Gli eventi che dal 18 al 28 luglio del 1987 misero in ginocchio la Valtellina

 

 

Il Presidente della Repubblica Cossiga visita Fusine colpita dall'alluvione (agosto 1987). Foto di M. Dei CasPiù cresce la distanza temporale che ci separa dai tragici eventi alluvionali dell’estate 1987, più cresce l’incredulità. È sempre più difficile realizzare mentalmente che tutto ciò sia accaduto.
Cade, nel luglio di quest’anno, il ventennale di quegli eventi: riproporne la cronaca può aiutare chi li ha vissuti, più o meno direttamente, a rievocare quella cappa di angoscia che è calata sull’intera valle per due mesi. Angoscia che è diventata poi sconforto, e poi, ancora, nei mesi successivi, volontà di riprendere a costruire le coordinate di un’esistenza “normale”, di riconciliarsi con la montagna, madre e matrigna, con l’acqua, sorella e sorellastra, con la sua forza dirompente, che non sospetti, finché non la vedi in azione.
Ma le origini della tragedia sono assai lontane dalla Valtellina. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri).
Il ministro della Protezione Civile Remo Gaspari visita Fusine colpita dall'alluvione. Foto di M. Dei CasDal pomeriggio di venerdì 17 luglio comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone.
L'immane frana della Val Pola, nel settembre del 1987. Foto di M. Dei CasSono le prime di una lista destinata a crescere: alla fine di luglio il bilancio salirà a 53 morti. Un po’ dappertutto, in valle, se non si arriva alla tragedia, si sprofonda, in quel sabato plumbeo,  in un dramma cupo come il cielo che è scuro da far paura: non c’è torrente che non minacci di esondare, e molti passano dalle minacce ai fatti. Il Madrasco esce dagli argini ed investe buona parte delle case di Fusine, dalle quali la gente è stata evacuata appena in tempo dal suono a martello delle campane, il Torreggio infuria e Torre di S. Maria è interamente evacuata, il Mallero fa paura, il Poschiavino è straripato provocando seri danni ed interrompendo la strada per la dogana di Piattamala, a Sondalo la frazione Le Prese viene interamente evacuata, in Valfurva il Frodolfo e lo Zebrù scatenano la loro furia. Impressionante è anche l’elenco dei ponti letteralmente divelti dalla violenza delle acque: i ponti di Paniga e di Caiolo sull’Adda, la passerella del partigiano a Sondrio, i tre ponti del quadrivio a Torre S. Maria, il ponte sul Valfontana a Chiuro e quello di S. Nicolò in Valfurva. Tremila sono gli sfollati della prima ora.
È il fondovalle a subire i maggiori danni: la zona industriale a valle di Morbegno è investita dallo straripamento dell’Adda (si conta una vittima anche a Morbegno), ma è soprattutto la piana della Selvetta e di Ardenno a subire le conseguenze più pesanti: nella notte la rottura dell’argine settentrionale dell’Adda, appena sotto S. Pietro di Berbenno, fa sì che si avveri il monito di un proverbio popolare, “Passano gli anni, passando i mesi, ma l’Adda torna ai suoi paesi”: il “fiume nascosto” (questo significa, probabilmente, Abdua, da “abditus”, in latino) mostra tutta la sua forza e riprende possesso dei luoghi nei quali scorreva nei secoli precedenti alla bonifica austriaca.
Luglio 2007: la frana della Val Pola a 20 anni di distnza. Foto di M: Dei Cas
E lo fa non in punta di piedi, ma trasformando la piana dalla Selvetta ad Ardenno in un impressionante lago. Ma dire lago sarebbe dire qualcosa di troppo, di troppo poetico: si tratta di una limacciosa palude, con un livello delle acque che in più punti è di diversi metri, dove trovano la morte molti capi di bestiame, anche se, per fortuna, nessuna persona.
L’alba della domenica mattina, il 19 luglio, mostra uno scenario da tregenda. Molti hanno ancora negli occhi quello scenario, molti ce l’hanno, ancor più nelle orecchie: è il rombo angosciante delle pale degli elicotteri, che sembrano solcare il cielo impotenti, ad essere rimasto nelle orecchie. Domenica non piove più, ed alla sera il sole si riaffaccia, prima di tramontare. Quasi beffardo.
Il fiume Adda all'altezza della piana della Selvetta. Foto di M. Dei CasMa almeno è finita, si pensa, con un bilancio pesante, 24 morti ed una prima stima di 1.000-2.000 miliardi di danni (alla fine la stima salirà a 4.000 miliardi), ma è finita. Certo, i problemi per l’immediato non sono pochi: lunedì 20 la ss. 38 dello Stelvio e la  linea ferroviaria sono ancora interrotte, perché le acque del sinistro lago di Ardenno defluiscono lentamente; la media Valtellina è ancora isolata, ma almeno è finita. Si guardano con occhi amari i telegiornali, che hanno trovato di che riempire il loro palinsesto per giorni, ma almeno è finita. Si guardano con occhi gonfi di lacrime le abitazioni alluvionate, lesionate, invase da acqua e detriti; qualcuno pensa che si potrà recuperare qualcosa, lavare, pulire, non sa ancora che quella porcheria invade ogni interstizio, nella forma di un polvere finissima che ritrovi ancora a mesi di distanza, insieme a quel disgustoso odore di muffa, e poi i mobili si gonfiano, tutto è da buttar via. Ma almeno è finita.
E invece non è così. Passa poco più di una settimana, ed ecco che accade un evento definito epocale, uno di quelli, dicono i geologi, che si verificano solo a distanza di migliaia di anni. Il baricentro della tragedia si sposta in alta Il nuovo argine del fiume Adda alla piana della Selvetta, costruito dopo l'alluvione del 1987. Foto di M. Dei CasValtellina, e precisamente a monte della strozzatura del ponte del Diavolo, fra le Prese, a sud, e Cepina, a nord. Un evento preannunciato da alcuni segnali: sull’alto versante montuoso della Val Pola, che si stende ai piedi del monte Zandila, c’è chi nota preoccupanti fenditure. La maggiore è lunga circa 100 metri e larga una ventina. Il segnale è allarmante e, dopo un sopralluogo dei geologi Michele Presbitero, responsabile del servizio regionale di Protezione Civile, e Maurizio Azzola, la zona di fondovalle sottostante alla Val Pola viene dichiarata inagibile.
Una zona nella quale ferve, in quell’ultima settimana di luglio, un lavoro febbrile: la ss. 38 è stata portata via dagli eventi alluvionali del precedente finesettimana, gli operai lavorano alacremente per ripristinare il collegamento stradale, per porre fine a quell’isolamento dell’alta valle di cui si lamentano gli operatori turistici ed economici (appena a monte c’è Cepina, da cui partono ogni giorno un’ottantina di autocarri con rimorchio che portano l’acqua minerale la frana della Val Pola, a vent'anni di distanza. Foto di M. Dei CasLevissima in tutta Italia). Il lavoro non si interrompe, la strada deve essere riaperta al più presto. Gli operai iniziano di buon’ora. Anche quel tragico mattino di martedì 28 luglio. Sette operai sono già lì alle 7.23.
Alle 7.23 un fragore sordo, uno schiocco simile ad un colpo di frusta si sente fino a Bormio. Viene giù un intero pezzo di montagna, l’immane frana della Val Pola o del monte Zandila (nota anche, ma impropriamente, come frana del pizzo Coppetto), vengono giù, in circa mezzo minuto, 40 milioni di metri cubi di materiale, che riempiono il fondovalle, si incastrano, in basso, nella strozzatura della valle seppellendo il ponte del Diavolo, risalgono il versante opposto cancellando quattro abitati, S. Antonio, Morignone, Piazza (per fortuna evacuati) ed Aquilone (che non viene distrutta direttamente dalla massa franosa, ma dall’immane spostamento d’aria). Nuove vittima si aggiungono al bilancio di quella maledetta estate: i 7 operai al lavoro per ripristinare la ss. 38 e 28 abitanti di Aquilone, che non è stata evacuata perché non si immaginava che l’eventuale frana potesse avere dimensioni così apocalittiche.
La tragedia si consuma in pochi secondi, il successivo incubo, invece, dura diverse settimane. Il corpo franoso, alto fino a 50 metri, crea uno sbarramento artificiale che interrompe il deflusso dell’Adda verso Tirano. Per molti giorni l’Adda è come un’arteria spezzata: gli affluenti a valle della frana  ne alimentano il corso, ma le acque dell’Alta Capannone sventrato dalla furia del Madrasco nel 1987 a Fusine. Foto di M. Dei CasValtellina si accumulano in un nuovo e sinistro lago artificiale, le cui acque premono sempre di più sulle pareti della diga.
