










Quando
si passeggia per una valle c'è sempre chi sofferma il pr oprio
occhio sulle varietà di colori e sullo splendore cromatico dei fiori alpini.
Questa flora, incomparabile ornamento di particolare bellezza e rarità,
rinnova ogni anno la sua lotta contro il sole cocente, il freddo gelido ed inclemente,
le intemperie e le bufere, le cadute di massi e l'inondazione delle acque: forse
anche per questo colpisce nel profondo chi si sofferma a riflettere sulla tenacia
di queste forme di vita. S i
tratta anche delle innumerevoli piantine che dipingono i prati ed i pascoli dei
nostri monti:sono loro che spuntano in fessure di rocce strapiombanti o fra i
detriti dei ghiacciai. Anche qui, però, gli interventi dell'uomo hanno
lasciato un triste segno, strappandole alla bellezza della montagna, senza capire
che collezionare piante e raccogliere
fiori significa intervenire in maniera distruttiva alla sopravvivenza
di molte specie botaniche, impoverendo la natura e riducendo quel patrimonio essenziale
per la n ostra
stessa sopravvivenza di cui oggi molti parlano, la biodiversità. Quasi
a volersi difendere, alcuni fiori si sono ritirati in luoghi quasi inaccessibili,
altri sono completamente spariti. Per questo molti cartelli ed avvisi cercano
di richiamare l'attenzione sulle norme e le disposizioni che proteggono la flora
alpina e che, pur variando da zona a zona, vanno osservate scrupolosamente. Rispettiamo
la natura!

E'
quasi impossibile alle soglie del 2000 andare alla ricerca di una montagna la
cui natura non sia stata, talora anche sconsideratamente e selvaggiamente, alterata
dagli interventi dell'uomo, che ne hanno tristemente alterato e anche sconvolto
l'equilibrio biolog ico
e quindi l'originario volto naturalistico. La fine dell'esistenza di un numero
impressionante di specie in molti casi non ha niente a che fare con le teorie
della legge della selezione naturale nella lotta per la sopravvivenza di Darwin,
ma è piuttosto il frutto di unabattaglia condotta dall'uomo contro alcuni
animali classificati pericolosi per il bestiame e a volte per l'uomo stesso. Una
caccia spietata che in Valtellina, come del resto in tutte le Alpi italiane, ha
portato alla scomparsa di specie di grandi predatori. Già dal Settecento
vi fu la scomparsa della lince dalle nostre zone, seguita dal lupo, ai primi dell'Ottocento,
e dall'orso, a cavallo fra Ottocento e Novecento. Ma, oltre alle estinzioni,
bisogna anche guardare al pericolo della drastica diminuzione
di esemplari di singole specie, come l'aquila reale, il gallo cedrone o lo stambecco,
animale che pure è stato reintrodotto una ventina di anni fa. Forse un
giorno, dopo un secolo di assenza, tornerà a fare i suoi voli sporadici
anche il Gipeto, "avvoltoio degli agnelli", il più
grande rappresentante dell'avifauna indigena, per ora inserito all'interno del
Parco dello Stelvio e, come lo stambecco, tornato nelle nostre valli dal vicino
Parco Nazionale svizzero dell'Engadina. Il falco, predatore che faceva solo rarissime
apparizioni già ad inizio secolo, è scomparso, vittima di una caccia
causata dal suo "vizio" di attaccare il pollame. Passeggiando per boschi,
prati, pascoli o ghiacciai, resta comunque la possibilità di un affascinante
incontro con qualche ospite della natura, a seconda della fortuna e della pazienza.
Nell'ombra del sottobosco si muovono gli amanti della vita notturna, come tassi,
martore, faine, talpe, toporagni, ghiri, lepri o volpi; sugli alberi simpatici
scoiattoli, gufi, civette, allodole, barbagianni, allocchi e i piccoli uccelli
che, più di ogni altra specie, tradiscono la loro presenza nascosta con
i loro suoni, tanto indifesi quanto gioiosi: cince, rampichini, scriccioli, sordoni,
crocieri, fringuelli, picchi, merli, gracchi, che si muovono tra rami di larici,
pini e abeti. Tetraonidi come il fagiano, la pernice, il gallo forcello o cedrone
amano vagare per il bosco alla ricerca di cibo. Non sono i nfrequenti
incontri spiacevoli ed indesiderati con rettili come la vipera, il marasso o l'orbettino.
