Albaredo per San Marco

Nella Valle del Bitto di Albaredo, ponte fra Orobie e Venezia

 

 

Nella Valle del Bitto di Albaredo, ponte fra Orobie e Venezia
Albaredo per S. Marco. Foto di M. Dei Cas
Albaredo per San Marco è uno dei più vitali centri delle Orobie valtellinesi. Conta attualmente 409 abitanti (chiamati dialettalmente “barilòt”) ed è posto a 910 metri, nella parte mediana della valle omonima, la più orientale delle due grandi valli del Bitto. Si raggiunge facilmente partendo dalla piazza S. Antonio di Morbegno e salendo, per 11 km, nella valle sulla strada provinciale per il passo di S. Marco (a 27 km da Morbegno).
Lo stemma di Albaredo per S. Marco. Foto di M. Dei CasIl suo territorio comunale occupa la sezione sud-orientale della valle: sul lato occidentale, infatti, scende verso nord al passo di S. Marco (m. 1992) al torrente Bitto di Albaredo, che segue nel suo corso fino alla confluenza, da est, della Valletta, appena a Valle dell’abitato di Albaredo. Raggiunto il punto più basso (m. 573), piega ad est, seguendo interamente il solco della Valletta fino al crinale che separa la valle dal versante orobico a monte di Talamona. Corre, poi, verso sud-est, lungo questo crinale, passando per il monte Baitridana (m. 1881) e salendo al monte Lago (m. 2353), a monte dell’alpe omonima. Piega, successivamente, a sud, seguendo il crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Budria (ramo occidentale dell’alta Val Tartano) e passando per i monti Pedena (m. 2399) ed Azzarini (o Fioraro, m. 2431), la cui cima rappresenta il punto più alto del terriotorio comunale. Sul lato di sud-est, infine, il confine segue il crinale fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Mora (Val Brembana, provincia di Bergamo), dal monte Azzarini al passo di S. Marco, passando per il pizzo delle Segade (m. 2173).
Un territorio, quindi, di non grande estensione (17,93 kmq), ma di straordinaria bellezza, occupato quasi interamente da dense peccate ed ampi e La bandiera del comune di Albaredo. Foto di M. Dei Caspregiati pascoli. Pregiati perché nei cinque alpeggi ancora monticati si produce il celeberrimo Bitto, il più famoso fra i formaggi di Valtellina prodotto con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Il termine deriva forse dal celtico “bitu” (“perenne”), con riferimento ai lunghissimi tempi di conservazione del prodotto.
Al fascino della natura e della produzione casearia Albaredo unisce quello di una storia di grande interesse. Difficile risalire ai primi abitatori, in epoca storica, della Valle del Bitto: forse furono i Liguri, che (come leggiamo nel bel volume di Patrizio Del Nero “Albaredo e la Via di S. Marco”, pubblicato nel 1985 da Editour) hanno lasciato tracce nel dialetto locale in termini come "sberlüsc" (lampo) e "matüsc" (caciottella di formaggio molle). Lo stesso termine “Albaredo” deriva, forse, come vuole l’Orsini, dal prefisso ligure “alba”, che è anche in Albosaggia, anche se più probabile è la derivazione dal latino “arboretum”, e quindi da “arbor”, nel significato di “luogo piantato ad alberi” o “luogo piantato a pioppi”).
Probabile è la presenza di Etruschi che, nel IV sec. a. C., fuggirono all’invasione gallica del fondovalle della Valtellina. Di origine forse etrusca sono termini quali "puiàtt" (la catasta per la produzione del carbone da lenta combustione, il fuoco acceso) e "nabir" (il muco che talora cola dal naso). Il leone della piazza S. Marco ad Albaredo. Foto di M. Dei CasSicura è, invece, la presenza romana nei secoli successivi: per i passi orobici passò Publio Siro nella sua spedizione punitiva del 16 a.C. contro i Galli Vennoneti. Alla caduta dell’Impero Romano succedettero secoli di confusione ed incertezza: i primi dominatori a porre saldamente piede nei versanti orobici furono, dal Vi sec. d.C., i Longobardi, che, come riporta sempre il Del Nero, hanno lasciato segni importanti nell’idioma locale, quali “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco).
Nel secolo VIII anche la loro dominazione cadde, per l’urto dei Franchi. Nei secoli successivi la Valtellina risentì della formazione del sistema feudale nel contesto del Sacro Romano Impero. In questo sistema la Valle di Albaredo, dal secolo XI, fu legata da vincoli feudali con la parrocchia di S. Martino in Morbegno, cui versava le decime. A partire dal 1210, però, anche Albaredo si inserì nel generale movimento di costituzione di comuni che aveva interessato buona l’Italia centro-settentrionale, e si costituì come comune, retto da un podestà locale, e si schierò, come buona parte dei comuni del versante orobico della bassa Valtellina, dalla parte dei ghibellini, in contrapposizione ai comuni del versante retico (Costiera dei Cech), che erano guelfi.
Il Duecento è anche il secolo nel quale compare un primo elemento che segnerà profondamente l’economia della La chiesa di S. Rocco ad Albaredo. Foto di M. Dei CasValle di Albaredo (e di molte altre valli orobiche), la perimetrazione per le concessioni minerarie, relative soprattutto al ferro, che, nel sistema produttivo medievale era metallo molto prezioso. Fu soprattutto la zona ai piedi dei monti Pedena ed Azzarini ad essere interessata dall’attività estrattiva; la lavorazione dei minerali, che si avvaleva di forni di cui sono rimaste tracce sul fondovalle, nei pressi del torrente Bitto, e per la quale venne costituita la Società dei Forni di Ferro, poteva avvalersi dell’abbondante disponibilità di legname e fu vitale almeno fino alla fine del secolo XVIII. Negli Statuti di Como (ricordiamo che la Valtellina apparteneva, come appartiene ancora oggi, alla Diocesi di Como) del 1335 Albaredo figurava come “comune loci de Alberedo”: i suoi beni (come quelli degli altri comuni) erano dichiarati inalienabili (e la proibizione della vendita si conservò fino al periodo della dominazione austriaca nel secolo XIX).
Tre anni dopo, nel 1338, comparvero sulla scena valtellinese di Visconti signori di Milano, che soppiantarono, in bassa Valtellina, il dominio dei Vicedomini e divisero l’intera valle in tre terzieri, superiore, di mezzo ed inferiore. Albaredo venne incluso fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina, ed aggregato alla squadra di Morbegno, mentre, dal punto di vista religioso, rimase dipendente dalla pieve di Ardenno. Conservò, però, i suoi ordinamenti comunali, definiti dagli Statuti del 1543 e centrati sull’assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, che si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva anche un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie.
Il Quattrocento è un secolo legato ad importanti avvenimenti. Innanzitutto il primo contatto fra Valle di Albaredo e Veneziani, che poi avrebbero giocato un ruolo decisivo nella storia della comunità di Albaredo.
Albaredo per S. Marco. Foto di M. Dei Cas
La Serenissima Repubblica di Venezia, in lotta con Milano, tentò di scalzare i Visconti dalla Valtellina e le sue truppe, partendo dalle alti valli bergamasche, che già erano in suo possesso, scesero ad affrontarli, passando proprio dal passo di S. Marco: vennero, però, disastrosamente sconfitte nella battaglia di Delebio del 1432. Fallito il progetto di un’acquisizione politica della Valtellina alla Repubblica di Venezia, rimase aperta la partita dell’influenza economica, che gli Sforza (succeduti ai Visconti nella signoria di Milano dal 1450) non ostacolarono.
La seconda metà del Quattrocento venne segnata dalla terribile epidemia di peste che flagellò la comunità di Albaredo dal 1480 al 1482. Era, questo morbo, il più temuto, per la sua virulenza e per la crudezza dei sintomi. Si spiega, quindi, la consacrazione della chiesa di Albaredo (di origine probabilmente duecentesca), nel 1490, a S. Rocco, il protettore degli appestati, la cui devozione nella valle, unita a quella per S. Antonio abate Albaredo per S. Marco(Sant’Antuni dul purscél, raffigurato sempre in compagnia di un porcellino), protettore delle bestie e dei contadini, fu sempre molto viva.
Nel secolo successivo la comunità di Albaredo vide sancita la propria autonomia religiosa: la parrocchia dei Santi Rocco e Sebastiano, di nomina comunitaria, fu eretta nel 1563, con atto rogato da Giovanni Curtone di Morbegno. Il Cinquecento si apre con un nuovo avvicendamento nel dominio della Valtellina: dal 1512, infatti, questa viene annessa ai domini delle Tre Leghe. Fra i governatori della Valtellina per conto delle Tre Leghe vi fu anche Giovanni Guler von Weineck, che resse la valle 1587-88 e che nel 1616 pubblicò a Zurigo il volume “Raetia”, una descrizione della valle cui era rimasto fortemente legato. In quest’operetta così descrive la situazione delle Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola: “Da Morbegno si estende, in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall’allevamento del bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che essi esercitano in diversi luoghi d’Italia. In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”. Su Albaredo, però, si limita ad osservare laconicamente che “ad un’ora e mezza da Morbegno, sulla riva destra del Bitto, sorge il comune di Albaredo”.
L'alpe Baitridana ed il monte Lago. Foto di M. Dei CasIl quadro tracciato dal diplomatico e uomo d’armi, secondo il Del Nero, è eccessivamente idilliaco (forse anche per mostrare le conseguenze positive del governo delle Tre Leghe), in quanto “in netto contrasto con i dati dell’estimo valtellinese del 1531, indubbiamente fedele in quanto su di esso ci si basava per l’applicazione delle imposte, secondo il quale il comune di Albaredo si trovava tra gli ultimi nel calcolo del reddito, e basso era il punteggio attribuito al valore dei boschi e degli alpeggi…La scarsità della popolazione, messa in rapporto con quella rilevata…negli insediamenti retici e del fondovalle, testimonia della povertà e dell’economia di sopravvivenza della vallata. Scarsissime sono in Albaredo, inoltre, le testimonianze di vita associativa dell’epoca legate in genere all’assistenza ai molti bisognosi…” (da Patrizio Del Nero, op. cit., pg. 19).
Un secondo illustre scrittore che ci dà notizie sulla situazione della comunità sul finire del Cinquecento è il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che ne parla nei resoconti della sua visita pastorale del 1589, in questi termini: “Sul monte sopra Morbegno, lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno, c’è la frazione di Valle…A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo…Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo c’è Albaredo, con sessanta famiglie tutte cattoliche con la chiesa (edificata nel 1250 e consacrata nel 1490) dedicata a S. Rocco, vicecurata; ne è rettore il sacerdote Giovanbattista Veranda, di Morbegno”. I 60 fuochi, cioè le 60 famiglie di cui parla il vescovo corrispondono ad una popolazione complessiva che si può La Valle del Bitto di Albaredo. Foto di M. Dei Casapprossimativamente stimare di 300-400 abitanti (nel 1627, però, da altra fonte ne risultano 267).
Siamo, ormai, alla vigilia di una svolta decisiva nella storia della comunità di Albaredo: nell’ultimo decennio del secolo si colloca, infatti, l’avvenimento destinato ad incidere più fortemente nella storia della comunità di Albaredo. I Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.
La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile L'alpe Piazza. Foto di M. Dei Casfino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico. Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.
Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di La Valle del Bitto di Albaredo. Foto di M. Dei Cascoltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota. Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa… (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero; vedi sopra). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza…S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia.
Dei transiti commerciali la comunità di Albaredo ebbe sicuramente a giovarsi, anche il periodo d'oro (si puà ben dire) di questi commerci durò una quarantina d’anni, in quanto, come vedremo, l’epidemia di peste del 1629-30 le inferse un colpo assai duro. Il quadro che della gente di Albaredo traccia un anonimo in uno scritto dell’inizio del Seicento (recuperato dallo storico Sandro Massera) è, comunque, ancora felice lusinghiero: "...E' bella gente ; ne vanno altri a Bressia, Verona, Vicenza, Padova, Venetia, massima quelli della valle del Bit per andar in bergamasca, cioè Pedesina, Albaredo, Girult: sono uomini grandi, fanno macellari o siano luganegari, bellissimi di statura, diritti e buoni per le armi et ancora huomini reali e da bene ; ne vanno assai ancora a Bologna, Ferrara, Mantova ..." (da Parizio Del Nero, op. cit.).
La Valle del Bitto di Albaredo. Foto di M. Dei Cas
Tuttavia Albaredo non era un’isola felice, e non si poté sottrarre alle tragedie di cui il Seicento fu, purtroppo, prodigo per l’intera Valtellina, che fu uno dei teatri sui quali si combatté, dal 1618, la Guerra dei Trent’Anni. La calata dei Lanzichenecchi nel milanese, dal passo dello Spluga, fra il 1929 ed il 1630, in particolare, fu all’origine di quella terribile epidemia di peste (descritta, a Milano, anche dai Promessi Sposi del Manzoni) che ridusse la popolazione valtellinese a meno della metà. Terribile fu il colpo anche per Albaredo: i suoi abitanti, da 400 che erano sul finire del secolo precedente, si ridussero a 188 nel 1638. Il colpo fu inferto anche ai commerci sulla via Priula: Venezia, temendo il dilagare del morbo nella bergamasca, provvide infatti a chiuderla, anche se ciò non valse ad impedire il contagio, che si estese alla Val Brembana. È l’inizio di una lenta decadenza per la gloriosa via Priula, che venne in seguito riaperta, e ravvivata da un rinnovo degli accordi politici fra Venezia e Tre Leghe nel 1707, ma venne sempre meno curata, per cui, nella seconda metà del Settecento, giacque in uno stato di progressivo abbandono.
Tornando alla Guerra dei Trent’Anni, si deve rilevare che la Valle di Albaredo, nella quale non si diffuse la confessione riformata, fu, almeno, risparmiata dalle sanguinose lotte fra cattolici e protestanti, di cui il Il rifugio Alpe Piazza. Foto di M. Dei Cascosiddetto sacro Macello valtellinese del 1620 è l’atto più tristemente noto. Le difficoltà economiche dei secoli XVII e XVIII spiegano il forte flusso emigratorio che la interessò, e che ebbe come destinazione soprattutto il porto di Livorno. Qui gli emigrati, dal Seicento alla metà dell’Ottocento, esercitarono l'attività di facchini e di scaricatori, aderendo alla "Compagnia dei facchini voltolini e bergamaschi", fondata all'inizio del Seicento. Un segno di questo legame con il porto toscano è la statua lignea della Madonna del Montenero, che si trova nella chiesa parrocchiale di S. Rocco e che venne portata a mano, dagli emigrati, da un santuario di Livorno ad Albaredo, nel 1790. In questo periodo il paese era, da diversi decenni, in lenta ma progressiva ripresa, dopo il periodo nero del Seicento: gli abitanti, nel 1797, erano 333 abitanti.
La fine del Settecento è segnata dalla bufera napoleonica che si abbatté sull’Europa, e raggiunse anche la Valtellina, decretando la fine, nel 1797, del dominio delle Tre Leghe, durato poco meno di tre secoli. La dominazione francese portò molti rivolgimenti istituzionali, ma, dal punto di vista economico, non giovò alle Valli del Bitto, dove venne attuato un esbosco selvaggio (mentre nei secoli passati le pene per gli abbattimenti non autorizzati erano assai severe, e contemplavano il taglio della mano), con la conseguenza di un dissesto idrogeologico del territorio che lo espose a slavine e frane. Furono anni nei quali la configurazione istituzionale della Valtellina venne più volte rimaneggiata. Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Albaredo venne assegnato al distretto di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, del maggio 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Albaredo rientrava fra i settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Albaredo per S. Marco. Foto di M. Dei Cas
Alla repubblica cisalpina succedette il Regno d’Italia, nel quale , con il decreto 8 giugno 1805, il comune di Albaredo venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe con 332 abitanti. Con decreto del 31 marzo 1809 venne, poi, attuata l’unificazione dei comuni di Albaredo, con Bema, Cosio, Rasura e Morbegno nel comune denominativo di Morbegno. Cadde Napoleone, ma questa aggregazione venne confermata nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815). Albaredo aveva allora 314 abitanti. In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto del 12 febbraio 1816 il comune di Albaredo, di nuovo autonomo, fu inserito nel distretto IV di Morbegno.
Il dominio asburgico mise in atto diversi provvedimenti favorevoli alle economie locali, ma ingiunse ai comuni di mettere in vendita i propri beni per risanare i bilanci. Ad Albaredo questi furono acquistati non da singoli, ma da L'alpe Piazza. Foto di M. Dei Casun consorzio dei capifamiglia della comunità, al fine di evitare una frammentazione che avrebbe avuto conseguenze negative nella fragile economia del paese.
Le vicende risorgimentali portarono alla cacciata degli Austriaci ed alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861: Albaredo contava allora 358 abitanti. Cambiò anche la denominazione ufficiale del comune: il 28 giugno 1863, infatti, Vittorio Emanuele II autorizzò la nuova denominazione di Albaredo per San Marco. Iniziava nell’Italia postunitaria un periodo di progressivo miglioramento delle condizioni economiche del paese, che, pur non interrompendo il flusso migratorio, che durava ormai da qualche secolo e che si era concentrato, in tempi più recenti, verso gli Stati Uniti, portò ad un aumento del numero degli abitanti, che salirono nel 1881 a 468, numero che supera nettamente quello attuale. In quegli anni all'antica e gloriosa Via Priula si sostituì la nuova pista che da Morbegno sale ad Albaredo, tracciata fra il 1800 ed il 1885 e mandò in pensione la "strada de la cà" (con riferimento alla Ca' San Marco). Anche nei primi due terzi del secolo XX la tendenza del paese rimase alla crescita, e nel 1966 il numero di abitanti raggiunse il tetto massimo: ben 640.
Poi il boom economico e l’impiego di un numero sempre maggiore di persone nelle aziende e nelle attività produttive del fondovalle innescò una nuova emorragia nel numero di abitanti, anche se i legami con la comunità d’origine restavano ben vivi. Gli anni Sessanta sono anche legati alla realizzazione di un progetto che venne formulato già all’inizio del secolo, quello di una carrozzabile che, sostituendo la gloriosa via Priula, consentisse di Il monte Pedena. Foto di M. Dei Cascollegare la Valle di Albaredo alla Val Brembana, valicando il passo di S. Marco.
Per la verità i progetti in campo per la realizzazione della Transorobica che collegasse Valtellina e versante bergamasco erano più d'uno: accanto a quello legato al passo di S. Marco ne venne proposto, per sempio, anche uno che prevedeva di utilizzare la direttrice Sondrio-Foppolo, passando per la Valle del Livrio. Prevalse, però, alla fine, la soluzione più semplice. Il 4 aprile del 1966 sul versante Bergamasco la rotabile raggiunse il passo, con l'inaugurazione dell'ultimo tratto Mezzoldo-Ponte dell'Acqua-Passo di S. Marco. Il 7 settembre del successivo 1967 si cominciò a tracciare la prosecuzione della strada, che scendeva nella Valle di Albaredo e completava la Transorobica. Il battesimo della notorietà giunse una ventina d'anni dopo, quando, nel 1986, la strada venne inserita nel percorso del Giro d'Italia, che vi passò il 27 maggio. Una strada che ha dato impulso alla valorizzazione turistica della valle, e che fu subito molto praticata da ciclisti e motociclisti.
Attualmente Albaredo, attraverso molteplici iniziative di animazione e promozione culturale estiva, si pone fra i comuni che più attivamente valorizzano le risorse naturalistiche ed etnografiche di un territorio vocato ad un turismo che sarebbe difficilmente qualificabile come “minore”.
La Valle di Albaredo e la Transorobica. Foto di M. Dei Cas
C’è un vecchio modo di dire scherzoso, in quel di Albaredo, che si usa quando si vuol far credere a qualcuno una storia incredibile, facendolo passare per credulone: “guarda che sulla luna c’è gente di Albaredo che spala la neve”. Se, invece, diciamo che sulla terra c’è gente di Albaredo che custodisce, gelosa ed appassionata, la propria terra, non si racconta di certo una panzana.

