Nella già solitaria Val Fontana, la Val
Vicima (da non confondere con l'omonima in Val di Tartano) rivaleggia
con la Valle del Combolo per la palma
della valle più solitaria. Si tratta della prima valle che si
incontra, sulla sinistra, entrando in Val Fontana, e non è una
valle minore, ma di dimensioni medie. Gli amanti dei passi inanellati
nella cornice di silenzi profondissimi non potranno, quindi, mancare
di farci un serio pensierino. Aggiungiamo: con due automobili a disposizione,
si può effettuare un’elegantissima traversata, per la bocchetta
di Ron, dalla Val Fontana all’alpe di Ron, con successiva discesa
S. Bernardo, sopra Ponte in Valtellina.
Vediamo, allora, come salire in questa valle. Con l’automobile
dobbiamo raggiungere, partendo da Chiuro, la località Campello,
oltre S. Antonio, in Val Fontana, dove si trova anche il rifugio intitolato
al finanziere Massimino Erler.
Appena prima di incontrare, sulla destra, l’ex caserma della guardia
di Finanza adibita ora a rifugio, troviamo, sulla sinistra della strada,
una stradina che scende al torrente di Val Fontana, dove un ponticello
in legno (m. 1401) porta sul lato opposto della
valle,
in un punto immediatamente a monte a quello di confluenza del torrente
Vicima nel torrente di Val Fontana. Lasciamo, quindi, l’automobile
in uno dei pochi slarghi della strada, ed imbocchiamo la pista, che,
oltre il ponte, procede verso destra, tagliando la parte bassa della
fascia di prati nella quale si allarga la basse Val Vicima. Se gettiamo
un’occhiata alle nostre spalle, vedremo un interessato spaccato
della catena orobica, che ci propone gli unici “tremila”
di questa catena, i pizzi di Coca, Scais e Redorta.
Dopo aver valicato un ponticello più modesto ed essere passati
a fianco delle baite ai piedi dei prati (m. 1458), risaliamo la fascia
di prati, su traccia di sentiero, portandoci gradualmente verso sinistra,
fino a trovare un ponticello piuttosto rudimentale, costituito da pochi
tronchi allineati, che ci consente di valicare, da destra a sinistra,
il torrentello che scende dalla valle, a quota 1570. Il sentiero comincia,
quindi, a salire nella fresca e luminosa cornice di un bel bosco di
larici. Incontriamo qualche segnavia giallo, il colore che ci accompagnerà
nel resto della salita. A quota 1629 approdiamo ad una radura, quel
che resta dell’alpe Basalone, dove si trovano due baite.
La
salita prosegue nel bosco, finché, superato di nuovo il torrente
da sinistra a destra, sbuchiamo, a quota 1850, ad un’ampia fascia
prativa (dove il sentiero quasi scompare), che attraversiamo in diagonale
verso destra, incontrando anche, su un grande masso, un ometto, mentre
davanti a noi, a nord, occhieggia la cima Cigola (m. 2560). Terminata
la diagonale e raggiunto il limite settentrionale della fascia, pieghiamo
a sinistra, guidati da un secondo ometto, e rientrando, per un breve
tratto, nella macchia.
Poi usciamo di nuovo all’aperto, su un largo versante occupato
da massi ed erba piuttosto alta. Dobbiamo stare sempre molto attenti
ai bolli ed agli ometti, perché il sentiero appare e scompare.
In particolare, può trarre in inganno la carta IGM, che segna
il sentiero nei pressi del torrente. In realtà proseguiamo in
direzione di una formazione rocciosa che vediamo davanti a noi. Dopo
aver guadato, da sinistra a destra, un ramo secondario del torrente,
pieghiamo decisamente a destra, lasciando la formazione rocciosa alla
nostra sinistra, e raggiungendo il fianco roccioso di destra (nord-est)
della valle. Poi volgiamo di nuovo a sinistra, superando una fascia
di ontani ed un successivo versante erboso disseminato di sassi, fino
ad approdare alla soglia dell’alpe Vicima, distesa sulla piana
di quota 2183. La traccia di sentiero è sempre
discontinua,
per cui l’attenzione agli ometti è essenziale. Di più:
è proprio quest’ultimo tratto che precede l’alpe
ad offrire i maggiori problemi al ritorno, in quanto non è facile
individuare il sentiero, se non si sono memorizzati alcuni punti di
riferimento.
Poco prima di raggiungere l’alpe, si mostrano, a chiudere il panorama
dell’alta valle, eleganti e signorili, tre cima, la centrale vetta
di Ron (m. 3137), regina della valle, e le sue due ancelle, la corna
Brutana (m. 2989), a sinistra, e la Cima Corti (m. 3032), alla sua destra.
All’alpe ci accoglie un grande masso, dalla forma singolare, poi
il rudere di due edifici per il ricovero del bestiame e di alcune baite
minori. Si intuisce che in passato questa fosse un’alpe di primaria
importanza. Ora vive dignitosamente il suo torpido oblio, e non sembra
ridestarsi neppure allo sguardo curioso dell’escursionista. Proseguiamo,
tenendo più o meno il centro della piana. Un grande sperone roccioso
centrale ci impedisce la visuale sull’alta valle. Anche la vetta
di Ron torna a nascondersi. È il gioco della valle, che contrappunta
i suoi silenzi.