Più su, al confine tra il bosco e i pascoli d'alta quota, vivono camosci,
cervi, cerbiatti, stambecchi e caprioli. Nel cielo vola l'aquila reale, alla ricerca
dall'alto di piccoli animali come l'ermellino, la marmotta, la donnola o i toporagni.
Nei fiumi che scendono dai ghiacciai fino al piano o nei laghetti che col tempo
si sono formati a colorare il paesaggio alpino si trovano le trote, i ranidi,
i tritoni, le salamandre e l'unico passeriforme europeo che si tuffa, nuota e
cammina sull'acqua, il merlo acquaiolo. Per chi non riesce proprio ad avvistare
molti di questi animali, resta comunque un'ultima possibilità di scoprirli:
seguire le loro tracce, grazie ai mille indizi nascosti che lasciano qua e là,
come impronte, brandelli di corteccia, gusci, buche nel terreno, piccole gallerie
sui tronchi... tutti noi vorremmo una natura di questo tipo... oggi più
che mai occorre non solo evitare di uccidere e distruggere inutilmente, ma anche
reintrodurre, dove e quando è possibile, gli animali che in tempi storici
sono scomparsi dalle nostre montagne.

Credo
che ogni frequentatore della montagna valtellinese si sia accorto che i ghiacciai
valtellinesi (e non solo) negli ultimi 20 anni hanno subito delle modificazioni
morfologiche di notevole spessore. Queste modificazioni non sono altro che l'adattamento
delle masse glaciali al trend climatico che si è instaurato dalla metà degli anni
'80 e continua tutt'oggi con pochi e isolati segni di cambiamento (vedi stagione
2000/2001). Inverni secchi ed estati roventi sono un cocktail micidiale per la
sopravvivenza della neve e del ghiaccio ad alta quota. L'attuale ritiro glaciale
non è un'esclusiva degli anni novanta,
infatti dal termine della piccola età glaciale (metà 800') ad oggi, solo gli anni
20' e il periodo 70'/80' sono risultati favorevoli al glacialismo. Per fare un
esempio il più ampio e famoso ghiacciaio valtellinese, il ghiacciaio dei Forni,
negli ultimi 10 anni è arretrato di più di 250 metrie la quota della fronte è
risalita di quasi 100 metri. Altri ghiacciai stanno subendo delle drastiche modificazioni
morfologiche. Ad esempio il ghiacciaio del Pizzo Ferrè nel 1999 ha perso la sua
lingua valliva diventando un ghiacciaio di circo e le due lingue del ghiacciaio
dello Zebrù dal 2000 non sono più a contatto e determinano quindi due apparati
indipendenti. Questa grave involuzione del glacialismo porterà a delle drastiche
modificazioni del territorio e del paesaggio Valtellinese che avranno sicuramente
sviluppi negativi sia dal lato turistico che dal punto di vista idrico ed energetico
(i ghiacciai sono la nostra più grande ed importante riserva di acqua). La pratica
dello sci estivo risulterà sempre più difficoltosa e la sua stagione sempre più
breve, mentre c'è il rischio che gli itinerari alpinistici diventino sempre più
pericolosi poiché il ritiro glaciale e l'aumento delle temperature alle alte quote
favorisce lo sviluppo di frane, crolli di seracchi o anche più semplici ma sempre
pericolose scariche di sassi. Un'altra
problematica da non sottovalutare riguarda l'instabilità delle zone frontali dei
ghiacciai in ritiro. Quando un ghiacciaio si ritira lascia davanti alla fronte
ampie zone di deposito morenico inconsolidato che in caso di forti piogge può
velocemente rovinare a valle trasportato dal torrente glaciale. Una situazione
da tenere sotto controllo… sperando sempre in un cambio di tendenza. Basterebbe
qualche stagione come la 2000/2001 per cambiare definitivamente questo trend,
visto che con gli ingentissimi accumuli rimasti sui ghiacciai l'estate scorsa,
alcune piccole vedrette orobiche hanno recuperato 10 anni di deficit in una sola
annata. La speranza è che questa stagione disgraziata (2001/2002) non rovini tutto
di nuovo. a cura di Riccardo
Scotti Bibliografia: S.G.L. Terra Glacialis n°3 e 4 - S.G.L. Archivio
campagne glaciologiche 
SALVARE
LA MONTAGNA INTERESSA TUTTI ! ALLARME PER GLI ALPEGGI E PER IL FUTURO
DELLA ZOOTECNIA D'ALTA MONTAGNA.
