Un'isola senza tempo fra le Valli del Bitto

Bema. Foto di M. Dei Cas
Esistono isole circondate da mari ed isole circondate da valli. Bema è una di queste. Per la sua posizione, che ne ha plasmato, nei secoli, le radici profonde: sta, arroccata, alle falde del boscoso pizzo Berro (m. 1847), sulla parte terminale della lunga costiera-dosso (dosso di Bema) che, staccandosi dal monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale orobico, si frappone, scendendo verso nord, fra le due grandi valli del Bitto, di Gerola, ad ovest, e di Albaredo, ad est.
Posizione felice, la sua, ma anche assai scomoda. Felice per le apertura panoramiche su entrambi i lati delle valli del Bitto e sul versante settentrionale, dominato dalla Costiera dei Cech; felice per la posizione climaticamente favorevole, a 790 metri, sull’ampio e soleggiato terrazzo che gode di un clima più mite rispetto ad analoghi insediamenti orobici e che, più in basso, si fa più ripido e boscoso, precipitando, infine, L'oratorio di San Rocco a Bema. Foto di M. Dei Casnel cuore ombroso delle forre del Bitto, proprio laddove i due rami del torrente si incontrano. Il toponimo Bema si riferisce proprio alla collocazione in luogo elevato e visibile, sia che derivi da un latino Bemius, Bymius o Bimis, come Biumo, in provincia di Varese (così ipotizza l’Olivieri), sia che tragga origine dalla sincope dell’antico termine ligure “berigiema”, che significa monte (così ipotizza l’Orsini).
Una posizione, però, anche scomoda: lo sanno bene coloro che vi abitano, i quali, per tornare a casa dal fondovalle, magari dopo una giornata di lavoro, debbono transitare per una delle più tormentate strade di Valtellina, che si stacca dalla strada provinciale per il Passo di S. Marco all’altezza del tempietto degli Alpini sopra Morbegno (1,5 km dalla piazza S. Antonio di Morbegno), si snoda per un buon tratto, stretta ed impressionante, tagliando l’instabile versante orientale della bassa Valle del Bitto, raggiunge il ponte posto a 437 metri, appena a monte della confluenza dei due rami del Bitto, si porta, dopo un breve tratto in galleria, sul versante occidentale del dosso di Bema, che risale, infine, con tracciato più largo e tranquillo, fino alle prime case del paese (9 km da Morbegno). Il problema di una strada con tracciato interamente sicuro è ancora aperto: il progetto prevede che essa si stacchi dalla statale della Val Gerola all’altezza di Sacco, ma valutazioni discordanti fra i comuni di Bema e Cosio Valtellino sul tratto Sacco-fondovalle bloccano tuttora la sua realizzazione.
Dal presente problematico ad un passato remoto: è facile congettura che il terrazzo di Bema, data la sua Dipinto che raffigura San Rocco, sulla facciata dell'omonimo oratorio. Foto di M. Dei Casfelice situazione climatica (non è casuale la denominazione di Dosso del Sole che identifica una delle sue contrade), sia stato abitato fin da tempi remoti. Le più antiche tracce ritrovate risalgono comunque all’età carolingia (secoli IX e X). Sono stati trovati anche documenti che testimoniano di possessi dei monasteri di Saint Denis di Parigi e di Sant'Abbondio di Como nel territorio di Bema. Nel 1210 Bema era comune,  con Podestà proprio, del terziere inferiore della Valtellina, ed apparteneva alla squadra di Morbegno (mentre dipendeva invece, dal punto di vista religioso, alla pieve di Ardenno; dopo una successiva dipendenza da Morbegno, la chiesa di Bema divenne del tutto autonoma solo nel 1453).
Fra i segni dell’importanza medievale del comune di Bema il più importante è sicuramente la croce in bronzo dorato, di stile romanico, risalente ai secoli XII-XIII, ritrovata nella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo nel 1957 ed attualmente conservata presso il Museo Civico di Sondrio. Nel 1335 il comune di Bema venne menzionato negli Statuti di Como, come “comune loci de Bema”, e nel 1363 partecipò, con un proprio rappresentante, alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno.
