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Probabilmente sentiremo il bisogno di proseguire nell’esplorazione di luoghi tanto nascosti ed affascinanti. Ecco la più naturale e semplice via, che porta in cima al Poggio del Cavallo (m. 2557), l’elevazione sulla quale convergono tre crinali, che delimitano la Valle del Caldenno, ad est, la Val Finale, a sud, e l’alta Val Vignone (conca dell’alpe Baric), ad ovest.
Per arrivarci dobbiamo proseguire su una traccia di sentiero (all’inizio non si vede) sulla destra del bivacco (direzione nord-ovest), risalendo l’ampio dosso che ci separa dalla terza, più alta e più ampia conca dell’alpe. Prestando attenzione, scopriremo la traccia ed anche un paio di ometti, che segnalano un punto di svolta a destra. La traccia volge, quindi, a sinistra e descrive un’ampia diagonale che ci porta ad affacciarci all’ampio ed ondulato pianoro di quota 2300 metri circa. Luogo bellissimo, chiuso ad ovest dal crinale principale che separa la Valle di Caldenno dall’alta Val Finale, e ad est (alla nostra destra) da un crinalino secondario, di rocce dal colore bianco, che ci separa dal versante che precipita sulla media Valle del Caldenno. Il tutto sembra una grande luminosa culla, che ci riconcilia con il mondo ed i suoi elementi, con un passato di cui non sappiamo.
Qui la traccia ci lascia, ma non è difficile proseguire. La meta non è, come potremmo pensare, la più alta delle cime che fanno da corona all’alpe (senza nome, quotata 2605 sulla carta IGM), proprio davanti a noi, ma una cima decisamente meno pronunciata, alla nostra sinistra, riconoscibile per il grande ometto che la sormonta. Pieghiamo, dunque, leggermente a sinistra, lasciando alla nostra destra la cima di un modesto dosso, e puntando al versante che sale fino al crinale Val Finale-Val Vignone. Riconosceremo sul versante un facile canalone erboso, e ci verrà spontaneo pensare che quella è la via per guadagnare il crinale. Cominciamo, dunque, a salire, in diagonale, il versante, in direzione del canalone: prima di raggiungerlo, però, intercettiamo una marcata traccia che sale da sinistra, descrivendo un ampio arco sulla parte mediana del versante. La seguiamo, in salita, verso sinistra, allontanandoci dal canalone, ed in breve siamo al crinale.
Gli attimi che precedono questi punti di svolta sono sempre densi di curiosità trepidante: cosa ci sarà sul lato opposto? Il precipitare vertiginoso di versanti strapiombanti? Un più dolce declivio? Niente di tutto questo. Il crinale si rivela non esile striscia, ma amplissimo corridoio erboso. La Val Finale non si vede ancora: il limite è qualche decina di metri più avanti. Volgendo lo sguardo all’alpe ai Fop ne possiamo apprezzare ancora di più la solitaria discrezione: solo un modesto rudere di baita parla dell’uomo e dei suoi affanni. Guardando, invece, in alto, verso nord-ovest, vediamo la meta, ormai vicina: è la prima elevazione a cui sale il crinale, ed è sempre l’ometto a renderla riconoscibile.
La salita è agevolata da una traccia di sentiero, che corre non lontana dal limite del crinale che precipita nella ripidissima alta Val Finale, passando diverse decine di metri a sinistra di una curiosissima conca del diametro di circa un paio di metri. Poi, proprio sotto la verticale della cima, la traccia si fa più marcata e piega a destra, in direzione di una roccettina: seguiamola per un buon tratto, e, appena possibile, lasciamola piegando a sinistra e risalendo le ultime ripide balze erbose che ci separano dalla cima del Poggio del Cavallo (m. 2557), che raggiungiamo dopo circa tre quarti d’ora di cammino dal bivacco.
Splendido il panorama. A nord il crinale prosegue, salendo alla già citata cima quotata 2605 metri, passando per la cima 2699 metri e raggiungendo il punto più alto con la vetta del pizzo Bello (m. 2743), che, purtroppo, nasconde interamente la vista dei Corni Bruciati. Si intravede, alla sua sinistra, solo un modestissimo spicchio della cima del monte Disgrazia (m. 3678). Proseguiamo in senso orario: dietro il fianco orientale della Valle del Caldenno si affacciano la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Poi, alle spalle del monte Canale (m. 2523) e del monte Rolla (m. 2277), lontano ma sempre imponente, il gruppo dell’Adamello, sul fondo, ad est. Segue l’intera catena orobica, a sud-est, sud e sud-ovest. Nessuna cima manca all’appello. In primo piano, a sud, la Valmadre, con il passo di Dordona; a anche la Val Cervia e la Valle del Livrio, alla sua sinistra, si mostrano quasi nella loro interezza. Ai piedi del versante occidentale della Val Gerola e del monte Legnone si vede anche una bella porzione della bassa Valtellina, delimitata, ad est, dal caratteristico panettone del Culmine di Dazio. Una piccola porzione delle Alpi Lepontine separa il Legnone dall’ampia cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distingue il pizzo dell’Oro meridionale, m. 2695, mentre quello centrale quello settentrionale, così come la punta Milano (m. 2610), la cima del Barbacan (m. 2738), le cime d’Averta ed il pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075) sono nascosti dall’arrotondata cima di Vignone (m. 2608). Alla sua destra si apre una sella che la separa dalla cima quotata 2643 metri: una piccola finestra che ci regala la vista di alcune fra le più famose cime del gruppo del Masino: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195); segue il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367); si distinguono appena i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), mentre è meglio visibile il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267); procedendo verso est, ecco il pizzo del Ferro centrale (m. 3287), il torrione del Ferro (m. 3070) ed il pizzo del Ferro orientale (m. 3200), che costituiscono la testata della Valle del Ferro (laterale della Val di Mello) e sono chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”. La sella fra la quota 2643 ed il pizzo Bello, infine, ci regala uno scorcio sulla dorsale rossastra che dal Sasso Arso sale ai Corni bruciati, separando la Valle di Preda Rossa dalla Val Terzana (entrambe in Val Masino). Un ultimo sguardo, infine, va rivolto all’impressionante Val Finale, che, a sud della cima (la quale costituisce il vertice della sua testata) ed a monte di Berbenno, precipita con versanti ripidissimi fino al limite del fitto bosco di conifere.
