Cosa
accade alle anime dopo la morte? Nella visione teologica cristiana più
antica, l’alternativa è secca: sono giudicate degne dell’eterna
beatitudine del Paradiso, oppure meritevoli dei supplizi eterni dell’Inferno.
Nei secoli dell’alto medioevo cominciò, poi, ad essere
elaborata la dottrina teologica del Purgatorio, cammino di purificazione
che può essere lungo e doloroso, ma che ha come esito la luce
della salvezza.
Anche la fantasia popolare, però, elaborò, nei secoli,
una sua ingenua ed immaginifica visione dei destini oltre la morte.
L’esito più interessante di tale elaborazione è,
in Valtellina, la credenza nei cunfinàa, o confinàa, cioè
nelle anima “confinate”, relegate in luoghi tutt’altro
che accoglienti, per scontare lì l’eterna pena meritata.
In questa credenza si fondono più motivi. Il principale è
il tema dello spirito malvagio che abita i luoghi più paurosi
o remoti, dai quali, se possibile, è bene tenersi lontani. Ma
sul modo in cui lo spirito vive il suo esilio eterno sussistono diverse
varianti.
La più “logica” lo presenta (o li presenta, perché
spesso si tratta di una “colonia” di spiriti) inchiodato
ad una pena faticosa e disperata (spesso cavare oro o metalli, spaccare
pietre, battere con mazze contro macigni, portare enormi massi sulle
spalle, portare carichi d’oro da versare in una voragine senza
fondo, tutte attività penose che si ripetono di notte in notte,
sempre eguali e prive di senso, e che richiamano l’antico mito
greco di Sìsifo).
Talora
questa pena corrisponde al criterio del contrappasso: gli avari, per
esempio, dovranno cavare, con un’eterna ed insensata fatica, oro.
Ci sono anche versioni secondo le quali questa condizione non è
eterna, ma corrisponderebbe ad una periodo di espiazione che alla fine
dona all’anima la necessaria purezza per salire a Dio. Secondo
altre ancora, infine, questi spiriti conservano una certa libertà,
e continuano a manifestare la loro malvagità a danno degli uomini,
spaventandoli con rumori od urla, mettendo a soqquadro le baite, ostacolando
in vario modo il loro transito in certi luoghi o le loro attività
(in genere, rovesciando loro addosso massi). Questa credenza sembra
esprimere un’idea del genere: ci sono persone talmente cattive
che si fatica a pensare che smettano di fare del male dopo la morte.
Unico, ma sicuro modo per difendersi, è la preghiera, anche nella
forma estremamente sintetica del segno di croce.
Molti sono i luoghi legati a tale credenza. In alta valle, possiamo
ricordare la val d’Uzza, la val Vitelli, i boschi di Pezzel, il
monte delle Mine ed il pizzo Bianco.
Diversi sono i luoghi di confino anche in Media Valtellina. I più
famosi sono la Val di Togno, dove sono relegati i golosi, ridotti ad
essere divorati da una fame senza fine ed a contendersi i magri pascoli,
e l’alta valle di Postalesio.
Qui,
sul lato occidentale, ai piedi del passo di Scermendone e dei Corni
Rossi, si trova un pianoro nascosto, detto Piana dei Dannati o Piana
di Zana, che ospita i cunfinàa dei Corni Rossi. Chi passasse
di qui nottetempo potrebbe udirli battere senza sosta le loro mazze
sulle innumerevoli pietre che disseminano una vasta ganda, in una terra
che sembra davvero dimenticata da Dio e dagli uomini.
Spostiamoci, infine, in alta Valmalenco, e precisamente in quella valle
del Muretto che, a nord di Chiareggio, è una delle più
agevoli porte naturali fra versante retico italiano e svizzero. Si tratta
di una valle legata alla travagliata storia dei contrasti fra cattolici
valtellinesi e protestanti della Lega Grigia, al tempo in cui questa
dominava la Valtellina. Di qui passò, prigioniero, l'arcivescovo
Nicolò Rusca, che da 28 anni reggeva con grande energia la parrocchia
di Sondrio e che venne rapito da una sorta di incursione dei soldati
svizzeri e portato a Thusis, dove era stato costituito un tribunale
speciale, lo "Strafgericht", e dove morì, sotto tortura,
il 4 settembre 1618. L'episodio suscitò uno scalpore enorme,
e convinse i cattolici che i Grigioni volevano estirpare il cattolicesimo
dalla valle, inducendoli a preparare la ribellione sanguinosa che ebbe
inizio a Tirano il 19 luglio 1620, con la strage di Protestanti nota
come "sacro macello valtellinese".
Forse
fu proprio l'eco sinistra del rapimento dell'arcivescovo a conferire
a questa valle una fama inquietante.
Una leggenda racconta, infatti, che il fianco destro (per chi sale,
cioè nord-orientale) della valle, occupato dall'impressionante
versante montuoso che scende dalla dorsale monte dell'Oro (m. 3154,
a sud-est) - monte Muretto (m. 3104, a nord-ovest), è luogo di
espiazione eterna per tre dannati. Questi "cunfinàa"
si muovono, senza pace, fra massi e gande, scagliandoli, spesso, sui
malcapitati pastori o viandanti che si trovino a transitare sulla pista
che dall'alpe dell'Oro conduce al passo. Il rimedio contro questa minaccia,
però, è semplice e sicuro: basta farsi il segno di croce,
per mettere in fuga le tre anime in pena.
Ricordiamo, infine, che il decreto della giustizia divina (o l'immaginazione
popolare, a seconda dei punti di vista) ha collocato anime confinate
anche in Val Fontana (e qui sono i forti colpi di mazza sulle rocce,
uditi nottetempo, a segnalarli) ed a Stazzona.