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Luglio 1987. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri). Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio sulla Valtellina comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi
d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise: alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone. Nove i dispersi (anche loro dovranno essere annoverati fra le vittime, ventuno in tutto). È solo l’inizio della tragica decade che dal 18 al 28 luglio mise in ginocchio la Valtellina.
C’è una cima dedicata alla memoria di quei tragici giorni, ed in particolare alla tragedia della Val Tartano: si tratta della Cima delle Cadelle (“scima de lì cadèli”), sull’angolo sud-orientale della valle, fra Val Lunga e Val Brembana. Su questa cima, a 2483 metri, è stata collocata, nel 1987, la statua dell'arcangelo Gabriele (conosciuta come l’angelo delle Cadelle), con il volto trifronte, che guarda in tre diverse direzioni (Val Brembana, Val Tartano, Valmadre), e veglia sui due versanti orobici, perché non si ripetano gli eventi che hanno luttuosamente segnato la Val Tartano. Salire a questa cima non richiede un impegno più che escursionistico, e può essere un modo profondo di rendere omaggio alla
memoria di coloro che scomparvero travolti dalla valanga di fango che scese dal versante montuoso sotto l’alpe Torrenzuolo.
Per effettuarla, dobbiamo raggiungere lo spiazzo nel quale si conclude la strada che, con fondo asfaltato e sterrato, da Tartano si addentra in Val Lunga, fino all’altezza dei fienili Arale e poco oltre. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra il ponte che scavalca il torrente Tartano ed imbocchiamo il tratturo che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale, ma lasciandolo subito, sulla destra, per immetterci sul sentiero che, procedendo in direzione sud-sud-est, porta alla casera ed ai laghetti di Porcile.
Dopo un primo tratto nel bosco, il sentiero prosegue all’aperto, diritto: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Superiamo, salendo, due strappi piuttosto severi ed altrettante vasche in cemento per la raccolta dell’acqua, lasciano, in basso a destra, un gruppo di baite, e in alto, sulla sinistra, le baite quotate 1699 metri. Raggiungiamo, così, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) e, con un ultimo strappo, guadagna l’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Non proseguiamo, però, in direzione delle baite dell’alpe, ma subito, volgendo a destra, guadiamo, da
sinistra a destra, il torrente Tartano sfruttando alcuni sassi opportunamente disposti. Saliamo, sul lato opposto, diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, fino alla sommità di un dosso, passando a destra di due ometti, poi volgiamo leggermente a sinistra, puntando in direzione di un paletto con segnavia bianco-rosso. Percorriamo un tratto, con alcuni tornantini, in una macchia di larici, poi ne usciamo, proseguendo per un tratto verso sinistra e piegando poi a destra, fino a raggiungere la baita isolata di quota 1900 (“Baita del zapèl del làres”).
Qui troviamo un bivio e, seguendo i segnavia, proseguiamo sulla destra. Dopo un breve tratto, però, troviamo un nuovo bivio e qui prendiamo a sinistra, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi. Davanti a noi, in alto, sono ben visibili le marcate depressioni del crinale che ospitano il passo di Porcile, sulla sinistra, ed il passo di Tartano, sulla destra; in mezzo, il monte Valegino (m. 2415). Incontriamo, più avanti, un terzo bivio, al quale prendiamo a destra, risalendo alcune facili roccette fino ad un prato e ad un paletto con segnavia bianco-rosso. Incontriamo, quindi, il bivio principale, segnalato da un paletto cilindrico: qui la traccia di destra sale al passo di Tartano (segnavia rosso-bianco-rosso), mentre quella di sinistra, che ci interessa, si porta ai laghetti di Porcile (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso). Prendiamo, dunque, a sinistra (est-sud-est), in direzione della baita quotata 2000 metri (“Baita pianu”). Passiamo, però, a valle di questa baita, procedendo in
direzione di una seconda baita, quotata 2005 metri, e, attraversato un piccolo corso d’acqua, passiamo a sinistra, un po’ più alti, del più basso dei tre laghetti di Porcile, il lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986).
Dopo essere passati a sinistra di due roccioni, ci affacciamo all’ampia conca del secondo lago, che vediamo quando siamo ormai quasi alle sue rive. Si tratta del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030), splendido, tranquillo, silenzioso. Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi ad un’ora e 30 minuti, Valmadre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 kinuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.
Prendiamo dunque a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una
roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, e troviamo il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201.
Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, verso l’evidente sella del passo, intagliata fra il versante che culmina nella cima delle Cadelle, a sinistra, ed il monte Valegino (m. 2415), a destra. Salendo, possiamo per un buon tratto godere di un ottimo scorcio sul lago di Sopra, che resta, basso, sulla nostra destra.
In corrispondenza di una piccola pozza, ignoriamo una deviazione segnalata, sulla sinistra, per il passo di Dordona (sentiero 201 A) e proseguiamo nella salita al passo. Poco oltre, troviamo anche un sentiero che si stacca sulla destra da quello per il passo, ed effettua una traversata che taglia il versante settentrionale del monte Valegino, congiungendosi con il sentiero che, raggiunto il crinale, si porta al passo di Tartano. Noi però ignoriamo anche questa seconda deviazione.

