Rimettiamoci in marcia: è tempo di puntare al passo che
ci condurrà in alta Val Fontana. Dopo un ultimo sguardo ai bellissimi
scenari che ci circondano, di cui pizzo Scalino, alla nostra sinistra,
appare il re, riprendiamo a camminare ed a scrutare i massi vicini e
lontani, alla ricerca dei segnavia.
Per un breve tratto restiamo intorno a quota 2700, poi qualche piccola
discesa ci fa abbassare un poco. Passiamo a valle di una curiosa cascatella,
che esce da una spaccatura di due massicce formazioni rocciose. Scrutando
davanti a noi, vediamo i segnavia su massi che individuiamo ad una certa
distanza, sotto di noi: cominciamo così a descrivere un arco
in discesa, che ci avvicina ad un lungo dosso di rocce arrotondate.
Alla fine lo fiancheggiamo per un tratto, in discesa, finché,
a quota 2540, circa, finalmente la discesa termina, perché, raggiunto
il piede del dosso citato, possiamo ora aggirarlo: finalmente, perché
per ogni metro perso, ce ne sarà uno che dovremo riguadagnare
in salita. Con un breve arco in senso contrario a quello finora descritto,
svoltiamo a sinistra e cominciamo la salita verso il passo. Il punto
di svolta è anche quello a cui giunge una traccia di sentiero
che proviene dal rifugio De Dosso. Difficilmente, però, riusciremo
a scorgerla.
Anche nella salita i segnavia non sono molti, ma non si può sbagliare.
Lasciamo alla nostra destra una bella morena e risaliamo un canalone
di sfasciumi, rimanendo a sinistra di un piccolo corso d’acqua.
Un mare di massi rossastri è l’unico testimone delle nostre
fatiche, perché siamo in cammino da più di tre ore e la
quota elevata aumenta lo sforzo. Aggirata sulla sinistra una modesta
formazione rocciosa, eccoci finalmente al corridoio terminale, che adduce
al passo.
Esperienza
meravigliosa, quella dei passi: ti avvicini, ed hai davanti agli occhi
solo l’esile striscia della sella, stagliata contro l’infinito
del cielo, e poi, d’improvviso, un altro mondo, un altro orizzonte,
altri spazi, inattesi e mai visti, si dischiudono di fronte al tuo sguardo.
In questo caso la sorpresa è veramente grande, anche per chi
ha già familiarità con l’alta Val Fontana: quel
che appare, infatti, non è solo l’ampio circo della val
Forame, che chiude a nord-ovest la Val Fontana, non è solo la
successione delle laterali orientali della valle, val Sareggio, valle
dei Laghi e val Malgina, ma anche una fuga di quinte costituita da cime
lontane, di cui non sappiamo probabilmente riconoscere il profilo, ma
che ci restituiscono l’impressione di una profondità senza
fine. In effetti la quota cui è posto il passo è considerevole:
se consideriamo il Sentiero Italia dalla Val Codera fino a Tirano nel
suo complesso, l’altezza di questo passo è inferiore solo
a quella della bocchetta di Caspoggio, sul cammino della sesta tappa
dell’Alta Via della Valmalenco.
Merita, però, uno sguardo anche il crinale di nord-nord-est della
punta Painale, che scende fino alle ultime rocce alla nostra destra:
si tratta, infatti, del crinale sfruttato da chi scala la cima. La scalata
è classificata come facile, ma ai profani dell’alpinismo,
almeno vista così, ad occhio, non apparirà certo tale.
Del resto, è cosa nota che alpinisti e consumascarpe (così
si potrebbero definire gli appassionati dell’escursione) rappresentano
due tipi antropologici diversi fra coloro che amano la montagna, la
frequentano e la rispettano.
Bene, è tempo di por fine alle chiacchiere e di accingerci a
scendere. Le chiacchiere, però, sono necessarie per prendere
un po’ di tempo ed abituarsi all’idea di scendere su un
versante che, nel primo tratto, ha una pendenza di tutto rispetto. Il
primo passaggino, su roccia e terreno franoso, esige attenzione, ma
anche più sotto, per le prime decine di metri, bisogna procedere
con cautela. Una traccia di sentiero scende leggermente verso destra,
per poi perdersi.
Un
segnavia su un masso ben visibile, sotto, ci indica che dobbiamo utilizzare
un canalino ingombro di materiale franoso, oppure un piccolo dosso erboso.
Raggiunto il masso, scendiamo ancora, su un terreno sempre insidioso,
ma meno ripido. Questa discesa è sconsigliabile in presenza di
neve, che qui si può trovare anche ad inizio di stagione.
In fondo, su un grande masso in un pianoro dove anche a stagione avanzata
si annida un nevaietto, un segnavia ci attende, paziente. Senza percorso
obbligato, lo raggiungiamo, puntando poi al successivo segnavia, che
ci fa piegare a sinistra. La nostra meta è il rifugio
Cederna-Maffina, il cui solitario edificio, perso fra i pascoli
della val Forame, possiamo già individuare dal passo, guardando
alla nostra sinistra.
Se, dal pianoro, proseguiamo la discesa, scendiamo fino all’alpe
Forame, dove troviamo una baita isolata, a 2168 metri, ed intercettiamo
il sentiero che sale al rifugio dall’alpe Campiascio (m. 1680).
Questa soluzione deve essere scelta da chi elegge come punto terminale
della tappa non il rifugio Cederna-Maffina, ma il rifugio
ANA Massimino Erler, in località Campello: in questo caso
si deve proseguire su una carrozzabile che, dall’alpe Campiascio,
scende al Pian dei Cavalli, per poi proseguire fino al rifugio.