Per settimane i telegiornali si occupano di questo evento eccezionale ed imprevedibile negli sviluppi. Si parla di una possibile modificazione della geografia della valle, qualora le acque dovessero infiltrarsi nella muraglia del materiale scaricato dalla montagna, imbevendolo e facendolo scivolare rovinosamente, con un’onda di violenza inimmaginabile, verso Tirano e la media Valtellina. Che fare? Consolidare i bastioni che trattengono le acque del nuovo e sinistro lago? Prosciugarlo gradualmente? Si opera in entrambe le direzioni, nel mese di agosto, nella convinzione di poter disporre di tutto il tempo necessario (il livello delle acque del lago cresce di 2 cm circa ogni ora, e l'invaso, si calcola, non sarà pieno prima di 60 giorni; nel frattempo tutti i dispositivi di pompaggio e regimentazione saranno in piena funzione).
Ma se l’uomo pensa di poter disporre del tempo degli orologi, non potrà mai fare lo stesso del tempo del cielo e delle nubi. E di nuovo nubi, nere ed incombenti, si addensano e riversano precipitazioni di eccezionale intensità su tutta la valle, di nuovo lo zero termico raggiunge i 4000 metri. Siamo ad uno nuovo drammatico finesettimana, l’ultimo di agosto, il lago cresce con un ritmo allarmante, 20 centimetri ogni ora. Per fortuna le precipitazioni durano solo alcune L'Adda all'altezza di Sondrio. Foto di M. Dei Casore. Ma la situazione è dichiarata grave: bisogna intervenire sul corpo della frana, svasarlo, creare un nuovo alveo per il fiume Adda e procedere alla tracimazione controllata. Espressione che fa il giro d’Italia, perché di nuovo i media hanno di che tenere incollati allo schermo milioni di Italiani, che di nuovo possono commuoversi per le migliaia di persone che vengono evacuate nel timore di un precipitare degli eventi.
Alle 22 di sabato 29 agosto i geologi Maione, Presbitero e Lunardi prendono una decisione drastica: tutti i centri abitati nei pressi del corso dell’Adda, da Grosotto a Sondrio, debbono essere evacuati. E viene la domenica, domenica 30 agosto 1987. Le prime luci rischiarano uno scenario letteralmente spettrale nei paesi deserti.  È il giorno della tracimazione controllata. Arriva anche la RAI, a raccontare in diretta l’evento storico, con l’inviato Scaramucci ed il giornalista Santalmassi a seguire dallo studio. Non si sa cosa potrà accadere. Si prepara il nuovo alveo, si scava una breccia sul fronte della frana. L’acqua comincia di nuovo a defluire a valle. È come una rinascita. All’inizio c’è qualche timore: solo parte dell’acqua che esce dal lago raggiunge l’alveo a valle della frana, 7 metri cubi al secondo Il Presidente della Repubblica Cossiga visita Fusine nell'agosto del 1987. Foto di M. Dei Casspariscono nel suo immane corpo. Poi anche questo allarme rientra: 40 metri cubi al secondo escono dal lago, altrettanti raggiungono Le Prese.
Riecco l’Adda, quella vera, quella che nasce nel cuore della Magnifica Terra del Bormiese. Il fiume riacquista la sua antica vita e la geografia della valle non subisce ulteriori sconvolgimenti. Gli evacuati rientrano, gradualmente, nelle proprie case nei giorni successivi, il lago viene poco a poco svuotato.
Resta, nell’immaginario collettivo, l’immagine della Valtellina legata al concetto di alluvione e dissesto idrogeologico. Resta il compito di porre finalmente termine all’isolamento dell’alta valle. Restano discussioni, polemiche, paure. Resta, a distanza di vent’anni, la necessità di ricordare, per tanti motivi. Innanzitutto per onorare la memoria di chi ha perso la vita in quei maledetti 11 giorni dal 18 al 28 luglio del 1987.


Località:
Valtellina

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Testo e fotografie a cura di M. Dei Cas


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Ultima Modifica: Giovedì, 19 Luglio, 2007

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