i pizzi
di Trona, dei Tre Signori e Varrone. Ai loro piedi, la grande conca
dell’alpe di Trona, dove è collocato il rifugio omonimo.
Le due ore circa di cammino da Laveggiolo (con un dislivello approssimativo
di 800 metri; calcoliamo, invece, con il percorso misto di mountain-bike
da Gerola circa 2 ore ed un quarto) sono, quindi, ampiamente ripagate.
Un suggerimento per chi fosse salito in mountain-bike: al ritorno sfruttiamo
la variante già segnalata. Dopo il primo tornante destrorso che
si incontra scendendo da Laveggiolo, imbocchiamo la deviazione segnalata,
sulla sinistra, per la frazione di Case di Sopra: una
comoda pista sterrata ci porta alla frazione e qui termina, in corrispondenza
di una chiesetta e di un lavatoio (m. 1298).
La chiesetta è l’oratorio di S. Giovanni Battista, di origine
settecentesca. Sul suo campanile troviamo la scritta “Dio mi vede,
Dio mi guarda”, e la data 1745. In realtà non possiamo
trattenere il pensiero che Dio rivolga, insieme a noi, lo sguardo a
nord, verso la superba successione di cime del gruppo del Masino, che
anche da qui si mostrano splendidamente: non potrà non essere
rapito anche Lui, penseremo, da tanto splendore. O forse la scritta
va intesa diversamente: forse è l’oratorio stesso che Dio
guarda e veglia: la mano divina, infatti lo ha miracolosamente preservato,
in passato, dalle disastrose conseguenze di una violenta valanga, scesa
dai ripidi fianchi del versante montuoso. Del resto la Val Gerola, per
la sua posizione non lontana dalle correnti umide lariane, è
una delle più innevate della catena orobica.
Proprio dalla chiesetta parte un sentierino, non troppo ripido e con
fondo abbastanza regolare, sul quale, con un po’ di attenzione
ma senza troppa fatica, scendiamo alla sottostante frazione di Ravizze
(m. 1209, circa un km sotto), circondati da splendidi prati che, a primavera
inoltrata, ci abbagliano con un verde intenso e profumato. Qui troviamo
una nuova chiesetta, l’oratorio della Beata Vergine Assunta, anch’esso
di origine settecentesca.
Nei suoi pressi, la carrozzabile che ci riporterà, dopo 2 chilometri
e mezzo e qualche tornante, alla statale della Val Gerola, alternando
il fondo asfaltato a quello sterrato. Nella discesa troviamo anche,
ad un tornante destrorso, il cartello che indica la partenza del sentiero
per l’alpe Stavello, data a 2 ore e 10 minuti di cammino, e la
bocchetta di Stavello, data a 3 ore e 30 minuti, base di partenza per
la facile ed interessantissima ascensione al monte
Rotondo (m. 2469). Alla fine ci ritroviamo sulla strada statale,
poco sopra Pedesina: una pedalata di poco più di 2 chilometri
ci riporta a Gerola, dove chiudiamo un anello che, nelle belle giornate
regala emozioni difficilmente dimenticabili.
|
| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
mt. 800 |
| Tempo |
2 h |
|
-
Cartina Kompass n. 93;
- Cartina scala 1:25.000 "Valli del Bitto di Gerola e di Albaredo"
edita dalla Comunità Montana Valtellina di Morbegno |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il terrazzo panoramico sulla Val Gerola
Per dominare con uno sguardo panoramico la Val Gerola, possiamo effettuare
una semplice escursione che ha come base Gerola Alta, il centro principale
della celebre valle del Bitto, e come meta il monte Motta, che, con
i suoi 1971 metri, rappresenta la prima elevazione del lungo crinale
che separa la val Bomìno, ad est (il più orientale dei
rami nei quali si divide l’alta Val Gerola), dalla valle di Pescegallo,
ad ovest.
Per raggiungere Gerola Alta, ci si stacca da Morbegno, sulla destra,
all’altezza del primo semaforo in ingresso (per chi proviene da
Milano), seguendo, appunto, le indicazioni per la Val Gerola. Dopo aver
attraversato la parte sud-occidentale di Morbegno, si raggiunge il punto
di partenza della ss. 405 della Val Geròla. Attraversati i centri
di Rasura e Pedesina, si raggiunge Gerola (1050 m), a 15 km da Morbegno.
Parcheggiata l’automobile, portiamoci al ponte sul torrente Bitto,
leggermente a valle rispetto alla bella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo.
Attraversato
il ponte e raggiunte le case sul lato orientale del torrente, percorriamo
alcuni passi verso valle (nord, sinistra), fino a trovare la partenza
di un sentiero, segnalato, sulla nostra destra. Iniziamo, così,
a salire, all’ombra di un fresco bosco, accompagnati da alcuni
segnavia rosso-bianco-rossi (alcuni dei quali riportano la numerazione
“9”).
Presso il rudere di una baita, il sentiero piega a destra, poi di nuovo
a sinistra, e prosegue, in direzione nord, nella salita lungo il fianco
nord-occidentale del lungo dosso che domina, ad oriente, Gerola. A quota
1357 usciamo dal bosco, nella parte bassa dei prati del Bominallo. Qui
troviamo un cartello giallo della Comunità Montana di Morbegno,
che segnala, per chi scende, il bivio dei sentieri per Gerola (quello
che noi abbiamo percorso salendo) e per Nasoncio e Valle (frazioni di
Gerola, a nord rispetto al centro).
I prati del Bominallo propongono una serie di baite, un dipinto della
Madonna con Bambino ed alcuni punti panoramici, con scorci di indubbia
bellezza sulla valle della Pietra (il ramo più occidentale dell’alta
Val Gerola), sul versante occidentale della Val Gerola e, verso nord,
sulla Costiera dei Cech e su molte delle più importanti cime
del gruppo Masino-Bregaglia
(si distinguono, da sinistra, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, la
cima di Castello, la punta Rasica ed i pizzi Torrone).
Il sentiero propone ora una traccia più incerta e discontinua.
Seguendo, però, il filo del dosso non si può sbagliare.
Nella salita attraversiamo una fascia di boschi di larici di grande
bellezza. In una seconda radura troviamo anche una bella pozza. Alcuni
cartelli, posti in una terza radura, raccontano la storia di questa
ed altre pozze. Si tratta di un lavoro dei bambini della scuola elementare
di Rasura.
Le pozze si sono originate, così ci dicono, dall’azione
erosiva dei ghiacciai, laddove questi hanno scavato delle conce nella
roccia, che hanno, poi, permesso la raccolta dell’acqua, impedendo
che filtrasse nel terreno o defluisse verso valle. Esse furono sempre
assai preziose come fonte alla quale abbeverare il bestiame. Poi, complice
anche l’abbandono dei pascoli, cominciarono ad interrarsi, ed
il delicato ecosistema ad esse legato ne risultò compromesso.
Recenti lavori di pulizia le hanno, però recuperate alla vita
ed alla grazia antica.
Superata
la baita di quest’ultima radura (la località del Piaz,
a 1703 metri), affrontiamo la parte più impegnativa della salita,
perché la pendenza comincia a farsi più severa. Incontriamo
anche un passaggio che richiede attenzione, perché bisogna sormontare
una roccetta in un punto a valle del quale il terreno è franato.
Nell’ultima parte della salita il sentiero ha una vera e propria
impennata, e punta direttamente alla cima arrotondata del dosso, sormontata
da una croce di legno, che è già visibile. Passando a
sinistra di alcune barriere paravalanghe, lasciamo, alla fine, alle
spalle il bosco e la fascia di bassa vegetazione, per approdare all’arrotondata
ed erbosa cima del monte Motta (m. 1971). Abbiamo superato 920 metri
di dislivello in altezza, con due ore e mezza circa di cammino.
Il panorama dalla cima è veramente ampio: ad ovest lo sguardo
raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera
dei Cech. A nord si può ammirare, a destra della cima del Desenigo
(m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte
della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile
(m. 3308) e Cengalo
(m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima
della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime
di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del
Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone
(occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte
Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia
(m. 3678).
Alla sua destra si scorgono, lontane, alcune delle più famose
cime della testata della Valmalenco, vale a dire, da sinistra, il pizzo
Bernina (m. 4046), la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m.
3945), Zupò (m. 3995) e Palù (m. 3906). Ancor più
lontane, si intuiscono le cime della Val Grosina occidentale.
Ad est si propone, in primo piano, il versante orientale della Val Bomino,
che separa la Valle del Bitto di Gerola da quella di Albaredo: si tratta
del lungo crinale che dal pizzo Berro, sopra Bema, sale fino al pizzo
di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139). Alle spalle
del crinale, sempre verso est, si distinguono, sul versante orientale
della Valle del Bitto di Albaredo, tre cime: il monte Lago (m. 2353),
il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra
questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile
sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria alla valle
del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima
valle e la Val Tartano. L’elegante triade di cime nasconde, però,
il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando
con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza
dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco
(m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana,
sul versante orobico bergamasco. Verso sud-sud-est si stende davanti
ai nostri occhi il crinale che dal monte Motta sale fino alla cima del
Larice (m. 2045), e che separa la val Bomino dalla conca che ospita
il lago di Pescegallo.
Alla sua destra si può ammirare la testata della valle di Pescegallo,
sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica
(m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso
denominato monte Valletto (m. 2371). Proseguendo
verso destra, in primo piano si propongono l’ampia conca di Salmurano
e, alla sua destra, splendidamente aperta, quella della val Tronella,
sulla cui testata si distinguono, da sinistra, le frastagliate guglie
dei Denti della Vecchia (m. 2125), il caratteristico uncino del torrione
della Mezzaluna (m. 2373) ed il pizzo di Tronella (m. 2311). Alle sue
spalle si intravede una sezione della testata della valle della Pietra,
dominata dal più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui
destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra
alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si
scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane,
invece, quasi interamente nascosto proprio dietro il pizzo di Trona
il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della
val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il
Piazzo (m. 2269), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m.
2496), fra
i quali si apre la bocchetta di Stavello (m. 2210), il monte Rosetta
(m. 2360), il monte Combana (m. 2327), il pizzo Olano (m. 2267), il
pizzo dei Galli (m. 2217) e la cima della Rosetta (m. 2142).
Il ritorno a Gerola può avvenire sfruttando
il medesimo itinerario di salita (ed in tal caso si presti attenzione,
nella parte bassa dei prati del Bominallo, alla partenza del sentiero,
segnalata sulla sinistra, che riconduce a Gerola), oppure, con un itinerario
molto più lungo, percorrendo il crinale che separa le valli Bomino
e di Pescegallo (su un tracciato segnalato dai segnavia rosso-bianco-rossi),
toccando le quote 2004 e 1998 e passando per la cima del Larice (m.
2045), prima di iniziare la discesa, per balze esposte che richiedono
attenzione, alla conce che ospita il lago di Pescegallo (m. 1865). Intercettato
il sentiero che dal lago sale al passo del Forcellino (m. 2050), che
unisce le due valli citate, ci portiamo, in breve, al camminamento dello
sbarramento della diga che chiude, sul lato occidentale, il lago. Iniziamo
quindi, su sentiero sempre segnalato, la discesa al villaggio di Pescegallo
(m. 1454), dove arriva la strada asfaltata che sale da Gerola. La discesa
per quasi 6 km su questa strada ci riporta
a Gerola. Questa lunga escursione richiede circa 6 ore per essere portata
a termine.
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| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
mt. 920 |
| Tempo |
2 h e 30 min. |
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Cartina Kompass n. 93;
- Cartina scala 1:25.000 "Valli del Bitto di Gerola e di Albaredo"
edita dalla Comunità Montana Valtellina di Morbegno |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Facile cima sopra Laveggiolo
Il monte Colombana (m. 2385) si trova sulla costiera che separa
la val Vedrano, a sud (e precisamente l’alpe Colombana, che si
vede, sulla destra –ovest- all’ingresso della val Vedrano),
dalla val di Pai, a nord. È il punto più occidentale di
tale costiera, ed è posto sul confine fra Val Gerola, ad est,
e Valle di Fraina (laterale della Val Varrone), ad ovest. Il suo crinale
orientale scende gradualmente fino a Laveggiolo, la frazione alta posta
a nord-ovest di Gerola.
Laveggiolo è anche il punto di partenza della facile escursione
che ci porta sulla cima del monte. Un’escursione poco conosciuta,
ma senza dubbio da mettere nell’agenda dei trekking da fare per
conoscere più a fondo la Val Gerola, e soprattutto il suo volto
meno noto, più solitario, forse anche più affascinante.
L’impegno è medio, il terreno facile, il valore panoramico
della cima molto elevato.
Portiamoci, dunque, con l’automobile a Laveggiolo, sfruttando
la strada che, all’uscita da Gerola in direzione di Pescegallo,
si stacca, subito dopo il cimitero, dalla statale 405, sulla destra,
e comincia a salire verso le frazioni alte. Ignorata la deviazione,
a sinistra, per Castello, e le due successive, a destra, per Case di
Sopra e San Giovanni, giungiamo a Laveggiolo,
dove la strada, che nell’ultimo tratto ha un fondo sterrato, in
discrete condizioni, termina, per lasciare il posto ad una pista che
prosegue in direzione della val Vedrano. Qui, presso l’edicola
del Parco Regionale delle Orobie, troviamo un parcheggio dove lasciare
l’automobile.
Ci mettiamo, dunque, in cammino da una quota di 1471 metri. Sopra le
case e le baite della frazione si stende una fascia di prati che vengono
ancora curati e tagliati. Al limite superiore dei prati, inizia uno
splendido bosco di conifere. Noi dobbiamo raggiungere il bosco, ma per
farlo non dobbiamo salire diritti, tagliando i prati, ma seguire il
sentierino che, appena sopra le case, sulla destra, punta a destra,
descrive un semicerchio e raggiunge il limite del bosco a nord-ovest
rispetto al nucleo di case. Rispettiamo, così, l’integrità
dei prati e la fatica di chi li cura. Intercettiamo, quindi, un marcato
sentiero che sale dalla nostra destra, e giungiamo subito ad un bivio,
al quale prendiamo a sinistra.
Il sentiero corre per un buon tratto nei pressi del limite superiore
dei prati. Giunti sulla verticale di Laveggiolo (nel punto, cioè,
che avremmo raggiunto salendo diritti dalle case più alte), non
proseguiamo sul sentiero imboccato, ma cerchiamo,
sulla nostra destra, un sentiero meno marcato che comincia a salire,
deciso, nel cuore di un bosco che non è esagerato definire fiabesco.
Delicato ed ordinato il sottobosco, incantevoli i chiaroscuri ed i giochi
di luce. Stiamo procedendo in direzione ovest-nord-ovest, e la traccia
non è marcata: con un po’ di attenzione, comunque, non
la perdiamo.
Procediamo, così, fra gli abeti e qualche breve radura, fino
al limite inferiore di una lunga fascia di prati. Nella parte alta dei
prati troviamo anche alcune baite diroccate. Si tratta delle baite Bugione,
poste ad una quota di 1815 metri. Un luogo incantevole, silenzioso ma
non malinconico, ed estremamente panoramico. A nord, in particolare,
oltre la linea degli abeti, distinguiamo quasi tutte le cime principali
del gruppo del Masino, e precisamente, da sinistra, l’affilata
punta del Sasso Manduino, il pizzo Ligoncio, la cima del Desenigo, il
pizzo Cengalo (il Badile è nascosto dalla cima del Desenigo),
i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta di
Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone, le cime di Chiareggio, il
monte Disgrazia ed il pizzo Cassandra. Più a destra, i pizzi
Argient e Zupò, sulla testata orientale della Valmalenco. A sud-est,
invece, vediamo la testata centro-orientale della Val Gerola, distinguendo,
da
destra, il pizzo di Tronella, il dente ed il pizzo della Mezzaluna,
la rocca di Pescegallo, il monte Valletto e le cime di Ponteranica.
A sud, infine, vediamo, da sinistra, il Piazzo ed il pizzo Mellasc,
sulla costiera che delimita a sud la val Vedrano.
Nei pressi delle baite si trova anche una bella fontana. Alle sue spalle,
dopo distante, sul limite del bosco, leggermente a sinistra, cerchiamo
il punto in cui il sentiero riprende a salire (non seguiamo, invece,
la traccia che punta a sinistra), portandoci ad alcuni prati superiori,
dove, nei pressi di un rudere, troviamo una nuova fontana. Continuiamo
la salire, sempre in direzione ovest-nord-ovest, fra macchie di larici,
piccole radure e qualche masso arrotondato, fino ad uscire ancora dalla
macchia e raggiungere l’ultima fascia di prati, sul cui limite
superiore troviamo un’ultima fontana. Un’avvertenza per
il ritorno: siccome scendendo non è facile trovare il punto in
cui il sentiero riparte, sul limite inferiore dei prati, dobbiamo avere
l’accortezza di memorizzarlo bene.