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- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Dal dosso Chierico al passo di San Marco, per gli alpeggi di Vesenda

L'escursione che permette di visitare l'abete di Vesenda è una delle più classiche fra quelle che si effettuano con base ad Albaredo. Essa può essere l'inizio di un più ampio ed interessantissimo anello che tocca il passo di S. Marco e sfrutta, nel ritorno, la Via Priula. Ma andiamo con ordine.
L'abete di Vesenda (avèzz de Üusénda, nel dialetto locale) è il più famoso albero della Valtellina, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Si trova presso l'alpe di Vesenda bassa, nel cuore poco conosciuto della valle del Bitto di Albaredo. La visita a questo monumento della natura rappresenta una facile e gradevole passeggiata, da maggio fino alla prima neve invernale. Per effettuarla dobbiamo partire dalla piazza S. Antonio di Morbegno (la piazza del mercato) ed imboccare, seguendo le indicazioni, la strada per Albaredo - Passo di S Marco. Raggiunta Albaredo, proseguiamo per un tratto verso il passo, finché, ad un tornante sinistrorso, troviamo alcuni cartelli che segnalano una deviazione a destra per il ristoro alla Via dei Monti, per la via Priula e per il Sentiero dei Misteri. Imbocchiamo la stradina, nel primo tratto asfaltata, poi sterrata, ed in breve siamo alla chiesetta della Madonna delle Grazie (m. 1157), che fronteggia il dosso Chierico ed è posta a guardia delle inquietanti forre della valle di Lago e della val Pedena.
Lasciata l'automobile nel parcheggio vicino alla chiesetta, scendiamo verso il fondo della valle Piazza, seguendo l'elegante tracciato della via Priula. Superato il torrente della valle su un ponticello, raggiungiamo un secondo ponte, che ci permette di valicare anche il torrente Pedena, in prossimità del punto di partenza del sentiero dei Misteri.
La chioma "stempiata" dell'abete di Vesenda lo rende riconoscibile nel bosco di alti abeti. Foto di M. Dei CasLa strada prosegue all'ombra di un bel bosco, fino a raggiungere il gruppo delle baite più basse del dosso Chierico (m. 1166). Fin qui abbiamo percorso un tratto della via Priula, ma ora dobbiamo staccarcene, imboccando una deviazione sulla destra, segnalata dal cartello verde che indica l'Abete di Vesenda. Iniziamo così una lunga ed un po' monotona traversata della parte inferiore del fianco orientale della valle del Bitto di Albaredo. Dopo aver ignorato due deviazioni che scendono alla nostra destra verso il torrente Bitto, usciamo alla fine dal bosco nei pressi di una bella radura posta proprio nel cuore della valle. In breve siamo quindi sulla riva orientale del torrente, e lo possiamo attraversare sfruttando un ben visibile ponte formato da grandi massi (m. 1251). Sul lato opposto troviamo facilmente il sentiero che sale verso l'alpe di Vesenda bassa.
L'abete non è lontano, ma per trovarlo il cartello che lo indica, tristemente adagiato su un tronco d'albero caduto, non ci è di alcun aiuto. Tuttavia la ricerca non è difficile. Saliamo per un tratto, superando un boschetto di abeti, fino a giungere in vista dei muretti diroccati che segnano il confine dell'alpe, poco sopra i 1350 metri. Ora guardiamo alla nostra destra: vedremo un fitto bosco di abeti, dal quale emerge la solitaria chioma diradata dell'Abete di Vesenda, riconoscibile, appunto, non solo per i suoi rami volti all'insù (caratteristica dell'abete bianco), ma anche per la povertà dei rami nella parte alta del tronco. Per questo il suo profilo spicca nella compagine degli alti abeti del bosco. Avviamoci quindi verso il limite del bosco ed addentriamoci fra gli abeti per un tratto: in breve ci troveremo presso due tavoli in legno, ideali per una sosta ristoratrice. L'abete di Vesenda. Foto di M. Dei CasIl grande abete si solleva verso il cielo a pochi metri dai tavoli, vetusto nel suo carico d'anni ma sempre possente nella sua sorprendente mole. Dalla parte bassa del tronco, in particolare, parte un grande ramo dalla forma singolare, che ha tutta l'aria di rappresentare una sorta di grande braccio piegato ad angolo retto verso l'alto. La passeggiata dalla chiesetta della Madonna della Grazie fino a qui richiede poco più di un'ora.
Se abbiamo tempo e gambe, possiamo proseguire nella salita verso l'alpe di Vesenda alta. Raggiunte le baite di Vesenda bassa, a 1457 metri (prestando attenzione, in estate, alla presenza di eventuali cani quando l'alpe viene caricata), imbocchiamo il sentiero che parte alle loro spalle e, salendo verso destra, attraversa un bel bosco, sbucando sul limite inferiore dell'alpe di Vesenda alta (m. 1647). Dalle baite inferiori saliamo, su traccia di sentiero, alla baita posta a 1734 metri. Proseguendo nella salita, ci ritroviamo sulla sommità erbosa di un grande dosso (m. 1851), in una posizione panoramica estremamente suggestiva: da qui possiamo dominare il dosso di Bema, a sinistra, le cime del gruppo Masino-Disgrazia, davanti a noi, il fianco orientale della valle del Bitto di Albaredo ed i passi di Pedena e San Marco, a destra. Il pianoro sul quale ci troviamo può costituire un ottimo punto di sosta: qui possiamo respirare un senso di pace e di apertura di orizzonti che non capita spesso di gustare nelle escursioni alle quote medie.
Il monte Disgrazia visto dal pianoro sopra l'alpe di Vesenda alta. Foto di M. Dei CasSe siamo escursionisti esperti ed abbiamo ancora qualche ora a disposizione (ne sono passate, finora, due e mezza - tre), possiamo tornare all'automobile con un lungo giro, che ci fa passare dal passo di San Marco.
Un cartello della Comunità Montana di Morbegno ci segnala che alla nostra destra parte il sentiero per la baita di Aguc, sentiero che poi percorre la sommità del dosso di bema fino al pizzo Berro (attenzione nell'ultimo tratto prima del pizzo). Alla nostra sinistra, invece, parte un sentiero che volge in direzione del passo di San Marco. Imbocchiamolo, sul limite meridionale dei prati (non è segnato sulle carte, ma è ben visibile, almeno nel primo tratto). Superata una prima baita, giungiamo ad un'alpe abbandonata, con qualche calecc diroccato. Qui dobbiamo scendere per attraversare un torrentello; sul lato opposto la traccia si perde, ma possiamo salire a vista fino ad intercettare una traccia poco marcata che giunge dalla nostra destra e supera a monte una fascia di massi.
Seguendo la traccia verso sinistra, aggiriamo un grande dosso e ci troviamo ai piedi di un ampio vallone erboso, che la traccia comincia a risalire con qualche tornante. In breve raggiungiamo così facilmente il crinale fra la valle del Bitto di Albaredo e l'alta val Brembana. Il crinale è percorso da un sentiero che parte dal passo di Verrobbio (alta val Bomino, in Val Gerola) e giunge al passo di San Marco, dopo aver superato la cima di Verrobbio (che si trova alla nostra destra). Se siamo escursionisti esperti, non facilmente impressionabili e dotati di buon senso dell'equilibrio possiamo percorrere verso sinistra il sentierino fino al passo di San Marco (sempre con catela e prudenza, perché alcuni passaggi sono esposti). In caso contrario, percorriamone solo un tratto verso sinistra, fino a raggiungere un punto dal quale possiamo scendere sul fianco erboso meridionale del crinale, scegliendo il percorso di minore pendenza (anche in questo caso, però, la prudenza è d'obbligo). L'alta Val Brembana vista dai pressi del passo di San Marco. Foto di M. Dei Cas
La discesa ci porterà sulla bella mulattiera che congiunge il passo di Verrobbio al rifugio Ca' San Marco (m. 1830). Raggiunto il rifugio, saliamo al passo di San Marco (m. 1985), dal quale parte il bel tracciato della via Priula che scende in valle di Albaredo, passando vicino alla casera di Orta Vaga, attraversando il torrente della valle d'Orta ed entrando nel bosco, poco sotto la strada asfaltata che scende dal passo verso Albaredo. Dopo una lunga ed un po' noiosa discesa, ci ritroviamo al bivio nella parte inferiore del dosso Chierico, dove, nella prima parte dell'escursione, ci siamo staccati dalla via Priula. L'intera escursione, con questa variante panoramicamente assai interessante, richiede circa 7-8 ore.

Difficoltà
EE
Dislivello
950 mt
Tempo
7-8 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Facile escursione dal passo di S. Marco


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Il pizzo delle Segade è una modesta elevazione (m. 2173) che si osserva, guardando ad est, dal passo di San Marco (m. 1992). È la prima significativa elevazione sul crinale che separa il versante sud-orientale della Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Brembana, crinale che continua passando per la bocchetta di Orta, le cime quotate 2162 e 2212, l’anticima di quota 2343 e la cima del monte Azzarini (o Fioraro, m. 2431). La grande croce di ferro che sormonta il pizzo gli conferisce, comunque, un’aria non dimessa, ma dignitosa ed interessante: tutto sommato, per chi si trovasse a fermarsi nei pressi del passo di S. Marco ed avesse poco tempo a disposizione da spendere per una escursione, la salita alla sua cima, facile e di ottimo valore panoramico, sarebbe un’idea felice. In un’ora si va e si torna.
L'aquila sul passo di S. Marco. Foto di M: Dei CasProcediamo così. Dal passo scendiamo per un tratto, sulla strada provinciale n. 8 che conduce ad Albaredo e Morbegno, fino a trovare, nel punto in cui la strada descrive un arco verso sinistra, alla nostra destra il cartello che segnala la partenza del sentiero n. 101 (segnavia rosso-bianco-rossi) e che dà il lago di Cavizzola a 2 ore e 20 minuti e San Simone a 3 ore e 40 minuti (c’è anche un secondo cartello che segnala il bivacco Alberto Zamboni, senza indicazioni sul tempo di percorrenza). Imbocchiamo, quindi, la traccia i sentiero che sale fra dolci balze erbose, verso est. Proprio davanti a noi, il pizzo delle Segade e, alla sua sinistra, il più imponente monte Azzarini, dalla cima arrotondata e pronunciata. Il sentiero, passando a destra di una pianetta nella quale sono visibili i segni dell’interramento di una pozza (sul fondo le cime della costiera dei Cech e le granitiche vette della sezione occidentale del gruppo del Masino realizzano un effetto cromatico di grande bellezza) risale un piccolo gradino, che si affaccia ad un’ampia conca di sfasciumi, ai piedi del versante settentrionale del pizzo delle Segade. Vediamo, da qui, che il sentiero 101 taglia questo versante passando appena a monte di questa conca e portandosi più ad est rispetto alla cima, alla bocchetta d’Orta.
Lo seguiamo, dunque, ancora per un tratto, fino a raggiungere il piede di un poco pronunciato canalino di macereti che culmina ad una sella sul crinale occidentale del pizzo delle Segade, presidiata da un ometto. Lasciamo, qui, il sentiero 101 e prendiamo a destra, su debole traccia, che risale, senza particolari difficoltà, il canalino, e porta alla sella. L’ultima parte della salita sfrutta il sentiero che percorre il crinale: prendendo ad est (sinistra), dopo un primo tratto di salita che porta ad una sella più alta, affrontiamo l’impennata del crinale, sulla quale il sentiero si disimpegna con disinvoltura (attenzione solo a pochi brevi passeggini un po’ esposti, fra roccette), guadagnando i 2173 metri della cima, presidiata da una grande croce metallica.
Il passo di San Marco. Foto di M. Dei Cas
La salita a questa cima non richiede più di 30-40 minuti (il dislivello in salita è di circa 190 metri). Assai interessante il panorama. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), ed i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), che si vedono appena. Poi il massiccio monte Azzarini ci ruba la visione delle rimanenti cime del gruppo, oltre che del monte Disgrazie e della testata della Valmalenco.
Alla sua destra, però, molto bella è la visuale del crinale che separa l’alta Val Brembana dalla Val Tartano. Verso est, sud-est e sud è tutto un susseguirsi di cime e scenari della Val Brembana, che l’occhio non esperto, carta alla mano, faticherà a riconoscere.
In primo piano, ovviamente, a sud il solco della Val Mora, alla quale scende la strada che passa per il valico di San Marco. Verso sud-ovest vediamo, poi, diverse cime della Val Gerola, dalle cime di Ponteranica, in primo piano, ai pizzi di Trona e dei Tre Signori, appena distinguibili, alla cui destra vediamo la Rocca di Pescegallo e la bocchetta di Trona.
Il pizzo delle Segade. Foto di M. Dei Cas
Seguono le cime del versante occidentale della Val Gerola, dal pizzo Mellasc ai pizzi di Olano e dei Galli. Davanti al pizzo Mellasc vediamo l’intero crinale che separa la sezione sud-occidentale della Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Brambana e riconosciamo, almeno nel primo tratto, il sentiero (in diversi punti difficile) che lo percorre, oltre che l’arrotondato monte Verrobbio, sua massima elevazione. Dal monte Verrobbio vediamo staccarsi, verso nord-ovest (destra), il lungo crinale che scende al dosso di Bema ed al boscoso pizzo Berro, che separano le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola, e che si pongono proprio davanti al versante occidentale della Val Gerola. Procedendo verso destra, fra il limite settentrionale di questo versante e la Costiera dei Cech si apre una finestra non ampia, ma comunque suggestiva, sulle alpi Lepontine, mentre l’alto Lario rimane nascosto.
Il ritorno al passo di San Marco avviene per la medesima via di salita e l’intera escursione, come già detto, richiede un’ora circa, al netto, ovviamente, delle soste. Un’osservazione: il sentiero che ci ha portato sulla cima La Val Brembana (panorama orientale). Foto di M. Dei Casprosegue sul versante opposto, scendendo alla bocchetta d’Orta ed intercettando, qui, il sentiero 101, che passa per la bocchetta proseguendo sul versante alto della Val Brembana. Dal sentiero 101 si stacca subito, però, sulla sinistra, prima che questo scenda ripido in un canalino angusto, un sentierino secondario che rimane sul crinale, percorrendolo interamente, con diversi saliscendi, fino alla cima del monte Azzarini. Può darsi che la tentazione di prolungare l’escursione per questa via alla cima del monte Azzarini sia forte, ma c’è da tener presente che il sentierino sul crinale, nel primo tratto propone passaggi esposti.
Tutto sommato se si vuole raggiungere la cima del monte Azzarini conviene salire per altra e più sicura via al crinale, bypassando il tratto esposto e proseguendo poi sul sentiero che lo percorre fino alla vetta. Ma per fare ciò, ci si deve appoggiare ad una traccia che parte anch’essa dalla strada provinciale per il passo di S. Marco, decisamente più in basso rispetto al punto nel quale l’abbiamo lasciata per salire al pizzo delle Segade.

Difficoltà
E
Dislivello
190 mt
Tempo
40 min

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas
La più alta cima della Valle di Albaredo
A
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Il monte Azzarini, con i suoi 2431 metri, è il più alto della Valle del Bitto di Albaredo, e, dopo il monte Lago ed il monte Pedena, è la terza significativa elevazione, salendo da nord a sud, sul crinale che separa questa valle, ad ovest, dalla Val Budria, ad est. Sulla sua cima, poi, convergono i vertici di tre valli, la Valle di Albaredo e la Val Tartano, a nord, e la Val Brembana, a sud. Il suo nome deriva da “laresìn”, cioè da “larice”, anche se sul versante bergamasco è più conosciuto come monte Fioraro. Non è una cima semplice da raggiungere, perché il percorso necessario è abbastanza articolato e propone passaggi che richiedono esperienza escursionistica. Tre i possibili punti di partenza per l’ascensione, la Casera di Pedena, il secondo tornante dopo la Casera d’Orta Soliva, procedendo sulla strada provinciale per il passo di S. Marco, ed un punto della medesima strada provinciale posto Il monte Azzarini (sulla sinistra). Foto di M. Dei Caspoco più avanti. Le prime due vie si congiungono nell’alta conca dell’alpe d’Orta, ed intercettano la terza sul crinale che scende dalla cima verso sud: l’ultimo tratto della salita, comune a tutte e tre, sfrutta questo crinale, percorso, ovviamente, verso nord. Partiamo dall’illustrazione della prima, la più articolata e complessa, che sale dalla Val Pedena e traversa all’alpe d’Orta.
Portiamoci con l’automobile da Morbegno ad Albaredo per S. Marco, proseguendo poi in direzione del passo, fino all’altezza del km. 20, dove incontriamo l’ampio solco della Val Pedena, che si apre a sinistra della strada. Troviamo, qui, la segnalazione della Casera di Pedena. Prima di impegnare il ponte che scavalca il torrente Pedena, per poi volgere decisamente a destra, la strada presenta, sulla destra, un ampio slargo, al quale possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1538 metri. Dal parcheggio vediamo pressoché tutta la Val Pedena, compresa l’ampia sella terminale sulla quale è posto il passo.
Attraversata la strada, imbocchiamo la breve pista che conduce alla Casera di Pedena. Appena oltre la casera, imbocchiamo un sentierino che si addentra nella valle, sul fianco sinistro (per chi sale), con andamento diritto, in leggera salita, fino ad un casello dell’acqua, oltre il quale la traccia va perdendosi. Proseguiamo, quindi, a vista, La Val Pedena. Foto di M. Dei Casfra radi pascoli e molti piccoli massi, mantenendo la medesima direzione e rimanendo, nel versante settentrionale della valle, più o meno a metà fra il torrente, che scorre, più in basso, alla nostra destra, ed una fascia di ontani, che colonizza il versante più in alto, alla nostra sinistra. Guardando davanti a noi, a sinistra, intuiamo dove passa la via che ci permette di superare il salto roccioso che ci separa dal circo terminale della valle: l’unica via praticabile sembra (ed è) la fascia di ontani che sale fra due formazioni rocciose.
Quando giungiamo in vista di una serie di muretti a secco posti in sequenza dall’allto al basso, pieghiamo a sinistra e passiamo a monte dei muretti più bassi (ogni tanto si vede qualche segnavia bianco-rosso, ma non possiamo farci troppo affidamento). Arrivati all’altezza del più interno (nella valle) dei muriccioli, pieghiamo decisamente a sinistra e cominciamo a salir quasi diritti, puntando ad un grosso masso. Passando, poi, a sinistra di una porta fra muretti a secco, proseguiamo nella salita, su debole traccia di sentiero, verso il limite inferiore della fascia di ontani. Prima di raggiungerla, però, pieghiamo a destra, portandoci sul filo di un dossetto, che si affaccia su un torrentello: sul lato opposto del valloncello, osservando con un po’ di attenzione, vediamo il punto nel quale il sentiero riprende, dopo aver guadato il torrentello. Portiamoci al guado e passiamo sul dossetto erboso che sta sul lato opposto del torrentello: qui, seguendo il sentiero, pieghiamo a sinistra e cominciamo a risalirlo zigzagando, rimanendo a destra della fascia di ontani, finché il sentiero piega a sinistra e torna al torrentello, passandolo ora da destra a sinistra e proseguendo sul lato opposto.
Salita in Val Pedena. Foto di M. Dei CasTroviamo subito un segnavia bianco-rosso su un sasso alla nostra sinistra, ma il sentiero è ben visibile, per cui procediamo tranquilli. La traccia, dopo un tratto con andamento zigzagante, piega a destra, facendosi anche un po’ sporca, e ci riporta per la terza volta al torrentello: volge quindi a sinistra, sale tenendosi parallela ad esso per un tratto, poi scarta a destra e lo attraversa. Usciamo, così, dalla fascia di ontani, ad una quota approssimativa di 1810 metri. La traccia, ora, diventa molto meno visibile: siamo su un terreno di bassa vegetazione e dobbiamo prestare attenzione a seguirne i segni, proseguendo quasi in piano e passando sotto un masso liscio.
Alla fine usciamo alla parte bassa dei prati del circo terminale della valle. Per un breve tratto la traccia c’è, poi torna a scomparire. Procediamo, dunque, prendendo come punto di riferimento il limite superiore della fascia di ontani che si trova alla nostra destra e rimanendo qualche metro più alti rispetto ad essi. Procedendo così, su terreno un po’ accidentato, raggiungiamo un piccolo corso d’acqua, che non attraversiamo, lasciandolo alla nostra destra; piegando leggermente a sinistra, dopo una breve salita ci portiamo al punto nel quale intercettiamo quella che un tempo doveva essere una larga e comoda mulattiera, che proviene da sinistra (cioè dal rudere di baita che è rimasto, nascosto dalla curvatura dei prati, alla nostra sinistra) e prosegue verso destra (segnavia bianco-rossi).
Seguendola verso destra, raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Verso la baita di quota 2000. Foto di M. Dei CasOrobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San Marco. Il terzo cartello, quello che ci interessa, indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti.
Prendiamo, dunque, a sinistra, iniziando a salire verso est-nord-est (la traccia, qui, non si vede), per poi piegare a destra ed attraversare una sorta di corridoio erboso. C’è da dire che in questo punto della salita non è facile seguire la traccia, che gioca a rimpiattino; in ogni caso si può salire anche a vista, descrivendo una diagonale che tende gradualmente a destra fino alla baita isolata di quota 2000,  non indicata sulla carta IGM. Vediamo, comunque, come tentare di seguire la traccia fino a questa baita.
Qualche segnavia sbiadito ci fa salire per un tratto verso destra, poi svoltare a sinistra, e quindi di nuovo a La bocchetta di quota 2175 (sulla sinistra). Foto di M. Dei Casdestra. Giungiamo, così, in vista del manufatto che serviva alla teleferica ormai in disuso, e che testimonia l’importanza, in passato, di questo ampio alpeggio. Sulla destra, più in basso, vediamo anche un calecc. Ora bisogna tirare un po’ ad indovinare: c’è una svolta a sinistra (con successiva svolta a destra), ma non è facile vederla. Se la perdiamo, prendiamo come punto di riferimento una splendida pianetta erbosa, e cominciamo a salire ad qui diritti, superando con un po’ di fatica ma senza difficoltà alcune rocce montonate: alla fine, ad una seconda pianetta, intercettiamo di nuovo, ad una quota approssimativa di 1960 metri, la traccia, che proviene da sinistra, e la seguiamo verso destra. Qui è tornata ben visibile, in alcuni tratti scalinata, e si destreggia fra diversi affioramenti rocciosi.
Passiamo, così, alti, sulla verticale del manufatto della teleferica, attraversiamo un piccolo corso d’acqua e raggiungiamo l’ampia conca della piccola baita posta a quota 2000 metri, presso la quale vediamo un grande roccione ed un ampio recinto con muretto a secco. Sul lato meridionale (di destra) del muretto vediamo una porta e, su un masso, un grande rettangolo bianco. L’indicazione riguarda la bocchetta di quota 2175, che vediamo più in alto, leggermente a sinistra (non confondiamola con un intaglio nella roccia molto più marcato, a destra) al termine di un canalone abbastanza ripido, aperta fra il pizzo d’Orta a destra (m. 2183), scuro corno roccioso che sorveglia l’angolo sud-occidentale della Val Pedena, e i versanti rocciosi che scendono a nord dal monte Azzarini, a sinistra. La bocchetta porta sul limite settentrionale dell’alpe d’Orta, dal quale si può guadagnare il crinale che scende verso sud-ovest dal monte Azzarini e, percorrendolo, salire alla cima. Vediamo come.
L'alpe d'Orta Soliva dal crinale. Foto di M. Dei CasLasciamo alle nostre spalle il recinto della baita e puntiamo al largo canalone, che va restringendosi nella parte alta fino alla stretta bocchetta. Vedremo, all’inizio, su un sasso una freccia bianca che indica una svolta a sinistra, a significare che la salita alla cima si effettua per il versante opposto rispetto a quello della Val Pedena. La salita al canalone non presenta particolari difficoltà, anche se è un po’ faticosa, soprattutto nell’ultima parte. La discesa, sul versante opposto, ai pascoli dell’alpe d’Orta Soliva è, invece, meno semplice, in quanto dobbiamo aggirare, sulla destra, un gruppo di roccette e scegliere, lungo un ripido canalino erboso, la via più razionale di discesa.
Raggiunta la parte alta dell’alpe, non scendiamo verso il ricovero che vediamo, diritto davanti a noi, più in basso, ma prendiamo a sinistra, effettuando una traversata che si tiene sul margine alto dell’alpeggio. Guardando al versante che scende dal crinale meridionale del monte Azzarini, vedremo almeno due possibili punti di accesso, che sfruttano canalini erbosi non troppo ripidi. Puntiamo a quello che ci sembra più facile e, con un po’ di fatica e molta attenzione, raggiungiamo, infine, il crinale. Qui troviamo un sentiero che lo percorre: procedendo verso sinistra, raggiungiamo facilmente l’anticima (m. 2343), che precede l’ultimo strappo, ripido, ma tranquillo: alla fine, dopo circa 3 ore e mezza di cammino, superato un dislivello approssimativo di 1000 metri, siamo ai 2431 metri della cima.
All’alta alpe di Orta Soliva possiamo, però giungere per via più breve e semplice seguendo questo secondo percorso. Salendo con l’automobile sulla provinciale per il passo di San Marco, non fermiamoci alla Casera di Pedena, ma proseguiamo verso il passo. Tagliato il dosso della Motta, in un tratto nel quale la strada attraversa L'anticima del monte Azzarini. Foto di M. Dei Casun corridoio scavato nella roccia, saliamo per un bel tratto verso sud-est, fino ad incontrare, sulla sinistra, la Casera d’Orta Soliva (m. 1724). Poco oltre affrontiamo un tornante sinistrorso e, dopo breve salita, uno destrorso. A questo secondo tornante, però, dobbiamo lasciare l’automobile, al primo slargo utile, a 1810 metri.
Proprio in corrispondenza del tornante troveremo una larga traccia di sentiero che sale ai prati a monte della strada, perdendosi, però, dopo il primo tratto. Proseguiamo, quindi, a vista, rimanendo sul lato sinistro, non lontano dalla piccola forra del torrente che scende dall’alpe d’Orta. Più in alto ritroviamo la traccia, che passa in una porta nella roccia e, attraversata una breve macchia, conduce ad una fascia superiore di prati. Anche qui la traccia si perde, ma, come sotto, procediamo salendo diritti, sul limite sinistro, fino a vedere la ripresa della traccia che, molto ben marcata, prende a sinistra e porta al punto nel quale possiamo guadare il torrente dell’alpe, in un tratto sostenuto da un bel muretto a secco.
Passati da destra a sinistra della valle, risaliamo, in diagonale verso sinistra, una terza fascia di ripidi prati, fino ad intercettare la mulattiera che dallla Val Pedena e dal dosso della Motta, alla nostra sinistra, sale verso l’alpe. Procedendo verso destra, raggiungiamo il limite inferiore del circo dell’alpe d'Orta Soliva, a 1906 metri. Poi la traccia si perde, ma noi possiamo facilmente procedere a vista, su deboli tracce, in direzione del ricovero con tetto in lamiera e del facile crinale che chiude l’alpe ad est. Individuati i due corridoi per salirvi, procediamo come sopra descritto, fino alla cima. In questo caso il tempo di salita si riduce ad un paio d’ore, ed il dislivello approssimativo a 621 metri.
Strada per il passo di San Marco. Foto di M. Dei CasEcco, infine, la terza via, di difficoltà e lunghezza intermedie rispetto alle precedenti. Il punto di partenza è ancora più avanzato, sempre sulla provinciale per il passo di San Marco, diciamo oltre 4 km oltre. Prestiamo attenzione ai cartelli segnaletici che scandiscono i km della provinciale; raggiunto quello che segna il km 24, procediamo ancora per poche centinaia di metri, fino a giungere in prossimità della grande svolta a destra (in corrispondenza del solco principale, comunque poco accentuato, della Valle d’Orta) che porta la strada ad aggirare, con un successivo arco a sinistra, l’ultimo dosso prima del passo (che da qui non si vede). Sul lato destro della strada troviamo una serie di cippi in cemento per contenere i mezzi entro la carreggiata. Raggiunto uno slargo, sulla sinistra della strada, nel punto in cui questa piega leggermente a sinistra prima della marcata svolta a destra, lasciamo qui l’automobile, ad una quota di 1870 metri, e cerchiamo, pochi metri più avanti, sul lato di sinistra (a monte della strada) un’indicazione con i numeri 17 e 18 (non si sono né cartelli né segnavia). Guardando con attenzione, vedremo una traccia di sentiero che risale il versante, passando a destra di un ometto appena abbozzato ed a sinistra di un rudere di calecc in condizioni precarie, salendo per un tratto diritto e poi piegando a sinistra, per tagliare una fascia di ontani e macereti e portarsi sul filo di un dosso. All’inizio il sentiero si vede appena, ma poco sopra, quando volge a sinistra, è discretamente visibile.
Guadagnato il filo del dosso, lo risaliamo senza problemi e senza necessità di seguire il sentiero, dal momento La baita di quota 1952. Foto di M. Dei Casche siamo su terreno aperto, che propone alcune facili roccette arrotondate. Procedendo diritti, in direzione est, arriveremo, ben presto, alla baita isolata di quota 1952, alle cui spalle, in alto, vediamo aprirsi due grandi conche occupate in buona parte da sfasciumi, che si trovano immediatamente a sud dell’alpe di Orta Soliva (da qui non la vediamo): teniamo presente che noi dovremo portarci alla conca di destra, più piccola. Entriamo, ora, nel recinto con bassi muretti a secco che troviamo dietro la baita, per uscirne dalla portina che troviamo sul lato opposto e procedere, su balze erbose, passando a sinistra di un evidente panettone di roccette e macereti, e salendo gradualmente in direzione est-nord-est. Raggiunto il fianco di questo panettone, pieghiamo leggermente a destra e saliamo ad un ometto, su traccia debole, ma visibile.
Ci introduciamo, così, alla conce terminale ed iniziamo a descrivere un ampio arco verso sinistra, in senso, cioè, antiorario, che taglia la parte bassa del fianco terminale della conca, sotto il crinale fra Valle di Albaredo e Val Brembana, passando a monte del grande ammasso di sfasciumi che occupa l’intera sua zona centrale. Ora dobbiamo osservare questo versante, individuando il canalino erboso per il quale possiamo salirvi; ce n’è più d’uno, ed il più facile è quello più a sinistra, sull’angolo opposto rispetto al nostro d’ingresso, che sale al crinale appena a destra di una sorta di corno roccioso a forma di naso; a sinistra della sella, il crinale si fa decisamente più ripido e sale alla cima quotata 2162 metri.
Grandi ometti sul crinale. Foto di M. Dei CasUna volta raggiunto, con un po’ di fatica ma senza eccessive difficoltà, il crinale, lo seguiamo verso sinistra. Dal crinale la cima quotata 2162 metri si mostra rocciosa ed impervia, ma un sentiero, che lo percorre interamente, la risale senza difficoltà, perché si appoggia sul più facile ed erboso versante di destra, che si affaccia sull’alta Val Brembana, ed è sempre abbastanza netto e ben scalinato, per cui, nonostante l’andamento ripido, non pone problemi.
Ci attende, poi, un tratto quasi pianeggiante, che ci porta a quattro grandi ometti, sul penultimo dei quali sventola una bandierina rossa, mentre l’ultimo ospita una statuetta della Madonna; qui il crinale corre alto sopra la seconda delle due conche a monte della baita, quella che abbiamo visto alla nostra sinistra; anche qui giungono, da sinistra, alcuni canalini erboso, ma sono più ripidi e difficili. Il versante di destra, quello della Val Brembana, è, invece, decisamente meno ripido; più in basso, su questo versante, passa il sentiero 101, che parte poco sotto il passo di San Marco ed effettua una traversata al lago di Cavizzola (2 ore e 25 minuti) ed a San Simone (3 ore e 40), passando per il bivacco Simone.
Terminato questo tratto in cui si sale appena, ci attende una nuova impennata del crinale, che porta alla cima quotata 2212 metri. Procediamo, ora, con attenzione, perché dobbiamo superare alcuni punti esposti o scivolosi; Ometto con madonnina sul crinale. Foto di M. Dei Casdopo un primo passaggio esposto sulla sinistra, troviamo uno smottamento che restringe di molto il crinale ed un gruppetto di rocce che viene aggirato sulla destra. Raggiungiamo, così, dopo uno strappo, una sella, oltre la quale alcune roccette vengono aggirate sulla sinistra, cioè appoggiandosi al crinale della Valle di Albaredo. Dopo una nuova modesta sella erbosa la traccia piega a destra per aggirare alcuni roccioni.
Un ultimo dosso erboso ci porta all'anticima di quota 2349, dalla quale ci affacciamo alla grande conce verde dell’alpe d’Orta Soliva, che si apre alla nostra sinistra e per la quale passano i due itinerari sopra descritti. Percorso un tratto quasi pianeggiante, al quale giungono un paio di canalini erbosi dall’alpe d’Orta, affrontiamo l’ultima salita, raggiungendo facilmente l’ometto e la piccola croce della cima (m. 2431), dedicata alla memoria di Claudio Camoggi e collocata il 28 novembre del 1992 (teniamo presente che questa cima è frequentata più da amanti dello sci-alpinismo che da escursionisti). Ad est della cima erbosa ne vediamo una seconda, quasi gemella, separata da un brevissimo e facile corridoio. Siamo in cammino da circa due ore ed un quarto, ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 600 metri.
Molto ampio ed affascinante il panorama. A nord vediamo, in primo piano, il monte Pedena (m. 2399), a sinistra della Val Budria; alle loro spalle, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech (alle cui spalle fanno capolino le cime che coronano la Valle dei Ratti), seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale Verso l'anticima. Foto di M. Dei Casbellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678).
Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136).
Poi il fianco orientale della Val di Tartano chiude ad est l’orizzonte ed impedisce di vedere il gruppo dell’Adamello e di intravedere le cime delle Orobie centrali. In compenso, il colpo d’occhio su buona parte della Val di Tartano, ad est e a sud, è molto interessante, anche se non completo: si mostrano, da sinistra, tutte le cime più significative della Val Lunga, i pizzi Torrenzuolo e del Gerlo, il monte Seleron, la cima Vallocci, la cima delle Cadelle ed il monte Valegino; davanti a loro vediamo la costiera Val Lunga-Val Corta, con il monte Gavet, il monte Moro ed il pizzo della Scala; in primo piano si mostra la Val Budria, ramo Gruppo masino-Disgrazia e testata della Valmalenco visti dal monte Azzarini. Foto di M. Dei Casoccidentale della Val Corta, di cui vediamo assai bene il crinale che la separa dalla Val Brembana. Alle spalle del versante orientale della Val Lunga si vede, invece, una suggestiva fuga di quinte di valli orobiche, e si intravedono le più alte cime delle Orobie centrali.
Il panorama, a sud-est e sud, è dominato dalla Val Brembana, mentre a sud-ovest  lo sguardo scende al passo di San Marco, alle cui spalle si distinguono le cime di Ponteranica ed il monte Valletto, sulla testata orientale della Val Gerola. Alla loro destra, più lontani, si propongono i pizzi dei Tre Signori, di Trona e Varrone, sull’angolo di nord-ovest della medesima valle. Ad ovest, alle spalle del lungo e boscoso dosso di Bema, vediamo tutte le cime del versante occidentale della Val Gerola; alle loro spalle emerge, sulla destra, l'inconfondibile corno del monte Legnone, che delimita, sulla sinistra, un breve scorcio sulla bassa Valtellina, incorniciato dalle alpi Lepontine, con cui si chiude questo giro d’orizzonte a 360 gradi.
La Val Brembana vista dal sentiero sul crinale. Foto di M: Dei Cas

Difficoltà
EE
Dislivello
612 mt (secondo percorso)
Tempo
2 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

I segni della civiltà contadina nella Valle del Bitto di Albaredo

Il leone della piazza S. Marco ad Albaredo. Foto di M. Dei CasNon tutti i musei sono racchiusi fra le mura di edifici illustri o meno illustri. Ad Albaredo, centro dell’omonima valle del Bitto, è stato allestito un Ecomuseo interamente inserito nell’ambiente naturale del Parco delle Orobie Valtellinesi. Per visitarlo occorre percorrere un sentiero, lungo circa 3 km e mezzo, che dalla chiesetta della Madonna delle Grazie, poco oltre Albaredo, porta, in circa un’ora e mezza di cammino, fino all’alpe di Vesenda bassa, appena oltre i confini del comune, in territorio del comune di Bema. L’idea è quella di mostrare alcuni luoghi tipici dell’attività contadina di questa antichissima comunità orobica, presentandoli nella loro cornice naturale, per esaltare l’effetto di immersione totale in una dimensione che oggi facciamo fatica ad immaginare. Niente biglietti, quindi, e nessuna limitazione per gli orari di accesso.
Ecco come si dipana la visita all’Ecomuseo. In automobile saliamo dalla piazza S. Antonio di Morbegno ad Albaredo per S. Marco (m. 900 circa), procedendo oltre, sulla strada provinciale per il passo di S. Marco, per circa 2 km, fino a trovare, poco dopo il primo secco tornante sinistrorso, sulla nostra destra la deviazione, segnalata, per il ristoro Via dei Monti, per la Madonna delle Grazie e per il dosso Chierico. Imbocchiamo la stradina che, superato il ristoro, alla nostra sinistra, porta alla chiesetta della Madonna delle Grazie, dove, al parcheggio, lasciamo l’automobile, a circa 1157 metri di quota. È, questo, un luogo denso di mistero, legato alla leggenda del Sassello, un pastore che, passando di qui una notte, diretto alla casera di Pedena, dovette servire ad una messa inquietante, la messa delle anime defunte del Purgatorio, che gli apparvero nella forma di pallidi fantasmi. A questa leggenda si riferiscono i cartelli blu-notte che segnalano il Sentiero dei Misteri.
Ma noi siamo sulla traccia delle orme della storia, e non della leggenda. E calpestiamo l’antica Via Priula, tracciata sul finire del Cinquecento per volere La carbonaia, o puiat. Foto di M. Dei Casdella Repubblica di San Marco, che la sfruttò, nei secoli successivi, per incrementare i suoi commerci con l’Europa settentrionale. Il suo tracciato qui scende, con qualche serpentina, fino al ponte Binnocchio, che scavalca il torrente della Valle Piazza, e prosegue fino al successivo ponte delle Leghe, sul torrente Pedena.
Qui troviamo la prima tappa dell’Ecomuseo, con una scheda-cartello che illustra la struttura e le funzioni dell’antica segheria, costruita nel 1935, quando l’energia elettrica proveniente da Gerola permise di azionare il motore a nastro (mentre prima funzionava una lama a telaio, azionata da una ruota idraulica mossa dalle acque del torrente). La grande ricchezza di boschi di conifere della Valle del Bitto di Albaredo ha favorito l’affermazione del mestiere del boscaiolo, detto “burelèr” (“bur” è il grosso tronco; “nà a burèla" significa rotolare lungo un pendio, come farebbe, appunto, un tronco). I tronchi delle piante abbattute venivano convogliati fin qui con il sistema della fluitazione, cioè sfruttando i torrenti, il Bitto, il Pedena, il Piazza, che venivano arginati in modo tale che questi, seguendo una sorta di scivolo detto “val”, non uscissero dall’alveo o non si mettessero di traverso.
Oltrepassato il ponte, incontriamo un secondo cartello, che segnala, appena sotto la strada, l’allestimento di una carbonaia. Incontriamo, così, idealmente una seconda figura di lavoratore connesso con il bosco e la sua ricchezza, il carbonaio. La sua attività è sopravvissuta in valle fino ad un paio di generazioni fa. Un’attività che richiedeva attenzione e maestria, perché errori o disattenzioni rischiavano di mandare letteralmente in fumo il lavoro di giorni. Si doveva trovare una radura pianeggiante, nel cui mezzo si costruiva, con tronchi di piante fogliate, una camera, il forno, al cui interno veniva Il casello del latte. Foto di M. Dei Caslasciata una cavità di circa mezzo metro. Intorno al forno si appoggiavano, poi, in posizione verticale, pezzi di legno lunghi non più di un metro, avvolgendolo con due o tre giri e circondandolo interamente, sopra e sotto, in modo da formare una specie di cupola. Al suo centro doveva essere assicurata un’apertura, una sorta di caminetto, collegata con la camera centrale. La cupola veniva, quindi, ricoperta di terra, letale e foglie, in maniera tale che rimanessero alcuni canali di sfiato.
Terminata la carbonaia (il “puiàt”), si accendeva il fuoco al suo interno, introducendo dal camino piccoli rami secchi incendiati. Lo scopo era quello di produrre una lenta e costante combustione, che andava sempre sorvegliata, per evitare che il fuoco ardesse troppo, bruciando la carbonaia, o si spegnesse. Se necessario, si interveniva anche con l’acqua per moderare la combustione: per questo i puiàt venivano costruiti non lontano da corsi d’acqua. Quando tutto andava bene, la lenta combustione, che durava giorni, produceva il carbone. Al termine della combustione, annunciato dal fumo più chiaro, il carbone veniva estratto, posto in sacchi, pesato e venduto, soprattutto a Morbegno.
Procediamo ancora per un breve tratto, riprendendo a salire in direzione del dosso Chierico, fino a trovare, sulla destra della pista, la terza tappa dell’Ecomuseo, dedicata al casello del latte. Nei caselli veniva posto il latte appena munto, e lasciato il tempo necessario perché affiorasse la panna. Ad una funzione analoga servivano, nei maggenghi e negli alpeggi, apposite grotte (“canivèi”) o costruzioni (“budelére” o “budülére”, baitelli di alta quota al cui interno scorreva un ruscelletto, per tenere in fresco il latte).
La valle è assai legata al prodotto principe della sua economia contadina, il formaggio Bitto, il cui pregio raffinato è assai noto, prodotto negli alpeggi. Non bisogna però dimenticare altri prodotti, a torto definiti “minori”. Fra questi, i “matusc". Dalla panna ricavata dalla scrematura nei caselli (per la quale si utilizzava la “cazzetta” o “spanaruola”) si ricavava il burro, mentre con il latte scremato si producevano anche formaggelle magre (in forme che non superavano i 2,5 kg) dette, appunto, “matusc", complemento importante dell’economia contadina e frutto di un’attività casearia prevalentemente Nel cuore della Valle del Bitto. Foto di M. Dei Casfemminile. La loro lavorazione prevedeva che il latte fosse portato a 35°, prima che si aggiungesse il caglio costituito da liquido di vitello. Rotta la cagliata a dimensione di piccoli piselli, veniva depositata nelle fascere e pressata per l'eliminazione del siero in eccesso. Dopo qualche giorno le forme venivano salate esternamente a secco e poi poste in ambiente fresco e ben arieggiato per la stagionatura, che durava almeno 45 giorni.
Salendo ancora, raggiungiamo le baite più basse del dosso Chierico (m. 1219), ed un bivio, al quale dobbiamo lasciare la via Priula, che prosegue verso il passo di S. Marco, per imboccare una larga pista-mulattiera che scende sulla destra (indicazioni per l’abete di Vesenda, l’alpe di Vesenda bassa ed alta, la casera di Garzino e la casera Melzi). Si tratta della mulattiera che si addentra in direzione del cuore della valle, raggiungendo, infine, il torrente Bitto, per passare sul lato opposto e salire all’alpe di Vesenda bassa.
Seguendola, ignoriamo due deviazioni sulla destra, che scendono al torrente Bitto, ed affrontiamo un tratto in leggera salita, prima di uscire dal bosco ed incontrare la quarta tappa dell’Ecomuseo, dedicata ai forni fusori, di cui incontriamo alcuni ruderi dei muri perimetrali, a quota 1180, nella zona del bosco d’Orta. Lo sfruttamento del ferro, che, nel sistema produttivo medievale era metallo molto prezioso, risale al Duecento, quando vengono perimetrate le concessioni minerarie. Fu soprattutto la zona ai piedi dei monti Pedena ed Azzarini ad essere interessata dall’attività estrattiva; la lavorazione dei minerali, che si avvaleva di forni di cui sono rimaste tracce sul fondovalle, nei pressi del torrente Bitto, e per la quale venne costituita la Società dei Forni di Ferro, poteva avvalersi dell’abbondante disponibilità di legname e fu vitale almeno fino alla fine del secolo XVIII.
L'abete di Vesenda svetta in un bosco di abeti. Foto di M. Dei CasLa ricchezza di legname del bosco e la vicinanza del torrente Bitto hanno dettato la costruzione dei forni in questa zona. All’interno dei muri perimetrali si trova una fasciadi terra che li isola dal forno vero e proprio, al centro, di forma conica.
Nel forno veniva bruciato il carbone, fino a raggiungere una temperatura di 1200 gradi, che permetteva di separare il minerale di ferro dalla roccia che lo conteneva. Il processo, durante il quale il fuoco veniva alimentato da grandi mantici azionati con la forze delle acque del Bitto, durava diversi giorni. Durante la notte i bagliori di questi fuochi si diffondevano in questa zona, conferendole un’atmosfera sinistra difficile da immaginare. La produzione del ferro, fin dal medioevo, fu un importante elemento nell’economia delle valli orobiche: il prodotto veniva poi trasportato nella bergamasca attraverso i valichi alpini.
Manca la quinta ed ultima tappa dell’Ecomuseo, posta al di là del Bitto, nel territorio che è già di>Bema, all’alpe di Vesenda Bassa. Si tratta del più celebre albero della Provincia di Sondrio, l’abete di Vesenda. Lo raggiungendo proseguendo sul sentiero e scavalcando il Bitto: usciti dal bosco nei pressi di una bella radura, posta proprio nel cuore della valle, ci portiamo riva orientale del torrente, e lo possiamo attraversare sfruttando un ben visibile ponte formato da grandi massi (m. 1251). Sul lato opposto troviamo facilmente il sentiero che sale verso l'alpe di Vesenda bassa. Saliamo per un tratto, superando un boschetto di abeti, fino a giungere in vista dei muretti L'abete di Vesenda. Foto di M. Dei Casdiroccati che segnano il confine dell'alpe, poco sopra i 1350 metri. Ora guardiamo alla nostra destra: vedremo un fitto bosco di abeti, dal quale emerge la solitaria chioma diradata dell'Abete di Vesenda, riconoscibile, appunto, non solo per i suoi rami volti all'insù (caratteristica dell'abete bianco), ma anche per la povertà dei rami nella parte alta del tronco. Per questo il suo profilo spicca nella compagine degli alti abeti del bosco. Avviamoci quindi verso il limite del bosco ed addentriamoci fra gli abeti per un tratto: in breve ci troveremo presso due tavoli in legno, ideali per una sosta ristoratrice.
Il grande abete si solleva verso il cielo a pochi metri dai tavoli, vetusto nel suo carico d'anni ma sempre possente nella sua sorprendente mole. Dalla parte bassa del tronco, in particolare, parte un grande ramo dalla forma singolare, che ha tutta l'aria di rappresentare una sorta di grande braccio piegato ad angolo retto verso l'alto. Qualche numero ci può dare l’idea della sua imponenza: si tratta di un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni ragguardevoli (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Qui non è l’uomo, con i suoi manufatti ed i segni della sua attività, ad essere protagonista, ma la natura, con la sua sorprendente capacità di creare monumenti di fronte ai quali si resta prigionieri di una profonda meraviglia.

 

Difficoltà
T
Dislivello
200 mt
Tempo
2 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

La cima che domina l'alpe Piazza, sopra Albaredo


Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima del monte Lago

la località Cornelli. Foto di M. Dei Cas La valle del Bitto di Albaredo è una delle più ricche di opportunità escursionistiche, ma anche, insieme alla Val Gerola ed alla Val di Tàrtano, sci-alpinistiche. La facile salita alla cima del monte Lago (m. 2353), è, insieme, un’ottima escursione per il periodo estivo-autunnale ed una classica fra le uscite di sci-alpinismo nelle Orobie Valtellinesi. Tenendo presente che si può giungere in mountain-bike fino ai Cornelli (m. 1739), si può parlare, infine, anche di un buon percorso misto per i bikers che amano alternare i passi alle pedalate.
Il monte Lago è, per altezza, la terza cima della Valle del Bitto di Albaredo, dopo il monte Azzarini ed il monte Pedena; tutte e tre le cime sono poste sulla costiera che separa questa valle dalla Val Budria (laterale occidentale dell'alta Val Corta). Appena a nord della cima del monte Lago si incontrano i confini di tre comuni, quello di Tartano, ad est, quello di Talamona, a nord, e quello di Albaredo, ad ovest. Il suo nome deriva dal fatto che in entrambi gli alpeggi che si stendono a valle dei suoi versanti, l'alpe Piazza e l'alpe Lago, esistevano laghetti (quello dell'alpe Piazza è interamente interrato, mentre quello dlel'alpe Lago si vede ancora, nei periodi di abbondanti precipitazioni).
Raggiungiamo dunque la piazza S. Antonio di Morbegno, attraversiamola verso sud ed imbocchiamo la strada per Albaredo-Passo di San Marco. Superate Arzo, Valle e Campo Erbolo, frazioni di Morbegno, raggiungiamo Gli alpeggi di Baitridana e dell'alpe Piazza, incorniciati dal monte Lago. Foto di M. Dei CasAlbaredo (m. 910).
Proseguiamo sulla strada per san Marco. Dopo un tornante sinistrorso, troveremo una prima deviazione a destra, che conduce alla chiesetta della Madonna delle Grazie, al sentiero dei Misteri, al dosso Chierico ed alla via Priula. La ignoriamo e proseguiamo, affrontando un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un nuovo tornante destrorso. Quanto incontriamo il cartello che segnala il km 15 sulla strada provinciale 8 per S. Marco, prestiamo attenzione, sulla nostra sinistra, alla deviazione per Baitridana, l'alpe Piazza ed il rifugio Alpe Piazza, segnalata da una serie di cartelli, che annunciano che mancano ancora 3 km al rifugio Alpe Lago. Qui di cartelli, per la verità, ce ne sono diversi, e ci segnalano che la stradina asfaltata che sale ci porta verso il rifugio Alpe Piazza, il bivacco Legüi, la quota 2000 ed il monte Lago. Il cartello relativo al sentiero 132 dà la Corte Grande a 40 minuti, i Cornelli ad un'ora e 10 minuti ed il rifugio Alpe Piazza ad un'ora e 20 minuti. Un cartello della Comunità Montana di Morbegno, infine, dà il monte Lago a 2 ore e 30 minuti.
Chi volesse effettuare una bella salita in mountain-bike, può sfruttare questa pista, che, dopo un tornante destrorso ed uno sinistrorso, conduce ad un parcheggio, oltre il quale il transito dei veicoli non autorizzati è vietato (ma si può acquistare il permesso). Proseguendo, si effettua, su fondo sterrato, un lungo traverso in direzione nord, attraversando il solco della val Fregera e raggiungendo il limite orientale dei maggenghi di Egolo. Poi si incontra un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un ultimo destrorso, prima dell'ultimo traverso Il rifugio Alpe Piazza. Foto M. Dei Casin direzione sud-est e sud, che ci porta al termine della pista, in località Cornelli (m. 1739). La località è molto panoramica: lo sguardo raggiunge l'alto Lario.
Se invece saliamo a piedi, lasciamo l’automobile su uno slargo del ciglio della strada per san Marco, imboccando a piedi la stradina. Troviamo subito, a 1380 metri circa, una bella mulattiera che si stacca, sulla destra, dalla stradina e sale alle baite di Scöccia, della Corte Grassa e della Corte Grande. Il percorso è segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi. Nel primo tratto attraversa un bosco di faggi e pini silvestri, per uscire ai prati della Scöccia, dove, oltre alle baite, troviamo anche una fontana (m. 1450). Salendo ancora, approdiamo ai prati della Corte Grassa (m.1500), che, come testimonia il nome, si sono dimostrati sempre un maggengo generoso per gli armenti che di qui sono transitati, nei secoli, prima di salire agli alpeggi più alti di Baitridana, dell'alpe Piazza e dell'alpe Lago. Salendo, prendiamo a destra, fino ad incontrare un bivio, al quale prendiamo a sinistra, fino alle baite più alte della Corte Grande (m. 1600). Si tratta di maggenghi estremamente panoramici, per cui non potremo resistere alla tentazione di gettare un ampio sguardo sul versante occidentale della Val Gerola, sulla costiera dei Cech, sulla bassa Valtellina e sulla piana di Novate Mezzola.
Dopo un tratto pianeggiante, ad un nuovo bivio prendiamo ancora a sinistra e, oltrepassata una fontana, affrontiamo l'ultimo tratto prima dei Cornelli, che sale in una bella pecceta. Il sentiero esce alle baite dei Cornelli, oltrepassate le quali ci ritroviamo nei pressi del piccolo slargo al quale termina la pista sterrata.
Ci attende ora una breve salita ed un tratto quasi pianeggiante verso destra, prima di uscire di nuovo, alle sbaite dei Cornelli (m. 1739): poco sopra, intercettiamo la pista sterrata di cui abbiamo parlato sopra, nel punto in cui termina ad uno slargo.
Panorama dall'alpe Piazza. Foto di M. Dei Cas
Imbocchiamo, ora, il sentiero che, passando a monte delle baite dei Cornelli, si dirige verso est, in direzione degli splendidi ed ampi alpeggi di Baitridana e dell'alpe Piazza. Passando a monte dei prati di Baitridana, giungiamo, ben presto, ad un bivio, segnalato da diversi cartelli: il sentierino che si stacca sulla sinistra sale alla Pozza Rossa (piccola pozza in un'incantevole radura fra i larici del crinale), data a 15 minuti; proseguendo nella direzione che stiamo tenendo, cioè sul sentiero 132, raggiungiamo in 10 minuti Baitridana ed in 20 l'alpe Piazza; nella direzione dalla quale proveniamo, infine, sono segnalati i due sentieri numero 132 (che scende in 10 minuti alla Corte Grande, in 20 alla Corte Grassa ed in 40 minuti a Scöccia) e 149 (che porta in 30 minuti ad Egolo, in 50 minuti al Dosso Comune ed in un'ora e 20 minuti ad Albaredo). Ignorata la deviazione a sinistra per la Pozza Rossa, proseguiamo fino ad un ultimo boschetto, dal quale usciamo sul limite dell'ampia alpe Piazza.
Il bivacco Legui e, sullo sfondo, il monte Lago. Foto M. Dei CasUn gruppo di cartelli, posto a valle della prima baita sopra il sentiero, segnala che stiamo procedendo sulla Gran Via delle Orobie, percorrendo la quale raggiungiamo l'alpe Lago ed il rifugio Alpe Lago in 40 minuti, l'alpe Orta in 3 ore e 10 minuti ed il passo di San Marco in 4 ore; nella direzione dalla quale proveniamo ritroviamo i riferimento ai sentieri per Cornelli-Corte Grande e Cornelli-Egolo-Albaredo; sulla nostra sinistra, infine, si stacca un sentiero che sale al crinale ed effettua una traversata al versante orobico valtellinese, sopra Talamona, portando all'alpe Pedroria in 30 minuti, alla boccheta del Pisello in un'ora e 20 minuti ed alla Val Budria in 2 ore e 50 minuti.
Poco oltre, troviamo il rifugio Alpe Piazza (m. 1835), aperto anche d’inverno. Nessuna indicazione per il monte Lago, ma questo non pone particolari problemi: si tratta di seguire per un buon tratto la Gran Via delle Orobie, per poi lasciarla e salire al facile crinale che dalla cima scende verso ovest-sud-ovest, percorrendo il quale si guadagna facilmente la cima.
A questo punto se stiamo procedendo con gli sci sulla neve ci conviene effettuare un ampio arco in direzione della baita dell’alpe Piazza, poco sopra i duemila metri, cioè salire dapprima verso sud est , poi verso sud (piegando cioè leggermente a destra e passando a monte del bivacco Legüi).
Se invece siamo in periodo estivo, seguiremo il sentiero che, attraversato un torrentello, ci porta al baitone quotato 1898 metri, affiancato dal piccolo bivacco Legüi. Sul baitone è posto un cartello che celebra le fatiche di quanti, nei secoli, si sono dedicati alle attività legate all'alpeggio ed alla produzione casearia. Poco più in alto si vede la solitaria baita Tachèr.
Una sosta al bivacco ci permette di gustare il panorama, già da qui splendido, sulla bassa Valtellina e sul Il bivacco Legui ed il monte Lago. Foto di M. Dei Casgruppo del Masino-Disgrazia, che, emergendo, quasi, dalla linea dei larici che si disegna, regolare, a monte del rifugio Piazza, offre un effetto di contrasto cromatico di rara suggestione.
Dal bivacco proseguiamo, intercettando una traccia di sentiero che proviene dalla baita dell’alpe, nei pressi della quale non mancherà il suono dei campanacci: è, questa, una delle alpi più pregiate delle valli del Bitto, e qui nasce l’omonimo formaggio, il più famoso prodotto caseario valtellinese.
I due itinerari si congiungono, e conducono, oltre un dosso, ad una caratteristica conca, adagiata sotto il fianco settentrionale del monte Lago. Già, il monte Lago: ma come lo si riconosce? Non c’è problema: la sua piramide arrotondata ed armoniosa si impone allo sguardo, verso sud-est, fin da quando raggiungiamo la Corte Grassa, e rimane lì, davanti a noi, per nulla minaccioso, ma quasi invitante, con il suo crinale occidentale che solo nell’ultimissimo tratto si fa un tantino più ripido. Il suo nome deriva da quello dell'alpe omonima, dalla quale, però, non passiamo, perché si stende ai piedi del suo versante meridionale.
D’inverno ci conviene aggirare a valle la conca, perché talora si staccano dal fianco del monte piccole slavine.
In ogni caso la meta è il crinale occidentale del monte: d’estate la si raggiunge seguendo un sentierino che parte proprio dalla conca e raggiunge una bocchettina sul crinale , contrassegnata da un ometto, poco sopra i 2100 metri. Evitiamo di salire a vista, per non calpestare i preziosi alpeggi del Bitto.
Panorama dall'alpe Piazza. Foto di M. Dei Cas
Raggiunto, dunque, il crinale, pieghiamo a sinistra e cominciamo a salire, su traccia sempre abbastanza visibile. Il crinale propone solamente alcuni strappi, ma, nel complesso, è agevole. Gli ultimi sforzo ci portano alla croce della cima, a quota 2353, dalla quale il panorama, da ampio che era nell’alpe sottostante, si fa grandioso. Il monte, infatti, pur non essendo molto alto, è uno dei più panoramici delle Orobie occidentali, non avendo vicino a sé altre o costiere che sbarrino lo sguardo. Potremo così godere di un ottimo colpo d’occhio sulla catena orobica, sul gruppo del Masino-Bregaglia, sul monte Disgrazia e sul versante orientale delle Alpi Lepontine.
La carrellata delle cime merita di essere menzionata nel dettaglio. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Il monte Lago. Foto di M. Dei CasPorcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si erge, maestoso, alle spalle del più modesto e vicino monte Piscino.
Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Più a destra, il pizzo Combolo (m. 2900) chiude la sequenza delle cime visibili: il fianco orientale della Val di Tartano, infatti, impedisce di vedere il gruppo dell’Adamello e di intravedere le cime delle Orobie centrali.
In compenso, il colpo d’occhio su buona parte della Val di Tartano, ad est e a sud, è molto interessante, anche se non completo: si mostrano, da sinistra, tutte le cime più significative della Val Lunga, i pizzi Torrenzuolo e del Gerlo, il monte Seleron, la cima Vallocci, la cima delle Cadelle ed il monte Valegino; il monte Gavet, il monte Moro ed il pizzo della Scala separano Val Lunga e Val Corta; segue la Val di Lemma, Il crinale che sale alla cima del monte Lago. Foto di M. Dei Casramo orientale dell’alta Val Cortadivisa a metà dal pizzo del Vallone; ed ancora, il pizzo Foppone, che si innalza, puntuto, dietro il suo caratteristico avamposto boscoso, e, alle sue spalle, l’arrotondato monte Tartano; alla sua destra la Val Bùdria, ramo occidentale della Val Corta, , di cui si vede, però solo la parte più alta, con il minuscolo pizzo del Vento, la cima quotata 2319 e, appena visibile, sull’angolo di sud-ovest, il monte Azzarini (o monte Fioraro); a sud vediamo il crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo, con, in primo piano, il monte Pedena e, alle sue spalle, il monte Azzarini; a sud-ovest e ad ovest, infine, vediamo il passo di S. Marco ed il crinale che separa le valli del Bitto; dietro di questo, si scorge buona parte del versante occidentale della Val Gerola e, sul fondo, l'inconfondibile corno del monte Legnone, che delimita, sulla sinistra, lo stupendo quadretto dell’alto Lario, con cui si chiude questo giro d’orizzonte a 360 gradi.
Un panorama di eccezionale bellezza, che ripaga gli sforzi delle 3 ore circa di cammino necessarie per superare un dislivello in salita approssimativo di 1000 metri.
La discesa avviene per la medesima via di salita; d'inverno, se le condizioni della neve sono buone, non presenta difficoltà, così come è facile la salita alla vetta in periodo estivo. Un itinerario da consigliare, dunque, a chi desidera un incontro ravvicinato con le bellezze della montagna senza assumersi inutili rischi.
la croce sulla vetta del monte Lago. Foto di M. Dei CasUna riflessione conclusiva deve, però, accompagnarsi a queste note panoramiche: oggi si sale al monte Lago per godere di questo stupendo panorama. In passato vi si saliva per necessità, percorrendo poi il crinaleverso sud e scendendo alle più alte e scoscese balze che danno sulla Val Budria. A farlo erano soprattutto le contadine spinte fin qui dalla necessità di integrare la scorta di forgaggio per le poche bestie. Venivano soprattutto dal versante della Valle di Albaredo, appoggiandosi al crinale a sud del monte Lago (lo vediamo, in alto, alla nostra sinistra) e scendendo alle balze più alte della Val Budria, scoscese e pericolose (vi fu anche qualche vittima). Venivano a fare la “cèra”, cioè a tagliare quell’erba scivolosa e filiforme che, pur non avendo un particolare pregio come nutriente, consentiva pur sempre di integrare la scorta di fieno.
Arrivavano sul far dell’alba, quando ancora si vedevano le sette stelle del “pradèr”, finché nel cielo nonrestava solo l’ultima stella, la stella del mattino, “la dì”. Per arrivare così presto dovevano partire, in gruppi di una ventina di donne, almeno un paio d’ore prima, verso le tre, nel cuore della notte, e camminare qualche ora. Tagliavano l’erba per diverse ore, calzando zoccoli ferrati che permettevano di ancorarsi meglio al terreno. La sera, con una trentina di chili d’erba nella gerla, se ne tornavano a casa, e così ogni giorno, per 10-12 ore, tutta l’estate e per buona parte dell’autunno (qualche Immagine invernale del monte Lago. Foto di M. Dei Casvolta addirittura fino a S. Caterina, il 25 di novembre, come racconta Orsola Petrelli, una testimone intervistata da Patrizio Del Nero, autore del bel volume “Albaredo e la Via di San Marco”, Editour, 2001).

