Il fiume Adda, nobile ed illustre, è, senza dubbio, il più
visto nel mondo. Ma, anche, il meno notato. Cosa significa questo? Avete
presente la Gioconda, il capolavoro di Leonardo da Vinci, il dipinto
più noto al mondo? Ebbene, l’occhio di chi lo ammira si
sofferma sul celeberrimo enigma del sorriso di Monna Lisa, ma, sullo
sfondo, è un altro sorriso ad essere rappresentato, quello delle
pigre anse del fiume Adda nel territorio del Ducato di Milano.
Il fiume Adda diventa, ma non nasce pigro. Le sue origini montane, nel
cuore della Magnifica Terra del Bormiese, ne fanno, per buon tratto,
un fiume robusto, impetuoso, violento, anche (le sue alluvioni in terra
di Valtellina sono state, in più di un’occasione, rovinose).
Ma, qualunque sia il volto che esso mostra, l’Adda, in tutti i
313 km del suo corso complessivo dalla Val Alpisella alla confluenza
nel Po (che ne fanno il quarto fiume italiano, per lunghezza), rimane
un fiume illustre.
Giovanni Guler von Weineck, che visitò la Valtellina agli inizi
del 1600, così ne scrive, nel suo resoconto “Raetia”:
“Sui monti che sorgono dietro ai Bagni e ben addentro nella valle,
scaturisce dal versante di mezzodì il celebre fiume che dai latini
è detto Abdua, Abduas e Aduas, mentre gli italiani e i tedeschi
lo chiamano Adda, Aada, od anche Ada. Due opinioni corrono sulle sue
origini: alcuni infatti vogliono che abbia le sue sorgenti in un lago
di Val Fraele,
donde un notevole emissario esce nascostamente fra massi e dirupi, procedendo
sino al luogo dove lo si
vede
riapparire da una risonante caverna e poi dall’orlo di questa,
che si eleva come un muraglione, precipitarsi giù nella valle…
Altri invece sostengono con miglior fondamento che diano origine all’Adda
i piccoli ruscelli derivanti dalle nevi e dai ghiacci… L’Adda
è all’origine un piccolo torrente; ma poi s’accresce,
procedendo da paese a paese, perché riceve da ambedue le rive
grossi e piccoli corsi d’acqua per tutto il percorso del Bormiese
e della Valtellina, finchè sbocca nella parte settentrionale
del Lario…Attraversato il lago, l’Adda perviene a Lecco…e
quindi prosegue toccando la città di Lodi, finchè a cinque
miglia italiane sotto Pizzighettone e un buon miglio prima di Cremona
entra nel Po…”
Una visita alle sorgenti dell’Adda, dunque, si carica di significati
di forte valenza suggestiva ed evocativa, ed è, anche, una semplice
e rilassante passeggiata. La visita parte da Bormio.
Lasciamo il centro della Magnifica terra e, con l’automobile,
dirigiamoci verso Premadio, seguendo la strada per il passo del Foscagno
e Livigno, e lasciandola, sulla destra, quando troviamo i cartelli che
segnalano Cancano. La strada, superato Pedenosso, diventa sterrata e,
circondata da una fitta boscaglia di pini mughi, sale, con diversi tornanti,
in direzione della gola rocciosa che sbarra l'accesso alla Val di Fraéle.
La si può raggiungere, da Bormio, anche imboccando la strada
statale per il passo dello Stelvio e staccandosene, sulla sinistra,
quando si trova l’indicazione per Cancano.
Raggiunta
la sommità della gola, non si può non sostare alle celeberrime
torri di Fraéle,
il primo segno di una valle densa di storia, per la sua posizione strategica
nell'antica Contea di Bormio. Queste torri sorvegliavano infatti gran
parte della Magnifica Terra e permettevano di segnalare tempestivamente
eventuali eserciti invasori. Oltrepassate le torri, la strada si fa
pressoché pianeggiante, e conduce, in breve, al bellissimo laghetto
delle Scale, l'unico naturale nella valle, legato ad un’antica
leggenda che vuole le sue acque rifugio del pauroso mostro Ravan.
Più avanti la strada, superato il rifugio
Monte Scale, raggiunge e costeggia a sinistra il grande lago artificiale
di Cancano (m. 1884): quando le sue acque sono piuttosto basse, sono
ancora ben visibili gli edifici che ospitarono i moltissimi operai impiegati
nell'edificazione dell'enorme sbarramento (la cosiddetta "digòpoli").
