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La tradizione del "Sunà
da mars" (letteralmente "Suonare di marzo") è molto
antica e si rifà ad un misto di religiosità e cultura pagana,
miscelate con sagacia dall'arguzia contadina. Lo spirito della tradizione
intendeva infatti essere rito propiziatorio per la ricrescita dell'erba
dopo la pausa invernale e, se si considera quanto fosse importante per
un'economia rurale questo alimento, è facile intuire come tutto
il cerimoniale si legasse a qualche rito ancestrale, tramandato di generazione
in generazione.
Cosa avveniva esattamente durante gli ultimi tre giorni del mese di febbraio
di ogni anno?
Alcuni anni fa - e ve n'è traccia nella memoria di molti Aprichesi
- frotte di ragazzi percorrevano le vie del paese spostandosi di contrada
in contrada e, al suono di campanacci e corni, girovagavano lungo i prati
ancora coperti di neve. Ogni contrada avocava a sé il diritto di
avere competenza sul proprio territorio, ma non disdegnava puntate nelle
"proprietà" di quelle vicine. Questo fatto, a causa dell'esuberanza
giovanile, spesso degenerava in furiosi litigi tra gruppi diversi che
si vantavano vicendevolmente di avere il merito per la futura e prosperosa
crescita dell'erba in quella zona. Per l'occasione ogni famiglia metteva
a disposizione "strumenti musicali" particolari e facilmente
reperibili: i campanacci che in estate venivano legati al collo delle
mucche sulle malghe d'alta montagna e i corni, ricavati dalle corna dei
caproni.
Sugli strumenti "musicali" utilizzati è tuttavia necessario
dare ulteriori notizie e ne riparleremo più avanti. Ciò
che avveniva non si limitava tuttavia al solo e festoso girovagare dei
gruppi di ragazzi, ma alla fine dei tre giorni veniva consumato il "mach",
parola di cui non si conosce l'origine (con molta fantasia si può
pensare al tedesco "Macht", che significa potenza, forza, potere),
consistente in pizzoccheri o polenta. Questo cibo, preparato in ogni contrada,
era frutto delle donazioni di varie famiglie: la legna, il burro, la farina
e quant'altro occorreva, venivano raccolte per poi essere consumate da
tutti i contradaioli riuniti. Agli anziani, agli infermi e ai più
piccoli, che non potevano partecipare al banchetto comune, il cibo veniva
portato direttamente nelle abitazioni. La preparazione del "mach"
era delegata ad alcune persone (i "macanchì") che avevano
a capo un personaggio carismatico. Probabilmente tutto questo serviva
a cementare i rapporti tra gli individui e ad unire i nuclei familiari
che abitavano le singole frazioni. 
L'aiuto tra vicini, soprattutto in occasione dei lavori agricoli, era
consuetudine assai radicata. Non si poteva comunque dar corso alla tradizione
se nella contrada si fosse verificato un lutto: era necessario avere il
preventivo assenso della famiglia interessata che, salvo rarissime occasioni,
veniva regolarmente concesso.
Tornando agli strumenti musicali utilizzati bisogna sapere che pur trattandosi
di mezzi anomali e normalmente usati nella vita quotidiana, erano spesso
di gran valore sia commerciale che affettivo. I campanacci si dividevano
in tre categorie: "bronzi", "ciochi" e "placc",
ma non è possibile la traduzione dal linguaggio dialettale. I "bronzi"
erano i più preziosi, ricavati da un'unica colata composta da una
lega di diversi metalli in cui predominava il bronzo. Alcuni, con la data
incisa e con vari stemmi, erano tramandati come patrimonio di famiglia
e custoditi gelosamente. Di medie dimensioni, producevano
un suono molto simile ad un tintinnio marcato e prolungato. I "placc",
così chiamati a causa della forma appiattita, si riconoscevano
per il suono secco e breve, erano i più usati quando il bestiame
pascolava sugli alpeggi d'alta quota e durante i trasferimenti da una
zona all'altra. Ma i più grandi campanacci in assoluto erano i
"ciucù" (li "ciochi" si dividevano in "ciucù"
e "ciuchì"), dalle dimensioni a volte enormi e forma
arrotondata. Molto pesanti, erano utilizzati solamente per i trasferimenti
e ai mercati o mostre di bestiame. Venivano messi al collo della bestia
più bella. Il suono prodotto era lugubre e breve. Spesso si riconoscevano
le mucche di una famiglia proprio dal suono dei campanacci anche senza
vederle. A questi si aggiungevano i "corni", antichi strumenti
musicali utilizzati per segnalazioni un po' ovunque.
