
La
Val Masino è costituita da un arco di valli che hanno come estremi
la valle di Spluga e la Val Terzana Entrambe condividono la sorte di
essere sicuramente gli angoli meno conosciuti di una delle più
celebri valli delle alpi Retiche. Immeritatamente. Questo discorso vale
in particolare per la valle di Spluga (niente a che fare, a dispetto
di equivoci, con la ben più ampia e famosa valle che si trova
a nord di Chiavenna), che riserva scenari di forte impatto suggestivo,
con la sua selvaggia, solitaria, ma non aspra bellezza. E, se ciò
non bastasse, riserva, nella sua parte più alta e nascosta, uno
stupendo sistema di laghetti: si tratta degli unici specchi d’acqua,
se ad essi si aggiunge il laghetto di Scermendone, dell’intera
Val Masino, prodiga, per altri aspetti, di monumentali cattedrali di
granito, ma avara di questo ingrediente così legato alla suggestione
dell’alta montagna.
Chi ama gli orizzonti che coniugano in una miscela perfetta bellezza
e solitudine non può, dunque, mancare di visitare la valle di
Spluga: complice la mancanza di vie di accesso carrozzabili che proseguano
oltre i 700 metri del paesino di Cevo (termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca"), non vi troverà, anche
nel cuore della stagione estiva, se non gli alpeggiatori,
e
forse, ma non è detto, qualche sparuto escursionista.
Vediamo come arrivarci e quali possibilità escursionistiche scegliere.
Lasciando, sulla sinistra, la statale 404 della Val Masino (che si imbocca
lasciando la ss. 38 all’altezza del comune di Ardenno) in località
Ponte del Baffo (m. 571, dove si trova, sulla destra della strada, anche
l’antica edificio della famosa osteria del Baffo), si attraversa,
su un ponte, il torrente Masino (èl fiöm), per poi salire al paesino di Cevo (termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca", m. 700), in territorio del comune di Civo, ad 1,5 km dal ponte del
Baffo. Un breve fuori-programma consente di ammirare le modeste ma interessanti
cascatelle della parte più bassa del corso del torrente Cavrocco,
che scende dalla valle di Spluga: basta imboccare un sentierino che
si trova all’altezza del primo tornante sinistrorso che si incontra
salendo verso Cevo . Al paesino si accede staccandosi sulla destra dalla
strada principale (denominata strada di Valpòrtola), che prosegue
affacciandosi sul limite orientale della costiera dei Cech nei pressi
di Cadelpicco e Caspano.
All’ingresso del paese troviamo la bella chiesa di Santa Caterina,
che, nell’attuale aspetto, risale al secolo XVII. Siamo al confine
fra i comuni di Cevo e di Val Masino: è, infatti, il torrente
Cavrocco a separarli. D’estate il paese si anima per la presenza
di numerosi
villeggianti.
Nelle rimanenti stagioni vive di una vita tranquilla e quasi fuori del
tempo. Molto bello, anche se non particolarmente ampio, il panorama
che si gode da qui: dominiamo la media Val Masino, con Cataeggio ("cataöcc"), suo
centro amministrativo, sovrastato dalle selvagge pareti del monte Piezza (sciöma da pièsa),
alle cui spalle si scorge la cima di Arcanzo; scorgiamo, in uno spiraglio
sulla sinistra di questo monte, la Cima di Castello ("castèl"), la più alta
della Val di Mello("val da mèl"), con i suoi 3386 metri; alla nostra destra, invece,
l’impressionante, aspro e selvaggio versante occidentale della
dorsale che culmina nella cima di Granda e separa la bassa Val Masino
dalla Valtellina.
Per accedere alla valle di Spluga sfruttiamo una bella mulattiera che,
nella prima parte, che ne percorre la sinistra orografica (destra per
chi sale). Fino a qualche anno fa si imboccava un sentiero che partiva
dalla parte alta del paese (raggiunta attraversandone le case), lasciava
l’abitato di Cevo, passava accanto ad una cappelletta solitaria
e scendeva al torrente, che viene superato su un ponte in cemento in
corrispondenza di una impressionante forra. Ora al sentierino si è
sostituita una pista che serve la centralina costruita per sfruttare
a scopi idroelettrici le acque del Cavrocco. La mulattiera è
larga e comoda: ignorata, nel primo tratto, la deviazione sulla destra
rappresentata dal sentiero per Cataeggio (tratto del Sentiero Italia
Lombardia nord 3), saliamo quasi schiacciati a ridosso delle rocce dell’aspro
fianco nord-orientale della valle. Alla nostra sinistra, più
in basso, scorre il torrente.