Per superare l’ultima fascia di larici e rododendri, cerchiamo,
nei pressi della fontana, il punto in cui il sentiero riprende a salire.
Eccoci, alla fine, sul limite inferiore del lungo e facile crinale che,
salendo verso sud-ovest, conduce direttamente alla cima. Siamo
ad una quota approssimativa di 2000 metri, camminiamo da circa un’ora
e mezza e dobbiamo mettere in conto ancora una quarantina di minuti.
Il sentiero diventa traccia intermittente, ma non c’è problema:
procediamo tenendoci sul crinale arrotondato ed erboso, e godendoci
l’ampio panorama, soprattutto verso nord. La pendenza non è
mai eccessiva.
La cima sembra lì, abbastanza vicina: scopriamo, però,
che dietro quella che abbiamo creduto la cima, c’è un tratto
in falsopiano, oltre il quale il crinale riprende a salire, verso la
cima effettiva. Eccola, finalmente, dopo una piccola fascia di roccette.
Molto bello il panorama. A nord, dietro l’alta val di Pai, di
nuovo il gruppo del Masino, questa volta al completo. Ad ovest e a sud-ovest,
oltre la Valle di Fraina, che si apre sotto di noi, la suggestiva fuga
di quinte delle Orobie orientali e dei monti lariani. In primo piano,
a nord-ovest, la cima quotata 2355 metri, che si frappone fra il monte
Colombana e la bocchetta di Stavello, sulla testata dell’alta
val di Pai. Dietro questa cima, il monte Rotondo, a nord-ovest della
bocchetta. A sud, in primo piano la cima quotata 2325 metri, dietro
la quale si distinguono la cima di Fraina ed il poderoso pizzo Mellasc.
Ad est, infine, la fuga di quinte delle Orobie centro-occidentali, in
un ginepraio di cime nel quale solo l’occhio esperto può
orientarsi.
n
noi, accanto a noi, la compagnia del fascino silenzioso di questi luoghi,
appannaggio di capre e di qualche isolato escursionista alla ricerca
di qualche rado escursionista alla ricerca di percorsi al di fuori dei
circuiti più battuti. Per guadagnarlo, abbiamo camminato per
circa due ore ed un quarto, superando un dislivello approssimativo di
910 metri.
|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
910 |
| Tempo |
2 h e 15 min |
|
-
Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Fra Val Gerola e Val Varrone, sui sentieri della storia
Non
è azzardato affermare che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal
punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi
che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza
ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via
del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione
terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario,
il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad
essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una
strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX.
Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio
da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina),
ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via
gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto
che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o,
più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone)
e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica
di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina,
ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri).
Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine
fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di
circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con
un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta).
In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio,
portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.
All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.
Una nota linguistica: il toponimo "Trona"
è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre
alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da
"truna", che significa "ricovero", "luogo riparato",
ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle
miniere di ferro sfruttate in passato.
Per raggiungere la bocchetta di Trona abbiamo due possibilità
di fondo: una prima, più impegnativa, parte da Gerola e risale
la valle della Pietra ("val de la Préda"), ed una seconda, più agevole, parte da
Raveggiolo e passa per il rifugio di Trona Soliva. Raccontiamo la prima.
Portiamoci all’uscita di Gerola verso sud (alta valle) e, ignorata
la deviazione sulla destra per le frazioni di Castello e di Laveggiolo (“Lavegiöl”),
proseguiamo fino al ponte sul torrente che scende dalla valle della
Pietra. Appena prima del ponte, stacchiamoci dalla strada sulla destra,
percorrendo per un breve tratto una strada asfaltata che ci conduce
ad un secondo ponte, superato il quale ci troviamo sul lato sinistro
(per noi) della valle della Pietra. Percorriamo, così, per un
buon tratto una bella mulattiera, fino ad intercettare una pista sterrata,
che, tagliando un bel bosco di larici, ci porta ad una radura con alcune
baite, a quota 1250. Qui troviamo un ponte che ci riporta sul lato destro
della valle, dove seguiamo per un tratto l’argine del torrente,
prima di cominciare a salire in un bosco, trovando, a quota 1450 circa,
un bivio. Un cartello ci informa che entrambi i rami portano al rifugio
di Trona, quello di destra in un’ora, quello di sinistra in un’ora
e mezza. Il primo, infatti, sale deciso sul fianco
della valle, in un bellissimo bosco, per poi sbucare, a quota 1700,
su un ampio dosso, occupato dai prati e da qualche larice solitario,
e salire, con traccia debole, fino ad intercettare, a quota 1900, la
mulattiera che da Laveggiolo effettua la traversata all’alpe di
Trona Soliva.
Noi dobbiamo, però, seguire la traccia di sinistra, che, dopo
qualche metro, supera un primo torrentello che scende dal fianco orientale
della valle, per poi incontrarne, più in alto, un secondo. Stiamo
salendo, con diversi tornanti, su una bella mulattiera, con fondo lastricato
di pietre, in uno scenario che non manca di elementi di asprezza, legati
alle slavine che hanno reso irregolari le macchie e la vegetazione.
Intorno a quota 1580 incontriamo una deviazione, sulla sinistra: si
tratta di un sentiero che punta verso il bacino artificiale di Trona.
Noi proseguiamo sul tracciato principale, che in alcuni punti è
scavato nella roccia, ed a quota 1620 metri circa varchiamo in senso
opposto, cioè da sinistra a destra, il torrentello incontrato
più in basso, che in questo punto scende, molto suggestivamente,
da una lunga roccia, dalla pendenza non accentuata, con un fresco scroscio.
Più in alto, ritroviamo per la terza volta, a quota 1780 metri,
il corso d’acqua, e lo varchiamo da destra a sinistra, per poi
cominciare a risalire un largo dosso che porta al limite inferiore dei
pascoli di Trona, passando a destra della casera nuova di Trona (m.
1830).
Al termine della salita, ci troviamo ad un quadrivio, nel quale alcuni
cartelli ci chiariscono un po’ le idee. Abbiamo, infatti, intercettato
la Gran Via delle Orobie, che, percorsa verso destra porta al rifugio
di Trona Soliva, mentre in senso opposto si dirige al bacino artificiale
di Trona. C’è, però, anche un sentierino che si
stacca dalla Gran Via e punta deciso, in salita, alla bocchetta di Trona,
ed è quello che ci interessa. Se, però, vogliamo prima
sostare al rifugio di Trona Soliva, ottenuto riadattando la casera vecchia
di Trona (m. 1907), prendiamo a destra.
Il rifugio è già ben visibile, ai piedi dell’ampio
e luminoso anfiteatro di alpeggi che si dispiega ai piedi del versante
orientale del pizzo Mellasc (m. 2465). Lo raggiungiamo dopo un ultimo
tranquillo tratto: sono trascorse circa due ore e mezza dalla partenza,
ed abbiamo superato 850 metri in altezza. Il panorama dal rifugio è
bellissimo: guardando a sud, riconosciamo lo sbarramento della diga
di Trona e, alla sua destra, la mole imperiosa del pizzo omonimo (m.
2510). Alle spalle della diga si vede bene anche il solco della valle
della Pietra, risalendo la quale si trova il bellissimo lago Zancone ("làch Sancùn")
(m. 1856) e la bocchetta di Trona (m. 2324). Più a sinistra,
il Torrione di Tronella (m. 2311), nel quale culmina la frastagliata
costiera che divide le valli di Trona e di Tronella.
Vediamo, ora, come giungere al rifugio da Laveggiolo, e, infine, come
proseguire dal rifugio alla bocchetta. Per salire in automobile
a Laveggiolo, all’uscita da Gerola verso Pescegallo, appena oltre
il cimitero, dobbiamo imboccare, sulla destra, la stradina che sale
a Castello e Laveggiolo. Salendo, passiamo fra le case della contrada
Foppa, prima di incontrare il ponte che scavalca il torrente Vedrano,
che si precipita con tutta la sua furia da roccioni impressionanti.
Proseguiamo fino al bivio per Castello (m. 1300): due stradine che portano
alla piccola frazione si staccano dalla strada principale sulla sinistra,
in corrispondenza di un tornante destrorso. Noi, invece, continuiamo
sulla strada principale, fino ad incontrare, sulla destra, la deviazione
che, come segnala un cartello, scende verso la località Case
di Sopra. Ignorata la deviazione, continuiamo la salita sulla strada
il cui fondo, da asfaltato, si fa sterrato. Dopo un tornante sinistrorso
e appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della
strada, il bell’oratorio di S. Rocco, edificato nel 1632 e restaurato
nel 1959.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza
del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla
località di S. Giovanni. Ignorata la deviazione, eccoci finalmente
alla bellissima frazione di Laveggiolo (m. 1471). Lasciamo, ora, l’automobile
nel parcheggio nei pressi dell’edicola del parco delle Orobie
Valtellinesi. La pista prosegue anche oltre il paese, in direzione della
val Vedrano, ma è chiusa al traffico veicolare. Se siamo in mountain-bike,
la seguiamo, fino all’imbocco della valle, dove pieghiamo a sinistra
ed attraversiamo il torrente, per proseguire sul suo lato opposto.
La lasciamo
però ben presto, alla prima deviazione segnalata sulla nostra
sinistra, per imboccare un sentiero che scende ad un gruppo di baite,
supera una bella fontana e conduce ad un ponticello in legno, sul quale
passiamo superando il torrente Vedrano. Oltrepassato il torrente, troviamo
sulla nostra sinistra una splendida radura, con un tavolo e due panche,
un luogo ideale per una sosta all’insegna della quiete più
profonda. Ignoriamo, poi, il sentiero che scende verso sinistra e cominciamo
a salire, con diversi tornanti, fino ad intercettare la pista sterrata,
che lascia l’imbocco della val Vedrano.
Superata la baita di quota 1725, inanelliamo alcuni tornanti, prima
di raggiungere lo spiazzo dove si trova la casera quotata 1865 metri,
dove la pista termina. In questo tratto la monotonia della salita è
attenuata dal panorama, davvero splendido, soprattutto in direzione
nord: si mostra gran parte del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo
ai pizzi Torrone, dal monte Sissone al monte Disgrazia. Guardando verso
sud ovest dalla casera, vediamo, invece, la cima del Piazzo, bel terrazzo
panoramico sulla Val Gerola.
Dobbiamo, ora, imboccare un sentierino che prosegue in direzione sud-est,
per aggirare il dosso che scende, in direzione nord-est, proprio dal
Piazzo. Dopo aver oltrepassato alcune barriere paravalanghe, dove è
segnala l’indicazione per il rifugio Trona, aggiriamo il dosso
e giungiamo in vista dell’ampia e luminosa alpe di Trona, cui
il sentiero ci porta, con qualche saliscendi.
Dopo
circa un’ora e mezza di cammino raggiungiamo, così, facilmente
il rifugio. Altrettanto facile è la salita dal rifugio alla bocchetta:
seguiamo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest,
per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed
aggirare un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est.
Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn"), e guadagnando i 2092 metri della bocchetta, riconoscibile
anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Soffermiamoci, ora,
ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga
testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra,
il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca,
le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il
monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.
Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto,
che propone, in primo piano, l’ampia conca dell’alta Val
Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio
Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta
nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno,
che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione
delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire
facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole
importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada
del Ferro, poi denominata Strada di
Maria Teresa.
A monte della bocchetta, appena sopra di noi, troviamo, invece, il rudere
dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto
delle fortificazioni della linea Cadorna: si temeva, infatti, che, in
caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di invasione
della Svizzera, gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso
la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica
doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili
direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere
da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne,
dopo la guerra, una cappella. Sorse qui anche, nel 1924, Casa Pio XI,
rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi
incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani
un punto di appoggio. Per visitare l’ex-colonia Pio XI dobbiamo
salire di qualche decina di metri dalla bocchetta, perché è
collocato a quota 2122.
Le possibilità di proseguire l’escursione dalla bocchetta,
però, non si esauriscono qui: potremmo puntare ad una visita
al rifugio F.A.L.C. o al Santa Rita. Nel secondo caso, seguendo le indicazioni
per il rifugio S. Rita,
scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga
traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando la deviazione
per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher").
La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325),
il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente
del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima
principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa,
alla bocchetta della Cazza, presso la quale sorge il rifugio. Il dislivello
complessivo da Laveggiolo è di 540 metri circa, mentre il tempo
approssimativo è di tre ore.
Se siamo giunti fin qui, non possiamo assolutamente perdere l’occasione
per visitare lo stupendo lago di Sasso. Poco prima di raggiungere il
rifugio, giungendo dalla Val Varrone, si trova una deviazione a sinistra,
segnalata da un cartello, che permette di imboccare un sentiero il quale
compie una traversata sul fianco erboso della costiera Val Varrone -
Val Biandino, perdendo con gradualità quota e portando al baitello
del Lago. Poco oltre si comincia a salire dolcemente, si passa sul lato
opposto del torrente Troggia e si raggiunge in breve il pianoro terminale
della valle, occupato dal bellissimo lago (m. 1922), che deve il suo
nome alla sua forma, oppure ai grandi massi che vi sono caduti dentro
dal versante destro. Il panorama è dominato dal pizzo dei Tre
Signori (m. 2554). La traversata richiede circa mezzora. Vediamo, infine,
come raggiungere, dalla bocchetta di Trona, il rifugio
F.A.L.C. In questo caso, dopo il primo tratto di discesa in direzione
del S. Rita, seguiamo la deviazione sulla sinistra, segnalata, e risaliamo
lungo un canalino di roccette, fino a giungere, in breve, al piccolo
edificio del rifugio, a quota 2115.
Dal rifugio
si può proseguire, su itinerario segnalato, per il pizzo
dei Tre Signori (m. 2554), oppure scendere alla diga dell’Inferno
(m. 2085), proseguendo poi per quella di Trona (m. 1805), dalla quale
un sentiero, che taglia in direzione nord-ovest il fianco montuoso,
riporta al rifugio di Trona Soliva (si tratta di un tratto della già
segnalata Gran Via delle Orobie). Insomma, ce n’è per tutti
i gusti e tutte le possibilità.
|
| Dislivello: |
940 m (da Gerola); 510 m (da Laveggiolo) |
| Tempi: |
3 h (da Gerola); 2 h (da
Laveggiolo) |
| |
Cartina
Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Nel cuore del regno del Bitto
Accendi le casse se vuoi ascoltare il suono festoso delle campane di S. Bartolomeo a Gerola
CONSULTA ANCHE LE MANIFESTAZIONI ANNUALI DELLA PROLOCO DI GEROLA
Gerola Alta è uno dei centri orobici più conosciuti
e belli; posta com’è fra alta e bassa valle, a 1050 metri,
rappresenta il baricentro della Valle del Bitto di Gerola, la più
occidentale delle due grandi e celeberrime valli del Bitto (l’altra
è quella di Albaredo).
Le origini della comunità di Gerola risalgono al secolo XII,
e sono legate all’arrivo nell’alta Valle del Bitto di pastori
che provenivano dal versante orobico bergamasco, cioè dalla Valsassina,
e soprattutto da Premana. Per questo motivo il paese è sempre
stato un nodo di congiunzione importantissimo fra i due versanti orobici.
Il legame era, peraltro, favorito dall’antichissima via
del Bitto, fondamentale nodo di transito fra la bassa Valtellina
ed il lecchese, attraverso, appunto, la Val Gerola e la Valsassina.
Bastano pochi secoli per trasformare un modesto villaggio di pastori
in uno dei centri economicamente più vivaci dell’intera
Valtellina. Già nel 1368, per la sua importanza, Gerola, che
fino ad allora era stata soggetta alla giurisdizione della parrocchia
di Cosio, se ne stacca. E poco più di un paio di secoli dopo,
Giovanni Guler von Weineck, viaggiatore che visitò la Valtellina
agli inizi del Seicento, così descrive la felice situazione delle
Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola. “Da Morbegno si estende,
in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine
veneto, una lunga vallata,
ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene
denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così
lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta,
di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la
vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché
traggono grossi guadagni dall’allevamento del bestiame, dalla
lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che
essi esercitano in diversi luoghi d’Italia. In questa valle si
trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai
ed altri arnesi consimili…”
E di Gerola, in particolare, dice che è costituita da 12 frazioni,
Piazza (il nucleo centrale), Ravizza, Castello, Laveggiolo, La Foppa,
Teggiola, Case dei Mazzi, La Roia, Nasonchio, La Corna, Cassinelle e
Fenile, e che le più antiche ed illustri famiglie sono quelle
dei Ruffoni e degli Stella, immigrati da Verona, dei Foppa e dei Curti,
detti anche Curtoni, dei Mazzi e dei Re, di origine francese. Molte
famiglie illustri per uno dei centri più prosperi della Valtellina.
