Anello di Gerola

 

 
Da Gerola al rifugio salmurano, per la Val Bomino

Gerola. Foto di M. Dei Cas La valle del Bitto di Gerola, che ospita gli splendidi alpeggi dove nasce il più famoso formaggio di Valtellina, il Bitto, appunto, è, dopo la Val Lésina, la seconda grande valle orobica che si incontra percorrendo la Valtellina dalle sue porte occidentale verso la sua sezione mediana. Tuttavia nei secoli passati tale valle è stata legata al versante orobico bergamasco, alla Val Brembana, alla Valsassina ed alla Val Varrone, assai più che alla bassa Valtellina. E ciò fin dai suoi primi insediamenti: come scrive Cirillo Ruffoni, nell’introduzione al volume su Gerola della collezione degli inventari dei toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi, “la tradizione orale vuole che i primi abitanti di Gerola siano venuti dagli opposti versanti della Val Brembana e della Valsassina, per l’estrazione e la lavorazione del ferro e per dedicarsi all’attività dell’allevamento. I legami con i paesi d’origine sarebbero stati saldi per parecchio tempo, tanto che i morti venivano portati là per la sepoltura”. Viva rimase per molto tempo anche la tradizione dei matrimoni che univano giovani dei due versanti orobici, ed in particolare della Val Gerola e di Ornica. La storia politica si incaricò, poi, di dividere ciò che la storia delle genti La val Bomino. Foto di M. Dei Casaveva unito: agli inizi dell’età moderna, infatti, e precisamente dal secondo decennio del secolo XVI correvano, fra questi monti, i confini di tre diversi domini, quello della Lega Grigia, in terra di Valtellina, quello della Serenissima Repubblica di Venezia, sul versante della Val Brembana, quello, infine, della Spagna, signora del Ducato di Milano, in Valsassina ed in Val Varrone. Confini che si incontravano proprio sui 2554 metri della più alta delle cime della Val Gerola, che, per questo, prese il nome di Pizzo dei Tre Signori (“ul piz di tri ségnùr”, dove oggi si incontrano i confini delle province di Sondrio, Lecco e Bergamo).
In tre giorni un discreto camminatore può percorrere i luoghi più belli e suggestivi della civiltà del Bitto, lungo un percorso che può essere definito anello di Gerola Alta. Ecco il racconto della prima giornata, che inizia a Gerola e termina al rifugio Salmurano. Raggiungiamo Gerola Alta (“giaröla”, da “gèra”, ghiaia, con allusione alle devastanti alluvioni del Bitto, m. 1050), percorrendo la statale 404 della Val Gerola (per imboccarla, stacchiamoci a destra dalla SS 38 dello Stelvio al primo semaforo - per chi viene da Colico - di Morbegno). Il primo segmento dell'itinerario ci porta a risalire l'intera valle di Bomino, la più orientale Il laghetto di Verrobbio. Foto di M. Dei Casdelle quattro valli nelle quali l'alta Val Gerola si divide (le altre sono, da est ad ovest, la valle di Pescegallo o di Fenile, la val Tronella e la valle della Pietra), citata, per la prima volta, in un documento del 1343 (“in valle bomini”).
Per farlo dobbiamo imboccare la strada asfaltata che, poco prima di Gerola, si stacca dalla strada statale in direzione sud, raggiungendo, dopo Valle, la frazione di Nasoncio (“nasùnc”, m. 1080). Si tratta di un grazioso nucleo, già citato in un documento del 1321, che parla di una contrada “de Naxongio”, e collocato sulle propaggini dell'ampio dosso che scende dal monte Motta. Superate le cà de sot, dove si trova la chiesetta, le cà di bétée e le cà di tàrch, la strada diventa una carrozzabile sterrata che taglia, per un lungo tratto, il versante orientale dell’ampio dosso che scende dal monte Motta, portando ad un bivio. Qui ignoriamo la deviazione sulla sinistra, che scende al ponte sul torrente di Bomino e conduce al fianco occidentale del lungo dosso di Bema, e proseguiamo sulla pista principale, addentrandoci nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524: l’alpe, privata, è denominata, nel dialetto locale, “bumìgn a vaga”; ricordiamo che “vago” significa “ombroso”, e si contrappone a “solivo”). Qui passiamo dal lato sinistro a quello destro idrografico della valle (dal destro Il sentiero passo di Verrobbio-Forcellino. Foto di M. Dei Casal sinistro, per noi che saliamo), seguendo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601, alpeggio anch’esso privato, denominato “bumìgn a sulìva”); scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana), chiamato, con voce dialettale, sul versante bergamasco, “ul pas de véròbi” e, su quello della Val Bomino, ”la buchéta de bumìgn”.
