Variante
Omio: traversata dalla Omio alla Gianetti per il Passo Barbacan che
coincide con il giorno 2 per chi è partito da Novate Mezzola
e sta affrontando il tratto Brasca-Gianetti
Il vero sentiero Roma infatti, percorso da ovest ad est,
comincia da Novate Mezzola e dalla salita al rifugio Brasca, in val Codera.
È però possibile percorrerne una versione abbreviata, che
parte dal sentiero Risari, cioè dal rifugio Omio (m. 2100), in
valle dell’Oro, cui si sale dai Bagni di Masino in due ore e mezza.
Tratteremo qui il percorso relativa a questa variante del sentiero Roma.
In genere, chi sceglie questa variante sale in una sola giornata al rifugio
Omio dai Bagni di Masino, per poi effettuare la traversata della Valle
dell’Oro, attaccare il passo e scendere in Val Porcellizzo,
chiudendo la giornata alla capanna Gianetti. Nella sua variante abbreviata,
infatti, il Sentiero Roma viene percorso generalmente in tre giorni: nel
primo si effettua il percorso Bagni Masino-Omio-Gianetti, nel secondo
la traversata Gianetti-Allievi, nel terzo la traversata Gianetti-Ponti,
con discesa finale dalla Valle di Preda Rossa a Filorera, appena sopra
Cataeggio. Questa variante breve in tre giorni rimane, quindi, interamente
entro i limiti della Val Masino.
Vediamo, dunque,
come effettuare questa classicissima traversata Bagni-Omio-Gianetti. Per
raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val
Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza
di Ardenno: oltrepassate Cataeggio e San Martino, la strada risale la
bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente
Màsino, oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel
Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare a pagamento, in
un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana
estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare
parcheggio altrove).
Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni, costruito
nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo
XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero
confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata
e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque
termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata
la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime
del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta
dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi
accoglievano visitatori che potevano permettersi il
costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato
respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga
da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante
di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità
femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni, unito al vecchio edificio da una
passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è
circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto,
sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la
valle della Merdarola. A nord, invece, si trova la valle più ampia
e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo.
Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella
sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche
se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio e Fiorelli, sulla
costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè
la val Ligoncio).
Per salire al rifugio Omio, dobbiamo incamminarci lungo il sentiero che
parte nei pressi dell’edificio dei Bagni; ignorata la deviazione
a destra, segnalata, per la Gianetti, superiamo, su un ponticello, il
torrente, e puntiamo in direzione del bosco, dove inizia la salita, con
una pendenza sempre piuttosto impegnativa. Stiamo risalendo il fianco
settentrionale della valle, ed incontriamo una prima più modesta
radura, per poi raggiungere, dopo circa tre quarti d’ora di cammino,
il bel poggio costituito dal pian del Fago (m. 1590), che
non costituisce solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto
un ottimo osservatorio sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo, della
quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile e Cengalo
in evidenza.
Rientrati nel bosco, proseguiamo nella ripida salita fino al suo termine,
a quota 1760 metri circa. Dobbiamo superare una breve fascia costituita
da enormi massi, sotto uno dei quali osserviamo un modesto ricovero per
uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti di una frana
ciclopica che, nel 1963, uccise alcuni pastori e molti capi di bestiame.
Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di
vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato
queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari
per un magro sostentamento.
Oltre i massi, attraversiamo un torrentello e cominciamo a risalire le
ampie balze che ci separano dal rifugio. La traccia di sentiero, segnalata
dagli immancabili segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto
diretto, per cui la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi
ultimi tre quarti d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire.
La capanna è là, sembra la si debba raggiungere in breve
tempo, ma
gli ultimi tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa
due ore e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo
finalmente ristorarci e riposarci al rifugio, che suscita un senso di
amena tranquillità, anche se è intitolato a quell’Antonio
Omio che perì in una tragicamente famosa ascensione alla punta
Rasica del 1935.