Durante la cerimonia, tutti questi attrezzi si usavano in vari modi, ma
preferibilmente venivano composte squadre di diversi elementi, con campanacci
dello stesso tipo, per produrre suoni ritmici spostando in continuazione
gli "strumenti" con le cosce, mentre si camminava, a destra
e sinistra. Era un esercizio fisico che richiedeva molta forza e per questo
motivo i delegati al "Sunà da mars" erano in prevalenza
i giovani delle varie contrade.
La tradizione da alcuni anni è tornata prepotentemente alla ribalta
e si cerca di renderla ogni anno più simile alle origini. Sicuramente
è stata adeguata ad esigenze di tipo turistico, ma nella sostanza
non ne è mutato lo spirito. Lo svolgimento della manifestazione
è previsto negli ultimi giorni del mese di febbraio con il coinvolgimento
di numerosissime persone chiamate, per una volta, a compiere un ritorno
al passato.
Da alcuni anni è stato introdotto il rito della benedizione degli
ingredienti del "mach" e del passaggio del campanaccio simbolo
del "Sunà da mars" da una contrada all'altra. La contrada
in possesso di questo campanaccio apre il corteo finale che, la sera dell'ultimo
giorno del mese di febbraio, percorre il tratto finale verso il luogo
in cui è preparato e distribuito il "mach". Le contrade
seguono percorsi diversi prima di giungere a piazza Palabione ed i vari
cortei annoverano tra i partecipanti gente in costume, gruppi folcloristici
e turisti.
Dall'anno 2005, che rappresentò per la verità la ripresa
dell'aspetto antico della festa di fine febbraio, vi fu l'aggiunta di
due contrade, Liscedo e Liscidini, che andarono ad aggiungersi, come del
resto già era ai tempi andati, alle contrade di Santa Maria, Dosso,
Mavigna e San Pietro.
L'edizione 2008 si svolgerà tra mercoledì
27 e giovedì 28 febbraio
Oltre alle sei contrade di Aprica con relativi stendardi (Dosso, Liscedo, Liscidini, Mavigna, Santa Maria e San Pietro), saranno presenti alla sfilata numerosi gruppi folcloristici provenienti dalla Bergamasca (Sovere in Val Cavallina, Vilminore in Val di Scalve e Gorle in Val Seriana), dalla Valtellina (San Giacomo, Teglio e Val Gerola), dalla Bresciana (Doverio e Santicolo di Córteno) e un gruppo della Val Poschiavo nei Grigioni svizzeri.
Da ognuna delle sei contrade, radunati in punti di partenza prestabiliti, si snoderanno ad un dato momento i cortei, che convergeranno tutti davanti al Municipio in Piazza Mario Negri scultore per una rumorosissima sosta. Da qui si sposteranno poi definitivamente verso il luogo di raduno finale in Piazza del Palabione.
Eccone in sintesi il programma
Mercoledì 27 febbraio
ore 21:00 Benedizione ingredienti per il mach
Presentazione nuovo costume di Aprica
Consegna gonfaloni ai rappresentanti delle contrade ai bambini
Passaggio del campanaccio simbolo
Giovedì 28 febbraio
ore 20:45 Ritrovo e partenza cortei dalle singole contrade:
San Pietro dalla fontana in Via Ospitale
Mavigna dall’imbocco di Via Mavigna
Dosso dalla fontana di Via Panoramica
Santa Maria dal Piazzale della Chiesa
Liscidini da Cà di Pom
Liscedo da Liscedo Alto
ore 22:00 Distribuzione del mach in Piazza del Palabione
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