Superati
un corpo franoso ed una cappelletta, la valle si allarga e raggiungiamo
la prima tappa della salita, il maggengo di Cerèsolo,
posto in un ripiano, a quota 1041. Un’avvertenza: sulle carte
IGM e su quelle Kompass è segnato un sentiero che si stacca dalla
mulattiera a quota 750 metri circa e si inerpica sul selvaggio versante
nord-orientale della valle, raggiungendo l’alpeggio di Cervìso
(Cervìs). È però del tutto sconsigliabile avventurarsi
su questo tracciato, che tende a perdersi in un’insidiosissima
fascia di rocce. Qui, come in diversi altri luoghi della Val Masino
meno battuta, il rischio di finire, come certe capre, “incrapelati”,
cioè imprigionati da rocce dalle quali non riusciamo ad uscire,
è davvero concreto. Non che non si possa salire a Cerviso, ma
è assai più agevole farlo seguendo la mulattiera che parte
da Ceresolo ("sceresö", forse da "cerrus", quindi con significato di "cerreto"), e che considereremo più avanti.
A Ceresolo possiamo giungere anche per altra via: dalla centralina idroelettrica
di Cevo la pista sterrata prosegue, infatti, sul versante opposto della
valle rispetto a quello della mulattiera; all’altezza di Ceresolo,
un ponticello ci porta sul versante dei prati e delle baite del maggengo.
Salendo per questa seconda via troviamo, sulla nostra sinistra, l’indicazione
della partenza di un sentiero, un po’ esposto e servito da corde
fisse, che porta al maggengo di Rigorso (Rigurs), dal quale si scende,
poi, facilmente, su pista carrozzabile a Caspano: può essere
un’idea per una breve escursione ad anello, considerando che da
Caspano si può poi tornare, sulla strada di Valpòrtola, a Cevo,
ma si usi tutta la prudenza necessaria.
Riprendiamo il racconto della salita verso la parte superiore della
valle. Seguendo le indicazioni per i laghi, imbocchiamo un sentiero
che
attraversa un secondo corpo franoso, mentre alle nostre spalle il colpo
d'occhio si allarga, raggiungendo la Val di Tartano, sul versante orobico.
Attraversiamo il torrente Cavislone ("cavislùn"), che tesse i suoi ricami su una
fascia di roccette, e lo lasciamo alla nostra destra, prima di raggiungere
le baite abbandonate della Corte del Dosso ("cort dal dòs"), a 1460
m. Sulla prima di esse troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi,
con la numerazione “22”. L’ora di cammino che ci porta
da Ceresolo alla Corte del Dosso è piuttosto noiosa, ma ora la
valle comincia a regalare un primo ampio scorcio del suo lato sud-occidentale.
A quota 1760 circa raggiungiamo la fascia dei prati della Corte di Cevo ("cort de cèf"),dove troviamo alcune baite e, sulla nostra sinistra,
una casera ancora utilizzata. Superata anche la Corte di Cevo, entriamo
per l’ultima volta in una fascia boscosa, che precede l’accesso
all’alta valle, alla quale ci introduce la prima Casera di Spluga,
a quota 1939. Qualche decina di metri più in basso, a quota 1900
circa, parte, sulla destra, un sentiero di cui vale la pena prendere
nota. Nel primo tratto è difficile vederlo: dobbiamo prendere
come punto di riferimento il rudere di un baitello, proseguendo, lungo
la medesima direttrice, verso il limite del bosco.