Chi vuole, invece, raggiungere la capanna Cederna-Maffina deve seguire
il percorso disegnato dai segnavia, che effettua una traversata più
breve, in quanto, poco sopra quota 2500, punta direttamente in direzione
del rifugio, superando una fascia di massi, fra quota 2520 e quota 2550
circa, e proseguendo in direzione di un vallone dal quale scende uno
dei corsi d’acqua che confluiscono nel torrente della valle. Superato
il vallone, alla fine siamo al rifugio, posto a quota 2587. Va notato
che esiste anche una piccola variante, segnalata nell’ultimo tratto,
sulla destra, da segnavia bianco-rossi, variante che porta ad incrociare,
più in basso, al secondo tornante, il sentiero che dalla capanna
scende alla val Forame.
In ogni caso, vale un’avvertenza: l’abbandono dei pascoli
della Val Forame ha contribuito non solo ad arricchirne la presenza
di marmotte, il cui acuto fischio costituisce un elemento imprescindibile
dello scenario sonoro alpino, ma anche, sembra, di vipere, che, invece,
si fanno sentire assai meno.
Una
notazione, a proposito della solitudine: il passaggio dalla Valmalenco,
sempre affollata, almeno nel periodo estivo, alle valli Painale e Forame
suscita una forte impressione, in quanto sembra di essere approdati
a mondi assai diversi. Qui domina, infatti, anche d’estate, un
forte senso di enigmatica solitudine, tanto da far nascere in noi l’impressione
di aver effettuato un cammino non nello spazio, ma, a ritroso, nel tempo,
verso un tempo nel quale la montagna non era ancora terreno d’elezione
per gli amanti di un incontro con la natura (relativamente) incontaminata,
ma luogo di taciturne e quotidiane fatiche e ristrettezze. E’
come se in questi luoghi l’uomo si fosse arreso, abbandonandoli,
e la montagna celebrasse il suo trionfo, un trionfo non disturbato dai
rari animali peregrinanti e zainati. Per tutti questi elementi di suggestione,
questa tappa del Sentiero Italia ha qualcosa di unico.
A proposito di animali peregrinanti e zainati: ne esiste una sottospecie,
ormai scomparsa da tempo, molto legata a questi luoghi e, forse, anche
alle vicende del rifugio che abbiamo raggiunto. Si tratta dei contrabbandieri,
che sfruttavano i luoghi toccati dal Sentiero Italia, dalla Val Fontana
al versante retico sopra Teglio, Bianzone, Villa di Tirano e Tirano,
per esercitare la loro attività, contrastati dalla Guardia di
Finanza, che proprio nell’attuale rifugio ANA Massimino Erler
aveva una sua caserma. La costruzione del rifugio data esattamente ad
un secolo fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio
Cederna, che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel
lontano 1866, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana),
e per interessamento della sezione valtellinese del CAI, venne eretta
la capanna, inaugurata il 31 luglio dell’anno successivo (per
cui l’anno prossimo si festeggia il centenario), capanna che però
ebbe una vita travagliata, in quanto già nel 1914 venne gravemente
danneggiata. Venne avanzata anche l’ipotesi che ciò fosse
accaduto ad opera della Guardia di Finanza, per togliere ai contrabbandieri
un punto di appoggio fondamentale. Un intervento di ricostruzione, nel
1926, portò alla temporanea riapertura del rifugio, che, tuttavia,
venne di nuovo chiuso nel 1938, dopo una seconda azione di danneggiamento.
Dobbiamo,
quindi, giungere ad anni più vicini a noi, e precisamente al
1980, per vedere la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa
della sezione valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per
commemorare, oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina,
morti due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal
punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico.
Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta
Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo,
infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una
depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata,
più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323),
a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente
al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi
percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale
che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare
che tale vetta è raggiungibile dalla Cederna-Maffina anche per
diversa via, cioè percorrendo il crinale meridionale.
Il rifugio è anche un importante crocevia escursionistico: di
qui non passa, infatti, solo il Sentiero Italia, ma anche l’Alta
Via della Val Fontana, che descrive un ardito arco in prossimità
del crinale della valle, percorrendone il circo terminale, verso est,
e le laterali val Sareggio, dei Laghi e Malgina, per poi affrontare
il crinale che passa per il pizzo Combolo (m. 2900) ed il monte Calighè
(m. 2698) e scendere, passando dal facile monte Brione (m. 2542), alla
parte alta di Prato Valentino, sopra Teglio.
Ci
si potrebbe domandare per qual motivo il Sentiero Italia, dopo aver
seguito per un buon tratto l’Alta Via della Valmalenco, non faccia
lo stesso con quella della Val Fontana. La risposta è probabilmente
questa: la seconda traversata è, in molti punti, più ostica
e faticosa della prima, il che la pone fuori della portata di molti
escursionisti.
Qualche nota tecnica, per concludere. La tappa, nella sua interezza,
richiede circa 4 ore e mezza di marcia (6 se decidiamo di scendere fino
al rifugio Erler), ed il superamento di un dislivello in salita di circa
930 metri.
Le due semitappe, invece, sono così riassumibili: dal rifugio
Cristina al passo degli Ometti è necessaria un’ora e tre
quarti circa di cammino, per superare 530 metri circa di dislivello;
dal passo degli Ometti al rifugio Cederna-Maffina sono necessarie circa
due ore e tre quarti di cammino, per superare 400 metri circa di dislivello
in salita. Per proseguire nel cammino, apri la terza
presentazione.