Nell’età moderna troviamo menzione di Bema nell’opera “Raetia”, di Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per la lega Grigia della Valtellina nel biennio 1587-88, e che così scrive: “Fra Rasura ed Albaredo c’è il villaggio di bema, dove fioriscono i Fontana; e non lungi sorge il piccolo villaggio di Faido.” Nelle sue parole si legge la conferma dell’identità antica del comune, radicata nel suo essere insieme terra di mezzo e baricentro delle Valli del Bitto. Qualche anno dopo Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di Fungo Porcino. Foto di M. Dei Casorigine morbegnese, vi contò, nella sua famosa visita pastorale in Valtellina del 1589, 100 fuochi (una popolazione di circa 500 abitanti, ben più numerosa dell’attuale -  148 abitanti, nel 2005). Una stima del 1624 riduce, invece, gli abitanti a 350 abitanti.
Nonostante la sua posizione relativamente defilata, neppure Bema scampò alle conseguenze del terribile periodo della Guerra dei Trant’anni, quanto, fra il 1629 ed il 1630, il passaggio dei Lanzichenecchi in Valchiavenna e Valtellina portò, insieme a ruberie e soprusi, quella tragica epidemia di peste nera che ne ridusse la popolazione a meno della metà. La peste era flagello già tristemente noto alle genti di montagna nei secoli passati (il bell’oratorio dedicato a S. Rocco, protettore degli appestati, che sta sul limite sud-occidentale del paese, è già citato dal Ninguarda), ma in quegli anni colpì con una durezza senza precedenti. Solo nel Settecento iniziò una graduale ripresa, ma ancora alla fine di questo secolo i livelli demografici dell’inizio del Seicento non sono eguagliati: nel 1797, infatti, Bema contava 238 abitanti.
Poi venne la bufera napoleonica ed il conseguente riassetto territoriale della Valtellina. Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina, avvenuto nel giugno del 1797, il comune di Bema ebbe un proprio giudice, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio, il 17 del mese di nevoso dell’anno VII. In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio,  del 2 dicembre 1797, il comune di Bema fu inserito nel distretto primo, con capoluogo Morbegno. Anche nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio, decretata dalla legge 13 del mese di ventoso dell’anno VI, il comune di Bema rientrava nel distretto di Morbegno.
Bema e, di fronte, sul lato opposto della valle, Sacco. Foto di M. Dei Cas
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia, previsto dal decreto dell’8 giugno 1805, il comune di Bema fu inserito nel cantone V di Morbegno: contava, allora, 248 abitanti. Successivamente, però, perse la sua autonomia: nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto, Bema figurava, infatti, con 245 abitanti, insieme ad Albaredo, come comune aggregato al comune principale di Morbegno, nel cantone V di Morbegno. Nell’estate del 1815 delegati di Bema trasmisero istanza per il ripristino dell’autonomia comunale, che fu concessa nel 1816.
A metà dell’Ottocento Bema, con la frazione Faido,  figurava come comune con convocato generale e con una popolazione di 256 abitanti. L’ultimo quarto del secolo XIX fu segnata da un evento che suscitò grande preoccupazione fra gli abitanti di Bema, il distacco del grande corpo franoso sul fianco occidentale del La chiesa di S, Bartolomeo a Bema. Foto di M. Dei Casdosso di Bema (quello che guarda a Sacco), noto come frana di Bema. Ne parla anche la Guida alla Valtellina edita dal CAI nel 1884: “Dall’altro lato è l’imponente frana di Bema, la quale, scoscendendosi, dopo le grandi piogge dell’autunno 1882, insieme all’altra frana di Pedesina, provocò la piena del Bitto che portò così gravi danni a Morbegno  alle sue campagne”.
Il Novecento è il secolo che ha visto un progressivo spopolamento del comune, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra: già nei secoli passati molti Bemini erano stati costretti ad emigrare per cercare condizioni di vita migliori rispetto a quelle dure dettate dalla vita contadina; ora, negli anni Cinquanta, arriva la televisione (il primo apparecchio televisivo fa la sua apparizione a Bema nel 1954), ma diverse famiglie, indotte dagli insediamenti produttivi sul fondovalle, lasciano la terra degli avi.
Si giunge, così, agli ultimi decenni, con una popolazione che si stabilizza su numeri sostanzialmente analoghi agli attuali (149 abitanti sono censiti nel 1991, 144 nel 2001, 148 nel 1995). Un paese ridotto nei ranghi, ma ancora ben vivo ed orgoglioso della sua identità. In particolare, nel 1984 la fondazione della Pro Loco di Bema ha dato un nuovo impulso alla sua vita, con la promozione di diverse iniziative di animazione e promozione che si sono imposte all’attenzione fra le sagre estive più classiche. La Sagra dei funghi, innanzitutto, che, dal 1984, celebra i più simpatici ospiti dei freschi boschi di Bema, ma anche la camminata del Dosso del Sole e, dal 2003, il Palio delle Contrade, che vede contrapposte le contrade del Baita nei prati di Valburga. Foto di M. Dei CasDosso del Sole, di Groi, delle Piazze e della Foppa.