Il sentiero si fa, quindi, evidente, e conduce alla più bassa
delle casere di Spluga (m. 1987), nella valle omonima:
torneremo più avanti su questa variante, che permette di salire
alla poco nota Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"), dalla quale si scende nell’omonima
valle, proseguendo per
la
Valle dell’Oro ed il rifugio Omio. Torniamo alla casera di Spluga:
la salita prosegue, da qui, su terreno aperto, luminoso, bellissimo,
nel cuore dell’alta valle, chiusa a nord-est dalle cime della
Merdarola (ben visibili alla nostra destra), che la separano dalla valle
omonima.
La traccia si fa meno evidente, ma qualche segnavia ci aiuta a trovare
la giusta direttrice: dopo un primo tratto di salita quasi in verticale,
pieghiamo un po’ a sinistra, attraversando un torrentello e raggiungendo
un “calècc”, un baitello senza copertura del tetto
(viene utilizzato all’uopo un telo azzurro). Dopo una lunga salita,
la pendenza si fa meno aspra, ed il sentiero inizia un percorso a saliscendi
nell’anfiteatro che chiude la valle, seguendo la direzione nord-est.
Guardando a sinistra, vediamo, più in basso, il primo microlaghetto
che costituisce il sistema dei laghi di Spluga (m. 2108). Oltrepassato
questo primo laghetto, ben presto incontriamo una terza casera. Davanti
a noi si mostrano, ormai, con chiarezza le due cime regine della valle:
la cima del Desenigo, a sud (m. 2845, alla nostra sinistra) e la cima
del Calvo, o monte Spluga, a nord (m. 2967, alla nostra destra, punto
di congiunzione delle valli di Spluga, dei Ratti e Ligoncio). Alle spalle
della casera sono facilmente riconoscibili anche i passi gemelli collocati
fra le due cime, a distanza ravvicinata: il più noto passo di
Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), a sinistra, e quello meno praticato, che il Galli Valerio
propone di chiamare passo di Talamucca ("bochèta da pala möca"), ma che ora viene denominato
bocchetta di Spluga, a destra: entrambi danno accesso alla Valle dei
Ratti.
Oltrepassata anche questa casera, lasciamo alla nostra sinistra il secondo
microlaghetto, detto lago medio. Infine, dopo aver attraversato
un
pianoro paludoso, nascosto dietro balze rocciose dalle forme bizzarre,
ci appare, improvviso e bellissimo l’ultimo e più grande
dei laghi, il lago superiore di Spluga, a quota 2163;
sopra di esso sono ben visibili la bocchetta di Spluga ed il monte Spluga,
o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga). Sulla sponda opposta del lago, rispetto al punto in
cui ci troviamo, si trova una quarta ed ultima casera. Superati, dopo
circa quattro ore di cammino, circa 1480 metri di dislivello, non possiamo
che concederci un meritato riposo, gustando fino in fondo la riservata
ed intatta bellezza dell'alta valle di Spluga: un’esperienza impagabile,
per certi versi unica.
Se abbiamo ancora energie da spendere, possiamo proseguire verso il
passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza). Il sentiero, sempre segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse,
piega a sinistra, superando un dosso e passando sul versante destro
(sinistro, per noi) della valle, per inerpicarsi sul suo fianco (c’è
un passaggio un po’ esposto, sopra una placca: attenzione!). I
segnali indirizzano al passo del Colino, che scende in Val Toate e da
Poira, sopra Roncaglia (costiera dei Cech); per raggiungere il passo
di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), sempre ben visibile davanti a noi (mentre il passo di
Colino rimane nascosto ai nostri occhi) dobbiamo, però, lasciarli,
poco dopo aver superato i passaggi più aspri, piegando a destra,
su una traccia di sentiero non segnalata (la traccia è labile
e va seguita con attenzione). Ad un certo punto compaiono dei bolli
rosso, la sigla SI (Sentiero Italia) e, alla fine, le bandierine rosso-bianco-rosse:
la meta è vicina! Dopo un ultimo facile passo, raggiungiamo il
passo, posto a quota 2476 m e presidiato da un grande ometto.
