È
di recente apertura il rifugio Casera di Dordona, in alta Val Madre
(m. 1930), non lontano dal passo di Dordona. Il rifugio è posto
fra le baite dell’alpe omonima, raggiunte dalla strada sterrata
che, dal 2004, sale fino ai 2063 metri del passo, congiungendosi con
la pista gemella che sale da Fòppolo, in alta Val Brembana. Si
tratta, in ordine di tempo, della seconda pista transorobica, che congiunge,
cioè, i due versanti delle Orobie, dopo quella più celebre
e carrozzabile che scavalca il passo di San Marco, nella valle del Bitto
di Albaredo. La pista sterrata che valica il passo di Dordona (il più
basso ed agevole sul crinale orobico ad est di quello di San Marco)
è chiusa al traffico veicolare, ma può ovviamente, essere
sfruttata dagli amanti della mountain-bike, che possono utilizzarla
per effettuare l’affascinante traversata Valtellina-Val Brembana.
La pista può servire anche solo per salire al rifugio e di lì
fino al vicino passo, di notevole interesse per i resti delle fortificazioni
militari risalenti alla prima guerra mondiale. I motivi di interesse
storico non finiscono qui: la Val Madre, anche per le attività
di estrazione del ferro che vi si esercitavano
fu, fino al secolo
XVI, è una delle più importanti del versante orobico valtellinese
ed una delle più interessate dai commerci con il versante bergamasco
(il paese che si trova al suo sbocco, Fusine, deve il suo nome alle
fucine nelle quali il ferro veniva lavorato).
Raggiungiamo, dunque, Fusine, staccandoci dalla statale 38, sulla destra
(per chi proviene da Milano) al passaggio a livello di San Pietro-Berbenno.
Dal limite orientale (di sinistra) del paese parte una strada asfaltata
che risale, per diversi chilometri, il fianco montuoso che sovrasta
il paese. Oltrepassiamo così l’abside secentesca costruita
sulle rovine dell’antichissima chiesa di S. Andrea e la bella
chiesetta quattrocentesca della Madonnina (m. 552); passiamo, poi, per
le baite di Ca' Manari (m. 800), prima di svoltare a destra ed effettuare
un lungo traverso verso ovest, che ci introduce nella valle, sul fianco
orientale. Il traverso, lungo il quale l’asfalto lascia il posto
alla terra battuta, propone anche un tratto scavato nella viva roccia,
sul limite di un impressionante salto: una Madonnina posta su una roccia
che si affaccia sul baratro ci protegge dai pericoli di questa aspra
montagna. Dopo un ultimo tratto, la strada ci porta al centro del piccolo
nucleo
di Valmadre (m. 1195), a 10 km da Fusine. Qui troviamo, oltre ad alcune
belle baite, la graziosa chiesetta secentesca di San Matteo.
Il centro era un tempo di considerevole importanza: Feliciano Ninguarda,
nella sua celebre visita pastorale in Valtellina del 1589, vi contava
178 abitanti, ridotti a poco meno di un centinaio sul finire dell’Ottocento.
Vi resistettero un parroco ed una scuola fino alla prima guerra mondiale,
poi il lento spopolamento. Ora regna una quiete immota. Presso la chiesetta
una meridiana ci ricorda come il tempo, scorrendo implacabile, ci toglie,
a poco a poco, la vita. Ciascuno reagirà a questo messaggio secondo
il proprio carattere e la propria sensibilità (con qualche scongiuro
o qualche meditazione): in ogni caso questo ammonimento non ci impedirà
di inoltrarci nella valle, seguendo la comoda carrozzabile che procede
per un buon tratto con andamento quasi pianeggiante e tocca le baite
della Costa e di Grumello.
Possiamo, così, raggiungere la località Teccie (m. 1250),
a circa 2 km da Valmadre, dove, in corrispondenza di un primo ponte
sul torrente Madrasco, troviamo il cartello che ci vieta di proseguire
con l’automobile, che possiamo lasciare nello slargo sulla sinistra,
dove si trova anche l’edicola del parco regionale delle Orobie.
Può
darsi, tuttavia, che siamo giunti fin qui in mountain-bike, percorrendo
12 km: in questo caso la fatica si farà certamente sentire, perché
in diversi tratti la strada Fusine-Valmadre propone strappi che mettono
a dura prova muscoli e polmoni.
Varchiamo, ora, una prima volta il Madrasco su un ponte, portandoci
dal suo lato sinistro (per noi) a quello destro. Comincia la salita
del punto più angusto e uggioso della valle. Dopo un secondo
ponte, torniamo sul lato sinistro della valle ed affrontiamo una serrata
successione di tornanti, che ci consentono di guadagnare quota e di
sormontare la soglia della valle che precede la piana delle baite Forni
(m. 1452), che raggiungiamo dopo un ultimo breve tratto in discesa.