"Da
quando avevo quattro anni a tutt'oggi che ne ho 76, ogni anno sono andato sull'alpe
Boron (m.2057), in comune di Valdidentro, ai piedi della Cima Piazzi. Prima con
i nonni e i genitori, poi come titolare ed ora aiutando il figlio Roberto, sempre
con grande passione. Questa mia lunga esperienza mi porta a fare alcune riflessioni,
purtroppo pessimistiche, sul futuro della zootecnia d'alta quota. Vedo con grande
preoccupazione il progressivo abbandono della montagna da parte di allevatori
e caricatori, per non parlare dei giovani, e il conseguente avanzare del bosco
e del degrado del territorio. La valutazione che amaramente faccio è
che la zootecnia di montagna è ancora troppo poco considerata. Delle fatiche
che essa richiede (12 / 13 ore al giorno), dei costi e delle difficoltà
che si incontrano per produrre in alta montagna, delle tante rigide normative
e della burocrazia che incontriamo (per esempio il burro), dei nostri bilanci
aziendali sempre più in rosso, dei giovani che lasciano queste attività,
mi pare che in pochi se ne preoccupano davvero. Eppure è un problema che
coinvolge l'economia e la società tutta. Diminuisce purtroppo
anche il numero dei capi che in estate viene portato sugli alpeggi. Se
penso soltanto all'alpe Boron, fino agli anni Ottanta caricava 80 vacche dalatte,
45 manze, 45 manzette, 35 vitelli e circa 300 ovicaprini. Poi il caricamento è
progressivam ente
diminuito fino a quest'anno in cui le vacche da latte in alpe sono state soltanto
25, poi 27 tra manze e manzette, 18 vitelli e 150 ovicaprini. Si tratta di dati
da prendere in seria considerazione, perchè confermano una tendenza che
sta portando a una ulteriore riduzione degli alpeggi caricati e quindi della produzione
dei formaggi, che è la nostra principale risorsa economica. Ma, soprattutto,
è un'importante immagine promozionale per la Valtellina e la Valchiavenna. La
presenza del coltivatore sulle montagne rappresenta un baluardo contro il degrado
del territorio e una difesa di quello di fondovalle e della pianura. Una grave
perdita anche per il turismo che si è sviluppato soprattutto sulle bellezze
paesaggistiche, sui prodotti tipici e sul territorio ben curato. Per questo anche
i rinomati centri turistici locali devono preoccuparsi di questi problemi, che
li toccano direttamente. Chi sfalcerà i prati? Chi continuerà
a mantenere viva la montagna e a produrre quelle cose buone e genuine che proprio
il consumatore d'oggi vuole? In questi ultimi tempi si parla con tanto entusiasmo
di gastronomia valte llinese,
di ambiente, di turismo alternativo, di campionati del mondo... ma volgio ricordare
che l'agricoltura, anche quella di montagna non può essere dimenticata
o sacrificata perchè fa parte del futuro di tutti. Se il destino delle
nostre montagne e delle nostre valli interessa qualcuno occorre intervenire concretamente.