Dal passo di Primalpia possiamo scendere in Valle dei
Ratti, passando accanto ad un quarto laghetto (tale itinerario fa parte
del
Sentiero
Italia, nel tratto rifugio Volta-Cataeggio - "cataöcc"-). Lo scorcio di questa valle
visibile da esso non è però particolarmente ampio. Molto
più ampia è la visuale che da esso si può godere
sulla media Valtellina. La salita al passo dal lago superiore richiede
un'ulteriore ora di cammino, ma si può fare di più.
Appena sotto il passo, a sinistra, guardando verso la Valtellina, si
vede su un masso l'indicazione per il rifugio Volta: essa segnala la
partenza di un sentierino che permette di raggiungere il passo gemello,
cioè la bocchetta di Spluga (m. 2526), dopo
aver attraversato, nel primo tratto, una fascia di grossi massi che
richiede una certa attenzione. Tale passo si trova al di là di
un evidente sperone che lo separa da quello di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), conduce anch’esso
in Valle dei Ratti e permette di scendere al rifugio Volta. Poco più
di venti minuti di cammino, e siamo al passo gemello. Qui il panorama
è molto più suggestivo e raggiunge l’alto Lario.
Da Cevo alla bocchetta calcoliamo 5 ore e mezza - 6 di cammino, necessarie
per superare circa 1850 metri di dislivello in salita: un’escursione
effettuabile in una sola giornata, anche se con ottimo allenamento e
con non poca fatica. In genere chi si avventura in Valle di Spluga,
però, si ferma al lago superiore, una meta comunque eccellente,
che ripaga delle fatiche richieste.
Una segnalazione di sicuro interesse: la traversata dal passo Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza)
alla bocchetta di Spluga si inserisce nel contesto della terza giornata
del Sentiero LIfe delle Alpi Retiche, e precisamente della traversata
da Frasnedo, in Valle dei Ratti, al rifugio Omio. Tale traversata passa
per l'alta Vall di Spluga ed il passo del Calvo. Eccone una sintetica
descrizione.
Alla
bocchetta di Spluga dobbiamo stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota,
di foschia e visibilità limitata) a non seguire le
indicazioni
per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso
sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si
giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende
in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece,
rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una
grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra,
in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo
“Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due
vie si separano.
Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando
a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla
testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo
alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e,
ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero
sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere
la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo
nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso,
alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza.
Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte
delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli
e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo,
infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza
e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. Alle nostre spalle,
intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale
della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che
ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti
a noi, vedremo
una
larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano,
furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello
il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da
un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione,
riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante.
Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta,
poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni
grandi ometti, ci si arriverà. Dopo
quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo:
un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un
tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della
salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di
destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi
uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono
di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre
corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo,
ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio,
alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa
gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare
attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere
in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra,
sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo,
che spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera
compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). La
discesa in Val Ligoncio ed al rifugio Omio avviene sfruttando una cengia
esposta ed attrezzata (attenzione, quindi).
Ma torniamo nel cuore della Valle di Spluga. È necessario ora
completare l’esposizione del principale itinerario escursionistico
con l’aggiunta di tre varianti principali, cui
si è già accennato nella relazione. La prima ha come meta Cerviso. Torniamo, quindi, a Ceresolo. Cerchiamo sulla
destra (per chi sale), alle spalle di una delle prime baite, la mulattiera,
segnalata da bolli color arancio, che
risale,
sempre ben visibile, il largo e selvaggio vallone posto a nord-est di
Ceresolo. E', questa, una montagna che incute timore: la sua asprezza
sembra non regalare nessuna lusinga all'escursionista che vi si addentri,
soprattutto nelle stagioni autunnale, invernale e primaverile.
Il sentiero sale ripido fino alla parte alta del vallone, dove questo
va restringendosi, fino a raggiungere le baite di Cerviso bassa, poste,
a quota 1381,sul largo crinale che separa la valle di Spluga dal solco
principale della Val Masino. Procediamo, quindi, piegando a sinistra:
raggiungiamo, così, le baite, lasciando alla nostra destra una
fascia di massi che scende da una formazione rocciosa dall’aspetto
arcano e suggestivo. Qui troviamo il sentiero che prosegue nella salita,
aggirando a sinistra la fascia di rocce e guadagnando i 1480 metri delle
baite di Cerviso alta, poste al limite inferiore di un ampio prato.
