Bema

Bema, fra le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola

 

 
Un'isola senza tempo fra le Valli del Bitto

Bema. Foto di M. Dei Cas
Esistono isole circondate da mari ed isole circondate da valli. Bema è una di queste. Per la sua posizione, che ne ha plasmato, nei secoli, le radici profonde: sta, arroccata, alle falde del boscoso pizzo Berro (m. 1847), sulla parte terminale della lunga costiera-dosso (dosso di Bema) che, staccandosi dal monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale orobico, si frappone, scendendo verso nord, fra le due grandi valli del Bitto, di Gerola, ad ovest, e di Albaredo, ad est.
Posizione felice, la sua, ma anche assai scomoda. Felice per le apertura panoramiche su entrambi i lati delle valli del Bitto e sul versante settentrionale, dominato dalla Costiera dei Cech; felice per la posizione climaticamente favorevole, a 790 metri, sull’ampio e soleggiato terrazzo che gode di un clima più mite rispetto ad analoghi insediamenti orobici e che, più in basso, si fa più ripido e boscoso, precipitando, infine, L'oratorio di San Rocco a Bema. Foto di M. Dei Casnel cuore ombroso delle forre del Bitto, proprio laddove i due rami del torrente si incontrano. Il toponimo Bema si riferisce proprio alla collocazione in luogo elevato e visibile, sia che derivi da un latino Bemius, Bymius o Bimis, come Biumo, in provincia di Varese (così ipotizza l’Olivieri), sia che tragga origine dalla sincope dell’antico termine ligure “berigiema”, che significa monte (così ipotizza l’Orsini).
Una posizione, però, anche scomoda: lo sanno bene coloro che vi abitano, i quali, per tornare a casa dal fondovalle, magari dopo una giornata di lavoro, debbono transitare per una delle più tormentate strade di Valtellina, che si stacca dalla strada provinciale per il Passo di S. Marco all’altezza del tempietto degli Alpini sopra Morbegno (1,5 km dalla piazza S. Antonio di Morbegno), si snoda per un buon tratto, stretta ed impressionante, tagliando l’instabile versante orientale della bassa Valle del Bitto, raggiunge il ponte posto a 437 metri, appena a monte della confluenza dei due rami del Bitto, si porta, dopo un breve tratto in galleria, sul versante occidentale del dosso di Bema, che risale, infine, con tracciato più largo e tranquillo, fino alle prime case del paese (9 km da Morbegno). Il problema di una strada con tracciato interamente sicuro è ancora aperto: il progetto prevede che essa si stacchi dalla statale della Val Gerola all’altezza di Sacco, ma valutazioni discordanti fra i comuni di Bema e Cosio Valtellino sul tratto Sacco-fondovalle bloccano tuttora la sua realizzazione.
Dal presente problematico ad un passato remoto: è facile congettura che il terrazzo di Bema, data la sua Dipinto che raffigura San Rocco, sulla facciata dell'omonimo oratorio. Foto di M. Dei Casfelice situazione climatica (non è casuale la denominazione di Dosso del Sole che identifica una delle sue contrade), sia stato abitato fin da tempi remoti. Le più antiche tracce ritrovate risalgono comunque all’età carolingia (secoli IX e X). Sono stati trovati anche documenti che testimoniano di possessi dei monasteri di Saint Denis di Parigi e di Sant'Abbondio di Como nel territorio di Bema. Nel 1210 Bema era comune,  con Podestà proprio, del terziere inferiore della Valtellina, ed apparteneva alla squadra di Morbegno (mentre dipendeva invece, dal punto di vista religioso, alla pieve di Ardenno; dopo una successiva dipendenza da Morbegno, la chiesa di Bema divenne del tutto autonoma solo nel 1453).
Fra i segni dell’importanza medievale del comune di Bema il più importante è sicuramente la croce in bronzo dorato, di stile romanico, risalente ai secoli XII-XIII, ritrovata nella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo nel 1957 ed attualmente conservata presso il Museo Civico di Sondrio. Nel 1335 il comune di Bema venne menzionato negli Statuti di Como, come “comune loci de Bema”, e nel 1363 partecipò, con un proprio rappresentante, alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno.
Nell’età moderna troviamo menzione di Bema nell’opera “Raetia”, di Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per la lega Grigia della Valtellina nel biennio 1587-88, e che così scrive: “Fra Rasura ed Albaredo c’è il villaggio di bema, dove fioriscono i Fontana; e non lungi sorge il piccolo villaggio di Faido.” Nelle sue parole si legge la conferma dell’identità antica del comune, radicata nel suo essere insieme terra di mezzo e baricentro delle Valli del Bitto. Qualche anno dopo Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di Fungo Porcino. Foto di M. Dei Casorigine morbegnese, vi contò, nella sua famosa visita pastorale in Valtellina del 1589, 100 fuochi (una popolazione di circa 500 abitanti, ben più numerosa dell’attuale -  148 abitanti, nel 2005). Una stima del 1624 riduce, invece, gli abitanti a 350 abitanti.
Nonostante la sua posizione relativamente defilata, neppure Bema scampò alle conseguenze del terribile periodo della Guerra dei Trant’anni, quanto, fra il 1629 ed il 1630, il passaggio dei Lanzichenecchi in Valchiavenna e Valtellina portò, insieme a ruberie e soprusi, quella tragica epidemia di peste nera che ne ridusse la popolazione a meno della metà. La peste era flagello già tristemente noto alle genti di montagna nei secoli passati (il bell’oratorio dedicato a S. Rocco, protettore degli appestati, che sta sul limite sud-occidentale del paese, è già citato dal Ninguarda), ma in quegli anni colpì con una durezza senza precedenti. Solo nel Settecento iniziò una graduale ripresa, ma ancora alla fine di questo secolo i livelli demografici dell’inizio del Seicento non sono eguagliati: nel 1797, infatti, Bema contava 238 abitanti.
Poi venne la bufera napoleonica ed il conseguente riassetto territoriale della Valtellina. Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina, avvenuto nel giugno del 1797, il comune di Bema ebbe un proprio giudice, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio, il 17 del mese di nevoso dell’anno VII. In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio,  del 2 dicembre 1797, il comune di Bema fu inserito nel distretto primo, con capoluogo Morbegno. Anche nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio, decretata dalla legge 13 del mese di ventoso dell’anno VI, il comune di Bema rientrava nel distretto di Morbegno.
Bema e, di fronte, sul lato opposto della valle, Sacco. Foto di M. Dei Cas
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia, previsto dal decreto dell’8 giugno 1805, il comune di Bema fu inserito nel cantone V di Morbegno: contava, allora, 248 abitanti. Successivamente, però, perse la sua autonomia: nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto, Bema figurava, infatti, con 245 abitanti, insieme ad Albaredo, come comune aggregato al comune principale di Morbegno, nel cantone V di Morbegno. Nell’estate del 1815 delegati di Bema trasmisero istanza per il ripristino dell’autonomia comunale, che fu concessa nel 1816.
A metà dell’Ottocento Bema, con la frazione Faido,  figurava come comune con convocato generale e con una popolazione di 256 abitanti. L’ultimo quarto del secolo XIX fu segnata da un evento che suscitò grande preoccupazione fra gli abitanti di Bema, il distacco del grande corpo franoso sul fianco occidentale del La chiesa di S, Bartolomeo a Bema. Foto di M. Dei Casdosso di Bema (quello che guarda a Sacco), noto come frana di Bema. Ne parla anche la Guida alla Valtellina edita dal CAI nel 1884: “Dall’altro lato è l’imponente frana di Bema, la quale, scoscendendosi, dopo le grandi piogge dell’autunno 1882, insieme all’altra frana di Pedesina, provocò la piena del Bitto che portò così gravi danni a Morbegno  alle sue campagne”.
Il Novecento è il secolo che ha visto un progressivo spopolamento del comune, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra: già nei secoli passati molti Bemini erano stati costretti ad emigrare per cercare condizioni di vita migliori rispetto a quelle dure dettate dalla vita contadina; ora, negli anni Cinquanta, arriva la televisione (il primo apparecchio televisivo fa la sua apparizione a Bema nel 1954), ma diverse famiglie, indotte dagli insediamenti produttivi sul fondovalle, lasciano la terra degli avi.
Si giunge, così, agli ultimi decenni, con una popolazione che si stabilizza su numeri sostanzialmente analoghi agli attuali (149 abitanti sono censiti nel 1991, 144 nel 2001, 148 nel 1995). Un paese ridotto nei ranghi, ma ancora ben vivo ed orgoglioso della sua identità. In particolare, nel 1984 la fondazione della Pro Loco di Bema ha dato un nuovo impulso alla sua vita, con la promozione di diverse iniziative di animazione e promozione che si sono imposte all’attenzione fra le sagre estive più classiche. La Sagra dei funghi, innanzitutto, che, dal 1984, celebra i più simpatici ospiti dei freschi boschi di Bema, ma anche la camminata del Dosso del Sole e, dal 2003, il Palio delle Contrade, che vede contrapposte le contrade del Baita nei prati di Valburga. Foto di M. Dei CasDosso del Sole, di Groi, delle Piazze e della Foppa.
Nonostante tutto ciò, il territorio del comune di Bema (19,75 kmq in tutto) è fra i meno conosciuti e frequentati, nonostante offra possibilità escursionistiche interessantissime ed un ambiente incontaminato e di grande fascino. Vediamo di descriverne i contorni, partendo dal suo punto più alto, la cima del monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale che separa le Orobie valtellinesi da quelle bergamasche.
Per un buon tratto il confine del comune segue il crinale, verso nord-est, descrivendo un arco che scende al passo di S. Marco (m. 1985), il più importante fra i valichi orobici e l’unico raggiunto da una carrozzabile asfaltata. Qui il confine volge a nord-ovest e scende fino al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, seguendo poi il corso del torrente Bitto. Rientrano, quindi, nel comune di Bema gli importanti e pregiati alpeggi posti sul versante sud-orientale del dosso di Bema, l’alpe Vesenda alta (m. 1734) e l’alpe Vesenda bassa (m. 1457), presso la quale si trova l’abete di Vesenda (avèzz de Üusénda), uno dei più begli alberi monumentali in Provincia di Sondrio, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Più a nord, sul medesimo versante, troviamo la casera Melzi (m. 1461), il Baitone (m. 1488) e la casera di Garzino (m. 1353), luoghi di una luminosità intensa. 
Il confine corre, invece, in luoghi ben più cupi: seguendo il corso del Bitto, infatti, raggiunge il punto nel quale questo si congiunge con il ramo gemello che scende dalla Val Gerola, nei pressi del già citato ponte di Bema, raggiungendo il punto più basso del territorio comunale (m. 450).
La Valle del Bitto di Albaredo vista dalla casera Melzi. Foto di M. Dei Cas
Qui inverte l’andamento e volge a sud, risalendo, ora, il torrente Bitto di Gerola, fino al largo dosso del monte Motta, che divide il centro della Val Gerola dalla laterale orientale Val Bomino. Qui piega a sud-ovest, seguendo per un buon tratto il fondo della Val Bomino, fino a quota 1400 circa, dove prende l’andamento est-nord-est, risalendo il fianco orientale della valle fino alla cima del pizzo Dosso Cavallo (m. 2066).
L’ultimo tratto corre sul filo della parte alta del dosso di Bema, in direzione sud-est, fino a toccare di nuovo la cima del monte Verrobbio. Rientrano, quindi, nel comune di Bema altri importanti alpeggi, posti questa volta sul versante Baite a monte del paese di Bema. Foto di M. Dei Casoccidentale del dosso di Bema, prima fra tutte l’alpe Dosso Cavallo. Vi rientra anche l’ombrosa e selvaggia Valburga, l’unica valle di dimensioni rilevanti che taglia i fianchi del dosso di Bema, congiungendosi con la bassa Val Bomino.
In sostanza il territorio comunale abbraccia nella sua interezza la costiera più volte menzionata, e denominata dosso di Bema: è, quindi, una sorta di mondo a sé, ben individuato, che ancora cela ai più gran parte delle sue bellezze naturalistiche; chi le conosce e le gusta non se ne duole, perché ama percorrere boschi ed alpeggi immersi in un silenzio senza tempo.
Se vogliamo visitare Bema, dunque, non rinunciamo ad un incontro con il fascino della ricerca delle tracce del tempo antico: portiamoci con la macchina, dal bivio sulla strada Morbegno-Albaredo (ad 1,5 km circa da Morbegno) fino al Stemma di Bema. Foto di M. Dei Casponte di Bema, ma qui lasciamola, per salire al paese sull'antichissima mulattiera che un tempo era l'arteria che lo congiungeva al fondovalle. Si tratta della mulattiera di San Carlo, che troviamo, dopo il ponte, scendendo un po’ a destra, sul primo troncone della strada nuova, fino a trovare, sulla sinistra, poco prima della galleria, la partenza, scalinata, del sentiero che, dopo un tratto ripido, porta ad essa. Salendo, troveremo anche i ruderi dell’antichissima cappelletta dedicata a San Carlo, risalente ai secoli XII o XIII.
estiva.