Nonostante tutto ciò, il territorio del comune di Bema (19,75 kmq in tutto) è fra i meno conosciuti e frequentati, nonostante offra possibilità escursionistiche interessantissime ed un ambiente incontaminato e di grande fascino. Vediamo di descriverne i contorni, partendo dal suo punto più alto, la cima del monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale che separa le Orobie valtellinesi da quelle bergamasche.
Per un buon tratto il confine del comune segue il crinale, verso nord-est, descrivendo un arco che scende al passo di S. Marco (m. 1985), il più importante fra i valichi orobici e l’unico raggiunto da una carrozzabile asfaltata. Qui il confine volge a nord-ovest e scende fino al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, seguendo poi il corso del torrente Bitto. Rientrano, quindi, nel comune di Bema gli importanti e pregiati alpeggi posti sul versante sud-orientale del dosso di Bema, l’alpe Vesenda alta (m. 1734) e l’alpe Vesenda bassa (m. 1457), presso la quale si trova l’abete di Vesenda (avèzz de Üusénda), uno dei più begli alberi monumentali in Provincia di Sondrio, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Più a nord, sul medesimo versante, troviamo la casera Melzi (m. 1461), il Baitone (m. 1488) e la casera di Garzino (m. 1353), luoghi di una luminosità intensa. 
Il confine corre, invece, in luoghi ben più cupi: seguendo il corso del Bitto, infatti, raggiunge il punto nel quale questo si congiunge con il ramo gemello che scende dalla Val Gerola, nei pressi del già citato ponte di Bema, raggiungendo il punto più basso del territorio comunale (m. 450).
La Valle del Bitto di Albaredo vista dalla casera Melzi. Foto di M. Dei Cas
Qui inverte l’andamento e volge a sud, risalendo, ora, il torrente Bitto di Gerola, fino al largo dosso del monte Motta, che divide il centro della Val Gerola dalla laterale orientale Val Bomino. Qui piega a sud-ovest, seguendo per un buon tratto il fondo della Val Bomino, fino a quota 1400 circa, dove prende l’andamento est-nord-est, risalendo il fianco orientale della valle fino alla cima del pizzo Dosso Cavallo (m. 2066).
L’ultimo tratto corre sul filo della parte alta del dosso di Bema, in direzione sud-est, fino a toccare di nuovo la cima del monte Verrobbio. Rientrano, quindi, nel comune di Bema altri importanti alpeggi, posti questa volta sul versante Baite a monte del paese di Bema. Foto di M. Dei Casoccidentale del dosso di Bema, prima fra tutte l’alpe Dosso Cavallo. Vi rientra anche l’ombrosa e selvaggia Valburga, l’unica valle di dimensioni rilevanti che taglia i fianchi del dosso di Bema, congiungendosi con la bassa Val Bomino.
In sostanza il territorio comunale abbraccia nella sua interezza la costiera più volte menzionata, e denominata dosso di Bema: è, quindi, una sorta di mondo a sé, ben individuato, che ancora cela ai più gran parte delle sue bellezze naturalistiche; chi le conosce e le gusta non se ne duole, perché ama percorrere boschi ed alpeggi immersi in un silenzio senza tempo.
Se vogliamo visitare Bema, dunque, non rinunciamo ad un incontro con il fascino della ricerca delle tracce del tempo antico: portiamoci con la macchina, dal bivio sulla strada Morbegno-Albaredo (ad 1,5 km circa da Morbegno) fino al Stemma di Bema. Foto di M. Dei Casponte di Bema, ma qui lasciamola, per salire al paese sull'antichissima mulattiera che un tempo era l'arteria che lo congiungeva al fondovalle. Si tratta della mulattiera di San Carlo, che troviamo, dopo il ponte, scendendo un po’ a destra, sul primo troncone della strada nuova, fino a trovare, sulla sinistra, poco prima della galleria, la partenza, scalinata, del sentiero che, dopo un tratto ripido, porta ad essa. Salendo, troveremo anche i ruderi dell’antichissima cappelletta dedicata a San Carlo, risalente ai secoli XII o XIII.
estiva.

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- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas