Sulla cima del pizzo Gerlo (m. 2470) convergono i confini di
tre comuni, Tartano, a sud e sud-ovest, Forcola, a nord (si tratta della
Val Vicima, che, pur essendo laterale della Val di Tartano, rientra
nel territorio di questo comune), e Fusine, ad est.
Salire al pizzo dal versante della Val di Tartano non è difficile.
Il punto di partenza dell’escursione è nei pressi della
galleria paravalanghe che si incontra percorrendo la carrozzabile che
parte da Tartano (m. 1210) e si addentra in Val Lunga.
Lasciamo l’automobile appena prima della galleria, e cerchiamo
sul lato sinistro della strada, verso monte, ad una quota approssimativa
di 1300 metri, la partenza del sentierino che sale all’alpeggio
del Gerlo. Una diagonale verso sinistra ci porta a dominare, con un
bel colpo d’occhio, la frazione della Piana (m. 1282), riconoscibile
per il campanile della chiesetta: salendo da Tartano in automobile,
l’abbiamo oltrepassata, sulla nostra destra. Alle sue spalle,
verso nord-ovest, l’orizzonte è chiuso dal versante che
sovrasta l’imbocco della Val Corta: distinguiamo, da sinistra,
il monte Pisello ed il passo omonimo, la cima della Paglia, il monte
Piscino e la Forcella, a monte dell’alpe Postareccio. Il sentiero,
dopo un successivo tratto verso destra, si addentra nel solco della
valle del Gerlo, cominciando a salire all’ombra di alcune singolari
formazioni rocciose, che sembrano poste a guardia della soglia che separa
il fondo della Val Lunga dalla splendida fascia di alpeggi che percorre
il fianco più alto della sua costiera nord-orientale. Per un
buon tratto il tracciato descrive una fitta serpentina, quasi giocando
con un torrentello secondario che confluisce nella valle del Gerlo,
e superandolo in più punti, da destra a sinistra e da sinistra
a destra. Il sentiero è ancora in buono stato, e conserva, in
alcuni punti, traccia dei muretti di sostegno che garantivano condizioni
adeguate di transito alle mandrie che salivano, ad inizio estate, agli
alpeggi. Poi un traverso verso destra,
le
quale la traccia si fa più debole, ci porta nel cuore del solco
principale della valle, dove il torrente del Gerlo sembra scaturire,
in un vivace gioco di riflessi, da una fascia di rocce nascoste, poco
a monte del sentiero, dalla bassa vegetazione. Lo attraversiamo verso
destra, e riprendiamo a salire. Il sentiero torna a farsi marcato, e
serpeggia fra la bassa vegetazione, fino a raggiungere la fascia più
bassa di un bel bosco di conifere. È come entrare in un mondo
diverso.
Ben presto ci ritroviamo a valle di un lungo dosso di prati, di cui
scorgiamo appena, sulla nostra destra, il filo. Scorgiamo anche la baita
di quota 1735. Alle sue spalle, appare un bello spaccato della costiera
che divide la Val Lunga dalla Val Corta: si distinguono, da destra,
l’affilata cima del pizzo della Scala, che sovrasta la conca dell’alpe
omonima, la sella del passo del monte Moro, il poco pronunciato monte
Moro, il monte Gavet ed il dosso Tacher. Il sentiero resta sempre sotto
il margine dei prati, poi volge a sinistra ed attraversa una bella fascia
di radi larici, prima di raggiungere il limite inferiore dello splendido
anfiteatro dell’alpe del Gerlo, dove ci accoglie la singolarissima
formazione delle baite del Gerlo (m. 1897), disposte in una doppia file
di tre, con le tre superiori leggermente sfalsate sulla destra. A monte
delle sei baite, l’ampia distesa dell’alpeggio, che raggiunte
il piede della costiera che separa la Val Lunga dalla Val Vicima (la
prima laterale sud-orientale della Val di Tartano).