Certo, il felice quadro tratteggiato dal Weineck verrà offuscato,
poco più di vent’anni dopo, dalla Guerra dei Trent’anni,
che portò in Valtellina eserciti spesso avidi di saccheggio e,
soprattutto, la terribile peste, che non risparmiò la Val Gerola.
Ma da questi flagelli Gerola, nel secolo successivo, si seppe riprendere
in virtù della sua vitalità economica.
Qui convergevano in buona parte i frutti di un’attività
zootecnica favorita dal clima e dalla conformazione dell’alta
valle. I molteplici alpeggi che ne fanno da corona descrivono un arco
che, da nord-ovest a sud-est, comprende l'alpe Stavello, sopra Case
di Sopra e San Giovanni, l’alpe Vedrano, sopra Laveggiolo, l’alpe
Trona Soliva, in fondo alla valle della Pietra, le alpi di Pescegallo,
sopra l’omonimo centro turistico invernale ed estivo, l’alpe
Bomino, nella valle omonima.
Si tratta dei luoghi nei quali si produceva e si produce ancora il formaggio
grasso Bitto, con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche
latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 25 kg, vengono
prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni,
dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio
di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Sono
le particolari proprietà organolettiche delle erbe degli alpeggi
(a loro volta legate al clima della valle ed all’abbondanza delle
precipitazioni di cui gode: 1796 millimetri di pioggia media in un anno
a Gerola, contro i 1242 a Morbegno, tanto per rendere l'idea) a conferire
quel gusto particolarmente pregiato che ha fatto la fortuna di tale
prodotto. Oggi una celebre sagra, nel mese di settembre, celebra questo
re di una cucina che solo impropriamente si potrebbe definire povera.
Ma
la prosperità di Gerola, nei secoli passati, non era legata solo
alla zootecnia: altrettanto importante era l’estrazione del ferro,
che, nelle fucine di Milano veniva utilizzato per forgiare spade, picche,
alabarde e corazze. Un supporto importante all’economia era offerto
anche dal taglio della legna, che alimentava le fornaci e veniva portato
anche sul fondovalle, e dalle attività di tessitura, che riguardava
i pezzetti, i panni di lana, le tele di canapa e le tele di lino. Può
essere interessante ricordare, infine, che erano particolarmente apprezzati
anche i funghi porcini raccolti in Val Gerola.
Il territorio di Gerola comprende, oltre alla parte settentrionale della
val di Pai, l’intera parte alta della valle omonima, che, oltre
il nucleo centrale di Gerola Alta, si divide in alcune valli terminali:
da ovest (destra), la val Vedràno, la valle della Pietra (che,
a sua volta, si divide nella valle dell’Inferno e nella valle
di Trona), la valle di Tronella, la valle di Pescegallo e la val Bomino.
Si tratta di valli coronate dalle più caratteristiche cime di
questo sezione delle Orobie occidentali, cime non alte, ma frastagliate,
dalle forme curiose, talora bizzarre. La più tipica, quella che
si impone allo sguardo di chi risale la valle del Bitto fin dai suoi
primi paesi, è il torrione di Tronella.
Per
salire a Gerola, bisogna imboccare, a Morbegno, la strada statale 405
della Val Gerola, staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra,
al primo semaforo all’ingresso della cittadina (per chi proviene
da Milano), e seguendo le indicazioni. Dopo 7 km di salita incontriamo
il primo paese della valle, Sacco, e dopo 9 il secondo, Rasura. Superata
la galleria del Pic, oltrepassiamo anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda
galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m.
1050), a 14,5 km da Morbegno.
La strada porta direttamente alla piazza centrale del paese, dove ci
accoglie l’antica trattoria Pizzo Tre Signori. Proseguendo, troviamo,
sulla nostra destra, la bella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo,
che ha assunto l’attuale aspetto dopo i restauri del 1796 e del
1928.
La piazza della chiesa ci offre diversi spunti di riflessione sul tema
del tempo. Anche qui giunse lo spirito dei tempi nuovi, cioè
il soffio della storia e delle innovazioni conseguenti alla rivoluzione
francese, diffuse in Europa, agli inizi dell’Ottocento, dalle
armate napoleoniche. In particolare, il sistema metrico decimale: questo
spiega l’esemplare di metro, inciso nel sasso, che si può
osservare sulla facciata di una casa. La nuova unità di misura,
cui la popolazione doveva familiarizzarsi, sostituiva la precedente,
costituita dal braccio, di circa 76 centimetri (una traccia di questa trasformazione
è rimasta nell’espressione “andare a braccio”,
o “parlare a braccio”, cioè con una certa approssimazione).
L’ossario ottocentesco che si trova nei pressi della chiesa (oggi
santuario in memoria dei caduti del lavoro) ci invita, invece, a meditare
su un altro aspetto del tempo, cioè sul tempo che fugge e ci
trascina con sé in questa fuga, approssimandoci inesorabilmente
alla morte. Ecco, allora, gli immancabili teschi, che ricordavano e
ricordano a tutti la fragilità e provvisorietà della vita
umana.
Provvisorietà che, nella storia della comunità di Gerola,
si è forse manifestata nel modo più terribile nella calamità
naturale che la colpì nel 1836. Ecco cosa riferisce, al proposito,
la Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884: "Gerola
subì nel 1836 una spaventosa catastrofe: essendosi in una notte
di febbraio rovesciata sull'abitato una immensa valanga, la quale distrusse
tre quarti del villaggio, e seppellì settantacinque persone.
L'improvvido taglio di un bosco, collocato sopra il paese, fu la causa
di questo sfascio di nevi".
Si è parlato di spirito dei tempi: quello spirito ha fatto di
Gerola, negli ultimi decenni, un centro a vocazione spiccatamente turistica.
Ecco, dunque, il nuovo villaggio
turistico di Pescegallo, gli impianti di risalita, le molteplici
proposte escursionistiche legate alla particolare bellezza dei luoghi
(la barra di navigazione in testa alla pagina ne presenta le principali)
e ad una tradizione ancora viva che attrae un turismo attento alla riscoperta
degli aspetti di un passato che non deve tramontare.
Lo spirito dei tempi ha però determinato anche un sensibile spopolamento
del paese, che contava 927 abitanti nel 1884 e 1400 nel 1951, mentre
oggi ne conta solo poco più di 260.
Ma
la vita in montagna non si è spenta. Ancora oggi diversi alpeggi
sono caricati, ed anche se la vita dei pastori non è più
così dura come un tempo, rimane viva un’attività
che è fatta di grande passione ma anche di grandi sacrifici.
Ecco perché è così interessante visitare questi
alpeggi, anche quelli abbandonati, soffermandosi, magari, presso le
baite semidiroccate ed i calècc (termine composto da “cà”,
cioè “casa”, e “lecc”, cioè “letto”),
costituiti da una base di muri a secco, che venivano coperti da un telone
quando il pastore, seguendo il giro della mandria, vi soggiornava temporaneamente,
utilizzandoli anche come strutture nelle quali appendere il calderone
(“culdera”) utilizzato per lavorare il latte e produrre
il formaggio.
Così come è interessante camminare fra le caratteristiche
montagne della valle, che ci consentono un incontro con un’altra
storia, fatta di tempo incommensurabilmente più lunghi, la storia
geologica. Si tratta di cime che appartengono all’anticlinare
orobica, e le cui rocce sono costituire da un nucleo di duro gneiss,
rivestito da uno strato, invece, assai più tenero e quindi modellabile
dall’azione di vento ed acqua, uno strato di rocce sedimentarie,
in gran parte originate da ciottoli pressati e cementati nel corso di
milioni di anni. Questi ciottoli, a loro volta, ci parlano di un passato
vertiginosamente lontano nel tempo. Dobbiamo trasporci, con l’immaginazione,
a circa 250 milioni di anni fa, nel periodo Permiano, quando questa
zona di alta montagna era in buona parte il letto di grandi fiumi che
difficilmente riusciamo a figurarci. Oggi, invece, ci propone il trionfo
della fantasia creatrice degli agenti atmosferici, che ha dato vita
ad una sequenza
molto varia di piccole guglie e torrioni, accanto a cime dalla forma
più regolare ed arrotondata. Queste rocce custodiscono anche
il già citato minerale del ferro, che conferisce a molti luoghi
quella tonalità rossastra così tipica e forse inquietante
che spiega, per esempio, l’introduzione del toponimo “Inferno”.
Motivi per visitare Gerola ed il suo territorio, dunque non mancano.
Utilizzando la barra di navigazione in testa alla pagina potete consultare
proposte escursionistiche che compongono un quadro abbastanza completo
delle possibilità offerte da questo splendido territorio. Buon
cammino!
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| Difficoltà |
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Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Alla scoperta della Val Vedrano,
sopra Laveggiolo

Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima di Fraina
L’ascensione alla cima di Fraina rappresenta una facile
escursione che ha come meta una cima assai poco frequentata, ma sicuramente
interessante e remunerativa, per diversi motivi.
Innanzitutto l’impegno non è eccessivo, e l’incontro
con la val Vedrano, nella quale ci si deve inoltrare per raggiungerla,
porta a conoscere luoghi che conservano intatto il fascino di un passato
che qui non è ancora morto. Poi alla bocchetta di Colombana,
cui ci si affaccia, giunge un ramo del sentiero Cadorna, un pezzo di
storia che rimanda alla Grande Guerra. Dalla cima, infine, si gode di
un panorama bellissimo, soprattutto sulle Orobie bergamasche sud-occidentali.
Il monte si trova, infatti, sul crinale che separa la val Vedrano, importante
laterale occidentale della Val Gerola, dalla valle di Fràina,
tributaria della Val Varrone.
Base per l’ascensione è Laveggiolo, sopra Gerola Alta,
nel cuore della Val Gerola. La si raggiunge sfruttando la strada statale
405 della Val Gerola, che si imbocca a Morbegno, staccandosi dalla ss.
38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso
della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni.
Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e
dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo
anche Pedesina (km 11,5) ed
una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo
a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno. Dobbiamo ora, all’uscita
da Gerola, imboccare la strada che sale a Castello e Laveggiolo: la
troviamo sulla nostra destra, all’uscita dal paese, poco oltre
il cimitero.
Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa, prima di incontrare
il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si precipita con tutta
la sua furia da roccioni impressionanti. Proseguiamo, quindi, fino al
bivio per Castello; due stradine che portano alla piccola frazione si
staccano dalla strada principale sulla sinistra, in corrispondenza di
un tornante destrorso. Ripresa la salita, troviamo, sulla destra, la
deviazione che, come segnala un cartello, scende verso la località
Case di Sopra; ignorata la deviazione, proseguiamo sulla strada il cui
fondo, da asfaltato, si fa sterrato. Dopo un tornante sinistrorso e
appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della
strada, il bell’oratorio di S. Rocco, edificato nel 1632 e restaurato
nel 1959. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla
facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza
del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla
località di S. Giovanni. Ignorata anche questa la deviazione,
eccoci finalmente alla bellissima frazione di Laveggiolo (m. 1471),
dove
possiamo lasciare l’automobile nel parcheggio nei pressi dell’edicola
del parco delle Orobie Valtellinesi. A pochi metri, parte la pista sterrata,
chiusa al traffico veicolare, che si dirige verso la val Vedrano.
Oltrepassata una bella fontana, raggiungiamo il punto nel quale, a 1541
metri, la pista si biforca: il ramo di sinistra scende al torrente Vedrano,
lo attraversa e prosegue in direzione sud, salendo sul fianco nord-orientale
del monte Piazzo. Noi seguiamo, invece, il ramo di destra, che si addentra
per un tratto nella bassa val Vedrano, in direzione delle baite del
Grasso (m. 1680). All’ultimo tornante destrorso prima che la pista
termini, a valle delle baite, troviamo, sulla sinistra, un sentiero
che si stacca dalla pista: imbocchiamolo, fino a raggiungere il punto
nel quale attraversiamo, da destra a sinistra, il torrente Vedrano.
Di fronte noi vediamo la soglia che ci separa dall’alta valle,
e che il sentiero risale sul suo lato sinistro (per noi). Il sentiero
si allarga, diventa una mulattiera che effettua un primo traverso a
sinistra ed un secondo a destra, superando torrentelli minori, prima
di affacciarsi all’alta valle. Non c’è che qualche
sbiadito segnavia rosso-bianco-rosso, ma non ci si può sbagliare.
Dopo aver superato una fascia di roccette e bassi arbusti, tocchiamo,
infine, i pascoli dell’alta val Vedrano, che ora si apre, verde,
silenziosa e solitaria, di fronte ai nostri occhi. Guardando
verso destra vediamo uno sperone dietro il quale si nasconde la nostra
meta, la cima di Fraina.
Lasciamo, quindi, alla nostra sinistra alcuni ruderi, ripassiamo il
torrente, da sinistra a destra, ed in pochi minuti siamo alle baite
dell’alpe (m. 1946). Baite ben tenute, che non offrono un’impressione
malinconica. Forse nei loro pressi troveremo anche qualche cavallo.
In una bella giornata, la valle ci apparirà accesa da un verde
brillante. Guardando alle nostre spalle, in direzione nord, distingueremo
con facilità il monte Disgrazia; forse ci sarà meno facile
distinguere, alla sua destra, i pizzi Argient. Zupò e Palù
e, ancora più a destra, il pizzo Scalino e la cima Painale. Se
invece guardiamo verso sud, vediamo la cima regina della valle, il poderoso
pizzo Mellasc (m. 2465), che ci mostra il suo ampio versante settentrionale.
Ora abbiamo due possibilità per salire alla cima, che, ovviamente,
possiamo combinare ad anello. La prima sfrutta la bocchetta di Colombana,
che riconosciamo subito, proprio a monte delle baite dell’alpe,
ad est, a sinistra del già citato spuntone. La seconda sfrutta,
invece, un sentiero di cui non è facile individuare la partenza,
a monte delle baite, sulla destra (est-nord-est): lo distinguiamo, però,
in un tratto che, a mezza costa, è intagliato nella roccia.
Raccontiamo
il primo percorso. La salita alla bocchetta non presenta particolari
difficoltà, dal momento che può avvenire anche a vista.
Non ci si può sbagliare: la bocchetta è la piccola sella
erbosa sul crinale, alla nostra destra, quasi sulla verticale delle
baite. Risalendo il crinale erboso, che si fa più ripido nella
parte alta, troviamo anche una traccia di sentiero. La parte terminale
della salita è resa un po’ difficoltosa dalla pendenza:
appoggiandoci al lato sinistro, alla fine guadagniamo i 2206 metri della
bocchetta di Colombana.
Ci aspetteremmo, sul lato opposto, un versante altrettanto ripido. Ma
la montagna non è mai del tutto prevedibile. Ed infatti, ecco
uno splendido corridoio erboso, un cartello che segnala la bocchetta,
ed infine, pochi passi più avanti, uno splendido panorama sulle
Orobie sud-occidentali, i monti del basso Lario e, sullo sfondo, le
cime più alte delle Alpi Occidentali. Raggiungiamo il limite
del corridoio erboso: sotto di noi appare l’angusta val Fraina.
Nota cartografica: questa bocchetta di Colombana è più
a sud rispetto a quella segnalata dalle carte IGM e Kompass.
Pochi metri sotto, ecco la sede larga e regolare del cosiddetto sentiero
Cadorna, che dall’alpe Fraina sale alla bocchetta (si tratta del
ramo di sud-est; un secondo ramo, di nord-est, raggiunge invece la bocchetta
di Stavello, che si affaccia sulla
val di Pai, laterale occidentale della Va Gerola posta immediatamente
a nord della val Vedrano. Questi manufatti rappresentano una parte importante
del sistema di fortificazioni voluto dal generale Cadorna lungo tutto
il crinale orobico durante la prima guerra mondiale, quando si temeva
che l’esercito austro-ungarico potesse violare la neutralità
svizzera, calare in media Valtellina dalla valle di Poschiavo e dilagare
poi in pianura padana. Il sentiero in realtà è una mulattiera
abbastanza larga da permettere il transito di pezzi di artiglieria.
Guardando con attenzione, possiamo scorgere anche la traccia che prosegue
sul corridoio erboso, e raggiunge alcuni manufatti, resti di fortificazioni
e punti di osservazione rivolti a nord, perché da là,
secondo quando si temeva, sarebbe potuta giungere la minaccia. Furono
timori che non si concretizzarono mai, ed ora solo questi pochi ma importanti
resti rimangono a testimoniare un passato che sembra tanto estraneo
allo spirito di pace e solitudine che regna in questi luoghi.