Il passo merita una sosta prolungata, perché presenta diversi motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Nell’età moderna si passava, di qui, dal territorio governato dalla Lega Grigia a quello della Repubblica di Venezia, che comprendeva, fra i suoi domini, Bergamo ed il suo territorio. Ma troviamo, qui, anche altri segni di una storia più recente: si tratta delle opere di fortificazione costruite, per volontà del generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio (o anche un’invasione dalla Valle di Poschiavo, con violazione della neutralità svizzera) avrebbe fatto assumere al crinale orobico un’importanza strategica per impedire che l’esercito austro-ungarico dilagasse nel milanese. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo, infatti, i resti Le cime di Ponteranica. Foto di M. Dei Casdei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una vera e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie per scrutare la valle di Bomino. Troviamo, infine, nei pressi del passo, un grazioso microlaghetto, che suggerisce pensieri più ameni e pacifici.
Al passo intercettiamo il sentiero che proviene, sulla nostra destra (ovest), dal passo del Forcellino e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio (si tratta di un segmento della Gran Via delle Orobie, e precisamente, della sua sezione occidentale, denominata Sentiero Andrea Paniga). Ora dobbiamo tagliare tutta l'alta val Bomino, percorrendo proprio questo sentiero, ma in direzione inversa, cioè verso ovest: perdiamo, così, quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050, “ul furscelìgn”), stretta porta scavata nel crinale roccioso che separa la valle di Bomino da quella di Pescegallo: qui una targa ci conferma che siamo sul sentiero Andrea Paniga.
Per cenge e balze in qualche punto un po’ esposte scendiamo, quindi, alla conca di Pescegallo, nella quale culmina la valle omonima. Il toponimo “pecegallo”, con le varianti “pezegallo” e pexegallo”, è già Il lago di Pescegallo. Foto di M. Dei Cascitato nel secolo XIV; esso, come la voce dialettale “péscégàl”, designa la parte alta della Valle di Fenile (denominata anche Valle di Pescegallo) e non ha niente a che fare né con i pesci (nonostante la presenza di un lago artificiale, il lago di Pescegallo, appunto), né con i galli, in quanto deriva da “pesc”, abete, e “gal”, il gallo cedrone, uno degli animali più tipici delle Orobie (simbolo del Parco delle Orobie Valtellinesi).
Scendendo, possiamo osservare, alla nostra destra, un evidente avvallamento, denominato “la cüna”, cioè “la culla”, con riferimento ad una leggenda secondo la quale qui sarebbe stato ritrovato un bambino allevato da una femmina di camoscio, e poi chiamato Spandrio. Il sentiero, ben segnalato e marcato, porta allo sbarramento artificiale dell’ENEL, che ha sostituito un preesistente laghetto. Siamo in un altro dei luoghi tipici della civiltà del Bitto, l’alpeggio comunale anticamente denominato “péscégàl dal làach”. La conca è dominata da una testata che, pur non proponendo vette di significativa elevazione, si caratterizza per le forme gotiche e bizzarre, quelle, da sinistra, del pizzo della Nebbia (m. 2243, denominato così non a caso: questa zona, come l’intero comprensorio delle montagne del Bitto, è, Il rifugio Salmurano. Foto di M. Dei Casinfatti, frequentata volentieri da dense foschie che salgono dalla bergamasca), delle tre cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372 ed occidentale, m. 2370) e dell’inconfondibile dente del monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371).

Superiamo, quindi, la diga (m. 1865), percorrendone lo sbarramento, e proseguiamo la discesa tagliando un bel prato. Lasciamo alla nostra destra la traccia che scende per via diretta al Villaggio Pescegallo e ci ritroviamo sulla pista sterrata che scende con percorso più ampio al medesimo villaggio (m. 1454), punto di arrivo della linea di autoservizi che serve la Val Gerola. Lasciamo, però, ben presto la pista per imboccare, sulla sinistra, seguendo le indicazioni, un sentiero che attraversa un bellissimo bosco di radi larici e, puntando verso sud-ovest, termina nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848), sul limite dell’alpeggio comunale “péscégàl li fopi” (italianizzato in “Foppe di Pescegallo”). Il rifugio, collocato al termine della seggiovia che parte dal Villaggio Pescegallo, è il punto di arrivo della prima giornata di questa traversata delle Tre Signorie, giornata che comporta, prendendosela comoda (come peraltro si deve fare: siamo immersi in mondo che ci costringe a correre, almeno in montagna scegliamo un andamento lento), circa 6 ore di cammino (il dislivello La pista Pescegallo-Salmurano. Foto di M. Dei Casapprossimativo, in altezza, è di 950 metri).