Costeggiato l'intero bacino, ci ritroviamo di fronte al possente sbarramento
del secondo invaso, quello di San Giacomo (m. 1949). La costruzione
dei due giganteschi invasi (che hanno una capienza rispettivamente di
123 e 64 milioni di metri cubi d’acqua), fra il 1928 ed il 1956,
ha cancellato l’alpe pianeggiante con le sue baite ed il villaggio
di S. Giacomo.
Sotto le acque, è ancora vivo, però, quell’alone
di mistero e leggenda che ha sempre circondato questi luoghi, legati
non solo ad un’intensa attività di
estrazione
e lavorazione del ferro, ma anche a vicende storiche sanguinose, che,
nei secoli successivi, sono sfumate nella leggenda. Ne parla già
il von Weineck, riportando la notizia dei ripetuti ritrovamenti, nel
terreno, di “meravigliose spade di ferro, pugnali di bronzo di
varia forma e grossi e lunghi femori, quasi giganteschi; la leggenda
narra che ai tempi di Sant’Ambrogio un gran numero di eretici
Ariani venne lassù ucciso e che molti di questi venissero pure
catturati sui monti Giufplan, Boffalora ed altrove.”
Ma non fu, questa, l’ultima né la più tragica circostanza
che macchiò di rosso le acque dell’Adda all’inizio
del suo corso. Il fatto d’armi più sanguinoso avvenne qualche
decennio dopo, rispetto al periodo nel quale il von Weineck scriveva,
e fu la battaglia di
S. Giacomo, combattuta il 31 ottobre del 1635, durante la guerra
dei Trent’anni: i Francesi, comandati dall’abile duca di
Rohan, irruppero in valle di Fraele dalle valli Alpisella e Pettini,
e vi sorpresero gli Imperiali del generale Fernamont, giunto dalla val
Mora lungo la cosiddetta via Imperiale (che collegava il Tirolo alla
Valtellina), facendone strage (rimasero sul campo circa 2000 imperiali,
ed il Rohan, per impedire che la valle potesse in futuro divenire base
per nuove incursioni dei nemici, fece poi incendiare oltre 70 case,
con i relativi fienili).
La Val Alpisella, dunque, insieme alla Val Pettini, fu calcata dalle
truppe francesi, che si accingevano a sorprendere i nemici ed a farne
strage. Noi
ripercorreremo
le loro orme, con ben diverso intento: la ricerca dei primi timidi segni
del nobile fiume Adda, che certamente non ha dimenticato, nella sua
memoria millenaria, l’affronto del sangue che ha dovuto accogliere.
Percorriamo, allora, la sterrata che fiancheggia il lago di S. Giacomo,
raggiungendo, dapprima, nel quale la Val Pèttini confluisce nella
Valle di Fraele, proprio di fronte all’imponente mole del monte
Pettini (m. 2932), le cui pendici, si dice, sono uno dei luoghi preferiti
dalle streghe nei loro sabba notturni. Superato il ristoro S. Giacomo,
proseguiamo, quindi, sulla carrozzabile, per un ulteriore tratto, circondati
da un bel bosco, fino al punto in cui la Val Alpisella confluisce nella
Val Fraele. Qui troviamo, sulla destra, uno svincolo che scende ad un
terrapieno sottostante, adibito a parcheggio, appena prima di un ponticello
sull’Adda e di un doppio tornantino destrorso e sinistrorso.
Poco oltre il parcheggio, e poco prima del passo di Fraele (che, a 1952
metri, segna lo spartiacque fra il bacino dell’Adda e quello dello
Spöl, affluente dell’Inn), si trova la sbarra che impedisce
di proseguire con i mezzi motorizzati. Una passeggiata sulla pista che
si addentra nell’ampio pianoro, circondata da boschi di pini mughi
(si tratta dell’antica via Imperiale, che scende a S. Maria di
Monastero attraverso la val Mora), rappresenta una riposante alternativa
all’escursione che stiamo raccontando.
Ma
torniamo a noi. Lasciata l’automobile al parcheggio, imbocchiamo,
appena prima del ponticello, la ben visibile pista che, con diversi
tornanti, comincia a risalire la Val Alpisella, mantenendosi a sinistra
(per chi sale) del solco dell’Adda. Nel primo tratto saliamo in
direzione sud-ovest, allontanandoci dal solco della valle, circondati
da uno splendido bosco di larici, oltre le cime dei quali, alla nostra
destra, fa capolino il corrugato versante meridionale del pizzo Aguzzo
(m. 2568). Poi la pista, superata un’incantevole radura, esce
all’aperto e piega a destra (ovest): vediamo, ora, distintamente,
davanti a noi, il passo della val Alpisella, posto a 2285 metri, poco
a monte delle sorgenti che andiamo a visitare, mentre alla nostra sinistra
sembra incombere l’ombroso e roccioso versante settentrionale
del monte Pettini: da qui si comprende perché questa cima sia
stata eletta dalle streghe per i loro sabba.