Ecco, infine, come completare l’escursione tornando a Prato Isio con un percorso ad anello, per due vie: la discesa diretta all’alpe Baric sfruttando il passo del Poggio del Cavallo, oppure la più lunga salita lungo il crinale fino al pizzo Bello, con successiva discesa all’alpe Baric. Da quest’alpe si scende, poi, facilmente all’alpe Vignone ed a Prato Maslino, dove parte un sentiero che, tagliando la media Val Finale, riporta a Prato Isio. Entrambe queste possibilità sono, però, riservate ad escursionisti con grande esperienza e piede sicuro.
La prima, più breve ed agevole (ma sempre da affrontare con cautela) sfrutta il passo che si apre appena a sud del poggio e che da questo prende il nome (Passo del Poggio del Cavallo, m. 2500, non segnalato, però, sulla carta IGM). Per trovarlo dobbiamo tornare indietro, per un tratto, seguendo la via di salita, fino al punto in cui la traccia che taglia il versante appena sotto la cima si riporta sul crinale e, divenuta meno marcata, comincia a scendere seguendolo. Invece di seguirla nella discesa, dobbiamo cercare, sulla destra, una traccia di bestiame abbastanza visibile che taglia, in direzione ovest, per breve tratto, il versante più alto della Val Finale e, dopo una svolta a destra, ci porta sul limite alto di un largo e ripido canalone. Il passo è questo, e la discesa richiede molta attenzione (oltre che condizioni di terreno asciutto e, non è neppure necessario dirlo, calzature adeguate). Nel primo tratto ci muoviamo un po’ a zig-zag, seguendo un accenno di traccia, su terreno smosso dalle slavine (il terriccio, in particolare, può provocare qualche scivolone). In basso, sulla destra, distinguiamo bene il largo dosso al quale la discesa punta, affrontando un ripido versante erboso e tagliando leggermente a destra per raggiungerlo.
Una volta sul dosso, non ci sono più problemi: si divalla, verso destra, alla conca alta dell’alpe Baric, trovando il sentiero che descrive un arco in senso antiorario e passa leggermente a monte delle baite dell’alpe (m. 2261), poste in una conca più bassa. Poco oltre le baite, un cartello segnala la direzione dell’ulteriore discesa: prendendo a sinistra, infatti, seguiamo il sentiero che prosegue verso la più bassa alpe Vignone, dapprima con direzione ovest-sud-ovest, poi piegando decisamente a sinistra (sud-est) e tagliando uno speroncino ed un valloncello, prima di inanellare, con direzione sud, diversi tornanti che fanno perdere rapidamente quota, fino alla baita più bassa dell’alpe Vignone (1991), alla cui sinistra parte la marcata mulattiera che porta a Prato Maslino (m. 1630).
Dal parcheggio posto sul limite inferiore del prato (appena sotto il rifugio Marinella) parte, verso est, una nuova pista tagliafuoco: seguendola, troviamo un primo modesto slargo sulla sinistra e, sul lato destro, un sentiero che se ne stacca scendendo nella pecceta; ignorato questo sentiero, procediamo fino a trovare un secondo più ampio slargo sulla sinistra e, di nuovo, sulla destra, un sentiero che se ne stacca scendendo nella pecceta: non ci sono indicazioni, ma si tratta del bel sentiero che taglia la media Val Finale con qualche saliscendi (si abbassa fino alla quota di 1540 metri circa e poi gradualmente risale a quella di 1670 metri) e ci porta, in una cinquantina di minuti, sul lato alto occidentale di Prato Isio, in corrispondenza di una grande fontana in cemento. Tagliando la parte alta del prato, in pochi minuti siamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile. Questo anello, che si potrebbe chiamare anello del Poggio del Cavallo, richiede circa 6 ore e mezzo/7 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 880 metri).
Ancora più lunga ed impegnativa è la seconda possibilità, che passa per la cima del pizzo Bello. Per raggiungerla dobbiamo, dal Poggio del Cavallo, seguire la traccia che si snoda sul crinale, con diversi saliscendi e qualche passaggio su roccette o su terreno esposto (da evitare, quindi, con condizioni di terreno non asciutto). Raggiunta una prima elevazione, scendiamo alla sella che precede la risalita alla quota 2605; una successiva discesa prelude alla salita ed al tratto che taglia il versante occidentale della quota 2699, fino ad una selletta che precede l’ultimo tratto di salita, verso nord-ovest, alla cima del pizzo Bello (m. 2743), dalla quale si gode di un panorama spettacolare. Qui termina il tratto impegnativo (e sconsigliabilissimo ad escursionisti impressionabili) della traversata: la successiva discesa, per il crinale occidentale del pizzo, alla bocchetta di quota 2550 è relativamente semplice e segnalata da segnavia bianco-rossi. Alla bocchetta un cartello ci indica la traccia di sentiero che scende, verso sinistra, alla parte alta della conca dell’alpe Baric: seguendola, ci si congiunge al precedente itinerario. Questo itinerario, che potrebbe essere chiamato anello del pizzo Bello, richiede circa 8/9 ore di cammino, e comporta un dislivello approssimativo in salita di 1150 metri.
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