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le casse se vuoi ascoltare il suono festoso delle campane della chiesa
di S. Pietro a Cataeggio.

Il comune di Val Masino occupa buona parte del territorio della valle omonima, eccezion fatta per il lato meridionale della Valle di Spluga, che rientra nel comune di Civo, per il lato orientale delle valli di Sasso Bisòlo e di Preda Rossa e per l’intera Val Terzana, che appartengono al comune di Buglio in Monte, e per la parte più bassa della Val Masino, che rientra nei comuni di Ardenno e Civo. Il suo territorio, dunque, abbraccia un arco di valli che, da sud-ovest verso nord est, comprende la Valle di Spluga (lato sinistro), le valli della Merdarola, Ligoncio, dell’Oro e Porcellizzo (che confluiscono nella Valle dei Bagni di Masino), la Val di Mello (con le sue celebri laterali settentrionali, Valle del Ferro, Val Qualido, Valle di Zocca, Val Torrone, e con la Val Cameraccio, che si apre sul suo fondo), le Valli di Sasso Bisolo e di Preda Rossa (lato destro).
Oltre che con i comuni sopra citati, confina, a nord-ovest, con Novate Mezzola (dal passo di Primalpia, in alta Valle di Spluga, alla punta S. Anna, sulla testata della Val Parcellizzo), a nord con la Svizzera (dalla punta S. Anna al monte Sissone), a nord-est con Chiesa Valmalenco (dal monte Sissone al monte Disgrazia). In tutto,
115 kmq, che ospitano 962 abitanti.
Un territorio interamente montano, dalle caratteristiche di straordinaria bellezza e fascino, dal punto di vista turistico, escursionistico ed alpinistico. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte della valle, il monte Disgrazia, i pizzi Torrone, la punta Rasica, la cima di Castello, la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi ciclopici, un po’ dappertutto in valle, come vassalli erranti degli incombenti signori della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato il profilo delle diverse valli, furono scavati i caratteristici pianori di alta quota delle valli Porcellizzo e di Zocca, il profilo dolce ed arrotondato della Val di
Mello, le pareti verticali e vertiginose che non hanno eguali nell’arco alpino, le gotiche ed aspre guglie che si elevano, come sfida al tempo ed all’incalzare degli elementi, verso il cielo. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità di trovare nuovi pascoli.
Dal punto di vista geologico questo territorio è costituito da un blocco di rocce intrusive, vale a dire da rocce magmatiche che si sono solidificate in profondità: si tratta del cosiddetto “plutone della Val Masino”. È anche il regno del granito, che vi si trova nelle due varianti del serizzo e del ghiandone.
Il suo centro amministrativo è Cataeggio, che si raggiunge imboccando, all’altezza di Ardenno, lo svincolo dalla ss. 38 dello Stelvio (segnalazione per la Val Masino): si tratta della ex strada statale 404, ora strada provinciale, che raggiunge, dopo 5,9 km, la località Ponte del Baffo, ancora in comune di Ardenno (qui si stacca dalla provinciale la strada che porta a Cevo e si affaccia poi sulla Costiera dei Cech presso Caspano) e, dopo 10 km, appunto, Cataeggio (m. 791). Appena sopra Cataeggio la strada attraversa la frazione di Filorera (m. 841), dove, al tornate sinistrorso che segue una strozzatura all’altezza della chiesetta di S. Gaetano, se ne stacca, sulla destra, la strada per Sasso Bisolo e la Valle di Preda Rossa, che raggiunge la piana di Preda Rossa dopo 12 km (è quasi interamente asfaltata, tranne che nel tratto che precede l’alpe di Sasso Bisolo, sterrato e sconnesso).
Proseguendo sulla provinciale, invece, ci affacciamo all’ampio Piano della Zocca, sul cui fondo si disegna uno dei tanti stupendi quadri che la valle regala, con la cima del Cavalcorto, sulla sinistra, ed i pizzi del Ferro,
sulla destra. La strada passa a destra del più grande monolite d’Europa, il Sasso Remenno (o Preda di Remenno), prima di raggiungere il secondo nucleo importante della valle, S. Martino (m. 923), a circa 3,6 km da Cataeggio. All’altezza di S. Martino troviamo una nuova biforcazione: sulla destra si apre la celebre Val di Mello (servita, fino all’altezza della località Panscer, da una carrozzabile chiusa al traffico privato durante la stagione estiva), mentre a sinistra il solco principale della valle prosegue (Valle dei Bagni di Masino) fino ai Bagni di Masino (m. 1172), a 3,7 km da S. Martino, dove la strada termina.
Nel passato furono proprio i Bagni di Masino (scoperti, secondo quanto narra una leggenda, seguendo una mucca che, a differenza delle altre, non si abbeverava al torrente, ma risaliva il versante del monte per bere da una sorgente di acqua calda, producendo poi molto più latte delle altre) a dare notorietà ad una valle che, per il resto, rimaneva quasi tagliata fuori dal mondo e legata ad un’economia talora di pura sussistenza. Dei Bagni si aveva notizia fin dal secolo XV, come testimonia una lettera del Podestà di Morbegno, Antonio Morosio, al duca di Milano Francesco Sforza, nel 1462, nella quale si lodavano le proprietà salutari della sorgente termale e delle acque “scaturenti in Val Masino, tra le valli alpine bellissima, acque salutari per ogni languore”. Fu soprattutto il novelliere rinascimentale Matteo Bandello, che vi soggiornò diverse volte fra il 1505 ed il 1525, ad incrementare la fama dei Bagni, citandoli nelle sue novelle.
Nella sua descrizione della Valtellina nell’opera Raetia” (Zurigo, 1616) Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe della valle nel 1587-88, scrive: “In quest’ultimo ramo della valle, a mezz’ora di strada cattiva e scoscesa da S. Martino, si trovano le nobili e rinomate terme di Masino: l’acqua scaturisce
da un cavo dirupo; è limpida, chiara e piacevole come bevanda…I medici sono d’avviso che quest’acqua contenga dell’oro, molto ferro, del nitro e un poco di allume; vi è parimenti dello zolfo…” Si diffonde, poi, nella descrizione delle virtù salutari di quest’acqua, “detersive, aperitive, lenitive e corroboranti”, definendola “rimedio sicuro contro i mali superficiali ed interiori del corpo: come il prurito, il pizzicore, la tigna, la rogna, la scabbia, il puzzo del corpo, le posteme, i tumori dolorosi ovvero ascessi, i sudamini, il carbonchio, le piaghe molli e purulente, le fistole alle cosce od in altre parti del corpo”. Aggiunge che “i malati di fegato e di stomaco accorrono a questi bagni come a rimedio sicuro ed infallibile” e “quanto alle donne, questi bagni hanno una efficacia straordinaria contro i fiori bianchi e tutte le malattie dell’utero…; queste acque, infine, tolgono ogni ostacolo al concepimento”. Le acque termali divennero, quindi, famose per le proprietà terapeutiche, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine, per cui i Bagni vennero denominati anche “Bagni delle Signore”, in quando molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità.
Al fascino delle acque si aggiunge quello dello scenario alpino: fa da cornice ai Bagni il maestoso e luminoso circo della Valle dell’Oro; alla sua sinistra, meno affascinante e visibile, la valle della Merdarola; splendida, infine, ma non osservabile dai Bagni la val Porcellizzo, a destra (nord-est) della Valle dell’Oro.
Risalendo all’indietro nella storia, troviamo per la prima volta menzionata la valle nel documento di donazione della corte di Masino e del suo territorio, da parte di Rodolfo di Borgogna, re del Regno d’Italia,
alla chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia: siamo nel primo terzo del secolo X.
L’istituzione del comune di Val Masino, però, è assai più recente, in quanto risale al 1785. Il territorio della Val Masino era, in precedenza, suddiviso fra tre comuni del terziere inferiore della Valtellina e della squadra di Traona, Civo, Mello, Ardenno. A Civo apparteneva la sponda destra della valle fino alla Pegolera, con i nuclei di Còrnolo e di Sant’Antonio. A Mello appartenevano il territorio del fianco destro a nord della Pegolera e del fianco sinistro compreso tra il torrente Màsino e il torrente Duino (Valle di Sasso Bisolo), gli abitati di Cataeggio (la parte sulla sponda destra del Masino), Filorera, Zocca e San Martino. Ad Ardenno, infine, apparteneva buona parte del fianco sinistro della Valle di Sasso Bisolo e della valle principale, dal crinale divisorio con la Valle Sasso Bisolo alla Val dal Punt, oltre alle abitazioni di Cataeggio sulla sponda sinistra del torrente.
Stupirà, probabilmente, il legame fra Val Masino e comune di Mello, dal momento che questo, posto, com’è, nel settore centro-orientale della Costiera dei Cech non sembra contiguo alla valle. L’origine storica di questo legame è, però, presto spiegata: i “Melàt”, cioè gli abitanti di Mello, alla ricerca di pascoli per i loro armenti, si spinsero, nei secoli passati, nella stagione invernale, fino alle porte della Valchiavenna, a Samolaco e Novate Mezzola, ed in quella estiva in Valle dei Ratti, in Val Codera ed in Val Masino. In particolare, in Val Masino colonizzarono quella splendida valle che da loro prende il nome, la Val di Mello, appunto, oggi conosciutissima per i suoi splendidi scenari e per le possibilità offerte ad alpinisti e climbers, ma nei secoli scorsi valle considerata aspra ed ostile, per i magri pascoli posti in cima alle valli laterali, erte e scoscese. Teniamo, infine, presente che in passato l’accesso normale alla valle passava proprio dal limite orientale della Costiera dei Cech, quindi da Dazio, Caspano e Cevo, per i quali passavano le mandrie che poi raggiungevano gli alpeggi della valle, posseduti da diverse famiglie, prime fra tutte i Vicedomini di Cosio, i San Fedele di Dubino ed i Parravicini di Caspano.

Riportiamo, per dare un’idea di questo movimento di colonizzazione e dell’ampiezza degli alpeggi interessati, l’elenco degli alpeggi desunto dalla preziosa opera di Mario Songini “La Val Masino e la sua gente” (Sondrio, 2006), con l’indicazione della proprietà e dei capi di bestiame che si caricavano annualmente in passato. In Valle di Spluga: Desenigo (desénech, comunità di Cevo, 50), Val dei Laghi (val dei läch, comune di Dazio, 20), Spluga (splüga, comunità di Cevo, 50), Cavislone (cavislùn, comunità di Cevo, 35). Nella Valle dei Bagni di Masino: Merdarola (merdaröla, comune di Mello, 110), Ligoncio (ligùnc’, privati di Roncaglia, 110), Oro (òr, comune di Cino, 110), Bagni (bagn, Bagni di Masino, 70), Sceroia (sceróia, comune di Cercino, 120), Porcellizzo e Sione (porscelec’ e siùn, famiglia Della Torre ed altre famiglie di S. Martino, 320). In Val di Mello: Ferro (fèr, comune di Mello, 170), Qualido (qualì, privati di Mello, 60), Zocca (zòca, comune di Val Masino, 50), Torrone (torùn, 50), Pioda (piöda, comune di Cercino, 40), Cameraccio (camaràsc’, comune di Cino, 60), Remoluzza (remolöza, comune di Cercino, 20), Romilla (roméla, comune di Cercino, 45), Temola (tèmola, comune di Cino o Cercino, 25), Mezzola (mezöla, privati di Cataeggio, 30), Arcanzolo (narcanzö, privati di S. Martino e Mello, 30). In Valle di Sasso Bisolo-Preda Rossa: Sasso Bisolo (alp, le 16 famiglie di Cataeggio, 90), Prada (präda, le 16 famiglie di Cataeggio, 15), Stelè (stelè, le 16 famiglie di Cataeggio, 20), Foppa (fòpa, famiglia Zecca di Cosio, 40), Preda Rossa (préda rósa, privati di Cataeggio, 40), Corticelle (corteséla, comunità di Ca’ del Sasso, 30).