La salita procede, con molta gradualità, scandita da tre laghetti,
che precedono il passo. Le sorgenti dell’Adda si trovano fra il
primo ed il secondo (che si colloca ad una quota di 2239 metri), ad
una quota approssimativa di 2200 metri, in alcune pozze rossastre. Le
sorgenti “ufficiali”, invece, cioè quelle di maggior
portata, segnalate da un cartello, si trovano sul versante opposto della
valle, cioè quello alla nostra destra: le visiteremo al ritorno.
Intanto
raggiungiamo il passo (m. 2285), segnalato da un cartello, oltre il
quale ci si affaccia alla Val Alpisella di Livigno. Un’ora di
cammino, senza forzare, è sufficiente per giungere fin qui dal
parcheggio in Val Fraele. Appena oltre il passo appare l’incantevole
laghetto dell’Alpisella (m. 2268). Alcuni cartelli ci mostrano
le tre possibili direzioni nelle quali ci possiamo muovere dal passo:
possiamo scendere al ponte delle Capre ed al lago di Livigno (seguendo
il percorso della celebre “Pedaleda”,
percorso di mountain-bike: cogliamo l’occasione per osservare
che questa bella escursione può essere effettuata, senza difficoltà,
anche su due ruote e, nel caso si disponga di due automobili, si può
concludere con la discesa a Livigno), possiamo tornare a Cancano, passando
per le sorgenti dell’Adda, o possiamo salire ai due baitoni della
malga Alpisella, che si stende, solitaria e silenziosa, ai piedi del
versante settentrionale del monte Torraccia (m. 2781) e della cima di
Pozzin (m. 2681), a sud del passo.
Torniamo, ora, sui nostri passi, scendendo per un breve tratto dal valico,
fino ad incontrare, sulla nostra sinistra, il punto di partenza di un
largo sentiero che discende la valle sul versante sinistro, cioè
opposto a quello che abbiamo sfruttato salendo. In corrispondenza della
partenza del sentiero, un’indicazione segnala le sorgenti dell’Adda
a 15 m. Ora, i casi sono due: o uno è dotato di intelligenza
pronta,
oppure
si mette, come il sottoscritto, a cercare, nel raggio di 15 metri dall’indicazione
le fantomatiche sorgenti, senza trovare nulla. Prima o poi, comunque,
l’illuminazione arriva: 15 m. non sta per 15 metri, ma per 15
minuti. Ah, bastava dirlo…
Scendiamo, dunque, per un quarto d’ora circa sul sentiero: ecco,
alla fine, il cartello ufficiale delle sorgenti dell’Adda, fissate
a 2102 metri s.l.m. Si tratta di una serie di sorgenti che scaturiscono
dal sottosuolo del fianco meridionale (che degrada in un impressionante
versante occupato da sfasciumi) del lungo crinale che dal pizzo Aguzzo,
ad est, sale fino alla cime quotate 2648 e 2915 metri, un crinale che,
peraltro, regala, nei suoi disegni quasi gotici, sfumature di colore
affascinanti e mutevoli, dal rossastro all’ocra. È qui,
dunque, fra questi numerosi rivoli che scaturiscono dal terreno, che
il nobile fiume Adda ha i suoi natali, natali modesti, come accade,
peraltro, ad ogni altro fiume.
Paghi della scoperta, riprendiamo la discesa, circondati dai gentili
e silenziosi pini mughi. Il fondo regolare del sentiero (che può
essere sfruttato, dunque, per il ritorno anche da chi sia salito al
passo con la mountain-bike) rende rilassante la discesa, che, nel primo
tratto, piega a sinistra (nord-est), poi volge bruscamente a destra
(sud-est), prima di riportarci alla strada sterrata per il passo di
Fraele, appena poche decine di metri oltre il parcheggio nel quale abbiamo
lasciato l’automobile. Prendendo a destra, dunque, torniamo, in
breve, all’automobile. Prima di partire,
non
possiamo, però, non rivolgere un ultimo pensiero al nobile fiume
tanto amato da Leonardo, che poté ammirarne la tranquilla forza
nel milanese, ma non poté mai vedere il discreto mormorio dei
suoi primi passi.