Guardiamo alla testata della valle, sulla sinistra: riconosceremo due
depressioni, una più marcata a destra, una appena accennata a
sinistra. La bocchetta di Ron (m. 2639), che consente di scendere all’alpe
omonima, è la meno evidente di queste selle, cioè quella
di sinistra. Prima di lasciare l’alpe, volgiamo per un attimo
lo sguardo: ottima è la visuale sulla Valle del Combolo, che
culmina nel pizzo
Combolo, a sinistra, nella bocchetta della Combolina, al centro,
e nel monte Calighè, a destra.
La
traccia di sentiero punta, ora, al fianco sinistro dello sperone centrale
(attenzione a non seguire la traccia che, invece, piega a destra e sale
in Val Molina, prolungamento settentrionale dell’alta Val Vicima),
attraversa il torrente da destra a sinistra ed approda ad un’ampia
conca di sfasciumi (m. 2300), a sinistra dello sperone. Ora possiamo
vedere con maggiore chiarezza le due selle. Quella di destra sembra
più agevole ed invitante, ma è a quella, più stretta
e leggermente più alta, di sinistra che dobbiamo puntare. Le
possibilità sono due. Una diagonale, a vista, che guadagna, per
via diretta, il piede del ripido versante che sale alla bocchetta, oppure
l’ampio semicerchio, più a destra, descritto dall’esile
traccia di sentiero. La prima via è più breve, ma anche
più faticosa, perché ci impone di attraversare una fascia
di sfasciumi, con tutte le attenzioni del caso.
Se optiamo per la seconda soluzione, dobbiamo stare attenti a lasciare
alla nostra destra la traccia che sale al più alto passo di Vicima
(m. 2869), lo stretto intaglio nel quale culmina un ripido canalino
di sfasciumi, posto fra la cima Corti, a sinistra, e la cima Vicima
(m. 3124), a destra. Segnaliamo, en passant,
che
questo passo, ancor più disagevole della bocchetta di Ron, permette
di passare dall’alta Val Vicima alla Val Painale, scendendo al
rifugio De Dosso.
Ma torniamo al versante sotto la bocchetta di Ron. La salita, nel primo
tratto, è abbastanza faticosa, ma senza problemi. Incontriamo,
anche, un grande triangolo rosso contornato di giallo, il simbolo dell’Alta
Via della Val Fontana, che parte dall’alpe di Ron, scende in Val
Vicima proprio dalla bocchetta di Ron e poi comincia una traversata
alta sul versante opposto della valle. Più si sale, e più
sale la fatica, perché aumenta la pendenza. Nell’ultimo
tratto i magri pascoli lasciano il posto a canalini generati da slavine.
Il terreno è duro, per cui dobbiamo attraversare l’ultimo
tratto con piede fermo.
Pieghiamo, alla fine, leggermente a destra, per raggiungere la sella
erbosa dei 2639 metri della bocchetta, che si apre fra il Rovinadone,
alla nostra destra (m. 2748) e la cima dei Motti, alla nostra sinistra
(m. 2773). Camminiamo da quasi 4 ore, ed abbiamo superato un dislivello
in altezza di 1240 metri. Sul versante opposto, si apre la vasta distesa
dell’alpe di Ron, ai piedi
di un versante di sfasciumi e magri pascoli.
La
discesa all’alpe non presenta problemi, se non nel primo tratto,
un po’ ripido, e può avvenire anche a vista, in direzione
del ben visibile baitone dell’alpe (m. 2164). Appena sotto il
baitone giunge una pista sterrata che scende all’alpe Campo, dalla
quale una seconda e più larga pista conduce a S. Bernardo (m.
1270). Molto bello è anche il panorama orobico, che propone,
in primo piano, da sinistra, la Valle d’Arigna con la sua poderosa
testata, la Val Venina e la Valle del Livrio. Alle nostre spalle, l’estremo
orizzonte della solitudine, quella Val Molina che si presenta come un
immenso e rossastro deserto di massi. Alla sua sinistra, la cima Vicima
(m. 3124), preceduta dalle anticime quotate 3092 e 3123, poste a destra
del passo di Vicima. A sinistra del passo, invece, si mostra solo la
cima Corti, mentre la vetta di Ron resta nascosta. A destra della cima
Vicima, infine, il versante dell’alta valle risale, dopo l’ampia
conca della Val Molina, alla tozza cima di Forame (m. 3058) ed a quella
singolare del pizzo Calino (m. 3022).
Una serie di signore cime, dunque, contorna questa valle che merita
di essere chiamata una signora valle. Una signora abbandonata ed un
po’ triste, ma non desolata. Qualunque sia la via del ritorno
(per
la via d’andata o per l’alpe di Ron), non può che
essere questo il pensiero che ci accompagna.