Nella già citata opera “Raetia”, Giovanni Guler von Weineck così descrive la valle: “Dopo il ponte sul Masino, comincia la Valmasino, attraverso la quale, dopo un’ora e mezza di strada cattiva e sassosa, si giunge al villaggio di San Martino, che è popoloso ed in buona posizione, alle falde di un monte e circondato da praterie ridenti, da campi, da pascoli e boschi. Quivi la valle si biforca in due rami; dei quali uno, internandosi a destra, giunge sino ai monti della Valmalenco, la quale comincia presso Sondrio, e l’altro prosegue a sinistra fino ai monti della Pregaglia…”
Aggiunge più avanti che, oltre alle acque termali, “che costituiscono per la vallata un nobile e degno tesoro”, ed alle quali accorrono ogni anno “i vicini Grigioni, i Chiavennaschi ed i Valtellinesi, ma anche i Comaschi, i Milanesi, i Bergamaschi e molti altri popoli”, “nella Valmasino Iddio ha profuso anche parecchi altri doni; tali l’aria buona, pura e sana, la selvaggina e l’uccellagione svariata, le squisite rotelle del Masino e il latte abbondantissimo che da ogni sorta di bestiame, grosso e minuto, si produce sugli erbosi pascoli alpini, i quali si stendono tutto all’ingiro per quei monti. Una indicibile quantità di bestiame trascorre lassù i quattro mesi caldi, poiché per il resto dell’anno queste alpi sono coperte di neve. Sopra i Bagni,ai piedi di una
montagna detta dell’Oro, vi è una cava donde si estraggono lavaggi, ossia pentole di pietra per cuocervi dentro… Poco oltre il villaggio di S. Martino, scendendo dalla valle lungo la sponda destra, si incontra presso la piccola frazione Remenno un enorme e colossale macigno, lungo trentacinque braccia, largo dieci ed elevato quindici, che alcuni ritengono piuttosto un monte…che non una pietra isolata… Proseguendo incontriamo più a valle Filorera, S. Pietro, Cataeggio, Cornolo, S. Antonio, S. Caterina e Cevo; ciascuna di queste frazioni giace a circa cinquecento passi dall’altra; e tutte quante sono abitate da contadini, che vivono in gran parte del bestiame. In questi luoghi si produce anche un poco di castagne e di segale, ma non alligna la vite, perché i raggi del sole vi giungono appena nelle ore di mezzogiorno, essendo la montagna del versante occidentale a ridosso di questi paesi”.
Da questa descrizione, assai ampia rispetto a quella dedicata ad altre valli e luoghi importanti di Valtellina, emerge un quadro che di primo acchito pare prospero e felice; gli accenni, però, all’economia del castagno, accanto a quella dell’alpeggio, schiudono uno scorcio di stenti e fatiche testimoniato dalla stessa struttura delle case che ancora si vedono, per esempio, a Cataeggio, grigie, senza intonaco, addossate le une alle altre. Contribuiva a trattenere buona parte della valle entro questa economia di sussistenza la mancanza di valichi praticabili per i commerci verso il nord, presenti, invece, nella vicina Valmalenco: i passi di Bondo e Zocca, per i quali si accede al territorio svizzero, sono, infatti, alti e, soprattutto, praticabili solo con molta difficoltà (soprattutto sul versante elvetico).
Nella sua famosa visita pastorale del 1589, il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, registrò 20 fuochi (famiglie) a Còrnolo, 8 a Cataeggio e Filorera, 25 a S. Martino, per un totale di 53 famiglie (250-300 persone), tutte cattoliche: una popolazione relativamente ridotta, a testimonianza della durezza delle condizioni di vita, legata soprattutto alla coltivazione di segale, orzo, miglio, panìco e frumento, oltre che alla raccolta delle castagne ed alle risorse dell’allevamento, cui però non potevano attingere in egual misura tutte le famiglie.
Il relativo isolamento della valle aveva anche dei risvolti positivi, accanto ai molti negativi: la sua comunità era sostanzialmente preservata da sommovimenti e bufere che investirono, in diversi momenti, gran parte delle zone della Valtellina, a partire dai 12 anni di dure vessazione durante l’occupazione francese del 1500-1512. Ai Francesi si sostituirono, nel 1512, le Tre Leghe, il cui dominio durò per quasi tre secoli, fino alla bufera napoleonica del 1797.