Difficoltà
E
Dislivello
950 mt
Tempo
6 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Dal rifugio Salmurano al rifugio Falc

La Rocca di Pescegallo. Foto di M. Dei CasLa seconda giornata della traversata (o la prima, se ne abbiamo solo due a disposizione: in tal caso partiamo dal Villaggio Pescegallo e saliamo per la pista sterrata al rifugio, proseguendo come qui di seguito descritto) inizia con il passaggio dalla signoria delle Tre Leghe, entro i cui confini si è snodata l’intera prima giornata, a quella di Venezia. Dobbiamo, infatti, risalire l'alpe, per raggiungere il passo di Salmurano (“buchéta de salmüràa”, denominato anche, dai bergamasci, “pàs de selmürà”, a m. 2017), il cui incavo è già ben visibile sulla parte occidentale (destra) dell'ampia conca. Per farlo abbiamo due possibilità: seguire una traccia che sale al centro della conca, fino al punto di arrivo della sciovia, per poi piegare a destra e guadagnare il passo, oppure seguire un sentiero che corre lungo il fianco occidentale (di destra) della conca (la parte alta del “séntèr de salmüràa”, che sale all’alpe dalla Valle di Fenile), congiungendosi al primo in prossimità del valico.
In entrambi i casi ci ritroveremo di fronte alla graziosa statua della Madonnina, sul cui sfondo si disegnano in primo piano, verso nord, le più famose cime del gruppo del Masino-Disgrazia, vale a dire, La conca di Salmurano. Foto di M. Dei Casda sinistra, i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro, la cima di Zocca, la punta Allievi, la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone e, inconfondibile nella sua mole preminente, il monte Disgrazia. Sul lato opposto (meridionale) si apre di fronte ai nostri occhi, invece, la solitaria conca terminale dell'alta valle Salmurano, che, insieme alla valle dell'Inferno, confluisce nella valle di Ornica (Val Brembana, provincia di Bergamo).
Lasciamo, ora, la signoria delle Tre Leghe ed incamminiamoci sui sentiero della Serenissima. Prendiamo a destra (ovest), seguendo il sentiero che, perdendo leggermente quota, punta al piede di un grande intaglio nella parete rocciosa, il canalino del
canalone del Forno ("canalìgn di piazzoc'"), percorso da un ruscello e piuttosto ripido. La risalita del canalino, che dal passo di Salmurano sembra decisamente inaccessibile, non è, in realtà, complicata, in quanto richiede solo qualche semplice passo di arrampicata (leggi: si Il passo di Salmurano. Foto di M. Dei Casdevono utilizzare, in qualche passaggio, anche le mani) e va fatta seguendo il percorso dettato dai segnavia rosso-bianco-rossi. Giunti alla sommità del canalino, ci ritroviamo in un piccolo pianoro e, seguendo il sentiero, affrontiamo un ulteriore strappo, prima di guadagnare un secondo e ben più ampio pianoro roccioso, sul quale sono collocati il rifugio Benigni (m. 2282) ed il lago dei Piazzotti.
L'ampio pianoro è un piccolo gioiello nascosto nel cuore delle Orobie occidentali. Innanzitutto rappresenta un osservatorio straordinariamente suggestivo sul versante retico, soprattutto sulle cime del gruppo Masino-Disgrazia. Poi, accanto al bel lago glaciale dei Piazzotti, ce ne sono altri due, più piccoli e posto più a monte: vale la pena di visitarli, sono due piccoli gioielli. In terzo luogo, con un piccolo sforzo supplementare, possiamo facilmente salire dal pianoro alla Cima Occidentale di Piazzotti, dirigendoci, verso sud-ovest, alla volta della ben visibile croce della cima (m. 2349). Unico neo: sono, questi, luoghi che non entusiasmeranno gli amanti della montagna silenziosa e tranquilla, dal momento che, Il pizzo di Giacomo visto dal passo di Salmurano. Foto di M. Dei Cassoprattutto in alta stagione, sono frequentati da un molteplice nugolo di camminatori che salgono fin qui da Ornica e che non hanno fatto alcun voto di silenzio clausurale.
Ora presentiamo due possibili varianti per effettuare la seconda parte della traversata, che si conclude al rifugio Falc. La prima, o variante bassa, passa per la stupenda Val Tornella, altro luogo forte della civiltà del Bitto; la seconda, o variante alta, passa, invece, per la selvaggia e lunare valle di Trona. In entrambi i casi, ci si ritrova alla diga di Trona, per salire, infine, al rifugio Falc (detto, dialettalmente, "cà dul bola").
Variante bassa. A poca distanza dal rifugio, a nord, si trova l’imbocco del canalino che immette nella bellissima val Tornella. Un percorso segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi lo percorre e discende l’intera valle, fino ad intercettare il sentiero che dal Villaggio Pescegallo sale alla diga di Trona. Il primo La valle di Salmurano (Val Brembana). Foto di M. Dei Castratto della discesa, che propone anche un passaggio esposto, richiede attenzione e cautela, e va percorso seguendo il tracciato dettato dai segnavia. Rientriamo, così, in terra di Valtellina e tocchiamo luoghi più tranquilli, scendendo il ripido versante di sfasciumi che si stende ai piedi della testata della valle.
Bellissima la cornice delle cime dolomitiche che la delimitano ad ovest e ad est: a sinistra possiamo ammirare il Torrione della Mezzaluna, m. 2333, il pizzo della Mezzaluna, m. 2373 (“li mezzalüni”), il Torrione di Tronella, m. 2311, ed il pizzo del Mezzodì, m. 2116 (i “turiùn de pìich”); a destra si propone, invece, la formazione della Rocca di Pescegallo o dei Denti della Vecchia, m. 2125 (“filùn de la ròca” o Il canalone del Forno. Foto di M. Dei Cas“dénc de la végia”). Si tratta di formazioni che costituiscono le espressione più tipiche delle montagne di questa zona. La geologia ci insegna che la testata della Val Gerola fa parte dell’anticrinale orobica, con un nucleo di duro gneiss rivestito di più friabili rocce sedimentarie, facilmente modellabili da vento ed acqua, che ne hanno cavato torrioni, guglie e pizzi, un frammento di Dolomiti perso in una landa troppo occidentale.
Il sentiero scende, quindi, all’alpeggio privato di Tronella (“trunèla”), già citata nel 1329. A quota 1808 troviamo una sorgente impetuosa, le cui acque sono raccolte in un piccolo invaso: si tratta della sorgente di Tronella. Presso l’invaso, un cartello ci informa che proseguendo nella discesa si raggiunge, dopo 40 minuti, Pescegallo, mentre prendendo a destra si traversa all’alpe Salmurano, seguendo un tratto della Gran Via delle Orobie. Continuiamo, quindi, a scendere, in una cornice di larici e radure di Il rifugio Benigni. Foto di M. Dei Casrara bellezza, fino ad intercettare, a 1600 metri circa di quota, il sentiero Pescegallo-Trona. Qui prendiamo a sinistra, raggiungendo il guado del torrente che scende dalla Val Tronella (“ul bit de trunéla”: ricordiamo che “bit”, da cui Bitto, significa torrente, corso d’acqua) e portandoci ad una bella conca di prati, dalla quale il sentiero prosegue attaccando deciso il fianco orientale del versante che separa la Val Tronella dalla Valle di Trona. Dopo un tratto di salita severa, il sentiero piega a destra e ci porta sul filo del dosso, occupato da una bella spianata prativa, da una amena pozza e dalla baita quotata 1857 metri. Il sentiero prosegue aggirando il dosso ed addentrandosi sul fianco orientale della Valle di Trona, fino a raggiungere lo sbarramento che contiene il lago omonimo (m. 1805). Qui ci fermiamo, aspettando coloro che avessero scelto di percorrere, dal rifugio Benigni, la variante alta.
Variante alta. Nei pressi del punto al quale giunge il sentiero che abbiamo percorso per salire al rifugio Benigni, ne parte un secondo verso sud-ovest (destra; indicazioni per il rifugio Grassi). Dopo aver tagliato il roccioso versante sud-orientale della cima dei Piazzotti, il sentiero porta ad solitario vallone Laghetto sopra il rifugio Piazzotti. Foto di M. Dei Casche confluisce, da occidente, nell’alta valle di Salmurano. Incontriamo, sulla nostra strada, una nuova pozza, prima di accedere al breve corridoio che precede la bocchetta di Trona (detto anche passo Bocca di Trona o bocchetta di Val Pianella, “buchéta de la val pianèla”, m. 2224), che si affaccia sull’alta valle di Trona. Lasciamo, quindi, definitivamente il sentiero 101, che prosegue verso il rifugio Grassi, e con esso la terra della Serenissima, tornando in terra di Valtellina e cominciando la discesa in valle di Trona. a 2224 metri.
Ci affacciamo così nella selvaggia Val Pianella, i cui fianchi sono chiusi a destra dal Torrione della Mezzaluna e dal Torrione di Tronella (m. 2311) ed a sinistra dall'inconfondibile profilo conico del Pizzo Il canalino che scende in Val Tronella. Foto di M. Dei Casdi Trona (“piz di vèspui”, m. 2510). Disceso il primo tratto, giungiamo alla deviazione segnalata per il
lago Rotondo ("làch Redont"). Ignoriamola e scendiamo tenendo la destra della valle, fino a fiancheggiare gli splendidi laghi Zancone (“lach sancùn”) e di Trona (“lach de truna”), il primo naturale ed il secondo formato da uno sbarramento idroelettrico dell'Enel su un precedente lago naturale. Il lago Zancone, in particolare, è di particolare bellezza, per cui vale la pena di soffermarsi nei pressi della sua riva per ammirarlo.