Ci affacciamo, così, al corridoio terminale; il passo, però, non è posto sul punto più basso della depressione, ma sulla sinistra, un po’ più in alto; per raggiungerlo, quindi, il sentiero piega per un tratto a sinistra, salendo un po’, quindi punta al crinale: questo ci permette di evitare una faticosa fascia di massi.
Dai 2290 metri del passo ci affacciamo sulla Val Brembana e possiamo vedere, più in basso, la località turistica di Foppolo (m. 1500). Sul passo troviamo tre cartelli. Quello che si riferisce alla direzione dalla quale proveniamo dà i laghi di Porcile a 30 minuti (segnavia 201), il passo di Tartano ad un’ora (segnavia 201) e la Ca’ S. Marco a 5 ore
(segnavia 101). Nella direzione della Val Brembana, invece, due cartelli danno rispettivamente il monte Cadelle ad un’ora e Foppolo (segnavia 201) ad un’ora e mezza.
La cima delle Cadelle è la massima elevazione del crinale che scende, alla nostra sinistra, al passo (cioè da est). Non lo possiamo raggiungere seguendo dal passo il crinale, ma sfruttando il versante che guarda alla Val Brembana. Il sentiero per Foppolo comincia a scendere assai ripido, passando a sinistra di un corpo franoso, per poi volgere a sinistra e portarsi ad una baita isolata (m. 2230), dalla quale si stacca, sulla sinistra, il sentiero, segnalato, per la cima.
Possiamo però evitare la noiosa discesa puntando, appena sotto il passo, subito a sinistra e tagliando il ripido versante erboso, fino ad intercettare questo sentiero. È possibile farlo utilizzando una traccia di sentiero stretta ma continua, che si stacca, appunto, sulla sinistra, non segnalata, dal sentiero principale, e che non presenta particolari problemi (se non quello di fare un po’ di attenzione tagliando un modesto dosso con roccette). Intercettiamo, dunque, il sentiero segnalato in corrispondenza di una pianetta e di un ometto, ad una quota approssimativa di 2300 metri; immettendoci in quest’ultimo, troviamo alcuni segnavia (bolli gialli e rossi) e saliamo sul versante a sud-ovest della cima, passando a sinistra di un corpo franoso. Il sentiero, ben visibile, piega poi a destra, puntando ad uno
sperone roccioso; prima di raggiungerlo, però, piega di nuovo a sinistra e risale, zigzagando, il canalone erboso alla sua sinistra. Dopo una ripida salita, pieghiamo a destra, portandoci sulla sommità arrotondata ed erbosa del salto roccioso (attenzione, in discesa, a ricordarsi di piegare, qui, a destra, evitando di proseguire diritti per non raggiungere il ciglio del salto). Pieghiamo, quindi, di nuovo a sinistra, salendo per un breve tratto, ed ancora leggermente a destra.
Pochi tornanti ci permettono di superare un corpo franoso e di raggiungere il crinale fra Val Brembana e Val Tartano, in corrispondenza del punto di arrivo di un canalino che sale fin qui dal versante valtellinese: è possibile, ma sconsigliabile, usarlo come via direttissima per la salita o la discesa. In basso il canalino, percorso da una traccia, termina ad una faticosa fascia di massi, nei pressi dei resti delle miniere di siderite che furono sfruttate fino alla fine del 1700, quando, anche per l'esaurirsi della legna per i forni, cessarono di essere redditizie. Superata la fascia di massi (che, racconta una leggenda, sono incessantemente percorssi da un'anima confinata qui, un "cunfinàa", il Rigadìn, che frodò la comunità di Colorina favorendo quella di Fusine), raggiungiamo la piana che si trova ai piedi della valle dei Lupi (forse quel che resta del quarto dei laghi di Porcile, dopo un progressivo interramento); da qui, piegando
a sinistra, in breve siamo al lago Grande. Ma torniamo alla salita.
Ormai ci siamo: pochi passi ancora sul crinale, ed ecco l’angelo, anzi, l’arcangelo Gabriele nella singolare raffigurazione trifronte, che veglia dal 1997 sulle valli orobiche.
A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Parcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323, la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Sul fondo, ad est, il gruppo dell’Adamello. A sud-est, sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale, con un colpo d’occhio interessantissimo su Foppolo e la Val Brembana.
Possiamo, quindi, riposare sotto la grande statua dell'Arcangelo, dopo circa 3 ore e mezza di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1000 metri. Ora che le gambe sono ferme, lasciamo
vagare i pensieri. Al passato, al presente, al futuro, alla fragilità ed all’incertezza delle cose umane.
E, parlando di angeli, forse verrà in mente la voce “angèl” del vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini. Vi si legge che “angel”, oltre che angelo, significa, anche bambino morto, perché si credeva che i bambini morti in tenerissima età diventassero angeli. Nelle famiglie numerose, si aggiunge, queste morti non era viste come una disgrazia, perché significavano, nel contesto di un'economia di stentata sussistenza, una bocca in meno da sfamare. Così, il complimento fatto ad una donna con prole già numerosa, ed al suo bambino, nato da poco e tenuto fra le sue braccia: “Che bèl facii de àngel”, era, implicitamente, un augurio che potesse morire presto. Tempi terribili, spesso troppo superficialmente idealizzati.