Il periodo più difficile della storia della Valtellina è quello 1620-1639, quando questa valle assunse una
centralità strategica nel tragico contesto della Guerra dei Trent’Anni, corridoio che univa le due grandi potenze alleate, gli Asburgo d’Austria e la Spagna insediata nel Milanese. La Val Masino ne risentì solo marginalmente: non venne coinvolta dalla feroce caccia al protestante scatenata nel 1620 (anche se dalla valle passarono, senza subire aggressioni, protestanti fuggiaschi verso la Val Bregaglia), non subì i saccheggi della soldataglia dei Lanzichenecchi nel biennio 1629-30, (anche se non fu risparmiata dalla terribile epidemia di peste che ne seguì). Poi il vento impetuoso della storia lasciò la Valtellina: la comunità della Val Masino, che poco ne aveva sofferto, continuava a soffrire della penuria e della durezza di una montagna affascinante ma avara.
Il quadro del seicento può essere completato citando quanto scrive Mario Songini nell’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Valmasino (Sondrio, Società storica valtellinese, 1997: “Lo sfruttamento intensivo delle risorse offerte dalla valle e un sistema di vita contenuto all’essenziale non bastavano tuttavia a soddisfare tutte le esigenze della popolazione, sempre più numerosa nonostante le ricorrenti epidemie. Supplì, almeno dal XVII secolo, l’emigrazione temporanea o definitiva di un’alta percentuale di valligiani. Merita una speciale menzione quella sviluppatasi nei secoli verso Roma. Insieme a tanti abitanti della zona dei Cèch, con i quali in loco permanevano intensi rapporti, numerosi valmasinesi raggiunsero la Città Eterna. Là i “Grigi” (così erano chiamati per via della dominazione gigiona cui era soggetta la Valtellina) esercitarono i mestieri più diversi, in genere i più umili.” Le loro rimesse e donazioni contribuirono non poco all’abbellimento delle chiese di Val Masino.
Il settecento fu un secolo decisamente più favorevole per la Valtellina, ed anche la Val Masino vide un lento
ma graduale miglioramento delle condizioni di vita, come pare suggerire, fra gli altri indizi, un aumento complessivo della sua popolazione, che, all’avvento della dominazione francese, nel 1797, era salita a 359 abitanti. Al miglioramento contribuì anche l’introduzione di due nuove coltivazioni, quelle della patata e del granoturco, che costituirono una importantissima integrazione calorica delle magre diete dei valligiani. È curioso pensare che la classicissima polenta, in tutte le sue varianti, che siamo abituati a considerar l’alimento più tipico della civiltà contadina, risale, in realtà, ad un’epoca abbastanza vicina alla nostra.
Seguirono anni piuttosto convulsi per quanto riguarda l’assetto istituzionale del neonato (1785) comune di Val Masino. Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Val del Masino apparteneva al distretto di Ardenno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Valle del Masino era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Dalla repubblica Cisalpina si passò al regno d’Italia, nel quale, con decreto del 8 giugno 1805, la Valle del Masino costituì un comune unitario, di III classe, appartenente al cantone V di Morbegno, con 309 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda (embrione della Provincia di Sondrio), secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune di Valmasino, con 329 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Valmasino (229) e Cataeggio (100).
Durante il Settecento ed il periodo napoleonico il comune di Val Masino ottenne anche l’autonomia religiosa: S. Martino, con la sua chiesa quattrocentesca, ingrandita fra il 1620 ed il 1670, fu eretta a parrocchia nel
1718; Cataeggio, con la chiesa di S. Pietro, di epoca incerta (ampliata nel 1841), divenne parrocchia 1800.
Nel 1815 la Valtellina, caduto Napoleone, passò sotto il dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto: il comune di Valmasino, con 329 abitanti, era stato aggregato, insieme a Dazio e Campovico, al comune principale di Civo, nel cantone V di Morbegno, e passò poi, nel 1816, al distretto V di Traona. La Valle del Masino venne, poi, divisa in due comuni, San Martino con Bagni, Rasica con Cassina Piana, e Cataleggio, con Filorera e Visido. Nel 1853, infine, il comune di Valle del Masino, di nuovo riunificato, con le frazioni San Martino con Bagni, Rasica con Cassina piana, e Cataeggio, con Filorera e Visido, contava una popolazione di 599 abitanti, ed apparteneva al III distretto di Morbegno.