Difficoltà
E
Dislivello
1000 mt
Tempo
3 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

Visita ai grandi alpeggi del Bitto

L'alpe Piazza. Foto di M. Dei Cas
Una giornata dedicata alla conoscenza dei luoghi maggiormente legati alla produzione del celeberrimo Bitto può essere ben spesa effettuando una traversata che tocchi i più pregiati alpeggi del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, l’alpe Baitridana, l’alpe Piazza, l’alpe Lago, l’alpe Pedena e l’alpe di Orta Soliva. Traversata che, in buona parte, coincide con il percorso della variante bassa della Gran Via delle Orobie, che scende nella valle dal passo di San Marco, per poi traversare alla Val Tartano. Il sentiero che utilizzeremo per la traversata non è difficile, ma in alcuni punti richiede attenzione e capacità di orientamento.
Raggiungiamo, dunque, la piazza S. Antonio di Morbegno, attraversiamola verso sud ed imbocchiamo la strada per Albaredo-Passo di San Marco. Superate Arzo, Valle e Campo Erbolo, frazioni di Morbegno, raggiungiamo Albaredo (m. 910). Proseguiamo sulla strada per il passo di san Marco. Dopo un tornante sinistrorso, troveremo una prima deviazione a destra, che conduce alla chiesetta della Madonna delle Grazie, al sentiero dei Misteri, al dosso Chierico ed alla via Priula. La ignoriamo e proseguiamo, affrontando un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un nuovo tornante destrorso.
L'alpe Piazza. Foto di M. Dei Cas
Quando incontriamo il cartello che segnala il km 15 sulla strada provinciale 8 per S. Marco, prestiamo attenzione, sulla nostra sinistra, alla deviazione per Cornelli-Baitridana-rifugio Alpe Piazza, segnalata da una serie di cartelli, che annunciano che mancano ancora 3 km al rifugio Alpe Lago. Qui di cartelli, per la verità, ce ne sono diversi, e ci segnalano che la stradina asfaltata che sale ci porta verso il rifugio Alpe Piazza, il bivacco Legüi, la quota 2000 ed il monte Lago. Il cartello relativo al sentiero 132 dà la Corte Grande a 40 minuti, i Cornelli ad un'ora e 10 minuti ed il rifugio Alpe Piazza ad un'ora e 20 minuti. Un cartello della Comunità Montana di Morbegno, infine, dà il monte Lago a 2 ore e 30 minuti.
Chi volesse effettuare una bella salita in mountain-bike, può sfruttare questa pista, che, dopo un tornante destrorso ed uno sinistrorso, conduce ad un parcheggio, oltre il quale il transito dei veicoli non autorizzati è vietato (ma si può acquistare il permesso). Proseguendo, si effettua, su fondo sterrato, un lungo traverso in direzione nord, attraversando il solco della val Fregera e raggiungendo il limite orientale dei maggenghi di Egolo. Baitridana. Foto di M. Dei CasPoi si incontra un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un ultimo destrorso, prima dell'ultimo traverso in direzione sud-est e sud, che ci porta al termine della pista, in località Cornelli (m. 1739). La località è molto panoramica: lo sguardo raggiunge l'alto Lario.
Se invece saliamo a piedi, lasciamo l’automobile su uno slargo del ciglio della strada per san Marco, imboccando a piedi la stradina. Troviamo subito, a 1380 metri circa, una bella mulattiera che si stacca, sulla destra, dalla stradina e sale alle baite di Scöccia, della Corte Grassa e della Corte Grande. Il percorso è segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi. Nel primo tratto attraversa un bosco di faggi e pini silvestri, per uscire ai prati della Scöccia, dove, oltre alle baite, troviamo anche una fontana (m. 1450). Salendo ancora, approdiamo ai prati della Corte Grassa (m.1500), che, come testimonia il nome, si sono dimostrati sempre un maggengo generoso per gli armenti che di qui sono transitati, nei secoli, prima di salire agli alpeggi più alti di Baitridana, dell'alpe Piazza e dell'alpe Lago. Salendo, prendiamo a destra, fino ad incontrare un bivio, al quale prendiamo a sinistra, fino alle baite più alte della Corte Grande (m. 1600). Si tratta di maggenghi estremamente panoramici, per cui non potremo resistere alla tentazione di gettare un ampio sguardo sul versante occidentale della Val Gerola, sulla costiera dei Cech, sulla bassa Valtellina e sulla piana di Novate Mezzola.
Dopo un tratto pianeggiante, ad un nuovo bivio prendiamo ancora a sinistra e, oltrepassata una fontana, affrontiamo l'ultimo tratto prima dei Cornelli, che sale in una bella pecceta. Il sentiero esce alle baite dei Cornelli, oltrepassate le quali ci ritroviamo nei pressi del piccolo slargo al quale termina la pista sterrata.
Il monte Pedena sovrasta l'alpe Lago. Foto di M. Dei CasCi attende ora una breve salita ed un tratto quasi pianeggiante verso destra, prima di uscire di nuovo, alla sommità dei bei prati di Cornelli, o Baitridana (m. 1739), alla quale giunge anche la pista sterrata.
Imbocchiamo, ora, il sentiero che, passando a monte delle baite dei Cornelli, si dirige verso est, in direzione degli splendidi ed ampi alpeggi di Baitridana e dell'alpe Piazza. Giungiamo, ben presto, ad un bivio, segnalato da diversi cartelli: il sentierino che si stacca sulla sinistra sale alla Pozza Rossa (piccola pozza in un'incantevole radura fra i larici del crinale), data a 15 minuti; proseguendo nella direzione che stiamo tenendo, cioè sul sentiero 132, raggiungiamo in 10 minuti Baitridana ed in 20 l'alpe Piazza; nella direzione dalla quale proveniamo, infine, sono segnalati i due sentieri numero 132 (che scende in 10 minuti alla Corte Grande, in 20 alla Corte Grassa ed in 40 minuti a Scöccia) e 149 (che porta in 30 minuti ad Egolo, in 50 minuti al Dosso Comune ed in un'ora e 20 minuti ad Albaredo). Ignorata la deviazione a sinistra per la Pozza Rossa, proseguiamo fino ad un ultimo boschetto, dal quale usciamo sul limite dell'ampia alpe Piazza.
Un gruppo di cartelli, posto a valle della prima baita sopra il sentiero, segnala che stiamo procedendo sulla Gran Via delle Orobie, percorrendo la quale raggiungiamo l'alpe Lago ed il rifugio Alpe Lago in 40 minuti, l'alpe Orta in 3 ore e 10 minuti ed il passo di San Marco in 4 ore; nella direzione dalla quale proveniamo ritroviamo i riferimento ai sentieri per Cornelli-Corte Grande e Cornelli-Egolo-Albaredo; sulla nostra sinistra, infine, si stacca un sentiero che sale al crinale ed effettua una traversata al versante orobico valtellinese, sopra Talamona, portando all'alpe Pedroria in 30 minuti, alla bocchetta del Pisello in un'ora e 20 minuti ed alla Val Budria in 2 ore e 50 minuti.
Poco oltre, troviamo il rifugio Alpe Piazza (m. 1835), aperto anche d’inverno. Nessuna indicazione per il monte Il laghetto dell'alpe Lago. Foto di M. Dei CasLago, ma questo non pone particolari problemi: si tratta di seguire per un buon tratto la Gran Via delle Orobie, per poi lasciarla e salire al facile crinale che dalla cima scende verso ovest-sud-ovest, percorrendo il quale si guadagna facilmente la cima.
Proseguiamo sul sentiero che, attraversato un torrentello, sale verso il baitone quotato 1898 metri, affiancato dal piccolo bivacco Legüi. Questo baitone meriterebbe una visita, sia per la sua panoramicità (ottimo il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina e sul gruppo del Masino-Disgrazia, che, emergendo, quasi, dalla linea dei larici che si disegna, regolare, a monte del rifugio Piazza, offre un effetto di contrasto cromatico di rara suggestione), sia per la targa che rende omaggio a tutti coloro che, nei secoli, hanno profuso energie ed intelligenza nei lavori connessi con l’alpeggio e la produzione casearia.
Teniamo, però, presente che il nostro itinerario non passa per il baitone, ma, poco sotto, lascia il sentiero che sale ad esso, staccandosene a destra, poco dopo l’attraversamento del torrentello, e procedendo con andamento pianeggiante ed in leggera discesa lungo il fianco del largo dosso, in direzione sud-ovest. Oltrepassata la baita quotata 1778 metri, proseguiamo nella traversata, in direzione sud, e riprendiamo a salire gradualmente, superando un largo vallone (che scende direttamente verso ovest dalla cima del monte Lago) e raggiungendo la baita quotata 1840 metri. Tagliamo, poi, il largo crinale che scende verso ovest-sud-ovest dalla cima del monte Lago, attraversando un versante piuttosto ripido e guadagnando gradualmente quota, fino alla baita di quota 1887, che appartiene già all’alpe Lago.
Dalla baita, invece di scendere sulla destra, proseguiamo sulla sinistra, salendo ancora in direzione sud-sud-est, fino a giungere in vista della baita più alta dell’alpe, a quota 1920, posta sul limite destro di una bella conca erbosa, occupata da un enorme masso erratico. Più in basso, sulla destra, vediamo il baitone quotato 1909 metri. Larice monumentale sopra il rifugio Alpe Lago. Foto di M. Dei CasOra, però, lasciamo per qualche minuto il percorso della traversata e prendiamo a sinistra, in direzione del piccolo circolo glaciale al quale accediamo dopo aver superato un breve corridoio. Qui troviamo il laghetto quotato 1931 metri (anche se a fine stagione può darsi che sia quasi prosciugato), una piccola perla, impreziosita dall’aria raccolta di questi luoghi. Piccola, ma non insignificante, se si considera che si tratta dell’unico specchio d’acqua nell’intera Valle del Bitto di Albaredo.
Guardando al versante montuoso che si innalza ad est, cioè al crinale che ci separa dalla Val Budria, a sinistra dell’elegante e poderosa cima del monte Pedena (m. 2399), noteremo il suo aspetto selvaggio e scosceso. Eppure sono questi i luoghi (soprattutto sul lato opposto, della Val Budria) che in passato erano frequentati dalle donne che cercavano di strappare faticosamente alla montagna erba preziosa per nutrire le poche bestie. Un tempo, infatti, si poteva incontrare qui molta gente. Non solo gli alpeggiatori (che ancora oggi caricano l’alpe), ma anche quelle contadine che venivano fin quassù spinte dalla necessità di integrare il foraggio per le poche bestie facendo erba alle quote più elevate. Venivano soprattutto dal versante della Valle di Albaredo, appoggiandosi al crinale a sud del monte Lago (lo vediamo, in alto, alla nostra sinistra) e scendendo alle balze più alte della Val Budria, scoscese e pericolose (vi fu anche qualche vittima). Venivano a fare la “cèra”, cioè a tagliare quell’erba scivolosa e filiforme che, pur non avendo un particolare pregio come nutriente, consentiva pur sempre di integrare la scorta di fieno. Arrivavano sul far dell’alba, quando ancora si vedevano le sette stelle del “pradèr”, finché nel cielo non restava solo l’ultima stella, la stella del mattino, “la dì”. Per arrivare La Val Pedena. Foto di M. Dei Cascosì presto dovevano partire, in gruppi di una ventina di donne, almeno un paio d’ore prima, verso le tre, nel cuore della notte, e camminare qualche ora. Tagliavano l’erba per diverse ore, calzando zoccoli ferrati che permettevano di ancorarsi meglio al terreno. La sera, con una trentina di chili d’erba nella gerla, se ne tornavano a casa, e così ogni giorno, per 10-12 ore, tutta l’estate e per buona parte dell’autunno (qualche volta addirittura fino a S. Caterina, il 25 di novembre, come racconta Orsola Petrelli, una testimone intervistata da Patrizio Del Nero, autore del bel volume “Albaredo e la Via di San Marco”, Editour, 2001).
Torniamo sui nostri passi, alla baita di quota 1920, e scendiamo al baitone di quota 1909, proseguendo nella discesa seguendo la traccia che serpeggia in un canalone, fino al ripiano che ci propone, sulla destra, la baita di quota 1824. Non ci portiamo verso la baita, ma, proseguiamo verso sinistra, ignorando la deviazione sulla destra, che scende verso la parte bassa della Valle di Lago. Se vogliamo abbreviare l’anello, possiamo scendere lungo questa valle: passeremo, a 1695 metri, presso un grande larice che è classificato fra gli alberi monumentali della provincia di Sondrio (è alto 24 metri ed ha una circonferenza di 5,5 metri) e raggiungeremo il rifugio Alpe lago (m. 1510), presso la provinciale per il passo di San Marco. Ecco una breve descrizione del percorso inverso, che sale al larice monumentale da questo rifugio. Alle spalle del rifugio, a destra (per chi ne guarda la facciata), parte il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che sale verso l'alpe Lago, effettuando una diagonale che lo porta ad attraversare due corsi d'acqua. Il larice, affiancato da un larice gemello di dimensioni leggermente inferiori, è ben visibile, a sinistra della prima baita che si incontra salendo, nei pressi di una biforcazione del sentiero seguito. Lo si raggiunge dopo una ventina di minuti di cammino.
Ma torniamo al nostro percorso. Il sentiero, attraversato un piccolo corso d’acqua, sale dapprima con andamento Il passo di Pedena. Foto di M. Dei Casdeciso, poi con pendenza minore; attraversato un corpo franoso ed un valloncello, entra nel bosco, per uscirne sul crinale che scende dal pizzo delle Piodere (m. 2206), la cima che, ad ovest del monte Pedena, presidia il limite sud-occidentale dell’alpe Lago. Siamo ai prati della Stabiena, e passiamo a monte della baita omonima (m. 1793). Poi il sentiero volge a sinistra (sud-est) e taglia, scendendo, il selvaggio, ripido e brullo versante che sul fianco occidentale del pizzo delle Piodere. Non dobbiamo assolutamente perderla, perché questo versante non può essere affrontato al di fuori del percorso. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, esposto su un salto roccioso (attenzione!), la traccia comincia a scendere serpeggiando fra macereti, qualche rado larice, macchie di ontani, prati ripidi e valloncelli. A metà della discesa superiamo un nuovo tratto esposto; infine, dopo aver attraversato un’ultima macchia di ontani ed un valloncello, ci ritroviamo ad un rudere, sulla parte bassa del circo terminale della Val Pedena. In alto vediamo la larga sella sulla quale è posto il passo omonimo, il più agevole valico fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Budria (Val Tartano).
Da qui dobbiamo cominciare a salire, in diagonale, verso sud est, cercando la traccia di una larga mulattiera che sale dal fondovalle. Se, invece, volessimo scendere da qui verso la parte bassa della valle, abbreviando l’anello, teniamo conto che non è facilissimo trovare il sentiero. Regoliamoci così: torniamo all’ultimo valloncello che abbiamo attraversato prima del rudere, riportiamoci sul lato opposto e scendiamo rimanendo nei pressi del suo solco, che resta alla nostra sinistra: dopo una breve discesa, intercetteremo il sentiero, che scende verso destra, e che ci porta al limite inferiore di una larga fascia di ontani, scendendo un dossetto e scavalcando di nuovo da Corde fisse nel tratto Val Pedena-Dosso della Motta. Foto di M. Dei Cassinistra a destra il valloncello. L’ultima parte della discesa avviene a vista, con facile diagonale verso la strada provinciale e la Casera di Pedena.
Ma torniamo al nostro percorso. Seguendo la mulattiera, dopo aver superato un piccolo corso d’acqua raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San Marco. Il terzo cartello, quello che ci interessa, indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti. È, questo, infatti, il punto nel quale la Gran Via delle Orobiesi biforca in due rami: quello superiore, che sale al passo di Pedena, passa in Val Budria, effettua una traversata alta di questa valle e della successiva Val di Lemma, e quello inferiore, che, seguendo il nostro percorso a ritroso, raggiunge l’alpe Piazza e poi sale alla bocchetta del Pisello, dalla quale scende (ma la discesa non è affatto facile) in Val Budria.
La nostra traversata prosegue, dunque, ignorando il sentiero che sale, alla nostra sinistra, verso il passo di Pedena e mantenendo la direzione sud. La traversata del lato meridionale della Val Pedena avviene, però, su una traccia molto incerta, che gioca a rimpiattino e si mostra continua, anche se piuttosto stretta, solo all’imbocco del Il dosso della Motta. Foto di M. Dei Casbosco che ricopre il versante settentrionale del pizzo d’Orta, proprio davanti a noi, leggermente a destra. Dobbiamo, quindi, prestare attenzione ai non numerosi segnavia bianco-rossi. Nel primo tratto procediamo in piano, alternando tratti all’aperto a tratti nei quali la debole traccia passa nella boscaglia di basso fusto. Dopo aver guadato un piccolo corso d’acqua, superiamo una radura dove vediamo un segnavia su un masso. Il punto più delicato, perché incerto, si trova poco oltre, quando, per un breve tratto, dobbiamo piegare a sinistra e risalire un modesto corridoio erboso, per poi riprendere la direzione originaria, passando a monte del limite della macchia che colonizza il gradino che separa il circo dell’alta valle dall’ampia conca più in basso. Ci stiamo avvicinando al guado di un torrentello e vediamo, sul lato opposto, la ripartenza della traccia. Raggiunto il lato opposto del torrentello, ritroviamo una traccia sufficientemente visibile, e scendiamo per un breve tratto. Guadato un secondo torrentello, troviamo un breve tratto di salita in un canalino fra modeste roccette, che precede una successiva discesa su terreno erboso. Ci stiamo approssimando al corpo franoso che occupa l’ultimo lembo meridionale della valle e che dovremo tagliare prima di entrare nella boscaglia. Affrontiamo, quindi, una breve salita ad una piccola porta a sinistra di un masso, oltre il quale ci attende un tratto nell’erba alta, dove la traccia si perde. Attraversato un piccolo corso d’acqua, saliamo ancora, raggiungendo una selletta erbosa a sinistra di un grande masso. Una breve discesa ed un’altrettanto breve salita ci portano ad un segnavia su una placca rocciosa, oltre la quale la traccia comincia a scendere verso un ometto ed un nuovo segnavia.
La traccia si fa via via più chiara, e ci porta sul limite del corpo franoso, che attraversiamo salendo leggermente, senza difficoltà. Ci portiamo, quindi, alla macchia sul fianco del pizzo d’Orta, e riprendiamo a salire circondati da ontani. Dopo un breve tratto, il sentiero attraversa una vallecola rocciosa. Siccome le rocce sono spesso umide ed Sentiero al dosso della Motta. Foto di M. Dei Casinsidiose, con le quali questo tratto è attrezzato sono sicuramente opportune. Bene, dunque, per le corde fisse; peccato, però, trovarle su un sentiero per ora (luglio 2007) decisamente mal segnalato: chi dovesse, infatti, a percorrerlo a rovescio rispetto a noi troverebbe non pochi problemi di orientamento prima di raggiungere il bivio al centro della Val Pedena (ma anche nella prosecuzione verso la Valle di Lago). Oltre il valloncello ci attende uno strappetto severo, poi un tratto in saliscendi. Una successiva discesa porta ad un tratto pianeggiante e ad un nuovo strappetto, che ci porta ad uscire ad una radura.
Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero non procede diritto, ma piega a destra, scendendo sul largo dosso che scende dal pizzo d’Orta verso sud-ovest. Davanti a noi, sul fondo della Valle di Albaredo, vediamo il passo di S. Marco. Il sentiero corre a destra di una fascia di massi e macereti, e porta al limite superiore di un ampio terrazzo di pascoli, che occupa la parte alta del lungo dosso della Motta. Prima di descrivere il percorso verso l’alpe d’Orta, diamo conto di come scendere dai prati alla strada provinciale per il passo di S. Marco, nel caso si desiderasse abbreviare l’anello escursionistico: basta portarsi alla parte più bassa dei prati, verso nord-ovest, in direzione di un ben visibile traliccio, sul limite del bosco. Qui troviamo due sentieri che scendono alla strada provinciale, attraversando una bella peccata, uno sulla sinistra (direzione sud) ed uno sulla destra (direzione nord-est prima, poi ovest nell’ultimo tratto.
Riprendiamo il racconto della traversata integrale. Dal limite alto dei prati pieghiamo a sinistra, scendendo in diagonale, su sentiero più marcato, fino ad una baita con tetto in lamiera, quotata 1856 metri; la traccia si perde, Baita al dosso della Motta. Foto di M. Dei Casma noi proseguiamo nella discesa in diagonale, portandoci ad un rudere di baita, dove ritroviamo il sentiero, qui molto largo, che comincia a salire, diritto, per un tratto, fino a quota 1875 circa, proponendo poi alcuni saliscendi: stiamo descrivendo un arco verso nord-est, tagliando il crinale selvaggio che dal pizzo d’Orta scende verso sud-ovest. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431), il più alto nella Valle del Bitto di Albaredo.
È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dovremo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco.
Possiamo iniziare subito questa discesa, ma, se vogliamo completare l’incontro con i grandi alpeggi del Bitto, proseguiamo nella salita, in direzione del centro del vallone che scende dall’alpe. A quota 1920 circa, raggiunto il limite inferiore dell’anfiteatro dei pascoli dell'alpe d'Orta soliva, il sentiero tende a perdersi, ma possiamo proseguire la salita in direzione del ricovero con tetto in lamiera che si trova sulla nostra verticale, leggermente spostato a sinistra. Questo alpeggio, ampio e luminoso, è ancora caricato, per cui abbiamo buone probabilità di non sentirci troppo soli. Vale, come sempre, la raccomandazione di rispettare il pascolo, cercando e seguendo le tracce di sentiero, che, in pascoli come questo, con un po’ di attenzione si trovano quasi sempre.
Se abbiamo voglia, tempo ed energie, possiamo continuare a salire dal ricovero, prendendo a destra e puntando ad uno dei due lembi di pascolo che salgono fino al crinale che delimita ad est l’alpeggio. Qui troviamo un sentierino che, percorso verso sinistra, ci permette di salire senza troppe difficoltà alla cima del monte Azzarini (m. 2431).
L'alpe d'Orta. Foto di M. Dei CasDal ricovero possiamo anche prendere più a sinistra, puntando alla bocchetta d’Orta (m. 2175), che vediamo sulla sua verticale, stretto intaglio fra il pizzo d’Orta, a sinistra, ed il monte Azzarini, a destra, al quale sale un canalino un po’ ripido. La bocchetta si affaccia sull’alta Val Pedena e rappresenta una porta interessante per chi volesse chiudere l’anello tornando per la medesima via in direzione dell’alpe Piazza. Dalla bocchetta, infatti, scende un canalone un po’ ripido ma non difficile, che si allarga alla conca della baita di quota 2000. Raggiunta questa baita si prosegue la discesa tendendo leggermente a sinistra (ci sono segnavia bianco-rossi, ma distribuiti con parsimonia e molto sbiaditi) e passando a monte di un traliccio di teleferica. Poco oltre, con una serie di tornanti (oppure scendendo a vista verso il centro della valle), si raggiunge il bivio di Val Pedena, per il quale siamo già passati. Prendendo qui a destra si ripercorre l’itinerario che, passando per la Valle di Lago, ci riporta all’alpe Piazza.
Se, invece, vogliamo scendere lungo la più monotona ma tranquilla strada provinciale per il passo di San Marco, torniamo al punto sopra segnalato, dove lasciamo la mulattiera prendendo la debole traccia che se ne stacca sulla sinistra (per noi che scendiamo), tagliando in diagonale i ripidi prati e facendosi più in basso maggiormente visibile. Prendiamo come riferimento il punto nel quale il sentiero attraversa il solco della valle che scende dall’alpe d’Orta (e che confluisce, più in basso, nella più ampia Valle d’Orta), che delimita i prati davanti a noi: lo individuiamo facilmente per il bel muretto a secco che sostiene il sentiero stesso. Sul lato opposto, ci affacciamo ad una nuova fascia di prati, e qui il sentiero tende a perdersi. Poco male: restiamo, scendendo diritti, nei pressi del limite di destra dei prati, in vista dei roccioni che disegnano, sulla nostra destra, la piccola forra della valle L'alpe d'Orta vista dal crinale che sale al monte Azzarini. Foto di M. Dei Casche scende dall’alpe d’Orta (evitiamo di affacciarci!). La traccia riappare e ci porta verso sinistra, ad una nuova porta nella roccia che ci introduce all’ultima fascia di prati prima della strada provinciale per il passo di S. Marco, che vediamo sotto di noi. Di nuovo la traccia ci abbandona, e di nuovo scendiamo stando sul lato destro dei prati. Nell’ultimo tratto della discesa la ritroviamo e, in breve, concludiamo la discesa a quota 1810, al marcato tornante destrorso (per chi sale) della strada provinciale.
Scendiamo, ora, per un buon tratto verso sud; poi la strada piega a destra e noi, scendendo, troviamo, sulla sinistra, la pista che se ne stacca e scende alla casera dell’alpe d’Orta vaga (dalla quale si può scendere ad intercettare la Via Priula, che potremmo sfruttare nella discesa al dosso Chierico e ad Albaredo, se non avessimo lasciato la macchina sulla strada provinciale). Ignorata la deviazione, incontriamo, sulla destra, la bella casera d’Orta soliva (m. 1724), oltrepassata la quale ci attende un lungo e monotono tratto verso nord-ovest, al termine del quale, raggiunto il filo del dosso della Motta, la strada piega decisamente a destra (est), portandoci al solco della Val Pedena, dove troviamo la Casera di Pedena. Qui riprendiamo l’andamento verso nord-ovest e, di nuovo, descriviamo un arco verso nord-est (destra), raggiungendo il solco della Valle di Lago, dove si trova, un po' rialzato rispetto alla strada, il rifugio Alpe Lago. Oltre il rifugio, proseguiamo aggirando l'ultimo ampio dosso e ci ritroviamo al punto nel quale, a 1350 metri circa, si stacca, sulla destra, la strada per i Cornelli, e dove abbiamo lasciato l’automobile, 7-8 ore prima (il dislivello in salita complessivo in salita è di circa 800 metri).
L'alpe d'Orta (a sinistra), il monte Azzarini e la strada per il passo di San Marco. Foto di M. Dei Cas