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- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
La cima simbolo di Bema

Panorama dal pizzo Berro. Foto di M. Dei Cas
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La croce sulla vetta del pizzo Berro. Foto di M. Dei CasLe due Valli del Bitto, quella di Albaredo, ad est, e quella di Gerola, ad ovest, sono separate da un lungo crinale che ha la sua prima importante elevazione nel pizzo Berro (1847 metri), il punto culminante del lungo dosso di Bema. Il pizzo Berro è il simbolo di Bema, e per questo è nel simbolo di Bema, cioè nel suo stemma, che raffigura un'aquila appollaiata sulla sua cima boscosa:
L’ascensione al pizzo, che si può avvalere di due percorsi ben segnalati, è un’escursione che unisce l’interesse naturale dei luoghi attraversati, splendide pinete ancora intatte, al superbo valore panoramico della vetta, che offre, a 360 gradi, una visuale indimenticabile.
Per raggiungere Bema dobbiamo imboccare la strada provinciale per Albaredo ed il passo di San Marco, che parte dalla piazza S. Antonio di Morbegno (la prima piazza che incontra entrando in Morbegno chi proviene da Sondrio). Oltrepassato il tempietto degli Alpino, giungiamo, dopo un tornante sinistrorso, al bivio: sulla nostra destra parte la tormentata strada per Bema, aperta solo nelle fasce orarie 7.00-8.30, 12.00-14.30 e 17.30-19.00. L’apertura limitata si giustifica tenendo presente il rischio rappresentato dal ripido versante della Valle del Bitto di Gerola, che scarica massi e materiale franoso. La messa in sicurezza con reti di contenimento di alcuni punti rappresenta un palliativo che non risolve un problema annoso, Bema. Foto di M. Dei Castanto che sul versante opposto del dosso di Bema è stata costruita una nuova strada, incompiuta, però, per contrasti sul tracciato che dovrebbe condurla a congiungersi alla ss. 405 della Val Gerola a valle di Sacco.
Attraversato il ponte di Bema, la strada risale, con diversi tornanti, il fianco orientale del dosso, fino a raggiungere il paese, collocato ad 800 metri di quota, in una splendida posizione panoramica e climatica, di fronte a Sacco, a 9 km da Morbegno. La difficoltà di accesso gli conferisce un fascino particolare e malinconico. Ci accoglie la chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, staccatasi da Morbegno nel 1386.
Lasciata l’automobile nel parcheggio che si trova all’ingresso del paese, proseguiamo sulla mulattiera che risale decisa il dosso sul quale è posto il paese. Dopo un breve tratto incontriamo una grande croce, posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997. Saliamo ancora e, superate alcune baite, ci rincongiungiamo alle due strade asfaltate che salgono dal paese (che possiamo anche percorrere, per abbreviare l’escursione, in automobile). Proseguiamo sulla pista, fino a raggiungere il rifugio Ronchi, a 1170 metri circa. Il rifugio Ronchi. Foto di M. Dei CasA questo punto, per salire al pizzo Berro ci sono due possibilità: la più facile segue il sentiero che parte più avanti e passa per la località Fracino.
Appena oltre il rifugio, si trova, invece, sulla destra, la partenza, segnalata, del sentiero della costa, ben segnalato da molti cartellini gialli sui tronchi degli alberi. Se vogliamo scegliere due itinerari diversi per la salita e la discesa, ci conviene scegliere questo per la salita. Dopo una lunga diagonale in una splendida pineta, che passa per la località dal nome suggestivo di Acqua dei Camosci, questo sentiero conduce alla località Pozzalle, a circa 1500 metri. Qui si trovano un tavolino, un’altalena ed un’amaca, l’ideale per una sosta riposante.
Il sentiero riprende, più ripido ed un po’ esposto, seguendo il filo del dosso, e conduce alla località Curt, piccolo poggio panoramico da cui è ben visibile, ad ovest, la bocchetta di Stavello, in alta val di Pai. L’ultima parte della salita segue il cosiddetto “sentiero Lino”, che, nel primo ripido tratto, presenta un passaggio un po’ ostico, servito da due corde fisse. La salita prosegue, poi, seguendo il crinale, e si fa di nuovo piuttosto ripida nell’ultimo tratto, fin quando giungiamo in vista della croce della vetta, dedicata a Paolo Buzzetti e posta a m. 1847: la raggiungiamo con un ultimo sforzo, appena usciti dalla macchia.
Pozzalle. Foto di M. Dei CasIl panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord, si può ammirare, a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678). Mancano all’appello le cime più alte della Valmalenco, ma è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).
Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. Curt. Foto di M. Dei CasL’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal pizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Alla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Fracino. Foto di M. Dei CasVerso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Una curiosità: sulla cima del pizzo si trovano anche alcuni mirini guardando all’interno dei quali si puntano obiettivi importanti come il monte Disgrazia, il pizzo Badile e l’alpe Granda. Presso la croce si trova anche un piccolo altare collocato nel 2002, l’anno internazionale della montagna. Non manca, infine, una cassetta che contiene un quaderno sul quale segnare il proprio passaggio. La salita da Bema al pizzo, per questa prima via, richiede circa tre ore di cammino, necessarie per superare circa 1040 metri di dislivello.
La seconda via, che può essere sfruttata per la discesa (è segnalata, e la si vede a nord-est della croce), passa, invece, per l’alpeggio di Fracino. Torniamo, dunque, al rifugio dei Ronchi, e proseguiamo su una pista, ignorando il primo sentiero a destra per il pizzo Berro, cioè il sentiero della Costa. Fracino. Foto di M. Dei CasPoco oltre, troviamo secondo sentiero, che si stacca anch’esso dalla pista sulla destra, ed un cartello che dà l’alpeggio di Fracino a 50 minuti ed il pizzo Berro ad un’ora e 50 minuti. Imbocchiamolo e saliamo, avvolti da una stupenda pineta, fino alla località di Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta.
Proseguiamo, seguendo un nuovo cartello (che segnala il percorso 10, per Fracino ed il pizzo Berro), sul sentiero di sinistra. Attraversato un valloncello, continuiamo la salita nella pineta, finché, ignorata la deviazione segnalata, sulla sinistra, per Martino e Pegolota, raggiungiamo il limite inferiore dei prati di Fracino (m. 1520). Troviamo qui due baite, una nella parte bassa, la seconda, dall’aspetto insolitamente curato ed elegante per queste quota, nella parte alta. Rimanendo sulla sinistra, raggiungiamo il cartello alto che segnala la direzione per la sorgente dell’Aser ed il pizzo Berro. Poco più in alto, troviamo tre cartelli: uno segnala che, scendendo per la via da noi percorsa, si giunge ai Ronchi in 45 minuti; il secondo segnala che prendendo a destra si effettua una traversata alla Costa in 15 minuti (e ci si congiunge con il primo itinerario di salita al pizzo); il terzo, infine, quello che ci interessa, segnala che continuando a salire leggermente a sinistra si raggiunge il pizzo Berro in 50 minuti.
La croce sulla vetta del pizzo Berro. Foto di M. Dei CasL’ultima parte del percorso assume la direttrice sud-ovest. Incontriamo subito, segnalata, la sorgente Aser, l’ultima prima della vetta: si tratta di una fontana alla quale possiamo, se ne abbiamo bisogno, approvvigionarci d’acqua. Poi inizia una sequenza di tornanti. Siamo in compagnia di numerosi segnavia, anche diversi: in un tratto ne troviamo tre insieme, uno bianco-rosso, un secondo rosso-bianco-rosso ed un terzo rosso più chiaro. Incontriamo, poi, la deviazione sulla sinistra, segnalata, per il sentiero della Scalotta: noi, ovviamente, seguiamo, invece, l’indicazione per il pizzo Berro. Poco sopra, una rudimentale ma efficace mappa disegnata su un cartello giallo ci dà l’idea del percorso che stiamo effettuando.
Poi gli alberi cominciano a diradarsi, la pendenza si fa un po’ più aspra, alla fine usciamo dal bosco e giungiamo in vista della sospirata croce della vetta. Questo secondo itinerario richiede più o meno il medesimo tempo del primo.
Per finire, ricordiamo che dal pizzo parte un sentiero (il primo tratto è esposto e protetto sulla destra) che segue il lungo crinale che separa le Valli de Bitto, fino alla baita Aguc (m. 1878), dalla quale si può, poi, scendere agli alpeggi di Vesenda Alta (m. 1734) e Bassa (m. 1457). La parte orientale della testata della Val Gerola, vista dal pizzo Berro. Foto di M. Dei CasIl sentiero prosegue nella discesa fino al letto del Bitto di Albaredo, che superiamo su un ponte costituito da grandi massi. Sul lato opposto della valle il sentiero riprende, in direzione nord, e sale gradualmente fino ad intercettare la Via Priula, appena prima dei prati del Dosso Chierico (m. 1166). Seguendo la via Priula, ci si porta poi alla Madonna delle Grazie (m. 1157) e, presso il ristoro Via dei Monti, si intercetta la strada provinciale per il passo di San Marco. Se abbiamo a disposizione due automobili e ne lasciamo una qui, possiamo effettuare, con questo itinerario, una lunga ma bellissima escursione di circa 6 ore.


La croce sulla vetta del Pizzo Berro. Foto di M. Dei Cas

 

Difficoltà
E
Dislivello
1040 m
Tempo
3 h
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Cavalcata sul lungo dosso che sovrasta Bema