Da qui individuiamo facilmente il piccolo altipiano sul quale è
collocato il passo. Se avessimo qualche dubbio, basterebbe seguire la
sequenza dei tralicci che lo raggiungono, una presenza che, sicuramente,
un po' turba la bellezza selvaggia di questi luoghi.
Qui ci si presentano due possibilità. Se siamo a piedi, ci conviene
lasciare la strada sterrata seguendo una traccia che parte dalla baita
alla nostra destra e, dopo aver fiancheggiato il Madrasco, porta ad
un ponticello che ci permette di oltrepassarlo e di trovare, poco oltre,
una ben visibile mulattiera che sale verso sul fianco occidentale della
valle, fino ad intercettare,
ad
una quota più alta, la pista per il passo di Dordona. Se, invece,
siamo in mountain-bike dobbiamo proseguire sul lato sinistro della piana,
per iniziare, poi, una serie di ampi tornanti che consente di guadagnare
quota molto gradualmente. La pista si porta dal lato orientale a quello
occidentale della valle, in corrispondenza dei prati e delle balze dell’alpe
Dordona. Poco sotto l’ultimo tornante sinistrorso prima del lungo
traverso che conduce al passo, raggiungiamo le baite dell’alpe,
fra le quali spicca il nuovo edificio del rifugio, posto a 1930 metri.
Non possiamo, ovviamente, tralasciare di effettuare almeno una rapida
puntata al passo, che non è lontano. L’ultima diagonale
lo raggiunge, proponendo pendenze del tutto abbordabili. Se siamo giunti
fin qui in mountain-bike da Fusine, abbiamo impiegato circa un'ora e
mezza/due, superando un dislivello di 1780 metri (Fusine è a
285 metri s.l.m.), e ci siamo allenati per la Dordona-skybike,
appuntamento del primo autunno da non perdere per gli appassionati della
mountain-bike.
Proprio sul passo troviamo, oltre a qualche resto di altre fortificazioni,
un cunicolo scavato nella roccia, che conduce ad un osservatorio dal
quale si domina buona parte della Val Madre.
Queste
fortificazioni furono costruite fra il 1916 ed i primi mesi del 1917
dalla milizia territoriale, costituita in gran parte da soldati reclutati
sul posto o, più raramente, su base regionale. L'area della cosiddetta
"linea Cadorna", che correva su buona parte del crinale orobico,
era presidiata da tre battaglioni della Milizia territoriale, dalle
compagnie alpine Morbegno, Tirano, Edolo e Vestone e da quattro drappelli
di Alpini sciatori della Regia Guardia di Finanza. Dopo la drammatica
ritirata conseguente alla disfatta di Caporetto gran parte di questi
reparti venne inviata al fronte, perché la linea Cadorna aveva
assunto un'importanza strategica minore, di fronte alla minaccia prioritaria
di uno sfondamento della linea del fronte che si era stabilizzata sul
Piave. La Prima Guerra Mondiale è conosciuta anche come la "grande
guerra", ed impegnò l'esercito del Regno d'Italia contro
quello dell'Impero Austroungarico su diversi fronti. La linea del fronte
passava dallo Stelvio ed interessava i gruppi dell'Ortles, del Cevedale
e dell'Adamello.
Lo stato maggiore italiano temeva che la pressione austriaca potesse
determinare un cedimento su questo versante, con la conseguente invasione
della Valtellina.
Se
anche questa, poi, fosse stata persa, per l'esercito nemico si sarebbe
aperta una facile porta per l'invasione delle grandi città del
nord, e l'esercito italiano sarebbe stato preso, nella pianura Padana,
fra due fuochi e posto in una situazione strategicamente drammatica.
Il rischio era reso più concreto dalla possibilità che
gli Austriaci invadessero la neutrale Svizzera, passando per i Grigioni
e la Val Poschiavina. Per fronteggiarlo, il generale Cadorna decise
di allestire una serie di fortificazioni sui passi orobici di più
facile accesso, come quelli di Dordona, San Marco, di Verrobbio e di
Stavello, al fine di evitare che l'esercito nemico li utilizzasse per
invadere su più direttrici, attraverso le valli bergamasche,
la pianura Padana. Tali postazioni erano costituite da trincee, polveriere,
cunicoli e postazioni di osservazione e di artiglieria. Oggi se ne possono
osservare i resti, i ruderi di un fronte mancato, perché, per
fortuna, la guerra non giunse mai ad insanguinare il bel suolo orobico.