Se guardiamo a nord, vediamo, infine, la meta, l’erbosa cima di
Fraina, che riconosciamo per la croce che la sovrasta. Ad essa si dirige
la traccia di mulattiera, che si fa sentiero e ci porta, in pochi minuti,
ai 2288 metri della vetta. La croce, come
segnala una targa, è stata posta nel 1986 dagli alpigiani di
Fraina: questa, in effetti, è un po’ la loro cima. Appena
sotto la croce, un’ulteriore postazione di osservazione.
Il panorama dalla cima è ancora più ampio di quello dalla
bocchetta. A nord, in primo piano, seminascosta dalla cima quotata m.
2325, vediamo il monte Colombana (m. 2385), anch’esso facilmente
raggiungibile da Laveggiolo, e, alle sue spalle, il monte Rotondo (m.
2496), immediatamente a nord della bocchetta di Stavello. A sinistra
del monte Rotondo, l’affilata cima del pizzo Alto (m. 2512), sulla
testata della val Lesina. Ancora più a sinistra, di nuovo, le
Orobie bergamasche occidentali, le cime lariane e, sullo sfondo, le
Alpi occidentali. Proseguendo in questa panoramica in senso antiorario,
torniamo sulla testata della val Vedrano, ed ecco di nuovo il poderoso
pizzo Mellasc. Più a sinistra ancora, intravediamo uno spaccato
della testata della Val Gerola, con il torrione della Mezzaluna, il
monte Valletto e le cime di Ponteranica. Verso est, la suggestiva fuga
di quinte delle Orobie centrali, che propongono un dedalo di cime nel
quale non è facile districarsi. A nord-est, infine, ecco di nuovo
la punta Painale,
il pizzo Scalino, i pizzi Palù, Zupò ed Argient, i pizzi
Bernina e Scerscen ed il monte Disgrazia.
Davvero un panorama spettacolare, che ci siamo guadagnati dopo poco
più di due ore di cammino, necessarie per superare un dislivello
approssimativo di 820 metri. Raccontiamo come tornare per la seconda
via. Seguiamo per un tratto il crinale, fino ai resti di una casermetta.
Nei suoi pressi vedremo un sentiero che scende lungo il facile versante
erboso che conduce ad una splendida conca posta ad est della cima. Raggiunta
la conca, la traccia si perde.
Volgiamo, ora, a destra, dirigendoci verso un rudere ed un evidente
ometto posto sul limite meridionale della conca (ce n’è
un altro, collocato sul lato opposto). Raggiunto l’ometto, ci
affacciamo di nuovo all’alta val Vedrano e torniamo a vedere le
baite dell’alpe. Seguendo il marcato sentiero che parte dall’ometto,
scendiamo, infine, con facilità alle baite, e da qui ripercorriamo
l’itinerario di salita (prestando una qualche attenzione a ritrovare,
attraversato il torrente da sinistra a destra, la mulattiera, perché
nella fascia di roccette e bassa vegetazione non si riconosce facilmente
il suo punto di partenza: ad ogni buon conto, memorizziamolo
durante la salita).
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
820 |
| Tempo |
2 h |
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Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Anello valle di Pescegallo-Val
Bonimo per il passo del Forcellino
Il passo del Forcellino consente di transitare dall’alta
Val Bomino alla valle di Pescegallo, e può essere sfruttato per
un interessante anello escursionistico che ha come punto di partenza
ed arrivo Gerola.
Raggiungiamo, dunque, Gerola Alta (m. 1050), percorrendo la statale
404 della Val Gerola (per imboccarla, stacchiamoci a destra dalla SS
38 dello Stelvio al primo semaforo - per chi viene da Colico - di Morbegno).
Il primo segmento dell'itinerario ci porta a risalire l'intera valle
di Bomino, la più orientale delle quattro valli nelle quali l'alta
Val Gerola si divide (le altre sono, da est ad ovest, la valle di Pescegallo,
la val Tronella e la valle della Pietra). Per farlo dobbiamo imboccare
la strada asfaltata che si stacca da Gerola in direzione sud, raggiungendo,
dopo Valle, la frazione di Nasoncio (m. 1080), collocata sulle propaggini
dell'ampio dosso che scende dal monte Motta, a 2 km da Gerola.
Oltrepassata
la parte alta della frazione, la strada diventa una carrozzabile sterrata;
seguendola, ed ignorando la deviazione a sinistra che conduce al fianco
occidentale del lungo dosso di Bema, ci adentirmao nella valle, fino
alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato
sinistro a quello destro orografico della valle (dal destro al sinistro
per chi sale), seguiamo il sentiero che supera la baita inferiore del
Solivo (m. 1601) e, superate due vallecole laterali, saliamo decisamente
verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (m. 2026),
che raggiungiamo dopo 4 ore di cammino da Gerola.
Il passo merita una sosta prolungata, perchè presenta diversi
motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Innanzitutto
qui troviamo numerosi segni delle opere di fortificazione costruite
durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale
sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio o un'invasione
della neutrale Svizzera avrebbe fatto del crinale orobico un fronte
di importanza strategica. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo
i resti dei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una
vera
e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie
per scrutare la valle di Bomino. Troviamo poi nei pressi del passo un
grazioso microlaghetto.
Intercettiamo, infine, il sentiero che proviene dal passo del Forcellino
e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo
rifugio (siamo sulla Gran Via delle Orobie). Ora dobbiamo tagliare tutta
l'alta val Bomino, percorrendo proprio questo sentiero, ma verso ovest:
perdiamo così quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla
e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso),
raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050), stretta porta scavata
nel crinale roccioso che separa la valle di Bomino da quella di Pescegallo:
qui una targa ci informa che siamo sul sentiero Andrea Paniga, che costituisce
la parte occidentale della Gran Via delle Orobie.
Per ripide balze scendiamo quindi nella conca di Pescegallo, dominata
dal grande lago artificiale, dalle cima di Ponteranica e
dalla cima di Pescegallo. Superiamo quindi la diga (m. 1865), percorrendone
lo sbarramento e proseguiamo la discesa sulla pista sterrata che raggiunge
la diga salendo dal villaggio Pescegallo. Possiamo seguirla fino al
villaggio, oppure, per abbreviare la discesa, imboccare il sentiero
che se ne stacca, sulla destra, in corrispondenza di un prato e di una
fontana, scendendo per via più diretta a Pescegallo, nel cuore
di un bel bosco.
Raggiunta Pescegallo (m. 1454), restano da coprire 6 km sulla strada
asfaltata (o una distanza inferiore, se seguiamo le mulattiere laterali)
per tornare a Gerola. Se vogliamo evitare questa noiosa discesa, teniamo
presente che esiste un servizio di autolinea che ci può venire
in soccorso, con due partenze che potrebbero tornarci utili, previste
per le 17.25 (16.40 nei giorni festivi) ed alle 18.55, o in orari prossimi
a questi.
L’intero anello, se percorso integralmente a piedi, richiede circa
7 ore di cammino. Il dislivello da superare in salita è di 1000
metri.
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| Difficoltà |
E |
Dislivello |
1000 m |
| Tempo |
7 h |
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Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
In alta Val Brembana, poco oltre
il crinale della Val Gerola
Fra le escursioni che hanno come base Pescegallo quella ai laghetti
di Ponteranica è una delle meno considerate, nonostante sia semplice,
di medio impegno fisico e di grande interesse panoramico, quando la
giornata è limpida (se non lo è, ci potrà capitare
di essere avvolti da densi banchi di foschia, con l’effetto sorprendente
e suggestivo di un paesaggio irlandese o scozzese).
I laghetti si trovano sul versante bergamasco dell’alta Val Brembana,
appena dietro il crinale che lo separa dalla Val Gerola, e che è
scandito dai monti Ponteranica (m. 2378) e Valletto (m. 2371). Per la
precisione, il sistema costituito da due laghetti (cui si aggiungono
due microlaghetti), posti in una splendida conca a 2100 metri, si trovano
alle spalle, cioè ad est, del monte Valletto. Si raggiungono
con due ore di cammino da Pescegallo.
Per salire a questa località ci si stacca, al primo semaforo
all’ingresso di Morbegno (per chi viene da Milano) sulla destra,
seguendo le indicazioni per la Val Gerola. Imboccata la ss. 405 della
Val Gerola, dopo circa 15 km raggiungiamo Gerola Alta e, dopo quasi
6 km da Gerola, il villaggio Pescegallo (m. 1454), dove possiamo lasciare
l’automobile.
Dobbiamo ora salire alla conca di Salmurano, il ramo occidentale fra
i due nei quali si suddivide l’alta valle di Pescegallo. Se sono
aperti gli impianti di risalita in seggiovia, possiamo sfruttarla; in
caso contrario, dobbiamo
utilizzare una pista sterrata, che parte proprio dal piazzale degli
impianti, snodandosi sul crinale denominato Foppe di Pescegallo, un
ambiente gentile e ridente, costellato di piccole macchie di larici.
Alla nostra destra possiamo ammirare l’elegante formazione costituita
dalle cinque punte della Rocca di Pescegallo (m. 2082), denominata anche,
poco romanticamente, Denti della Vecchia, la costiera che separa la
valle di Pescegallo dalla Val Tronella. Alla nostra sinistra, invece,
si può scorgere il muro di sbarramento della diga di Pescegallo,
nella conca gemella rispetto a quella cui stiamo salendo. Proprio sopra
la diga, è facilmente riconoscibile il passo del Forcellino (m.
2050), che unisce la conca di Pescegallo con l’alta Val Bomino.
La pista, dalla quale se ne stacca, sulla sinistra, una seconda, che
conduce al lago di Pescegallo, termina sul limite inferiore del Pianone,
così è chiamata la conca di Salmurano, nei pressi del
rifugio Salmurano (m.
1848). Poco prima del suo termine, possiamo vedere, sulla destra, le
segnalazioni della Gran Via delle Orobie, che passa proprio di qui,
seguendo un sentiero che proviene dalla Val Tronella, proseguendo, oltre
il rifugio, per il lago di Pescegallo ed il passo del Forcellino. Sempre
sulla nostra destra possiamo riconoscere il sentiero che punta al passo
di Salmurano (m. 2017), facilmente riconoscibile sulla più marcata
depressione della parte destra della
testata che chiude il Pianone. Per questo passo transita il percorso
più agevole per il rifugio Benigni.
La nostra meta, però, è diversa: dobbiamo, infatti, puntare
sul passo gemello che si trova sulla sinistra del crinale, e precisamente
su una larga sella erbosa cui giunge un secondo sentiero, che possiamo
facilmente scorgere. Si tratta del passo dell’Avaro (m. 2099),
posto a monte del punto di arrivo dell’impianti di risalita che
percorre il lato sinistro del Pianone. Seguendo una traccia di pista
che corre nei pressi dell’impianto (siamo a destra del rifugio
Salmurano), raggiungiamo, dunque, il manufatto in cemento al termine
dell’impianto stesso. Alle sue spalle inizia un marcato sentiero
che, dopo un tornante sinistrorso, punta decisamente al passo (se ne
stacca, sulla destra, un altro sentiero che effettua una traversata
al passo di Salmurano). Dopo circa un’ora ed un quarto di cammino,
eccoci, alla fine, ai 2099 metri del passo, dal quale si domina l’ampio
Pianone.
Eccellente è il panorama verso nord. Da sinistra, a destra della
Rocca di Pescegallo, scorgiamo le cime della bassa Valchiavenna, della
bassa Val Codera e della Valle dei Ratti, fra le quali spicca il profilo
affilato del Sasso Manduino. Più a destra, testata della Valle
di Spluga, ecco la suggestiva carrellata delle cime del gruppo del Masino,
con i pizzi Scalino, Cengalo
e del Ferro, le cime di Zocca e di Castello, la punta di Rasica, i pizzi
Torrone, il monte Sissone e le cime di Chiareggio (resta invece nascosto,
più a destra, il monte Disgrazia, che si vede però più
in basso, salendo verso il passo).
Il passo di affaccia sull’alta e solitaria valle di Salmurano
(tributaria della val di Ornica, in alta Val Brembana), un grande catino
chiuso da ripidi versanti che produce un singolare effetto di contrasto
con gli scenari più aperti sulla Val Gerola. Vi si distingue
il marcato canalone del Forno, di cui si risale un ampio tratto per
raggiungere il rifugio Benigni (da qui sembra assai difficile farlo,
anche se in realtà non è così) e, sull’angolo
sud-occidentale della valle (a sinistra del canalone), l’arrotondato
pizzo di Giacomo (m. 2184). Verso sud, poi, come in una fuga di quinte,
si apre lo scenario di cime e verasanti dell’alta Val Brembana.
Il passo è raggiunto anche da un sentiero che proviene dal passo
di Salmurano e prosegue, verso est, tagliando i ripidi versanti. Iniziamo,
dunque, una traversata in questa direzione (sinistra), perdendo anche
qualche decina di metri di quota. Se la giornata è limpida, distingueremo,
ben presto, alla nostra destra, in primo piano l’arrotondata ed
erbosa cima del monte Avaro (m. 2088). Superate alcune vallecole ed
aggirato un crinale, ci affacciamo alla verde e stupenda conca che si
stende ai piedi del monte Valletto. La conca è occupata da alcuni
grandi massi erratici, fra i quali sono stati ricavati dei
ricoveri per pastori e bestiame. Oggi qui regna la solitudine, spezzata
solo dagli escursionisti che, soprattutto nelle giornate festive, qui
non sono, per la verità, rari.
Ricominciamo, poi, a salire, puntando al monte Avaro, fino a raggiungere
l’ampia sella erbosa posta a nord della sua cima arrotondata.
Qui ci attende anche un microlaghetto, posto a 1997 metri di quota,
che conferisce un tocco di ulteriore suggestione a questi luoghi. Un
segnavia rosso-bianco-rosso ci indica che siamo sul sentiero 101 e ci
indirizza al punto nel quale il sentiero, oltre il bel tappeto di prati,
riprende. Poco oltre, si apre, in basso, alla nostra destra, uno splendido
colpo d’occhio sui piani dell’Avaro, dove si trova, a 1704
metri, il rifugio Ca del Sul. Un poco più avanti, intercettiamo
anche il sentiero che sale dai Piani e prosegue per i laghetti di Ponteranica.
Un cartello ci chiarisce l’incrocio: abbiamo percorso finora il
sentiero 101, che dal rifugio Benigni, passando per i passi di Salmurano
e dell’Avaro, prosegue in direzione del passo di San Marco, ed
intercettiamo, in questo punto, il sentiero 109, che sale, come detto,
dai Piani dell’Avaro ai laghetti di Ponteranica, dati a 15 minuti
di cammino.
Lasciamo, quindi, il sentiero 101 (che scende alla baita Foppa e prosegue
in direzione del passo di San Marco) e cominciamo a salire verso sinistra,
sul sentiero 109. Dopo un breve strappo sul crinale erboso, ci
affacciamo all’ampia conca che nasconde i laghetti. Il sentiero
piega leggermente a destra ed effettuando un traverso in direzione dei
laghetti, che ancora non si vedono. Passiamo, così, a sinistra
del Monte Triomen (m. 2251), mentre davanti a noi, sulla testata che
chiude la conca, è il torrione del monte Valletto (m. 2371) ad
imporsi al nostro sguardo.
Alla fine, eccoci al laghetto meridionale, che ha la forma di una “C”
orientata verso sud-est. Alla sua sinistra, un sentiero sale alla sella
compresa fra il monte Triomen ed il monte Valletto; l’impressione
è che per tale passo si possa tornare in alta Val Gerola, ma
non è così, perché ci si affaccia sul crinale erboso
posto a monte del monte Avaro. Costeggiamo il laghetto sulla destra:
dopo aver superato una fascia di roccette, ci affacciamo al secondo
laghetto, quello settentrionale. Il posto è davvero incantevole.
Nelle giornate festive è anche raggiunto da diversi escursionisti,
che salgono quasi tutti dai piani dell’Avaro. Nei giorni feriali,
invece, una solitudine ne esalta l’impatto suggestivo. Quando
la foschia la fa da padrona, infine, ci sembrerà di essere in
qualche remota landa scozzese, come se dovesse comparire, da un momento
all’altro, un qualche Highlander.
Progettiamo ora il ritorno. Per non ripercorrere la via dell’andata,
sfruttiamo una bocchetta del crinale fra i monti Valetto e Ponteranica,
che si affaccia sul circo glaciale a monte della conca di Pescegallo.