L'invito che rivolgo a tutti, ai politici, agli amministratori è questo:
parliamone, con grande realismo e urgenza, altrimenti sarà troppo tardi!". (a
cura di Giacomelli Lino, Grosio - un "veterano" caricatore d'alpe) 
Nella
storia delle linee elettriche negli ultimi quarant'anni l'attenzione dell'opinione
pubblica si è rivolta successivamente al problema delle radiofrequenze
(anni 60), del rumore udib ile
(anni 70) e del campo elettrico (anni 80); oggi le maggiori preoccupazioni derivano
dagli ipotetici effetti del campo elettromagnetico sulla salute umana - tutte
le volteche un nuovo fattore è stato preso in considerazione, quello vecchio
ha perso d'interesse ed è stato accantonato - . Ad ogni modo, l'emanazione
del Decreto inquadrato nella legge sulla protezione dell'ambiente, si compone
di due articoli, precisamente l'art. 4 stabilisce i limiti di campo elettrico
e magnetico, per chi vive permanentemente o saltuariamente nelle vicinanze d'elettrodotti,
mentre l'art. 5 ne stabilisce le distanze secondo i seguenti criteri:
-
Art.4 - Limiti di esposizione e criteri di applicazione Sono
definiti i seguenti limiti: 5 kV/m e 0.1 mT Per chi trascorre una parte significativa
della giornata 10 kV/m e 1 mT Ragionevolmente limitata a poche ore del giorno -
Art.5 - Distanze di rispetto dagli elettrodotti Limite di distanza da qualunque
conduttore Tempi di permanenza Linee a 132 kV 10 m Linee a 220 kV 18 m
prolungati Linee a 380 kV 28 m Tali valori sono quelli
raccomandati dall'IRPA, Organizzazione Internazionale incaricata dall'OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) di studiare gli effetti delle radiazioni sulla salute
umana. Personalmente, ma senza dubbio
anche per una buona parte dei cittadini, ritengo che tra i fattori di inquinamento
ambientale - che portano al rifiuto delle linee elettriche aeree - quelli più
dannosi sul nostro territorio Valtellinese sono dovuti all'impatto sul paesaggio.
Si pensi che in provincia di Sondrio corrono oltre 1000
km di linee aeree ad alta tensione, che esistono 50 centrali idroelettriche, 281
captazioni di acqua e 58 serbatoi con una produzione di energia pari a 5 miliardi
all'anno di chilowattora. A conferma di quanto detto, basta pensare alla diffusione
su larga scala dei telefoni cellulari, all'energia che essi irradiano nel nostro
organismo, con conseguenze che si renderanno visibili soltanto nel prossimo futuro.
In questo caso è la comodità che fa superare la paura - se così
vogliamo definirla - dei campi elettromagnetici ? a cura di Acquistapace
Ivo

L'annata 2002 è stata
difficile per la monticazione negli alpeggi delle Valli del
Bitto. L'andamento climatico, caratterizzato da un inverno senza
neve e da scarse precipitazioni primaverili ha condizionato
in negativo lo sviluppo della cotica erbosa, riducendo di un
20% la durata della permanenza in alpe rispetto ai 70 giorni
soliti ( da fine giugno a inizio settembre) .
Si è passati ad una media di 55 giorni a seconda dell'altezza
dell'alpeggio. La monticazione nelle Valli del Bitto parte dai
1300-1400 metri sul livello del mare e arriva a 2000 metri nei
punti più alti. In particolare non è stato possibile
sfruttare le quote più alte per la mancanza di erba pascolabile.
La conformazione morfologica della vacca rende necessaria una
minima altezza dell'erba altrimenti non è in grado di
nutrirsi. Diverse bestie più soggette di altre a questo
problema sono state ritirate dall'alpeggio anche nel corso della
stagione. Il particolare metodo di alimentazione del bestiame
nelle Valli del Bitto (pascolo tornato o razionato) ha permesso
il corretto sfruttamento dell'erbaio spontaneo solo fino ai
1700 metri di altitudine. Per fortuna, l'esclusivo metodo di
aggiunta di latte di capra nelle produzioni di formaggio Bitto
ha consentito il pascolo in alta quota di questo animale che
non ha i problemi morfologici delle vacche. Questo ha permesso
di contenere l'espandersi dell'erbaio infestante contenendo
i rischi di valanghe per il prossimo inverno.
