Tempo
da lupi: capita, talvolta, di usare quest’espressione, quando
nevica, il freddo è intenso e la bruma sembra avvolgere e sospendere
ogni forma di vita. Come se ci si aspettasse, improvviso e pauroso,
l’ululato che annuncia la presenza del predatore divenuto nell’immaginario
popolare, a torto o a ragione, simbolo di vorace e spietata crudeltà.
Vi fu furono, però, anche tempi da lupi, tempi nei quali questo
animale rappresentava, anche in Valtellina, una minaccia costante per
le greggi, ed era assai temuto anche dagli uomini. Mentre per la media
Valtellina il Besta scriveva che nel 1822 il lupo poteva dirsi scomparso
(anche se in realtà si era solo ritirato a quote medio-alte),
per l’alta Valtellina, ancora nel 1834, si poteva scrivere che
“tra i quadrupedi selvatici della valle si conta una gran quantità
di lupi, pericolosi spesso per gli uomini non meno che per gli animali
domestici”.
L’Ottocento fu, comunque, un secolo durissimo per i lupi: la caccia
divenne sempre più serrata ed agguerrita, incentivata com’era
dai premi riservati a coloro che ne abbattevano esemplari. Fra la fine
del secolo e l’inizio del Novecento l’epilogo di questa
guerra senza quartiere:
il
lupo sopravvisse solo nelle favole e nelle leggende raccontate ai bambini,
poiché sulle nostre montagne risultava estinto.
Ora, a distanza di oltre un secolo, sta tornando sulle Orobie: nel 2003
l’esame di feci ha dimostrato la presenza, nelle Orobie orientali,
di un esemplare della popolazione italiana. Si sapeva già del
suo ritorno sull’arco alpino: diversi esemplari ne avevano raggiunto
il settore occidentale risalendo gli Appennini. Gli esperti non hanno
dubbi: il lupo ritornerà alla grande, è solo questione
di tempo. Ora che è protetto ed ha a disposizione abbondanza
di ungulati, sue prede elettive, ripopolerà anche l’arco
alpino centrale.
Ma torniamo ai tempi da lupi, quando, negli inverni più freddi,
questi animali scendevano fino al piano, spinti dai morsi della fame
(eh sì, anche il lupo avverte i morsi…) e dalla carenza
di prede. Nella raccolta di novelle “Bozzetti Valtellinesi”
(pubblicata nel 1878 per i tipi di Bonazzi di Tirano), il già
citato Giuseppe Napoleone Besta riporta un episodio tragico, che ha
come scenario il piano della Selvetta, da lui stesso definito “per
strane leggende memorabile, come quello in cui avvennero scene di sangue;
e nessuno osava temerario avventurarsi di notte in quei paraggi”.
L’inizio dell’Ottocento portò una serie di inverni
assai rigidi: in quello del 1812, scrive il Besta,
“scoppiavano
nottetempo gli alberi nelle pianure di S. Giacomo e della Selvetta,
imitando lo sparo dei mortaretti”, ed aggiunge che la temperatura
scese di 20 gradi al di sotto dello zero.
Anche l’inverno del 1816 fu terribile, e lo scrittore lo definisce
“un inverno dei più orrendi…che poi preparò
la miseria del 1817 di dolorosa memoria”. Un tempo da lupi in
tempi da lupi, che, nel gennaio di quell’anno, fu all’origine
di una pietosa tragedia. Protagonisti, due gendarmi di Sondrio, che
ricevettero l’ordine di perlustrare, di notte, la strada Colico-Sondrio,
in seguito ad alcune aggressioni e rapine subite da viaggiatori che
vi transitavano. Non si trattava di una missione facile, perché
i banditi erano persone pronte a tutto, ma i due non avrebbero mai immaginato
quale insidia li attendeva mentre percorrevano il primo tratto della
piana che da S. Pietro di Berbenno si stende fino ad Ardenno, cioè,
appunto, la piana della Selvetta, a nord dell’omonimo borgo.
Procedevano, cauti, guardinghi, armati di tutto punto, alla luce incerta
della luna, circondati dai pioppi che fiancheggiavano la strada e dalla
gelida distesa dei prati ricoperti da un’abbondante coltre di
neve, in un silenzio irreale, che stringeva il cuore, tanto quanto il
gelo stringeva le membra fino al punto di far male. Verso nord-ovest,
in direzione della Val Masino, quasi indifferenti nella loro regale
eleganza,
le
cime della valle di Spluga si stagliavano, chiare, contro il cielo,
e si poteva distinguere nettamente il profilo regolare della cima del
Desenigo, le dolci selle del passo di Primalpia e di quello gemello
di Talamucca, la severa cuspide del monte Spluga, o cima del Calvo.
Ma non badavano ad esse i due gendarmi, che avanzavano al piccolo trotto,
osservando con attenzione qualunque dettaglio potesse rivelare la presenza
dei banditi cui davano la caccia.
Ecco che, d’improvviso, i cavalli, senza alcuna sollecitazione,
passarono dal troppo al galoppo, sorprendendo non poco i due militari,
che ne conoscevano bene l’indole docile e pronta all’obbedienza.
Questi tentarono in tutti i modi di riportarli al trotto, di frenarne
la corsa, ma senza esito: evidentemente i cavalli avevano avvertito
delle presenze che li avevano terrorizzati, ed ora fuggivano senza neppure
avvertire i loro ordini. Nella mente di entrambi passò un medesimo
pensiero: si trattava, probabilmente, di un agguato dei banditi, e la
fuga precipitosa dei cavalli rischiava di farli passare come vili, cosa
che non avrebbero mai voluto per nessuna ragione al mondo. Di chiunque
si trattasse, lo volevano affrontare, anche a rischio della vita, ma
come fermare i cavalli imbizzarriti?
Mentre erano presi da questi pensieri, accadde qualcosa che gelò
loro il sangue nelle vene: un ululato, improvviso e lacerante, trapassò
l’aria gelida, e poi un altro ancora, ed infine un coro di ululati.
Compresero,
di colpo, di essere inseguiti non da banditi, ma da un branco di lupi
resi famelici dal terribile inverno e dal lungo digiuno. Non si trattava
più di salvare l’onore, ma la pelle, per cui, senza neppure
volgere lo sguardo alle loro spalle, cominciarono a spronare ancor più
i cavalli, che non avevano, peraltro, alcun bisogno di essere sollecitati,
e galoppavano con tutta la forza che era rimasta nelle loro membra.
Una forza che andava, però, rapidamente esaurendosi, perché
la neve, sulla strada, rendeva faticosa la loro corsa, mentre il branco
di lupi, che si avvicinava alle loro spalle, sembrava scivolare sul
manto candido. Non si vedeva alcuna cascina, alcun casolare, non c’era
segno di nessun possibile soccorso, i lupi si facevano sempre più
vicini, sembrava quasi di sentirli, ora, ansimare nella corsa dispiegata.
I cavalli non reggevano ormai più lo sforzo, e cominciarono a
rallentare. Il branco fu loro addosso. Avvertendo la sua presenza, uno
dei due cavalli incespicò e cadde, disarcionando il gendarme,
che cadde in un fosso; l’altro, invece, proseguì la corsa
disperata, ed il commilitone all’inizio neppure si accorse, tutto
concentrato com’era a far corpo unico con il proprio cavallo,
dell’orribile sorte del compagno.
Se
ne rese conto solo quando udì una serie di colpi, ripetuti: riconobbe
le sue pistole e la carabina. Udì, anche, grida che nulla parevano
avere d’umano, ed i gemiti del cavallo. Poi più nulla,
il silenzio irreale ristabilì sulla piana la propria signoria.
Come folgorato, il gendarme superstite si scosse e tentò con
ogni mezzo di fermare la corsa del cavallo, per prestare soccorso al
compagno. Ma i suoi sforzi non valsero a nulla, ed alla fine si abbandonò
alle braccia della sorte, qualunque essa fosse.
Fu una sorte benigna con lui: ben presto raggiunse un casolare, dove
fu soccorso. Era ormai alla piana del Masino, ed aveva lasciato alle
spalle di un buon tratto la scena della tragedia. Non era affatto prudente
mettersi di notte alla ricerca del gendarme caduto. I primi soccorsi
si mossero solo sul far del giorno. Una livida alba fu lo scenario del
ritrovamento delle sue spoglie e di quelle del cavallo. Neppure si poteva
parlare di spoglie, ma di resti, sparsi qua e là, di ossa spolpate,
fra le pistole, la carabina e la sciabola, la cui lama era spezzata.
Una scena che si impresse indelebilmente nella memoria degli sgomenti
testimoni.
Oggi la piana, anche nelle più fredde giornate invernali, mostra
uno scenario assai meno lugubre ed inquietante, ed è, anzi, diventata
luogo ideale per gli amanti dello jogging e delle tranquille biciclettate.
In particolare, è possibile attraversarla interamente, da Ardenno
a S. Pietro Berbenno, senza transitare né sulla ss. 38 dello
Stelvio né sulle due strade pedemontane, quella orobica e quella
retica (la via Valeriana).
Per
farlo, portiamoci al ponte sul canale dell’Adda vecchia, che si
raggiunge percorrendo la via Empio dal centro di Ardenno verso la ss
38, ed imbocchiamo la lunga striscia della stradina in terra battuta
che taglia la piana di Ardenno, in direzione della piana della Selvetta.
Giunti ad un bivio, prendiamo a destra e, dopo una seconda curva a gomito
verso sinistra, raggiungiamo le case della località Prada. Abbiamo,
così, superato il confine del territorio del comune di Ardenno,
ma sicuramente non ce ne siamo accorti. La pista raggiunge la strada
asfaltata che congiunge la ss 38 a Villapinta: attraversiamola con cautela,
imboccando una stradina secondaria che, dopo un primo tratto in asfalto,
ridiventa di terra battuta. Intanto, volgendo lo sguardo a nord, possiamo
ammirare Buglio in Monte.
Avanti, ancora, fino ad una curva a sinistra e ad una seconda curva
a destra; una terza curva a sinistra ci porta ad un ponte che scavalca
l’Adda vecchia. Fiancheggiamo poi un campo di granoturco ed aggiriamo
una seconda roggia piegando a sinistra e di nuovo a destra, fino all’argine
orientale, in cemento. Sfruttando l’argine, ci riportiamo su una
stradina che raggiunge una stradina asfaltata, la quale, a sua volta,
congiunge la via Valeriana alla ss 38; seguiamola per un breve tratto
verso destra, lasciandola ad un ponticello, sulla sinistra, che conduce
ad una nuova strada sterrata.
Poco
oltre una cascina isolata, raggiungiamo il campo di prova del Club di
Aeromodellismo Valtellinese. Proseguendo ancora, intercettiamo una seconda
stradina asfaltata, che possiamo seguire per un tratto, per poi lasciarla
alla prima deviazione utile a destra, che ci porta di nuovo nel cuore
dei campi, oppure alla prima deviazione a sinistra, in direzione di
San Pietro, che appare ormai non lontana, verso est. Il ritorno ad Ardenno
può avvenire per la medesima via, oppure sfruttando la strada
provinciale Valeriana.
Per gli amanti di jogging o passeggiate tranquille e magari un po’
malinconiche anche l’argine dell’Adda da Ardenno a Fusine
rappresenta un’occasione interessante. Incamminiamoci, allora,
sulla stradina sterrata che parte alle spalle della stazione ferroviaria
di Ardenno e punta verso l’argine dell’Adda. Possiamo seguirla
fino in fondo oppure, alla curva a destra, imboccare un sentierino fra
due campi di granoturco.
In entrambi i casi potremo facilmente salire sul largo argine, che raggiunge,
dopo una curva appena accennata a destra, il ponte sull’Adda di
Sirta. Il paese di Sirta gode del non invidiabile primato di essere
il meno esposto al sole in Italia: eppure il respiro del grande fiume
comunica anche a questi luoghi un’impressione di grande vitalità.
Attraversata
la strada, eccoci di nuovo sull’argine, per un nuovo lungo tratto
diritto che ad un secondo ponte, quello di Selvetta. Pochi metri sull'asfalto,
e siamo di nuovo sull'argine settentrionale, per un terzo tratto che
conduce ad una piccola strettoia, dove il fondo è un po’
sconnesso (è l’unico tratto che può presentare qualche
insidia per i piedi di un corridore: il resto del fondo è regolare).
Oltre la strettoia, un ultimo lunghissimo tratto diritto, prima dell’ultima
semicurva a destra che precede la fine dell’argine, nei pressi
del passaggio a livello di S. Pietro di Berbenno (a circa 8 chilometri
dal suo inizio). E’ possibile percorre l’argine anche in
bicicletta; per gli amanti delle due ruote, tuttavia, le piste in terra
battuta che corrono appena sotto l’argine, su un lato e sull’altro,
offrono un fondo meno faticoso.