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Il lungo dosso di Bema, con i suoi versanti orientale ed occidentale, separa le valli del Bitto e ricomprende in sé quasi interamente il territorio del comune di Bema. Un sentierino ne percorre gran parte del filo, fino alla cima che, sul limite meridionale, domina, come torre boscosa, il paese di Bema, il pizzo Berro. È possibile effettuare, da Bema, un’interessantissima escursione ad anello, che ci porta sul filo del dosso e, passando per il pizzo Berro, ci riporta a Bema. Le possibilità sono due: percorrere, all’andata, il fianco occidentale oppure quello orientale. Vediamo la prima, che richiede esperienza escursionistica e buon allenamento.
Parcheggiata l’automobile nei pressi della chiesa di S. Sebastiano a Bema, portiamoci, proseguendo lungo la Via Panoramica, verso il limite di sud-ovest del paese, al punto in cui dalla strada si stacca, sulla sinistra, la mulattiera, segnalata, da un cartello, come sentiero 131. Il cartello dà la località Taida a 50 minuti, Valburga ad un’ora e mezza e l’alpe Dosso Cavallo a 2 ore e 50 Vallone sul sentiero Bema-Valpurga. Foto di M. Dei Casminuti. Il percorso è segnalato da segnavia bianco-rossi (poco numerosi, per la verità, ma, almeno nel primo tratto, il rischio di perdere il sentiero è davvero inesistente).
Appena prima dell’inizio della mulattiera troviamo l’oratorio di S. Rocco (m. 819), di origine quattrocentesca. Dopo essere passata a valle di un grande casolare solitario, la mulattiera prosegue nella salita verso sud. Dopo un primo tratto in salita, superiamo il primo dei diversi valloni che incontreremo nella traversata. Raggiunti luoghi più tranquilli, ci attende una breve discesa, che ci porta a due baite, rispettivamente a monte ed a valle della mulattiera: si tratta delle Stalle di Fumasi (m. 888), presso le quali giganteggia un castagno di dimensioni davvero ragguardevoli. Superata a monte una fascia di prati con alcune baite diroccate, raggiungiamo un secondo vallone, dominato, a monte, da un impressionante corno roccioso: si tratta del vallone che scende direttamente verso nord-ovest dal pizzo Berro. Oltrepassato il vallone, siamo ai Fienili Vardàcolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”: non stiamo, dunque, percorrendo un sentiero anonimo, ma una vera e propria via, con tanto di denominazione ufficiale! Poi la mulattiera scende nel cuore di un terzo vallone, con un tratto sorretto da uno splendido muretto a secco: qui troviamo anche una porta ed un cartello che così recita: “Per favore chiudere la porta, rispettare la natura e non farsi rincorrere dalle capre”.
Ci attende, ora, il punto forse più orrido della traversata, vale a dire il superamento della selvaggia valle degli Sprissori, il cui versante settentrionale è costituito da un’imponente muraglia rocciosa. La mulattiera, però, non si arresta, ma, sorretta da La mulattiera supera la valle degli Sprissori. Foto di M. Dei Caseleganti muretti a secco, si dipana sul versante roccioso con un paio di tornantini, che ci portano in fondo al vallone. Sopra di noi, una cascatella che scende da un salto roccioso. Oltrepassato il vallone, dopo una leggera discesa troviamo una nuova fascia di prati ed a due baite. Più avanti, dopo due brevi tornantini, ignoriamo un sentiero secondario che ci lascia sulla sinistra, salendo lungo un dosso boscoso; poco oltre, troviamo una seconda deviazione, questa volta a destra, ed ignoriamo anche questa.
Inizia ora un tratto impegnativo, nel senso che dobbiamo prestare attenzione per non perdere la traccia (i segnavia bianco-rossi diventano, qui, essenziali). Il sentiero comincia a guadagnare rapidamente quota con una serie di sette tornanti a destra (attenzione a non riprendere il l’andamento in piano prima dell’ultimo tornante, anche se una sorta di falsa traccia di sentiero ci può indurre a farlo: se restiamo ad una quota troppo bassa, rischiamo di trovarci sull’orlo di un grande corpo franoso).  Alla fine, eccoci ai prati di Taida (m. 956), dove il sentiero attraversa, su un ponticello, la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Seguendo il sentiero, rimaniamo alti rispetto alle baite che sono poste nella parte medio-bassa dei prati; più avanti, superato un valloncello, intercettiamo il sentiero che sale dal limite di questo gruppo di baite, alla nostra destra. La mulattiera sale decisa per un buon tratto, al termine del quale troviamo alla nostra sinistra un cartello con l’indicazione “Bema” (ad indicare la direzione dalla quale proveniamo), ed alla nostra destra un segnavia rosso-bianco-rosso su un masso. La salita prosegue in un rado bosco, e la mulattiera è qui larga e ben visibile.
Valburga. Foto di M. Dei CasTornati all’aperto, tagliamo la parte medio-bassa dei prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo all’ennesima fascia dei prati, in località Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Davanti a noi il lungo dosso del monte Motta, riconoscibile per la croce che lo sormonta. Alla sua sinistra, il solco della Val Bomino ed il dosso che ospita l’alpe Dosso Cavallo e che culmina nella cima omonima. Attraversando i prati, raggiungiamo una grande baita, alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra troviamo un curioso baitello.
Siamo nella fascia medio-bassa dei prati, e la modesta traccia di sentiero prosegue fino al limite del bosco. Non dobbiamo, però, seguirla, ma piegare a sinistra e salire in direzione del gruppo di baite più in alto (m. 1240), dove si trova un cartello di divieto di caccia. Qui ritroviamo il sentiero, che entra nel bosco ed attraversa un nuovo vallone, con una cascatella. Oltre il vallone, troviamo, dopo un’assenza che ci ha probabilmente inquietato, un segnavia bianco-rosso. Ad un bivio, prendiamo, poi, a destra, scendendo leggermente (segnavia blu e bianco-rosso). Siamo nel cuore di un bosco di faggi e betulle, sospeso in un’atmosfera fiabesca. Ad un secondo bivio prendiamo di nuovo a destra, proseguendo con andamento pianeggiante: due segnavia blu ed uno bianco-rosso ci confortano sulla correttezza della nostra scelta. Superato un valloncello secondario, proseguiamo tagliando uno sperone roccioso: il sentiero è comunque tranquillo ed elegantemente sostenuto da muretti a secco. Ci approssimiamo, infine, al solco principale della Valburga (m. 1250), e ne superiamo il torrentello con l’ausilio di un ponticello in legno (ma se è piovuto molto di recente, difficilmente riusciremo a conservare asciutti i piedi): sul lato opposto, la mulattiera riprende a salire, sostenuta da un muretto a secco.
La Val Gerola vista dalla mulattiera Bema-Valburga. Foto di M. Dei Cas
Lo scenario muta repentinamente: il sentiero sale ora, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Dopo un tornante a sinistra ed uno a destra, un tratto pianeggiante ci porta ad un vallone secondario, che attraversiamo a quota 1300 metri. Più avanti cominciamo a scendere e, superata una piccola porta nella roccia, troviamo un tornante destrorso ed uno successivo sinistrorso. Il sentiero riprende, poi, a salire, quasi incollato alla parete di roccia alla nostra sinistra, e ci porta ad un nuovo vallone, ben più impressionante rispetto al centro della Valburga: si presenta, infatti, davanti ai nostri occhi una scura ed impressionante parete di roccia, sul lato opposto, e la prima impressione è che sia invalicabile. Mai sottovalutare, però, la tenacia delle mulattiere e di chi le tracciò, spesso scavando nella viva roccia: neppure la muraglia scura ed umida ci ferma.
Superata una franetta, scendiamo per un tratto e riprendiamo a salire, raggiungendo il filo di un dosso dove dalla mulattiera si Baita quotata 1352 sul sentiero per l'alpe Dosso Cavallo. Foto di M. Dei Casstacca, sulla destra, un sentiero che scende, a zig-zag, seguendo proprio il dosso. Noi proseguiamo sulla mulattiera, attraversando, a quota 1280, un nuovo valloncello secondario, per poi raggiungere un bivio, a quota 1290 metri, segnalato da tre cartelli e da un’indicazione su un sasso (“Casera”). Da essi possiamo evincere che proseguendo sulla mulattiera nella direzione dalla quale proveniamo si raggiungono, dopo un’ora e 30 minuti, le baite Taida, dopo due ore e 20 minuti S. Rocco e quindi Bema; imboccando, invece, il sentiero che si stacca sulla sinistra si sale, in quaranta minuti, all’alpe Dosso Cavallo e, dopo un’ora e mezza, alla baita Agucc.
Lasciamo, dunque, la mulattiera (che più avanti si immette in una pista la quale, a sua volta, raggiunge la pista principale che da Nasoncio sale in Val Bomino), e cominciamo a salire lungo il sentiero di sinistra (segnalato da segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi), in una cornice davvero stupendo: il sentiero, infatti, è circondato da una pineta fantastica, tanto fitta, in alcuni punti, da offrire l’impressione di un bosco magico, suscitando il desiderio di inoltrarsi per vedere quale mai riposto arcano celi in sé. Dopo un primo tratto di salita, in direzione nord, sbuchiamo in una piccola radura, dove si trova una baita solitaria, quotata m. 1352. Rientriamo subito nel bosco, per proseguire la salita su una bella mulattiera, in direzione sud-est, fino ad intercettare, a quota 1435, un sentiero che proviene da destra.
Manca poco all’alpe: dopo un ultimo tratto con fondo davvero bello, sbuchiamo ai suoi prati inferiori. L’alpe è ancora caricata, d’estate, e questo attenua il forte senso di solitudine suscitato da questi luoghi. All’alpe Dosso Cavallo troviamo due baite, L'alpe Dosso Cavallo. Foto di M. Dei Casquotate 1606 metri. Dobbiamo, ora, portarci all’alpe alta, separata, da quella bassa, da una fascia occupata da una macchia e da roccette. Per farlo, non dobbiamo, però, commettere l’errore di imboccare il sentierino che parte, poco sopra la baita di sinistra, e si inoltre nel bosco, sul limite sinistro dei prati. Un segnavia isolato, infatti, può indurre questo errore. Il sentiero finisce per perdersi nel cuore nella fitta macchia della Valburga Il sentiero da imboccare è più in alto: teniamoci, dunque, sulla parte sinistra dei prati e saliamo per un pezzo. Lo troveremo, così, facilmente, segnalato anche da un sasso sul quale è tracciato un doppio segnavia rosso-bianco-rosso. Tale sentiero taglia a sinistra, per poi volgere a destra e raggiungere, dopo pochi tornanti, il limite inferiore dell’alpe alta.
Qui ci accoglie un calecc solitario; le baite dell’alpe sono più in alto, quasi sul limite superiore dei prati, a 1865 metri. Su una di queste baite si trova l’indicazione GV, con una freccia bidirezionale: essa si riferisce al fatto che questo percorso costituisce una variante bassa della Gran Via delle Orobie rispetto al percorso canonico che passa per i passi del Forcellino e di Verrobbio e raggiunge il passo di San Marco. L’alpe è dominata, sul punto culminante del dosso, dal pizzo Dosso Cavallo (m. 2068). Ora dobbiamo trovare il sentiero che porta alla bocchetta di Agucc, sul dosso che separa le valli del Bitto. Un primo sentiero si stacca, poco sotto le baite, dal limite sinistro dei prati; potremmo utilizzare anche questo, ma nell’ultimo tratto finisce per perdersi, poco sotto la bocchetta. Meglio imboccare il sentiero che si stacca dall’alpe, sempre sulla sinistra, appena sopra le baite.
La bocchetta di Aguc. Foto di M. Dei CasAlla fine, eccoci alla bocchetta, poco sotto la quale, sul versante della valle del Bitto, si trova la solitaria baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa. Sulla baita troviamo una curiosa indicazione, che dà Bema ad 11 chilometri. Si riferisce al sentiero che percorre interamente il crinale del lungo dosso di Bema, raggiunge il pizzo Berro e scende, infine, a Bema. Gustiamo interamente la pace e la solitudine di questo luogo, prima di rimetterci in cammino proprio su questo sentiero, per far ritorno a Bema. Nel caso avessimo dei dubbi sulla direzione da prendere (quella nord, alla sinistra per chi scende dalla bocchetta di Aguc), possiamo consultare i tre cartelli che si trovano presso la baita, e che danno nella direzione dalla quale proveniamo l’alpe Dosso Cavallo a 35 minuti, il ponte di Bomino ad un’ora e 15 minuti e Nasoncio a 2 ore e 15 minuti, nella direzione di destra (sud) l’alpe Vesenda alta a 45 minuti ed infine nella direzione che ci interessa (nord) il pizzo Berro a 40 minuti.
Incamminiamoci sul sentiero che, con andamento sostanzialmente pianeggiante, ci porta alla solitaria baita Piazzoli (m. 1824). Prima della baita ignoriamo una deviazione sulla destra, segnalata su un sasso, che scende all’alpe Garzino. Raggiunta la baita, preceduta da una vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Molto bello il La baita Aguc. Foto di M. Dei Caspanorama che già da qui si apre: alla nostra sinistra sfilano le cime della testata e della costiera occidentale della Val Gerola, mentre a destra lo sguardo raggiunge le cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, ed alcuni dei colossi della testata della Valmalenco. Più a destra ancora, infine, uno spaccato del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con in primo piano il passo di Pedena.
Inizia ora l’entusiasmante cavalcata che ci fa rimanere sulla sella del dosso fino alla sua ultima impennata, il pizzo Berro. La traccia di sentiero, segnalata da alcuni segnavia bianco-rossi, è in buona parte tranquilla; in alcuni punti, però, il versante leggermente esposto richiede un po' di attenzione. Si tratta, dunque, di una cavalcata vera e propria, perché l’andamento della cresta e del sentierino che la segue sembra seguire il ritmo di un cavallo al galoppo, proponendo diversi saliscendi, con tratti all’aperto che si alternano a brevi macchie di larici. Tocchiamo, nella cavalcata, diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847), al quale saliamo percorrendo la traccia, seminascosta fra la vegetazione, che propone un ultimo ripido strappo.
La croce della cima erbosa del pizzo è il premio dei nostri sforzi. Il panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord, si può ammirare, a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val La baita Piazzoli. Foto di M. Dei CasMasino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678). Mancano all’appello le cime più alte della Valmalenco, ma è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).
Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. L’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal pizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Sul dosso di Bema. Foto di M. Dei CasAlla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Una curiosità: sulla cima del pizzo si trovano anche alcuni mirini guardando all’interno dei quali si puntano obiettivi importanti come il monte Disgrazia, il pizzo Badile e l’alpe Granda. Presso la croce si trova anche un piccolo altare collocato nel 2002, l’anno internazionale della montagna. Non manca, infine, una cassetta che contiene un quaderno sul quale segnare il proprio passaggio.
Si tratta, ora, di scendere: il sentiero parte nei pressi della croce, sulla destra (direzione nord-est), e scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, fontana alla quale possiamo attingere acqua fresca se ne abbiamo bisogno. La successiva discesa sul sentiero principale (ignoriamo una deviazione) ci porta al limite alto dei prati Sul dosso di Bema. Foto di M. Dei Casdella località Fracino (m. 1520), dove troviamo tre cartelli, che danno, nella direzione dalla quale proveniamo, il pizzo Berro a 50 minuti, nella direzione di destra la Costa a 15 minuti e (indicazione che ci interessa) nella direzione di discesa i Ronchi a 45 minuti.
Scendiamo, dunque, lungo i prati, lasciano alla nostra sinistra un’elegante baita. Rientrati nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta. L’ultimo tratto della discesa ci porta ad intercettare la pista sterrata che taglia il fianco orientale del dosso di Bema.
Percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170), dal quale, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, caliamo tranquillamente alle case alte di Bema, passando per la grande croce posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997. Si chiude così questo splendido anello, dopo circa 7-8 ore di cammino (il dislivello in altezza è di circa 1300 metri).
L’anello può, però, essere percorso, in modo anche più tranquillo e leggermente meno pesante, anche se più monotono, sfruttando il versante orientale del dosso. In questo caso, da Bema saliamo al rifugio Ronchi, sfruttando la bella mulattiera che parte dal lato alto orientale del paese. Dal rifugio proseguiamo sulla pista sterrata che taglia a mezza costa il fianco orientale del dosso di Bema, passando per Prato Martino (m. 1289) e Pratolungo (m. 1349), prima di raggiungere l’alpe Garzino (m. 1353).
La croce sulla cima del pizzo Berro. Foto di M. Dei CasLa pista prosegue fino alla casera della solare alpe Melzi (m. 1467), posta in una splendida posizione, dalla quale si domina la Valle del Bitto di Albaredo.  Segnaliamo, en passanti, che questa pista può costituire un'ottima idea per gli amanti di muntain-bike, anche se la salita da Bema all'alpe melzi non può essere chiusa con un ritorno ad anello a Bema. Qui troviamo tre cartelli: il primo dà, nella direzione dalla quale proveniamo, Prato Martino a 45 minuti ed i Ronchi ad un’ora e 15 minuti; il secondo indica la direzione per scendere alla Valle di Albaredo ed effettuare la traversata al Dosso Chierico (dato ad un’ora e 20 minuti) e ad Albaredo (dato a 2 ore e 10 minuti); il terzo, che ci interessa, indica la direzione per salire alla baita Aguc (che però non viene indicata; viene menzionata l’alpe di Vesenda alta, data a 50 minuti). Nei pressi del cartello c’è anche un larice monumentale, indicato da un cartello, che ne indica anche la circonferenza (320 cm) e l’altezza (m 23).
Dobbiamo, ora, salire in direzione sud-ovest, seguendo un dosso di prati, senza una vera e propria traccia di sentiero, fino ad un baitello diroccato, quotato 1607 metri, dove troviamo scritto, con vernice bianca, “Aguc”: non si tratta, ovviamente, della baita Aguc, ma per raggiungerla dobbiamo passare di qui. Continuiamo a salire lungo i prati, tendendo leggermente a sinistra (direzione sud-ovest), su traccia appena accennata, superando un altro calecc ed una vasca in legno per la raccolta dell’acqua, sulla quale troviamo di nuovo la scritta “Aguc”.
Raggiunto il limite del bosco, notiamo la partenza di un sentiero che prosegue verso sinistra (direzione sud-sud-ovest): sul tronco di un larice roviamo anche un segnavia bianco-arancio, ed un cartello color arancio con la scritta “Aguc”. Il sentiero è La pista per l'alpe Melzi. Foto di M. Dei Casben marcato e, dopo una breve traversata, ci porta al limite inferiore di una nuova fascia di prati, dove sembra perdersi. In realtà, continuando a salire in diagonale, in breve intercettiamo un sentiero ben visibile che corre nella parte alta dei prati, in corrispondenza di un sasso sul quale troviamo per l’ennesima volta la scritta “Aguc”. Su un altro sasso troviamo, invece, l’indicazione “Berro” ed il numero 120: è, questo, il già menzionato sentiero che proviene dalla baita Aguc (alla nostra sinistra) e procede verso la baita Piazzoli (alla nostra destra).
Dopo una puntata alla baita Aguc (non possiamo non visitare questa sorta di ombelico del dosso di Bema), procediamo come descritto sopra nella cavalcata sul filo del dosso fino al pizzo Berro, per poi chiudere l’anello con la discesa a Bema. In questo caso l’anello richiede circa 6-7 ore, ed il dislivello in salita scende a 1180 metri.