La produzione di Bitto nelle Valli storiche ha subito dunque
una diminuzione rispetto alla media stagionale di circa 1000
forme attestandosi intorno alle 4500 unità (500 quintali).
La qualità si è comunque rivelata buona perché,
nonostante l'estrema piovosità della stagione, la temperatura
non ha avuto sbalzi tali da creare problemi agli animali, anzi
le precipitazioni costanti leggere hanno consentito sulle quote
più basse e intermedie uno sviluppo ottimale della flora
spontanea.
Diverso è il discorso per i pastori che di acqua ne hanno
presa tanta a riprova del grande sacrificio che la produzione
in alpe comporta.
A cura dell'Associazione
produttori Valli del Bitto, Paolo
Ciapparelli

Un
recente studio degli Artigiani di Mestre mette in evidenza l'assurdo: su 100 euro
versati alle casse dello Stato dagli Aostani, dai Trentini e dai Bolzanini, ne
ritornano a ciascuno di essi - attraverso gli enti locali - nell'ordine 350, 200
e 180. Su 100 euro pagati dai Lombardi Piemontesi e Veneti ne tornano, sempre
per via istituzionale, circa 30-50 a testa. La sproporzione è evidente.
Ciò che è meno evidente sono le conseguenze indirette di questo
vero e proprio Dumping Istituzionale, esercitato dai regimi regionali protetti,
conseguenze peraltro formalmente legittime in quanto discendenti dall'applicazione
del dettato dell'art. 116 della Costituzione Italiana. Un articolo che, non
solo a parere nostro, fa a pugni con i primi della Carta medesima, in particolare
il 2 e il 3. Il 116 prevede infatti condizioni formali e sostanziali speciali
per alcuni; il 2 e il 3 - tra l'altro fra i principali e fondanti dell'intera
Costituzione - asseriscono essere i cittadini italiani tutti uguali nei loro doveri
e diritti, anche economici e d'impresa. La realtà è ben diversa,
come decine d'anni di difficile ed anche eroico esercizio del turismo sulla montagna
valtellinese e lombarda ci hanno inequivocabilmente insegnato e dimostrato. La
conseguenza indiretta più grave e di cui gli stessi operatori economici
non si rendono sempre conto è quella che, non tanto i Lombardi in generale
hanno meno benessere perché ricevono meno dei Trentini (fatto già
di per sé grave), quanto che Gli operatori
economici montani - in particolar modo quelli del comparto turistico - delle Regioni
potenzialmente più ricche d'Italia, sono costretti ad operare in un vero
e proprio regime di concorrenza sleale, per così
dire "istituzionale" o "istituzionalizzata". La
sperequazione - che si concretizza specialmente in provvidenze
pubbliche enormemente più laute per le imprese dei regimi protetti delle
Autonomie Regionali - li costringe a produrre uguali servizi a prezzi più
alti, ovvero - a prezzi uguali - servizi inferiori rispetto a quelli di dette
Autonomie. In una parola, i
nostri imprenditori sono PERDENTI in partenza, poiché debbono affrontare
una concorrenza insostenibile, falsata alla radice da norme costituzionali che
hanno visto un'applicazione pratica esaltante il privilegio autonomista in senso
prettamente economico-finanziario.
In questo meccanismo perverso sta quello che
noi definiamo, in sintesi, "DUMPING ISTITUZIONALE".
Sebbene il termine si riferisca specificamente alle esportazioni,
troviamo che sia mutuabile anche ai prodotti del Turismo, "venduti"
e "vendibili" anch'essi in tutto il mondo.
Tutti sanno che al Tonale conviene costruire alberghi al di
là del confine bresciano, per le laute provvidenze colà
concesse. E lo stesso allo Stelvio. Tutti sanno che le tasse
locali alle imprese turistiche nelle Regioni a Statuto Speciale
e all'interno delle due Province Autonome sono molto ridotte
(se le accollano Province e Comunità Montane, che dispongono
di migliaia di milioni di euro annuali in bilancio), in modo
da consentire alle imprese di essere più competitive
sui mercati ritenuti strategici (guarda caso quello del Turismo).