Durante il periodo del dominio asburgico il comune vide la realizzazione, fra il 1842 ed il 1847, della prima carrozzabile di Val Masino (in parte rifatta e migliorata agli inizi del Novecento), che dalla frazione Masino di Ardenno raggiungeva San Martino, soppiantando, come via privilegiata di accesso, l’antichissima mulattiera di Val Portola, che entrava nella valle dalla Costiera dei Cech.
Nel 1861 venne proclamato il Regno d’Italia: ma la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento portarono anche altre novità in valle, insieme a qualche conferma. La conferma era soprattutto quella dell’emigrazione, che però estese il suo raggio, assumendo come meta, accanto alla tradizionale Roma,
anche l’America.
Fra le novità la prima in ordine di tempo è la scoperta di un terzo volto della valle, dopo quello riservato ed esclusivo dei Bagni e quello variegato e spesso sofferente della popolazione contadina: nasceva la Val Masino degli alpinisti. Anzi, nasceva, in questa valle, l’alpinismo. Le sue cime attrassero, infatti, negli anni Sessanta, i pionieri di questa pratica, che venivano dall’Inghilterra. E. S. Kennedy, L. Stephen e T. Cox, che, per primi, raggiunsero la vetta del monte Disgrazia il 24 agosto del 1862, furono i battistrada, seguiti, ben presto, da altre figure animate da eguale entusiasmo, spirito di avventura e desideri di cimento, come Freshfield e Tucker, che quattro anni dopo salirono il pizzo Cengalo, e Coolidge, che l’anno successivo scalò il pizzo Badile.
Vennero, poi, anche gli italiani, primo e più appassionato fra tutti il conte Francesco Lurani, che lasciò anche dettagliate descrizioni delle montagne visitate e scalate. L’esplosione della passione alpinistica determinò anche la nascita di una robusta tradizione di guide alpine in valle, prime fra tutte Bortolo Sertori e Giulio Fiorelli. Il Novecento segna numerosissime tappe nel progresso delle capacità tecniche di approccio a difficoltà alpinistiche di grado sempre più elevato, fino al virtuosissimo dei Sassisti, che, contrari alla filosofia della scalata come conquista, esaltano il puro piacere dell’arrampicata, misurandosi con le pareti apparentemente più
inaccessibili. Tutto ciò è compendiato in una famosa affermazione del celebre alpinista Walter Bonatti, che ha definito la Val Masino come l’università dell’alpinismo.
Ma gli alpinisti non erano i soli frequentatori di passi e vette dell’alta montagna. Cacciatori e contrabbandieri, fin dall’Ottocento, se ne servivano. Fin dai primi mesi successivi all’unità d’Italia in valle venne costituito un distaccamento della Guardia di Finanza (Caserma di S. Martino), che nel 1900 era costituito da 15 unità, numero significativo, che testimonia la consistenza dei traffici di contrabbando che sfruttavano i passi, alcuni dei quali assai difficili, per la Val Codera e la Svizzera (passo Ligoncio e dell’Oro per la Val Codera, dalla quale poi si passava in Svizzera per la bocchetta della Teggiola; passi di Bondo e di Zocca, ma anche cima del monte Sissone per il passaggio diretto al territorio elvetico). I traffici durarono fino agli anni Cinquanta del Novecento, nonostante fatiche e rischi che oggi si stenta ad immaginare. Poche, tutto sommato, le tragedie, ma molte le ferite, i congelamenti e le menomazioni contratte durante le pericolose traversate.
Altre furono le tragedie che incisero più dolorose ferite nella vita della comunità di Val Masino. Quelle legate a ricorrenti epidemie, fra Ottocento e primi del Novecento, di tifo, colera, vaiolo, difterite, fino alla terribile influenza spagnola che si diffuse sul finire del 1918; quelle legate a disastri naturali, frane ed alluvioni (particolarmente disastrosa, nell'intera provincia, quella del 1911, definito, in Val Masino, "l'an del disàstro"). Infine, la grande tragedia della Prima Guerra Mondiale, nella quale caddero quattro valmasinesi.