Panorama dall'alpe Melzi. Foto di M. Dei Cas

 

Difficoltà
E
Dislivello
(sul versante orientale) 1180 m
Tempo
6-7 h
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Il più nobile e venerando albero di Valtellina

La chiesetta della Madonna delle Grazie. Foto di M. Dei CasL'abete di Vesenda (avèzz de Üusénda, nel dialetto locale) è il più famoso albero della Valtellina, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Si trova presso l'alpe di Vesenda bassa, nel cuore poco conosciuto della valle del Bitto di Albaredo, in territorio del comune di Bema.
La visita a questo monumento della natura rappresenta una facile e gradevole passeggiata, da maggio fino alla prima neve invernale. Raggiungere l'abete da Bema comporta un'escursione piuttosto lunga ed impegnativa; decisamente più facile è arrivarci da Albaredo, per cui raccontiamo questo secondo percorso, indicando, alla fine, come concludere l'escursione dall'alpe di Vesenda bassa a Bema.
Portiamoci, dunque, con l'automobile alla piazza S. Antonio di Morbegno (la piazza del mercato) ed imbocchiamo, seguendo le indicazioni, la strada per Albaredo - Passo di S Marco. Raggiunta Albaredo, proseguiamo per un tratto verso il passo, finché, subito dopo un tornante sinistrorso, troviamo alcuni cartelli La via Priula poco oltre la chiesetta della Madonna delle Grazie. Foto di M. Dei Casche segnalano una deviazione a destra per il ristoro alla Via dei Monti, per la via Priula e per il Sentiero dei Misteri. Imbocchiamo la stradina, nel primo tratto asfaltata, poi sterrata, ed in breve siamo alla chiesetta della Madonna delle Grazie (m. 1157), che fronteggia il dosso Chierico ed è posta a guardia delle inquietanti forre della valle di Lago e della val Pedena.
Lasciata l'automobile nel parcheggio vicino alla chiesetta, scendiamo verso il fondo della valle Piazza, seguendo l'elegante tracciato della via Priula. Superato il torrente della valle su un ponticello, raggiungiamo un secondo ponte, che ci permette di valicare anche il torrente Pedena, in prossimità del punto di partenza del sentiero dei Misteri. La pista carrozzabile ricomincia a salire e, dopo un paio di tornanti, raggiungiamo le baite del Dosso Chierico (m. 1166), la fascia di prati che si stendono sulla parte settentrionale del Dosso della Motta, il lungo e boscoso dosso che divide, le valli Lago e Pedena, ad est, dal solco principale della Valle del Bitto di Albaredo, ad ovest. La denominazione Dosso Chierico deriva da un riferimento ad un chierico (“clericus”), oppure, nella variante Cerico, anch’essa riportata, al significato di “radura”, “luogo aperto”. Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie fino a qui abbiamo incontrato tre pannelli che segnalano altrettanti luoghi significativi dell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, in quanto illustrano aspetti importanti della civiltà contadina che è ormai al suo profondo crepuscolo, vale a dire la segheria, la carbonaia (catasta per la produzione del carbone dalla lenta combustione della legna) ed il casello del latte. L'escursione ci permetterà di visitare altri luoghi nei quali la civiltà contadina mostra i suoi segni vivi.
Il Dosso Chierico, con i suoi due nuclei di baite, è davvero ameno e panoramico, ma non possiamo indugiarvi troppo, perché il cammino è ancora lungo. Poco prima che la via Priula si immerga nel bosco, lasciando le ultime baite del dosso, troviamo, sulla destra, una deviazione, segnalata da diversi cartelli, che indicano, nella sua direzione, sul sentiero 135 l’abete di Vesenda (un’ora e 15 minuti), Vesenda Bassa (un’ora e 30 minuti) e Vesenda Alta (2 ore e 10 minuti), sul sentiero 134 la casera di Garzino (un’ora e 10 minuti) e la casera Melzi con alberi monumentali (un’ora e 30 minuti); un terzo cartello segnala che, rimanendo sulla più larga via Priula, in 2 ore e 30 minuti raggiungiamo il passo di San Marco (sentiero 110).
L'abete di Vesenda. Foto di M. Dei CasPrendiamo, dunque, a destra, lasciando la via Priula.
Superata una baita sulla nostra destra, cominciamo una graduale discesa, su una larga mulattiera, che ci porta ad un secondo bivio, a quota 1119. Anche qui alcuni cartelli del Parco delle Orobie Valtellinesi ci illuminano sul da farsi, segnalando che la mulattiera fin qui percorsa è il sentiero 135 (proseguendo sul quale si raggiungono l’abete di Vesenda in 55 minuti, Vesenda bassa in un’ora e 20 minuti e Vesenda alta in un’ora e 50 minuti), mentre la deviazione sulla destra è il sentiero 134 (percorrendo il quale ci si porta in un’ora e 20 minuti alla casera Melzi ed in 2 ore e 10 minuti all’alpe Vesenda alta).
Ignorata la deviazione a destra, proseguiamo diritti, continuando la lunga traversata che ci porta, infine, ad uscire dal bosco nei pressi di una bella radura, posta proprio nel cuore della valle. Presso la radura troviamo un quarto pannello dell'Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, che segnala la presenza di resti di forni fusori, illustrandone le caratteristiche e le funzioni. Proseguendo, raggiungiamo in breve la riva orientale del torrente Bitto e lo attraversiamo sfruttando un ben visibile ponte formato da grandi massi (m. 1251). Varcato il Bitto, siamo passati dal territorio del comune di Albaredo a quello del comune di Bema. Sul lato opposto troviamo facilmente il sentiero che sale verso l'alpe di Vesenda bassa.
L'abete non è lontano, e per trovarlo ci affidiamo alle indicazioni dei cartelli.
La chioma 'stempiata' dell'abete di Vesenda lo rende riconoscibile nel bosco di alti abeti. Foto di M. Dei CasSaliamo per un tratto, superando un boschetto di abeti, fino a giungere in vista dei muretti diroccati che segnano il confine dell'alpe, poco sopra i 1350 metri. Ora guardiamo alla nostra destra: vedremo un fitto bosco di abeti, dal quale emerge la solitaria chioma diradata dell'Abete di Vesenda, riconoscibile, appunto, non solo per i suoi rami volti all'insù (caratteristica dell'abete bianco), ma anche per la povertà dei rami nella parte alta del tronco. Per questo il suo profilo spicca nella compagine degli alti abeti del bosco. Avviamoci quindi verso il limite del bosco ed addentriamoci fra gli abeti per un tratto: in breve ci troveremo presso due tavoli in legno, ideali per una sosta ristoratrice. Il grande abete si solleva verso il cielo a pochi metri dai tavoli, vetusto nel suo carico d'anni ma sempre possente nella sua sorprendente mole. Dalla parte bassa del tronco, in particolare, parte un grande ramo dalla forma singolare, che ha tutta l'aria di rappresentare una sorta di grande braccio piegato ad angolo retto verso l'alto. La passeggiata dalla chiesetta della Madonna della Grazie fino a qui richiede poco più di un'ora.
Se abbiamo tempo e gambe, possiamo però proseguire l'escursione salendo all'alpe di Vesenda alta e tornando con un bel percorso ad anello. Vediamo come.
La baita Aguc. Foto di M. Dei CasRaggiunte le baite di Vesenda bassa, a 1457 metri (prestando attenzione, in estate, alla presenza di eventuali cani quando l'alpe viene caricata), imbocchiamo il sentiero che parte alle loro spalle e, salendo verso destra, attraversa un bel bosco, sbucando sul limite inferiore dell'alpe di Vesenda alta (m. 1647). Dalle baite inferiori saliamo, su traccia di sentiero, alla baita posta a 1734 metri.
Proseguendo nella salita, ci ritroviamo sulla sommità erbosa di un grande dosso (m. 1851), presso una baita solitaria, in una posizione panoramica estremamente suggestiva: da qui possiamo dominare il dosso di Bema, a sinistra, le cime del gruppo Masino-Disgrazia, davanti a noi, il fianco orientale della valle del Bitto di Albaredo ed i passi di Pedena e San Marco, a destra. Il pianoro sul quale ci troviamo può costituire un ottimo punto di sosta: qui possiamo respirare un senso di pace e di apertura di orizzonti che non capita spesso di gustare nelle escursioni alle quote medie.
Un cartello della Comunità Montana di Morbegno ci segnala che alla nostra destra parte il sentiero per la baita di Aguc, sentiero che poi percorre la sommità del dosso di Bema fino al pizzo Berro. Alla nostra sinistra, invece, parte un sentiero che punta in direzione del passo di San Marco.
Possiamo sfruttare il primo per tornare alla Madonna delle Grazie per una via parzialmente diversa da quella di salita, chiudendo così un interessantissimo anello che potremmo chiamare anello degli alpeggi di A monte della casera Melzi. Foto di M. Dei CasBema. Ecco come.
Prendendo nella direzione indicata dal cartello (sulla destra), percorriamo il sentiero che, con andamento nord-ovest, taglia, nel bosco, l'alta valle di Reggio ed esce dal bosco sul limite della sorprendente e suggestiva ampia conca che ospita la baita di Aguc (m. 1876), posta appena sotto la bocchetta che permette di affacciarsi al versante occidentale del dosso di Bema. Presso la baita un cartello segnala la direzione (nord) nella quale troviamo la partenza di un sentiero (il numero 120) che conduce alla baita Piazzoli e di qui sale sul filo del dosso.
Percorriamolo per un tratto, fino a trovare, segnata su un masso, la deviazione, a destra, per l’alpe Melzi-Garzino (scritta in bianco “Garzino”). Lasciamo, quindi, il sentiero 120 scendendo in diagonale verso sinistra lungo un prato (c’è una traccia di sentiero appena accennata), superando un masso con segnavia bianco-rosso e passando a destra del rudere di un calecc.
Raggiunto, così, il limite del bosco, troviamo la partenza, segnalata da un segnavia color arancio, di un marcato sentiero che lo taglia verso sinistra, cioè in direzione nord-nord-est, affacciandosi, dopo un larice sul cui tronco troviamo un cartello color arancio con al scritta “Aguc” (cartello che punta nella direzione dalla quale proveniamo), sul limite di una più ampia fascia di prati. Proseguiamo nella discesa, piegando Larice monumentale presso la casera Melzi. Foto di M. Dei Casleggermente a destra (direzione nord-est) superando una vasca in legno per la raccolta dell’acqua, sulla quale si trova ancora la scritta “Aguc”, ed altri ruderi di calecc, fino ad incontrare il rudere di una baita, quotata 1607 metri: anche qui, su un grande sasso, troveremo la scritta “Aguc” (visibile però a chi sale). Scendendo ancora più o meno nella medesima direzione, giungiamo in vista della pista sterrata che proviene dai Ronchi, sopra Bema, della casera di Melzi e di un larice monumentale segnalato da un cartello.
Presso la casera troviamo altri tre cartelli del Parco delle Orobie Valtellinesi. Uno dà, nella direzione dalla quale proveniamo, Vesenda alta a 50 minuti e Vesenda Bassa ad un'ora e 20 minuti. Un secondo dà, in direzione della pista sterrata che qui termina, Prato Martino a 45 minuti e la località Ronchi (sopra Bema) ad un'ora e 15 minuti. L'ultimo, quello che ci interessa, segnala, in direzione della parte bassa di prati a valle della casera, il sentiero che porta in un'ora e 20 minuti al Dosso Chierico, in un'ora e 50 minuti alla Madonna delle Grazie ed in 2 ore e 10 minuti ad Albaredo (numerato come sentiero 134).
Dobbiamo, ora, scendere, diritti dal cartello, lungo i prati a valle della pista, in direzione di una vasca in cemento per la raccolta dell'acqua con segnavia bianco-rosso. Scendendo ancora, ci portiamo ad un rudere di calecc sul limite della pecceta, sul quale troviamo un altro segnavia bianco rosso. Dopo un picco dosso L'alpe Garzino vista dalla casera Melzi. Foto di M. Dei Caserboso a valle del calecc, troviamo la partenza di una larga mulattiera (segnavia bianco-rosso sul tronco di un albero), che scende nel bosco con diversi tornanti, fino ad assumere, a quota 1250, la direzione sud-est (destra) per un buon tratto. A quota 1190 la mulattiera (ben marcata, elegante, in diversi tratti sostenuta da muretti a secco) piega di nuovo a sinistra (direzione est-nord-est) e propone una fitta serie di tornanti. Più in basso, svolta di nuovo a destra (direzione sud-sud-est) e porta ad un ponticello in legno (m. 1071) che ci permette di scavalcare il vallone terminale della valle Reggio (la stessa che abbiamo superato, molto più in alto, passando dall'alpe Vesenda alta alla baita Aguc). Dopo un buon tratto diritto, la mulattiera raggiunge uno spiazzo sul fondo della Valle del Bitto di Albaredo, dove un ponte in metallo (m. 1081) ci consente di passare sul lato opposto della valle, scavalcando il torrente Bitto e tornando dal territorio del comune di Bema a quello del comune di Albaredo.
La mulattiera prosegue, ora, salendo verso sinistra (direzione nord), fino ad intercettare, al bivio sopra menzionato, la mulattiera che abbiamo percorso all'andata, staccandoci dalla Via Priula al Dosso Chierico Prendiamo, quindi, a sinistra e torniamo al bivio del Dosso Chierico, ripercorrendo, poi, a rovescio la via Priula che, dopo un'ultima salita di cui non sentiremo sicuramente il bisogno, ci riporta al parcheggio della Scorcio panoramico dalla mulattiera che da Melzi scende al ponte sul Bitto. Foto di M. Dei CasMadonna delle Grazie, dove abbiamo lasciato l'automobile. Questo suggestivo anello richiede complessivamente circa 4 ore e mezza di cammino, per superare un dislivello approssimativo di 900 metri.