Le varianti bassa ed alta si incontrano qui. Vediamo, ora, come terminare la giornata. Oltre lo sbarramento della diga riprendiamo a salire, superando alcune roccette e raggiungendo una larga fascia di detriti e sfasciumi scesi dal fianco occidentale del Pizzo Tronella. Qui dobbiamo fare attenzione alla deviazione a sinistra (segnata come Via direttissima al Pizzo dei Tre Signori, o anche, con abbreviazione, P. 3 S), che ci permette di raggiungere, con uno strappetto severo, lo sbarramento del lago artificiale (ma di origine naturale) dell'Inferno (“lach l’infèren”, m. 2085), che attraversiamo su un comodo camminamento. Poi, sempre seguendo le abbondanti segnalazioni, ignoriamo una deviazione a sinistra, che si addentra nella La sorgente Tronella. Foto di M. Dei Casvalle dell'Inferno (“val l’Infèren”), e guadagniamo una sella, che si affaccia sulla conca nella quale è collocato, poche decina di metri sotto, il rifugio F.A.L.C. (che è un acronimo dell'espressione latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori.).
Scendendo al rifugio mettiamo piede sul territorio della terza signoria, che in età moderna era rappresentata dalla dominazione spagnola, la quale, dal milanese, raggiungeva il limite superiore del lago di Como. Il rifugio, a 2120 metri, è stato aperto il 18 settembre 1949 per iniziativa dell’omonima Società Alpinistica milanese, ed è punto di appoggio per il secondo pernottamento: lo abbiamo raggiunto dopo aver superato, in circa 7-8 ore, oltre 1100 metri di dislivello.

La Val Tronella. Foto di M. Dei Cas

Difficoltà
E
Dislivello
1100 mt
Tempo
7-8 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Dal rifugio Falc a Gerola, passando per il pizzo dei Tre Signori

la val Pianella. Foto di M. Dei CasProtagonista della terza giornata è il pizzo dei Tre Signori. Non una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana. Come scrive Renzo Passini, in un articolo su “Le vie del bene”, “in località la Sponda, la Costa delle Ferriere, la Costa di Trona ci sono ancora avanzi di gallerie, dentro le quali lavoravano gli antichi “madallari» e più recentemente i «fraini». Sono qui le miniere che si chiamavano di Varrone, Todesca, Cipriana, Arrigona Solo/a, Petazza, Lessetta, Trona, Pina. Di qui veniva il ferro con cui si fabbricavano le armi nelle famose fabbriche di Milano. Di qui il ferro che occorreva all'esercito spagnolo durante la dominazione della Spagna.”
Dal punto di vista geologico, il pizzo è costituito da conglomerati poligenetici, fra i quali prevale il Discesa al lago dell'Inferno. Foto di M. Dei Cascosiddetto “Verricano lombardo”, un insieme di ciottoli porfirici, porfinitici e tufacei, di cui parla anche Guler von Weineck, governatore delle Tre Leghe in Valtellina fra il 1587 ed il 1588, nella sua opera “Raetia”, scrivendo, con riferimento alla Val Gerola: “In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”
Molto del fascino di questa montagna è legato anche al suo nome, che gli conferisce un’aria nobile, ieratica. Basta però solo un po’ di cultura storica per capire che non si è sempre chiamato così. Il suo nome originario è “pizzo Varrone” (passato poi al pizzo che si trova poco a nord). Poi, dal 1512, la Valtellina passa sotto il dominio delle Tre Leghe, e da allora sulla cima del pizzo convergono i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta (versante orobico bergamasco), del ducato di Milano (montagne del lecchese) e, appunto, delle Tre Leghe. Ecco l’origine dei Tre Signori del nome del pizzo, che però, con la sua altera impassibilità, sembra ricordarci la presunzione umana che, nell’attribuirgli questo nome, ha dimenticato che il vero signore di questi luoghi è lui.
Ma vediamo come salire. Dal rifugio Falc (detto, dialettalmente, "cà dul bola") seguiamo l'indicazione di un cartello (che dà la bocchetta di La valle di Trona. Foto di M. Dei CasPiazzocco a 20 minuti ed il pizzo dei Tre Signori ad un'ora e 20 minuti) ed i segnavia rosso-bianco-rossi e cartelli, imboccando il sentierino che sale verso sinistra (sud) e che ci porta alla bocchetta del Varrone, che si affaccia sul lago dell'Inferno. Ne costeggiamo, per un tratto, la riva occidentale, rimanendo però alti rispetto ad essa, tagliando il fianco orientale del pizzo varrone (m. 2325) e procedendo sempre verso sud. Poi il sentiero volge a destra e porta alla bocchetta di Piazzocco (“buchétìgn dul bùgher”, m. 2224), che ci fa lasciare il fianco occidentale della valle dell'Inferno. Prendendo di nuovo a sinistra (direzione sud) affrontiamo un passaggio su roccia che si trova poco oltre la bocchetta di Piazzocco e che può essere prudentemente aggirato con una breve diversione più a valle. Cominciamo, quindi, a risalire il versante di rocce, balze e pianori che si stende a nord del pizzo. Proseguiamo seguendo con attenzione i segnavia, per evitare di trovarci in punti Il lago Zancone. Foto di M. Dei Casesposti, ed affrontando qualche passaggio che richiede elementari passi di arrampicata, fino ad un pianoro erboso dal quale la grande croce della vetta appare ormai vicina.