Per
salire alla bocchetta dobbiamo sfruttare una traccia di sentiero che,
all’inizio, non è molto evidente. Portiamoci ai piedi del
crinale compreso fra i due laghetti, dove si trovano anche altri due
microlaghetti, e saliamo, tendendo leggermente a sinistra (siamo a sinistra
del vallone che scende alla conca dei laghetti) in direzione di un sentiero
che, più in alto, si distingue nettamente, e che punta, effettuando
una traversata verso sinistra, alla sella già menzionata fra
i monti Triomen e Valletto.
Raggiunto il sentiero, lo seguiamo per un tratto, finché, appena
prima di un modesto corpo franoso, troviamo un sentiero che se ne stacca
sulla destra. Volgiamo, quindi, decisamente direzione e puntiamo a destra,
in direzione nord-est, raggiungendo la soglia di un gradino roccioso
che sovrasta i laghetti (da qui li dominiamo entrambi, con un colpo
d’occhio stupendo, sempre nebbia permettendo). Ci troviamo così
nel circo terminale ai piedi del crinale fra Val Brembana e Val Gerola,
dominato dal monte Valletto, che da qui appare un imponente torrione,
accompanato, sulla sinistra, da una sorta di dente. Alla nostra sinistra
un canalino porta proprio al crinale, in un punto assai panoramico,
soprattutto in direzione ovest.
Noi, però, dobbiamo proseguire, su sentiero non marcato, ma sempre
visibile, salendo verso destra e superando una breve fascia di rocce.
Ci ritroviamo, quindi, su un ampio versante erboso, che
scende direttamente dal crinale. Seguendo la traccia di sentiero, che
punta decisamente al crinale, lo raggiungiamo, infine, senza difficoltà,
ad una quota approssimativa di 2330 metri, nei pressi di un grande ometto,
che è già visibile dai laghetti di Ponteranica (ce n’è
un altro, alla nostra sinistra, in direzione del monte Valletto). A
poca distanza dal punto cui siamo giunti, sulla sinistra, si può
salire, con molta cautela, da nord, alla cima occidentale di Ponteranica,
quotata 2353 metri e sovrastata da un ometto, dalla quale si gode di
un ottimo colpo d’occhio sul torrione roccioso, con un curioso
“cappuccio” terminale, che costituisce la massima elevazione
della complessa formazione della cima di Pescegallo (m. 2328). Torniamo
al crinale ed al grande ometto: proseguendo verso est, troveremo, ben
presto, una porta che si affaccia sul circo glaciale dell’alta
conca di Pescegallo. Gettiamo, prima di scendere, uno sguardo verso
est: distingueremo le cime di Ponteranica centrale (m. 2372) ed orientale
(m. 2378).
Dalla porta scendiamo, nel primo breve tratto, su traccia di sentiero
che serpeggia fra sfasciumi. Poi, piegando a sinistra, ci portiamo su
un terreno meno instabile, proseguendo sulla traccia di sentiero, che
non è segnalata da segnavia, ma da numerosi ometti. Stiamo scendendo
nell’ampia valle compresa fra la cima di Pescegallo (m. 2328),
che spicca, con la sua forma pronunciata, alla nostra sinistra, ed il
pizzo della Nebbia (m. 2243) alla
nostra destra, meno facile da individuare. Se la giornata non è
buona, non faticheremo a renderci ragione della denominazione di quest’ultima
cima. Nella discesa attraversiamo due nevaietti, prima di raggiungere
un falsopiano che si affaccia sulla conca di Pescegallo. Giungiamo,
così, in vista del lago di Pescegallo (m. 1865).
La traccia di sentiero punta, quindi, decisamente a destra, fino ad
intercettare il sentiero che dal lago sale al passo del Forcellino (si
tratta della già menzionata Gran Via delle Orobie). Percorrendolo
in discesa, ci portiamo alla corona della diga, oltre la quale troviamo
la pista sterrata che sale da Pescegallo. Prima di proseguire nella
discesa, gettiamo un’occhiama alla cima di Pescegallo, che si
impone allo sguardo, a sud, con una forma davvero bizzarra e curiosa,
si direbbe bitorzoluta.
Seguendo, infine, la pista, scendiamo ad intercettare la pista che abbiamo
utilizzato per salire da Pescegallo al Pianone di Salmurano. In alternativa
alla pista, dopo averne percorso un primo tratto, possiamo seguire il
sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che se ne stacca
sulla destra e parte dal prato nei pressi di una vasca per la raccolta
dell’acqua. Il sentiero effettua una discesa che ci porta direttamente
a Pescegallo, per via più breve rispetto alla pista. Torniamo,
così, al punto di partenza, dopo circa 4 ore e mezza di cammino.
Il
dislivello superato in altezza è di circa 1080 metri.
|
| Difficoltà |
E (Escursionistica) |
Dislivello |
1080 |
| Tempo |
4 h e 30 min |
| |
-
Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Sul
balcone panoramico fra Val Gerola e Val Brembana

Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima dei Piazzotti occidentale
L’itinerario
proposto, nella forma di un elegante anello che ha come base Pescegallo
e passa per il rifugio Benigni,
rappresenta uno dei modi più suggestivi per incontrare le bellezze
della Val Geròla, effettuando anche una facile ascensione alla
cima occidentale dei Piazzotti, a 2349 metri di quota.
Al villaggio di Pescegallo (m. 1450) giungiamo proseguendo sulla statale
della Val Gerola, per altri 5,8 km oltre Gerola Alta. Alle spalle del
punto di partenza degli impianti di risalita imbocchiamo una strada
sterrata, chiusa al traffico, che sale nella valle di Pescegallo, cioè
verso sud. Ad un bivio, proseguiamo sulla destra, lasciando sulla nostra
sinistra la pista che si dirige al lago di Pescegallo. Saliamo ad oriente
(sinistra) della formazione rocciosa dei Denti della Vecchia, o Rocca
di Pescegallo, formazione costituita da cinque cime, la più elevata
delle quali tocca i 2125 metri. Si tratta di un gruppo che ben riassume
in sé le caratteristiche di queste montagne, costituite da un
nucleo di gneiss con sovrapposizione di rocce sedimentarie costituite
da conglomerati. Queste cime sono state paragonate a quelle più
celebri delle Dolomiti, costituite, come sono, da un insieme quasi gotico
di guglie e pinnacoli affilati.
Dopo alcuni tornanti raggiungiamo l’alpe Salmurano, dove si trova
il rifugio Salmurano,
a 1830 metri. Il rifugio sorge proprio nei pressi del punto d’arrivo
degli impianti di risalita: da
qui si può dominare buona parte della Val Gerola. Proseguiamo
risalendo l’alpe, seguendo una traccia al centro o un sentierino
che ne taglia il lato occidentale: in breve raggiungiamo, così,
il passo di Salmurano, posto, a 2017 metri, sul lato sud-occidentale
della conca terminale della valle di Pescegallo. Una Madonnina lo sorveglia,
mentre sullo sfondo sono ben visibili le cime del gruppo Masino-Bregaglia.
Sul lato opposto un comodo sentiero percorre verso ovest la conca terminale
della valle Salmurano, che scende ad Ornica, in Valtorta. Il panorama
sul versante orobico è, qui, piuttosto limitato: scorgiamo, sotto
di noi, la Baita del Piano, a 1855 metri, mentre intuiamo, più
che vedere, oltre la strozzatura dell’alta valle, lo scenario
della valle Salmurano.
Il sentiero, dunque, prende a destra e, superato qualche passaggino
un po’ esposto, punta ad un canalone detritico che è ben
visibile già dal passo. Visto da qui, esso sembra inaccessibile,
ma quando raggiungiamo il suo piede scopriamo che fra i grandi massi
che lo occupano ci si può districare. Inizia, quindi, la salita,
prestando attenzione ai segnavia ed alle rocce che possono essere bagnate.
In cima al canalone, troviamo un piccolo pianoro ed un nuovo versante
da risalire, prima di raggiungere l’ampia e splendida balconata
che ospita il rifugio Benigni, a 2222 metri. D’estate troveremo,
qui, diverse persone, quasi tutte salite dalla bergamasca, soprattutto
da Ornica.
Dal rifugio particolarmente felice è il colpo d’occhio
sulle cime del gruppo Masino-Bregaglia, fra le quali si distingue, per
la mole, il monte Disgrazia. Presso
il rifugio, troviamo, poi, il lago dei Piazzotti, a 2224 metri, adagiato
in una conca di arenaria e circondato a sud da rocce levigate, che nascondono
fra le loro piege altri microlaghetti, ad est dalle cime del Valletto
(m. 2371) e di Ponteranica (m. 2372) ed infine ad ovest dalla costiera
che separa il piccolo altipiano dalla val Pianella.
Se, dal lago, guardiamo verso sud-ovest, cioè leggermente a destra,
individuiamo facilmente un’elevazione sormontata da una croce
metallica: si tratta della cima occidentale dei Piazzotti (m. 2349),
che possiamo guadagnare facilmente salendo a vista, oppure seguendo
una traccia di sentiero che ne percorre il crinale di sinistra. La cima
si affaccia sulla val Pianella, che si apre interamente al nostro sguardo,
mostrando le sue due gemme, i laghi Zancone e Trona (quest’ultimo
generato da uno sbarramento artificiale). Bellissimo è anche
il colpo d’occhio sull’inconfondibile cima conica del pizzo
di Trona (m. 2510). Se guardiamo con attenzione, potremo intravedere,
proprio sotto il pizzo, la conca che ospita il lago Rotondo (m. 2256),
di cui potremo anche vedere la superficie. Si tratta della più
bella fra le perle che la Val Gerola cela nel suo seno.
Alla val Pianella si può scendere direttamente seguendo un ampio
canalone detritico che vediamo alla nostra destra, oppure, con percorso
più lungo, seguendo per un tratto il sentiero per il rifugio
Grassi (a tre ore e mezza dal rifugio Benigni; troviamo questo sentiero,
che punta a sud-ovest ed aggira il fianco sud-orientale della cima dei
Piazzotti occidentale, nei pressi del sentiero che abbiamo utilizzato
per raggiungere il rifugio), superando
una solitaria e desolata vallecola ed approdando ad un piccolo pianoro
dove si trova la bocchetta di val Pianella (o passo Bocca di Trona,
a 2224 metri), dalla quale scendiamo nell’alta valle, in uno scenario
lunare, di forte suggestione ed impatto emotivo.
Nella discesa, troviamo, su un masso, l’indicazione della deviazione,
sulla nostra sinistra, per il lago Rotondo: la salita è abbastanza
faticosa, perché il versante è ripido, ma la meta ripaga
di ogni sforzo. Se torniamo al bivio e proseguiamo nella discesa, passiamo
ad est (a destra) del lago Zancone (m. 1856) e di quello di Trona (m.
1805). Alla fine, superato lo sbarramento, intercettiamo il sentiero
che dal Dossetto scende allo sbarramento della diga, per poi proseguire
salendo all’altro grande sbarramento, a sud-ovest, la diga dell’Interno,
nella valle omonima (m. 2085).
Seguiamo il sentiero verso destra, fino a raggiungere la bella radura
del Dossetto (m. 1671), ingentilita anche da un microlaghetto. Il sentiero
prosegue sul lato opposto (quello orientale) dell’ampio crinale
che scende, verso nord, dal torrione di Tornella (m. 2311) e dal pizzo
del Mezzodì (m. 2116). Dopo un tratto quasi pianeggiante, ignoriamo
la deviazione, alla nostra destra, per il caratteristico torrione della
Mezzaluna, e cominciamo una ripida discesa, fino a raggiungere l’ampio
sbocco della val Tronella. Continuando a percorrere il sentiero segnalato
(segnavia rosso-bianco-rossi), attraversiamo un bellissimo bosco di
conifere, e ci affacciamo di nuovo alla piana del villaggio Pescegallo,
raggiungendo, da ovest, la partenza degli impianti di risalita. L’anello,
che richiede circa 5 ore di cammino per superare circa 920 metri di
dislivello in salita, è così chiuso.
Esiste anche la possibilità di chiuderlo con un itinerario più
breve, che però comporta un passaggio esposto, da affrontare
con cautela e sulla scorta di un’adeguata esperienza escursionistica.
Si tratta dell’itinerario che prevede la discesa diretta dal rifugio
Benigni in val Tronella. Seguendo il torrentello che esce dallo specchio
d’acqua nei pressi del rifugio, raggiungiamo la sommità
del canalone che scende in val Tronella. I segnavia ci guidano nel superamento,
sul lato destro, di quello che è il passaggio più delicato,
la strozzatura finale del canalone, che ci permette di toccare luoghi
più tranquilli. La successiva discesa in alta val Tronella avviene
su una ripida traccia di sentiero, che si snoda con diversi tornantini,
prima che la pendenza si faccia più mite.
Scendendo, possiamo di nuovo ammirare, questa volta sulla nostra destra,
i Denti della Vecchia, che da qui mostrano tutta la loro bellezza, a
dispetto del nome. Sulla nostra sinistra, invece, si impone l'inconfondibile
profilo arcuato del torrione della Mezzaluna, uno dei simboli di queste
montagne. La bassa val Tronella, ingentilita da radi larici, offre uno
scenario di grande bellezza naturalistica.
Oltrepassata la sorgente di quota 1808, riconoscibile per il manufatto
in cemento, proseguiamo fino ad intercettare il sentiero, già
menzionato, che dal Dossetto scende al villaggio Pescegallo. Seguendolo
verso destra, torniamo a Pescegallo dopo circa 3 ore e 45 minuti di
cammino ed un dislivello superato in altezza di circa 880 metri. Se
vogliamo optare per questa soluzione e, nel contempo, affrontare con
maggiore sicurezza il passaggino al termine del canalino della val Tronella,
possiamo percorrerlo in senso inverso rispetto a quello descritto, perché
in salita incontreremo minori difficoltà.
Completiamo la descrizione degli itinerari in questa splendida zona
menzionando una terza e più lunga possibilità per chiudere
l’anello, una variante per grandi camminatori. Essa prevede la
discesa in val Pianella dall’omonima bocchetta, la salita, già
descritta, al lago Rotondo ed una salita aggiuntiva, seguendo i segnavia,
alla sella di quota 2500, sul crinale che separa la val Pianella dalla
valle dell’Inferno. Il tratto dal lago Rotondo alla sella è
abbastanza impegnativo, perché è piuttosto ripido ed avviene
su un terreno reso più faticoso da sassi mobili. Nel tratto terminale,
poi, dobbiamo superare, con qualche cautela e seguendo il tracciato
individuato dai segnavia, una fascia di roccette.
Il
versante opposto è meno impegnativo, essendo costituito da un
crinale altrettanto ripido, ma erboso. Sempre seguendo i segnavia, possiamo
così calare, con un’ultima diagonale a destra seguita da
una a sinistra, proprio sul punto terminale della valle dell’Inferno,
vale a dire sulla bocchetta dell’Inferno (m. 2306), che giustifica
il suo nome presentandoci lo spettacolo di una vasta distesa di pietre
rossastre. L’intera valle è caratterizzata da queste rocce,
soprattutto nel suo lato occidentale (di sinistra), occupato dai poderosi
contrafforti rocciosi che scendono, verso nord, dal pizzo dei Tre Signori
(m. 2553), il gigante della Val Gerola.
Non ci resta, ora, che scendere lungo la valle, fino all’ampio
sbarramento della diga dell’Inferno. Il sentiero si porta alla
sua sinistra (ovest), fino a raggiungere il camminamento dello sbarramento,
che ci permette di tornare sul lato orientale. Iniziamo, poi, seguendo
i segnavia, una ripida discesa, su terreno occupato da sfasciumi, fino
ad intercettare un più tranquillo sentiero che, percorso verso
destra, ci porta sopra la diga di Trona. Per scendere al camminamento
della diga sfruttiamo la traccia intagliata nelle formazioni rocciose
che sovrastano ad ovest la diga. Attraversiamo, poi, il camminamento
della diga di Trona, portandoci sul suo lato orientale. Ci
attende l’ultima fatica: dobbiamo guadagnare qualche decina di
metri di quota, prima di raggiungere il tratto pianeggiante (è
qui che giunge anche il sentiero che scende dalla bocchetta di val Pianella)
che porta al Dossetto ed a Pescegallo.
Questo terzo anello può ben essere chiamato anello dei laghi
della val Gerola, e richiede circa 7 ore di cammino, per superare un
dislivello in salita di circa 1200 metri.
|
| Dislivello: |
920 m; 880 m; 1200 m |
| Tempi: |
5 h; 3 h e 45 min.; 7 h |
|
Cartina
Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Visita ai cinque splendidi laghi dell'alta Val Gerola

Uno dei più classici e begli itinerari nel territorio
del comune di Gerola ha come meta lo splendido sistema di laghetti che
comprende cinque specchi d’acqua, di diverse dimensioni, due dei
quali chiusi da uno sbarramento artificiale (si tratta delle dighe di
Trona e dell’Inferno), uno minore, poco a monte del lago di Trona
(si tratta del laghetto Zancone) e due collocati in altrettanti piccoli
altipiani, quello dei Piazzocchi, nei pressi del rifugio benigni, ed
il nascosto e stupendo lago Rotondo ("làch Redont"), ai piedi del severo cono del pizzo
di Trona. Possiamo toccare i cinque laghetti con un bell’itinerario
ad anello. Se esso risultasse, nella versione integrale, troppo lungo,
lo si può ridurre tagliando fuori il lago dei Piazzocchi.