 

Difficoltà
E
Dislivello
(anello degli alpeggi) 900 m
Tempo
4 h e 30 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Sfidando la sorte all'oscuro Punt de la Sort

Rasura. Foto di M. Dei CasI paesi di Rasura e Bema, per certi aspetti, sembrano gemelli. Sono posti quasi alla medesima altezza (762 metri Rasura, 793 Bema), ed entrambi si affacciano sul profondo ed oscuro solco della valle del Bitto. Entrambi sembrano arroccati, quasi aggrappati al versante montuoso che li sostiene ed alimenta. Entrambi profumano d'antico, ed ospitano gente laboriosa, attaccata al passato ed alle tradizioni, che non considera una lontananza da far rivivere di tanto in tanto, ma una radice vitale che alimenta il presente. Fin qui le analogie. Ma ci sono anche differenze. Mentre a Rasura giungiamo facilmente per la comoda ss. 405 della Val Gerola, il problema dell'accesso a Bema, servita da una strada esposta a versanti franosi, è uno dei nodi irrisolti della viabilità in Valtellina.
Anticamente fra i due paesi il transito era frequente, e sfruttava una via di cui si è poi quasi persa la memoria. Una via ardita, che scende nel cuore ombroso del Bitto, a respirarne il freddo alito, fra rocce strapiombanti, e risale vincendo ripidi versanti. Vale la pena di percorrere ancora questa via e di lasciarsi pervadere dal suo fascino ed anche dal suo brivido: i luoghi attraversati furono per secoli considerati recessi del demonio e delle streghe, tanto che i viandanti mettevano nel conto di potersi anche imbattere in qualche pericolosa e sulfurea apparizione.
Raccontiamo questo percorso, che potrebbe partire direttamente dalla chiesa di S. Giacomo, proponendo una variante più lunga, che sfrutta anche un tratto dell'antichissima via del Bitto, e che parte da Sacco. Imbocchiamo, dunque, la statale 405 della Val Gerola, lasciando la ss 38 dello Stelvio, sulla sinistra, Il Punt de la Sort. Foto di M.  Dei Casall’ultimo semaforo all’uscita di Morbegno (per chi proceda in direzione di Milano), fino a raggiungere, dopo 7 km., il primo paese della valle, Sacco. Svoltiamo all’altezza della strada che si stacca, sulla destra, per salire in paese, e parcheggiamo l’automobile. Tornati sulla statale 405, imbocchiamo subito la stradina (la strada “del Picc”) che se ne stacca sulla sinistra e, correndo più a valle, conduce alla località il Dosso (m. 677), dove, poco sotto la stradina e le case, troviamo la bella chiesetta di San Giuseppe, che sembra messa lì, sul punto in cui il crinale si fa più ripido e pare sprofondare nel cuore oscuro della valle, a difesa delle forze del male che potrebbero emergere dal suo fondo.
Proseguiamo, poi, in direzione del solco della valle del torrente Il Fiume, che viene superato su un ponte in corrispondenza della cascata della Püla. Subito dopo il ponte, sulla sinistra, troviamo il Museo etnografico Vanseraf, ricavato dalla ristrutturazione dell’antico Mulino del Dosso. Superato un tratto di più marcata salita, raggiungiamo, quindi, Rasura, passando proprio sotto il cimitero e l’imponente campanile della chiesa parrocchiale di S. Giacomo (m. 762), di origine medievale (anche se l’attuale edificio è l’esito di una ristrutturazione iniziata nel 1610). Se preferiamo partire da Rasura, ci basta, dunque, parcheggiare l'automobile nella piazza del paese e scendere sotto la chiesa.
Proprio sotto la chiesa, infatti, troviamo, sulla pista che prosegue verso Pedesina, un cartello che indica la partenza, sulla sinistra, del sentiero che scende al Ponte della Sorte. Imbocchiamo il sentiero e cominciamo a scendere, in un ombroso bosco di castagni, superando qualche rudere di baita ed inanellando Bema. Foto di M.  Dei Casdiversi tornantini. Intercettiamo anche, sulla sinistra, il sentiero che parte dal Dosso (e che non è facile da trovare, per cui è meglio iniziare la discesa da Rasura). Dobbiamo perdere quasi 300 metri di quota, e, nell’ultimo tratto, cominciamo a sentire il rumore delle acque del Bitto, che corrono nella profonda gola del fondovalle.
Al termine della discesa, ecco il ponte, a 475 metri, gettato proprio nel punto in cui le due sponde della valle, rinserrata fra orride muraglie di roccia, si avvicinano. Lo spettacolo è davvero affascinante: non solo il nome del ponte, ma anche l’aspetto dei luoghi evoca gli arcani e misteriosi dettami del fato, nascosti agli uomini come è nascosto lo spettacolo del cuore oscuro di questa valle. In passato, per la verità, questo ponte era assai più frequentato, mentre oggi ben difficilmente incroceremo qualcuno.
Pochi passi, e siamo sul fianco occidentale del dosso: il sentiero prosegue con un tratto un po’ esposto verso destra (attenzione, in caso di neve o ghiaccio), cui segue un ultimo tratto verso sinistra. Al termine la traccia confluisce nella nuova strada asfaltata, ancora chiusa al traffico, tracciata dopo la rovinosa alluvione del 2000, per sostituire quella che raggiunge Bema correndo sul lato opposto (orientale) del dosso. Seguendola (oppure seguendo il sentiero, di cui troviamo, poco sopra, la ripartenza) cominciamo la salita che si conclude alle prime case di Bema (m. 793).
Salendo, sostiamo, di quando in quando, per ammirare gli scenari unici che ci si offrono al nostro sguardo. Se guardiamo verso sud, cioè in direzione della La chiesa di Bema. Foto di M.  Dei Casmedia ed alta Val Gerola, vedremo apparire una parte della testata, con l’inconfondibile profilo del pizzo di Tronella e, alla sua destra, le forme simmetriche del pizzo di Trona. Ma ancor più interessante è quello che appare in direzione ovest e sud-ovest: si mostra il pauroso e scuro fianco della valle (e ci domandiamo come abbiamo potuto scenderlo interamente), mentre alla sua sommità fa capolino, come sentinella posta ai limiti di questo regno delle ombre, il campanile della chiesa di Rasura.
Spostiamo lo sguardo a sinistra, in direzione sud-ovest: distingueremo, sull’aspro fianco della valle, alcuni prati che scendono arditamente verso la sua forra, con qualche baita che sembra sospesa sulla vertigine: si tratta dei prati della località Scacciadiavoli (m. 630), a valle della pista che congiunge Rasura a Pedesina. Di nuovo il diavolo, dunque. La denominazione dei prati ha un significato inequivocabile, ed esorcizza la paura di quegli spiriti maligni che la valle del Bitto sembra sempre poter vomitare dal suo cuore tenebroso. Se guardiamo a nord, infine, ci appaiono, sulla solare Costiera dei Cech (che genera un singolare contrasto con la valle del Bitto), le sue più importanti cime, vale a dire la cima di Malvedello e, alla sua sinistra, il monte Sciesa.
Ma è tempo di riprendere il cammino, alla volta di Bema, paese quasi unico per la sua posizione isolata, di difficile accesso, ma anche per la sua collocazione La piazza di Bema. Foto di M.  Dei Casclimaticamente e panoramicamente assai felice, che giustifica l’antichità dell’insediamento. Ci accoglie, dopo circa un’ora e tre quarti di cammino, la bella chiesa di San Bartolomeo (m. 793), di origine medievale, ma profondamente ristrutturata a partire dal secolo XVII. Il centro del paese, con le case l’una a ridosso dell’altra, ci regala quell’inesprimibile sapore d’antico che contribuire a cacciare dalla mente i tetri pensieri legati alle forze oscure ed alla loro permanente minaccia.
Da Bema partono due piste che percorrono entrambi i fianchi del lungo dosso; è anche possibile salire alla vetta del pizzo Berro, la cima che domina il paese. Se vogliamo farci venire a prendere a Bema, per non tornare per la medesima via, teniamo presente che la strada è chiusa dalle ore 24.00 alle ore 6.00 di mattina.