Oltre il pianoro, superiamo alcune formazioni rocciose arrotondate, senza particolari difficoltà, ma prestando sempre attenzione a non perdere il percorso dettato dai segnavia. Osservati probabilmente dallo sguardo stupito di qualche pecora o capra, affrontiamo, infine, l'ultimo sforzo, risalendo un pendio abbastanza ripido, che ci conduce alle ultime roccette, che si superano con un po' di attenzione, per mettere finalmente piede sul piccolo pianoro sommitale.
Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster, troviamo anche un piccolo altare. Spettacolare il panorama. Ad ovest spicca il monte Legnone, ma lo sguardo raggiunge anche, a sud-ovest il Resegone, i Campelli, le Grigne. Sul fondo, ad ovest e nord-ovest, la cerchia delle Alpi con i gruppi del Rosa e dell'Oberland Bernese. A nord, a destra della Costiera dei Cech, alle cui spalle si Il rifugio Falc. Foto di M. Dei casvedono le cime della Valle dei Ratti, splendida è la visione del gruppo del Masino-Disgrazia, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, invece, spiccano, nella sezione mediana della catena orobica, il Corno Stella, il pizzo del Diavolo di Tenda, i pizzi di Scais, Redorta e Coca; sul fondo, ad est, il massiccio dell’Ortles-Cevedale, dell’Adamello ed i gruppi dell'Arera e della Presolana. In basso si vedono la Valtellina, la Val Troggia, la Il lago dell'Inferno. Foto di M. Dei CasVal Brembana, le alture del Comasco, del Varesotto e della Brianza con tratti dei laghi di Corno e di Lugano. Infine, oltre la nebbiosa pianura padana, si scorgono i profili dell'Appennino. Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano. Probabilmente troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese.
Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile. Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad Sentiero oltre la bocchetta di Piazzocco. Foto di M. Dei Casuna distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti. Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo.  Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti.
E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo Salita al pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei Caspoche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.
La seconda parte della giornata prevede il ritorno al rifugio Falc e la traversata che, passando per la bocchetta e l’alpe di Trona, scende a Laveggiolo (“Lavegiöl”) e di qui a Gerola, dove l’anello escursionistico si chiude. Tornati, dunque, al rifugio Falc per la medesima via di salita, seguiamo le abbondanti segnalazioni per il rifugio Santa Rita, che ci guidano nella discesa di un canalone di sfasciumi, in direzione nord-ovest, che si conclude quando intercettiamo, ad una quota approssimativa di 2020 metri, il sentiero, segnalato, che dalla bocchetta di Trona, alla nostra destra, effettua una traversata dell’alta Sentiero per il pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei CasVal Varrone e si porta alla bocchetta della Cazza, nei pressi della quale si trova il rifugio Santa Rita. Si tratta della Via del Bitto, che prosegue, oltre il rifugio Santa Rita, scendendo in Valle della Troggia e da questa ad Introbio.
Una via che affonda radici profonde nella storia, fino ad epoche  pre-romane, e che ha rivestito, fino all’età moderna, una funzione assolutamente strategica nelle comunicazioni fra il mondo latino e quello retico-germanico. Infatti, è stata per molti secoli la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.
Sentiero per il pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei CasQualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). Percorriamo, dunque, il sentiero verso destra, portandoci, in breve, alla bocchetta di Trona (m. 2092), dove la Via del Bitto tocca il punto culminante della Via del Ferro, cioè del sentiero che dalla frazione Giabi di Premana risale l’intera Val Varrone, fino alla sua testata. La sua denominazione è legata al fatto che per secoli venne utilizzata per trasportare il minerale di ferro estratto in alta Val Varrone. Venne, poi, risistemata nel secolo XVIII, sotto la dominazione asburgica, assumendo la denominazione di “Via di Maria Teresa”. Un altro pezzo di storia importante che converge alla bocchetta Sentiero per il pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei Casdi Trona, dove i due versanti orobici sembrano fondersi in un unico microcosmo alpino.

Di storia, questa bocchetta, ne ha vista proprio tanta, essendo stata, infatti, fin da epoche antichissime, il più agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato. All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Sentiero per il pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei CasValtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera. Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente.
Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, Croce sulla cima del pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei Casperché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati.
Poi più nulla, eccezion fatta per alcune vicende legate ai due conflitti mondiali del secolo scorso. I segni di queste vicende sono ancora ben visibili presso la bocchetta. Innanzitutto il fortino militare costruito nel 1917 nel contesto delle opere di fortificazione lungo la linea Cadorna, voluta dal generale Cadorna lungo buona parte del crinale orobico nella prospettiva di una possibile invasione della Valtellina da parte dell’esercito austro-ungarico (egli non si fidava, infatti, dello stato maggiore svizzero e della neutralità elvetica, e temeva che i nemici potessero ottenere un facile passaggio dalla Valle di Poschiavo e di lì dilagare poi nella media e bassa Valtellina).
