Una
delle credenze più diffuse nell’ambiente alpino retico
rimanda ai tempi remoti in cui la montagna venne colonizzata dall’uomo.
In origine, il bosco e la selva, con tutte le loro insidie e minacce,
ne erano i protagonisti incontrastati.
Ma la credenza immagina che questo mondo duro e misterioso non fosse
appannaggio solo di animali e piante, ma anche di un essere dalle sembianze
e dai costumi in parte umani, in parte animali. Un essere dei boschi,
delle selve, quindi selvatico (“selvadec” o “salvadec”,
con termini dialettali).
Secondo un’autorevolissima concezione, che di solito si riferisce
al filosofo Aristotele, l’uomo è animale “politico”,
cioè tende, per natura, ad associarsi ad altri uomini fondando
comunità e città. Chi non sente questo bisogno è
meno che uomo (animale), o più che uomo (Dio). L’”homo
selvadego” (o “salvadego”) sembra, almeno in parte,
contraddire questa concezione: ha tratti umani (anche se il suo pelo
ispido ed irsuto, di cui solamente rivestito, lo rende una figura paurosa,
simile, per certi aspetti, allo Yeti, “abominevole” uomo
delle nevi), ma vive solitario e non sente il bisogno di abbattere boschi
e fondare villaggi o città.
Sbaglieremmo,
però, ad immaginare questo essere come primitivo: o meglio, lo
è solo nel senso etimologico di essere stato il primo abitatore
dei monti, non nel senso di essere rozzo e sprovveduto. Fu proprio lui,
anzi, ad insegnare ai colonizzatori quelle arti che permisero loro di
sopravvivere alla durezza dell’ambiente montano, vale a dire la
coltivazione dei campi, l’allevamento degli animali, l’apicoltura,
l’arte casearia, l’arte dell’estrazione e della lavorazione
dei metalli. Fu sempre lui a mostrare un costume morale che appare tutt’altro
che incivile: non si mostrò ostile di fronte all’invadenza
dei nuovi venuti, preferì ritirarsi, discretamente, nelle valli
più nascoste e nei luoghi più impervi ed inaccessibili.
E di lui resta, come sintesi di un atteggiamento antitetico rispetto
alla violenza predatoria, quel motto che ne accompagna una raffigurazione
nella celebre “camera picta” (1464) che si trova in una
casa (che ospita anche il Museo
dell'homo salvadego) della contrada Pirondini di Sacco (m. 700),
primo paese che si incontra salendo in Val Gerola: “E sonto un
homo selvadego per natura – chi me offende ge fo pagura”.
La paura, dunque, come unica punizione per chi manca di rispetto a questo
essere che rimanda al mito di un’originaria alleanza fra uomo
e natura. La paura, quasi punizione della coscienza morale (è
credenza assai radicata che la paura sia figlia della cattiva coscienza,
ed attanagli quindi chi fa del male: “male non fare, paura non
avere”, recita un adagio della saggezza popolare). In quest’ottica,
l’homo selvadego diventa non solo espressione della bontà
originaria della natura e di quegli esseri che sanno vivere in armonia
con essa, ma anche una sorta di specchio morale che ricorda all’uomo
quanto sia innaturale l’offesa, cioè la gratuita forma
di violenza.
L’homo
salvadego appare, dunque, come una delle tante espressioni del "buon
selvaggio", di illuministica memoria, ma non per questo cessa di
mostrare anche tratti assai inquietanti. La forza, soprattutto: il robusto
bastone che impugna, anche nell'immagine dello stemma della Lega delle
Dieci Giurisdizioni (che faceva parte della Lega Grigia) rimanda a questo
aspetto. Una figura complessa, dunque, in cui sono probabilmente proiettati
i sentimenti ambivalenti suscitati nei montanari da una natura insieme
minacciosa e rasserenante. Diverse le testimonianze figurative di questa
figura mitica: da quella di Sacco, in una dimora rurale ora divenuta
museo, alle due della Porta Poschiavina di Tirano e a quelle del monte
Sassalbo, presso Poschiavo.
Ulteriori notizie possono essere trovate nel volumetto "L'Homo
Salvadego di Sacco in Val Gerola", di Natale Perego, edito da Bellavite
nel 2001.