
Con
la denominazione di Valle dell’Oro ci si riferisce solitamente
al grande anfiteatro che si apre allo sguardo di chi raggiunge i Bagni
di Màsino, e che comprende, nella parte settentrionale (di destra)
la Valle dell’Oro propriamente detta, in quella meridionale (di
sinistra) la val Ligoncio.
Per raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della
Val Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio
all’altezza di Ardenno: oltrepassate Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"),
la strada risale la bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un
ponticello sul torrente Màsino, oltre il quale si entra nell’area
dell’Hotel Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare
a pagamento, in un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti
nei finesettimana estivi o nel periodo di punta della stagione non è
facile trovare parcheggio altrove).
Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni, costruito
nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al
secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un
ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora
isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative
delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini
è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico
per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data
dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità
questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo
del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio
o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte
alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi
(e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile).
Il
nuovo Hotel dei Bagni, unito al vecchio edificio da una passerella di
legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è
circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto,
sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è
la Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). A nord, invece, si trova la valle più
ampia e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo ("val do porscelécc").
Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella
sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche
se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e Fiorelli, sulla
costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè
la val Ligoncio).
Esiste una consolidata tradizione secondo la quale proprio da qui deve
iniziare la stagione escursionistica degli amanti di questi scenari
di incomparabile bellezza: la salita alla capanna Omio è, infatti,
la meno faticosa delle tre escursioni che hanno come meta i più
famosi rifugi di val Màsino (i rimanenti due sono la capanna
Gianetti ed i rifugi Allievi-Bonacossa). Ciascuno si regoli come meglio
crede. Se non vogliamo discostarci da questa norma, incamminiamoci lungo
il sentiero che, ignorata la deviazione segnalata per la Gianetti, supera
su un ponticello il torrente, punta in direzione del bosco, dove inizia
a salire con una pendenza sempre piuttosto impegnativa. Stiamo risalendo
il fianco settentrionale della valle, ed incontriamo una prima più
modesta radura, per poi raggiungere, dopo circa tre quarti d’ora
di cammino, il bel poggio costituito dal pian del fango (m. 1590), che
non costituisce solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto
un ottimo osservatorio sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), della
quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile e
Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia) in evidenza. 
Rientrati nel bosco, proseguiamo nella ripida salita fino al suo termine,
a quota 1760 metri circa. Dobbiamo superare una breve fascia costituita
da enormi massi, sotto uno dei quali osserviamo un modesto ricovero
per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti di una
frana ciclopica che, nel 1963, uccise alcuni pastori e molti capi di
bestiame. Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni
di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno
frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni,
ma i mezzi necessari per un maGro sostentamento. Oltre i massi, attraversiamo
un torrentello e cominciamo a risalire le ampie balze che ci separano
dal rifugio. La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia
rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui
la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti
d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire. La capanna è
là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi
tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore
e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente
ristorarci e riposarci al rifugio, che suscita un senso di amena tranquillità,
anche se è intitolato a quell’Antonio Omio che perì
in una tragicamente famosa ascensione alla punta Rasica ("rèsga") del 1935.
Davanti a noi, guardando verso est, il panorama sulla valle dei Bagni
è ampio e suggestivo; volgendo lo sguardo, possiamo passare in
rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica
di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste
dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo
ben più severo ed arcigno.
Fanno
eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) (m. 2350)
e Fiorelli (m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una
lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio,
scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta
di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina
con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della
Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del
Calvo (o monte Spluga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle
tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio,
il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla
cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest
del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio, la più
alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo
di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua") (o Spazza, o
ancora Spassato, laterale della val Codera).
Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge
(m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la
marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc").
A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra
i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano
(m. 2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"),
che dall’omonima cima (m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro,
di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497).
La valle dell’Oro non può competere, quanto ad interesse
alpinistico, con la Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), anche le ascensioni alla punta
della Sfinge ed alla punta Milano sono dei classici (l’ascensione
al pizzo Ligoncio, invece, è più facile, ma va anch’essa
affrontata con l’ausilio di una guida).
Tuttavia
gli amanti delle traversate troveranno qui molte più possibilità
di quante ve ne siano nella più illustre vicina. Infatti la valle
dell’Oro confina con diverse valli (Merdarola, di Spluga, dei
Ratti, Spassato, Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) e Porcellizzo), ed a tutte si può accedere
valicando passi interessanti.
Alla Valle della Merdarola ("val da merdaröla") si accede seguendo un sentiero segnalato
che parte dalla sinistra del rifugio, traversa la val Ligoncio (passando
a monte di alcune caratteristiche ed enormi placche rocciose), e risale
il canalino della bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), che dà accesso alla
valle. Attenzione, però: il rimanente percorso per scendere ai
Bagni (che taglia la valle un diagonale fino alla casera più
bassa, per poi scendere in una fascia di ontani) non è facile
da individuare, ed è sconsigliabile se non lo si è già
percorso in salita.
Alla valle di Spluga, invece, si accede per il passo del Calvo (m. 2700),
culmine di una lunga cengia, recentemente attrezzata (nel contesto dei
lavori per la messa in sicurezza del del Sentiero Life delle Alpi Retiche)
che taglia la cima orientale del Calvo (m. 2879, ad est della cima occidentale,
sopra menzionata). Per individuare il passo, guardiamo, dal rifugio,
in alto a sinistra (direzione sud): vedremo la possente mole della cima
orientale del Calvo, ed alla sua destra la più alta ma meno imponente
cima occidentale. Ai piedi delle due cima, un nevaietto. Il sentiero
Life passa appena sotto il nevaietto, prima di attaccare la cengia.
Per salire al passo, possiamo seguire per un buon tratto il sentiero,
sopra descritto, per la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa); raggiunto un ometto,
lo lasciamo, salendo a vista lungo un facile versante, fino ad intercettare
i segnavia bianco-rossi che ci guidano all'attacco della cengia attrezzata,
risalita, con attenzione, la quale, siamo al passo, che guarda all'alta
Valle di Spluga.
Alla
Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) si scende per i passi Ligoncio (sentiero Dario di Paolo settentrionale)
e della Vedretta (sentiero Dario di Paolo meridionale). ll sentiero
che lascia sulla sinistra il rifugio Omio si divide ben presto in due
rami: quello di sinistra prosegue per la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), quello
di destra (il sentiero attrezzato Dario di Paolo) comincia a salire
in diagonale, dividendosi, a sua volta, in due rami (il sinistro prosegue
la diagonale verso il passo della Vedretta meridionale, che permette
di scendere – con un primo tratto ostico, anche se servito da
corde fisse – in alta val dei Ratti, mentre il destro sale diritto
in direzione del Passo Ligoncio ("pas dò ligùnc"), che permette di scendere, dopo un lungo
ed un po’ impressionante percorso su una cengia esposta –
anche qui le corde fisse aiutano – e su un crinale di roccette,
ai primi sassi della val Spassato, a monte del bivacco Valli).
Dal rifugio parte anche un sentiero in direzione opposta (destra): si
tratta del sentiero intitolato ad Ambrogio Risari dalla SEM (Società
Escursionisti Milanesi), ed individuato da segnavia giallo-rossi. Dopo
una lunga traversata, con qualche saliscendi, incontriamo, su un masso,
la segnalazione per la deviazione che si stacca sulla sinistra e sale
facilmente al passo dell’Oro, gentile sella erbosa posta a quota
2526, che immette su un più severo canalone il quale, a sua volta,
permette di scendere in alta valle d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) (laterale della val
Codera; da qui si può scendere, intercettando il Sentiero Roma
che sale verso il passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") settentrionale, al rifugio Brasca).
Se ignoriamo la deviazione, raggiungiamo, in breve, l’attacco
della salita sulla costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), fino al passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone")
sud-est: superato un canalone un po’ ostico (corde fisse aiutano),
effettuiamo una prima diagonale verso destra, poi una a sinistra, fino
all’intaglio del passo, posto a quota 2620. Dal passo, per cenge
esposte e con molta cautela (anche qui le corde fisse non sono di
troppo), possiamo scendere ai primi pascoli della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"). Insomma,
c’è solo l’imbarazzo della scelta, e la possibilità
di pernottare al rifugio Omio ci consente di affrontare con calma ed
energie ritemprate qualunque traversata scegliamo di effettuare.