Raggiungiamo dunque Gerola Alta (m. 1053), staccandoci dalla SS 38 dello
Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza del semaforo
di ingresso (per chi viene da Lecco) a Morbegno. Dopo 15 chilometri,
siamo a Gerola, e proseguiamo per il Villaggio Pescegallo (m. 1454),
dove termina la SS 405 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile,
dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio
Salmurano.
Ora
dobbiamo scegliere se percorrere l’anello nella versione più
impegnativa o in quella ridotta (anch’essa, per la verità,
abbastanza impegnativa). Nel primo caso, dobbiamo salire al rifugio
Benigni. Ci conviene scegliere l’itinerario che passa per il passo
di Salmurano, piuttosto che quello che risale la Val Tronella, per evitare
un passaggino esposto che quest’ultimo impone. Percorriamo, dunque,
la pista sterrata che sale al Pianone dell’alpe Salmurano, terminando
nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848), collocato al termine della
seggiovia che parte da Pescegallo. Ora dobbiamo risalire l'alpe, per
raggiungere il passo di Salmurano (m. 2017), il cui incavo è
già ben visibile sulla parte occidentale (destra) dell'ampia
conca, denominata Pianone. Per farlo abbiamo due possibilità:
seguire una traccia che sale nel centro della conca fino al punto di
arrivo della sciovia, per poi piegare a destra e guadagnare il passo,
oppure seguire un sentiero che corre lungo il fianco occidentale della
conca, congiungendosi al primo in prossimità del valico. In ogni
caso ci ritroveremo di fronte alla graziosa statua della Madonnina,
sul cui sfondo si disegnano verso nord, se la giornata è limpida,
le più famose cime del gruppo del Masino-Disgrazia.
Si
apre di fronte ai nostri occhi la conca terminale dell'alta valle Salmurano,
che, insieme alla valle dell'Inferno, confluisce nella valle di Ornica
(val Brembana, provincia di Bergamo). La conca è chiusa, a sud-ovest
(destra), dall’arrotondato pizzo di Giacomo. Dobbiamo ora dirigerci
verso destra (ovest), seguendo il sentiero che, perdendo leggermente
quota, punta al piede di un grande intaglio nella parete rocciosa, il
canalone del Forno ("canalìgn di piazzoc'"), percorso da un ruscello e piuttosto ripido. La risalita
del canalone è più semplice di quel che sembra guardando
dal passo: richiede comunque qualche modesto passo di arrampicata e
va fatta seguendo il percorso dettato dai segnavia rosso-bianco-rossi.
Giunti alla sua sommità, ci ritroviamo in un piccolo pianoro
e, seguendo il sentiero, affrontiamo un ulteriore strappo, prima di
guadagnare un secondo e più ampio pianoro, sul quale sono collocati
il rifugio Benigni (m. 2282), in territorio bergamasco, ma a poca distanza
dal confine con la provincia di Sondrio, ed il lago dei Piazzotti.
L'ampio pianoro è un piccolo gioiello nascosto nel cuore delle
Orobie occidentali. Innanzitutto rappresenta un osservatorio suggestivo
sul versante retico, soprattutto sulle cime del gruppo Masino-Disgrazia.
Poi, accanto al bel lagodei
Piazzotti (che spesso diventa, d'estate, una sorta di succursale di
una spiaggia marina, dato l'affollamento delle persone intente a prendere
il sole), ce ne sono altri due, più piccolo e posto più
a monte: vale la pena di visitarli, sono due piccole perle. In terzo
luogo, con un piccolo sforzo supplementare, possiamo facilmente salire
dal pianoro alla Cima Occidentale di Piazzotti, dirigendoci, verso sud-ovest,
alla volta della ben visibile croce della cima (m. 2349). Infine vale
la pena di ricordare che a nord ed a poca distanza dal rifugio termina
un canalino che immette nella bellissima val Tronella (è possibile
scendervi, ma con molta cautela, perché, nel primo tratto di
discesa, i deve superare un passaggino esposto, da evitare in presenza
di neve o con rocce bagnate), dalla quale possiamo tornare a Pescegallo.
Vediamo, ora, come proseguire in questo anello dei laghi. Nei pressi
del punto al quale giunge il sentiero che abbiamo percorso per salire
al rifugio, ne parte un secondo verso sud-ovest (destra), che compie
un ampio arco per aggirare il fianco sud-orientale della cima Occidentale
dei Piazzotti. Tagliamo, così, il fianco nord-orientale di un
ampio ed un po' desolato vallone, dove si trova anche una baita solitaria
e malinconica. Si tratta della baita della Mezzaluna, ai piedi del fianco
meridionale del complesso di cime della Mezzaluna (che comprendono il
celebre torrione della Mezzaluna, ma anche un dente ed un pizzo della
Mezzaluna). Il nome significa "spianata a forma di luna",
e si riferisce allaforma
arcuata del vallone. Il sentiero porta, quindi, ad una prima bocchetta,
che ci immette in un piccolo pianoro, attraversato il quale giungiamo
alla bocchetta di val Pianella (“buchéta de la val Pianèla”), o passo Bocca di Trona, a 2224 metri.
Ci affacciamo così nella selvaggia val Pianella, i cui fianchi
sono chiusi a destra dal Torrione della Mezzaluna e dal Torrione di
Tronella (m. 2311) ed a sinistra dall'inconfondibile profilo conico
del Pizzo di Trona (m. 2510). Disceso il primo tratto, giungiamo alla
deviazione segnalata per il lago Rotondo. Potremmo proseguire nella
discesa ignorandola e puntando ai laghi Zancone e Trona, che si trovano
nella parte terminale della valle, ma davvero non possiamo tagliar fuori
il più bello fra i laghi di Val Gerola, anche se ciò ci
impone una nuova salita.
Ma, prima di raccontarla, vediamo come giungere fin qui per altra via,
cioè percorrendo la variante più breve dell’anello,
che esclude il lago dei Piazzotti. Torniamo, quindi, agli impianti di
risalita di Pescegallo. Alle spalle dell’edificio da cui parte
la seggiovia, verso ovest, inizia un sentiero, segnalato con segnavia
rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest,
entrando ben presto in un bel bosco. Incontriamo presso una baita isolata,
dopo una prima salita, la deviazione a sinistra, segnalata, per la Val
Tronella. Superato il torrente che scende da questa valle e cominciamo
a salire un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo
del Mezzodì (è il tratto più faticoso dell'escursione,perché
la pendenza è severa), per poi raggiungere, con un tratto verso
nord-ovest che permette di tirare il fiato, il Dossetto (m. 1835), un'alpe
panoramica ingentilita da un piccolo specchio d'acqua. Fermiamoci un
attimo e guardiamo verso sud: sfilano davanti al nostro sguardo tutte
le vette del gruppo del Masino, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del
Ferro, la cima di Zocca, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte
Sissone, le cime di Chiareggio e, eminente per mole ed altezza, il monte
Disgrazia.
Ora il sentiero cambia nettamente direzione, volgendo a sinistra: percorriamo,
quindi, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest,
fino ad incontrare, sulla sinistra, la deviazione a sinistra per il
lago Zancone ("làch Sancùn")ed il lago Rotondo. Ci stacchiamo, quindi, dal sentiero
principale, che scende al bacino artificiale utilizzato dall'ENEL (1805
m), e percorriamo il sentiero che si inoltra nella valle, passando a
sinistra dei laghi di Trona e Zancone e salendo fino al punto nel quale
si incontra, ad una quota approssimativa di 2000 metri, la già
citata e segnalata deviazione (a destra, per chi sale) che conduce al
lago Rotondo.
Cominciamo, ora, la salita al lago, in direzione ovest, raggiungendo
un primo pianoro, posto a circa 2100 metri. Il paesaggio qui è
veramente lunare: alcuni grandi massi contribuiscono a rendere lo scenario
più selvaggio, quasi si trattasse di un luogo mai toccato da
piede d'uomo.Ci
attende ora un secondo tratto di salita, non meno aspro del primo, per
sormontare il ripido declivio erboso che ci separa dal terrazzo che
ospita la gemma più preziosa che l'itinerario ci riserva, il
misterioso e nascosto lago Rotondo (m. 2256), di cui non è ancora
chiara la dinamica che ne conserva l'equilibrio, dato che non ha immissari
visibili. Il lago è dominato dalla poderosa mole del Pizzo di
Trona, e vale la pena di perdere un po' di tempo per percorrerne le
rive e gustare la severa bellezza di questo luogo remoto ed affascinante.
Ecco cosa ne scrive Ivan Fassin, nel volumetto "Il conglomerato
del diavolo" (L'officina del libro, Sondrio, 1991): "Se la
vetta è un vertex...il lago è sicuramente il complementare
vortex, voragine e vertigine, spirale che trascina verso il basso. In
pochi luoghi che io conosca questo è chiaro come qui, ai piedi
del pur modesto pizzo di Trona ("piz di vèspui"), che si leva regolare riflettendo le
sue rossastre bastionate di roccia in questo cupo laghetto, tondo e
concluso, come un occhio della Terra o forse come imbocco di misteriose
vie sotterranee..."
A questo punto potremmo tornare sui nostri passi, ai laghi Zancone e
Trona, puntando poi a sinistra e seguendo il sentiero che porta al lago
dell’Inferno, ultimo dei cinque laghi del sistema. Più
interessante, anche se più faticoso, è però l’itinerario
che sfrutta una bocchetta alta sul crinale fra la val Pianella e la
valle dell’Inferno, per scendere poi nella parte alta di quest’ultima,
alla bocchetta omonima. Vediamo come. Dobbiamo chiamare a raccolta le
energie residue, dunque, perché c'è ancora da salire:
per portarci alla valle dell'Inferno dobbiamo, infatti,salire
alla bocchetta alta collocata poco al di sotto dei 2500 metri (il punto
di massima elevazione dell’anello), sfruttando un canalone detritico,
lungo il quale il tracciato di salita è dettato dai segnavia.
La salita, data la natura del terreno e la quota, è abbastanza
faticosa. Alla fine ci sono da sormontare, con qualche passo di facilearrampicata, anche alcune roccette, e la bocchetta è conquistata.
C'è un senso di soddisfazione, dopo tanti sforzi, come di liberazione,
che sembra echeggiare nella stessa denominazione della bocchetta, che
infatti è chiamata la bocchetta Paradiso. Bocchetta che si affaccia
sulle ombredell'inquietante valle dell'Inferno.
Sul versante opposto ci attende un più riposante, ma sempre piuttosto
ripido, declivio erboso: seguiamo, dunque, scrupolosamente i segnavia,
che ci guidano nella rapida discesa la quale, con un ultimo tratto verso
sinistra, ci porta alla ben visibile bocchetta dell’Inferno (“buchéta de la val l Inferen”, m. 2306),
per la quale passa il confine fra territorio della provincia di Sondrio
e di Bergamo. Ecco, dunque, la valle dell'Inferno, denominazione dettata
dal colore rossastro delle rocce (colore dovuto alla presenza del conglomerato
assai duro e pregiato, denominato Verrucano lombardo), ma, forse, anche
da un clima un po' sinistro, quasi che nell'aria aleggiasse una minaccia
indefinita o l'inespressa sofferenza di anime segregate qui da un verdetto
di dannazione eterna. Suggestione dei nomi!
Sia come sia, incontriamo subito l'indicazione della via direttissima
al Pizzo dei Tre Signori: infatti è proprio la poderosa moledel
celebre colosso orobico a chiudere la valle a sud-ovest. Noi, invece,
seguiamo il sentiero che comincia a discendere la valle, in direzione
della grande diga dell'Enel (m. 2085). Ci aspetteremmo di percorrerne
il lato destro, ed invece il tracciato piega a sinistra e, superato
un piccolo e grazioso specchio d'acqua, corre lungo ilversante sinistro
della valle, tenendosipiuttosto alto rispetto al lago, ed attraversando
alcuni punti un po' esposti. Incontrata una deviazione a sinistra per
il rifugio F.A.L.C., la ignoriamo, seguendo invece il sentiero che conduce
allo sbarramento del lago.
Attraversato il camminamento da sinistra a destra, imbocchiamo, poi,
il sentiero, segnalato, che scende deciso verso destra, in direzione
del lago di Trona, passando, nel primo tratto, in un angusto corridoio
roccioso e sul corpo di una grande frana, per intercettare, alla fine,
un più tranquillo sentiero che proviene, da destra, proprio dalla
diga di Trona. Seguendolo verso destra, raggiungiamo, infine, lo sbarramento
della diga. Oltrepassato il camminamento, affrontiamo un breve strappo,
per sormontare un gradino roccioso, fino al comodo sentiero che, percorso
verso sinistra, porta al terrazzo erboso del Pich (si tratta dell’itinerario
descritto per la versione breve dell’anello, che ora dobbiamo
percorrere a rovescio). Se, però, abbiamo percorso la variante
lunga dell’anello, manca ancora all’appello il lago Zancone,
che dobbiamo, quindi, visitare, prima di chiuderlo: in tal caso, invece
di prendere a sinistra, prendiamo a destra, imboccando la deviazione
segnalata che si inoltra nella
valle di Trona e raggiungendo, in breve, lo splendido specchio d’acqua,
posto poco a monte del lago di Trona. Sostando sulle sue rive, potremo
cercare se sia ancora vero quel che scrive la Guida alla Valtellina
del CAI di Sondrio edita nel 1884: "Nei laghetti di Gerola...guizza
una trota di piccola forma e di una carne rosso--sanguigna, che è
squisitissima".
Riprendiamo il cammino sulla larga mulattiera, che ci conduce al Pich,
piccolo alpeggio estremamente panoramico, ingentilito da un piccolo
specchio d'acqua. Da qui, proseguendo verso destra, scendiamo, poi,
all’ampio e ridente pianoro che si stende ai piedi della bassa
val Tronella. Seguendo il sentiero segnalato attraversiamo uno splendido
bosco di conifere usciti dal quale ci ritroviamo a Pescegallo.
Quante ore di cammino sono necessarie per chiudere questo indimenticabile
anello? 7, circa, per la versione lunga, 5 per quella più breve.
Nel primo caso il dislivello in altezza è di circa 1400 metri,
nel secondo di circa 1100 metri.
|
| Difficoltà |
E |
Dislivello |
1400 o 1100 metri |
| Tempo |
7 h o 5 h |
|
-
Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Il corno più famoso di Val
Gerola
 Da
migliaia e migliaia di anni. Come il corno di un rinoceronte che dorme
da migliaia e migliaia di anni. O forse di un animale di cui nessun
uomo ha mai avuto notizia o ha posseduto il nome. Come il corno di un
mostro è quello spuntone su cui si sofferma, curioso, l’occhio
che, da Sacco, il primo paese della Val Gerola, ne esplora la testata,
spostandosi dall’imponente pizzo di Trona, a destra, al defilato
ed arrotondato pizzo dei Tre Signori, alla sua sinistra, e poi al centrale
e poderoso pizzo di Tornella, ed infine a quel più modesto ed
enigmatico corno.
Uncino, lo credono gli uomini, o artiglio; ma alla fine lo hanno chiamato
torrione, Torrione della Mezzaluna. Ricorda un po’, infatti, anche
una mezzaluna. Non sanno, gli uomini, che non di uncino né di
torre si tratta, e neppure dell’immagine terrestre della pallida
luna, ma del corno di un mostro possente che dorme, il corpo sprofondato
nella massima base della costiera Tronella-Trona. Dorme di un sonno
che non si avverte; solo, nel silenzio più riposto della notte,
l’orecchio attento ne può avvertire il respiro, lento e
profondo. Al Torrione della Mezzaluna deve salire chi vuol carpire il
segreto della valle. Qui è il suo ombelico. Qui il suo mistero.
 Non
è impresa che richieda grandi doti escursionistiche: solo, attenzione
ed un po’ di allenamento.
Eccoci, allora, in valle: oltre Gerola (a 14,7 km da Morbegno: si sale
lungo la statale 405 di Val Gerola, che si imbocca staccandosi, sulla
destra, dalla ss. 38, al primo semaforo all’ingresso di Morbegno,
per chi provenga da Milano), proseguiamo per altri 6 km, fino a Pescegallo
(m. 1454). Era, questo, il regno dell’abete e del gallo cedrone
(rispettivamente, pesc e gal). Niente pesci, dunque. Ma ormai il nome
è questo. Ed ormai questo è il regno di un turismo affezionato,
legato un po’ allo sci, un po’ alle belle passeggiate estive.