Sulla costiera possiamo facilmente individuare la meta, il pizzo Gerlo,
spostato a destra rispetto alla verticale delle baite. Riprendiamo la
salita, su una traccia discontinua di sentiero che parte alle spalle
delle baite, salendo il ripido versante dei pascoli. Alla nostra sinistra,
sul lato opposto dell’alta valle del Gerlo, possiamo vedere bene
il lungo baitone dell’alpe, a quota 2050. Incontriamo, nella salita,
altre tre baite isolate, prima di raggiungere il modesto ripiano che
ospita il recinto delle baita Matarone (m. 2215). Il luogo è
davvero suggestivo, soprattutto per la presenza dei tre grandi ometti
che stanno sul muricciolo di fronte alle baite. Sicuramente la loro
collocazione non è casuale, così come non è casuale
che solo uno di essi è sormontato da una pietra a
forma
di tronco di piramide, ma il significato di tutto ciò resta un
enigma. Mentre questo interrogativo si fa strada nelle nostre menti,
possiamo osservare il panorama che si apre dalle baite. Possiamo di
nuovo osservare la costiera che fronteggia la nostra, dal pizzo della
Scala al dosso Tacher. Guardando in direzione opposta, verso est, possiamo
distinguere il tormentato crinale che congiunge il pizzo Gerlo, a sinistra,
al monte Seleron (m. 2519), a destra. Nel mezzo, si riconosce un intaglio
al culmine di un ripido canalino, che pare di difficile accesso. Ed
in effetti non è facile raggiungere l’intaglio, ma con
un po’ di esperienza e cautela lo si può fare, per poi
scendere facilmente in alta Valmadre, a monte del laghetto e dell’alpe
di Bernasca.
Alla nostra destra vediamo un sentiero che raggiunge il dosso che separa
l’alpe del Gerlo dall’alpe Canale. Seguendolo, possiamo
poi scendere ai piedi dell’ampio vallone che sale alla bocchetta
che guarda sulla Val Cògola, laterale della Valmadre, e salire,
quindi, facilmente a tale bocchetta, molto panoramica, che sulle carte
IGM non ha nome ed è quotata 2410 metri. Ma la nostra meta, per
oggi, è diversa.
Dobbiamo prendere a sinistra, imboccando l’evidente sentiero che
aggira il dosso che scende dal pizzo Gerlo verso sud-ovest, passando
a monte di una fascia di rocce. Aggirato il dosso, ci affacciamo ad
un ampio vallone, appena pronunciato, che scende dal crinale Val Lunga-Val
Vicima fino all’alpe del Gerlo. Il sentiero diventa via via meno
marcato, mentre guadagna quota molto gradualmente: seguirlo richiede,
ora attenzione. Raggiunto il filo di un piccolo dosso, non prosegue
nella medesima direzione, ma piega a destra (non è facile vedere
la deviazione) e risale per un tratto il dosso con serrati tornantini,
piegano poi ancora a destra, attaccando il versante abbastanza ripido
che ci separa dal crinale. Qui finisce per perdersi, ma non è
difficile guadagnare il crinale anche salendo a vista e puntando ad
una ben visibile selletta, posta ad una quota approssimativa di 2350
metri.
Il
crinale si affaccia sulla Val Vicima, la prima laterale orientale della
Val Tartano. Il versante opposto a quello risalito appare di natura
diversa: non più un declivio erboso, ma un sistema di ripide
roccette, colonizzate solo qua e là dalla vegetazione disordinata.
Siamo, più o meno, a metà strada fra il pizzo Torrenzuolo,
alla nostra sinistra (m. 2380), ed il pizzo Gerlo, alla nostra destra
(m. 2470). Da qui vediamo ora bene la cima di quest’ultimo. Ci
colpisce la marcata differenza fra i suoi versanti settentrionale (che
guarda all’alta Val Vicima) e meridionale (che guarda alla Val
Lunga): mentre il secondo propone un manto erboso, interrotto solo da
qualche modesta formazione rocciosa, il primo è costituito da
una parete rocciosa che ha la sua imponenza e che domina la testata
dell’alta Val Vicima. Un po’ come un Giano bifronte, un
pizzo dal doppio volto.
Un pizzo di difficile accesso, almeno così pare da qui: il crinale
che scende dalla sua cima verso nord-ovest, e che dobbiamo ora risalire,
sembra troppo ripido per le capacità di un escursionista medio.