Difficoltà
EE
Dislivello
800 mt
Tempo
7-8 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

La porta che consente la traversata da Albaredo e Tartano

La Valle di Pedena vista da quota 2050 circa. Foto di M. Dei Cas
Il passo di Pedena (m. 2234) è la più agevole porta che congiunga la Valle del Bitto di Albaredo con la Val Budria, ramo occidentale della Val Corta (Val di Tartano). L’etimologia del toponimo è controversa: secondo alcuni deriva da una voce il lirica che significa “luogo fortificato”, ma più probabile è l’origine dal latino “pedes”, “piede”, a significare un luogo che può essere raggiunto solo a piedi in quanto erto, ripido. Ed in effetti il primo tratto del versante che scende dal passo verso la Val Budria è abbastanza ripido, ma, per il resto, si tratta di un passo facilmente praticabile anche da escursionisti privi di consolidata esperienza (il che non significa che non si debba prestare quell’attenzione che deve accompagnare, in montagna, ogni passo).
Il valico è posto su un’ampia sella erbosa, che si stende fra il monte Pedena (m. 2399), a nord, ed il monte Azzarini o Fioraro (m. 2431), a sud, sella nella quale culmina, sul versante della Valle di Albaredo, l’ampia Val La Val Pedena vista dalla strada per S. Marco. Foto di M. Dei CasPedena, che si apre interamente alla vista di coloro che transitano sulla strada provinciale n. 8 del passo di San Marco, all’altezza della Casera di Pedena (km 20). Il passo è anche la via più semplice per effettuare una bella traversata dalla Valle di Albaredo alla Val Tartano, e di qui passa il sentiero Andrea Paniga, sezione occidentale della Gran Via delle Orobie, che scende dal passo di S. Marco.
Per essere più precisi, di qui passa la variante meridionale della Gran Via delle Orobie: ne esiste anche una più bassa, cioè settentrionale, che sfrutta la meno nota bocchetta del Pisello, alla quale sale dall’alpe Piazza, per poi scendere direttamente alle contrade all’ingresso della Val Corta e di qui a Tartano (la variante meridionale contempla, invece, la discesa dell’intera Val Budria).
Ovviamente entrambe le varianti hanno i loro pro e contro. Quella più alta (per il passo di Pedena) è sicuramente più agevole, non pone grossi problemi di orientamento e permette la traversata integrale del circo alto della bella e selvaggia Val Budria, con passaggio diretto alla Val di Lemma senza perdere quota: per questi motivi la consiglio, anche se la salita al passo di Pedena è segnalata assai male. Quella più bassa, per la bocchetta del Pisello, ha il vantaggio di passare per gli splendidi scenari dell’alpe Piazza, facendo eventualmente tappa al rifugio omonimo, ma ha uno svantaggio di non poco conto: la discesa dalla bocchetta del Pisello al fondo della Val Corta, in attesa di segnalazione più efficace  (stante la situazione al luglio 2007; spero che questo rilievo sia ben presto superato) è tutt’altro che semplice, per motivi di orientamento (più di una persona si è persa nei boschi del versante occidentale della bassa Val Corta).
La Casera di Pedena. Foto di M. Dei CasRaccontiamo, dunque, la salita al passo di Pedena, illustrando anche l’eventuale successiva discesa per la Val Corta, fino a Tartano. Dobbiamo portarci con l’automobile da Morbegno ad Albaredo per S. Marco, proseguendo poi in direzione del passo, fino all’altezza del km. 20, dove incontriamo l’ampio solco della Val Pedena, che si apre a sinistra della strada. Troviamo segnalazioni della Casera di Pedena. Prima di impegnare il ponte che scavalca il torrente Pedena, per poi volgere decisamente a destra, la strada presenta, sulla destra, un ampio slargo, al quale possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1538 metri. Dal parcheggio vediamo pressoché tutta la Val Pedena, compresa l’ampia sella terminale sulla quale è posto il passo.
Attraversata la strada, imbocchiamo la breve pista che conduce alla Casera di Pedena. Appena oltre la casera, imbocchiamo un sentierino che si addentra nella valle, sul fianco sinistro (per chi sale), con andamento diritto, in leggera salita, fino ad un casello dell’acqua, oltre il quale la traccia va perdendosi. Proseguiamo, quindi, a vista, fra radi pascoli e molti piccoli massi, mantenendo la medesima direzione e rimanendo, nel versante settentrionale della valle, più o meno a metà fra il torrente, che scorre, più in basso, alla nostra destra, ed una fascia di ontani, che colonizza il versante più in alto, alla nostra sinistra. Guardando davanti a noi, a sinistra, intuiamo dove passa la via che ci permette di superare il salto roccioso che ci separa dal circo terminale della valle: l’unica via praticabile sembra (ed è) la fascia di ontani che sale fra due formazioni rocciose.
Il pizzo d'Orta. Foto di M. Dei CasQuando giungiamo in vista di una serie di muretti a secco posti in sequenza dall’allto al basso, pieghiamo a sinistra e passiamo a monte dei muretti più bassi (ogni tanto si vede qualche segnavia bianco-rosso, ma non possiamo farci troppo affidamento). Arrivati all’altezza del più interno (nella valle) dei muriccioli, pieghiamo decisamente a sinistra e cominciamo a salir quasi diritti, puntando ad un grosso masso. Passando, poi, a sinistra di una porta fra muretti a secco, proseguiamo nella salita, su debole traccia di sentiero, verso il limite inferiore della fascia di ontani. Prima di raggiungerla, però, pieghiamo a destra, portandoci sul filo di un dossetto, che si affaccia su un torrentello: sul lato opposto del valloncello, osservando con un po’ di attenzione, vediamo il punto nel quale il sentiero riprende, dopo aver guadato il torrentello. Portiamoci al guado e passiamo sul dossetto erboso che sta sul lato opposto del torrentello: qui, seguendo il sentiero, pieghiamo a sinistra e cominciamo a risalirlo zigzagando, rimanendo a destra della fascia di ontani, finché il sentiero piega a sinistra e torna al torrentello, passandolo ora da destra a sinistra e proseguendo sul lato opposto.
Troviamo subito un segnavia bianco-rosso su un sasso alla nostra sinistra, ma il sentiero è ben visibile, per cui procediamo tranquilli. La traccia, dopo un tratto con andamento zigzagante, piega a destra, facendosi anche un po’ sporca, e ci riporta per la terza volta al torrentello: volge quindi a sinistra, sale tenendosi parallela ad esso per un tratto, poi scarta a destra e lo attraversa. Usciamo, così, dalla fascia di ontani, ad una quota approssimativa di 1810 metri. La traccia, ora, diventa molto meno visibile: siamo su un terreno di bassa Bivio sulla GVO in Val Pedena. Foto di M. Dei Casvegetazione e dobbiamo prestare attenzione a seguirne i segni, proseguendo quasi in piano e passando sotto un masso liscio.
Alla fine usciamo alla parte bassa dei prati del circo terminale della valle. Per un breve tratto la traccia c’è, poi torna a scomparire. Procediamo, dunque, prendendo come punto di riferimento il limite superiore della fascia di ontani che si trova alla nostra destra e rimanendo qualche metro più alti rispetto ad essi. Procedendo così, su terreno un po’ accidentato, raggiungiamo un piccolo corso d’acqua, che non attraversiamo, lasciandolo alla nostra destra; piegando leggermente a sinistra, dopo una breve salita ci portiamo al punto nel quale intercettiamo quella che un tempo doveva essere una larga e comoda mulattiera, che proviene da sinistra (cioè dal rudere di baita che è rimasto, nascosto dalla curvatura dei prati, alla nostra sinistra) e prosegue verso destra (segnavia bianco-rossi).
Seguendola verso destra, raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San la mulattiera per il passo di Pedena. Foto di M. Dei CasMarco. Il terzo cartello, quello che ci interessa, indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti.
Prendiamo, dunque, a sinistra, iniziando a salire verso est-nord-est (la traccia, qui, non si vede), per poi piegare a destra ed attraversare una sorta di corridoio erboso. C’è da dire che in questo punto della salita non è facile seguire la traccia, che gioca a rimpiattino; in ogni caso si può salire anche a vista, descrivendo una diagonale che tende gradualmente a destra: ci si ritroverà ad un ripido versante erboso che sale diritto alla sella del passo (lo si può sfruttare, ma è piuttosto faticoso), oppure, proseguendo nella diagonale verso destra, alla baita isolata di quota 2000, leggermente a destra rispetto al passo (non è indicata sulla carta IGM). Vediamo, comunque, come tentare di seguire la traccia fino a questa baita.
Qualche segnavia sbiadito ci fa salire per un tratto verso destra, poi svoltare a sinistra, e quindi di nuovo a destra. Giungiamo, così, in vista del manufatto che serviva alla teleferica ormai in disuso, e che testimonia l’importanza, in passato, di questo ampio alpeggio. Sulla destra, più in basso, vediamo anche un calecc. Ora bisogna tirare un po’ ad indovinare: c’è una svolta a sinistra (con successiva svolta a destra), ma non è facile vederla. Se la perdiamo, prendiamo come punto di riferimento una splendida pianetta erbosa, e cominciamo a salire ad qui diritti, superando con un po’ di fatica ma senza difficoltà alcune rocce montonate: alla fine, ad una Muretto a secco del recinto della baita di quota 2000. Foto di M. Dei Casseconda pianetta, intercettiamo di nuovo, ad una quota approssimativa di 1960 metri, la traccia, che proviene da sinistra, e la seguiamo verso destra. Qui è tornata ben visibile, in alcuni tratti scalinata, e si destreggia fra diversi affioramenti rocciosi.
Passiamo, così, alti, sulla verticale del manufatto della teleferica, attraversiamo un piccolo corso d’acqua e raggiungiamo l’ampia conca della piccola baita posta a quota 2000 metri, presso la quale vediamo un grande roccione ed un ampio recinto con muretto a secco. Sul lato meridionale (di destra) del muretto vediamo una porta e, su un masso, un grande rettangolo bianco. L’indicazione riguarda non la salita al passo di Pedena, ma alla bocchetta di quota 2175, che vediamo più in alto, leggermente a sinistra (non confondiamola con un intaglio nella roccia molto più marcato, a destra) al termine di un canalone abbastanza ripido, aperta fra il pizzo d’Orta a destra (m. 2183), scuro corno roccioso che sorveglia l’angolo sud-occidentale della Val Pedena, e i versanti rocciosi che scendono a nord dal monte Azzarini, a sinistra. L’indicazione è rivolta a coloro che intendono effettuare una traversata dalla Val Pedena all’alta alpe d’Orta, sfruttando proprio la bocchetta. Dall’alpe d’Orta, poi, ci si può portare sul crinale che scende verso sud-ovest dal monte Azzarini e, percorrendolo, guadagnarne la cima.
Noi, invece, dobbiamo, dalla baita, procede in altra direzione (nord-est), cioè portarci sulla porta di sinistra (oltre la quale si trova un segnavia bianco-rosso), ritrovando il sentiero che attraversa un corso piccolo d’acqua da destra a sinistra (il medesimo che abbiamo attraversato in direzione inversa, poco sotto). Proseguendo diritti, Mulattiera per il passo di Pedena. Foto di M. Dei Caspassiamo per una bella porta intagliata in un roccione e raggiungiamo un baitello diroccato a quota 2040; poi pieghiamo a destra, descrivendo un arco che ci porta a salire in direzione di un muretto a secco che sostiene un tratto del sentiero, a quota 2110 circa. Approdiamo alla fascia dei pascoli più alti, quando la traccia si perde saliamo per un tratto diritti zigzagando e la intercettiamo più in alto, in un punto nel quale tende a sinistra. Superato un piccolo gradino costituito da un masso, giungiamo in vista dei cartelli che, alti sopra di noi, segnalano il punto della sella nel quale è posto il passo.
Ora possiamo anche procedere tranquillamente a vista, fino ai 2234 metri del passo di Pedena, che raggiungiamo dopo circa 2 ore minuti di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 700 metri). Il panorama dal passo non è molto ampio. Più ampio è quello sul lato della Valle di Albaredo: davanti a noi vediamo l’ampio dosso di Bema e, alle sue spalle, il versante occidentale della Val Gerola. Sul fondo, uno scorcio dell’alto Lario, della alpi Lepontine e della Costiera dei Cech. Sul versante opposto, invece, il panorama è dominato dall’alta Val Budria. I due cartelli della GVO posti sul passo ci informano che nella direzione dalla quale siamo saliti la GVO scende fino al bivio sopra menzionato, proseguendo (a sinistra) per il passo di S. marco, che si raggiunge dopo 2 ore e 30 minuti (il passo di Verrobbio è dato, invece, a 3 ore e 20 minuti). Sul versante della Val Tartano, invece, la GVO effettua, in 3 ore, la traversata al passo di Tartano (per il circo alto delle valli Budrie e di Lemma), scendendo, poi, ai laghi di Porcile (dati a 3 ore e 20 minuti).
Il passo di Pedena. Foto di M. Dei CasLa discesa all’automobile avviene per la medesima via di salita, ma, se disponiamo di due mezzi ed uno di questi ci attende a Tartano, possiamo scendere dalla Val Budria, completando una bella traversata fra le due valli. All’inizio la discesa è un po’ ripida è un po’ripida: dopo un primo tratto a destra (sud-sud-est), pieghiamo a sinistra (est-nord-est), passando a destra di un ampio corpo franoso, fino a raggiungere, scendendo a zig-zag, verso la ben visibile baita isolata dei Pradelli di Pedena (m. 2024), dove si trova un bivio: prendendo a destra si segue la GVO che traversa l’alta valle e raggiunge la bocchetta che si affaccia all’alta Val di Lemma; prendendo a sinistra, invece, si scende in bassa Val Budria. Prendiamo, dunque, a sinistra (nord-nord-est), su sentiero ora ben visibile, lasciando la GVO e scendendo alle due baite di Saroden (m. 1974).
Qui pieghiamo leggermente a destra (ignorando invece una traccia di sinistra, peraltro poco visibile), scendendo fino al limite di una fascia di ontani, nella quale il sentiero, molto marcato, si immerge, proseguendo nella discesa con qualche tornante. Raggiunto il limite basso della fascia, ci affacciamo ai pascoli del fondovalle, dove la traccia si va perdendo. Scendendo in diagonale, passiamo per la baita isolata di quota 1555 e puntiamo alla casera di Val Budria (m. 1488) sul limite basso dell’ampia conca che si stende ai piedi dell’ultimo gradino di soglia della valle. Qui troviamo la mulattiera che prosegue nella discesa della valle, rimanendo sempre a sinistra del torrente. Passiamo, così, bassi rispetto al bel nucleo di baite della Bratta (m. 1402). Alla contrada Bagini troviamo, ignorandola, la deviazione a destra per la Val di Lemma.
Panorama occidentale dal passo di Pedena. Foto di M. Dei Cas
La mulattiera diventa un tratturo, che porta alla pista carozzabile tracciata di recente dal parcheggio della Biorca. Percorrendola, siamo all’ampio slargo presso la località Biorca (m. 1165), più bassa rispetto al nucleo centrale di Tartano: qui, di solito si parcheggiano le automobili, e qui, dunque, ritroveremo la nostra, che ci consentirà di recuperare la seconda automobile, parcheggiata alla Casera di Pedena. La traversata dalla Casera di Pedena a Tartano richiede circa 4 ore di cammino, per un dislivello in salita approssimativo di 700 metri.

Difficoltà
E
Dislivello
700 mt
Tempo
2 h

- Cartina Kompass del Parco delle Orobie Valtellinesi
Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas

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