La solitudine di questi luoghi ha qualcosa di inquietante e, insieme,
di affascinante. Possiamo proseguire ancora: sul limite superiore del
prato il sentierino, infatti, riparte, salendo lungo il crinale di un
dosso che va restringendosi, finché, intorno a quota 1700, si
riduce ad una stretta fascia di rocce. Il sentiero prosegue sul fianco
destro del crinale, e, superata una bocchettina, conduce all'alpe Cavislone ("cavislùn"),
sul versante settentrionale della Valle di Spluga: è però
sconsigliabile cercare di effettuare la traversata, perché se
si perde la traccia di sentiero, si rischia di perdersi in luoghi fra
i più aspri e dirupati della Val Masino. Possiamo, quindi, considerarci
paghi di questa bella escursione che, in tre ore circa (superati circa
1000 metri di dislivello), da Cevo ci ha portato ad
un
incontro con la montagna meno nota, ma non meno affascinante.
Esaminiamo, ora, la seconda variante, che ha come meta la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn") e parte dalla quota di circa 1900 metri (segnalata
solo da un ometto: non ci sono segnavia), poco al di sotto della più
bassa delle casere di Spluga, cioè poco prima che il sentiero
per l’alta valle esca dall’ultima fascia di bosco. Al casello
diroccato già menzionato si prende a destra, cercando, sul limite
del bosco, la partenza del sentiero che sale gradualmente nel bosco,
per poi uscirne poco sotto la casera di Cavislone ("cavislùn", m. 1987), nella valle
omonima, laterale di nord-est della valle di Spluga.
Qui la solitudine la fa veramente da padrone: ben difficilmente, infatti,
troveremo anima viva. Proseguiamo la salita, su traccia di sentiero,
o a vista: appena oltre il bordo del dosso successivo, troviamo una
seconda e più grande casera, posta a quota 2148, a nord della
prima. Dobbiamo, ora, sormontare un secondo dosso, procedendo, sempre
su labile traccia o a vista, sempre in direzione nord, rimanendo sul
margine di una fascia di massi che resta alla nostra destra. Non è
l’unico percorso possibile: la carta IGM ne segnala uno che aggira
la medesima fascia sul lato opposto. Rimanendo alla sua sinistra, comunque,
giungiamo in vista di un evidente panettone erboso, la quota 2278, e
risaliamo il suo fianco sinistro (occidentale), giungendo alle spalle
della sua cima arrotondata, sormontata da un grande ometto. La meta
è la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"): si tratta di una depressione
poco marcata sulla costiera Cavislone-Merdarola, facilmente riconoscibile,
però, perché è l’unico punto della costiera
raggiunto da una lingua erbosa.
Proseguiamo
prendendo leggermente a destra ed attraversando il lembo orientale (sinistro)
di un’ampia fascia di massi, per poi riguadagnare il terreno erboso
e lasciare il corpo principale della fascia alla nostra destra. Un ulteriore
strappo ci porta a guadagnare la sommità di uno sperone roccioso,
ben visibile già dalla quota 2278. Qui giunti, ci troviamo, ad
una quota di 2380 metri, proprio ai piedi della larga fascia di pascoli
che, salendo, si restringe fino alla porta della bocchetta.
Gli scenari che abbiamo attraversato ci hanno già regalato ampie
emozioni, ma il panorama che si apre ora dai 2515 metri di questa stupenda
porta ci lascia senza fiato: dalla bocchetta si apre un ampio scorcio
della sezione orientale del gruppo del Masino. Distinguiamo, da sinistra,
il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge, i pizzi dell’Oro, la
cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn) (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la
punta Torelli ed i pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Siamo in cammino da circa
5-6 ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in salita di
1850 metri.
Se abbiamo due giorni a disposizione, possiamo completare l’escursione
effettuando un’elegantissima traversata al rifugio Omio per la
Valle della Merdarola e la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa). La discesa dalla Bocchetta della Merdarola all’alta valle omonima avviene sfruttando il corridoio
naturale che si apre su questa versante fra il fianco della costiera
della Merdarola ed uno sperone roccioso
parallelo.