Lasciamo qui l’automobile, lasciamo alle spalle l’edificio
dal quale parte l’impianto di risalita, per imboccare una stradina
che scende, verso nord-ovest, ad una baita, lasciandolo però
subito per un sentiero che se ne stacca sulla destra. Troviamo qui il
primo cartello, che dà il rifugio
Benigni a 2 ore e 15 minuti, il lago di Trona ad un’ora e
40 minuti, il lago Rotondo a 3 ore. Il bosco si immerge subito in uno
splendido bosco di conifere, nel cui cuore incontriamo un primo pannello
illustrativo, che ci parla di abeti bianci, abeti rossi e larici, i
silenziosi testimoni del sonno del mostro, e dei piccoli uccelli che
li abitano.
Poi, ad una baita (il Dossetto, m. 1600), due nuovi cartelli: il primo
segnala una deviazione, sulla sinistra, che sale al rifugio Benigni
per la Val Tronella, ed il secondo che dà il lago di Trona ad
un’ora e 10 minuti.  Attraversiamo,
poi, una splendida radura: guardando alla nostra destra, godiamo di
un ampio scorcio della Val Gerola, mentre sulla sinistra, in direzione
sud-ovest, ecco il Torrione, l’uncino che spicca per il suo profilo
singolare sulla costiera occidentale della Val Tronella.
Poi, oltrepassiamo un nuovo pannello illustrativo e superiamo un torrentello,
prima di incontrare un terzo pannello, che parla dei calec’, i
baitelli senza il tetto che servivano come ricovero per i pastori, e
degli insetti e delle piante che li circondano. Superato un secondo
torrentello, guadagniamo un versante di prati che il sentiero risale,
ripido, con diversi tornanti, snodandosi fra i primi e radi larici.
Guadagniamo, così, circa 200 metri e troviamo, a quota 1800,
un nuovo cartello, in corrispondenza di un sentiero che si stacca, scendendo
sulla sinistra, da quello principale: abbiamo intercettato la Gran Via
delle Orobie, che scende in Val Tronella, prosegue fino al rifugio Salmurano
ed al lago di Pescegallo (1 ora e 10 minuti), sale al passo di Verrobbio
(1 ora e 50 minuti) e raggiunge il passo di San Marco (2 ore e 50 minuti).
Proseguendo, invece, sul sentiero principale, cioè verso destra,
possiamo raggiungere i laghi di Trona e Zancone (30 e 50 minuti), ed
il nascosto e bellissimo lago Rotondo (1 ora e 50 minuti).  Nessuna
menzione di un sentiero che porti al Torrione.
Saliamo, allora, ancora per un breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra
di un masso che indica i rifugi Trona e Falc, un sentierino; a pochi
metri dalla sua partenza, scorgiamo, su un sasso, la scritta “1/2
luna”. Un tremito: è la nostra via. Una via non segnata,
una via che si mostra e si nasconde, un sentierino che scorgiamo a tratti,
a tratti invece solo immaginiamo. E la meta è là, la vediamo
fin da subito, diritta, altera, nella direzione del filo del sentierino.
Alla nostra destra, incombente, il massiccio e tormentato fianco orientale
del pizzo del Mezzodì (m. 2116).
Seguiamo la traccia, che nella prima parte del nostro cammino non ci
tradisce; lasciamo alla nostra destra un canalone, che scende a sud
del versante orientale del pizzo di Tronella (m. 2311), raggiungiamo
una ganda, dove la traccia appena si intuisce, fra i grandi massi. Qui
si sale leggermente, poi si taglia la ganda, fino a raggiungere una
cengia ai piedi di una formazione rocciosa. Ecco di nuovo il sentierino,
che aggira la roccia e porta ad una bella e gentile pianeta.  Intanto,
alle nostre spalle, il pizzo di Tronella troneggia, altero, con la sua
sommità arrotondata, che precipita nei poderosi contrafforti
del suo versante orientale.
Oltre la pianetta, il sentiero aggira un costone, passando proprio a
ridosso della roccia, e ci porta ad un grande corridoio di rocce levigate,
sfasciumi e magri pascoli. Memorizziamo il punto nel quale siamo giunti,
per non perderlo al ritorno, e cominciamo a salire. Da qui in avanti
il sentiero c’è e non c’è. Ma questo non pone
eccessivi problemi: saliamo con una diagonale che tende molto gradatamente
a sinistra, seguendo sempre lui, il corno, che si mostra, severo e diffidente,
oltre il filo del canalone di roccette ed erbe. È lui che detta
la direzione. O forse che attende al varco.
Dopo la prima salita, approdiamo ad un modesto pianoro, che precede
un ultimo e ripido versante erboso, il quale sale fino al crinale della
costiera. Il corno è sempre là. Enigmatico. Abbiamo due
possibilità per raggiungerne la base: risalire il ripido versante
erboso, seguendo una labile traccia di sentiero, fino alla sommità,
per poi piegare a sinistra, oppure piegare subito a sinistra, sormontare
alcune facili roccette e guadagnare un più ampio e splendido
pianoro, ai piedi della possente base del corno, per poi salire verso
destra.
In entrambi i casi, eccoci ad una selletta sul crinale (m. 2240 circa),
che si affaccia sulla  Valle
di Trona e sui laghetti di Trona e Zancone. Sul versante opposto della
valle, è l’elegante ed imponente cono del pizzo di Trona
(m. 2510) ad imporsi allo sguardo. Alla nostra destra, il tondeggiante
pizzo di Tronella guarda forse con un pizzico di invidia ai più
alti e massicci pizzi del gruppo del Masino, là sul fondo, a
nord. Verso est, oltre le cinque punte della Rocca di Pescegallo, scorgiamo
le valli di Salmurano e di Pescegallo.
Ma è il corno ad impressionare. Da qui sembra emergere, con i
suoi 2333 metri, solitario e perentorio da una base antichissima, quasi
una sfida al cielo. Sembra una minaccia. E se l’animale si svegliasse?
Lo farà, pensiamo, prima o poi, scaraventerà enormi massi
sul fondovalle, niente di ciò che vediamo sarà più
come prima. E poi, la rivelazione. No. Una crepa profonda, due, solcano
l’imponente corno. L’animale non dorme. È morto.
E nei suoi tempi che non si misurano con i nostri, si sta disgregando.
Un giorno il suo corno si spaccherà in due, tre, forse quattro
parti, precipiterà rovinosamente sui due versanti. E l’animale
non calcherà più il suolo di questa valle.
 Questo
pensiamo, mentre riposiamo le membra dopo due ore e mezza circa di cammino
(ed 800 metri di dislivello superati). I nostri tempi non sono i tempi
dell’animale, e per noi viene presto l’ora di tornare. Il
ritorno sarà più facile se avremo memorizzato, di tanto
in tanto, alcuni punti di riferimento nella salita. Eccoci, alla fine,
di nuovo al sentiero per il lago di Trona.
Scendiamo per un breve tratto, poi, invece di proseguire per Pescegallo,
proseguiamo sulla destra, seguendo la Gran Via delle Orobie. Dopo una
discesa abbastanza ripida, con qualche tornantino, ricominciamo a salire,
superando anche un torrentello ed un curioso corridoio nella roccia.
Ed ecco, ad un pianoro acquitrinoso, un nuovo pannello, che racconta
degli ambienti umidi e dei loro abitatori. Poi, a breve distanza, ancora
un pannello, che illustra la conformazione geo-morfologica della Val
Tronella, con il suo circo glaciale, e degli ungulati che possiamo scorgere
sui dirupi più scoscesi delle formazioni rocciose.
Ma ciò che più ci colpisce è quella serie frastagliata
di punte che sta davanti ai nostri occhi, sulla costiera orientale della
valle. Si tratta delle cinque punte della Rocca di Pescegallo, dette
anche Denti della Vecchia (m. 2125). Ma non si tratta di denti, noi
lo sappiamo, sono gli artigli del mostro, protesi al cielo e così
fissati nell’atto della morte.  La
valle, con la sua ampia fascia di rocce striate ed arrotondate, è
insieme il suo cruore ed il suo ventre. Altro ci dice, invece, la scienza.
La geologia ci racconta che la testata della Val Gerola fa parte dell’anticrinale
orobica, con un nucleo di duro gneiss rivestito di più friabili
rocce sedimentarie, facilmente modellabili da vento ed acqua, ne hanno
cavato torrioni, guglie e pizzi, un frammento di Dolomiti perso in una
landa troppo occidentale. Guglie e pizzi come il Pizzo della Mezzaluna
(sì, c’è anche un pizzo della Mezzaluna, m. 2373,
e lo possiamo vedere, a sinistra del Torrione della Mezzaluna, sulla
parte occidentale della testata della valle) ed il caratteristico Dente
della Mezzaluna, alla sua sinistra.
Ma queste spiegazioni geologiche sono troppo aride. Non danno conto
della vita di questa valle, che ha tratto linfa vitale dalla morte dell’immenso
animale. Linfa che scorre nelle sue caverne segrete, e che si manifesta,
improvvisa, proprio davanti a noi: ecco, infatti, una sorgente impetuosa
le cui acque sono raccolte in un piccolo invaso (m. 1808). Presso l’invaso,
un cartello ci informa che scendendo verso sinistra si raggiunge, dopo
40 minuti, Pescegallo, mentre prendendo a destra si sale verso il rifugio
Benigni, dato ad 1 ora e 10 minuti (questo sentiero risale, nella parte
terminale, un  canalino
aspro ed esposto, per cui richiede grande cautela).
Cominciamo la discesa sulla sinistra (direzione nord), seguendo i segnavia
(e facendo attenzione a non seguire quelli che stanno di fronte a noi,
e che segnano la Gran Via, nel tratto Val Tronella-Valle di Salmurano).
Un ultimo pannello ci parla dei rettili e degli arbusti contorti. Ma
la nostra mente è sempre là, al mostro che non vedremo
mai, che nessuno mai vedrà più. E che forse nessuno ha
visto mai, perché quando percorreva terribile questa splendida
catena l’uomo non aveva ancora aperto i suoi occhi curiosi e presuntuosi.
Rieccoci, alla fine, al bivio del Dossetto. Scendiamo verso destra ed
in poco tempo siamo di ritorno a Pescegallo. È passato il tempo
dei mostruosi animali. È questo il tempo dei piccoli bipedi che
affollano, d’estate, località come questa, alla ricerca
di frescura e forse di qualche pensiero che osi immaginare una vita
che nessuno ha mai visto.
Dei bipedi che coltivano anche la scienza delle parole e delle etimologie,
scienza che ci spiega anche l'origine del toponimo "Mezzaluna",
che non significa mezzaluna, ma spianata, o pianetta ("mesa")
a forma di luna. Dov'è questa pianetta? Non la potevamo vedere.
E' una piccola valle che si stende ai piedi del complesso della Mezzaluna,
a sud, sul versante bergamasco, e che ospita una baita solitaria, la
baita della Mezzaluna. Una vallecola dimenticata, quasi fuori  dal
mondo. l'altra faccia del corno che si disgrega sotto l'occhio sovranamente
distaccato del cielo.
|
| Difficoltà |
E (escursionistica) |
Dislivello |
mt. 800 |
| Tempo |
2 ore e 30 min. |
|
-
Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Traversata
delle valli del Bitto
Gerola
ed Albaredo sono i centri principali delle due valli del Bitto, quelle,
appunto, di Gerola ed Albaredo, separate dal lungo dosso di Bema, che
dal crinale orobico scende fino al pizzo Berro. Affascinante, dunque,
è l’idea di una traversata che li congiunga, legando idealmente
questi due cuori pulsanti di una civiltà legata al più
celebre prodotto caseario di Valtellina.
Una traversata diretta, meno lunga, quindi, di quella pur sempre possibile
raggiungendo il passo di San Marco lungo la Gran Via delle Orobie, per
scendere poi ad Albaredo lungo la via Priula. Una traversata che tocca
luoghi poco conosciuti e frequentati, ambiti, quindi, dagli escursionisti
che amano scoprire gli angoli più riposti e sconosciuti di valli
pur celebri. Una traversata che passa per Nasoncio, percorre un tratto
della pista per la val Bomino, sale all’alpe Cavallo, si affaccia
alla valle di Albaredo per la bocchetta di Aguc (o Agucc), scende all’alpe
di Vesenda alta e bassa, raggiunge il dosso Chierico e la Madonna delle
Grazie prima dell’ultima facile discesa ad Albaredo. Una traversata
che, evidentemente, richiede la disponibilità di due automobili,
perché non si riesce, in una sola giornata, ad effettuare anche
il ritorno.
Vediamola più da vicino. Punto
di partenza è Nasoncio, la piccola frazione che si raggiunge
staccandosi sulla sinistra dalla ss. 405 della Val Gerola poco prima
di Gerola Alta, e precisamente all’altezza di Valle. La strada
per Nasoncio supera il torrente Bitto su un ponte, taglia il fianco
nord-occidentale del lungo dosso che scende dal monte Motta e raggiunge
le case di Nasoncio. Lasciamo qui l’automobile ed iniziamo, da
una quota di 1080 metri, la traversata, salendo lungo la strada, che
da asfaltata si fa sterrata, e diventa una pista che taglia il fianco
nord-orientale del dosso del monte Motta.
Raggiungiamo, così, un bivio, segnalato da tre cartelli: proseguendo
sulla pista ci si inoltra in val Bomino e si può salire al passo
di Verrobbio, dato a 2 ore e mezza di cammino, mentre scendendo, sulla
sinistra, ad un ponte sul torrente Bomino si prosegue per l’alpe
Dosso Cavallo, data ad un’ora e 5 minuti, e la baita Aguc, data
a 2 ore. È questo l’itinerario che dobbiamo seguire.
Superato, su un ponte di legno, il torrente Bomino (che segna anche
il confine fra i comuni di Gerola e di Bema, per cui passiamo nel territorio
di quest’ultimo comune) proseguiamo su una pista più stretta,
incontrando subito, sulla destra, un sentierino che se ne stacca salendo
nel bosco: potremmo sfruttarlo, perché porta all’alpe Dosso
Cavallo, ma è preferibile
proseguire ed imboccare un secondo sentiero, che si stacca sulla destra
dalla pista più avanti, in corrispondenza di altri tre cartelli,
ad una quota di 1290 metri. Da essi possiamo evincere che proseguendo
sulla pista (che però più avanti si fa sentiero) si raggiungono,
dopo un’ora e 30 minuti, le baite Taida, dopo due ore e 20 minuti
S. Rocco e quindi Bema (è, questo, l’itinerario per il
quale si può compiere, dunque, una bella traversata da Gerola
a Bema, posta proprio al centro, sul dosso omonimo, delle valli del
Bitto); imboccando, invece, il sentiero ci portiamo, in quaranta minuti,
all’alpe Dosso Cavallo e, dopo un’ora e mezza, alla baita
Agucc.
Saliamo, quindi, lungo il sentiero (segnalato da segnavia bianco-rossi
e rosso-bianco-rossi), in una cornice davvero stupendo: il sentiero,
infatti, è circondato da una pineta fantastica, tanto fitta,
in alcuni punti, da offrire l’impressione di un bosco magico,
suscitando il desiderio di inoltrarsi per vedere quale mai riposto arcano
celi in sé. Dopo un primo tratto di salita, in direzione nord,
sbuchiamo in una piccola radura, dove si trova una baita solitaria,
quotata m. 1352, Rientriamo subito nel bosco, per proseguire la salita
su una bella mulattiera, in direzione sud-est, fino ad intercettare,
a quota 1435, un sentiero che proviene da destra (si tratta del sentiero
già menzionato, che si stacca dalla pista subito dopo il ponte
di Bomino).
Manca
poco all’alpe: dopo un ultimo tratto con fondo davvero bello,
sbuchiamo ai suoi prati inferiori. L’alpe è ancora caricata,
d’estate, e questo attenua il forte senso di solitudine suscitato
da questi luoghi. All’alpe Dosso Cavallo troviamo due baite, quotate
1606 metri. Dobbiamo, ora, portarci all’alpe alta, separata, da
quella bassa, da una fascia occupata da una macchia e da roccette. Per
farlo, non dobbiamo, però, commettere l’errore di imboccare
il sentierino che parte, poco sopra la baita di sinistra, e si inoltre
nel bosco, sul limite sinistro dei prati. Un segnavia isolato, infatti,
può indurre questo errore. Il sentiero finisce per perdersi nel
cuore nella fitta macchia della Valburga (nome inquietante e quanto
mai appropriato per questi luoghi cupi ed ombrosi: la notte di Santa
Valburga, secondo le credenze dei secoli passati, era una delle notti
nelle quali si tenevano i più paurosi raduni delle streghe ed
i sabba più oscuri).