La Prima Guerra mondiale ebbe un risvolto interessante, destinato ad incidere non poco nella successiva immagine della valle: ad essa, infatti, risale il primo nucleo di quel Sentiero Roma che è uno dei più celebri percorsi di alta montagna dell'arco alpino, conosciuto ed amato da tutti gli appassionati dell'escursionismo,
teatro anche della celebre gara di corsa in montagna dedicata alla memoria della guida Pierangelo Marchetti, detto "Kima". Le cose andarono così. Com'è noto, si combatteva sul fronte dello Stelvio-Ortles-Cevedale, ma il generale Cadorna, che non si fidava dello stato maggiore svizzero, temeva che l'esercito austro-ungarico potesse ottenere il permesso di transito in territorio elvetico e di qui irrompere in Valtellina e Valchiavenna, con conseguenze
disastrose per il fronte italiano. Volle, quindi, che sulle montagne di Valtellina si tracciassero sentieri ed allestissero postazioni che avevano lo scopo di sbarrare l'avanzata del nemico. Anche la Val Masino rientrava in questo disegno: vennero posti distaccamenti sui rifugi di alta quota e si cominciarono a tracciare sentieri di collegamento fra le valli. Nel primo dopoguerra, durante il regime fascista, a partire dal 1928, l'allestimento riprese, collegamendo i diversi segmenti e costituendo un unico sentiero di alta quota, impervio e difficile, in molti passaggi, ma di incomparabile fascino e suggestione, per gli scenari che regala.
Se la prima guerra mondiale non toccò la Val Masino, più travagliata fu la seconda, soprattutto dopo l’8 settembre 1942 e la costituzione della Repubblica di Salò: in Val Masino si organizzò un nucleo cospicuo di resistenza partigiana, temporaneamente disgregato, però, dal rastrellamento a tappeto delle forze nazi-fasciste del novembre 1944. Il secondo dopoguerra, superato il primo periodo di severe ristrettezze per le conseguenze del conflitto, vide la progressiva transizione dell’assetto economico della valle, nel quale il peso
delle attività agricole e zootecniche subivano un ridimensionamento rispetto ad altre attività, legate soprattutto al turismo o ai nuclei produttivi del fondovalle.
Ma il turismo non ha stravolto il volto del comune, anche perché non ha mai assunto connotazioni di massa, essendo piuttosto legato a quel particolare popolo di alpinisti, sassisti, escursionisti ed amanti della montagna che amano confrontarsi con i suoi aspetti più difficili e meno amichevoli, e, proprio perciò, più affascinanti. Un solo dato: se togliamo la strada per Preda Rossa, non esistono carrozzabili che superino la quota di 1170 metri. Il resto è affidato ai piedi. Ed anche la strada Filorera-Preda Rossa non ha avuto vita facile: sembra quasi che la montagna si sia sentita violata da questo tracciato che, nel 1967, venne portato a termine dall'ENEL in previsione della costruzione di uno sbarramento idroelettrico che doveva chiudere la Valle di Preda Rossa (progetto che non venne, peraltro, attuato per le proteste degli ambientalisti): per due volte, nel 1977 e nel 1991, il distacco dal fianco sud-orientale del monte Piezza (sciöma da pièsa) di enormi speroni granitici ha distrutto il sottostante maggengo di Valbiore (valbiórch), interrompendo la carrozzabile ed imponendo la costruzione di una nuova pista sul lato opposto della valle, come se la montagna avesse voluto esprimete tutto il proprio sdegno e la propria ira contro quella strada che consentiva un troppo facile e comdo accesso ai suoi scenari di incomparabile bellezza.
A chi volesse saperne di più, consigliamo la lettura del bellissimo volume di Mario Songini (Diga), "La Val
Masino e la sua gente", edito per iniziativa del comune di Val Masino nel 2006, un appassionato e lucido omaggio alla comunità di Val Masino, dal quale sono attinte molte delle notizie riportate in questa ed in altre schede.