Davanti a noi, guardando verso est, il panorama sulla valle dei Bagni
è ampio e suggestivo; volgendo lo sguardo, possiamo passare in
rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica
di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste
dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo
ben più severo ed arcigno. Fanno eccezione, alla nostra destra
(sud-est) le punte Medaccio (m. 2350) e Fiorelli (m. 2401), il cui affilato
profilo ricorda quello di una lama.
Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio,
scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta
di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina
con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della Merdarola.
Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del Calvo (o monte
Spluga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle tre valli Ligoncio,
Merdarola
e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio, il pizzo dei Ratti (m. 2919)
ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla cui destra è posto il
passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest del rifugio incontriamo
la tozza sagoma del pizzo Ligoncio, la più alta vetta della sua
testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo di confluenza delle valli
Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (o Spazza, o ancora Spassato, laterale della
val Codera). Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta
della Sfinge (m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica,
e la marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio.
A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra i
2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano (m.
2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan,
che dall’omonima cima (m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro,
di Averta e Parcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497).
Mettiamoci ora in cammino alla volta del passo del Barbacan sud-est. Partendo
dalla capanna si percorre, seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse verso
nord, il sentiero Risari, lasciando alle spalle il pizzo Ligoncio, che
domina la valle. Dopo un primo tratto di salita, dobbiamo superare, con
un po’ di attenzione, una vallecola. Proseguendo nella salita, troviamo
un grande masso, sul quale è ben visibile la scritta, con vernice
rossa “P. Oro R. Brasca”. Si
tratta dell’indicazione della deviazione, a sinistra, che sale al
passo dell’Oro (m. 2574), poco frequentata ma assai interessante
porta che congiunge la Valle dell’Oro alla valle dell’Averta,
laterale della Val Codera. Scendendo dal passo in Valle dell’Averta,
ad un certo punto ci si congiunge con il percorso della seconda tappa
del Sentiero Roma, diciamo così, “edizione integrale”,
e, seguendolo, si raggiunge il rifugio Brasca.
Noi, però ignorando la deviazione a sinistra e proseguiamo puntando
la costiera del Barbacan. Il panorama dal sentiero verso sud ed est è
molto ampio: si intravedono, sullo sfondo, i Corni Bruciati e le cime
orobiche. Il punto dal quale comincia l’attacco alla costiera è
facilmente riconoscibile per la presenza di un grande rombo bianco su
una parete posta alla sua sinistra. La salita al passo inizia sfruttando
un canalino. Nel primo tratto dobbiamo superare una placca rocciosa, in
corda fissa, con un po’ di attenzione. Poi il sentiero piega leggermente
a destra e sale, più tranquillamente, per balze erbose, mentre
alle spalle lo scenario che si allarga. L’intaglio del passo, posto
sulla costiera che scende dalla cima del Barbacan al monte Boris, è,
questo versante, poco evidente; il sentiero, però, lo raggiunge
facilmente, dopo aver piegato a destra. I segnavia sono
quelli giallo-rossi, che indicano il sentiero Risari.
Il passo, a 2610 metri, è uno stretto intaglio vegliato da uno
speronino roccioso, sul quale è segnata una freccia giallo-rossa,
vicino ad una targa con una Madonnina. Dal passo, volgendo indietro lo
sguardo, si può scorgere la parte superiore della liscia parete
ovest del pizzo Ligoncio (m. 3032). Davanti agli occhi si apre invece
l’imponente anfiteatro della Val Porcellizzo e della sua granitica
testata. Oltre la Val Porcellizzo appaiono anche i Pizzi del Ferro, testata
della valle omonima. Si tratta però, ora, di lasciare il passo
alle spalle e scendere.
Su questo versante il sentiero richiede molta più attenzione, perché
sfrutta cenge esposte, e diventa pericoloso con neve o cattivo tempo.
Teniamo presente che, dopo inverni caratterizzati da abbondanti nevicate,
sul versante della Val Porcellizzo si può trovare neve anche a
stagione avanzata. Nell’estate del 2001, per esempio, alla fine
di agosto si dovette sgomberare questo tratto del sentiero dalla neve
salendo con piccozza e pala. Ad ogni buon conto, visto che sul versante
della Valle dell’Oro la neve rimane assai meno, è opportuno
assumere informazioni al rifugio Omio. Le corde fisse aiutano la discesa.