Il sentiero da imboccare è più in alto: teniamoci, dunque,
sulla parte sinistra dei prati e saliamo per un pezzo. Lo troveremo,
così, facilmente, segnalato anche da un sasso sul quale è
tracciato un doppio segnavia rosso-bianco-rosso. Tale sentiero
taglia a sinistra, per poi volgere a destra e raggiungere, dopo pochi
tornanti, il limite inferiore dell’alpe alta.
Qui ci accoglie un calecc solitario; le baite dell’alpe sono più
in alto, quasi sul limite superiore dei prati, a 1865 metri. Su una
di queste baite si trova l’indicazione GV, con una freccia bidirezionale:
essa si riferisce al fatto che questo percorso costituisce una variante
bassa della Gran Via delle Orobie rispetto al percorso canonico che
passa per i passi del Forcellino e di Verrobbio e raggiunge il passo
di San Marco. L’alpe è dominata, sul punto culminante del
dosso, dal pizzo Dosso Cavallo (m. 2068). Ora dobbiamo trovare il sentiero
che porta alla bocchetta di Agucc, sul dosso che separa le valli del
Bitto. Un primo sentiero si stacca, poco sotto le baite, dal limite
sinistro dei prati; potremmo utilizzare anche questo, ma nell’ultimo
tratto finisce per perdersi, poco sotto la bocchetta. Meglio imboccare
il sentiero che si stacca dall’alpe, sempre sulla sinistra, appena
sopra le baite.
Alla fine, eccoci alla bocchetta, poco sotto la quale, sul versante
della valle del Bitto, si trova la solitaria baita di Aguc (o Agucc,
m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa),
posta in una bella conca erbosa. Sulla baita troviamo una
curiosa indicazione, che dà Bema ad 11 chilometri. Si riferisce
al sentiero che percorre interamente il crinale del lungo dosso di Bema,
raggiunge il pizzo Berro e scende, infine, a Bema. Gustiamo interamente
la pace e la solitudine di questo luogo, prima di rimetterci in cammino.
Non seguiremo il sentiero del crinale, ma quello che porta all’alpe
di Vesenda Alta, e che parte sul versante opposto della conca rispetto
a quello su cui è posta la baita. Esso punta verso sud-est, salendo
fino a quota 1940 per aggirare un dosso, per poi ridiscendere a quota
1960 e superare una vallecola, oltre la quale siamo alla parte superiore
dei prati della splendida alpe di Vesenda alta. È, questo, un
terrazzo panoramico splendido, sul quale è collocata una baita
solitaria (m. 1851).
Guardando verso nord, scorgiamo tutte le cime principali del gruppo
del Masino, vale a dire, da sinistra, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi
del Ferro, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica, i
pizzi Torrone, il monte Sissone, le cime di Chiareggio ed il monte Disgrazia.
Alla sua destra, scorgiamo anche le più importanti cime della
testata della Valmalenco, cioè i pizzi Roseg, Scerscen e Bernina,
la Cresta Güzza ed i pizzi Argient, Zupò e Palù.
Più a destra, la lunga costiera che separa la valle del Bitto
di Albaredo dalla bassa Valtellina e dalla Val Tartano, sul quale si
distinguono il monte Lago, il monte Pedena
ed il monte Azzarini, fra i quali si individua la larga sella del passo
di Pedena.
Scendiamo, ora, tagliando a sinistra e puntando alle baite poste sul
limite inferiore di sinistra dell’alpe, ad una quota di 1647 metri.
Da esse parte il sentiero che, con direttrice est-sud-est, scende, nel
bosco, all’alpe di Vesenda bassa, le cui baite sono poste ad una
quota di m. 1457. Teniamoci, però, a sinistra della baita, proseguendo
nella discesa. Osserviamo, scendendo, il fitto bosco di abeti alla nostra
sinistra. Scorgeremo un abete che si innalza sulla linea degli altri,
poco oltre il limite del bosco. Inoltriamoci, quindi, nel bosco e, dopo
pochi passi troveremo due tavoli in legno, nei pressi di un abete di
cui un cartello chiarisce l’identità. Si tratta del famoso
abete di Vesenda, uno dei più
illustri alberi monumentali della Provincia di Sondrio. Qualche dato
spiega la sua celebrità: si tratta di un abete bianco (abies
alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni
imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79
metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale).
Usciamo di nuovo dal bosco e proseguiamo nella discesa, per poco più
di cento metri, fino al torrente Bitto, dove, proseguiamo
per un tratto verso sinistra, fino ad un ben visibile ponte, costituito
da grandi massi, ci consente il guado (m. 1251). Passiamo, così,
dal territorio del comune di Bema a quello del comune di Albaredo.
Sul lato opposto troviamo un sentiero che, con direzione nord-nord-ovest
prima, nord poi, taglia la parte bassa del fianco occidentale del Dosso
della Motta, fino alle baite del Dosso Chierico. Per un buon tratto
perdiamo quota, fino al punto nel quale, a 1113 metri, il sentiero è
intercettato da un sentiero che sale da sinistra, dal ponte sul Bitto
che consente di salire alla Casera Melzi. Poi cominciamo la salita che
conduce alle baite del Dosso Chierico (m. 1166).
Qui troviamo una pista che scende a superare le valli Pedena e del Lago,
prima di risalire alla chiesetta della Madonna delle Grazie (m. 1157).
Si tratta della Via Priula, che
seguiremo fino alla fine della traversata, cioè fino ad Albaredo.
Scendiamo, così, ad intercettare la strada carozzabile per il
passo di San Marco; senza seguirla, riprendiamo la Via Priula, che riparte
sul lato opposto della strada, attraversa la laterale val Fregera e
cala su Albaredo, dove termina questo bellissimo percorso, che sicuramente
non ci pentiremo di aver fatto.
Un percorso che richiede
6 ore di cammino, per superare un dislivello in altezza di circa 920
metri.
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| Dislivello: |
920 |
| Tempi: |
6 h |
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Cartina
Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
Punto di confine
fra le provincie di Sondrio, Lecco e Bergamo a quota 2554 metri
Il pizzo dei Tre Signori ("Piz di tri Ségnùr") non è una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio, oltre che, con i suoi 2554 metri, la vetta più elevata della Val Gerola. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana. Come scrive Renzo Passini, in un articolo su “Le vie del bene”, “in località la Sponda, la Costa delle Ferriere, la Costa di Trona ci sono ancora avanzi di gallerie, dentro le quali lavoravano gli antichi “madallari» e più recentemente i «fraini». Sono qui le miniere che si chiamavano di Varrone, Todesca, Cipriana, Arrigona Solo/a, Petazza, Lessetta, Trona, Pina. Di qui veniva il ferro con cui si fabbricavano le armi nelle famose fabbriche di Milano. Di qui il ferro che occorreva all'esercito spagnolo durante la dominazione della Spagna.”
Dal punto di vista geologico, il pizzo è costituito da conglomerati poligenetici, fra i quali prevale il cosiddetto “Verricano lombardo”, un insieme di ciottoli porfirici, porfinitici e tufacei, di cui parla anche Guler von Weineck, governatore delle Tre Leghe in Valtellina fra il 1587 ed il 1588, nella sua opera “Raetia”, scrivendo, con riferimento alla Val Gerola: “In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”Molto del fascino di questa montagna è legato anche al suo nome, che gli conferisce un’aria nobile, ieratica.
Basta però solo un po’ di cultura storica per capire che non si è sempre chiamato così. Il suo nome originario è “pizzo Varrone” (passato poi al pizzo che si trova poco a nord). Poi, dal 1512, la Valtellina passa sotto il dominio delle Tre Leghe, e da allora sulla cima del pizzo convergono i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta (versante orobico bergamasco), del ducato di Milano (montagne del lecchese) e, appunto, delle Tre Leghe. Ecco l’origine dei Tre Signori che danno il nome al pizzo. Di storia, il pizzo, ne ha vista proprio tanta. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora.
La bocchetta di Trona, che si apre poco a nord del pizzo, fu, infatti, fin da epoche antichissime, il più agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Sempre sotto lo sguardo impassibile e disincantato del pizzo che gli uomini, con presunzione, hanno battezzato dei Tre Signori, ma che è in realtà il signore di queste montagne. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato. All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432.
Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera. Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.
L'ascensione al pizzo non è difficile.
Lasciamo, al proposito, la parola alla "Guida alla Valtellina",
edita dal CAI di Sondrio nel 1884: "Da Gerola è facile la
salita al Pizzo dei Tre Signori...Essa è stata più volte
compiuta da gentili signore e signorine. " vediamo, dunque, come procedere.
Raggiungiamo Gerola Alta (m. 1053), staccandoci dalla SS 38
dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza del semaforo
di ingresso (per chi viene da Lecco) a Morbegno. Dopo 15 chilometri,
siamo a Gerola, e dobbiamo scegliere fra due possibili itinerari, che
si congiungono al rifugio F.A.L.C.
Il primo ha come punto di partenza il Villaggio Pescegallo (m. 1454),
dove termina la SS 405 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile,
dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio
Salmurano. Alle sue spalle
inizia un sentiero, segnalato con segnavia rosso-bianco-rossi (percorso
8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel
bosco. Ignorata una deviazione a sinistra per la val Tronella, superiamo
il torrente che scende da questa valle e cominciamo a salire un ampio
dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì
(è il tratto più faticoso dell'escursione, perché
la pendenza è severa), per poi raggiungere, con un tratto verso
nord-ovest che permette di tirare il fiato, il Dossetto (m. 1835), un'alpe
panoramica ingentilita da un piccolo specchio d'acqua. Fermiamoci un
attimo e guardiamo verso sud: sfilano davanti al nostro sguardo tutte
le vette del gruppo del Masino, fra le quali spicca, per mole ed altezza,
il Monte Disgrazia. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: percorriamo
quindi un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest,
prima di scendere, ignorata la deviazione a sinistra per il lago Zancone
ed il lago Rotondo, al lago di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805
m). Per proseguire è necessario superare lo sbarramento, utilizzando
il comodo camminamento alla sua sommità. Oltre lo sbarramento
riprendiamo a salire, superando alcune roccette e raggiungendo una larga
fascia di detriti e sfasciumi scesi dal fianco occidentale del Pizzo
Tronella. Qui dobbiamo fare attenzione alla deviazione a sinistra (segnata
come Via direttissima al Pizzo dei Tre Signori, o anche, con abbreviazione,
P. 3 S), che ci permette di raggiungere,
con uno strappetto severo, lo sbarramento del lago artificiale dell'Inferno
(m. 2085), che attraversiamo su un comodo camminamento. Poi, sempre
seguendo le abbondanti segnalazioni, ignoriamo una deviazione a sinistra,
che si addentra nella valle dell'Inferno, e guadagnamo una sella, posta
qualche decina di metri sopra il rifugio F.A.L.C.
Vediamo ora come raggiungere questo rifugio con un secondo itinerario.
A Gerola lasciamo la statale in corrispondenza del cimitero posto all'uscita
dal paese, prendendo a destra e percorrendo una strada che ci porta
a Laveggiolo (m. 1471), dove lasciamo l'automobile per imboccare una
strada sterrata che attraversa la bassa val Vedrano e comincia a risalire
il fianco nord-orientale del Piazzo. Lasciamo la strada quando incontriamo
un cartello che segnala un sentiero Al rifugio. Questo sentiero, dopo
un tratto ripido, comincia una serie di saliscendi, puntando verso sud-sud-ovest
e raggiungendo il rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Dal rifugio saliamo
poi facilmente alla bocchetta di Trona (m. 2092), che appare ai nostri
occhi dopo che abbiamo aggirato un dosso. Siamo sulla storica via del
Bitto, che congiunge Gerola
ad Introbio. Seguiamo le indicazioni per il rifugio S. Rita e perdiamo
leggermente quota in direzione sud (sinistra), fino ad incontrare l'indicazione
di una deviazione a sinistra, per il rifugio F.A.L.C.; seguiamola e,
risalito un canalino, raggiungiamo in breve il rifugio, edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949, presso la bocchetta del Varrone.
Dal rifugio FALC seguiamo l'indicazione di un cartello (che dà la bocchetta di Piazzocco a 20 minuti ed il pizzo dei Tre Signori ad un'ora e 20 minuti) ed i segnavia rosso-bianco-rossi e cartelli, imboccando il sentierino che sale verso sinistra (sud) e che ci porta alla bocchetta del Varrone, che si affaccia sul lago dell'Inferno. Ne costeggiamo, per un tratto, la riva occidentale, rimanendo però alti rispetto ad essa, tagliando il fianco orientale del pizzo Varrone (m. 2325) e procedendo sempre verso sud. Poi il sentiero volge a destra e porta alla bocchetta di Piazzocco (m. 2224), che ci fa lasciare il fianco occidentale della valle dell'Inferno. Prendendo di nuovo a sinistra (direzione sud) affrontiamo un passaggio su roccia che si trova poco oltre la bocchetta di Piazzocco e che può essere prudentemente aggirato con una breve diversione più a valle. Cominciamo, quindi, a risalire il versante di rocce, balze e pianori che si stende a nord del pizzo. Proseguiamo seguendo con attenzione i segnavia, per evitare di trovarci in punti esposti, ed affrontando qualche passaggio che richiede elementari passi di arrampicata, fino ad un pianoro erboso dal quale la grande croce della vetta appare ormai vicina.
Oltre il pianoro, superiamo alcune formazioni rocciose arrotondate, senza particolari difficoltà, ma prestando sempre attenzione a non perdere il percorso dettato dai segnavia. Osservati probabilmente dallo sguardo stupito di qualche pecora o capra, affrontiamo, infine, l'ultimo sforzo, risalendo un pendio abbastanza ripido, che ci conduce alle ultime roccette, che si superano con un po' di attenzione, per mettere finalmente piede sul piccolo pianoro sommitale.
Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster, troviamo anche un piccolo altare. Spettacolare il panorama. Ad ovest spicca il monte Legnone, ma lo sguardo raggiunge anche, a sud-ovest il Resegone, i Campelli, le Grigne. Sul fondo, ad ovest e nord-ovest, la cerchia delle Alpi con i gruppi del Rosa e dell'Oberland Bernese. A nord, a destra della Costiera dei Cech, alle cui spalle si vedono le cime della Valle dei Ratti, splendida è la visione del gruppo del Masino-Disgrazia, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, invece, spiccano, nella sezione mediana della catena orobica, il Corno Stella, il pizzo del Diavolo di Tenda, i pizzi di Scais, Redorta e Coca; sul fondo, ad est, il massiccio dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello. In basso si vedono la Valtellina, la Val Troggia, la Val Brembana, le alture del Comasco, del Varesotto e della Brianza con tratti dei laghi di Corno e di Lugano. Infine, oltre la nebbiosa pianura padana, si scorgono i profili dell'Appennino. Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano.
Ma sul panorama
splendido di cui si gode dal questa cima, cediamo di nuovo la parola
alla Guida alla Valtellina: "Il panorama è superbo. A sud
il monte precipita ripidissimo nella valle Brembana di cui si vede tutto
il corso fin dove il Brembo si getta nell'Adda. Ai piedi delle Prealpi
si scorge Bergamo alta, più in giù Treviglio, Crema, Cremona.
Volgendo ad occidente appare a piè del monte la Valsassina, che,
aprendosi, permette la vista di Lecco e del suo lago; più in
là si vede il lago d'Annone, e tutta la Brianza, Milano, Monza
e Novara, poi Pallanza sul lago Maggiore, parte del lago di Lugano
e il lago di Como da Argegno a Lenno. La catena dell'Alpi e la catena
Orobia s'abbracciano tutte collo sguardo da questa vetta..."
Probabilmente sullA cima troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese. Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile.
Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad una distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti.
Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo. Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti. E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo poche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.
L'escursione comporta dalle tre alle quattro ore di cammino
nella prima variante, mezzora in più nella seconda, e richiede
un certo allenamento: non è quindi consigliabile che sia la prima
uscita dopo mesi di assoluto letargo invernale e primaverile.
Tteniamo presente tutto ciò, in modo che si avveri, per noi, l'augurio racchiuso nella denominazione del rifugio F.A.L.C.,
che è un acronimo dell'espressione latina Ferant Alpes Laetitiam
Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori.
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| Dislivello: |
1100 metri ca. (prima
variante) oppure
1070 metri ca. (seconda variante) |
| Tempi: |
3 ore e 30 min (prima variante)
oppure
4 ore (seconda variante) |
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Cartina
Kompass n.96 - settore B6 |
| Testo e fotografie a cura di M.
Dei Cas |
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