"I me dano 4000 miliardi l'ano; 2000 mi digo che i xè
de tropo" commentava eloquentemente qualche anno fa un
presidente di provincia Autonoma.
Noi intanto cosa facciamo? Ci disputiamo quel poco che Roma
riconosce alla Lombardia, un poco ulteriormente decurtato del
90% che si prende la Sanità lombarda: insomma briciole
rispetto alle sontuose pietanze a disposizione degli enti locali
trentini, aostani, bolzanini e anche friulani.
Possibile che in questo fertile periodo di riforme istituzionali,
nessuno dei referenti politi della Montagna sappia far sentire
la sua voce in merito a questa evidente ingiustizia? E la proposta
di riduzione dell'IVA dal 10 al 6% per il Turismo della Montagna
che fine ha fatto? A nostro parere andrebbe adottata almeno
per la Montagna non "protetta".
Se è pur vero che per uno Stato unitario la pace sociale
è uno dei beni primari, ciò nondimeno si devono
mettere in rilievo le storture esistenti e, se del caso, come
noi pensiamo, adoperarsi per porre rimedio alle situazioni di
indebito privilegio (soprattutto se di derivazione istituzionale),
causa di parallele situazioni di difficoltà.
Questo specialmente quando le motivazioni, magari nobili, che
le hanno generate sono completamente venute meno e sono adesso
causa di concorrenza sleale, con conseguenze pesanti sull'economia
di intere aree montane, seppur appartenenti a Regioni cosiddette
"ricche".
a cura di Antonio
Stefanini

Normalmente,
come gruppo CAI riteniamo non sia nostro compito, e spesso neppure
corretto, entrare nel merito delle attività e delle scelte
delle Amministrazioni pubbliche locali; in questo caso però
le cose stanno in maniera differente; da qualche tempo ci troviamo
a discutere, con toni più o meno allarmati, sul tema
della realizzazione delle strade in montagna. Volutamente diciamo
strade in montagna e non strade di montagna per sottolineare
quella che secondo noi è la principale inadeguatezza
di queste strutture, che con sempre maggior frequenza vediamo
venir realizzate un po’ ovunque; e cioè il fatto
che spesso questi percorsi, per finalità o per modalità,
non sono rispettosi della montagna stessa, non si armonizzano
con essa. Non siamo né puristi né idealisti che
da comode scrivanie si prendono la briga di stilare giudizi
su aspetti che conoscono solo marginalmente o di cui vedono
solo una faccia. In realtà siamo tutte persone che vivono
e lavorano sul territorio, ne percepiscono gli umori e i cambiamenti
e come tali ci sentiamo in diritto, ma soprattutto sollecitati,
a prendere posizione circa questo problema. Il fatto che noi
si frequenti la montagna per passione non significa che noi
la si identifichi solamente come «un terreno di gioco»;
prima che alpinisti siamo gente di montagna e come tale estremamente
attenti ed attaccati a tutti i suoi aspetti, non ultimo quello
economico. E’ proprio quest’ultimo aspetto che normalmente
viene scomodato per giustificare scelte o modalità realizzative
spesso discutibili.
Le scelte
Non vogliamo qui sostenere che tutte le strade in montagna siano
inutili, e il fatto che ci possa piacere il camminare, non vuol
dire che pensiamo che tutti debbano fare altrettanto. Semplicemente
riteniamo che, perché una strada venga realizzata in
un ambiente montano, debba avere delle forti motivazioni alle
spalle. Spesso si dice che una carrozzabile è vitale
per poter permettere la prosecuzione di attività economiche
legate allo sfruttamento della montagna (sfalcio di prati, allevamento
di bestiame, taglio di legname ecc.). Questo in parte è
vero, come in parte è anche vero che queste attività
economiche svolgono un ruolo importante nel mantenere vitale
l’ambiente montano. E’ però utile domandarsi:
è comunque necessario che tutti i maggenghi, tutti gli
alpeggi o tutti i boschi debbano essere raggiunti da strade?