Panorama dalla cima del pizzo dei Tre Signori. Foto di M. Dei CasPoi il rudere dell’ex-rifugio Pio XI, posto su uno speroncino che domina la bocchetta, a 2122 metri (lo raggiungiamo facilmente in pochi minuti). Nel 1924 l’edificio venne edificato per iniziativa della Federazione degli Oratori Milanesi, che ebbe l’idea di costruire questo rifugio perché servisse come base per le ascensioni ai pizzi dei Tre Signori e di Trona e funzionasse anche da colonia estiva, nello splendido scenario di questo comprensorio. Durante la seconda guerra mondiale l’ex-rifugio venne utilizzato come ricovero dai partigiani ed incendiato da un’azione delle truppe nazi-fasciste il 21 marzo del 1944. Da allora rimane un triste e muto testimone di questo tragico periodo della storia italiana. Qualche mese dopo la bocchetta fu teatro di un’altra significativa vicenda legata alla guerra partigiana: di qui passò, nel suo ripiegamento strategico per sfuggire ad un rastrellamento massiccio operato dalle forze nazi-fasciste in Valsassina, la 55sima brigata “Fratelli Rosselli”. Era il novembre del 1944, e la ritirata proseguì attraversando l’intera parte alta del fianco occidentale della Val Gerola, scendendo a guadare l’Adda presso Morbegno, risalendo la Syambecco. Foto di M. Dei CasCostiera dei Cech, traversando in Valle dei Ratti ed in Val Codera e passando, infine, attraverso la bocchetta della Teggiola, in territorio elvetico. Alcuni cartelli dell’ANPI, collocati in punti diversi di questo itinerario, la ricordano.
Scendiamo, ora, anche noi dalla bocchetta, seguendo il sentiero che raggiunge la solitaria “baita du varùn” (m. 2019), per poi piegare a sinistra (direzione nord e poi nord-ovest), tagliando un modesto crinale e, dopo una svolta a destra, puntando al ben visibile edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907), alla Casera Vecchia di Trona (“li casèri végi”). La “Truna”, alpeggio comunale fra i più ampi e belli nel comprensorio del Bitto, è divisa in “Truna suliva” (parte settentrionale) e “Truna vaga” (parte meridionale ed orientale). Originariamente era un’alpe unica, divisa in 12 quadri, ma nel 1545 Pietro de Mazzi, soprannominato “Bedolino”, che ne deteneva la proprietà, dovette fuggire avventurosamente da Gerola a Verona, per problemi con la giustizia, e decise di lasciare metà dell’alpeggio al comune di Gerola, impegnandolo a distribuire, ogni anno, a tutte le famiglie di Gerola pane e sale, tradizione che si è conservata fino ai giorni nostri.
Gli ampi e luminosi pascoli dell’alpe si stendono alle falde orientali del pizzo Mellasc (m. 2465), al La bocchetta di Trona. Foto di M. Dei Casculmine del crinale che separa la Truna dalla Val Vedrano, a nord-ovest: ottimo, da qui, è il colpo d’occhio sulla diga di Trona e sul pizzo omonimo, che mostra tutta l’eleganza della sua forma conica e regolare. Più a destra, invece, il pizzo dei Tre Signori appare come un massiccio ma poco pronunciato cupolone.
La discesa a Gerola, a questo punto, può avvenire per due vie. La più breve e diretta scende, seguendo il tracciato della Via del Bitto, per la Valle della Pietra (“val de la Préda”), nella quale confluiscono le superiori valli di Trona e dell’Inferno, e che rappresenta il più occidentale dei grandi rami nei quali si divide la Val Gerola a monte di Gerola Alta. La seconda, più lunga, effettua una traversata del fianco alto occidentale della Valle della Pietra, fino a Raveggiolo, e di qui scende a Gerola, passando per Castello.