 

Difficoltà
E
Dislivello
320 m
Tempo
1 h e 45 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
Traversata fra luoghi di magia e di silenzio


La traversata da Bema a Gerola rappresenta un’escursione poco nota, ma davvero suggestiva, interessante, che non comporta un particolare impegno fisico, anche se richiede un po’ di esperienza escursionistica e di attenzione Il percorso si snoda in gran parte sul versante occidentale del lungo dosso di Bema, assai diverso da quello orientale. Mentre quest’ultimo, infatti, ospita ampi e luminosi alpeggi, che si aprono fra verdissime peccate, il primo è immerso in un’atmosfera chiaroscurale da fiaba, dove ogni ombra si anima di una vita inquietante ed i raggi di sole trapassano mormorii arcani di rami e fronde. Una larga mulattiera attraversa a mezza costa l’intero versante, scavalcando valloni che hanno ancora il potere di destare paura e toccando prati che attendono ancora, malinconici, l’impossibile ritorno delle mani operose dell’uomo.
L'oratorio di S. Rocco. Foto di M: Dei CasIl periodo migliore è senza dubbio quello autunnale, ma anche d’estate la camminata riserva una sicura soddisfazione. Attenzione, invece, d’inverno all’insidia del ghiaccio, che può costituire in alcuni tratti un ostacolo insormontabile. Con due automobili a disposizione, l’avventura, dunque, si può concretizzare. Lasciata un’automobile a Valle (la frazione che precede Gerola Alta, alla quale si scende lasciano la strada statale sulla sinistra), ci portiamo con la seconda a Bema, parcheggiando appena sotto la chiesa di S. Sebastiano.
Portiamoci, quindi, proseguendo lungo la Via Panoramica verso il limite di sud-ovest del paese, al punto in cui dalla strada si stacca, sulla sinistra, la mulattiera, segnalata, da un cartello, come sentiero 131. Il cartello dà la località Taida a 50 minuti, Valburga ad un’ora e mezza e l’alpe Dosso Cavallo a 2 ore e 50 minuti. Il percorso è segnalato da segnavia bianco-rossi (poco numerosi, per la verità, ma, almeno nel primo tratto, il rischio di perdere il sentiero è davvero inesistente).
Appena prima dell’inizio della mulattiera troviamo l’oratorio di S. Rocco (m. 819), di origine quattrocentesca: un dipinto sulla sua facciata raffigura il santo protettore degli appestati, la cui devozione è sempre stata assai viva in Valtellina, probabilmente perché i tremendi scempi operati nei secoli dal morbo rimasero sempre ben presenti nella memoria delle genti contadine. Dopo essere passata a valle di un grande casolare solitario, la mulattiera prosegue nella salita verso sud. Alla nostra sinistra, il selvaggio e Le cime del gruppo del Masino viste dalla mulattiera. Foto di M. Dei Castormentato versante che scende verso nord-ovest dal pizzo Berro; alla nostra destra un ottimo scorcio panoramico sul versante occidentale della Val Gerola, che propone, da sinistra, il turrito pizzo di Trona, il Piazzo, il pizzo Mellasc, il monte Colombana e la cima di Rosetta. Alle nostre spalle, infine, a destra della Costiera dei Cech si distingue un bello scorcio delle cime del Masino, che propone, da sinistra, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica ed i pizzi Torrone.
Oltrepassato un cartello che segnala il pericolo di frane, ignoriamo un sentierino che si stacca sulla sinistra dalla mulattiera. Superata una piccola porta nella roccia, dove troviamo anche il primo segnavia bianco-rosso, ci immergiamo nella parte ombrosa di un dosso, mentre, sul lato opposto della Valle del Bitto di Gerola, Rasura sorride accarezzata dal sole. In alcuni tratti la mulattiera, sempre larga, è esposta sulla nostra destra, per cui non è davvero il caso di distrarsi. Poi, dopo una breve discesa, una risalita ed una seconda porta nella roccia, ci affacciamo al primo impressionante vallone, nel quale la mulattiera si tuffa senza timore alcuno. Sarà bene, invece, che noi qualche timore lo conserviamo: il vallone, infatti, è soggetto a scariche di massi, per cui dobbiamo stare all’erta.
Baita in località Verdacolo. Foto di M. Dei CasRaggiunti luoghi più tranquilli, ci attende una breve discesa, che ci porta a due baite, rispettivamente a monte ed a valle della mulattiera: si tratta delle Stalle di Fumasi (m. 888), presso le quali giganteggia un castagno di dimensioni davvero ragguardevoli. Superata a monte una fascia di prati con alcune baite diroccate, raggiungiamo un secondo vallone, dominato, a monte, da un impressionante corno roccioso: si tratta del vallone che scende direttamente verso nord-ovest dal pizzo Berro.
Oltrepassato il vallone, siamo ai Fienili Vardàcolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”: non stiamo, dunque, percorrendo un sentiero anonimo, ma una vera e propria via, con tanto di denominazione ufficiale! Poi la mulattiera scende nel cuore di un nuovo vallone, con un tratto sorretto da uno splendido muretto a secco: qui troviamo anche una porta ed un cartello che così recita: “Per favore chiudere la porta, rispettare la natura e non farsi rincorrere dalle capre”. Ora, sui due primi inviti siamo senza dubbio d’accordo, ma quanto al terzo, è difficile immaginare escursionisti che si mettano a fare le boccacce alle capre per poi fuggire divertiti. Sono piuttosto questi enigmatici animali a puntare, talvolta, con insistenza qualche malcapitato madido di sudore, che lascia dietro di sé una scia salina per loro irresistibile.
Ci attende, ora, il punto forse più orrido della traversata, vale a dire il superamento della selvaggia valle degli Sprissori, il cui versante settentrionale è costituito da un’imponente muraglia rocciosa. La mulattiera, Tratto protetto della mulattiera. Foto di M. Dei Casperò, non si arresta, ma si dipana sul versante roccioso con un paio di tornantini, che ci portano in fondo al vallone. Sopra di noi, una cascatella che scende da un salto roccioso e che giustifica, forse, la denominazione della valle, la quale rimanda allo sgorgare dell’acqua dalla roccia. Oltre il vallone, volgiamoci ad ammirare i grandi muretti a secco che sostengono il tratto della mulattiera che abbiamo appena percorso, un piccolo capolavoro di ingegneria alpina. Consoliamoci con il pensiero che questa mulattiera non subirà il destino di molte altre, semicancellate da piste carozzabili: per di qua non passerà alcuna strada. O no?
Il dubbio si fa strada, inquietante, mentre affrontiamo una leggera discesa, che ci porta ad una nuova fascia di prati ed a due baite. Incontriamo, più avanti, dopo due brevi tornantini, un sentiero secondario che ci lascia sulla sinistra, salendo lungo un dosso boscoso; ignorata la deviazione, ne troviamo una seconda, questa volta a destra, ed ignoriamo anche questa. Inizia ora un tratto impegnativo, nel senso che dobbiamo prestare attenzione per non perdere la traccia (i segnavia bianco-rossi diventano, qui, essenziali). Il sentiero comincia a guadagnare rapidamente quota con una serie di sette tornanti a destra (attenzione a non riprendere il l’andamento in piano prima dell’ultimo tornante, anche se una sorta di falsa traccia di sentiero ci può indurre a farlo: se restiamo ad una quota troppo bassa, rischiamo di trovarci sull’orlo di un grande corpo franoso). 
Discesa nella valle degli Sprissori. Foto di M. Dei CasCi affacciamo, infine, ai prati di Taida (m. 956): se torniamo per la medesima via dell’andata, cerchiamo di memorizzare il punto di ripartenza del sentiero dai prati. Il sentiero attraversa, quindi, su un ponticello la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Seguendo il sentiero, rimaniamo alti rispetto alle baite che sono poste nella parte medio-bassa dei prati; più avanti, superato un valloncello, intercettiamo il sentiero che sale dal limite di questo gruppo di baite, alla nostra destra. La mulattiera sale decisa per un buon tratto, al termine del quale troviamo alla nostra sinistra un cartello con l’indicazione “Bema” (ad indicare la direzione dalla quale proveniamo), ed alla nostra destra un segnavia rosso-bianco-rosso su un masso. La salita prosegue in un rado bosco, e la mulattiera è qui larga e ben visibile.
La mulattiera torna all’aperto, e taglia la parte medio-bassa dei prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo all’ennesima fascia dei prati, in località Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Davanti a noi il lungo dosso del monte Motta, riconoscibile per la croce che lo sormonta. Alla sua sinistra, il solco della Val Bomino ed il dosso che ospita l’alpe Dosso Cavallo e che culmina nella cima omonima. Attraversando i prati, raggiungiamo una grande baita, alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra troviamo un curioso baitello.
Baita a Valburga. Foto di M. Dei CasSiamo nella fascia medio-bassa dei prati, e la modesta traccia di sentiero prosegue fino al limite del bosco. Non dobbiamo, però, seguirla, ma piegare a sinistra e salire in direzione del gruppo di baite più in alto (m. 1240), dove si trova un cartello di divieto di caccia. Qui ritroviamo il sentiero, che entra nel bosco ed attraversa un nuovo vallone, con una cascatella. Oltre il vallone, troviamo, dopo un’assenza che ci ha probabilmente inquietato, un segnavia bianco-rosso. Ad un bivio, prendiamo, poi, a destra, scendendo leggermente (segnavia blu e bianco-rosso). Siamo nel cuore di un bosco di faggi e betulle, sospeso in un’atmosfera fiabesca. Ci stiamo avvicinando al cuore della più importante fra le valli che incidono il versante occidentale del dosso di Bema, la Valburga. Ad un secondo bivio prendiamo di nuovo a destra, proseguendo con andamento pianeggiante: due segnavia blu ed uno bianco-rosso ci confortano sulla correttezza della nostra scelta. Superato un valloncello secondario, proseguiamo tagliando uno sperone roccioso: il sentiero è comunque tranquillo ed elegantemente sostenuto da muretti a secco.
Ci approssimiamo, infine, al solco principale della Valburga (m. 1250), e ne superiamo il torrentello con l’ausilio di un ponticello in legno (ma se è piovuto molto di recente, difficilmente riusciremo a conservare asciutti i piedi): sul lato opposto, la mulattiera riprende a salire, sostenuta da un muretto a secco.
Sostando qualche istante fra le ombre arcane di questa valle, lasciamo correre il pensiero e l’immaginazione. Forse il nome della valle ci farà venire in mente l’omonima santa (Santa Valburga, o Note chiaroscurali sul sentiero che si avvicina alla Valburga. Foto di M. Dei CasValpurga), il cui ricordo viene celebrato il primo maggio. Ci farà venire in mente anche la notte di Santa Valburga, fra il 30 aprile ed il primo maggio, notte nella quale, secondo antichissime leggende pagane e germaniche, le forze del male si scatenato. Nel Medio-Evo cristiano la credenza popolare immaginò che fossero streghe e diavoli ad abbandonarsi in orribili ridde nei boschi proprio durante questa notte, legata ad una santa che faceva parte del gruppo di monache e monaci che aiutarono S. Bonifacio (680-755) ad evangelizzare  la Germania.
È, dunque, a causa delle ombre che gravano perennemente su questi luoghi e sembrano la dimora eletta di orribili streghe che alla valle è stato dato questo nome? L’ipotesi è suggestiva, ma non coglie nel vero. Il toponimo, infatti, riconduce sì al mondo germanico, ma non alle streghe: Valburga viene da Valle e Burg, borgo, e significa, dunque, la valle (o il torrente) del borgo, del villaggio, anche se non è affatto chiaro a quale villaggio ci si riferisse in antico. Il torrente, infatti, confluisce, poco più in basso rispetto al punto nel quale lo attraversiamo, nel torrente Bomino, e non ci sono villaggi che si affacciano al suo solco.
Di nuovo in cammino, in uno scenario che muta: il sentiero sale, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Dopo un tornante a sinistra ed uno a destra, un tratto pianeggiante ci porta ad un vallone secondario, che attraversiamo a quota 1300 metri. Più avanti cominciamo a scendere e, superata una piccola porta nella roccia, troviamo un tornante destrorso ed uno successivo sinistrorso. Il sentiero riprende, poi, a salire, Il sentiero fra i valloni della Valburga. Foto di M. Dei Casquasi incollato alla parete di roccia alla nostra sinistra, e ci porta ad un nuovo vallone, ben più impressionante rispetto al centro della Valburga: si presenta, infatti, davanti ai nostri occhi una scura ed impressionante parete di roccia, sul lato opposto, e la prima impressione è che sia invalicabile. Mai sottovalutare, però, la tenacia delle mulattiere e di chi le tracciò, spesso scavando nella viva roccia: neppure la muraglia scura ed umida ci ferma.
Superata una franetta, scendiamo per un tratto e riprendiamo a salire, raggiungendo il filo di un dosso dove dalla mulattiera si stacca, sulla destra, un sentiero che scende, a zig-zag, seguendo proprio il dosso. Noi proseguiamo sulla mulattiera, attraversando, a quota 1280, un nuovo valloncello secondario, per poi raggiungere un bivio: su un sasso troviamo l’indicazione “Casera”, perché il sentiero che ci lascia sulla sinistra sale alla casera di quota 1352, posta in una radura sul medesimo dosso che ospita, più in alto, l’alpe Dosso Cavallo (m. 1606).
Avanzando ancora, giungiamo alla fine del sentiero, sostituito da una pista che giunge fin qui partendo dalle case della frazione Nasoncio di Gerola e staccandosi dalla pista principale per la Val Bomino. Si tratta di una pista forestale che è in corso di realizzazione nella foresta regionale della Val Gerola, a cura dell’ERSAF. Nel primo tratto, troviamo un nuovo sentiero che la lascia sulla sinistra, e sale anch’esso all’alpe Dosso Cavallo. Non ci resta, ora, che seguire fino a Nasoncio. Nel primo tratto passiamo a valle di una splendida pecceta: non possiamo non fermarci ad ammirare il suo fondo interamente coperto da aghi di abete, e la fitta trama degli alberi che sembra nascondere creature arcane e fiabesche. Poi, dopo un Chiesetta di Nasoncio. Foto di M. Dei Castratto in salita, essa ci porta al ponte in legno sul torrente Bomino (m. 1290), oltre il quale, superata una brevissima salita, intercettiamo la pista principale Nasconcio-Val Bomino, dove troviamo un cartello che dà, nella direzione dalla quale proveniamo, l’alpe Dosso Cavallo ad un’ora e 5 minuti e la baita Aguc a 2 ore; un secondo cartello indica che la pista principale della Val Bomino (che però nel tratto più alto diventa sentiero) porta al passo di Verrobbio in 2 ore e mezza; un terzo cartello, infine, dà Nasoncio ad un’ora.
È in questa direzione che ci dobbiamo muovere; teniamo, però, presente che d’inverno troveremo sulla pista colate di ghiaccio anche insidiose. Scendiamo, dunque, verso destra, ed in una quarantina di minuti di discesa un po’ monotona (ma la bellezza dei boschi a monte della pista è tutta da ammirare) raggiungiamo Nasoncio, frazione di Gerola, dove giunge la strada asfaltata che parte da Valle, la frazione che precede Gerola Alta. Percorriamo dunque la strada fino a Valle: qui troviamo la seconda automobile, che ci permette di tornare a Bema e recuperare la prima.
L’intera traversata richiede circa 4 ore e mezza di cammino. Il dislivello complessivo è difficilmente calcolabile, dal momento che i saliscendi, soprattutto da Valburga al ponte di Bomino, si susseguono quasi sistematicamente: mettiamo in conto di dover superare approssimativamente un dislivello di 700 metri.
Una variante, per chiudere il racconto di questa bella traversata: invece che concludersi a Gerola, essa può riportarci a Bema chiudendo un lungo e splendido anello, che passa per l’alpe Dosso Cavallo e per la baita Aguc, posta sul versante opposto del dosso di Bema: dalla baita si raggiunge la casera Melzi e, sfruttando Le cime del gruppo del Masino viste da Nasoncio. Foto di M. Dei Casuna comoda pista, si rientra a Bema dal lato orientale del dosso. Questo anello richiede circa 7-8 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 1350 metri).