In realtà si tratta di un’impressione parzialmente ingannevole:
seguendo una traccia di sentiero e risalendo il crinale, ci accorgiamo
che difficoltà autentiche, in assenza di neve e su terreno asciutto,
non ce ne sono. Ad attenderci, sulla cima, due grandi ometti ed un panorama
eccellente. A nord, in primo piano, il monte Seleron (m. 2519), alle
cui spalle si intravede la cima Vallocci (m. 2510): si tratta delle
due maggiori elevazioni della costiera che separa la Val Lunga dalla
Valmadre. È interessante osservare che le cime di questa costiera
sono più elevate di quelle che scandiscono la testata della Val
Tartano, e che si scorgono, sul fondo, a destra (si distingue, in particolare,
il profilo arrotondato del monte Valegino – m. 2415 -, l’ampia
sella del passo di Tartano – m. 2105 -, la cima di Lemma –
m. 2348 – ed il pizzo della Scala – m. 2427 -). A sinistra
del monte Seleron, invece, si scorge una sequenza di costiere, che separano
Valmadre, Val Cervia, Valle del Livrio e Val Venina; sul fondo,
spicca
il profilo regolare del pizzo del Diavolo di Tenda, sulla testata della
Val Vedello. A sud possiamo dominare l’alta Val Vicima, alle cuoi
spalle, sul fondo, si stagliano le cime del gruppo del Masino ed il
monte Disgrazia. A sud-ovest si impone, in primo piano, la cima erbosa
del pizzo Torrenzuolo; alle sue spalle, la Costiera dei Cech e la valle
di Spluga, all’ingresso della Val Masino. Più a sinistra,
dietro la costiera che separa la Val Corta dalla bassa Valtellina, lo
sguardo raggiunge la parte terminale della bassa Valtellina ed uno scorcio
del lago di Como.
Per salire ai 2470 metri del pizzo abbiamo superato un dislivello di
circa 1170 metri, in 3-4 ore di cammino. Ora ci tocca scendere. Se optiamo
per ripercorrere la medesima via di salita, prestiamo attenzione ai
punti di riferimento memorizzati salendo, per evitare problematiche
discese a vista lungo i ripidi scivoli di erba e roccette che calano
all’alpe del Gerlo.
Suggerisco, però, questa alternativa, che richiede un’ora
circa di cammino in più, ma che è assai interessante.
Tornati alla sella fra i pizzi Gerlo e Torrenzuolo, invece di scendere
all’alpe, affrontiamo la breve salita che ci porta a questa seconda
cima (m. 2380), che raggiungiamo facilmente in pochi minuti. Ricominciamo,
quindi, a scendere seguendo la traccia di sentiero sul crinale che scende
dal pizzo verso ovest, fino a raggiungere alcuni grandi ometti. L’ultimo
di questi ometti segnala la deviazione a destra, che ci consente di
lasciare il crinale e di scendere all’alpeggio che occupa la parte
alta della Val Castino. Pieghiamo, ora, a sinistra e scendiamo, toccando
alcune baite, fino ad intercettare il marcato sentiero che congiunge
l’alpe Torrenzuolo all’alpe Barghèt. Lo percorriamo
verso sinistra e, in pochi minuti, raggiungiamo l’alpe Torrenzuolo,
dove troviamo l’omonimo agriturismo (m. 1794), dal quale si può
scendere direttamente a Tartano. Se disponiamo di due automobili e ne
abbiamo lasciata una qui, possiamo optare per questa soluzione. In cao
contrario, dobbiamo imboccare il sentiero che congiunge l’alpe
Torrenzuolo all’alpe del Gerlo. Per trovarlo, dobbiamo proseguire,
dall’agriturismo, in direzione di una baita più piccola,
posta a sud-est, per poi salire, seguendo il sentiero, ad una seconda
baita (m. 1881).
Appena
sotto la baita, un cartello indica il punto nel quale il sentiero si
inoltra nel bosco, iniziando una bella traversata che, con qualche leggera
salita, ci riporta, in un quarto d’ora circa di cammino, all’alpe
Gerlo, di cui raggiungiamo il limite nord-occidentale. Superato il torrentello,
siamo di nuovo alle sei baite della casera del Gerlo (m. 1897), dalla
quale riprendiamo la discesa seguendo il sentiero già utilizzato
nella prima parte dell’escursione. Questo bel giro richiede circa
6 ore di cammino.