Se intendiamo optare per la prima soluzione, dobbiamo scendere, dal rifugio, verso destra (sud-sud-est), fino ad un quadrivio, segnalato da alcuni cartelli. Qui, infatti, convergono i sentieri 118 e 147, che provengono da destra, rispettivamente dai laghi Inferno (1 ora)- Trona (20 minuti) e dalla bocchetta di Trona (50 minuti: si tratta del sentiero che scende diretto, dopo la baita di quota 2019, in direzione I pizzi di Trona e dei Tre Signori, visti dall'alpe di Trona. Foto di M. Dei Casnord-est; noi, invece, abbiamo preso a sinistra) e che proseguono, congiuntamente, scendendo in Valle della Pietra (su questo percorso la Casera Nuova di Trona è data a 10 minuti, Gerola ad un’ora e 30 minuti). Di qui passa anche la Gran Via delle Orobie, che abbiamo percorso scendendo dal rifugio, e che prosegue, verso destra, per il lago di Trona, dato a 10 minuti, Pescegallo, dato ad un’ora, ed il passo di San Marco, dato a 3 ore e 50 minuti (nella direzione dalla quale proveniamo, invece, Raveggiolo è data ad un’ora e 40 minuti, l’alpe Combina a 3 ore e 50 minuti e l’alpe Culino a 4 ore e 20 minuti). Seguendo le indicazioni dei cartelli, dunque, imbocchiamo il sentiero che scende su un largo dosso di pascoli, passando nei pressi della Casera Nuova di Trona (m. 1830). Il sentiero diventa una larga mulattiera, con fondo in molti punti ben lastricato, che perde quota con diverse serpentine, attraversando per tre volte, da sinistra a destra, da destra a sinistra e di nuovo da sinistra a destra, un torrentello. Superato un secondo torrentello, sempre da destra a sinistra, raggiungiamo il bivio di quota 1378, segnalato da un cartello: qui ci raggiunge, da sinistra, un sentiero che scende, più diretto, sempre dall’alpe di Trona. I pizzi di Trona e dei Tre Signori, visti dal sentiero bocchetta di Trona-Rifugio di trona Soliva. Foto di M. Dei CasProseguiamo verso sinistra (nord-est), scendendo in diagonale in un bel bosco, fino ad uscire all’aperto, seguendo, per un buon tratto, l’argine del torrente della Pietra, fino ad un ponte che ci fa passare dal lato sinistro a quello destro della valle, in corrispondenza della piana che ospita le cinque baite denominate "bàiti de val de la Préda" (m. 1250). Dal limite della piana imbocchiamo una pista sterrata, che percorriamo per un tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la ripartenza della mulattiera, che prosegue nella discesa verso sud-est, fino ad un ponte, varcato il quale percorriamo una strada asfaltata che si immette nella strada principale Gerola-Fenile-Pescegallo, poco sopra il cimitero di Gerola.
Vediamo, invece, come procedere per la seconda e più lunga via. Dal rifugio di Trona Soliva imbocchiamo il sentiero che procede, con qualche saliscendi, in direzione nord-nord-est, fino a raggiungere il filo del versante che scende verso nord-est dal pizzo Mellasc, passando per la cima del Il rifugio di Trona Soliva. Foto di M. Dei CasPiazzo (m. 2269). Superate alcune barriere paravalanghe, raggiungiamo lo spiazzo della baita quotata 1865 metri, punto terminale della pista sterrata che sale dall’imbocco della Val Vedrano. Scendendo lungo la pista, dopo qualche tornante oltrepassiamo la baita quotata 1725 metri e ci portiamo all’ampio imbocco della Val Vedrano (“val Vedràa”), dove si trovano altri alpeggi di grande pregio nella costellazione del Bitto. Qui un ponte ci fa superare il torrente Vedrano; proseguendo sulla pista, raggiungiamo, infine, la bella frazione di Laveggiolo (“Lavegiöl”, m. 1471), abitata, fin dal medioevo, da alcuni nuclei famigliari.
Proseguendo nella discesa sulla pista, ignoriamo, ad un tornante destrorso, la deviazione a sinistra per San Giovanni, e scendiamo alla chiesetta di S. Rocco alla piana della Foppa (m. 1395), edificata nel 1632 e restaurato nel 1959. Sulla facciata possiamo leggere quest’iscrizione in lingua latina: “Ora pro nobis beate Roche ut mereatum preservari varia peste et epidemie”, cioè un’invocazione a San Rocco (“san Ròch”) affinché preghi perché siamo preservati dalla peste. In queste parole si esprime tutta la paura per un flagello Laveggiolo. Foto di M. Dei Casche per secoli, e soprattutto nel Seicento, ha decimato le popolazioni contadine anche nelle nostre valli. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra. Poco sotto, ecco la frazione di Castello (“Castèl”, m. 1307), oltrepassata la quale la strada ci porta al bivio per il nucleo di case di Sopra (“Ca zzuri”, m. 1298), che venne distrutto da una rovinosa valanga nel 1836, effetto di quelle azioni di massiccio disboscamento rese possibili dalla nuova legislazione emanata nel periodo della dominazione francese conseguente alle guerre napoleoniche.
Lasciata a sinistra la deviazione per la frazione, continuiamo a scendere sulla strada asfaltata, fino al ponte che scavalca un’impressionante forra del torrente Vedrano. La discesa termina al cimitero di Gerola, all’uscita del paese verso sud. E con essa termina la terza ed ultima giornata di questo anello di Gerola, giornata che comporta rispettivamente 4 o 5 ore di cammino (a seconda che scegliamo la prima o la seconda via per La chiesetta di San Rocco. Foto di M. Dei Castornare a Gerola) ed un dislivello approssimativo in salita di 350 o 400 metri.

 

Difficoltà
E
Dislivello
350 o 400 mt
Tempo
4 o 5 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Per procedere occorre essere utenti registrati, inserisci i tuoi dati:

Oppure Registrati.