Difficoltà
EE
Dislivello
700
Tempo
4 h e 30 min
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
La traversata della Valle del Bitto di Albaredo

Panorama dalla casera Melzi. Foto di M. Dei Cas
La traversata da Albaredo a Bema è un’escursione che, nella sua variante più semplice, non presenta particolari problemi, anche se richiede un buon allenamento fisico. Può avvenire secondo tre varianti. Partiamo dal racconto di quella più breve.
Il Dosso Chierico. Foto di M. Dei CasSaliamo con l’automobile ad Albaredo e, per guadagnare quota, proseguiamo lungo la strada per il passo di S. Marco fino ad incontrare sulla destra, dopo un secco tornante sinistrorso, la deviazione segnalata per il ristoro Via dei Monti, la Madonna delle Grazie ed il Dosso Chierico. Imboccata questa deviazione, percorriamo una carrozzabile sterrata che ci porta alla graziosa chiesetta della Madonna delle Grazie (m. 1157), alla quale potremmo giungere anche a piedi da Albaredo, in tre quarti d’ora circa, seguendo l’antico tracciato della via Priula (ne troviamo indicata la partenza, a sinistra della strada, appena oltre il ristorante “El Cumpanadech”, quasi all’uscita di Albaredo verso il passo di S. Marco).
Subito dopo la chiesetta si trova un parcheggio al quale possiamo lasciare l’automobile. Scendiamo, poi, con qualche tornante, seguendo l’elegante tracciato della via Priula, arteria di fondamentale importanza voluta dalla Repubblica di Venezia per collegare la Valtellina alla bergamasca (il suo nome deriva dal podestà di Bergamo Alvise Priuli, che ne volle e ne curò, dal 1592, la realizzazione), fino ad un primo ponte, Il Dosso Chierico. Foto di M. Dei Casche attraversa il torrente della valle Piazza, per poi raggiungere un secondo ponte (m. 1112), sopra il torrente della valle di Lago (nella quale confluisce, poco sopra, la val Pedena). Ignorata, prima del ponte, la deviazione sulla sinistra, segnalata da un cartello blu, per il Sentiero dei Misteri, proseguiamo seguendo le indicazioni relative alla Via Priula (cartello color arancio).
La pista carrozzabile ricomincia a salire e, dopo un paio di tornanti, raggiungiamo le baite del Dosso Chierico (m. 1166), la fascia di prati che si stendono sulla parte settentrionale del Dosso della Motta, il lungo e boscoso dosso che divide, le valli Lago e Pedena, ad est, dal solco principale della Valle del Bitto di Albaredo, ad ovest. La denominazione Dosso Chierico deriva da un riferimento ad un chierico (“clericus”), oppure, nella variante Cerico, anch’essa riportata, al significato di “radura”, “luogo aperto”. Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie fino a qui abbiamo incontrato tre pannelli che segnalano altrettanti luoghi significativi dell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, in quanto illustrano aspetti importanti della civiltà contadina che è ormai al suo profondo crepuscolo, vale a dire la segheria, la carbonaia (catasta per la produzione del carbone dalla lenta combustione della legna) ed il casello del latte. L’intera traversata ci permetterà di visitare altri luoghi nei quali la civiltà contadina mostra i suoi segni vivi.
Ponte sul torrente Bitto sulla mulattiera per la casera Melzi. Foto di M: Dei CasIl Dosso Chierico, con i suoi due nuclei di baite, è davvero ameno e panoramico, ma non possiamo indugiarvi troppo, perché il cammino è ancora lungo. Poco prima che la via Priula si immerga nel bosco, lasciando le ultime baite del dosso, troviamo, sulla destra, una deviazione, segnalata da diversi cartelli, che indicano, nella sua direzione, sul sentiero 135 l’abete di Vesenda (un’ora e 15 minuti), Vesenda Bassa (un’ora e 30 minuti) e Vesenda Alta (2 ore e 10 minuti), sul sentiero 134 la casera di Garzino (un’ora e 10 minuti) e la casera Melzi con alberi monumentali (un’ora e 30 minuti); un terzo cartello segnala che, rimanendo sulla più larga via Priula, in 2 ore e 30 minuti raggiungiamo il passo di San marco (sentiero 110).
Prendiamo, dunque, a destra, lasciando la via Priula. Superata una baita sulla nostra destra, cominciamo una graduale discesa, su una larga mulattiera, che ci porta ad un secondo bivio, a quota 1119. Anche qui alcuni cartelli del Parco delle Orobie Valtellinesi ci illuminano sul da farsi, segnalando che la mulattiera fin qui percorsa è il sentiero 135 (proseguendo sul quale si raggiungono l’abete di Vesenda in 55 minuti, Vesenda bassa in un’ora e 20 minuti e Vesenda alta in un’ora e 50 minuti), mentre la deviazione sulla destra è il sentiero 134 (percorrendo il quale ci si porta in un’ora e 20 minuti alla casera Melzi ed in 2 ore e 10 minuti all’alpe Vesenda alta). Entrambe le vie ci consentono di effettuare la La mulattiera per la casera Melzi. Foto di M. Dei Castraversata a Bema, ma la prima è sensibilmente più lunga, per cui raccontiamo innanzitutto la seconda.
Scendiamo, quindi, accompagnati da qualche segnavia bianco-rosso, sul sentiero che si stacca dalla mulattiera sulla destra fino al fondo del ramo principale della Valle del Bitto di Albaredo (m. 1081), dove troviamo un ponte in ferro che ha sostituito un fatiscente ponte in legno e che scavalca il ramo di Albaredo del torrente Bitto, portandoci dal territorio del comune di Albaredo a quello del comune di Bema. Sul lato opposto troviamo, sulla destra, una piazzola, al termine della quale il sentiero riprende, tagliando, per un lungo tratto, in direzione nord-nord-ovest, il fianco occidentale della Valle del Bitto di Albaredo. Alla nostra destra lo scroscio del torrente si fa via via più debole, perché mentre questo prosegue nella discesa della valle, noi conserviamo sostanzialmente la nostra quota, procedendo all’ombra di una fresca pecceta.
Un selvaggio vallone, con una cascatella poco a monte del sentiero, si frappone al nostro cammino (si tratta della parte inferiore della valle Reggio), ma un ponticello in legno lo scavalca (m. 1071). Poco oltre, il sentiero  si allarga, torna a farsi comoda mulattiera e si porta nei pressi di una seconda vallecola, ma, invece di scavalcarla, inverte il suo andamento, scartando verso sinistra: ora punta ad ovest-sud-ovest, risalendo, con una serrata serie di tornantini, un largo dosso, sempre nella splendida cornice del bosco di La casera Melzi. Foto di M. Dei Casabeti, impreziosito da gustosi mirtilli. L’importanza di questa arteria, che collegata Albaredo agli alpeggi di mezza costa del versante orientale del Dosso di Bema, è testimoniata dalla cura con cui è stata tracciata: troviamo, infatti, anche muretti a secco che la sostengono nei punti a maggior rischio di smottamento. Oggi essa propone solo il mobile gioco chiaroscurale del contrappunto e del fitto dialogo fra le fronde ed i raggi del sole, mentre un tempo era testimone dei moti diversi della vita umana, percorsa da pastori e mandrie nel ritmo alterno della salita e della discesa da quei pascoli che costituivano il tesoro più importante della civiltà contadina.
Terminata, a quota 1190, la serrata serie di tornantini, inizia una traversata verso destra (direzione nord-ovest); a quota 1250 la mulattiera piega di nuovo a sinistra (direzione sud-ovest), e ripropone una serie di tornanti, che ci portano sul limite inferiore dei prati della casera Melzi (o alpe Garzino), in corrispondeza di un calecc con segnavia bianco-rosso (se torniamo per la medesima via di salita, memorizziamo bene questo punto). Risaliti i prati, raggiungiamo, in breve, la casera Melzi, a quota 1467. La casera è raggiunta da una pista carozzabile che proviene dalla località Ronchi, a monte di Bema, e che ci consentirà di chiudere in tutta tranquillità l’anello. Alcuni cartelli, sul ciglio della pista appena prima della casera, segnalano, infatti, che la pista conduce a Prato Martino in 45 minuti ed alla località Ronchi in un’ora ed un quarto.
Prima di iniziare quest’ultimo tratto della traversata, però non possiamo mancare di visitare il vicino larice monumentale (32 metri di altezza per una circonferenza di 3 metri e 20 centimetri) e di sostare per gustarci L'alpe Garzino vista dalla casera Melzi. Foto di M. Dei Casl’ottimo panorama che si apre da questa solare alpe e che propone, a nord, in primo piano la Costiera dei Cech e, alla sua destra, alcune cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile alla cima di Rasica, passando per il pizzo Cengalo, i pizzi del Ferro e la cima di Castello. Più a destra, si mostra, in tutto il suo splendore, il fianco orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con la sua armonica tessitura di fitti boschi e solari alpeggi, coronati dalle cime del monte Lago (m. 2353), del monte Pedena (m. 2399), del monte Azzarini (m. 2431) e dal pizzo delle Segade (m. 2173), che precede il passo di San Marco (m. 1992).
Possiamo, ora, incamminarci alla volta di Bema: la pista sterrata, oltrepassata una valle, raggiunge i prati dell’alpe Garzino, dove si trovano il ben visibile Baitone, di quota 1488, e la casera di Garzino, che sta sul limite inferiore dell’alpe (m. 1353). Prosegue, poi, in graduale discesa, toccando la località Pratolungo (m. 1349), dove si trova, sulla destra, una deviazione che consente di scendere alle baite di Prato Martino (m. 1289), Pegolota (m. 1173) e Moia, dove è segnalata una sorgente di acqua ferruginosa.
Alla fine raggiungiamo la località Ronchi, dove, a quota 1170, si trova il rifugio omonimo (per informazioni Il passo di San Marco visto dalla pista Melzi-Ronchi. Foto di M. Dei Cassui periodi di apertura, telefonare al numero 0342 618000). Poco oltre il rifugio, ci affacciamo alla parte alta dei prati a monte di Bema. Scendiamo, infine, a Bema seguendo la strada asfaltata o la più breve mulattiera che taglia i prati e passa per la grande croce collocata a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997.
Raggiunta Bema (m. 790), la traversata, dopo circa 4 ore e mezza-5 di cammino, si chiude (il dislivello approssimativo in salita è di 500 metri).