Si tratta di un canalone un po’ ripido ed occupato da sfasciumi:
si impone, quindi, una grande attenzione, anche se non ci sono passaggi
esposti: l’unico pericolo, peraltro da non sottovalutare, è
costituito dai sassi mobili.
Raggiunta un’ampia fascia di massi ai piedi della bocchetta, proseguiamo
la discesa a vista (non ci sono segnavia, come già detto, né
sull’uno né sull’altro versante), assumendo una direttrice
iniziale nord-nord-est, poi nord: ben presto giungiamo in vista di una
casera, che dobbiamo raggiungere proseguendo a vista. È la baita
intermedia di tre baite poste in diagonale nell’alta Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), ed è posta a quota 1942 m. Qui troviamo un sentiero,
segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi: seguendolo in direzione della
terza e più alta baita, ci portiamo nei pressi dell’evidente
depressione della bocchetta di Medaccio, che separa la Valle della Merdarola dalla val Ligoncio.
Superata una fascia di massi, possiamo calarci nel canalone della bocchetta,
posta a quota 2303, con qualche cautela, ma senza grossi problemi. Il
resto della traversata al rifugio Omio, che vediamo già davanti
a noi, è dettato dai segnavia, che non dobbiamo mai perdere di
vista. La traversata Cevo-Omio richiede circa 9 ore di cammino, necessarie
per superare un dislivello complessivo di 2050 metri.
Ecco, infine, la terza variante, che passa per il passo del
Colino orientale. Imboccato il sentiero per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza),
oltre
il lago superiore di Spluga, continuiamo a seguire i segnavia rosso-bianco-rossi,
senza deviare a destra per il passo. Proseguiamo, quindi, non verso
ovest, ma verso sud-est, per aggirare lo sperone roccioso che dalla
cima del Desenigo scende in direzione est. Risalito un breve versante
che costituisce la propaggine dello sperone, ci ritroviamo nella parte
alta di un’ampia conca. Sempre seguendo i segnavia ed una labile
traccia di sentiero, effettuiamo la traversata della conca, oltrepassando
un largo vallone, per poi cominciare a piegare a destra, per balze di
roccette e pascoli.
Descritto un ampio semicerchio, ci troviamo ai piedi del passo senza
nome di quota 2414, che dà accesso all’alta Val Toate,
sul limite orientale della Costiera dei Cech: potremmo chiamarlo passo
del Colino orientale. È, infatti, posto di fronte al più
alto passo denominato passo del Colino (m. 2630), collocato sul versante
opposto (occidentale) dell’alta Val Toate. Si tratta di una porta
d’accesso alla Valle dei Ratti.
Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro,
tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare
pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto: la
piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi
e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone
un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione,
oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi.
Dal
passo di Colino occidentale si può scendere all’alpe Primalpia
ed al bivacco omonimo, in Valle dei Ratti, oppure rientrare, scendendo
per un ampio vallone e risalendo sulla sinistra, nella Costiera dei
Cech per il passo di Visogno, a monte del bivacco Bottani Cornaggia,
che si raggiunge poi facilmente seguendo i segnavia.
Noi, però, raccontiamo come concludere una possibile escursione
di un giorno. Dal passo di Colino orientale, che abbiamo raggiunto in
circa 5 ore e mezza di cammino da Cevo (il dislivello è di 1750
metri), scendiamo, seguendo i segnavia, nell’alta Val Toate: dopo
un primo tratto in cui si distingue una traccia di sentiero, fino ai
piedi del passo, la traccia tende a perdersi. Pieghiamo allora a sinistra,
superiamo una fascia di massi, poi seguiamo un ampio dosso erboso, traversando,
infine, verso destra, fino a raggiungere l’unica baita dell’alta
valle, la baita Colino, a 1937 metri. La successiva discesa all’alpe
Pecc (m. 1613) ed al maggengo di Ledino (m. 1232) avviene su un comodo
sentiero segnalato. A Ledino troviamo, infine, una pista che conduce
a Poira, dove parte la strada asfaltata per Roncaglia e Caspano. Da
Caspano, per la strada di Valportola, si torna, infine, a Cevo dopo
circa 10 ore di cammino.