Per la affronta per la prima volta, si tratta di una discesa niente affatto
tranquilla, perché l’esposizione suscita sempre una certa
impressione. Ma
ci si abitua. Quando si torna (perché rimane dentro, insopprimibile,
la voglia di tornare), l’impressione è già diversa.
Alcuni punti più tranquilli, nei quali si può sostare, permettono
di ammirare la costiera del Cavalcorto e, sullo sfondo, il Disgrazia ed
i Corni Bruciati. È però la Val
Porcellizzo ad offrire lo spettacolo più grandioso. Si mostrano,
da sinistra, le cime dell’Averta, meridionale, centrale e settentrionale
(m. 2778, 2861 e 2947), il pizzo Porcellizzo (m. 3075), riconoscibile
per il prolungato sperone che si incunea profondamente, scendendo verso
sud-est, negli ultimi pascoli dell’alta valle, la più piccola
punta Torelli (m. 3137), il celeberrimo ed inconfondibile pizzo Badile
(m. 3308), la punta Sertori (m. 3288), che, alla sua destra, fa quasi
da paggio, l’arrotondata ed imponente cuspide del pizzo Cèngalo
(m. 3367), il più alto nella testata della valle, i più
modesti pizzi Gemelli (m. 3229 e 3261) e, a chiudere la testata ad est,
il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m. 3267). Ma non
è solo questa splendida successione di cime ad incantare.
In realtà ciò che stupisce e rapisce è la perfetta
sinfonia cromatica che la valle propone all’occhio commosso. Gli
immensi pascoli, dal verde intenso, sembrano la compagine compatta degli
archi, le macchie irregolari dei nevai, le linee sottili dei torrentelli,
le nuvole sempre mutevoli in una bella giornata sembrano i fiati, ed infine
le perentorie e massicce pareti di granito delle cime, che si stagliano
nel cielo blu cobalto, sembrano gli ottoni.
La discesa,
esposta nella prima parte, diventa un po’ più tranquilla
nell’ultima (ma la cautela non deve mai venir meno) e conduce in
breve tempo alla base della costiera, ai piedi di un canalino che, sulla
nostra sinistra, rappresenta una variante frequentata del passo del Barbacan
nord. Su un masso, troveremo un triangolo rosso, una freccia e la scritta
R. Brasca. Qui, infatti, si congiungono il sentiero Andrea Risari ed il
più frequentata percorso che, nella seconda tappa del Sentiero
Roma integrale, scende dal passo Barbacan nord. Attenzione, però:
non è il caso di attardarsi in questo tratto, perché dal
canalino spesso scendono, con velocità micidiale, sassi piccoli
e meno piccoli, talvolta messi in movimento da escursionisti poco avveduti.
Il sentiero Risari prosegue scendendo da uno sperone roccioso e, dopo
essersi congiunto, presso un grande masso, con la meno frequentata variante
del sentiero Roma che scende dal passo Barbacan nord, punta verso nord-est,
in direzione del già visibile rifugio Gianetti. Passiamo, poi,
quasi ai piedi del pizzo Porcellizzo, che, visto da qui, non appare particolarmente
elegante. Alla sua destra, lo sperone che scende verso sud dalla punta
Torelli assume un profilo inconfondibile, che gli ha meritato la denominazione
di “Dente della Vecchia”. Sempre elegantissimo, invece, è
il pizzo Badile, che fa da cornice al rifugio
Gianetti (m. 2534), dove le nostre fatiche terminano. Qui,
ovviamente, ci si può fermare a pernottare. Se siamo partiti dal
rifugio Omio, siamo in cammino da circa 2 ore e mezza, ed abbiamo superato
un dislivello approssimativo di 520 metri. Se, invece, siamo saliti dai
Bagni di Masino il tempo sale a circa 4 ore e mezza/5, ed il dislivello
a 1450 metri.
Vai ora alla giornata n.3 del Sentiero Roma con il tratto
dal rifugio Gianetti al rifugio Allievi |