E ancora: quante persone, visti i sacrifici a cui l’ economia
di montagna costringe, rispetto alle comodità di quella
«del piano», continueranno in queste attività
fra pochissime generazioni? E’ perciò così
necessario l’apportare alla montagna queste modificazioni
irreversibili, per sostenere delle attività comunque
destinate a trasformarsi radicalmente? Non crediamo che la strada
giusta per rivitalizzare la montagna (ammesso che vada rivitalizzata)
sia quella di portarvi il maggior numero di comodità
possibili, di permetter che sia raggiungibile in ogni suo angolo
da mezzi o macchinari, di impiantarvi tipologie costruttive
che non le appartengono, di renderla, in sostanza simile al
piano. Al
contrario riteniamo che la via giusta sia quella di valorizzare
gli aspetti più tipici della montagna, il suo essere
luogo isolato, un po’ difficile ma per questo incontaminato
e vero. La preservazione di questi valori è ciò
che permetterà anzitutto la sopravvivenza della montagna
stessa, e in secondo luogo ciò che determina il valore
aggiunto di queste zone. Non è bello vedere boschi strappati
da nastri di asfalto, magari semplicemente per rendere più
comodo l’accesso a seconde case, e neppure intere sponde
incise da piste tagliafuoco (la cui efficacia e per altro tutta
da verificare), o interi prati solcati da improbabili piste
da fondo, o ancora interi piani, a quote alte, completamente
invasi da automobili.
Alcuni esempi
E' uscito in agosto 2003, come supplemento alla rivista Airone,
un allegato monografico sui parchi lombardi, sponsorizzato dalla
Regione. Il capitolo relativo al Parco delle Orobie valtellinesi
si apre a pagina 48 con una grande fotografia riproducente la
Conca di Pescegallo nella Valle del Bitto di Gerola. Non c'è
che dire! L'immagine scelta, pur nella relativa accuratezza
di stampa che è normale in queste pubblicazioni, è
di sicuro impatto visivo e riassume la tipicità del versante
valtellinese delle Alpi Orobie: circhi glaciali e pascoli alla
base di una modesta testata rocciosa fanno da sfondo ad una
fitta abetaia che ricopre con un effetto da "grande nord"
entrambi i versanti della valle. Il testo si addentra nella
descrizione di questa splendida realtà ambientale con
ricchezza di particolari riguardanti la flora, la fauna, la
produzione casearia, il patrimonio storico ed etnico e la fruibilità
turistica. Chi conosce la zona non può, però,
fare a meno di notare ciò che, più che una dimenticanza,
appare come uno scheletro nell'armadio di cui, comprensibilmente,
non si parla volentieri, visto l'obbiettivo che si vuole ottenere.
Accanto alla rete di "oltre 500 chilometri di sentieri
apprestati e segnati dall'Ente" non si fa minimamente cenno
alle strade che, dall'istituzione del parco, sono spuntate come
funghi. Né la fotografia d'apertura le evidenzia, perché
senza dubbio è stata scattata in precedenza. Oggi la
stessa immagine mostrerebbe i disastri, difficilmente cancellabili,
provocati dalla costruzione delle piste che collegano il villaggio
di Pescegallo con le Foppe e con il Lago omonimi. Non solo.
Altre due strade analoghe sono state costruite ultimamente nell'area
di parco che interessa la bassa valle: quella che, partendo
dall'abitato di Laveggiolo, raggiunge (per ora) la Furscèla
a cavallo fra la Val Vedrano e la Valle della Pietra e quella
che da Bema-Ronchi si inoltra nell'abetaia alla volta di Garzino
per proseguire apparentemente verso Vesenda (e il Passo San
Marco?). Si ha quasi l'impressione che il parco sia in realtà
solo uno strumento per realizzare opere che non si sarebbe potuto
realizzare in altro modo e la cui utilità sfugge ai più.