Ecco, invece, il racconto della variante più lunga (ma anche più interessante, perché, passando per Vesenda bassa ed alta, ci consente una visita completa agli importanti alpeggi del versante orientale del Dosso di Bema). Torniamo, dunque, al secondo bivio incontrato dopo il Dosso Chierico e, invece di prendere a destra, proseguiamo lungo la mulattiera che, conservando l’andamento sud-sud-est, scende gradualmente in direzione del fondovalle. Usciti dal bosco, incontriamo la quarta tappa dell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, che illustra funzioni e funzionamento dei forni fusori. Proseguendo, in breve raggiungiamo la riva orientale del torrente Bitto e lo possiamo attraversare sfruttando un ben visibile ponte formato da grandi massi (m. 1251). Sul lato opposto troviamo facilmente il sentiero che sale verso l'alpe di Il fondo della Valle del Bitto di Albaredo nei pressi del guado. Foto di M. Dei CasVesenda bassa.
L'abete non è lontano, e per trovarlo ci affidiamo all’indicazione dei cartelli. Saliamo per un tratto, superando un boschetto di abeti, fino a giungere in vista dei muretti diroccati che segnano il confine dell'alpe, poco sopra i 1350 metri. Ora guardiamo alla nostra destra: vedremo un fitto bosco di abeti, dal quale emerge la solitaria chioma diradata dell'Abete di Vesenda, riconoscibile, appunto, non solo per i suoi rami volti all'insù (caratteristica dell'abete bianco), ma anche per la povertà dei rami nella parte alta del tronco. Per questo il suo profilo spicca nella compagine degli alti abeti del bosco. Avviamoci quindi verso il limite del bosco ed addentriamoci fra gli abeti per un tratto: in breve ci troveremo presso due tavoli in legno, ideali per una sosta ristoratrice. Il grande abete si solleva verso il cielo a pochi metri dai tavoli, vetusto nel suo carico d'anni ma sempre possente nella sua sorprendente mole.
Conserviamo, alla sua presenza, un contegno degno della sua nobiltà, perché l'abete di Vesenda (avèzz de Üusénda, nel dialetto locale) è il più famoso albero della Valtellina, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Dalla parte bassa Il torrente Bitto nei pressi del guado. Foto di M. Dei Casdel tronco, in particolare, parte un grande ramo dalla forma singolare, che ha tutta l'aria di rappresentare una sorta di grande braccio piegato ad angolo retto verso l'alto.
Dopo l’omaggio a questo nobile vegliardo, torniamo sul sentiero per Vesenda bassa, raggiungendo le baite quotate 1457 metri (attenzione, in estate, alla presenza di eventuali cani quando l'alpe viene caricata). Imbocchiamo, quindi, il sentiero che parte alle loro spalle e, salendo verso destra, attraversa un bel bosco, sbucando sul limite inferiore dell'alpe di Vesenda alta (m. 1647). Dalle baite inferiori saliamo, su traccia di sentiero, alla baita posta a 1734 metri. Proseguendo nella salita, ci ritroviamo sulla sommità erbosa di un grande dosso (m. 1851), in una posizione panoramica estremamente suggestiva: da qui possiamo dominare il dosso di Bema, a sinistra, le cime del gruppo Masino-Disgrazia, davanti a noi, il fianco orientale della valle del Bitto di Albaredo ed i passi di Pedena e San Marco, a destra. Il pianoro sul quale ci troviamo può costituire un ottimo punto di sosta: qui possiamo respirare un senso di pace e di apertura di orizzonti che non capita spesso di gustare nelle escursioni alle quote medie.
Un cartello della Comunità Montana di Morbegno ci segnala che alla nostra destra parte il sentiero per la L'abete di Vesenda spicca fra gli altri abeti. Foto di M. Dei Casbaita di Aguc: lo imbocchiamo e, effettuata una diagonale nel bosco che taglia la valle Reggio (direzione nord-ovest), usciamo di nuovo all’aperto, raggiungendo la singolarissima conca che ospita l’ancor più singolare baita di Aguc (o Agucc), che è un po’ il cuore dell’intero Dosso di Bema (m. 1876). Un cuore congiunto ad un altro cuore: sulla baita la scritta “Bema 11 km” ci segnala la distanza che separa i due cuori pulsanti di questo microcosmo antico che è il comune di Bema.
Ora, però, si prospettano due possibilità per raggiungere Bema: scendere ad intercettare la già citata pista che dalla casera Melzi porta ai Ronchi, oppure seguire il filo del Dosso di Bema fino al pizzo Berro, e di scendere ai Ronchi.
Vediamo la prima. Presso la baita Aguc un cartello segnala la direzione (nord) nella quale troviamo la partenza di un sentiero (il numero 120) che conduce alla baita Piazzoli e di qui sale sul filo del dosso. Percorriamolo per un tratto, fino a trovare, segnata su un masso, la deviazione, a destra, per l’alpe Melzi-Baita all'alpe di Vesenda alta. Foto di M. Dei CasGarzino (scritta in bianco “Garzino”). Lasciamo, quindi, il sentiero 120 scendendo in diagonale verso sinistra lungo un prato (c’è una traccia di sentiero appena accennata), superando un masso con segnavia bianco-rosso e passando a destra del rudere di un calecc.
Raggiunto, così, il limite del bosco, troviamo la partenza, segnalata da un segnavia color arancio, di un marcato sentiero che lo taglia verso sinistra, cioè in direzione nord-nord-est, affacciandosi, dopo un larice sul cui tronco troviamo un cartello color arancio con al scritta “Aguc” (cartello che punta nella direzione dalla quale proveniamo), sul limite di una più ampia fascia di prati. Proseguiamo nella discesa, piegando leggermente a destra (direzione nord-est) superando una vasca in legno per la raccolta dell’acqua, sulla quale si trova ancora la scritta “Aguc”, ed altri ruderi di calecc, fino ad incontrare il rudere di una baita, quotata 1607 metri: anche qui, su un grande sasso, troveremo la scritta “Aguc” (visibile però a chi sale). Scendendo ancora più o meno nella medesima direzione, giungiamo in vista della pista sterrata, della casera di Melzi e del già citato larice monumentale: da qui il ritorno a Bema avviene facilmente come sopra descritto.
La seconda possibilità dalla baita Aguc, lungo il filo del Dosso di Bema, infine. Torniamo alla baita ed Bosco sul sentiero che da Aguc scende a Melzi. Foto di M. Dei Casincamminiamoci sul sentiero 120, questa volta, però, ignorando la deviazione per Garzino. Con andamento sostanzialmente pianeggiante, il sentiero ci porta alla solitaria baita Piazzoli (m. 1824). Raggiunta la baita, preceduta da una vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso di Bema, in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Molto bello il panorama che già da qui si apre: alla nostra sinistra sfilano le cime della testata e della costiera occidentale della Val Gerola, mentre a destra lo sguardo raggiunge le cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, ed alcuni dei colossi della testata della Valmalenco. Più a destra ancora, infine, uno spaccato del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con in primo piano il passo di Pedena.
Inizia ora l’entusiasmante cavalcata che ci fa rimanere sulla sella del dosso fino alla sua ultima impennata, il pizzo Berro. La traccia di sentiero, segnalata da alcuni segnavia bianco-rossi, è in buona parte tranquilla; in alcuni punti, però, il versante leggermente esposto richiede un po' di attenzione. Si tratta, dunque, di una cavalcata vera e propria, perché l’andamento della cresta e del sentierino che la segue sembra seguire il ritmo di un cavallo al galoppo, proponendo diversi saliscendi, con tratti all’aperto che si alternano a brevi macchie di larici. Tocchiamo, nella cavalcata, diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, Sul filo del Dosso di Bema. Foto di M. Dei Cas1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847), al quale saliamo percorrendo la traccia, seminascosta fra la vegetazione, che propone un ultimo ripido strappo.
La croce della cima erbosa del pizzo è il premio dei nostri sforzi. Il panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. Sfilano, poi, le più importanti cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia. Mancano all’appello, invece, le cime più alte della Valmalenco, anche se è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).
Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal Tramonto visto dai prati sopra Bema. Foto di M. Dei Caspizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Alla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092) alle cui spalle si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Si tratta, ora, di scendere: il sentiero parte nei pressi della croce, sulla destra (direzione nord-est), e scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, fontana alla quale Il rifugio Ronchi. Foto di M: Dei Caspossiamo attingere acqua fresca se ne abbiamo bisogno. La successiva discesa sul sentiero principale (ignoriamo una deviazione) ci porta al limite alto dei prati della località Fracino (m. 1520), dove troviamo tre cartelli, che danno, nella direzione dalla quale proveniamo, il pizzo Berro a 50 minuti, nella direzione di destra la Costa a 15 minuti e (indicazione che ci interessa) nella direzione di discesa i Ronchi a 45 minuti.
Scendiamo, dunque, lungo i prati, lasciano alla nostra sinistra un’elegante baita. Rientrati nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta. L’ultimo tratto della discesa ci porta ad intercettare la pista sterrata che taglia il fianco orientale del dosso di Bema.
Percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170), dal quale, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, caliamo tranquillamente alle case alte di Bema, passando per la grande croce posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997. Qualche numero, per concludere. La variante più lunga della traversata Albaredo-Bema richiede circa 5 ore La mulattiera che dai Ronchi scende a Bema. Foto di M. Dei Case mezza-6 di cammino se dalla baita Aguc scendiamo all’alpe Melzi-Garzino (dislivello approssimativo: 900 metri), 6 ore e mezzo-7 se, invece, percorriamo il filo del Dosso di Bema, passando per il pizzo Berro (dislivello approssimativo: 1000 metri).

 

Difficoltà
E
Dislivello
(variante breve) 500 m
Tempo
5 h
- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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