Ma
forse non è così, dal momento che anche il versante
retico della Bassa Valtellina non sta meglio, perché
è oggi arricchito da tre nuove ed "essenziali"
vie di comunicazione. La prima taglia in quota la montagna unendo
la Piazza ai Prati Bioggio, passando per i Prati dell'O e i
Prati Nestrelli, in attesa di un futuro collegamento con la
seconda, che da Poira raggiunge la stessa quota sulla sponda
opposta del Vallone. La terza da Gaggio, a monte di Ardenno,
si inerpica sul ripido pendio alla volta di Granda. Strade di
servizio agli alpeggi o ai boschi, si dice, senza le quali il
declino della montagna sarebbe inesorabile. Sarà, ma
vorremmo avere spiegazioni più convincenti.
Le modalità
Anche quando una strada può essere effettivamente utile,
occorre comunque essere molto attenti alle sue modalità
di realizzazione e di utilizzo. Costruire in un ambiente da
tutelare, come quello montano, deve costringere gli ideatori
e i realizzatori a trovare soluzioni e modi di esecuzione che
si armonizzino con il territorio che vanno a trasformare, cercando
con esso un rapporto di mimesi e di rispetto più alto
possibile; non è sostenibile che si continui a realizzare
strade come se fossero situate nel fondovalle, con pavimentazioni,
sistemi di drenaggio, elementi di protezione mutuati da tipologie
urbane. In sostanza, se proprio una strada deve essere aperta,
occorre almeno che venga realizzata con accortezza, cercando
di assecondare le acclività del sito piuttosto che realizzare
grossi sbancamenti e riporti di terreno, evitare quelle successioni
interminabili di tornanti, consolidare e rinverdire le sponde,
ricorrere il meno possibile all’utilizzo di cemento e
di muri di sostegno, non stravolgere i reticoli idrici e curare
con la massima attenzione la regimentazione delle acque di scolo.
Quello che chiediamo, in sostanza, è che si prenda coscienza
che le realizzazione di una strada non è un mero fatto
costruttivo, ma è un gesto che va a incidere profondamente
sull’ambiente montano, sul suo ecosistema, sulla sua fruizione.
E’
quindi una scelta che non va presa con leggerezza, con ottiche
miopi e arroganti che vedono le montagne solo come luoghi da
sfruttare nell’immediato, ma al contrario va analizzata
nei suoi molteplici aspetti. Il nostro non è quindi un
essere pregiudizialmente contrari alla realizzazione di strade
in montagna, nell'illusione di imbalsamare l'ambiente in una
wilderness inesistente e improponibile, ma semplicemente vorremmo
che fossero rispettate alcune garanzie, cioè che opere
come quelle citate in precedenza, ora sicuramente aggressive
nei confronti di un ambiente delicato come quello alpino, siano
pensate, progettate, costruite, gestite e mantenute bene.
•Pensate bene, secondo una politica lungimirante (e trasparente),
in un contesto che tenga conto dell'utilità, dell'opportunità,
della razionalità e dell'economicità. In fondo
si utilizza denaro di tutti.
•Progettate bene, per assecondare il più possibile
la morfologia del territorio, senza pretendere di inventare
tracciati improbabili.
•Costruite bene, nel rispetto dell'ambiente circostante.
Gli sbancamenti prodotti dalle ruspe nel loro procedere grossolano
sono inaccettabili, perché distruggono tutto nel raggio
di parecchi metri e, soprattutto nei canali, si trasformano
in bombe idrogeologiche pronte ad esplodere.
•Gestite bene, perché non devono trasformarsi in
rotabili ad uso e consumo dei furbi, ma devono servire unicamente
allo scopo per le quali sono state costruite.
•Mantenute bene, perché le strade non basta costruirle.
E questo ci riporta al punto di partenza, in quanto la manutenzione
è un parametro di cui si deve assolutamente tenere conto
in fase di programmazione politica.
Non ci pare che queste semplici
norme di buon senso siano alla base di ciò che vediamo
realizzare in questi ultimi anni.
a cura della Sezione
del CAI di Morbegno
|